Archive for ottobre, 2011

28 ottobre 2011

Questa Milano da sventrare

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare”: come la piazza di Sant’Ambrogio a Milano trasformata nel tetto di un parcheggio a silos interrato di cinque piani, da realizzare attraverso uno scavo sotto falda che potrebbe mettere in pericolo la Basilica stessa. È davvero a uno spettrale Blade Runner del patrimonio storico e artistico che fa pensare il progetto contro cui stanno lottando Italia Nostra, un folto gruppo di intellettuali e i cittadini che abitano nella zona. L’idea di sventrare uno dei luoghi più sacri della città nasce nella ‘Milano da bere’ della metà degli anni Ottanta , ma prende corpo nel 2001 grazie a Gabriele Albertini, contemporaneamente sindaco e commissario al traffico. Nonostante che, nel 2005, la Soprintendenza architettonica dichiari “inopportuna e non condivisibile la realizzazione dell’opera”, il permesso alla fine arriva: una contraddizione che è il frutto della parcellizzazione del ministero per i Beni culturali, diviso in infinite istanze decisionali sovrapposte e affidate a responsabili che si avvicendano continuamente.

NEL 2006, il nuovo sindaco Letizia Moratti avvia il cantiere, e per rispondere agli esposti dei cittadini e di Italia Nostra nomina una commissione di garanti (garanti del parcheggio, evidentemente). Dopo una lunga serie di sondaggi archeologici, l’ultima campagna elettorale si svolge mentre lo scavo sta per entrare nel vivo: e Giuliano Pisapia dichiara che, in caso di vittoria, “si interverrà facendo sospendere i lavori” (lo si può constatare su Youtube). Ora, dopo alcuni imbarazzanti tentativi di rimangiarsi quell’impegno, l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Pisapia dichiara che è impossibile fare marcia indietro, perché salvare la piazza di Sant’Ambrogio potrebbe costare fino a dieci milioni di euro di penali e rimborsi. In attesa che questa risposta diventi ufficiale, precisando una cifra che appare improbabilmente alta, il comitato dei residenti (nel quale figurano anche alcuni nomi noti dell’alta borghesia cittadina) ha replicato immaginando una colletta internazionale.    È a questo punto (cioè ora) che il Giornale ha titolato: “La sinistra al caviale paga per bloccare i lavori”. Il messaggio è chiarissimo: il patrimonio storico e artistico è un lusso per ricchi. E non viene solo dalla voce del padrone. Negli stessi giorni, per esempio, la Confindustria e la Cgil toscane si sono trovate ineditamente concordi nel definire “ambientalisti in cachemire” quanti hanno provato a evitare che un sito archeologico etrusco-romano fosse sostanzialmente distrutto per far posto a un capannone industriale. Invece che gestire la complessità di una convivenza tra sviluppo e cultura, la giunta regionale di Enrico Rossi ha preferito sacrificare la prima sull’altare del secondo: convinta, come il Giornale, che la cultura sia un lusso come il caviale. E qualcosa di analogo sta succedendo a Napoli, dove il sindaco De Magistris, dopo aver vinto le elezioni sull’onda di una condivisibilissima richiesta di legalità, si appresta a trasformare la colmata tossica e illegale di Bagnoli nel teatro delle regate dell’America’s Cup.

IN TUTTI e tre i casi la sinistra al governo rinuncia a tutelare l’integrità della città e del territorio, come se questa fosse un privilegio e non un fondamentale strumento costituzionale per attuare l’eguaglianza, la sovranità popolare e la giustizia sociale: uno strumento prezioso in primo luogo per i cittadini economicamente più deboli. E tutto ciò mostra che, su questi temi cruciali, il vero scontro non è tra Destra e Sinistra, ma tra i cittadini che difendono i beni comuni e le autorità pubbliche che, di fatto, li privatizzano (secondo una dinamica chiarita assai bene da Ugo Mattei).    E visto che si parla di Sant’Ambrogio, potrebbero essere proprio i versi di Giuseppe Giusti a definire ciò che rischiano di diventare gli ignavi rappresentanti di questa Sinistra di governo: “Strumenti ciechi d’occhiuta rapina”.

di Tomaso Montanari, IFQ

28 ottobre 2011

La favola bella della Bce

Una perniciosa fantasia diventa ogni giorno più popolare: la Banca centrale europea ha in mano la chiave che apre la porta alla soluzione della crisi del debito sovrano, ma si rifiuta di usarla. Secondo tale teoria, tutto ciò che la Bce dovrebbe fare per mettere a segno il silver bullet ammazzacrisi consiste nella progressiva e continua monetizzazione del debito sovrano in essere, cominciando da quello di Grecia e Italia. Così facendo la Bce stabilizzerebbe i mercati e ridurrebbe i tassi d’interesse che i governi devono pagare. In secondo luogo questo permetterebbe alle banche che tale debito detengono di ricapitalizzarsi automaticamente grazie alla rivalutazione del portafoglio che tale variazione di prezzo indurrebbe. In terzo luogo, si argomenta, la riduzione delle tensioni sul proprio debito permetterebbe ai paesi in maggiore difficoltà d’impegnarsi in misure di stimolo alla crescita che, su questo almeno siamo tutti concordi, è l’unica vera soluzione di lungo periodo alla crisi del debito pubblico. Paul de Grauwe si è preso la briga di articolare tale teoria per esteso, ma essa sembra condivisa da un numero sempre crescente di commentatori. Fra essi Martin Wolf dal cui invito a Mario Draghi a “essere coraggioso” e “spegnere il fuoco” monetizzando il debito – Financial Timesdel 25 ottobre – ho estratto le tre affermazioni precedenti.

A UN ESAME minimamente attento esse risultano destituite di ogni fondamento: pericolose fantasie di apprendisti stregoni. Monetizzare il debito costituisce un rimedio indolore visto che tutto ciò che si chiede alla Bce di fare consiste nell’espandere la massa di euro in circolazione creandoli ogni volta che ne abbia bisogno per acquistare Btp, Bonos o, più raramente, Bund. Che la Bce si sia rifiutata per almeno due anni di adottare una soluzione così semplice alimenta il sospetto che i signori che siedono a Francoforte non vogliano fare gli interessi dei paesi membri, ma degli “speculatori” o di altri soggetti non ben identificati che dalle miserie europee traggono profitto. Tale tesi sembra essere diffusa fra coloro che si considerano favorevoli agli interessi del popolo e opposti a quelli dei banchieri.    Le recenti manifestazioni degli “indignati” hanno individuato nelle Banche centrali il peggior nemico perché esse hanno operato e operano per salvare le banche private rifiutandosi, al contempo, di stampare i miliardi di euro che ci farebbero uscire dalla crisi. Interessante teoria. In Italia – guarda caso – la fantasia in questione sembra essere condivisa da commentatori che coprono l’intero spettro politico. Un consenso malaugurato perché, come gli eventi degli ultimi giorni dimostrano, sarebbero proprio i lavoratori e i giovani italiani in cerca d’un futuro migliore a rimetterci di più, dovesse Mario Draghi seguirne le prescrizioni.

Da circa sei mesi a questa parte assistiamo ad un pericoloso braccio di ferro fra governo Berlusconi e Bce. Noi non intendiamo riformare il Paese, facciamo solo finta – dice il primo – voi dovete comprare il nostro debito e tenerci a galla perché se cade il debito pubblico italiano cade il mondo. La lettera piena di finte promesse con la quale Berlusconi si è presentato a Bruxelles due giorni fa è solo l’ultimo tentativo di prendere in giro (e ricattare), l’Europa intera. Se, per un cambio di politica della Bce, dovesse scomparire anche quel minimo di pressione che, via quotazioni del debito, i risparmiatori (italiani, anzitutto) stanno esercitando sul nostro governo perché qualche misera riforma venga adottata, cosa pensate accadrebbe? Questo governo abbandonerebbe anche la pretesa di riformare il Paese e tornerebbe alle attività che sappiamo interessare davvero il primo ministro e i suoi soci. Non è forse successo questo anche nella Spagna di Zapatero, dove ogni riforma è avvenuta sotto pressione dei mercati e dove le riforme si sono immediatamente bloccate appena la tensione è diminuita?    In chiunque alberghi la speranza che si adottino quelle riforme che darebbero ai giovani una mezza possibilità di crescita economica futura deve anche sperare che la Bce non ceda alla tentazione di monetizzare il debito, ma continui invece a tenere i governi sulla corda, torcendo loro il braccio perché almeno qualche cambiamento lo introducano. Come Martin Wolf osserva, monetizzare il debito è la maniera più rapida di salvare le banche. L’analogia con quanto fatto nel 2008-2009 negli Usa è palese: la Fed salvò le banche Usa ritirando dalle medesime il debito ipotecario a rischio di default e sostituendolo con dollari nuovi di zecca. La fantasia che stiamo discutendo sostiene che occorre fare lo stesso con le banche europee e il loro debito sovrano. Come negli Usa si salvarono anche i banchieri e i bancari che avevano fatto quegli investimenti erronei, così si suggerisce di fare in Europa con i bancari e i banchieri che hanno erroneamente investito in cattivo debito pubblico. Se si fosse dato ascolto a tali teorie, invece di tosare chi ha malamente investito in Grecia, come si sta arrivando a fare, li si sarebbe indennizzati per la loro dabbenaggine. Come negli Usa, si finirebbe per usare soldi pubblici non solo per tenere in piedi il sistema finanziario (cosa ragionevole) ma per salvare azionisti, creditori e manager incompetenti di banche private. In che senso una tale politica sia favorevole al popolo lavoratore qualcuno dovrebbe avere la cortesia di spiegarlo.

INFINE IL RISCHIO di azzardo morale che, imitando il peggior Larry Summers, i teorici del silver bullet ammazzacrisi ritengono irrilevante e invece è gigantesco. Monetizzare il debito costituirebbe l’ennesimo condono tombale dell’area euro. Ne abbiamo avuto già troppi e ne stiamo pagando le conseguenze. Le regole di Maastricht erano – come molti economisti sostenevano inascoltati 15 anni fa – sia inconsistenti che troppo deboli, ma erano delle regole. Il peccato originale consistette nella decisione, tutta politica, di violarle fin dall’inizio. A tale stupro ne fecero seguito altri mentre la politica di tassi bassi facilitava l’esplosione del debito. Alla luce di quanto ora accade, io chiedo: davvero il rischio morale è irrilevante? Se anche quest’ultima regoletta venisse violata imponendo alla Bce di acquistare debito pubblico ad libitum, cosa pensate succederebbe fra qualche anno? Il conto per le fantasie degli eterni apprendisti stregoni lo paga sempre il popolo lavoratore, non scordiamocelo.

di Michele Boldrin, Washington University in St. Louis, IFQ

Sarkozy e la Merkel a Bruxellese durante il vertice sulla crisi (FOTO LAPRESSE)

28 ottobre 2011

Il trucco del fondo salva Stati

I mercati hanno festeggiato all’annuncio delle trovate di ingegneria finanziaria che dovrebbero portare il fondo salva Stati Efsf a disporre di mille miliardi di euro per sostenere il debito dei Paesi in difficoltà. Ma come funzionerà il meccanismo? Nessuno lo sa. I dettagli li definiranno i ministri delle Finanze europei. Mercoledì il Parlamento tedesco ha deliberato che l’impegno della Germania nel fondo salva Stati non aumenterà rispetto ai 211 miliardi previsti. La sera stessa la Commissione Ue dice di avere trovato un accordo sulla ricapitalizzazione delle banche: gli istituti di credito saranno obbligati ad aumentare il proprio patrimonio chiedendo risorse al mercato, se non fosse sufficiente interverrebbero gli Stati e se questi non hanno i soldi possono usare i fondi del Efsf. Il meccanismo sarà testato subito dalle banche greche che si troveranno in condizioni di insolvenza non appena sarà decisa la percentuale di perdita che dovranno subire sui titoli di Stato. Ma nessuno sa qual è la reale situazione di liquidità del sistema bancario greco. Non sapendo questo non si sa neanche quanti soldi rimarranno al Efsf. Al momento solo 220 miliardi non sarebbero ancora impegnati: non si tratta però di cash bensì di garanzie perché il fondo è garantito dagli Stati, ma deve ancora raccogliere i soldi dagli investitori sul mercato. In pratica il fondo si indebiterà per comprare altro debito, se il debito comprato non verrà ripagato allora gli investitori saranno ripagati dagli Stati garanti. Vi siete persi? C’è qualche complicazione ulteriore. Il fondo potrà conferire le garanzie rimaste in un nuovo veicolo finanziario che sarà aperto ai “fondi sovrani” che dovrebbero a loro volta conferire garanzie o soldi per poi garantire il 20 per cento delle nuove emissioni obbligazionarie dei Paesi che ne facciano richiesta. Il nuovo strumento ha l’acronimo di SPIV, (special purpose investment veicle) ma, per ironia della sorte, in inglese la parola spiv significa trafficone, maneggione. Sarkozy si è preso l’impegno di presentare lo SPIV al presidente cinese nella speranza di un contributo di Pechino alla salvezza dell’Europa. L’area economica più ricca del mondo chiede aiuto ai paesi meno sviluppati ma più virtuosi del mondo, perché le nazioni europee più forti si rifiutano di continuare ad aiutare i paesi più deboli dell’area euro. Dalla tortuosità del ragionamento si capisce che questo progetto non ha le gambe lunghe e si arenerà in poco tempo.    http://www.superbonus.name, IFQ

28 ottobre 2011

Vespa, l’Apicella in penna che riscrive gli amori di B.

Ecco, meno male che c’è il David Irwing di Arcore, per fortuna che c’è il geniale revisionismo berlusconiano che rimette le cose a posto quando le nostre certezze vacillano. Proprio nel giorno in cui saltano fuori dalle inchieste le prove materiali dei pagamenti bancari alle fanciulle dell’Olgettina, le tracce dei generosi flussi di denaro che si vanno a sommare ai già cospicui fondi stanziati dal welfare del silicone gestito dal sempre più ieratico ragionier Spinelli, proprio mentre sull’onda di questa contabilità satirisiaca stavamo per farci l’idea che il beneamato presidente del Consiglio avesse qualche cedimento pericoloso nel campo della sexual addiction lautamente retribuita, ecco, per fortuna è arrivato Bruno Vespa.    Ogni epoca e ogni grande leader hanno il loro bardo, il loro fine letterato, il loro cantore. Silvio e l’Italia hanno avuto la fortuna di ritrovarsi lui. E non è certo rimasto con le mani in mano, Berlusconi, se è vero che l’ultimo capolavoro letterario dell’Omero azzurro viene anticipato con un numero quasi monografico del settimanale della casa editrice del premier, dedicato al premier, che anticipa un libro sul premier, pubblicato dalla casa editrice del premier. Vi siete persi? Spero di no.

Ecco il titolo della primizia scritta dal Polibio di Segrate: “Io e le donne”. Esattamente come David Irwing ha il grande fascino persuasivo dei professionisti della riscrittura della memoria, e ha il talento raro di chi riesce a convincere qualcuno che le camere a gas erano degli impianti di ventilazione per dei forni da pizza, noi quando leggiamo Vespa restiamo incantati e ammirati e diventiamo capaci di credere ogni cosa. Irwing, prima di dedicarsi alla difficile impresa di dimostrare che Auschwitz era un parco a tema sul lavoro, era uno dei più brillanti storici della Seconda guerra mondiale. Vespa, prima di calarsi nella mission impossibile di dimostrare che Berlusconi è un distinto signore che quando parla di una delle sue escort dice: “La signora D’Addario”, era il direttore del Tg1 dell’Italia democristiana. Ora l’editore di riferimento è cambiato, e la penna di Vespa vola. Prendete questo assaggio. Credevate che Berlusconi dedicasse troppo tempo alle sue cene eleganti? Ecco che arrivano le vite parallele dell’Erodoto di viale Mazzini. Da cui si evince che “Mitterrand ha avuto un numero di donne incalcolabile” e che ha nominato primo ministro “una favorita, Edith Cresson”, definita “una pupa nel serraglio”, nientemeno che da quel compassato osservatore delle cose francesi che risponde al nome di Jean Marie Le Pen. “Anche Jaques Chirac – aggiunge il Tolkien del biscione – era un professionista del sesso”. E quel vecchio porco di Martin Luther King, che Dio lo abbia in gloria, “Sarebbe stato protagonista di un’orgia – ci spiega Vespa – prima di pronunciare il discorso che lo avrebbe consegnato alla storia: ‘I have a dream”. Povero Silvio: egli, spiega Vespa, è molto più morigerato di un reverendo, ma “la sua bulimia sessuale e le sue imprudenze sono imperdonabili”, spiega “perché non ha la protezione socio-istituzionale che hanno gli altri capi di Stato”.

Subito dopo, il Tucidite di Palazzo Chigi illustra una meravigliosa tesi sulla fedeltà coniugale di Berlusconi (che tutti i mariti vorrebbero applicare, ma a cui forse anche la signora Vespa risponderebbe con il mattarello). Eccola: “L’affetto per Veronica portò il marito a manifestare ‘il desiderio’ per altre donne. Credo – aggiunge il Lewis Carroll della Rai – che ci sia stato un patto di reciproca libertà, vincolato tuttavia a una discrezione che il Cavaliere ebbe qualche difficoltà a rispettare”. Segue un impietoso scavo biografico: “Nell’arco dei suoi sessant’anni di vita sessuale Berlusconi non è mai stato monogamo”. Dopo il celebre 25 aprile a Onna, “Dove Berlusconi con al collo il fazzoletto della Brigata Maiella giustamente il Claudio Pavone di Casalecchio sul Reno – pronunciò un discorso unitario da autentico statista”, accade il fattaccio: “Purtroppo l’indomani andò a festeggiare il diciottesimo compleanno di una ragazza”. Ma ecco che il Berlusconi del revisionismo vespista chiarisce subito tutto: “Non ho mai sfiorato Noemi”. E Tarantini? “Non avevo nessun motivo per diffidare di lui. Frequentava la migliore società barese, era accreditato presso gli amici di D’Alema, era vicino al presidente della regione Sandro Frisullo”. In pratica un Lord. “Persino intimidito”, come spiega un altro testimone impietoso della storia evocato da Vespa “Alfredo Pezzoti, 48 anni, da un ventennio maggiordomo di Berlusconi a Palazzo Grazio-li”. Fantastico, Alfredo: “Che io ricordi, degli ospiti di Tarantini, qui si è fermato solo la signora D’Addario”. E Ruby? “Lei stessa – dice il Berlusconi alla doppia panna di Bruno – ha giurato di non aver avuto da me neppure una avance”. La Minetti? “Aveva l’incombenza di sentire Ruby per sapere se stesse bene”. La Carfagna? “Se non fosse stata mia amica, forse, non sarebbe diventata ministro”. Attendiamo trepidanti il prossimo best seller dell’evangelista di Porta a Porta: “Gesù Cristo è morto di freddo”. Molto più che un novello Sant’Agostino, Bruno Vespa è già diventato un Apicella in prosa.

di Luca Telese, IFQ

28 ottobre 2011

La paga del sabato sera

Il circo di Arcore costa al premier un miliardo di euro per appena trenta mesi. Mille milioni per tenere in piedi il tendone di festini, ville, favori ad amici e politici, regali all’infinita schiera delle bunga girls e aiuti vari agli immancabili conoscenti bisognosi. Le spese di gestione di Silvioland non possono essere smentite: sono impresse sul conto corrente 129 acceso da Berlusconi al Monte dei Paschi di Siena. Uno dei tanti depositi di cui dispone il premier e l’unico finora entrato nelle carte delle inchieste che lo coinvolgono, in particolare il commissariamento della banca di Denis Verdini e il caso Ruby. Complessivamente i pm di Firenze e Milano hanno acquisito i movimenti bancari del conto 129 nei periodi compresi tra il gennaio 2007 e il giugno 2008 e da gennaio a dicembre 2009. In questo arco di tempo il premier ha entrate per 810 milioni 142 mi-la euro ma le uscite sono superiori: 988 milioni 73 mila euro. Il circo, del resto, costa.

Full optional

Duecentocinquamila euro se ne vanno in un attimo per l’acquisto di nove Mini, di cui una full optional da 37 mila euro, per le ragazze dei festini, quelle alloggiate nel residence di via Olgettina a Milano. Al ragionier Giuseppe Spinelli, che con l’aiuto di Nicole Minetti, saldava i conti delle bunga girls, dall’affitto alle bollette della luce, il premier versa complessivamente 1,9 milioni. Altrettanti ne vengono distribuiti a una ventina tra attrici, starlette, ballerine, che in modi diversi fanno almeno una comparsa negli spettacoli del circo. Ma il premier si cura anche degli affetti. Al fratello Paolo versa 48 milioni di euro, mentre ai figli di prime nozze Marina e Pier Silvio bonifica mensilmente cifre comprese tra i 100 e i 150mila euro. Infine i costi delle residenze. Ogni trenta giorni circa, il premier invia tra i 30 e i 50 mila euro a Mario Fundoni, il fidato custode di villa La Certosa. Altrettanti bonifici, per i medesimi importi, vanno alla società Calagrande per l’affitto di Palazzo Grazioli. L’immobiliare è di Marco Iannilli e, almeno nel 2008 aveva sede presso lo studio romano di Cesare Previti. Le tre location preferite dal premier per le nottate a ritmo di bunga bunga non esauriscono la lista delle spese del capitolo abitazioni. Ci sono anche quelle nuove, da costruire. Non in Brianza, ma in uno dei paradisi fiscali dei Caraibi: Antigua. Per un complesso di oltre venti ville il premier spende 16 milioni di euro. Un altro lo versa in diverse tranche al fidatissimo architetto Gamonti che cura il progetto.

Il fido Marcello

I movimenti bancari del Cavaliere sono finiti nell’inchiesta fiorentina che vede Denis Verdini indagato per associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e Marcello Dell’Utri per appropriazione indebita con altre 53 persone per finanziamenti e prestiti milionari concessi senza garanzie dal Credito cooperativo fiorentino, oggi commissariato, del coordinatore nazionale del Pdl. Durante le indagini sull’istituto di credito è emersa la particolare posizione di Dell’Utri: il senatore aveva un’esposizione di 7 milioni di euro. Ad aiutarlo è intervenuto, il 22 maggio 2008, l’amico benefattore Silvio con un prestito infruttifero di 1,5 milioni partito dal conto corrente numero 129. I pm toscani hanno così chiesto ai Carabinieri del Ros di verificare i movimenti del deposito. Alzando il sipario sulle spese del circo.

La scia Fininvest

Dal conto partono fondi anche per l’imprenditore Renato Della Valle. L’unico che riceve un prestito e ne restituisce una parte, 800mila euro nel 2008 e 250 mila nel 2009. La fondazione intitolata all’amato Bettino Craxi riceve 200mila euro, mentre la storica fedelissima assistente del premier beneficia di un versamento: il 17 aprile 2008 per 1,4 milioni. Tra gli amici spunta il senatore del Pdl Salvatore Sciascia che beneficia di un bonifico di 500mila euro. Sciascia, ex ragioniere della Fininvest, era stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a 2 anni e 6 mesi per la corruzione di alcuni membri della Guardia di Finanza. Confessò di aver versato personalmente quattro tangenti da 100 milioni di lire l’una, con l’intento di ammorbidire le verifiche fiscali sulle società Fininvest, Mediolanum, Mondadori, Edilnord e Telepiù. L’attuale senatore disse che i soldi per le tangenti glie-li aveva dati Paolo Berlusconi. Altro politico a beneficiare dei fondi del premier è Umberto Scapagnini, ex sindaco di Catania, che riceve sessantamila euro.

Ruby e le 26 dame

Trasferimenti da 15mila euro a 3 milioni ciascuno, per 26 donne diverse. Una buona fetta è finita già sotto i riflettori per il caso Ruby e i loro nomi sono presenti anche nelle carte dell’inchiesta in cui il premier è indagato per prostituzione minorile. Dall’Ape Regina Sabina Began – che riceve 50mila euro con un bonifico del marzo 2008 – a Barbara Matera che con 3 bonifici racimola 95mila euro. Ecco le new entry, le cui posizioni sono ancora da definire che però, sono finite nelle carte dell’inchiesta della Procura di Firenze. 325mila euro dal gennaio 2007 al marzo 2008 a favore della “figlioccia” di battesimo Isabella Orsini che riceveva 50mila o 100.000 euro. Evelina Manna, che si accreditava come la signora segreta del capo del Governo viene “retribuita” con 700mila euro mentre ne arrivano 300mila alla “arcorina” Albertina Carraro. Altre beneficiarie sono showgirl, aspiranti soubrette e giovani partecipanti delle feste del premier finite nelle carte dell’inchiesta Ruby e oggetto di altri “regali”. Ci sono anche Friederike Girth che riceve 115mila euro in 4 tranche, Cristina Ravot 150.000, Valentina Frascaroli 45.000. Mentre Alessandra Sorcinelli appena 30mila in tre parti. Oltre a Francesca Impiglia e Claudia Galanti Ortigoza spuntano nomi nuovi come Natalia Mesa Bush (20.000 euro), Kutyle Rasa che ne riceve 220.000, Licia Emanuela Zonin 19.000 (con bonifico del 23.2.2011), Julia Eli Espino Coque 200.000 (prestito infruttifero con bonifico del 27.5.2008), Angela Immacolata Di Ninni 50.000. E ancora, nelle carte si trovano Raissa Skorkina che riceve bonifici per 150.000 e per 40.000 euro, la già nota Virginia Sanjust 170.000 euro. Ancora: Michelle Nouri, Antonietta de Pascale 20.000, Assunta Fortunato 100mila euro, Rosangela Pruna 40.000, Renata Teixeira Nune 25.000, Angela Sozio 38mila, Giuliana Speziale alla quale arrivano ben 3 milioni di euro. Infine Isabella Orsini, principessa per matrimonio (con il belga Edouard Maloral de Ligne): 275 mila euro in In questo vortice di donazioni, regali e generosi pensieri a attrici e ballerine di bunga bunga spunta un bonifico di 20mila euro a Radio Maria.

Il coordinatore PdL

Ma le spese folli il Cavaliere può permettersele. Lo stile di vita a sei zeri contagia anche i suoi uomini. Come Verdini, che però ha entrate a dir poco inferiori. E finisce nei guai. Le finanze dell’onorevole sembrano piuttosto in affanno. Gli atti dei Ros ricostruiscono i movimenti vorticosi sui conti correnti del coordinatore Pdl. A cominciare da quei 250mila euro pagati per comprarsi una Maybach 57. O i 100mila euro spesi in un atelier dell’esclusivissima Crans Montana. Il Credito Cooperativo Fiorentino (definito ieri dai pm “una scatola vuota”) puntella le traballanti casse della famiglia.

Dalle tasche di Verdini escono tanti soldi. Ma ne entrano anche. Dalle informative dei Ros emerge che su un conto del Ccf intestato al coordinatore Pdl presso la Elacont Srl (società del commercialista Luciano Belli) vengono accreditati dieci bonifici per un totale di 1,3 milioni. Somme, annotano i Ros, provenienti da persone fisiche e giuridiche di “interesse investigativo”. Tra cui le cementerie Barbetti, della dinastia impegnata nell’editoria (Corriere del-l’Umbria) e nel cemento. Maria Antonietta Barbetti è tra i 55 indagati nell’inchiesta. E proprio per i cementifici di famiglia, Verdini si spese come è emerso da una gustosa intercettazione dell’inchiesta sugli appalti del G8. Tutto ruota intorno alla commessa per la realizzazione di autostrade tra Marche e Umbria. Ad aggiudicarselo un gruppo di imprese tra cui quelle di Riccardo Fusi, amico fraterno di Verdini. Rocco Girlanda, parlamentare Pdl nonché amministratore del Corriere dell’Umbria, si adopera perché le forniture di cemento per la grande opera siano effettuate dai Barbetti (un affare da 40 milioni).

di Sara Frangini Ferruccio Sansa e Davide Vecchi, IFQ

28 ottobre 2011

Pm ricusato: è nervoso

Come ampiamente previsto, dopo il Giornale e il Corriere, anche Libero che era rimasto fermo un giro è corso a difendere il codicillo ad personam post mortem contra Veronicam inserito nel decreto sviluppo (di Piersilvio e Marina): “La nuova legge sull’eredità la vogliono le aziende” (soprattutto quelle di B.). Poi tutti a elogiare la pensione baby di madama Bossi, che la percepisce da quando aveva 39 anni, ma anche la proposta del padrone di mandare gli altri in pensione a 67. E tutti a stigmatizzare la grave scorrettezza di Fini, che ha ricordato perché Bossi non vuol alzare l’età pensionabile (anzitutto della sua signora): vergogna, tirare in ballo i parenti, si dimetta. A dirlo sono gli stessi che da due anni lo tirano in ballo per l’alloggio affittato dal cognato. Pur di dare sempre ragione al padrone, qualunque cosa faccia o dica o rutti, i suoi trombettieri si venderebbero madre, moglie, sorella e figlia. Ferrara all’inizio stravedeva per Sarkozy, lo chiamava Berlusarkò o Sarkoni, poi quello s’è messo a ridere alla parola “Berlusconi” e allora dàgli ai francesi, che fra l’altro sono tutti froci. E nuvole d’incenso per le figuracce del padrone in mondovisione. Ieri, sul Foglio, Lanfranco Pace lo paragonava a Kruscev all’Onu con la scarpa in mano: “Non sappiamo che farcene delle buone maniere… Meglio il cucù, l’impulso di farsi fotografare ‘ponendo cuernos a Piqué’ (le mitiche corna al vertice di Caceres, ndr), tirare fuori il kapò… la gaffe, la battuta da caserma, lo scandalo birichino… Viva lo sberleffo, la piazzata… il gesto stravagante, clamoroso”. Un po’ come il rogo di Primavalle e i gesti stravaganti, clamorosi dei Co.co.ri di Pace, Morucci, Piperno, Maccari: le risate. Ora bisogna prepararsi alle future battaglie stravaganti, clamorose. Per esempio quella per giustificare il padrone che al processo Mills non si farà interrogare perché, spiega l’on. avv. Longo, “il Presidente risponderebbe pure, ma non a un pm nervoso come il dottor De Pasquale”. Ecco una nuova regola da inserire nella riforma epocale della giustizia. Non solo il pm non dev’essere comunista, giustizialista, golpista, cancro da estirpare, antropologicamente diverso dal resto della razza umana, né tantomeno animato da accanimento giudiziario (chi indaga su B. deve lavorare svogliatamente, con levità e spensieratezza, usando la mano sinistra, mentre gioca a battaglia navale): ma soprattutto non deve essere nervoso. Altrimenti peggio per lui: non ha diritto di interrogare il premier. Il fatto che i pm possano essere innervositi dalle carrettate di insulti subìti in questi anni, dalle mazzette pagate ai e alle testimoni perché dicano il falso, dalla vagonata di leggi fatte apposta per mandare in fumo indagini e processi, per cancellare i reati, per estinguere i dibattimenti in anticipo con la ex Cirielli, la prescrizione breve e il processo lungo, o per sfuggire alla Giustizia con i lodi Schifani e Alfano, coi legittimi impedimenti e anche con quelli illegittimi, coi conflitti di attribuzioni e così via, non rileva. Il pm dev’essere sereno a prescindere. E come si fa a stabilire se è nervoso? Decide l’unico dominus del processo: l’imputato. Viene in mente lo sketch di Corrado Guzzanti nei panni del mafioso in gabbia che si fa portare i tre giudici: “Chillu altu non mi piace, tiene la faccia di minchia, prevenuta, ha già la sentenza in testa, non mi convince. Fuori. ‘U sigalignu si girasse e facesse vedere i mani… No, non mi piace, tiene le mani prevenute, è un minchia, un quacquaracquà, che mi rappresenta? Fuori. Puro le femmina non mi piace, picchì intantu è fimmina, poi tiene i capelli rossi, prevenuti. Se ne può andare… Ma è proprio l’ambiente che non mi piace, voglio cambiare città, chiedo di essere giudicato a Honolulu”. Era il 2002, ai tempi della legge Cirami sul legittimo sospetto. E Corrado pensava di scherzare. Invece stava solo anticipando di dieci anni il prossimo editoriale unificato di Sallusti, Belpietro, Minzolingua e Ferrara.

di Marco Travaglio, IFQ

27 ottobre 2011

La mafia convive con lo Stato

Pubblichiamo la prefazione di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Dda di Palermo, a “Mafia Spa” di Benny Calasanzio, uscito ieri. Il libro, attraverso una cospicua mole di dati e documenti, cerca di offrire un panorama completo sugli affari delle mafie, sugli investimenti e le infiltrazioni nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni italiane.    Non è il primo libro sulla mafia e non sarà certamente l’ultimo, perché la letteratura che si è formata intorno a questa materia è ormai ampia e affollata di titoli. Questo non è un titolo fra i tanti, anche perché ha un approccio diverso da quelli tradizionali. I libri di mafia, infatti, generalmente si dividono in due categorie: i saggi che analizzano da angolazioni diverse l’universo mafioso, e i libri di memorie, biografici o autobiografici che siano. Il libro di Benny Calasanzio trova la sua originalità e il suo merito nel saper integrare i due punti di osservazione, usare i due stili, intrecciare le due impostazioni, riuscendo così a sviluppare un doppio discorso, senza confusioni di piani e senza approssimazioni di superficie.    Si tratta, infatti, in primo luogo, di un libro straordinariamente documentato che perciò, sulla base di studi e pubblicazioni ufficiali, ci fornisce dati, numeri, schemi, prospetti, elenchi, percentuali, statistiche. Insomma, una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria di oggi, la “Mafia Spa” appunto. Quel “sistema criminale mafioso” emerso in questi anni e che emerge giorno per giorno da ogni indagine, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino, fino a Reggio Calabria, in un intreccio di affari e poteri che ha fatto di tutte le organizzazioni mafiose un solo network criminale integrato. La stagione della mafia corleonese è stata una parentesi e tale è destinata a rimanere, al di là della mitografia che si è costruita attorno alla famiglia mafiosa dei Riina e dei Provenzano. E perfino la strategia stragista corleonese è stata una parentesi nella storia della mafia, perché la strategia naturale di Cosa nostra non è mai stata quella “eversiva” della contrapposizione militare, della guerra contro lo Stato. Il delirio di onnipotenza di Salvatore Riina e compagni, nonostante gli esiti benefici della “trattativa” con lo Stato, che ha consentito alla mafia di stipulare una vantaggiosa tregua, è stato accantonato, chiuso dentro una parentesi. L’estenuante “braccio di ferro” con lo Stato non poteva proseguire in eterno e anche perciò da allora la mafia è cambiata, ha mutato strategia, ha scelto itinerari più tradizionali.

ECCO QUINDI, che adotta la strategia della sommersione, cerca di dare l’illusione di essere scomparsa, e invece si inabissa. E la strategia dell’invisibilità dà luogo e spazio alla mafia finanziaria, l’unica che consente periodi di sommersione. La mafia smette le bombe e indossa i guanti, e non è un caso che, contestualmente, si registri un mutamento “classista” ai vertici di Cosa nostra: agli esponenti dello stragismo, corrispondenti al cliché del mafioso, subentra la mafia dei “colletti bianchi”, come dimostrano le vicissitudini di un mandamento mafioso strategico come quello di Brancaccio, alla cui guida dei fratelli Graviano, protagonisti ed artefici della stagione stragista del ’92-93, subentra un medico come il dottor Filippo Giuseppe Guttadauro, capace di gestire indifferentemente gli affari della famiglia e le sorti della politica locale e della sanità pubblica e privata. Insomma, potremmo dire che il sistema mafioso è entrato in clandestinità. E meglio sarebbe dire che la mafia è entrata in una fase di mimetizzazione, per farsi dimenticare dall’opinione pubblica nazionale, ma soprattutto per mimetizzarsi nei meandri del fenomeno della globalizzazione, per mischiare meglio flussi del denaro sporco e profitti dell’economia lecita, perciò sperimentando nuovi settori e nuovi territori di investimento. Il testo di Calasanzio, nel consegnarci questo panorama, è completo e convincente. E soprattutto documentato, perché ricostruisce come la mafia stia diventando sempre più sistema economico integrato dell’illegalità, grazie al suo sempre più diffuso e stabile insediamento nei territori delle regioni più ricche del Nord Italia e alla sua penetrazione in settori economici prima sconosciuti, dalle “ecomafie” alle “agromafie”, fino alle varie e più fantasiose forme di riciclaggio, senza dimenticare mai le forme più tradizionali, dal racket agli appalti. Ma l’aspetto più originale del libro è che l’analisi delle più recenti evoluzioni del fenomeno mafioso si inserisce nella storia personale di chi la mafia l’ha subita sulla propria pelle, avendo avuto familiari vittime di mafia: Giuseppe e Paolo Borsellino, nonno e zio dell’autore, piccoli imprenditori uccisi a Lucca di Sicilia per aver osato sfidare il sistema criminale mafioso. Una vicenda che ovviamente ha dato una speciale sensibilità all’autore, che perciò ha deciso, accanto alla radiografia della mafia, di raccontare anche le storie delle vittime di mafia, da quella del nonno e dello zio a quella di Franca De Candia, vittima del racket dell’usura e della burocrazia statale.

UN QUADRO disperato e pessimista? No, soltanto uno sguardo lucido e spietato sull’Italia di oggi, che sfata il luogo comune di una mafia in ginocchio e ci ricorda invece che la “Mafia Spa” è la prima azienda nazionale, in termini di fatturato, dall’alto del suo giro d’affari pari a 138 miliardi di euro l’anno. Ma, nel contempo, anche un atto di grande fiducia nella possibilità dei cittadini “consapevoli” e “attivi” di cambiare le cose, espresso con la dichiarata adesione finale al grido di battaglia di Salvatore Borsellino, fratello dell’”altro” Paolo Borsellino, il magistrato antimafia ucciso il 19 luglio 1992: “Resistenza!”. Un’adesione che è una scelta di campo, uno schierarsi, un appello ai cittadini-lettori per una nuova assunzione di responsabilità in una fase di delicata transizione del nostro Bel-paese.

di Antonio Ingroia, IFQ

27 ottobre 2011

La vendetta dell’etica

Forse fatichiamo a capirlo. Ma quel che sta accadendo è una grandiosa vendetta dell’etica sui suoi nemici. È la sua rivincita su chi l’aveva dileggiata in nome delle superiori ragioni dell’economia, della politica, del potere. Cacciata con superbia, ci ricade addosso travolgendoci. Il baratro economico è l’effetto di un collasso della fiducia. Ma la fiducia è una misura sintetica ed efficacissima di uno stato di salute e di una reputazione che, nel caso italiano, fanno drasticamente i conti con i fondamenti dell’etica pubblica. Basta dare storia e radici all’indebitamento contro il quale annaspiamo ormai impotenti. Non è forse, da sempre e ovunque, una primaria questione di etica pubblica l’atteggiamento dei cittadini verso il dovere di pagare le tasse?

E NON È nel nostro caso l’evasione fiscale un indicatore diretto, solare, della cultura civica praticata, vezzeggiata, giustificata anche dall’alto in nome di un consenso drogato e anarcoide? Altrettanto è una fondamentale questione etico-istituzionale quella del senso di responsabilità e del rigore con cui si amministrano i soldi pubblici. Valori irrisi. Eppure paghiamo oggi esattamente il saccheggio degli anni di Tangentopoli. I cui protagonisti, con le loro ruberie, fecero schizzare verso vette mai raggiunte (e a quanto pare irreversibili) i livelli del debito. Oggi, trent’anni dopo, quelle scelte sciagurate che ai protagonisti consentirono vite principesche ricadono su chi allora non era ancora nato. Sappiano i nostri figli chi ringraziare, con buona pace dei nostalgici della Prima Repubblica. Ma ha molto a che fare con l’etica anche la dissipazione delle ricchezze realizzata dalla Seconda Repubblica. Si pensi solo alla somma mostruosa (più di 60 miliardi) sottratta ogni anno alla collettività dalla corruzione, perseguita con leggi sempre più blande e anzi sdoganata con diffusi meccanismi di deresponsabilizzazione , come la trasformazione in una galassia di soggetti “di diritto privato” del sistema dell’economia pubblica.    Le grandezze economiche che ci inchiodano e ci rendono inquieti sul nostro futuro sono insomma figlie legittime di un preciso sistema di regole morali. Di un modo di intendere compiti, ruoli e doveri quando si operi nelle e al servizio delle istituzioni. Di una specifica qualità della solidarietà sociale. Di un senso dello Stato infermo. E anche della distruzione del circolo virtuoso delle democrazie, quello che stringe insieme consenso, potere e responsabilità.

FIGLIE DELLA convivenza di un potere senza responsabilità (il capo del governo), di un potere senza consenso (i Lavitola ministri degli esteri o i Bisignani vicepresidenti del Consiglio), di un consenso senza potere (gli organi elettivi, al di là delle leggi elettorali). Abbiamo anche scoperto che l’etica privata ha un’autonomia del tutto relativa. Che i comportamenti privati di chi ha funzioni istituzionali tracimano a un certo punto, e necessariamente, nella sfera dei comportamenti degni di pubblico giudizio (altro che buco della serratura…). E concorrono a generare o distruggere fiducia. O pensiamo forse che i risolini imbarazzati di Sarkozy e della Merkel non esprimano una “sfiducia” che in loro, come in tutta l’opinione pubblica internazionale, si è sedimentata anche in virtù di un giudizio (radicale) su conclamati comportamenti “privati”? L’etica, purtroppo, restituisce i torti subiti con gli interessi, non risparmiando nemmeno la Costituzione. Quando il cancelliere tedesco telefona al presidente della Repubblica per avere ragguagli e certezze sulla manovra economica del governo, di fatto è stata cambiata la geografia costituzionale dei poteri, che ci piaccia o no. Insomma, la cenerentola dei congressi politici, l’ospite a stento tollerato nel Palazzo, sta trionfando. Avevano pensato di mandarlo in esilio, ma non ci sono riusciti. Perché l’etica si può umanamente trasgredire. Ma non la si può calpestare (Tangentopoli) e tanto meno rovesciare (Seconda Repubblica). Ci avevano detto che la legalità era bella ma impediva lo sviluppo. Ora impariamo che l’illegalità ci ha portato a un passo dall’abisso.

di Nando Dalla Chiesa, IFQ

27 ottobre 2011

Aversa, tagliano i fondi al ristorante strappato a Gomorra

L’anticamorra dei fatti, che produce belle esperienze di riscatto, sta per soccombere di fronte ai tagli di bilancio. È quel che sta accadendo a San Cipriano d’Aversa, paese cruciale nella mappa dei clan casalesi, dove il presidente della cooperativa sociale “Agropoli”, Peppe Pagano, il 17 ottobre ha iniziato uno sciopero della fame. Pagano protesta perché potrebbe essere costretto a chiudere il ristorante aperto dalla coop, la Nco (acronimo che è un gioco di parole: sta per ‘Nuova cucina organizzata’ e non per la ‘Nuova camorra organizzata’ di cutoliana memoria). E sarebbe davvero un peccato perché la coop, attraverso la Nco e utilizzando un bene confiscato al killer Pasquale Spierto, ha dato il via a un’iniziativa di grande rilevanza su un territorio difficile.

GRAZIE AI BUDGET di salute, che consentono progetti terapeutici individuali finalizzati all’inclusione sociale, la Nco si prende cura di persone con disabilità mentali e impiega alcuni di loro nel ristorante dove tra un piatto e l’altro si organizzano presentazioni di libri ed eventi anticamorra. Pochi giorni fa, però, la doccia fredda di una breve lettera dell’Asl: i soldi non ci sono, le persone in cura nella Nco vanno assegnati altrove. “Stanno silenziosamente smantellando il sistema dei budget di salute – afferma Pagano – così dovremo chiudere il ristorante che fattura 230.000 euro, dei 425.000 complessivi della coop, produce profitti coi quali abbiamo ristrutturato per la collettività il bene confiscato, e rappresenta un’ottima terapia occupazionale per persone che altrimenti finirebbero in strutture dove la malattia si cronicizza. Le coop non sono pagate da un anno, mentre i centri privati da sei mesi. In questo modo stanno delegittimando la nostra attività, ci lasciano soli di fronte alla criminalità organizzata. Noi siamo persone libere, e questo a qualcuno dà fastidio. Come probabilmente – conclude il presidente della coop – dà fastidio un sistema di assegnazione delle risorse sanitarie che non prevede gare e procedure dove la camorra può esercitare la sua ‘mediazione’”.

“NEGLI ANNI scorsi i ragazzi della Nco hanno subìto numerose intimidazioni – scrive la deputata del Pd Luisa Bossa in un’interrogazione – è assurdo che oggi siano le istituzioni, innanzitutto l’Asl, a compromettere quanto realizzato in anni di duro lavoro”. Pagano non è solo: ha da poco interrotto lo sciopero della fame perché la protesta prosegue attraverso una campagna di digiuno collettivo. Esponenti delle coop casertane, politici, semplici cittadini, sostengono la sua battaglia digiunando a turno per un giorno. E per difendere questa esperienza si è schierato anche Raffaele Cantone, l’ex pm che ha condotto le inchieste sulla camorra casalese. Sul blog che cura sul sito de Il Mattino, Cantone cita la Nco come un esempio “di antimafia vera, non quella parolaia molto di moda” e si chiede: “Da cittadino di queste terre, possiamo perdere un presidio di legalità vera? E’ mai possibile che la legalità si debba solo imporre con arresti e sequestri?”.

di Vincenzo Iurillo, IFQ

27 ottobre 2011

Coste distrutte, 15 radar in Sardegna anti-immigrati

Il mare c’è. Bello, limpido, con correnti non troppo pericolose. Perfetto per trivellare in cerca di petrolio. Il vento non manca: allora non si può rinunciare all’eolico. Alla faccia del danno all’ambiente. Ma soprattutto la Sardegna è un’isola, zeppa di vip, yacht, ville, moto d’acqua e navi che scaricano ostriche. Quindi è fondamentale la costruzione di radar, i migliori, per salvaguardare il territorio dallo sbarco di clandestini, attacchi terroristici, contrabbando e pesca illegale. E visto che ci siamo, meglio organizzare le cose in grande, per questo ecco pronti quindici Elm-2226, di fabbricazione israeliana, quattro assegnati alla Guardia di Finanza, gli altri alle capitanerie di porto. “È una follia. Arriveranno a circondare di filo spinato l’isola, solo per i loro interessi, senza tener conto delle conseguenze, sia riguardo alla salute dei cittadini, sia per la distruzione del territorio. È business, è potere”, spiega Caterina Pes, deputato del Pd, sarda doc, che sulla vicenda ha presentato più interrogazioni parlamentari. Ed ecco i soldi. Molti. Parliamo di un finanziamento ottenuto dall’Unione europea di oltre 66 milioni di euro in una prima tranche, ai quali andrebbero aggiunti altri 160. “È solo un comitato d’affari tra lo Stato italiano e l’industria israeliana”, incalza Claudia Zuncheddu, consigliere indipendentista della Regione Sardegna.

A PENSARLO sono anche le popolazioni coinvolte, terrorizzate dai possibili effetti nocivi legati alle radiazioni. I radar si comportano come dei fari, emettono fasci di microonde in grado di provocare, a chi ne è investito, “due differenti effetti – spiega la Pes –, a seconda dell’intensità: o danni immediati all’organismo, e parliamo di bruciature, gonadi e altro; oppure, quando le radiazioni sono più deboli ma prolungate, anche leucemie e linfomi”.    Tutto, in zone già ampiamente martoriate, con indici tumorali fuori da ogni media nazionale “a partire da Porto Torres, e in questo caso, il mio, è un parere da medico”, spiega la Zuncheddu. Lì, lato nord-ovest dell’isola, la possibilità di contrarre il cancro è quasi doppia rispetto alla media nazionale, come testimonia il registro tumori della provincia di Sassari: qui l’incremento tra gli adolescenti è del 3,8 per cento l’anno, a differenza del 2 riscontrato nel continente, dell’1 in gran parte dell’Europa e dello 0,7 negli Stati Uniti. Oppure il sud-est, vicino al poligono di Quirra, dove vogliono piazzare un paio di radar: già adesso circa il 65 per cento dei pastori è affetto da leucemia, qui sono nati maialini senza occhi né orecchie, o agnelli con due teste. E ancora il sud-ovest, Carloforte o Isola di San Pietro, luoghi famosi per le tonnare, dove i crudi di mare sono considerati una specialità: uno studio ha rilevato che il 40 per cento dei bambini ha disfunzioni alla tiroide. Poco lontano c’è il polo siderurgico di Portovesme dove sono in corso procedimenti penali per traffico di rifiuti industriali.

IL RISULTATO è che al solo parlare di radar, qualcuno si è incazzato. Le associazioni ecologiste si sono ribellate, gli interessati hanno organizzato occupazioni selvagge, presidi con bandiere, assalti per fermare le ruspe e in qualche caso blitz incediari “perché non ne possiamo più – racconta Roberto, quarant’anni, nato e cresciuto nel Sulcis –. Passano sopra le nostre teste come se nulla fosse, mentre in zone della Sardegna abbiamo indici tumorali altissimi! Altro che sole, mare, spiagge e natura…”. Il Tar di Cagliari è intervenuto: il 12 ottobre ha ordinato la sospensione dei lavori nei tre siti prescelti dalle Fiamme gialle, nel sud dell’isola, per pesanti incongruenze nelle valutazioni sulla sostenibilità ambientale e pareri frettolosi per non perdere i finanziamenti. “Ma non basta – continua la Pes –, ci riproveranno, magari otterrano una proroga dal-l’Europa, e ricominceranno a costruire e in zone anche protette”. È così. Una colata di cemento armato ha già intaccato Punta Scomunica, uno dei punti più belli dell’isola, posto dichiarato Parco Nazionale. A Sant’Antioco, il radar dovrebbe sorgere a Capo Sperone, vicino a Su Semafuru, area da poco restituita dai militari alla Regione. Nel cagliaritano, l’indice è verso Capo Spartivento, sottoposto a vincolo di conservazione integrale. E così via. Ma il livello massimo è quello raggiunto sulla costa occidentale, dove non incidono solo i progetti legati al pattugliamento delle acque. Nel golfo di Oristano, in un’area di 683 chilometri quadrati, e a una profondità compresa tra gli 80 e i 200 metri, la “Key Puma Petroleum” ha il via libera per trivellare. Ovviamente si è a ridosso di un’area marina protetta , ma una deroga non la si nega a nessuno: “Vede – interviene l’onorevole Pes –, nel 2010 in Italia sono stati estratti 5 milioni di tonnellate di petrolio, settecentomila dei quali, a mare. Vuol dire meno del 7 per cento dei consumi nazionali di greggio”. Insomma, briciole che mettono a rischio un ecosistema: “Pensi se accadesse nel Mediterraneo una tregedia simile a quella del Golfo del Messico. Devastante – conclude la Pes –. E per quattro soldi”.

AD ATTIRARE le grandi compagnie sono le tariffe, come denuncia un rapporto di Legambiente: in Italia si ottengono facilmente le autorizzazioni (alla faccia della burocrazia nostrana…) e i canoni di concessione annuali sono solo di 5 euro per chilometro quadrato, dieci volte in meno della Gran Bretagna. Ma l’energia non si ricava solo dal petrolio. Sempre qui, nel golfo di Oristano, hanno chiesto di realizzare un impianto eolico off shore. Tradotto: in acqua, verso Is Arenas-Sa Pallosu. Ottanta turbine, con pale alte circa 80 metri da inserire in un fondale di 35 metri. Addio turismo, addio pesca, addio ecosistema marino. Chi vende i progetti parla di futuro, progresso, migliori standard di vita. Chi è coinvolto ha qualche dubbio, che diventa certezza se pensa a tutte le volte che sono stati sedotti con le medesime scuse.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

27 ottobre 2011

La memoria di Schifani

Non si può querelare il proprio passato. E non bastano mille dichiarazioni di solidarietà da destra né mille bocche cucite, per opportunismo politico, a sinistra a nascondere la verità che è sotto gli occhi di tutti: il presidente del Senato ha un passato che non è all’altezza del suo presente. Tutti i politici di rilievo del centrodestra, da Angelino Alfa-no a Fabrizio Cicchitto, da Maurizio Lupi a Maurizio Gasparri, dal ministro Giorgia Meloni a Maria Stella Gelmini, da Franco Frattini a Sandro Bondi si sono esercitati in una gara di dichiarazioni roboanti dove si mescolano solidarietà e sdegno per confermare che Schifani non si tocca. Un messaggio confermato a sinistra, con linguaggio diverso, dai silenzi dei politici del Pd sull’uomo che a Palermo è accusato di essere nelle mani dei boss e a Roma è invocato come presidente di garanzia.

PER COMPRENDERE l’assurdità della situazione bisogna inserire le dichiarazioni del pentito (“Nicola Mandalà mi disse di stare tranquillo perchè eravamo coperti a livello nazionale con Schifani, che era collega di suo padre avvocato e suo ex socio”) nel contesto ambientale nel quale l’avvocato Schifani ha mosso i suoi primi passi. I personaggi del racconto nero di Lo Verso (condannato perché ha dato vitto e alloggio a Provenza-no) sono Nicola Mandalà, il giovane mafioso che ha accompagnato Provenzano in Francia e che è stato condannato per omicidio con sentenza definitiva e il padre, l’avvocato Antonino Mandalà, appena condannato in secondo grado per associazione mafiosa perché considerato il capo della mafia di Villabate a metà anni Novanta.

LE ACCUSE del pentito Lo Verso devono essere riscontrate ma si inseriscono in un contesto che resta pesante a prescindere. Renato Schifani è indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa da circa un anno (ben prima delle dichiarazioni di Lo Verso) perché parlano di lui in tempi diversi altri collaboratori di giustizia, da Gaspare Spatuzza a Francesco Campanella fino a Salvatore Lanzalaco. Campanella, l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate alle porte di Palermo, che ha fornito a Provenzano la carta di identità falsa per effettuare il viaggio con Nicola Mandalà in Francia per operarsi alla prostata nel 2003, aveva già parlato dei rapporti tra Schifani e Mandalà.    Dopo le dichiarazioni di Lo Verso, così come aveva fatto dopo le dichiarazioni di Campanella, Schifani ha risposto con un annuncio di querela. La stessa reazione che il presidente del Senato ha avuto contro Il Fatto Quotidiano che ha ripercorso i suoi trascorsi professionali e le sue avventure societarie con soggetti che poi, anni dopo, sono stati condannati o arrestati per diversi reati, anche di mafia. Il problema è che Renato Schifani continua a rispondere alle notizie che lo coinvolgono come un avvocato, mentre oggi è un presidente del Senato del quale si comincia a parlare come possibile candidato alla presidenza del Consiglio. Prima di querelare i pochi giornali che ancora osano porgli alcune semplici domande, dovrebbe rispondere, da politico, sul merito delle questioni. A partire da Villabate. Il problema infatti è che magari la confidenza riferita da Nicola Mandalà a Lo Verso (“abbiamo Schifani nelle mani”) non sarà vera, ma è vero il contesto all’interno del quale quella frase è inserita. È vero che Antonino Mandalà è stato socio tra il 1979 e il 1980 di Renato Schifani (il quale possedeva una quota del 3 per cento) nella società Sicula Brokers. È vero che quella società era piena di soggetti che anni dopo saranno arrestati, come Benni D’Agostino, poi condannato per mafia. Ed è vero anche che Nino Mandalà, secondo la sentenza di condanna per mafia appena confermata in appello, dettava legge a Villabate quando il sindaco era suo nipote, Giuseppe Navetta. Come è vero anche che il sindaco Navetta sceglie come suo consulente per le questioni urbanistiche, che stavano a cuore a Nino Mandalà, proprio Renato Schifani. Ed è vero anche che l’allora avvocato Schifani scopre di essere stato prescelto per questo incarico proprio nello studio legale di Enrico La Loggia (ex socio anche lui della Sicula Brokers con Mandalà e Schifani) proprio alla presenza di Nino Mandalà, accanto al sindaco Navetta.

SECONDO Campanella, nel-l’esecuzione di quell’incarico Mandalà avrebbe interessato Schifani per tutte le questioni che gli stavano a cuore. Il politico ha querelato il pentito e il Gip di Firenze Michele Barillaro ha archiviato con una motivazione favorevole a Schifani: “Gli atti del procedimento hanno fornito la chiara e inconfutabile prova che le dichiarazioni di Campanella relative alla persona ed al ruolo dell’avvocato Schifani non solo non abbiano avuto alcun positivo riscontro ma, anzi, siano risultate, in taluni casi, palesemente infondate”. Campanella è però tornato in procura per smentire le affermazioni di Schifani e per precisare e confermare il senso delle sue accuse. Saranno ora i magistrati di Palermo a dover stabilire la verità giuridica di questa vicenda. Ma le dichiarazioni di Lo Verso impongono a Schifani di chiarire una volta per tutte pubblicamente i suoi rapporti societari e professionali con Nino Mandalà. Non davanti ai giudici, come un indagato o un avvocato qualsiasi, ma davanti agli italiani come un presidente del Senato.

di Marco Lillo, IFQ

27 ottobre 2011

Logica berluscotelica

Intervistato da La Stampa sul suo nuovo libro “Ambiguità italiane. Note civili” (Garzanti), Claudio Magris parla della “crisi della logica” come conseguenza della “perdita della memoria”: “Nessuno quasi più ragiona con una logica che a noi sembra elementare. Non ci si può non porre il problema di cosa è successo nella testa delle persone, perché poi ogni ragionamento logico elementare non funziona, non fa presa, non ha alcun potere di convinzione… Tutto diventa possibile. Il problema della sintassi del nominativo e dell’accusativo non è un problema di filologia: se uno uccide un altro, bisogna sapere chi è soggetto o oggetto per sapere qual è l’assassino da mettere in galera, se no mettiamo in galera la vittima”. Fra i tanti, cita un esempio che viene dall’alto: “Ora si può dire, come disse il nostro presidente del Consiglio, che si possono non pagare le tasse. Che è come se un questore dicesse che si può rubare”. Tutto diventa possibile, poi qualcuno che lo giustifica ex post si trova sempre. L’altro giorno, tornando in Italia con le risate di Merkel e Sarkozy appiccicate addosso, B. sa di avere solo tre giorni per convincere l’Europa sullo sviluppo. E qual è il suo primo pensiero? Infilare nell’apposito decreto un codicillo che gli permetta di lasciare in eredità gran parte del suo patrimonio ai due figli di primo letto, fottendo gli altri tre e Veronica. Che c’entri questa legge ad personam post mortem con lo sviluppo, non è dato sapere. Ma era certo che nel giro di un paio di giorni i suoi trombettieri avrebbero trovato una giustificazione anche a quella. Infatti ieri, puntualmente, un’intera pagina del Giornale di Sallusti a firma Claudio Borghi, sotto la mega-testata “Le misure anti-crisi”, spiegava che “solo in Italia non si può diseredare”. Deplorava le solite opposizioni distruttive che hanno addirittura pensato “che la norma potesse essere utile a Berlusconi”. E invitava a “giudicarla per quello che è e non per i benefici (pure dubbi e post mortem) che ne potrebbe avere il presidente del Consiglio. Cerchiamo dunque di astrarci dal particolare e di considerare se una modifica del diritto di successione ereditaria avrebbe senso oppure no, se c’entri qualcosa con lo sviluppo oppure se si tratti di un pretesto”. Indovinate le conclusioni: ma certo, come no, “la legge sulle eredità è coerente con un qualsiasi piano che intenda attrarre investimenti e creare crescita”. La crescita di Piersilvio e Marina, ça va sans dire. Infatti, com’è noto, alle prime avvisaglie della crisi finanziaria mondiale, tutti i governi, da Obama a Sarkò, dalla Merkel a Cameron, si scapicollarono a porvi rimedio assicurando ai miliardari il diritto di diseredare le mogli e i figli sgraditi. Ma, conclude sconsolato il Borghi, “basta il coinvolgimento anche solo potenziale” di B. per innescare futili polemiche: “La faziosità politica viene prima della logica e del buonsenso”. Cioè: la norma fatta dal premier per fregare la seconda moglie e alcuni figli del premier è pura logica, puro buonsenso. La follia è tutta di chi la critica. Anche il Corriere, dopo aver attribuito all’Idv e solo all’Idv il pensiero malizioso che sia una norma ad personam, anzi contra Veronicam, è riuscito a trovare qualcuno diverso da B. che la sostenga: un’associazione chiamata Aidaf, mai sentita prima, che riunisce “200 famiglie imprenditoriali di peso, da Falck a Ferragamo, da Merloni a Tronchetti Provera, presieduta dal banchiere Maurizio Sella”. Poco importa se, fra gli otto estensori della proposta, c’è l’avvocato Cristina Rossello, che assiste B. nella causa contro Veronica. L’importante è che ci sia pure una deputata del Pd. Così il Corriere può parlare di “commissione bipartisan” e titolare festante: “Aziende familiari ed eredità ai figli: ‘Giusto cambiare le norme’”. Applausi. La crisi finanziaria, la crisi di governo e soprattutto la crisi familiare sono sventate. Se B. frega la moglie e Bossi salva la baby pensione della sua, la Nazione è salva.

di Marco Travaglio, IFQ

25 ottobre 2011

Dal nucleare alla Libia ma l’ultima goccia è il gossip su Carlà

Quel sorriso beffardo di Nicolas Sarkozy, riflesso sull’occhio vitreo di Angela Merkel, nasconde una leggenda o un segreto. Anzi, una vaporosa diceria o un’intercettazione con Valterino Lavitola: prima la “culona inchiavabile” Angela Merkel (mai confermato e mai smentito), poi il “cornuto” Sarkò. L’ex amico Silvio Berlusconi avrebbe insultato il presidente francese al telefono con il faccendiere-latitante Lavitola sciorinando dubbi di paternità: chi è il padre della figlia di Carla Bruni? Per prima Selvaggia Lucarelli, attrice e giornalista, innesca la miccia sul suo sito: “Sentite questa perché forte…”.

Il fattore paternità

La fiammella prende vento in Rete, si diffonde oltre confine, s’infila fra le righe di Repubblica, accende la stizza di Sarkò e anima il rancore nel suo sguardo. La Lucarelli spiega: “Sono parole che circolano fra l’ambiente politico e giornalistico, la mia fonte è fidata, ma non ho letto le carte”.    Finisce così un’alleanza di destra fra Silvio e Nicolas, moderni gollisti, estroversi comunicatori. Il Cavaliere del quasi strike – disse a Gianpi Tarantini: “Erano 11, me ne sono fatte 8” – pensa che Sarkò sia un cornuto . Sarà vero o falso, chissà. Non è mai morbido con le offese, però. Ufficiali o ufficiose. Al vertice Nato di Lisbona, appena un anno fa, B. accolse il presidente romeno Basescu, pubblicamente rimproverato dal francese. Il Cavalier caloroso sigillò le labbra gommose, e avvicinò l’indice a una tempia. Come per dire: “È matto”. Il passo dal matto al resto è brevissimo. Le premesse ci sono, anche se condoniamo l’imitazione di Manlio Dovì, il Sarkò del defunto Bagaglino: “Era una festa per Putin”. E pensare che Berlusconi, in panchina nel 2007 durante il governo Prodi, celebrò come se fosse sua la vittoria del francese: “La netta affermazione di Sarkozy dimostra la volontà di cambiamento”. Ovviamente, Sarkò era bravo perché copiava: “Il suo programma coincide sostanzialmente con il nostro”. In quel maggio 2007 dominava la moda dei cloni: dove trovare un Sarkò o un Obama italiani? Il Cavaliere sputò un po’ di fiele contro Montezemolo, liquidando Sarkò fra i suoi mille ex collaboratori come un Dell’Utri qualsiasi: “Sarkozy è il Berlusconi francese. É stato anche il mio avvocato. Questi cosiddetti uomini nuovi hanno la memoria corta”. Nessuno ci credeva. B. ha insistito: sì, venti anni fa curava i miei interessi in Francia con il gruppo La Cinq contro il governo e i miei soci. Quando Sarkò difese la Georgia dal fuoco russo per l’indipendenza dell’Ossezia meridionale, il Cavaliere, attore non protagonista, s’inventò una missione speciale: “Per fortuna mandai a Mosca da Medvedev il buon Sarkozy, che era il mio avvocato tanti anni fa. Io restai a lungo al telefono con Putin”.

Lactalis, Gheddafi e Bini Smaghi

Le memorie storiche di Carlo Freccero sono diverse, soltanto nel ’94, per la prima e trionfante discesa in campo, Sarkò ministro del Bilancio chiese informazioni su quel personaggio fra televisioni, pallone e politica. Per qualche anno, per finta o per davvero, il Cavaliere e Sarkò sono andati d’amore e d’accordo. Anche perché al francese conveniva: ottimo il patto fra Edf ed Enel per le centrali nucleare (ora un brutto ricordo), bene la resa per il controllo di Lactalis su Parmalat. Una voce contro, in famiglia, c’era già. B. non avrà dimenticato le sporadiche eppure tostissime dichiarazioni di Carlà: “Fiera di non essere più italiana”. La rottura è fresca. Per i permessi furbeschi del governo italiano rilasciati a migliaia di emigranti per farli scappare in Francia: “Possiamo respingerli in Italia”, disse il ministro degli Interni di Parigi. La guerra libica ha isolato l’Italia e cancellato l’unico regime amico del Cavaliere. Mentre decollavano i caccia francesi, il premier italiano rifletteva se fosse opportuno disturbare l’amico Gheddafi, per poi subire l’ordine Nato e mobilitare i nostri tornado (che volavano, ma non sparavano!). Sarkò ha messo a nudo la pochezza internazionale del collega italiano e, adesso, avverte la sua debolezza interna: perché Lorenzo Bini-Smaghi non si schioda dal seggio Bce che spetta a un francese? E quel ronzio che umilia la fedeltà di Carlà, se fosse più di un frequente rumore, avrebbe scatenato l’animo più docile.    Certo, Berlusconi ha rivoluzionato la politica estera. Senza citare de Gaulle e Adenauer, ma insultando i loro eredi.

di Carlo Tecce, IFQ

25 ottobre 2011

Tra “cucù” e “culona” Frau Angela ci ha servito il conto

Quei due non si sono proprio mai presi. Eppure, la storia di Italia e Germania è fitta di leader che se la sono intesa bene (pensiamo solo al dopoguerra, sia ben chiaro): De Gasperi e Adenauer, anche fisicamentesimili, determinati a ricostruire i loro Paesi e a costruire insieme un’Europa di pace; Andreotti e Kohl, loro fisicamente diversissimi, ma protagonisti insieme di una stagione che portò l’Europa fuori dal comunismo e ne accelerò l’integrazione – tedesca e continentale, con il Trattato di Maastricht – (e neppure una battuta di Andreotti contro l’unificazione della Germania rovinò il rapporto); Prodi e Schroeder, insieme alla nascita dell’euro e nella stagione dell’allargamento dell’Ue – sarebbero stati insieme anche nel no all’invasione dell’Iraq, ma lì, in Italia, comandava già Berlusconi, che scelse di stare con Bush. Invece tra quei due, B. e la Merkel, l’intesa non c’è mai stata. Eppure l’Italia 2011,annoterzodellacrisideimutuifondiari,non è così forte e solida da fare spallucce all’appoggio della Germania. O addirittura da permettersi di irridere la Cancelliera con quel mai smentito “culona inchiavabile” che – lo riferiva il Financial Times – ha mandato su tutte le furie Frau Angela. Ma vaglielo a fare capire a Mr B. che le intese si creano sui fatti e non sulle gag. Non c’era lui, al Vertice del G8 di Heiligendamm, nel 2007, quando Angela, presidente di turno, si sentì fare sulle spalle il “popi-popi” da Bush: lei sussultò, visibilmente poco divertita. Ma a quel gesto sembrò ispirarsi il siparietto con cui Mr B. la accolse a Trieste, il 19 novembre 2008. Niente corna, esercizio goliardico d’una foto di gruppo fra leader, ma il gioco del nascondino: il Cavaliere si cela, a piazza Unità d’Italia, dietro un pennone portabandiera e, all’arrivo della cancelliera, ne sbuca fuori esclamando “cucù. Sono qui”. La Merkel, allarga le braccia e risponde con un laconico e desolato: “Silvio”.

La vendetta d’acciaio

Poi c’è la gaffe in Germania: una telefonata, ufficialmente al premier turco Erdogan, induce Berlusconi a ritardare l’arrivo a una cerimonia sul Reno che apre la seconda giornata del vertice Nato, il 4 aprile 2009. Sulla spianata del Ponte dell’Europa a Kehl, la Merkel accoglie l’uno dopo l’altro i capi di Stato e di governo. Ma il Cavaliere, sceso dall’auto, si ferma a parlare al cellulare, chiedendo a gesti ad Angela di attendere un attimo. La cancelliera un po’ lo osserva imbarazzata, poi si avvia e inizia i lavori senza di lui. Certo, nel rapporto che non funziona, anche lei ha le sue responsabilità: non solo non apprezza le battute, ma è proprio tedesca. Cioè, se uno le dice che farà una cosa, poi va a vedere se è stata davvero fatta. Se no, gliene chiede ragione. Sotto la rigidità della Merkel, c’è un po’  di diffidenza teutonica nei nostri confronti: senza risalire all’8 settembre, una copertina di Der Spiegel del 1977 sintetizzava l’Italia con una pistola su un piatto di spaghetti, condensato di stereotipi da anni di Piombo. Storia passata, uno direbbe. Ma il giochino venne aggiornato e il 18 luglio, Der Spiegel s’è ripetuto: in uno speciale dal titolo “Basta”, il settimanale analizzava “il declino del Paese più bello al mondo”; sulla copertina, Berlusconi in versione gondoliere con ai piedi due sirenette e al centro dell’Italia un piatto di spaghetti con una pistola. E non era ancora saltata fuori la storia della “culona inchiavabile”… Certo, il sorrisino d’intesa, domenica, tra Angela e il suo partner di direttorio Sarkozy non era il massimo della raffinatezza diplomatica. E pure la pezza messaci fa un po’ (sor)ridere: la risatina nasceva dall’incertezza su chi dovesse rispondere sull’Italia, stile “vai avanti tu, che a me vien da ridire”. O da piangere, se sei italiano: perché ci toccano le battute di lui e il sarcasmo di lei.

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