Archive for luglio, 2007

26 luglio 2007

Delitto senza castigo

E’ stato il peggior disastro industriale della storia. La notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, a Bhopal, in India, 40 tonnellate di gas letali fuoriusciti dalla fabbrica di pesticidi Union Carbide, hanno causato, fino ad oggi, la morte di olre 16 mila persone. Dopo 22 anni, i sopravvissuti non hanno ricevuto un risarcimento adeguato; il sito non è stato bonificato e la gente continua a bere acqua contaminata. La Dow Chemical, che ha comperato la Union Carbide, dice di operare in maniera diversa, ma declina ogni responsabilità.
Zamira mi accompagna per le stradine sporche e melmose del quartiere di Qazi Camp, a Bhopal. A prima vista sembra un’area come molte altre in India: bambini che si rincorrono per la strada, vecchi cenciosi che chiedono l’elemosina, casupole buie, sbilenche, stipate l’una addosso all’altra. L’afa rende l’aria pesante e gravida di odori posticci. A un tratto Zamira si ferma di fronte a una capanna di compensato e lamiera, mi guarda e poi con voce emozionata dice: "Ecco, è qui".
È qui che la notte del 3 dicembre di 22 anni fa, Zamira e la sua famiglia si erano addormentate dopo aver recitato le rituali preghiere ad Allah. Il padre, la madre e una delle sue tre sorelle non si sarebbero mai più svegliate, uccise da un gas di cui neppure sapevano l’esistenza, l’isocianato di metile (Mic), rilasciato dai serbatoi di stoccaggio della vicina fabbrica dell’Union Carbide. Zamira si è salvata grazie alla sua giovane età e dall’essere stata raccolta da Rahman, un vicino di casa, attirato dal pianto della bambina.

I RICORDI DI RAHMAN
"È stata una notte terribile – racconta l’ormai ottantenne Rahman -. Era tutto tranquillo e silenzioso. La temperatura di notte scendeva di parecchi gradi e chi aveva il fisico debilitato veniva colto facilmente da tubercolosi o da bronchiti. Perciò non mi allarmai più di tanto quando cominciai a sentire colpi di tosse più forti del solito. Poi, a un tratto, udii delle urla, dei rantoli, gente che si lamentava; anche io ebbi i primi spasmi di vomito e bruciore agli occhi. Fu allora che capii. Qualcosa era accaduto. Non sapevo cosa, ma qualcosa di inaudito doveva essere accaduto. L’istinto mi suggerì di scappare e così feci".
Ma prima di fuggire, Rahman ebbe il coraggio e il tempo di passare dalla casa di Zamira per constatare, con orrore, l’ecatombe che stava accadendo. Raccolse il corpicino della bambina e corse disperatamente. Non sapeva nemmeno lui dove. Corse, corse solamente fino a che le sue gambe glielo permisero. Poi si accasciò. Si risvegliò in una corsia di ospedale. Gli occhi bendati, i polmoni bruciati dal cianuro. Non si rimise mai più.
Le immagini di decine di corpi allineati lungo le strade di Bhopal sono ancora vivide nella memoria di chi, come Rahman, è sopravvissuto alla più grande catastrofe industriale della storia, il 3 dicembre 1984.
Quella notte, dalla vicina fabbrica dell’Union Carbide (Ucar), 27 tonnellate di isocianato di metile (Mic), a cui si aggiunsero altre 13 tonnellate di composti intermedi usati per la produzione di un fertilizzante, il Sevin, fuoriuscirono dai serbatoi di stoccaggio, disperdendosi tra gli slums che circondavano la fabbrica.
Circa 2 mila persone morirono prima del sorgere del sole, ma altre migliaia continuarono ad aggiungersene nel corso degli anni. Nell’ottobre del 1995, anno dell’ultimo dato ufficiale emesso dal governo indiano erano 7.575; oggi, dopo più accurate ricerche sul campo, si stima che almeno 16 mila persone siano state vittime del Mic.

DISASTRO ANNUNCIATO
"Sedici mila morti che in Occidente contano assai poco – mi dice la scrittrice indiana Arundathi Roy -, perché l’India è vista come un enorme serbatoio di manodopera e 16 mila persone sono solo un’infima, trascurabile percentuale, per di più senza alcun diritto e voce". È vero, Bhopal è stato "solo" un "deprecabile incidente" dello sviluppo tecnologico portato dalle multinazionali.
"Cosa sarebbe accaduto se il Mic avesse ucciso a Detroit, Manchester, Colonia o a Torino?" si chiede Thara Gandhi, nipote del Mahatma, che si batte affinché alle vittime di Bhopal sia riconosciuto il diritto di avere giustizia.
La domanda di Gandhi apre un altro spazio di discussione: sarebbe stato possibile per una Union Carbide aprire una fabbrica, la cui gestione poco attenta alla sicurezza era stata più volte denunciata, in un paese dell’Europa occidentale o negli Stati Uniti? Sicuramente no. Non sarebbe stato possibile, ad esempio, stoccare 40 tonnellate di Mic, prodotto altamente tossico e il cui trattamento esigeva particolari precauzioni; non sarebbe stato possibile lasciare che attorno alla fabbrica sorgessero cittadelle di sottoproletari; non sarebbe stato possibile far funzionare una fabbrica tanto complessa con manovalanza poco istruita e deficitaria in numero. Eppure, paradossalmente, nessuno è stato ritenuto responsabile di queste e altre mancanze.

CRIMINE IMPUNITO
Arjung Singh, il primo ministro del Madhya Pradesh che, in cambio di voti per la sua rielezione aveva permesso l’occupazione del terreno attorno alla Ucar, non è mai stato accusato. Gli speculatori di borsa, che si sono allegramente precipitati a comprare le azioni dell’Ucar, crollate subito dopo l’incidente per poi rivenderle appena sono risalite, hanno incassato parole di elogio per la loro sagacia e prontezza.
Warren Anderson, il presidente dell’Ucar al tempo del disastro, ha avuto tutto il tempo di raggiungere felicemente la pensione, ritirarsi in Florida e scomparire nel nulla, fino all’estate del 2002, quando Greenpeace è riuscita a rintracciarlo nella sua nuova tenuta di Hamptons, a Long Island.
Ora il governo indiano non ha più scuse per non richiederne l’estradizione; ma Dominique Lapierre, autore del libro Mezzanotte e cinque a Bhopal, afferma sconsolato di essere "sfortunatamente convinto che Anderson potrà godersi la sua ricca pensione, anche se i muri di Bhopal sono coperti di scritte che dicono: “Impiccate Anderson!”".
L’India ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti e dell’Occidente per fronteggiare i suoi nemici pakistani e cinesi e per garantirsi l’entrata nel mercato libero; non può rischiare di creare tensioni per dei derelitti ed emarginati. Recentemente si è riusciti a evitare per un soffio che l’accusa di omicidio colposo diretta verso Anderson, fosse tramutata in innocua negligenza.
Infine la maggioranza della stampa specializzata in industria chimica (e quella italiana si è particolarmente distinta in questo) ha fatto quadrato attorno alla Ucar, scagliandosi contro gli ambientalisti e arrivando a dipingere Anderson come un eroe.

L’ETICA PRIMA DEL PROFITTO
In tutto questo quadro sembrano stonare le parole del Premio Nobel per l’economia, Amartya Sen, che mi dice: "Senza etica il progresso non ha futuro. Purtroppo in un mondo sempre più globalizzato, per i poveri è arduo entrare nel processo di sviluppo. È difficile per chi non sa scrivere o leggere, per chi è malato o per chi non sa nulla del mondo esterno, sentirsi parte di un meccanismo economico che vada al di là dei limiti del proprio villaggio. Occorrono basi che non tutti gli stati possono o vogliono garantire: l’istruzione in primo luogo, ma anche la sanità, il cibo, un’informazione esauriente e corretta, la possibilità di viaggiare, non dico all’estero, ma nella città più vicina".
Tutto questo può convivere con un’economia rivolta verso il consumo sfrenato e il profitto? John Musser, capo Ufficio stampa della Dow Chemical, la compagnia che nel 1999 ha assorbito ciò che rimaneva dell’Ucar, risponde affermativamente: "Il motto della Dow è chiaro: prima l’etica, poi il profitto".
Eppure sembra contraddirsi quando afferma che, "anche se la Dow Chemical ha acquisito la totalità delle azioni dell’Union Carbide, non intendiamo assimilare alcuna loro vertenza legale".
Bhopal fa paura all’industria? Certamente non se ne parla volentieri. Nella filiale italiana della Praxair, la costola fuoriuscita dalla Ucar nel 1992 nel tentativo di evitare ogni coinvolgimento con Bhopal, non è mai esistita alcuna forma di informazione su ciò che è accaduto in India. La conseguenza è che ben pochi dipendenti delle consociate, la Rivoira di Torino e la Siad di Bergamo, sono a conoscenza di ciò che è successo quella tragica notte di 22 anni fa.
Del resto, a differenza dell’incidente di Seveso, da cui è scaturita una legge che si riconduce al fatto specifico, non è mai stata emessa una Legge Bhopal. 

Piergiorgio Pescali

Per saperne di più:
 
23 luglio 2007

Low cost: una falsa democrazia

LA “RYANAIR SOCIETY” TENDE A SPOSTARE IL “BASTONE DEL COMANDO” dai produttori ai consumatori: più offerte a basso costo, più potere d’acquisto, più capacità della “classe senza classe” di incidere sulle scelte produttive. Tutto è alla portata di tutti: vacanze, case, beni di un certo valore, cure mediche, merci e servizi un tempo destinati a ceti più affluenti. E tutto ciò grazie al nuovo modello di business creato dalla società low cost e basato su un’offerta semplice ed economica, standardizzata ma anche personalizzata, e sull’eliminazione di tutti i costi e di tutti gli intermediari inutili fra imprese e consumatori.  
Un modello che taglierà definitivamente fuori quelle imprese che “si ostineranno a produrre o a organizzare modelli di offerta pensati per un consumatore che non c’è più”.
Una “rivoluzione” – quella del low cost – non priva di contenuti democratici, dunque, anche se molto “insidiosa” per il mondo politico che appare al momento impreparato a raccogliere questa sfida.
C’è bisogno di una classe politica che comprenda questa realtà e agisca di conseguenza smussando la tendenza al “totalitarismo consumistico” della società low cost e spingendo in direzione di un’umanizzazione di questa nuova realtà sociale».
Parole molto chiare quelle usate da Giacomo Nardozzi e Massimo Gaggi che al tema del low cost hanno dedicato un libro-manifesto, La fine del ceto medio. Significativo dell’ultima rivoluzione imposta dal business. Che nasconde in tutti i modi i costi del basso costo che descriviamo e svisceriamo nel dossier di questo numero di Valori.
La società low cost è all’insegna della fretta, del mordi e fuggi, del consumo senza se e senza ma, della pecunia non olet.
Un modello che si regge non tanto e non solo sui bassi salari e sul lavoro precario, ma soprattutto che sfrutta il danaro pubblico per indirizzare orde di persone verso località turistiche, che sfrutta al meglio le logiche federative nel senso peggiore per il territorio. Non si sviluppano le eccellenze ma si sfruttano le indecenze, il consumo di aria, salute, territorio, cultura. Ci si muove alla rincorsa della fretta azzerrando tutte le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie.
Non è un caso che la società principe del low cost, Ryanair, sia anche l’artefice dello sviluppo di decine di piccoli scali aeroportuali in aree potenzialmente depresse o al di fuori dei circuiti convenzionali. E le amministrazioni locali sono pronte a mettere sul tavolo decine e centinaia di milioni di euro per finanziarie grandi opere e infrastrutture pur di attrarre il turismo che arriva con i voli a basso costo. Una filosofia che subito si è estesa alle vetture, al cibo, ai vestiti e perché no alla fruizione della cultura. Dove si sostituisce al cittadino il consumatore, o meglio la dittatura del consumo che rade al suolo qualsiasi domanda, riflessione, approfondimento.
Scandagliare anche in  termini economici il fenomeno del low cost significa ragionare sul valore dello slow, a partire dal cibo che è e rimane una delle poche bandiere che grazie a Carlin Petrini possiamo issare sul paese Italia ed esportare nel mondo. All’insegna di ben altri slogan.
Buono, pulito e giusto saranno le idee forti del Salone del Gusto e di Terra Madre del prossimo anno. L’auspicio è che diventino un vero manifesto per chi pensa che la sobrietà possa essere un punto di riferimento per i cittadini che non si rivendicano di essere tali.
Luglio 2007 di Andrea Di Stefano
 
Editoriale del numero di luglio/agosto 2007,tratto da Valori: http://www.valori.it/index.php?option=com_enewsfrontpage&Itemid=38
 
20 luglio 2007

19 luglio 1992 il giorno del disonore

Paolo Borsellino

Borsellino ha un forte rapporto con la morte; è presente in ogni parte della sua vita.

Teme per gli altri, per la sua famiglia, per I ragazzi della scorta. E’ molto protettivo con i suoi collaboratori e con la sua famiglia. Parla spesso della morte un po’ per scherzarci sopra un po’ per ricordarsi sempre che non è poi così lontana. "Se muoio adesso, il mio compito l’ho svolto".

Ha visto morire molte persone, uomini di valore morale ed intellettuale e sa benissimo di non essere esente da una fine simile. Eppure a volte scherza con la morte, se ne prende gioco, ci ride sopra con un unico cruccio: quello di aver preparato i propri figli ad affrontare la vita.

"Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento…Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno".

 
Quindicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino (1992-2007), il libro di Giuseppe Lobianco e Sandra Rizza, con l’introduzione di Marco Travaglio.
Con l’aiuto di ex colleghi magistrati, familiari, pentiti, amici, i due autori ricostruiscono gli ultimi 56 giorni del magistrato siciliano. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’attentato di via D’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti che riguardavano soprattutto l’indagine sulla morte di Falcone.
Qualcuno, subito dopo l’attentato, si affrettò a requisirla. Questo libro spiega perchè.
“Oggi, quindici anni dopo, non è cambiato nulla. L’impressione è che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le conoscano in tanti, ma siano d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis. Per sempre. L’agenda rossa è la scatola nera della Seconda Repubblica. Grazie a questo libro cominciamo a capire qualcosa anche noi”. Dall’introduzione di Marco Travaglio.  
 
Libro per l’estate (un po’ alternativo infatti informa): http://www.macrolibrarsi.it/libri/__l_agenda_rossa_di_paolo_borsellino.php
 
16 luglio 2007

Leonardo Sciascia venti anni dopo

I professionisti dell’antimafia

di Leonardo Sciascia

»La documentatissima analisi dello storico inglese Christopher Duggan sul fenomeno criminale sotto il regime mussoliniano – Anche nel sistema democratico può avvenire che qualcuno tragga profitto personale dalla lotta alla delinquenza organizzata – Uomini pubblici che esibiscono a parole il loro impegno contro le cosche e trascurano i propri doveri amministrativi

SOMMARIO: Due autocitazioni, da "Il giorno della civetta" e da "Ciascuno il suo", per chiarire cosa egli pensi, da sempre, sulla mafia. Segnala poi il libro recentemente uscito in Italiano, di uno storico inglese che ha studiato la mafia sotto il fascismo, non tanto in quel che essa era in sé ma per ciò che se ne pensava intorno (Christopher Duggan, "La mafia durante il fascismo"). Purtroppo, a nulla servono i buoni libri (neanche i suoi due, citati all’inizio) per far apprendere una "dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema"; anche i suoi, forse, sono stati letti tutt’al più "en touriste", alla ricerca del "lieto fine". Ma quando Luigi Sturzo, nel 1900, scrisse un dramma sulla mafia, esso non aveva – già allora – un lieto fine. Poi, a don Sturzo è succeduta la DC, un partito "a dir poco indifferente al problema".

Storicamente, in Sicilia, il fascismo stentò a sorgere dove il socialismo era debole. E la mafia, che aveva impedito lo sviluppo del socialismo, era già fascismo. Tanto che essa cominciò a temere certe manifestazioni più intransigenti e "rivoluzionarie" di settori del fascismo, degli ex-combattenti, dei giovani nazionalisti, ecc., temuti anche dal fascismo agrario del nord: come è il caso di Alfredo Cucco, fascista di linea radical-borghese, arrestato dallo stesso fascismo. In Sicilia ci fu uno scambio, tra il fascismo ed agrari ed esercenti di zolfare; il fascismo dava loro sicurezza, ma questi dovevano liberarsi delle frange criminali. Questa fu opera del prefetto Mori, uomo di gran senso del dovere verso lo Stato, che così venne favorendo le aree fasciste conservatrici a danno delle più "progressiste".: insomma, con Mori si ha il paradosso di una "antimafia" come "strumento del potere". Qualcosa di simile può succedere anche oggi: chi rimprovererà un sindaco che si occupi di mafia magari trascurando di amministrare la sua città? In altro campo, c’è da segnalare un episodio che ha visto il dottor Paolo Borsellino scavalcare, nell’assegnazione al posto di procuratore della repubblica di Marsala, un altro concorrente più anziano, perché questi non era stato mai incaricato di processi contro la mafia…

(CORRIERE DELLA SERA, 10 gennaio 1987)

Per saperne di più:

http://www.amicisciascia.it/

http://www.regalpetra.it/

12 luglio 2007

Informazione e diritti.

"Emilio Fede mi ha querelato e la finanza ha cambiato le chiavi di accesso al mio blog, impedendomi di pubblicare nuovi articoli. Il blog mi è stato chiuso su richiesta del pubblico ministero romano Giuseppe Saieva, con atto del gip Cecilia Demma. Il “sequestro preventivo” mi è stato notificato alle 14,00 di oggi 10 luglio da due agenti del “nucleo speciale contro le frodi telematiche” della guardia di finanza, venuti appositamente dalla capitale. Il sequestro proviene da una querela per diffamazione presentata da Emilio Fede nei miei confronti per la contestazione al circolo della stampa di Milano del 16 aprile 2007. In esecuzione del medesimo provvedimento è stato cancellato dal blog un mio articolo relativo alla vicenda Fede e i commenti a margine dei lettori. Per motivi tecnici non è stato possibile, come pure era stato richiesto dall’autorità giudiziaria, togliere il video da youtube. Non si è arrivati all’oscuramento totale del blog, che pure era stato prospettato nel decreto di sequestro preventivo, solo perché gli agenti della finanza hanno adottato la soluzione di modificare la mia password di amministratore di http://www.pieroricca.org, previa missione mattutina a Sarzana (La Spezia), sede legale della società di gestione del blog. Naturalmente farò immediata richiesta di dissequestro. E mi riservo di querelare a mia volta il signor Fede. Ricordo infatti che la contestazione ebbe come antefatto una mia domanda (sul caso Europa 7 e le frequenze abusivamente occupate da Rete 4), alla quale il direttore del tg4 rispose dandomi dell’ “imbecille”. Per non parlare dello sputo che mi indirizzò nell’androne del circolo della stampa, come testimonia il video reperibile. Con il querelante ci confronteremo dunque in tribunale, magari davanti a qualcuno dei magistrati diffamati e spiati negli anni del governo del suo adorato datore di lavoro. Sarò lieto di farmi processare un’altra volta per aver espresso opinioni condivise dalle persone che stimo. Nel frattempo non smetterò di interpellare e criticare i personaggi pubblici che non stimo, esercitando il mio diritto-dovere di dissenso. Nessuno riuscirà a sequestrare la libertà di espressione, mia e degli amici del gruppo Qui Milano Libera e del blog: questo è certo. Ringrazio fin d’ora chi vorrà far circolare questa notizia".
9 luglio 2007

V Day

L’8 settembre sarà il giorno del Vaffanculo day, o V-Day. Una via di mezzo tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V come Vendetta. Si terrà sabato otto settembre nelle piazze d’Italia, per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. Ieri il re in fuga e la Nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi immersi in problemi “culturali”. Il V-Day sarà un giorno di informazione e di partecipazione popolare.

Beppe Grillo
 
L’8 settembre si terrà il vaffanculo day, promosso da beppe grillo, per far pressione sui politici di qualsiasi schieramento politico affinchè vengano approvate 3 "leggi":

1) No ai parlamentari condannati in parlamento:
Nessun cittadino italiano può candidarsi in parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale.

2) No ai parlamentari di professione da venti o trenta anni in parlamento:
Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature.La regola è valida RETROATTIVAMENTE

3)Elezione diretta dei parlamentari
No ai parlamentari scelti dai segretari di partito ma votati dai cittadini con preferenza diretta

 
4 luglio 2007

Cecenia. Il disonore russo.

Anna Politkovskaia è stata più di quaranta volte in Cecenia per seguire la guerra, la seconda che questa piccola repubblica caucasica ha subito in dieci anni. Ha vissuto con i ceceni, condiviso il loro calvario. Incurante dei rischi e delle minacce, ha continuato a voler raccontare il conflitto, ha testimoniato dei saccheggi, degli stupri e degli omicidi perpetrati dai militari russi, e di come i combattenti ceceni stiano annegando nella delazione e nei regolamenti di conti. Il ‘viaggio all’inferno’ di Anna Politkovskaia è un duro atto d’accusa contro la società russa, colpevole di tacere o acconsentire al genocidio, e contro il presidente Vladimir Putin, che ha bisogno di un nemico per far dimenticare i problemi reali del suo paese.

 

Per saperne di più: http://www.dialogare.ch/Dialo_Calendario/Ca_segccp5.htm

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