Archive for dicembre, 2008

30 dicembre 2008

Togo e Burundi, abolita la pena di morte

Togo e Burundi hanno deciso di abolire la pena di morte, confermando il ruolo centrale dei Paesi del continente africano nell’approvazione, da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite, della moratoria contro le esecuzioni capitali.

Incompatibile con la giustizia del Paese. La pena di morte in Togo non viene applicata da almeno 30 anni. Lo scorso 11 dicembre è stata diffusa una nota del governo al termine del Consiglio dei ministri, che ha approvato la cancellazione della pena capitale dall’ordinamento giudiziario nazionale "L’abolizione della pena di morte, considerata come una pena umiliante e degradante e crudele dalla comunità delle Nazioni rispettose dei diritti umani, si è imposta alla coscienza collettiva dei togolesi dopo trent’anni di moratoria" si legge nella nota diffusa dal Consiglio dei ministri di Lomé, nella quale la punizione viene giudicata "irrimediabile" e "incompatibile" con la scelta del Paese di dotarsi di "una giustizia che limiti gli errori giudiziari, corregga, educhi e garantisca i diritti inerenti la persona".

Il contributo della Comunità di Sant’Egidio. Più significativa, dal punto di vista politico e simbolico, l’abolizione della pena capitale da parte del Parlamento di Bujumbura, che ha approvato a fine novembre il nuovo codice penale. La novità più importante della riforma è sicuramente l’abolizione della pena di morte nel Paese e la sua trasformazione in ergastolo. "Tutti i prigionieri attualmente in carcere e condannati a morte avranno commutata la pena in ergastolo." Lo ha reso noto un comunicato della Comunità di Sant’Egidio, considerando questo fatto un segno positivo e di speranza per tutta la regione dei Grandi Laghi, proprio ora che è scossa da un nuovo conflitto nella Repubblica democratica del Congo. L’abolizione è avvenuta anche a seguito della partecipazione del ministro della Giustizia burundese agli Incontri contro la pena di morte organizzati dalla stessa Comunità di Sant’ Egidio con i ministri della Giustizia africani in questi anni, di cui l’ultimo il 29 settembre 2008 a Roma.
Recepite le disposizioni del diritto internazionale anche contro la tortura e lo stupro. Ma vi sono anche altri elementi significativi che rendono questo voto storico e che vale la pena di sottolineare. Il nuovo codice, infatti, come ha spiegato il ministro della Giustizia Didace Kiganahe, accoglie le disposizioni del diritto internazionale in materia di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, e di reati che fino ad oggi non erano neppure contemplati come la tortura. Tra le altre novità la protezione giuridica accordata a donne e bambini contro ogni tipo di atti di violenza, specialmente domestica: in particolare il reato di stupro -non specificatamente menzionato nel vecchio codice- viene punito con una pena carceraria che va dai 20 anni di reclusione all’ergastolo.

Abolizione globale. Un altro importante passo verso l’abolizione della pena di morte nel mondo. Amnesty International sottolinea come l’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre 30 anni si sia confermata anche nell’ultimo anno. Secondo Amnesty, dal 1976 ad oggi una media di tre nuovi Paesi ogni anno ha aggiunto il proprio nome alla lista dei paesi che hanno abolito la pena di morte. La maggioranza delle nazioni ha posto termine alla pena capitale nella legislazione o nella prassi. Ancora nel 1977 erano solo 16 i paesi che avevano abolito la pena di morte per tutti i reati, mentre oggi sono 135 i paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica, cioè oltre i due terzi degli stati del mondo. I paesi che mantengono in vigore la pena capitale sono 62 e il numero di quelli in cui le condanne a morte sono eseguite è ancora più basso, appena 24. L’anno scorso, l’88 percento delle esecuzioni e’ stato registrato in soli cinque paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti. Come negli anni passati, dunque, la maggior parte delle condanne a morte è stata eseguita in una manciata di paesi, sempre più isolati e ormai non più in sintonia con la tendenza mondiale. Secondo i dati di Amnesty International, il numero delle esecuzioni nel mondo e’ sceso negli ultimi due anni da 2148 a 1252. E il fatto che la risoluzione dell’ONU dello scorso dicembre per porre fine all’uso della pena di morte sia stata adottata con una così chiara maggioranza (104 voti a favore, 54 contrari e 29 astensioni) mostra che l’abolizione globale della pena di morte è possibile.

di Michele Dotti peacereporter.net

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29 dicembre 2008

Clean break: 2009 Lookahead

President-elect ObamPresident-elect Obama brings a new energy to search for alternate fuel sources for planet a brings a new energy to search for alternate fuel sources for planet.

It’s generally accepted that 2009 will also be a rough year, but there’s also hope it will end on a more positive note. And what about the world of cleantech?

Here’s what will likely to make headlines in 2009:

1Obama’s "green stimulus" plan.

All evidence heading toward President-elect Barack Obama’s inauguration in January is that the new president is not only serious about tackling climate change, he’s intent on using investment in clean energy and infrastructure as a way to kick-start the economy, create millions of green-collar jobs, and make the United States less dependent on foreign oil.

The fact that he picked Nobel Prize-winning physicist Steven Chu (photo) as his energy secretary and Harvard physicist John Holdren as his science adviser speaks volumes. Both scientists are big advocates of clean technologies and the role that energy efficiency can play to rein in climate change.

"After eight years of Bush spreading disinformation and muzzling scientists, putting Holdren in charge of the `bully pulpit of science’ is just what the nation and the planet need if we are to have any chance of avoiding catastrophic warming," wrote energy expert Joseph Romm on his popular blog ClimateProgress.org.

Obama’s choice of Chu, a Chinese-American, is also expected to smooth U.S. relations with China on the climate-change file.

2- Will greentech buck VC trend?

The U.S. National Venture Capital Association recently surveyed 400 venture capitalists and nearly half believe that investments in clean technologies will grow in 2009 even as overall VC spending falls. Part of this belief relates to the Obama effect mentioned above, though much will depend on whether the first half of the year gets considerably worse or shows signs of recovery.

3- Talk of peak oil goes mainstream.

Earlier this month Fatih Birol, chief economist of the International Energy Agency, told British journalist George Monbiot that conventional oil production will plateau – that is, peak – in 2020 and that it’s "not good news from a global oil-supply point of view." It was an unprecedented statement coming from a conservative organization that has traditionally sugar coated the long-term oil outlook.

It seems odd, when you consider that members of the Organization for Petroleum Exporting Countries are making unprecedented curtailments of supply.

But that’s a reaction to a short-term fall in demand. More dangerous is that unconventional oil projects that represent future supply, such as those in the oil sands, have been put on hold because of tight credit markets and low oil prices. When demand picks back up, and it will happen fast, supply just won’t be able to keep up. Given this scenario, expect more talk of "peak oil" next year, and not just from fringe groups shouting from the sidelines.

4- A Green Energy Act for Ontario.

I’ve written about this before, but to recap, the Ontario government is apparently working on a piece of legislation aimed at dramatically boosting local investment in renewable-energy projects by giving green power priority on the grid. Ideally, the Ontario act would mirror a similar piece of legislation that Germany introduced in 2001 and that turned the European country into a wind and solar powerhouse.

The impetus this time around is job creation. Ontario’s manufacturing sector is getting pummelled, and one need look no further than the struggling automotive sector. Presumably, the goal of a green energy act would be to stimulate investment, not just in renewable-energy projects, but local manufacturing needed to supply product to those projects. The question is how far Premier Dalton McGuinty is willing to go? If he’s bold, he’ll get ahead in a race that an Obama administration is determined to run. Alternatively, he could stumble with another half measure. We’ll find out this spring.

5- Offshore wind on the Great Lakes.

The content of an Ontario green energy act will likely determine whether the province is the first jurisdiction in the world to build an offshore wind farm on a lake. Several developers, in Ontario and neighbouring jurisdictions, are eyeing the Great Lakes for offshore projects.

Ohio, Michigan and Wisconsin are dead serious about getting there first, but Toronto-based Trillium Power has a commanding lead – if only it could convince Ontario to buy its power.

This isn’t just about tapping more wind power; it’s also about staking a claim on future jobs.

Multibrid, the German maker of offshore turbines, says it wants to locate manufacturing in Ontario because of the province’s skills base, manufacturing capacity and potential for offshore wind. But it won’t come here if we’re not prepared to build the projects. An earlier move by a Great Lakes state could lure Multibrid from Ontario, essentially stealing an anchor tenant that could lay the foundation for thousands of new jobs. Time’s a wasting, Ontario.

6- Plug-in vehicles justify auto bailout.

A number of U.S. and foreign auto makers have already announced plans to introduce plug-in hybrid and even all-electric cars starting in 2010. But with the Detroit Three asking for tens of billions of dollars in bailout money (sorry, "investment" and "loan guarantees"), the commitment to plug-in vehicles appears to be getting stronger. Clearly, politicians have made it clear that they won’t accept business as usual, and electrification of vehicles is certainly anything but usual.

How serious are they? General Motors says even during its current struggles and talk of bankruptcy it is committed to launching its Volt extended-range electric car in 2010.

Chrysler and Ford have made similar commitments. It didn’t get much mainstream coverage, but earlier this month during an interview with CNN the president of Chrysler’s electric-vehicle division said the company plans to make several low-cost vehicle models in both gas-powered and electric-powered mode.

The strategy, of course, hinges on big bucks coming in from Washington and Ottawa. Some question whether Chrysler, even with a bailout, could pull it off. Then again, Chinese auto maker BYD is already there: this month it launched the world’s first commercial plug-in electric hybrid, called the F3DM. American multi-billionaire Warren Buffett owns about 10 per cent of BYD.

7- Smart grid and smart storage.

Expect 2009 to be a year that focuses heavily on the need to upgrade the electricity grid and commercialize utility-scale energy storage. Obama, former U.S. vice-president Al Gore, venture capitalist Vinod Khosla, oil tycoon T. Boone Pickens, Google and General Electric are among the high-profile voices calling on substantial investment in smart-grid technologies that would "enable" the wide-scale deployment of renewable energy.

Once an afterthought, electricity transmission and distribution – an area suffering from neglect and underinvestment – is finally moving to the mainstream as a priority. Meanwhile, a group of utility executives and energy experts in Ontario have formed a "Smart Grid Forum" and expect to release next year a comprehensive report on how the province should modernize its grid.

Recommendations from this report will guide government spending in this area and, if taken seriously, would ideally become part of stimulus spending.

Included in this discussion is the value and need for utility-scale storage, whether in the form of compressed-air storage, advanced battery technology, hydro pump storage, or ultracapacitors.

It’s widely recognized that affordable energy storage is necessary for the grid to accommodate a larger percentage of renewable power. The good news is that in 2009 we’ll likely see some encouraging progress in this area.

8- Demand down, nuke costs up.

Electricity consumption across North America is falling, a combination of conservation, energy-efficiency and an economic downturn that’s causing a decline in industrial activity.

In Ontario, consumption has declined for the past three years, calling into question a long-term load forecast that has predicted year-over-year growth in the province.

The Ontario Power Authority has agreed to reassess its load forecast and next year we’ll find out if trends over the past three years will influence its long-term outlook.

Around the same time, we’ll find out who the government has picked to build Ontario’s first new nuclear plant in two decades, as well as what it’s likely to cost. Estimates from U.S. utilities show that costs have doubled or tripled initial expectations, and some jurisdictions – such as South Africa – have cancelled plans to build new reactors because of high cost.

The question next year is: If Ontario’s load forecast shows declining electricity consumption and if the cost of a new 2,000-megawatt nuclear plant is much higher than first hoped, will the government still move forward on the new nuke? If so, how will it justify the decision to electricity ratepayers?

9- Time-of-use test drive.

Toronto Hydro chief executive Dave O’Brien has called 2009 "the big start" when it comes to time-of-use pricing in the province. Most homes in Toronto and surrounding areas have smart meters installed and this, for the first time, allows utilities to offer different prices for electricity depending on the time of day – that is, discounted prices during off-peak hours and premium prices during peak hours, with the idea being that consumers will shift their electricity use.

The year will start with a 10,000-home pilot project and expand from there.

Why is this important? It gives homeowners a chance to lower their electricity bill by adjusting their electricity consumption, and it gives utilities a valuable way of managing – and smoothing out – how electricity flows through their system. It will also improve customer service, by allowing utilities to be more responsive to system glitches or outages.

10- Conserve, react, and get efficient.

The power authority’s conservation bureau has spent the past three years putting together a comprehensive program for reducing power consumption in the province, particularly when electricity is in highest demand. It ranges from light-bulb replacement and the recycling of old refrigerators to demand-response programs that help us cut back on consumption during peak times.

Next year – particularly if we have a hot summer – we’ll get to see this army of programs operating in full force, and we’ll be able to evaluate how effective they truly are.

di Tyler Hamilton  TheStar.com


23 dicembre 2008

A Natale tutti più buoni

  Il monastero di Cremisan

Al Monastero di Cremisan, che si trova sulle colline di Beit Jala, dal 1885 i salesiani imbottigliano dell’ottimo vino, grazie ad un confratello che ebbe questa idea. Da allora tante le bottiglie che sono state prodotte. E negli ultimi anni vengono ordinate un po’ da tutto il mondo. Vengono prodotti duecentomila litri ogni anno e le bottiglie si possono comprare anche su internet.
Ma quest’anno non potranno essere spediti i pacchi. Cinque settimane fa, tutto era pronto sui camion per andare a Gerusalemme per arrivare al porto di Haifa. Ma la polizia israeliana di frontiera ha fermato tutto: il vin santo, per motivi di sicurezza, non può passare i check in. E a nulla sono valse le proteste dei frati.
Quest’ anno niente vino. Non riusciamo a mandarlo né a Westminster, né agli altri. Questo è l’elenco degli ordini: Germania, Romania, Irlanda, parrocchie italiane. È rimasto qui anche quello per Nazareth e Gerusalemme. Celebrare la messa col nostro Cremisan, era una tradizione. Niente da fare. Tutto bloccato“.
Ma secondo qualcuno non si tratta di motivi di sicurezza. Majde Siriani, dell’Autorità palestinese, afferma: “Che pericolo rappresenta, il vino dei preti italiani? Dopo la raccolta delle olive, è l’ultimo esempio delle pressioni israeliane per soffocare la nostra economia. Dà fastidio che il Cremisan finisca sugli altari delle chiese, nei ristoranti, ai consolati“.

www.haisentito.it

Babbo Natale, quell’uomo un po’ panciuto con la barba bianca che distribuisce doni ai bambini su un carretto trainato dalle renne, esiste. E guai a metterlo in dubbio! Negare l’esistenza di Babbo Natale infatti, in qualche località europea, può costare caro, può far perdere perfino il posto di lavoro. È successo ad una maestra supplente in una scuola primaria inglese. Durante una discussione con i bambini, ha detto loro che i regali che si trovano sotto l’albero non sono consegnati da Santa Claus perché questo personaggio non esiste. Gli alunni, sconvolti dalla rivelazione, hanno raccontato tutto ai genitori, i quali si sono lamentati immediatamente protestando con la direttrice della scuola. La supplente quindi è stata richiamata all’ordine e licenziata, un maestro ha detto ai bambini che l’altra maestra si era sbagliata e ai genitori è stata inviata una lettera di scuse firmata dalla direttrice in persona. Solo così tanti bambini hanno ripreso a scrivere le loro letterine.

it.notizie.yahoo.com


Sequestrata a Palermo la ‘Casa di Babbo Natale’, uno spazio ludico allestito nella centrale piazza Castelnuovo.
La societa’ Trinakria Development ha installato la struttura senza avere avuto alcuna autorizzazione dagli uffici comunali.
La Casa di Babbo Natale e’ una imponente struttura in cui era stato sistemato un percorso per i bambini, a pagamento, che portava a Santa Klaus.

www.sbiribaldi.com

Anche i Babbo Natale avranno il loro incontro al vertice. Sarà San Pietroburgo ad ospitare il G8 dei "grandi del Mondo" la notte di Capodanno. Nella citta’ si ritroveranno, il russo Ded Moroz con la sua nipotina Snegurochka, il finlandese Joulupukki (la Finlandia e’ stata invitata come presidente di turno dell’Ue), il Nikolaus tedesco, il Santa Klaus americano, il giapponese Chotejosho-san e, naturalmente, il Babbo Natale italiano, che per l’occasione sara’ accompagnato dalla Befana. Non si sa ancora quali importanti temi saranno trattati, il mondo è in ansia. imponenti le misure di sicurezza, si temono disordini provocati dai grinch , dalle renne e dai folletti che chiedono orari di lavoro piu flessibili  e paga doppia, dato lavorano sotto le feste e con turni massacranti.

maidireblog.blog.kataweb.it

22 dicembre 2008

Leading Civil Liberties And Human Rights Organizations Urge Obama Not To Create On-Shore Guantánamo System

Four leading civil liberties and human rights organizations today urged President-elect Obama to implement "an unqualified return to America’s established system of justice for detaining and prosecuting suspects" when he fulfills his pledge to shut down the Guantánamo Bay prison camp and military commissions. In a letter delivered to the presidential transition team, the American Civil Liberties Union, Amnesty International USA, Human Rights First and Human Rights Watch state that they "categorically oppose the creation of any other ad-hoc illegal detention system or ‘third way’ that permits the executive branch to suspend due process and hold suspected terrorists without charge or trial, essentially moving Guantánamo on-shore."

The full text of the letter is as follows:

Dear President-elect Obama:

As heads of four prominent civil liberties and human rights organizations, we wish to convey our uniform position on the steps we believe should be taken once you fulfill your pledge to close the Guantánamo Bay prison camp.

Our groups firmly advocate an unqualified return to America’s established system of justice for detaining and prosecuting suspects. We categorically oppose the creation of any other ad-hoc illegal detention system or "third way" that permits the executive branch to suspend due process and hold suspected terrorists without charge or trial, essentially moving Guantánamo on-shore.

As you know, the Geneva Conventions allow for the detention of enemy soldiers captured on the battlefield until the cessation of international armed conflict. But what is new – and altogether radical – is the notion that a wartime detention model can be applied to something as amorphous as a "war on terror" that lacks a definable enemy, geographical boundary, or the prospect of ending anytime soon. If a conflict exists everywhere and forever, empowering the government to detain combatants until the end of hostilities takes on a whole new and deeply disturbing meaning.  

We are confident that when you take office, you will immediately set a date certain for closing Guantánamo. The new Justice Department should conduct a fresh review of all detainee records to determine whether there is legitimate evidence of criminal activity. Where there is not, detainees should be repatriated to their home countries for trial or release. If there is a risk of torture or abuse in their home countries, they should be transferred to third countries that will accept them or admitted to the United States.

Where evidence of criminal activity does exist, detainees should be prosecuted in traditional federal courts. Contrary to the views of proponents of detention without trial who argue that America’s existing courts can’t handle terrorism prosecutions, the United States justice system has a long history of handling terrorism cases without compromising fundamental rights of defendants while accommodating sensitive national security issues. In fact, a recent analysis of more than 100 successfully prosecuted international terrorism cases conducted by two former federal prosecutors for Human Rights First found that "the justice system … continues to evolve to meet the challenge terrorism cases pose." Our courts have proven that they can handle sensitive evidence. The Classified Information Procedures Act (CIPA) outlines a comprehensive set of procedures for federal criminal cases involving classified information. Applying CIPA over the years, courts have successfully balanced the need to protect national security information, including the sources and means of intelligence gathering, with defendants’ fair trial rights.

Some have argued that the best way to deal with the toughest cases at Guantánamo would be to establish what amounts to another unconstitutional detention system once the island prison camp is shut down. The proponents of this school of thought claim that there are some detainees who are too dangerous to be released but who cannot face criminal charges. This is mostly based on the assumptions that some detainees have committed crimes not covered by American law, that some cases rely on sensitive national security information that cannot be disclosed in open court, and that the evidence against some detainees would not be admissible in a regular court because it was coerced through torture or abuse.

But federal prosecutors have an imposing array of prosecutorial weapons at their disposal, including laws that criminalize conspiring or attempting to commit homicide, harboring or concealing terrorists, and providing "material support" to terrorist organizations. The government can secure a conviction for conspiracy by showing only an agreement to commit a crime against the United States and any overt act in furtherance of that agreement. If the government cannot meet that minimal burden of proof, it is difficult to see why it should continue to detain a suspect.

It is true that many of the statements obtained from detainees through abusive interrogation would not be admissible in a court of law. But the fact that the American justice system prohibits imprisonment on the basis of evidence tortured out of prisoners is one of its strengths, not a weakness; it’s why we call it a "justice system" in the first place. Moreover, one would hope that if a prisoner were as guilty or dangerous as claimed, the government would be able to gather enough admissible evidence to prove its case from untainted sources, such as computers or cell phones that were seized, conversations that were intercepted, or physical surveillance that was conducted.

But most importantly, to create a whole new detention system and enact new legislation to accommodate the Bush administration’s shameful torture policies would be a legal and moral catastrophe. Even the most unequivocal repudiation of torture would be hollow if your administration were to construct another regime to hide its occurrence and evade its consequences.

The lessons from the military commissions debacle should be heeded. It is not possible to create a brand new system of justice from scratch in the United States without enduring years of litigation and controversy. Any new national court system or regime that allows detention without due process will be challenged, most likely all the way to the Supreme Court. In the meantime, there will be massive controversy and uncertainty about the fate of detainees caught up in it. 

There’s no doubt the Bush administration’s abhorrent detention policies have left you, the American people and the entire world with a huge mess to clean up. At the same time, you have inherited a huge opportunity to lead America on its journey to regain its values and credibility. This cannot be done with half-steps. There’s no such thing as "sort of upholding our principles to the extent possible." We strongly urge you to uncompromisingly restore America’s role as a nation that stands for decency, justice and the rule of law.

With gratitude for your consideration in this matter,

Anthony D. Romero, Executive Director, American Civil Liberties Union  
Larry Cox, Executive Director, Amnesty International USA 
Elisa Massimino, Executive Director, Human Rights First     
Kenneth Roth, Executive Director, Human Rights Watch

www.aclu.org

19 dicembre 2008

I finanziamenti alla scuola privata ripristinati con un Amen.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni mi spingono a tornare a fare in conti nelle tasche della Chiesa cattolica. Non è una pretesa illegittima, trattandosi di soldi che provengono dalle nostre tasse e che questo governo gestisce in barba agli interessi degli italiani. La pietra dello scandalo sono 120 milioni di euro che la Chiesa ha preteso che non le venissero toccati: i finanziamenti alle scuole paritarie cattoliche.

Non paghi dell’otto per mille, dell’esenzione Ici, di svariati altri privilegi e del cinque per mille ricevuto da numerose associazioni cattoliche, la Chiesa ha saputo infiltrarsi in due settori cardine dello Stato: la sanità e l’istruzione. Si sa, quando si tengono saldamente in mano la cultura e la salute delle persone, si tiene tra le mani la loro vita intera. Ma fin qui nulla di male: qualsiasi azienda privata può aprire una clinica o una scuola.
I problemi cominciano a sorgere quando le cliniche e le scuole private pretendono che sia lo Stato a contribuire, il più largamente possibile, alla loro esistenza. E in tempi di recessione, quando si tagliano i fondi alle scuole pubbliche (per i più distratti, ricordo che in Italia lo studio è ancora un diritto), pretendere che i finanziamenti alle scuole paritarie non vengano toccati è quanto meno da irresponsabili. Ma ovviamente è accaduto.

Il governo italiano, sordo alle proteste di migliaia di studenti e insegnanti scesi in piazza, ha immediatamente fatto retromarcia di fronte alle minacce di protesta della Chiesa, facendo rientrare dalla finestra quello che aveva fatto uscire dalla porta. Nello specifico, alle scuole cattoliche erano stati tagliati fondi per circa 130 milioni di euro, ma un emendamento del senatore Saia del Pdl gliene restituisce 120. Ai primi rumoreggiamenti provenienti dalle sacre stanze vaticane, il sottosegretario dell’Economia Giuseppe Vegas ha fatto sapere che la commissione Bilancio del Senato ripristinerà i fondi alle scuole cattoliche: “C’è un emendamento del relatore che ripristina il livello originario, vale a dire 120 milioni di euro. Possono stare tranquilli, dormire su quattro cuscini”. Del resto, era intervenuto addirittura il pontefice: "Gli aiuti per l’educazione religiosa dei figli sono un diritto inalienabile".

La verità dei fatti è che la salute e l’istruzione sono diventati un business. La scuola è il campo di battaglia delle case editrici, che ogni anno propongono (e impongono) nuovi libri di testo. Da comprare obbligatoriamente e che l’anno seguente saranno ritenuti, dalla stessa casa editrice, obsoleti.  E se così potrebbe anche essere, per esempio, per un libro di geografia (negli ultimi anni la geografia politica mondiale sembra essersi rivoluzionata), la necessità di cambiare testo di anno in anno diventa incomprensibile  quando il testo è "La Divina Commedia", "I promessi sposi" o addirittura il dizionario! Una famiglia con un figlio che frequenta le scuole medie si trova a spendere, in tre anni, un migliaio di euro solo in libri. Libri che, trattandosi di scuola dell’obbligo, sarebbe giusto avere dalla scuola in comodato d’uso.

Nel sistema scolastico la Chiesa s’era già insinuata con gli insegnanti di religione, fin dal 1923, quando la riforma fascista della scuola rese obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica. Col Concordato del 1929, si rese obbligatorio anche nelle scuole medie e in quelle superiori. Nel 1984, con la modifica al Concordato firmata da Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli, il cattolicesimo perse lo status di religione di Stato. A fronte della perdita, si istituiva il famigerato otto per mille, oltre ad una serie di immunità e privilegi per le figure ecclesiastiche (art.4). E infine, col Nuovo Concordato l’ora di religione nelle scuole passò da obbligatoria a facoltativa.
Ma quanta voce hanno gli italiani in capitolo? Nessuna, si tratta semplicemente di un accordo fra due caste. Non può essere proposto un referendum per l’abolizione o la modifica del Trattato, del Concordato o delle leggi collegate ad esso perché non sono ammessi, nel nostro ordinamento, referendum riguardanti i trattati internazionali. Anche una proposta di legge popolare per l’abolizione del Concordato è ugualmente inammissibile perché la legge ricade in una dei casi previsti dall’articolo 80 della Costituzione.

L’insegnamento della religione cattolica resta un argomento piuttosto controverso, così come l’affissione del crocifisso nelle aule scolastiche o nei tribunali. Da una parte si fa appello alla matrice culturale cattolica del Paese, dall’altra alla laicità costituzionale della Repubblica Italiana.
Nei fatti, gli insegnanti di religione (in Italia sono circa 25.000) hanno uno status particolarissimo, che nel corso del tempo ha subito varie trasformazioni. Prima di tutto, sono retribuiti dallo Stato Italiano, con una spesa annua di 620 milioni di euro. Ma fino al 2004 la loro nomina era esclusivamente a cura e discrezione dei vescovi locali, con un contratto annuale e senza nessuno statuto giuridico di ruolo. Inevitabilmente, si creava un carosello di incarichi e ore assegnate che prescindeva dall’anzianità di servizio: un insegnante poteva essere considerato idoneo e rivevere un incarico e un certo numero di ore mentre un altro, con pari requisiti, poteva restare disoccupato. A discrezione del vescovo. Senza contare il fatto che, in qualsiasi momento, l’incarico e le ore potevano comunque essere revocate.

Nel 2004, il Ministero della Pubblica Istruzione istituì il concorso di immissione in ruolo per circa 15.000 insegnanti di religione, che sono entrati a tutti gli effetti nell’organico scolastico. Creando immediatamente un problema, legato alla possibilità di passaggio da una cattedra all’altra: in pratica, un insegnante di religione laureato, ad esempio, in filosofia, una volta entrato in ruolo poteva anche "passare" all’insegnamento della filosofia, per esempio, scavalcando tutti gli altri colleghi che, per acquisire punti in graduatoria, avevano accettato incarichi di supplenza anche in condizioni di grave disagio (a grande distanza dalla loro residenza, per esempio, affrontando costi e spese che le retribuzioni ricevute spesso non riuscivano neppure a coprire). Attualmente, la nomina degli insegnanti di religione compete, per il 70%, all’Ufficio Scolastico Regionale (per i docenti che hanno superato il concorso), e per il 30% dalla Curia  Diocesana (per i docenti che non hanno superato il concorso).
L’autorità diocesana si riserva comunque di revocare l’idoneità dell’insegnante per alcuni gravi motivi, come incapacità didattica o pedagogica, o condotta morale non coerente con l’insegnamento. In questo caso, se si tratta di un insegnante di ruolo, questi passa all’insegnamento di altre materie scolastiche, se invece si tratta di un insegnante non di ruolo semplicemente torna ad ingrossare le file dei disoccupati.

Restano altri problemi, primo fra tutti quello riguardante coloro che decidono di non avvalersi dell’insegnamento, essendo questo facoltativo. La percentuale dei "non avvalentesi" si è attestata nel 2007 intorno al 10%: che cosa fanno questi ragazzi in quell’ora di "buco"? Si limitano, per abitudine ormai generalmente invalsa, ad allontanarsi dall’aula, senza che sia loro offerta l’opportunità di svolgere altre attività di valore culturale e formativo
, ma soprattutto senza che vi sia qualcuno responsabile della loro sicurezza. Un piccolo vuoto normativo che, da oltre vent’anni, non viene colmato. Forse per il timore che le defezioni degli studenti, in caso di alternativa, siano molto più alte.

Le scuole cattoliche parificate hanno superato il problema degli insegnanti: trattandosi di scuole private, possono assumere come insegnante chiunque sia ritenuto in possesso dei requisiti, senza dover attingere alla "graduatoria" del Ministero della pubblica istruzione, pur ricevendo dallo Stato sostanziosi contributi.
Il problema dei tagli alla scuola privata parificata si era già presentato nel 2004, sempre col ministro Tremonti, ma, come ammette candidamente monsignor Bruno Stenco, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per l’educazione "li abbiamo recuperati anno per anno con emendamenti, con fatica e con ritardi".

Inutile sottolineare la rapidità con la quale i politici di destra, di sinistra e di centro si sono schierati a favore della Chiesa e delle sue necessità. Maria Pia Garavaglia, del Partito Democratico, sostiene: "Mancano all’appello ancora molti dei milioni che il precedente governo aveva assegnato alle scuole paritarie”, e il suo collega di partito, il senatore Antonio Rusconi, specifica che, per la precisione, mancano ancora 14 milioni di euro.
Il capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori, Massimo Donadi,  ritiene che sia positivo che il governo abbia accolto le richieste della Cei, ma aggiunge anche che  il governo "ora dovrebbe fare lo stesso per quelle altrettanto legittime che provengono dal mondo della scuola pubblica e della ricerca".

E mentre assistiamo al massacro della scuola pubblica e delle università, quelle che dovrebbero davvero formare gli uomini di domani e che dovrebbero costituire l’impalcatura dello Stato, e mentre il governo ignora e reprime le manifestazioni di migliaia di studenti, docenti e ricercatori della scuola pubblica, basta un cipiglio del Vaticano e il Governo scatta sull’attenti.

Sarebbe una farsa, se non fossimo alla tragedia.

 

di Vania Lucia Gaito viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it

Nella giornata di oggi l’aula della Camera ha approvato in via definitiva la Finanziaria 2009, che diventa così legge. Il radiogiornale dello ore 15,00 ha detto che sono stati reintegrati  120 milioni alla scuola, omettendo però che la scuola cui si riferiva era quella privata. Ringraziamo il diretto del GrRai Antonio Caprarica per la qualità della sua informazione.


18 dicembre 2008

Afghanistan, più truppe da Roma.

Petraeus chiede, Roma obbedisce. Con giallo su numeri e impegno in Afghanistan. Dopo aver sbandierato che non un solo uomo in più sarebbe partito per il fronte afgano, a sorpresa Roma ha deciso di prestare orecchio alle richieste americane, traghettate in Italia dal supercomandante
americano in visita ufficiale – tanto da essere ricevuto persino dal capo del governo – cui spetta ora di riorganizzare la guerra nel teatro asiatico. L’incremento sarà di quasi 600 militari da schierare nella parte più pericolosa della regione Ovest dell’Afghanistan, a Sud dell’area già sotto comando italiano di stanza nella provincia di Herat. Il contingente italiano, oggi composto da 2.270 uomini, salirà così il prossimo anno, per almeno sei mesi, a
quota 2.800 soldati. Ma dopo un po’ Berlusconi smentisce: "Nessun aumento delle truppe" ma solo rimozione dei caveat per "fare di più" e, tanto per restare in esercizio, una stoccata a sinistra: "fu D’Alema a bombardare la Serbia", come se tutto il parlamento, con qualche esclusione, non avesse votato a favore dell’intervento in Kossovo. Ma insomma a chi credere? Al premier o al suo ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che sembra comunque meglio informato?
Lunedi, dopo l’incontro con il generale David Petraeus, che ieri ha visto anche Frattini, La Russa non aveva escluso un possibile incremento delle forze italiane in Afghanistan, spostandole da un teatro operativo all’altro (quello balcanico) ma tenendo fermo il numero complessivo dei militari in missione "fuori area" (attualmente 8.500 uomini). Ieri alle Commissioni Difesa ed Esteri del Senato, ha quantificato, numeri alla mano, con una serie di arzigogoli matematici (gli stessi che hanno fatto forse dire al premier che non ci sarà un aumento di truppe) perché – ha detto – "quel che conta è la media del periodo". I 2.270 militari italiani sono oggi schierati in gran parte nell’Herat, dove si trovano 1.680 soldati, in parte trasferiti dall’area di Kabul, dove si trova il resto del contingente. Diverrano 2800. La Russa ha precisato anche che i soldati, non solo non saranno sottratti ad altri teatri ma che si spingeranno più a Sud: "a Farah, nei primi mesi del 2009" per la costituzione di un "battle group, supportato da un aviation battalion, indispensabile strumento per il concreto controllo del territorio". Fuor di metafora angloterminologica, un gruppo di combattimento. Non dunque l’aumento consistente di truppe che voleva Petraeus ma neanche il "no all’aumento" che era stato raccontato. E un "ni" sull’impegno a combattere nelle zone a rischio: non nell’Helmand ma una maggior presenza nella zona ribelle di Farah.
 
17 dicembre 2008

Protesta di Gafsa: iniziano i processi

La rivolta nel bacino di Gafsa, Tunisia, continua, nonostante le violente repressioni delle le autorità locali e il silenzio dei media. Il 4 dicembre sono inziati i processi a 38 sindacalisti che hanno preso parte agli scioperi, mentre la polizia continua a bloccare i giornalisti che tentano di avvicinarsi per documentare l’insurrezione popolare.
Da otto mesi nel bacino minerario di Gafsa studenti, operai, famiglie manifestano contro il modello economico tunisino. Grazie al minerale estratto da questo bacino, la Tunisia è il quarto produttore al mondo di fosfato, eppure la regione è rimasta una delle più povere del paese. Non solo, un piano di ristrutturazione ha ridotto del 75% gli effettivi della Compagnia di fosfati di Gafsa CPG: da undicimila impiegati a cinquemila. Oggi la disoccupazione colpisce il 40% dei giovani, veri protagonisti della rivolta.

Il Governo ha risposto costruendo un muro di silenzio; gli organi di informazione ufficiali tacciono. Intanto le forze di polizia hanno l’ordine di accerchiare, tormentare, arrestare i contestatari. E, soprattutto, di tenere lontano i giornalisti troppo curiosi. “Le autorità tunisine – ha spiegato il giornalista Rachid Khechana – non vogliono che lo scandalo esca dai confini nazionali. Poiché se le informazioni vengono diffuse all’estero, la situazione non potrà più essere controllata”. Eppure una squadra della Televisione pirata Al Hiwar Attounisi (Il Dialogo tunisino) è riuscita a filmare le immagini delle rivolta e a farle circolare. Sono infatti state diffuse via satellite sulla rete italiana Arcoiris e sull’emittente francese France 3. Da allora i giornalisti della rete televisiva tunisina sono vittime di angherie e pestaggi ripetuti.

Medlink, iniziativa di incontro delle società civili del Mediterraneo per la pace, lancia l’allarme:”Temiamo che il processo che si svolgerà dia adito ad accuse pretestuose, e chiediamo con forza il riconoscimento della legittimità di questa mobilitazione, che si è svolta con modalità pacifiche”.
“Protestiamo contro gli arresti dei leader sindacali, giornalisti e di chiunque abbia capacità organizzative e comunicative, operata al solo fine di decapitare la rivolta di Gafsa, esprimiamo indignazione per i casi di tortura e le parodie di processi, oltre ai tre morti già censiti, vittime della repressione poliziesca. Chiediamo la liberazione immediata dei prigionieri e protestiamo contro la criminalizzazione della solidarietà con questo movimento espressa da ONG e società civile, in vari paesi, nel rispetto delle leggi rispettive” continua Medlink, e conclude “esprimiamo solidarietà a Adnane Hajji, portavoce del movimento di Gafsa e segretario generale del sindacato dei insegnanti di scuola elementare della città di Redeyef, e alle altre 37 persone coinvolte nel processo che inizierà domani. Con una popolazione che chiede migliori politiche del lavoro, servizi pubblici e lotta alla corruzione è doveroso che il Governo tunisino apra al più presto una trattativa”.

A cura di Marzia Coronati amisnet.org

16 dicembre 2008

Camorra: l’ultimo affare milionario. 1500 forni abusivi di pane. Cotto con la legna delle bare.

Napoli. Non gli importa se i gatti si avventano sulla pizza che ha appena sfornato o se  i topi mangiano la farina dai sacchi lasciati aperti per terra, tra fango e spazzatura. Non gli importa se il tavolo dove mette il pane a lievitare è ricoperto di escrementi di piccione o se il vento fa cadere nell’impasto le ragnatele che penzolano dal soffitto. E non gli importa neppure se nel forno dove cuoce deve smaltire le bare mezze marce delle esumazioni dei cimiteri di Napoli e Caserta, o bruciare materiali tossici, scarti di industrie chimiche e copertoni d’auto. A Salvatore, panificatore improvvisato, tutto questo non interessa. Lui continua a lavorare e a sfornare panini, pizze e sfilatini per tutta la notte e la prima mattinata. Dal lunedì alla domenica. La sua unica preoccupazione è quella di riuscire a caricare i furgoncini che passano a ritirare il pane. Poi tutto il resto è normale.

Nell’industria del pane abusivo della provincia di Napoli – un giro d’affari di oltre cinquecento milioni di euro l’anno – non c’è niente di strano, niente che non si possa fare. Tutto è lecito, purché a fine giornata ciascun forno abusivo abbia prodotto dai duemila ai quattromila pezzi di pane. Nel Napoletano sono circa millecinquecento i panifici segnalati dai cittadini ai carabinieri, al numero verde istituito dalla Provincia e alla associazione regionale panificatori, la Unipan. Ma, secondo una stima dell’assessorato provinciale dell’agricoltura, ce ne sarebbero altrettanti sparsi tra le campagne e i vicoli di Nola, Caivano, Cardito e Giuliano.

Per produrre pane abusivo, a Napoli e dintorni, basta avere una baracca o un garage, la voglia di faticà e il permesso del clan della zona. È il clan che ti rilascia l’autorizzazione, ti procura la farina e, con quella, i materiali da bruciare nei forni. È il clan che ti indica a quali negozi e supermercati puoi e devi vendere il pane, ti affianca la manodopera clandestina e persino l’avvocato se qualcosa dovesse andare storto e i carabinieri dovessero mettere i sigilli al forno. Proprio come è successo a Salvatore, difeso dalla cognata del boss della zona.

Afragola, terra del clan Moccia, è il regno della panificazione abusiva: in poche settimane, sono stati scoperti centodieci forni. In una sola strada, via Calvanese, i carabinieri ne hanno trovati nove. “Il pane per la criminalità è diventato una fonte di guadagno di milioni di euro l’anno” spiega il colonnello Gaetano Maruccia, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli: “Permette di riciclare denaro, controllare e stabilire il costo della farina su tutto il territorio campano e, di conseguenza, anche il prezzo di vendita del pane e persino la quantità che deve essere prodotta”. A gestire l’intera filiera del mercato parallelo della panificazione, assieme al clan Moccia, sono anche le famiglie Polverino di Maraso e Russo di Nola. Ed è proprio con gli scarti delle nocelle, le nocciole, che arrivano dalle campagne di Nola, che la camorra avvelena il pane. Ogni giorno, i clan dirottano nei forni abusivi tonnellate di gusci di nocciole trattate con antiparassitari, scarti dell’industria alimentare, che per legge dovrebbero essere smaltiti come rifiuti speciali perché tossici.

Non solo. Con i gusci, la camorra, brucia nei forni anche porte laccate, tavoli, scheletri di divani e poltrone. A Pozzuoli, alcuni conducenti della ditta che ha in appalto la raccolta differenziata, scaricano interi salotti, cucine e vecchi infissi in legno davanti ai forni abusivi.

La camorra arriva dove si ferma l’immaginazione: “È in mano ai clan anche la gestione dei servizi cimiteriali dei territori di Napoli e Caserta” denuncia Tommaso Pellegrino, ex segretario della Commissione bicamerale antimafia, “ed è sempre la camorra che si occupa delle cremazioni delle esumazioni e dello smaltimento delle bare”. Smaltimento rapido e a costo zero. Il Nas, il Nucleo antisofisticazioni e sanità dei carabinieri, durante blitz notturni all’interno dei forni abusivi ha trovato decine di bare tagliate, pronte per esser utilizzate per la cottura del pane. Ma come per tutti i legnami trattati compresi i gusci di nocciola le porte, le sostanze  tossiche delle tinture e delle coppali presenti sulle bare, con il calore si sciolgono e si trasformano in resine che si depositano sulle pareti del forno. Poi, con le altissime temperature di cottura, questa resina velenosa e cancerogena si scioglie nuovamente e viene assorbita da pane, pizza e dolci.

Dall’inizio dell’anno ad oggi poco meno di ottocento i forni abusivi chiusi, cinquecento dei quali sono stati definitivamente smantellati. Trecento, però, sono stati riaperti dalle amministrazioni comunali. “La lotta al fenomeno della panificazione illegale combattuta dai carabinieri, dal Nas, dalle associazione di categoria, è frenata dalle amministrazioni corrotte o minacciate dalle famiglie camorriste” precisa Tommaso Pellegrino. “Molti comuni non controllano il territorio e autorizzano la riapertura di strutture non a norma”. Aggiunge Francesco Borrelli, assessore all’Agricoltura della Provincia di Napoli, da anni impegnato al fianco dei carabinieri e dell’Unipan nella lotta alla panificazione abusiva: “Sono scarsi anche i controlli da parte delle Asl, dalle quali ci aspetteremmo, invece, molte più ispezioni e sopralluoghi all’interno dei panifici abusivi. In realtà andrebbero ispezionati anche quelli autorizzati, che spesso non rispettano nessuna norma igienico-sanitaria, a partire da quella sulla conservazione della farina”.

La farina: è l’altro grande business della camorra. Quella dei forni abusivi arriva dalla Toscana, dall’Umbria, dalla Lombardia e dal Friuli Venezia Giulia. Dai molini della provincia di Pisa e Siena, da Perugina, Brescia e Pordenone, i clan acquistano assieme alla farina di prima qualità anche gli scarti o quelle farine che dovrebbero essere smaltite. Le fanno arrivare nei depositi regolare della zona e, da qui, ai panificatori abusivi. Ma quando la farina arriva nei forni è già in parte deteriorata. I sacchi da cinquanta chilogrammi vengono accatastati in stalle o in garage esposti alla pioggia, al vento e ai topi. Solo pochi giorni fa, i carabinieri ne hanno sequestrato uno ad Afragola, ma il suo proprietario ha trasferito il suo deposito su un vecchio camion e a continuato la distribuzione.

Tra le farine sequestrate e utilizzate nell’impasto per il pane mescolate a quelle italiane, anche prodotti importati dall’Est Europa: di questi, non è stata accertata la genuinità. Ma è il meno.
 
di Nadia Francalacci

15 dicembre 2008

Iraq: Bacio di addio a Bush

 

 
Bush il Piccolo, durante una conferenza stampa a Bagdad, e’ stato ricevuto con un lancio di scarpe da parte del giornalista Muntadhir Al-Zaidi.
"Questo è un regalo dagli iracheni; questo è il bacio di addio, cane", e’ il grido rabbioso che ha accompagnato il lancio della prima scarpa.

Poi il coraggioso giornalista, ha scagliato la seconda scarpa profferendo "questo è da parte delle vedove, degli orfani e di coloro che sono stati uccisi in Iraq"

L’ultima comparsata dell’esilarante Bush il Piccolo in terra di Mesopotamia si e’ risolta in un numero degno del cinema comico delle annate buone. Un altro sintomo della pessima salute del declinante impero, avviato a tappe forzate ad occupare il ruolo piu’ consono di primus inter pares.

L’ammirazione per Al-Zaidi e’ sconfinata, e non solo per la coraggiosa azione di patriottismo. E’ un grande comunicatore, versatile e polivalente, che ha saputo usare l’unico mezzo di comunicazione contundente a sua disposizione: nel momento giusto e nel luogo appropriato. E’ la semiotica della dignita’.


LIBERTA’ per Muntadhir Al-Zaidi

 

http://selvasorg.blogspot.com/

12 dicembre 2008

12 dicembre 1969, piazza Fontana. La strage impunita.

Un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.
Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra.
Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.

15 dicembre 1969,
tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario calabresi, che non si trovava nella stanza ,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché "il fatto non sussiste".
Intanto gli inquirenti continuano a seguire la pista anarchica.

16 dicembre 1969
Viene arrestato Pietro Valpreda appartenente al gruppo 22 Marzo, il quale viene accusato di essere l’esecutore materiale della strage. La conferma di tali accuse è data da un tassista, Cornelio Rolandi , che racconta di aver portato Valpreda il 12 dicembre sul luogo della strage e da Mario Merlino anch’egli militante nel gruppo 22 marzo, che però si scoprirà poi essere un neofascista infiltrato dai servizi segreti.
Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici, si scopre che le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti di eversione nera.
I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Freda nasce ad Avellino e vive a Padova dove milita nella gioventù missina alle superiori e nel Fuan all’università. Abbandonerà poi l’Msi per aderire all’organizzazione Ordine Nuovo guidata da Pino Rauti. Grande ammiratore di Hitler ed Himmler è convinto sostenitore della supremazia della razza ariana. Ventura nasce a Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista. Adesso la pista che si segue è quella nera, e l’indagine coinvolge nuovi personaggi come Guido Giannettini appartenente al Sid esperto e studioso di tecniche militari. Il suo nome viene coinvolto nelle indagini dopo le dichiarazioni di Lorenzon, un professore di Treviso amico di Giovanni Ventura, il quale riferisce al giudice Calogero alcune confidenze fattegli da Ventura circa gli attentati dinamitardi avvenuti i quel periodo. Lorenzon prende questa iniziativa il 15 dicembre ‘69, giorno in cui si reca dall’avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove stende un memoriale che poi verrà consegnato alla magistratura. Valpreda si trova ancora in carcere quando nel 1971, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69. I magistrati scoprono inoltre che il gruppo neofascista si riuniva presso una sala dell’Università di Padova messa a disposizione dal custode Marco Pozzan, anch’egli esponente di Ordine Nuovo e fidato collaboratore di Franco Freda.

23 febbraio 1972
inizia a Roma il primo processo per la strage, che vede come principali imputati Valpreda e Merlino. Il processo verrà poi trasferito a Milano per incompetenza territoriale ed infine a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.

3 marzo 1972
Freda e Ventura vengono arrestati e con loro finisce in manette anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, su mandato del procuratore di Treviso, con l’accusa di ricostituzione del partito fascista, e perchè implicato negli attentati del’69 e nella strage di piazza Fontana. L’inchiesta è in mano ai magistrati milanesi D’ambrosio e Alessandrini, i quali decidono di rimettere in libertà Pino Rauti senza far cadere i capi d’accusa, per evitare che se Rauti fosse eletto deputato i fascicoli passassero ad una commissione parlamentare. Dalle indagini emerge sempre più chiaramente un collegamento fra Servizi segreti e movimenti di estrema destra. È infatti alla fine del 1972 che uomini del Sid intercettano il Pozzan , latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e dopo averlo sottoposto ad un interrogatorio ed avergli fornito un passaporto falso lo hanno fatto espatriare in Spagna. Il Sid interviene anche per Ventura all’inizio del 1972, quando questi, detenuto nel carcere di Monza, sembra voler cedere e rivelare alcune informazioni sulla strategia della tensione, gli viene fatta avere una chiave per aprire la cella e delle bombolette di gas narcotizzante per neutralizzare le guardie di custodia permettendogli la fuga. Siamo adesso alla volta di Giannettini, il quale, legato al Sid da un rapporto di collaborazione, dopo essere stato sospettato di coinvolgimento nella strage, viene indotto ad espatriare in Francia dove continuerà ad essere stipendiato dal Servizio.

20 ottobre 1972
Tre avvisi a procedere , per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli interni, al questore di Roma Bonaventura Provenza e al capo dell’ufficio politico della questura di Milano Antonino Allegra.

29 dicembre 1972
Torna libero Pietro Valpreda. Viene infatti approvata una legge che prevede la possibilità di accordare la libertà provvisoria anche per i reati in cui è obbligatorio il mandato di cattura.

18 marzo del 1974
Il processo riprende a Catanzaro il ma dopo trenta giorni ci sarà una nuova interruzione per il coinvolgimenti di due nuovi imputati: Freda e Ventura.

Catanzaro, 27 gennaio 1975
Al terzo processo sono imputati sia gli anarchici che i neofascisti. Anche questo procedimento viene interrotto, dopo un anno, per l’incriminazione di Giannettini

Catanzaro, 18 gennaio 1977
Gli imputati sono: neofascisti, Sid e anarchici.
La sentenza: ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, assolti Valpreda e Merlino.
Gli imputati condannati con la prima sentenza verranno poi assolti tutti in appello, ma la Cassazione annullerà la sentenza proscioglierà Giannettini e ordinerà un nuovo processo.

Catanzaro, 13 dicembre 1984
inizia il quinto processo che vede come imputati Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Tutti assolti. La sentenza è confermata dalla Cassazione.

Catanzaro, 26 ottobre 1987
Al sesto processo gli imputati sono i neofascisti Fachini e Delle Chiaie.

20 febbraio 1989
gli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto

1990
le indagini riaperte dal Pubblico Ministero Salvini subiscono una svolta decisiva. Delfo Zorzi, capo operativo della cellula veneta di ordine Nuovo, per sua stessa ammissione, è l’esecutore materiale della strage. Zorzi dopo l’attentato riparò in Giappone dove tuttora vive protetto dal governo Nipponico che ha sempre rifiutato di concedere l’estradizione del neofascista.

5 luglio 1991
la sentenza di assoluzione per fachini e Delle Chiaie viene confermata dalla Corte d’assise d’appello di Catanzaro.

11 aprile 1995, a conclusione di quattro anni di indagini svolte sull’ attivita’ di gruppi eversivi dell’ estrema destra a Milano, un’ inchiesta parallela a quella sulla strage di Piazza Fontana, il giudice istruttore Guido Salvini rinvia a giudizio Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Carlo Digilio e Ettore Malcangi e trasmette a Roma gli atti riguardanti Licio Gelli per il reato di cospirazione politica per il quale, comunque, non si potra’ procedere perche’ il gran maestro della Loggia P2 non ha avuto l’ estradizione dalla Svizzera per questo reato.

17 maggio 1995: arrestato l’ ex agente della Cia Sergio Minetto.

10 novembre 1995: Il tg di Videomusic dice che il giudice Salvini ‘si e’ formato l’ opinione’ che l’ autore della strage sarebbe Delfo Zorzi. Il giudice protesta per la fuga di notizie.

23 luglio 1996: arrestati Roberto Raho, Pietro Andreatta, Piercarlo Montagner e Stefano Tringali, accusati di favoreggiamento personale aggravato.

14 giugno 1997: il gip Clementina Forleo emette due ordini di custodia, uno per Carlo Maria Maggi, l’altro, non eseguito, nei confronti di Delfo Zorzi, da vari anni imprenditore in Giappone.

21 maggio 1998: La Procura di Milano chiude l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (21 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura) e deposita la richiesta di rinvio a giudizio per otto persone, tra cui: Carlo Maggi, il medico veneziano a capo di Ordine Nuovo nel Triveneto nel 1969; Delfo Zorgi, neofascista di Mestre oggi miliardario in Giappone; Giancarlo Rognoni, milanese, allora a capo della ‘?Fenice”; Carlo Digilio, esperto di armi e esplosivi in contatto anche con i servizi segreti, che e’ l’unico ‘pentito’ dell’inchiesta; e i due ex appartenenti ad Ordine Nuovo Andreatta e Motagner, accusati di favoreggiamento. I magistrati della procura milanese hanno tenuto aperto uno ‘stralcio’ riguardante Dario Zagolin, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato in contatto con Licio Gelli, presunto stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni, e un altro riguardante la ‘squadra 54′, un nucleo speciale di quattro poliziotti dell’ Ufficio Affari riservati del Viminale, spediti a Milano nei giorni dell’attentato di Piazza Fontana.

13 aprile 1999: con una serie di eccezioni preliminari comincia l’udienza preliminare del processo d’appello.

8 giugno 1999: il gip Clementina Forleo rinvia a giudizio l’imprenditore Delfo Zorzi, latitante in Giappone, il medico Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, presunti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e Stefano Tringali con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

16 febbraio 2000: comincia in seconda sezione della Corte d’ Assise di Milano il nuovo processo, ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli avvocati.

1 luglio 2001: la Corte di Assise di Milano condanna all’ ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d’armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.

19 gennaio 2002. Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.

6 luglio 2002. Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.

16 ottobre 2003. A Milano comincia il processo presso la Corte d’assise d’appello.

22 gennaio 2004. Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.

12 marzo 2004. La Corte d’assise d’appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.

21 aprile 2005. Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l’assoluzione disposta dalla Corte d’assise d’appello.

3 maggio 2005. La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.

 
11 dicembre 2008

La lettera del magistrato bolognese Norberto Lenzi.

“L’opinione pubblica e quelli che la creano dovrebbero cercare di spiegare quella che appare come una contraddizione insanabile.
E’ di tutti i giorni un reportage giornalistico, una inchiesta televisiva o una indagine sociologica che ci mostra come e qualmente esistono perversi intrecci tra politica, imprenditoria e criminalità più o meno organizzate.
Tale esistenza è data e ricevuta come certa e suscita preoccupazione ed indignazione universali. Ma ogni qualvolta la magistratura si imbatte in qualcosa che pare celare uno di questi intrecci e tenta di fare luce l’atteggiamento degli opinion maker (e di conseguenza dei loro destinatari) muta completamente ed irragionevolmente.
Si comincia con l’invocare la presunzione di non colpevolezza per gli indagati, si continua alimentando sospetti sulle reali motivazioni degli inquirenti (unica categoria rimasta in Italia per la quale tale presunzione non vale), si fanno indagini sulle loro propensioni politiche e, se non si trova proprio nulla, si stigmatizza comunque il loro protagonismo.
In sintesi si opera scientificamente una delegittimazione preventiva delle indagini fondata su quella che potremmo chiamare incultura del sospetto.
Nei pochi casi nei quali si è faticosamente riusciti a pervenire, con decisioni definitive, all’accertamento di precise responsabilità (vedi caso Andreotti) non solo queste vengono ignorate, ma si stravolge la informazione fino ad attribuire loro un significato contrario.
Ma è possibile che tra i tanti comportamenti criminali denunciati genericamente (verrebbe da dire virtualmente) come una emergenza insopportabile per il Paese, che tutti dicono di voler superare, non ci siano mai quelli su cui la giustizia inizia ad indagare?
Anche raffigurandola cieca come la fortuna, possibile che non ci si prenda mai neppure per caso e che si colpisca sempre, come in un assurdo giuoco di battaglia navale, le poche isole innocenti in un mare di corruzione?
Così tutti ci scandalizziamo quando ci mostrano le cosiddette cattedrali nel deserto, opere incompiute ed inutili iniziate per poter ottenere fondi europei e nazionali che poi spariscono in mille rivoli, suddivisi secondo i vari manuali Cancelli locali sotto lo sguardo indifferente (e a volte esoso) dei controllori.
Se qualcuno però, come De Magistris, cerca di capire e comincia ad individuare delle possibili responsabilità, prima viene invitato alla prudenza dai suoi superiori e poi viene allontanato con procedure urgenti per minimi (e non si sa ancora quanto dimostrati) addebiti. Vengono punite le pagliuzze di De Magistris mentre la trave resta saldamente conficcata nel corpo martoriato della società calabrese.
Ora si profila un trasferimento delle indagini a Roma. L’auspicio, doveroso, è che si siano diradate le nebbie nel porto di quella Procura. Purtroppo quell’ufficio ha spesso dimostrato in passato orecchio molto sensibile ai richiami della politica e non vorremmo dover riadattare il proverbio in ‘tra i due litiganti il terzo ode’”.
 
9 dicembre 2008

Operazione Terra Promessa: Nuovi Schiavi. Cento braccianti polacchi scomparsi nel buco nero del lavoro sommerso.

Il 4 agosto 2005, Arkadiusz Wojcech e Bartosz, tre universitari polacchi di vent’anni salgono sul pullman che la provincia di Torun, già patria di Copernico e poi di Radio Maria, li porterà a Foggia. Vanno a raccogliere pomodori in Capitanata, ma non sono spinti dalla miseria nera degli altri 43 passeggeri: vogliono solo mantenersi agli studi. Hanno pagato 200 euro per le spese di vigaggio, vitto e alloggio, sanno che faticheranno come vestire, ma sei euro a cassa sono tanti per loro, anche se non hanno ben chiaro che sono cassoni da tre quintali.

In due giorni i ragazzi arrivano a sud di Foggia, a Orta Nova. In uno schifoso accampamento soro nello spiazzo di un ristorante per banchetti fallito. C’è ancora l’insegna arrugginita: Paradise. Fra cento disgraziati tenuti in condizioni subumane, scoprono di dover pagare altri soldi per il mangiare, il dormire e il trasferimento ai campi. Glielo comunica il caporale, polacco come loro e tatuato pure in faccia. Si chiama Mariusz Poleszak, detto il Cane, è il vice di Jasnuk Niedzwiadek, uno dei più potenti trafficanti di braccia della zona. Avranno la paga come e quando deciderà lui e non pensino di fuggire o di chiedere aiuto. Tanto lì non li troverà nessuno.

Arkadiusz, Wojcech e Bartosz sono finiti nel girone dello schiavismo italiano, che alimenta buona parte dell’industria dell’industria del pomodoro. In quattro giorni di lavoro, dall’alba alla notte, raccolgono quaranta cassoni, secondo i patti sono 240 euro. Li chiedono al Cane: ringhia che quei soldi lo rifondono dell’uso della tenda e della latrina. Di notte, i ragazzi scappano, raggiungono il consolato polacco a Bari e sporgono denuncia.

I tre studenti non sono abituati, come gli altri dannati della terra arruolati dal caporalato, a sopportare e a tacere (anche quando tornano a casa, perché troppa è l’umiliazione) sugli imbrogli, le mazze di ferro, i ricatti, le sparizioni e le “morti anomale” di cui non si trova mai il colpevole. Le loro famiglie hanno già avvisato l’Ambasciata. Da quella ribellione borghese, da quella consapevolezza dei diritti, nasce l’operazione dei Ros Terra Promessa e l’indagine della Dda barese, che rinvia a giudizio per riduzione e mantenimento in schiavitù 23 caporali. Condannati in prima istanza, il 28 febbraio scorso, a 106 anni.

In Polonia, la sentenza è finita in prima pagina e, in pochi mesi, sono state raccolte seicento denunce. Ma in Polonia un programma come Chi l’ha visto indaga sul centinaio di compatrioti spariti dal 2000 nelle campagne italiane. Da noi, la notizia non ha oltrepassata le cronache locali, anche se nel foggiano 15 morti sconosciuti “probabilmente dell’Est” giacciono da anni nelle celle frigorifere e nei cimiteri si seppelliscono braccianti di identità e nazionalità più o meno certa.

Questa storia di crimine transnazionale, pietà tradita e indifferenza colposa la rivela, nell’ottimo reportage narrativo Uomini e Caporali, Alessandro Leogrande. Tarantino, 31 anni, vicedirettore della rivista di Goffredo Fofi Lo straniero e già tre libri all’attivo, Leogrande ha indagato per un anno e mezzo e, visto che il suo intento era confrontare le antiche forme del bracciantato con quelle attuali, globalizzate e postmoderne, è inciampato anche nella storia di famiglia. Ha scoperto che un suo trisavolo era implicato nell’agguato della masseria di Marzagaglia in cui, il 1° luglio 1920, in pieno biennio rosso, gli agrari uccisero sei braccianti che reclamavano la paga. E l’ha raccontato.

Più romanzesco di un romanzo. E Uomini e caporali , pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu, la stessa di Gomorra, ha buon possibilità di diventare un caso. IL regista Edoardo Winspeare si dice interessato. “Le lotte contadine, il passato, la contemporaneità: i miei temi preferiti”. In effetti, il desolato stupore che si prova leggendo Uomini e caporali ricorda quello suscitato dal libro di Roberto Saviano.

Una delle prime cose che Leogrande ha capito nelle sue ricognizioni è che ormai l’indagine sociale la fa meglio la magistratura dei sindacati, dei ricercatori, del volontariato. Negli atti c’è una valanga di materiale, anche antropologico, dove si scopre che le condizioni dei braccianti postmoderni e globalizzati sono uguali, anzi peggiori di quelle dei secoli scorsi. Perché un tempo braccianti e caporali appartenevano alla stessa comunità, c’era un rapporto consuetudinario, minime forme di controllo sociale. Oggi la forza lavoro è straniera, anonima, rimpiazzabile. I braccianti non sanno neanche dove si trovano, non conoscono nessun italiano e, stremati dalla fatica, non stabiliscono relazioni fra di loro.

“Dai primi contatti con Cgil, medici senza frontiere, Caritas, ho capito che sapevano poco” dice Leogrande. “C’era chi parlava ancora di braccianti africani, ma nei campi pugliesi non se ne vedono quasi più: dopo un viaggio così costoso e rischioso non si accontentano di quelle condizioni di lavoro. Volendo restare in Italia, cercano di meglio. Invece i polacchi, cittadini europei, possono fare avanti e indietro con il loro Paese e accettano tutto”.

Una persona che sa molto sui braccianti venuti dall’Est è Domenico Centrone, industriale del carciofo sott’olio, console onorario della Polonia in Puglia, grazie a ventennali contatti i politici e commerciali, e presidente, per Forza Italia, del Consiglio comunale di Castellana Grotte. È lui che ha ospitato nella foresteria alcuni schiavi del Paradise liberati dai carabinieri, è lui che, trasferendoli a 150 chilometri, ha rotto il muro di paura e di omertà: con i caporali che ronzavano intorno alla caserma di Orta Nova nessuno parlava, così invece si sono cominciate a scrivere le prime testimonianze. Ed è spuntato perfino un caporale pentito: Andrei Wnuk, che ha collaborato con la giustizia ma non ha avuto particolari sconti di pena perché in Italia non c’è una legge sul caporalato che li preveda. Nell’ultimo governo Prodi se n’era parlato, ma poi c’è stata la crisi. E il governatore Nichi Vendola ha solo potuto fare una legge  che impedisce di ottenere i fondi europei agli imprenditori non in regola.

Secondo la Flai Cgil pugliese solo cinque per cento degli imprenditori agricoli della regione è in regola. Il contratto nazionale parla di sei ore e trenta minuti al giorno per 36,30 euro, ma il cottimo prevale e, sui 3,50 euro a cassone, cinquanta centesimi vanno al caporale. Sempre che i braccianti vengano pagati: in certi casi, finita la raccolta, i clandestini sono stati denunciati e rimpatriati senza vedere un soldo.

L’Italia, incalzata dalla Cina, è il secondo produttore di pomodori dopo gli Stati Uniti: cinquant milioni di quintali da trasformare, e la Puglia fornisce un terzo del prodotto nazionale. Ma l’industria conserviera paga il pomodoro solo 75 euro a tonnellata. Così gli agrari sostengono che non possono tirare avanti senza il caporalato. Che è anche più efficiente e flessibile dell’iter contrattuale nel seguire i ritmi imprevedibili dei pomodori, come dei carciofi, delle vite e dell’olivo.

Gli agrari più scaltri si aggiustano poi il bilancio con le truffe. Nel 2007 a Cerignola, dove arrivano fino a 15 mila irregolari stranieri, la Procura di Foggia ha scovato undici aziende agricole fittizie create per assumere falsi braccianti italiani e far scattare il diritto al sussidio di disoccupazione. Nelle feconde campagne di Cerignola si stimano 12 mila falsi braccianti su un dato presumibilmente reale di tremila. In tutta  Italia, 120 mila.

Viene da pensare che non c’è poi tanta differenza fra i diamanti insanguinati africani, evitati con disgusto dai probi cittadini, e i pomodori che divoriamo in allegria. Ma gli abitanti dei borghi, i carabinieri, i negozianti, non hanno mai visto niente? Leogrande risponde che il razzismo, magari strisciante, ha fatto la sua parte, che i negozi dove i braccianti sono spesso obbligati a far la psesa appartengono agli amici e parenti dei caporali, che anche i carabinieri “hanno rapporti d conoscenza o parentela con chi specula sul mercato delle braccia”.

A volte il bracciante si configura come vera tratta (con tanto di passaporti sequestrati), anche finalizzata alla prostituzione: molte le ragazze sbattute dai campi al marciapiede. E con i corpi arrivano armi e droga, il trittico delle mafie. Ma a parte la ‘ndrangheta, per tradizione attenta al controllo del territorio, le altre organizzazioni non paiono interessate a questi traffici: roba da straccioni. Intanto gli straccioni polacchi si vedono di meno nelle campagne di Puglia. Dopo lo scandalo un po’ i romeni. Che qui non hanno neanche un console onorario.
 
di Paola Zanuttini

4 dicembre 2008

La nuova propaganda del Pentagono in Iraq


Mentre il ‘patto di sicurezza’ che dovrebbe regolare la presenza americana in Iraq nei prossimi tre anni attende l’approvazione del parlamento iracheno, e mentre negli Stati Uniti si rincorrono le voci che parlano di una possibile riconferma di Robert Gates al Dipartimento della Difesa, molti si domandano quali potranno essere le future politiche americane in Iraq. Se Gates dovesse essere riconfermato, le politiche che egli adotterà nel Paese potrebbero proseguire nel solco di quelle da lui delineate a pochi mesi dalla scadenza del mandato di George W. Bush, e descritte nel seguente articolo dell’analista americano John Brown

Negli ultimi mesi, il Segretario americano alla Difesa, Robert Gates, ha ricevuto molti apprezzamenti per aver ridimensionato i toni della retorica trionfalistica che aveva contrassegnato le prime fasi della cosiddetta ‘guerra al terrore’. L’enfasi da lui posta sulla necessità di “
un senso di umiltà, ed un riconoscimento dei limiti” è una dolce musica per coloro che mettono in discussione la necessità di fare automaticamente ricorso ad un uso sproporzionato della forza per difendere gli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Ma vi è un settore in cui Gates non è altrettanto modesto o consapevole dei limiti quanto egli vorrebbe che fossero i militari. Nelle sue frequenti dichiarazioni in cui afferma che l’hard power non può ottenere tutto, Gates sottolinea che ciò di cui c’è bisogno è una dose maggiore di soft power (l’‘hard power’ di un Paese designa la capacità che esso ha di esercitare la propria influenza attraverso mezzi eminentemente militari, o mezzi economici coercitivi; il ‘soft power’ designa invece la capacità di esercitare la propria influenza attraverso la diplomazia, la cultura e la storia (N.d.T.) ). Tuttavia, quello che emerge è che egli intende dosi massicce di soft power interpretate, ‘confezionate’, e distribuite dal Pentagono e dalle sue ditte appaltatrici.

E’ vero che, in un discorso tenuto nel novembre dell’anno passato, Gates disse che un altro ente governativo – il Dipartimento di Stato – avrebbe dovuto ottenere più fondi per le sue attività di soft power, che includono programmi di ‘public diplomacy’, come i suoi trascurati scambi culturali ed educativi (con l’espressione ‘public diplomacy’ si intendono quegli aspetti della diplomazia internazionale non direttamente legati ai rapporti tra governi nazionali; la ‘public diplomacy’ si concentra sui modi in cui un determinato Paese può comunicare con i cittadini di altri Paesi; questi modi includono l’informazione ed altri mezzi mediatici come i film, la televisione, la musica, ecc. (N.d.T.) ).

Tuttavia, poco notata tra le molto acclamate dichiarazioni di Gates vi è la seguente affermazione: “Non fraintendetemi, chiederò ulteriori fondi per la difesa l’anno prossimo”. Parte del denaro che Gates intende spendere, come ha recentemente riferito il Washington Post, sarà dedicata ad uno sforzo triennale – con una spesa di 300 milioni di dollari – per “coinvolgere e motivare” la popolazione dell’Iraq ad appoggiare il suo governo e le politiche Usa, attraverso una serie di programmi che vanno dai prodotti mediatici all’intrattenimento (un’ulteriore somma di 15 milioni di dollari all’anno dovrebbe essere spesa per effettuare sondaggi d’opinione tra gli iracheni).

Si tratta di una cifra enorme per gli standard delle politiche di soft power. Il Dipartimento di Stato prevede di spendere appena 5,6 milioni di dollari in ‘public diplomacy’ in Iraq nell’anno fiscale 2008. Il denaro del Dipartimento della Difesa sarà distribuito fra quattro società appaltatrici private, incluso il Lincoln Group il quale, sulla base di accordi con il Pentagono, pagò segretamente alcuni giornali iracheni per stampare articoli scritti dai vertici militari americani ma pubblicati come notizie di prima mano.

Alcune voci critiche si sono levate nei confronti dell’iniziativa di Gates per accattivarsi i cuori e le menti degli iracheni. Jim Webb, senatore Democratico della Virginia, il cui background militare e giornalistico lo rende ampiamente qualificato a parlare a proposito dell’uso del soft power da parte del Pentagono, scrisse in una lettera a Gates: “Mentre questo Paese si trova di fronte a una crisi economica così grave, e mentre il governo iracheno registra almeno 79 miliardi di dollari di surplus derivanti dagli introiti petroliferi, secondo me ha ben poco senso che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti spenda centinaia di milioni di dollari per fare propaganda nei confronti del popolo iracheno”.

Gli specialisti di ‘public diplomacy’ sono anch’essi rimasti sconcertati dalla missione di indottrinamento di Gates. Un noto esperto mi ha scritto tramite e-mail: “La comunicazione che è vista come propaganda non attrae, e di conseguenza non produce soft power”. Le voci critiche sottolineano che i finanziamenti del Dipartimento della Difesa non sono trasparenti, e ciò potrebbe tradursi nella perdita di credibilità dei suoi programmi nel momento in cui coloro a cui tali programmi sono indirizzati scopriranno da dove viene realmente il denaro. Una cosa del genere si è indubbiamente verificata nel corso della Guerra Fredda, quando emerse che la CIA era il segreto finanziatore di riviste intellettuali che erano in precedenza considerate indipendenti.

L’ambasciatore iraniano in Iraq, Kazemi Qomi, ha già espresso le proprie rimostranze: “Quattro importanti compagnie nel settore dei media stanno dando il loro contributo al piano del Pentagono di incitare l’opinione pubblica irachena contro l’Iran e di guastare i rapporti fra Tehran e Baghdad”. Una simile “propaganda anti-iraniana”, ha affermato l’agenzia di stampa iraniana FARS, è “inutile”.

La costosa iniziativa di soft power del Pentagono non è limitata ad un pubblico straniero, ma include gli stessi Stati Uniti. Essa stabilisce la necessità di “comunicare in maniera efficace con le nostre audience strategiche (vale a dire con il pubblico iracheno, con quello arabo, con quello internazionale, e con quello degli Stati Uniti) per assicurare una diffusa approvazione dei temi e dei messaggi [del governo statunitense e di quello iracheno]”. Secondo Marc Lynch, uno specialista del settore dei media mediorientali, fare del “pubblico americano…un obiettivo chiave da manipolare attraverso la diffusione segreta di messaggi di propaganda dovrebbe essere considerato scandaloso, lesivo della democrazia, e illegale”.

Scandaloso lo è certamente, ma questa abitudine di rendere la stessa patria americana un obiettivo fa parte del modo di operare del Dipartimento della Difesa, come confermano le rivelazioni del New York Times riguardo all’uso ‘militare’ di commentatori dei media nazionali in qualità di propagandisti del Pentagono (queste attività sono attualmente soggette ad un’indagine della Commissione federale delle comunicazioni).

Nulla è peggiore del cattivo uso dell’hard power, come Gates ha giustamente suggerito. Tuttavia egli non sembra disposto ad ammettere che la stessa cosa è vera anche nel caso di ciò che il Pentagono interpreta come soft power.

 
di John Brown www.osservatorioiraq.it

John Brown ha fatto parte dell’‘US Foreign Service’, il servizio diplomatico statunitense, per oltre vent’anni. Si è dimesso nel marzo 2003, assieme ad altri due colleghi, per protesta contro la decisione di invadere l’Iraq. Attualmente è ‘senior fellow’ presso il Center on Public Diplomacy della University of Southern California.

1 dicembre 2008

Giornata Mondiale per la lotta all’Aids: pensavo la malattia passasse in fretta. Ora mi curo e non smetto di sperare

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Mamatsoele Leseo, 29 anni (nella foto in basso)
 
Sono del villaggio di Setleketsens, ma vengo sempre a St Rodrigue per andare alla clinica. Sono venuta alla clinica per la prima volta quando ero molto malata. Non riuscivo più a camminare. Ero così debole che le articolazioni non mi sostenevano.

Mia madre ha fatto venire gli infermieri a casa perché non ce la facevo a salire su per la montagna. Mi hanno fatto il test e nell’agosto del 2006 ho scoperto di essere HIV-positiva. La diagnosi non è stata uno shock terribile per me. Può sembrare strano, ma volevo sapere cosa non andava, qualunque fosse stata la diagnosi. Stavo male da tempo ed ero già andata a fare un sacco di analisi da altri medici ma senza risultato. Non avevo paura perché pensavo che sarebbe passato, che era una cosa temporanea. Allora non sapevo quasi niente di HIV, ma un giorno alla radio ho sentito che era possibile fare un test gratuito a St Rodrigue. Ho deciso che dovevo fare quel test. Non avevo idea di essere malato. Se fossi stato più informato sull’HIV avrei fatto il test prima. Dopo la diagnosi ho quasi subito iniziato la terapia con gli antiretrovirali (ARV). Tre settimane dopo ero di nuovo in piedi.

Prima di iniziare la terapia, bisogna sempre fare una seduta di “counselling” per verificare di essere pronti perché è una terapia che va seguita per tutta la vita e non è una cosa facile da accettare. All’inizio ho avuto degli effetti collaterali: forti dolori ai piedi e tremendi mal di testa. Tuttavia ho continuato ad assumere i farmaci perché i “counsellor” mi avevano detto che li dovevo prendere, se volevo vivere. Non tutti i miei familiari sono andati a fare il test. Mia madre e una sorella sono risultate negative ma gli altri quattro fratelli credo che abbiano paura di fare il test. Gli ho detto che la terapia salva la vita: che ha salvato la mia vita. Loro promettono di andare domani ma questo domani non viene mai. È chiaro che sono preoccupata per loro perché nel Lesotho ci sono tantissimi giovani con l’HIV e nella nostra comunità ci sono continuamente funerali. Alcuni muoiono perché si sentono meglio e pensano di poter interrompere la terapia con gli ARV. Altri smettono di prendere la medicina a causa degli effetti collaterali o perché diventano depressi. Dicono che non vogliono curarsi e soffrire per il resto della loro vita. Si arrendono, smettono di lottare per la vita e muoiono. Ma si deve avere speranza. Io ho la speranza. Penso alla mia terapia come al pane quotidiano che mi serve per vivere.

Quando dico alle persone che sono HIV-positiva, non mi credono perché ho un aspetto sano. Nel villaggio, qualcuno dice che forse prendo i soldi per dire che sono HIV-positivo per incoraggiare gli altri a fare il test. Questo succede perché io non corrispondo alla loro immagine di una persona con l’HIV. Queste persone pensano che dovrei essere molto deperita e malata, con i capelli lanuginosi e macchie su tutto il corpo. Io gli spiego che ho un aspetto così sano perché ho fatto il test in tempo per poter seguire la terapia e che anche loro devono fare il test. Quando mi hanno fatto la diagnosi, non conoscevo nessuno con l’HIV. Ora conosco un sacco di persone attraverso il gruppo di sostegno gestito dai “counsellor”. Molti parlano apertamente della loro condizione mentre altri vengono emarginati dalla famiglia e dal villaggio. Altri negano addirittura la loro condizione.

Ma quando vedono che nel gruppo ci sono persone HIV-positive che vengono dal loro stesso villaggio, iniziano ad accettare la loro condizione. Io dico sempre alla gente che sono HIV-positiva. Sono libera di dirlo a voce alta. Un giorno spero di diventare infermiera per aiutare gli altri a riacquistare la salute. Gli infermieri di questa comunità sono stati straordinari con me quando ero malata .

lastampa.it

Mamatsoele01g

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