Posts tagged ‘Lega Nord’

8 aprile 2012

La Scuola mangiasoldi della moglie di Umberto Bossi

Manuela Marrone, la moglie del capo, di Umberto Bossi, se l’è inventata nel 1998. A lei, alla first sciura della Lega, proprio non andava giù la riforma delle elementari. Troppe insegnanti per classe, diceva. Maestra unica. Quello che ci vuole è la maestra unica, predicava la signora Bossi, pure lei maestra, ma baby pensionata a 39 anni. E allora ecco la scuola Bosina, per “un’educazione nel segno della tradizione”, recita lo spot. Sede a Varese, naturalmente, la vera capitale della Padania. È cresciuto a tutta velocità l’istituto lumbard. Nasce come scuola dell’infanzia, il vecchio asilo. A seguire arrivano le elementari, poi più di recente le medie. E, infine, dal 2010 c’è posto perfino per un liceo linguistico, perché il dialetto è bello, ma l’inglese serve.

UN SUCCESSONE: gli iscritti sono più di 300, si è vantato a suo tempo Dario Specchiarelli, il presidente della cooperativa che gestisce la scuola. Solo che adesso si scopre che il fiore all’occhiello dell’educazione leghista è stato generosamente innaffiato con i soldi pubblici. Fossero solo quelli delle cosiddette “leggi mancia”, i fondi stanziati ogni anno dal Parlamento per accontentare le più disparate richieste di deputati e senatori. Di questo già si sapeva e molto se n’è scritto in passato.    Peggio, ancora peggio. Un fiume di denaro, quello dei finanziamenti pubblici ai partiti, è stato dirottato negli anni dalle casse della Lega a quelle dell’istituto fondato dalla signora Bossi. Ne parlano al telefono l’ex tesoriere lumbard Francesco Belsito e la segretaria amministrativa Nadia Dagrada. Nei loro incauti colloqui intercettati dagli investigatori i due dirigenti leghisti hanno alzato il velo sulla contabilità nera del partito. Ce n’è per tutti. Anche per la scuola Bosina. La coppia dà i numeri: un milione e mezzo di mutuo arrivano da Pontidafin, la finanziaria della Lega, che si sommano a un altro obolo da 300 mila euro.

Ancora non basta, perché secondo quanto ricostruito dai carabinieri, i coniugi Bossi avevano chiesto a Belsito di mettere da parte un altro milione da destinare all’istituto varesino. Certo adesso servono le prove. Servono riscontri di fatto agli sfoghi telefonici dei due capataz leghisti che tirano in ballo la creatura di Manuela Marrone. Parole in libertà? Deliri di una coppia sull’orlo di una crisi di nervi? Può darsi. Di certo i conti della scuola Bosina, quelli ufficiali, quelli disponibili al pubblico, sembrano fatti apposta per alimentare sospetti.

Prendiamo il bilancio del 2010, l’ultimo depositato dalla cooperativa di cui risultano amministratori oltre al presidente Specchiarelli, anche la signora Bossi e Dario Galli, il presidente della Provincia di Varese di fedelissimo di Bobo Maroni nonché consigliere del gruppo pubblico Finmeccanica. Alla voce “ricavi delle vendite e prestazioni”, che poi sarebbero le rette pagate dagli studenti, c’è scritto “zero”. Proprio così, niente di niente. Eppure l’anno prima la stessa voce ammontava a oltre 400 mila euro. In compenso, spuntano oltre 500 mila euro iscritti a bilancio come non meglio precisati “ricavi altri”, circa 100 mila in meno di quelli registrati nel 2009. Come dire che, stando a queste cifre, nel 2010 la scuola Bosina sarebbe riuscita a incassare solo 500 mila euro contro il milione e passa dell’anno precedente. Solo che nel frattempo le spese sono addirittura aumentate: 1,3 milioni nel 2010 contro 1,1 milioni nel 2009. E tra i costi vanno segnalati quelli per imprecisati “servizi”, che nel 2010 sono addirittura esplosi (c’è scritto in bilancio) a 748 mila euro dai 300 mila del 2009.

SE I NUMERI sono questi, la Bosina se la passa veramente male. E infatti l’istituto tanto caro all’ex maestra Manuela Marrone ha chiuso il 2010 con una perdita di otre 800 mila euro, quasi il doppio delle entrate. Per tenere in piedi la baracca serve denaro fresco. Ed ecco che, sempre nel 2010, compare un debito di quasi 1,5 milioni. Nel documento non si spiega da dove siano arrivati questi soldi.    È stata Pontidafin, la finanziaria della Lega, a correre in soccorso della scuola? Mistero. Il bilancio della coop leghista non è davvero un monumento alla trasparenza. Una dozzina di paginette in tutto, senza lo straccio di una nota che spieghi le singole voci. L’unico fatto certo è che la scuola Bosina si è mangiata un sacco di soldi. Soldi anche nostri, dicono gli atti d’indagine. Soldi gestiti dalla signora Marrone in Bossi. Quella che voleva “l’educazione nel segno della tradizione”.

di Vittorio Malagutti, IFQ

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8 aprile 2012

Ronde, razzismo e Padania Perché dovremmo rimpiangerli?

Fa tristezza pensare alla Lega, come è finita. Ma non per il destino infelice di Bossi che cade dal trono. Fa tristezza pensare che questi della Lega, dopo l’immenso danno arrecato all’Italia e il cospicuo guadagno che alcuni di loro ne hanno ricavato, hanno dovuto dirsi da soli quello che sono. Buffoni, imbroglioni, traditori, gridava la folla degli ex elettori in strada. E dentro, dove vi descrivono abbracci e pianti fra guerrieri che si salutano, potete immaginare che cosa – in realtà – si sono detti, che carte hanno sventolato, quali riguardi hanno dedicato al vecchio capo che se ne andava. So benissimo che le urla di strada volevano essere di sostegno. Ma nella confusione le parole erano quelle.

NESSUNO può dire, con un minimo di faccia e di decoro che si tratta di una sorpresa e chi l’avrebbe mai detto, quei bravi ragazzi. Forse non si sapeva niente del Trota, dalla scuola al Consiglio regionale Lombardo al trofeo calcistico delle squadre dei popoli oppressi? Forse non ci avevano parlato loro stessi di Monica della Valcamonica che provvede a truccare le elezioni per aprire la strada al Figlio? Forse ci avevano ipocritamente nascosto il loro linguaggio da statisti? Borghezio, che è sempre rappresentante parlamentare della nostra Repubblica in Europa, ha mai negato, “cazzo” (sto citando suoi importanti discorsi politici) “se la vadano a prendere in culo e gli immigrati vanno buttati in mare” di esprimersi e com-portarsi come Lega comanda? Riconosciamo ciò che dobbiamo riconoscere. La Lega non ci ha mai mentito.

Durante la guerra contro Gheddafi i disperati fuggivano cercando soccorso in Italia e Bossi ha detto subito, a tutti i nostri microfoni “foera di ball”. Era ministro, quasi vice premier. Ed era ministro (dell’Interno) anche Maroni, quello che adesso invoca la pulizia. E volete che Marina militare e Forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza non ne abbiano tenuto conto nei crudeli e ripetuti respingi-menti in mare, prima fatti insieme a un Paese dispotico e senza diritti umani, la Libia, poi con la complicità di tutti coloro che hanno fatto finta di non sapere, col risultato di lasciar morire in mare uomini, donne, bambini, giovani donne incinte cui spettava il diritto d’asilo secondo le leggi del mondo?

CONGRATULAZIONI    agli uomini della Lega, d’accordo. Hanno compiuto, tra l’indifferenza di tanti, ciò che avevano promesso, e hanno incassato il dovuto e più del dovuto – il tutto girato alla famiglia – perché intanto consentivano a Berlusconi di governare e gli votavano leggi ad personam da avanspettacolo. Ma il più vergognoso discredito (e condanna dell’Alta Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani) a carico della Repubblica italiana, questo è il dono della Lega al Paese che l’ha accettata.    Ci sono due domande che tormenteranno chi ci seguirà nella storia. La prima è: ma c’era la Costituzione. Come hanno potuto i leghisti volere e ottenere la legge sulle ronde, le classi separate per i bambini non italiani (dunque in regime di apartheid) le impronte digitali per i bambini rom, il “pacchetto sicurezza” che assegna poteri del tutto arbitrari ai sindaci e sospende le garanzie fondamentali ai cittadini immigrati; centri di identificazione ed espulsione dove si può restare rinchiusi un anno e mezzo senza difesa e senza diritti nelle condizioni più disumane; il federalismo fiscale, penosa invenzione senza numeri e senza copertura di spese come mega manifesto elettorale da esibire, a spese di tutto il Parlamento in ogni manifestazione leghista; l’approvazione quasi unanime nelle due Camere di un Trattato di amicizia, collaborazione militare, scambi di basi e di segreti, respingimenti congiunti in mare di profughi e migranti, anche se titolari di diritto d’asilo? Come è potuto accadere senza una rivolta del Parlamento, prima di tutto della sua opposizione ?

La seconda è: ma come hanno potuto, stampa e televisione italiana, sottrarsi al dovere di denunciare all’opinione pubblica un partito che ha oscillato sempre fra il ridicolo (Calderoli con il lanciafiamme), il dileggio aperto alle istituzioni (“Signora, il tricolore lo può mettere al cesso”). E il gesto criminale di dare fuoco di notte ai giacigli di immigrati senza casa accampati a Torino sotto i ponti della Dora? O incendiare un campo rom per presunto stupro mai avvenuto? Per capire questo inspiegabile evento italiano mettete da parte due citazioni da editoriale di grandi quotidiani del 6 aprile. Prima citazione. “Bossi aveva tutti contro ma ha contribuito a scardinare la Prima Repubblica, portando istanze nuove dove prima il Nord era solo una espressione geografica”. (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera) . Avete letto bene, “istanze nuove”. E il Nord di Olivetti, Agnelli, Pirelli, Pasolini, Montale, Visconti, il Nobel Dario Fo, prima di Bossi, era “solo una espressione geografica”. Seconda citazione. “Non lasciano da vincitori ma da sconfitti (Berlusconi e Bossi, ndr). Eppure sono sconfitti a cui va riconosciuto l’onore delle armi”. (Michele Brambilla, La Stampa). La cronaca vuole che la richiesta di onore delle armi (una sorta di funerale di Stato a un vivo) arriva proprio mentre, sempre sincero e privo di imbarazzo, Bossi ha fatto sapere che “è tutto inventato da Roma ladrona e farabutta”, con il consueto linguaggio di statista che “porta nuove istanze”. Ecco perché oggi, nel ricordare furti e ricatti e menzogne e delitti (i morti in mare) della Lega e il suo scempio di diritti umani, è giusto ricordare il mondo giornalistico italiano che ha reso tutto ciò possibile.

di Furio Colombo, IFQ

8 aprile 2012

Umberto è intoccabile. “Cacciamo il Trota”

  Pulizia, pulizia e pulizia senza guardare in faccia a nessuno!!! Rivoglio la Lega che conosco, quella dei militanti onesti che si fanno un culo così senza chiedere nulla in cambio, se non la soddisfazione di essere leghisti. Tutti a Bergamo martedì per la grande serata dell’orgoglio leghi-sta. Un abbraccio a tutti i barbari sognanti, passate una Pasqua serena”. Il messaggio più vero Roberto Maroni lo affida a Facebook. Dove non a caso si riferisce a quegli stessi “barbari sognanti” che ufficialmente ha sciolto. Tant’è vero che la sua richiesta di “pulizia” si traduce in un attacco esplicito del segretario del Carroccio di Brescia, Fabio Rolfi nei confronti di Renzo Bossi. Del quale vuole l’espulsione dal Carroccio assieme a quella dell’assessore regionale allo Sport Monica Rizzi. “È una decisione che spetta agli organismi superiori – spiega Rolfi –, ma io proporrò al direttivo (fissato per il 16 aprile, ndr) di chiedere l’espulsione dal movimento di tutte quelle persone che sono state coinvolte in questa vicenda”. Ancor prima che emergessero fatti come i soldi pagati per le lauree false o la passione per le macchine, la candidatura del Trota a Brescia a molti militanti proprio non era andata giù. Renzo Bossi oggi è diventato un po’ il simbolo di quella “Lega ladrona” che ai militanti proprio non va giù. E anche quello che deve pagare le sue colpe e quelle che al padre non si possono chiedere: in nome del bene della Lega nessuno (tranne Gentilini, il sindaco di Treviso che ha detto “non piango Bossi”) si scaglia contro il Senatur. E così il Trota è uno dei primi a rischiare un’epurazione, assieme a Rosi Mauro. La Rizzi si difende attaccando su Facebook Rolfi: tua moglie Silvia Ranieri ha avuto consulenze in Regione, dunque inizia a fare pulizia da casa tua, il messaggio. La guerra e le espulsioni sono già partite, dunque. Le sezioni della provincia di Varese hanno chiesto la testa del segretario provinciale, Maurilio Canton, colpevole di essersi schierato contro Bobo, partecipando alla contestazione organizzata venerdì dai bossiani in via Bellerio.    Intanto, nemmeno lo scandalo nel Carroccio fermerà la prossima rata del rimborso elettorale per le politiche del 2008: il 31 luglio i partiti metteranno le mani sulla penultima delle cinque tranche dei 500 milioni di euro complessivi. Circa 100 milioni da spartirsi.

MENTRE DETTA LA LINEA dura, Maroni però sta ben attento a proporsi come l’uomo dell’unità, a garanzia del partito. Ieri in un’intervista alla Padania in cui parlava di una “Lega potentissima” ed esortava ad andare avanti, “voltando pagina” e lasciandosi alle spalle “le divisioni” ha veicolato di nuovo il messaggio che è il caso di evitare una spaccatura vera e propria. Tra l’altro lasciando anche intendere che iI movimento tornerà al “progetto” originario. Di nuovo con Berlusconi? Non piacerebbe a chi, come Daniele Marantelli (Pd) spera con Bobo in una svolta a sinistra. Intanto, i suoi parlano per lui: “Penso che in una famiglia una persona che fa politica basti e avanzi e che la candidatura di Renzo abbia danneggiato per primo lui stesso”, dichiara Luca Zaia in un’intervista a Repubblica. Ed espulsioni sono anche quelle che chiede Matteo Salvini in un’intervista alla Stampa: “La base ci chiede di punire con estremo rigore chi ha le responsabilità”. Ancora i maroniani stanno organizzando per martedì sera a Bergamo una grande kermesse dedicata all’orgoglio padano. Ma non è chiaro se Bossi parteciperà.

Ieri il Senatùr, come tutti i sabati “caldi”, ha passato la giornata in via Bellerio. In processione da lui tra gli altri sono andati Speroni, Calderoli e Castelli. “Io adesso devo stare lontano, non posso fare altro , devo stare un passo indietro, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda…”, ha detto. Perché l’”unica cosa che posso fare adesso è cercare di tenere unito tutto, tenere unita la Lega, evitare scontri tra i dirigenti. Li aiuto un pò… faccio quello che posso”. Dopo le dimissioni tra le lacrime, il mezzo dietrofront dell’altroieri (“La Lega è Bossi e Bossi è la Lega”) questa sembra la posizione che più di tutte va bene a chi gli sta intorno e soprattutto a Maroni che così può aspettare tranquillo che il cadavere del suo nemico passi del tutto.

8 aprile 2012

I nasi comunicanti

Nella classifica delle peggiori pagliacciate leghiste a carico nostro, vince ai punti la rinoplastica finanziata coi rimborsi elettorali per Eridanio Sirio Bossi: cioè abbiamo pagato pure il naso nuovo all’ultimogenito del Senatur, che ora va in giro con un naso non più suo, ma parastatale. Medaglia d’oro. L’argento spetta di diritto al diploma e alla laurea comprati dall’ex tesoriere Belsito (cioè dagli ignari contribuenti) per tale Pier Moscagiuro in arte Pier Mosca, 36 anni, poliziotto in aspettativa, distaccato alla vicepresidenza del Senato con regolare contratto come segretario molto particolare della sua attempata fiamma, Rosi Mauro detta “la Nera”, 49 anni, segretaria del presunto sindacato padano Sinpa, numero due di Palazzo Madama, ma soprattutto badante tuttofare del vecchio leader. Il Moscagiuro (che Nadia Dagrada chiama nei verbali “Giuramosca”, forse influenzata dalle avventure di Ettore Fieramosca), è anche un eccellente cantante, molto apprezzato nella “batelada”, la tradizionale gita in barca sul lago di Como che il Sinpa organizza a ogni Primo Maggio (quest’anno si spera non più), dove il Pier e la Rosi erano soliti esibirsi in memorabili duetti tipo “La coppia più bella del mondo” degli incolpevoli Adriano Celentano e Claudia Mori. Ma il brano più celebre dell’usignolo padano, versione celtica di Apicella, rimane quello inciso per beneficenza con Enzo Iacchetti: “Kooly noody”, allitterazione di culi nudi, autentico reperto di un’epoca. La medaglia di bronzo, in tutti i sensi, va invece ai papaveri verdi che sfilano a ogni ora del giorno e della notte avanti e indietro da Via Bellerio, tutti intenti a giurare che “ha fatto tutto Belsito”, “Bossi non c’entra”, “ora facciamo pulizia” e “voltiamo pagina”. È una parola. Il più pensoso è Roberto Castelli del comitato amministrativo, quello che aveva avviato addirittura un’indagine privata, tipo Sherlock Holmes, perché “Belsito non mi faceva vedere i conti”. Chissà che avrebbe fatto se glieli avesse mostrati: Castelli è lo stesso che nel 2001, divenuto ministro della Giustizia, affidò l’edilizia carceraria a un consulente molto esperto: Giuseppe Magni, sindaco leghista di Calco, in quel di Lecco, dove Castelli è nato e vive, ma soprattutto ex artigiano metalmeccanico (ramo fili da saldatura) ed ex grossista di pesce alla Seamar (“commercio di prodotti ittici vivi, freschi, congelati e surgelati”), nonché – si leggeva nel curriculum– “socio militante della Lega Nord dal 1995 e parlamentare eletto al Parlamento di Chignolo Po” dove i lumbard giocavano alla secessione. Magni scorrazzò per quattro anni su e giù per l’Italia, con auto blu blindata e scorta armata, per il modico stipendio di 100 milioni di lire, raddoppiato a 100 mila euro quando cambiò la moneta. Risultato, secondo il pm della Corte dei Conti: “Attività dall’indefinito contenuto” senza “raggiungere alcuno degli obiettivi menzionati nel decreto di incarico”, presentando “relazioni quasi in codice, con riferimenti per così dire criptici” e allusioni ad “alcuni progetti (quali?)”. Un pataccaro. Per un’altra consulenza inutile, la Corte dei Conti condannò Castelli a risarcire 100 mila euro allo Stato in solido col suo vicecapogabinetto, quell’altro galantuomo di Alfonso Papa. Ora indaga sui soldi della Lega, finiti peraltro in buone mani: il “nuovo” tesoriere è Stefano Stefani, noto per la sua oculatezza, avendo messo mano a geniali operazioni finanziarie come il villaggio padano in Croazia (bancarotta), la banca padana Credieuronord (fallimento), il Bingo padano (dissesto), il giornale fantasma Quotidiano d’Italia (14 milioni pubblici). Insomma, una garanzia. Su tutti vigilerà il triumviro Calderoli, che di soldi se ne intende: l’ottimo Fiorani ha raccontato di aver girato 200 mila euro a lui e a Brancher. Ma è tutto calcolato: basterà lasciar fare i “nuovi leader” per un paio di mesi, poi tutti chiederanno il ritorno di quei galantuomini di Bossi e Belsito, a furor di popolo.

di Marco Travaglio, IFQ

5 aprile 2012

La moglie che cede le armi e il cerchio magico spezzato

Mi fido di te”. Manuela Marrone ha telefonato a Roberto Maroni: voleva rassicurazioni sul futuro dei figli. Dopo otto anni di egemonia sul partito e mesi di lotte contro l’ex titolare del Viminale, la moglie di Umberto Bossi ha dovuto cedere le armi. E già ieri, nella sede del Carroccio in via Bellerio, Maroni ha preso le redini del partito. Gliele ha lasciate il Capo alle 17.30, quando si è allontanato dalla segreteria politica: “Esco a fumare”, ha detto. Non è più tornato. La riunione è proseguita per altre due ore convocando, per oggi alle 16, il Consiglio federale per nominare il successore di Francesco Belsito, l’ex tesoriere accusato di riciclaggio, appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato. “Sono accuse molto gravi”, ha ripetuto ieri Maroni. “Dobbiamo fare subito pulizia: chi ha tradito la fiducia dei militanti deve essere cacciato, senza guardare in faccia nessuno”. Poi la chiamata: “Troviamo subito in noi la forza per rinnovarci e per ripartire più forti di prima”. Pensare che appena pochi mesi fa Bossi gli aveva vietato di parlare in pubblico a nome della Lega, scatenando la rivolta dei militanti.

O MEGLIO: la moglie del Senatùr, la “matrona, patrona e un po’ terrona”, come malignamente la definiscono i nemici, aveva tentato di fermare l’avanzata dei Barbari Sognanti. Ma da allora il Cerchio Magico è caduto in battaglia. Il cordone di persone fidate creato da Marrone attorno al marito e che, nel tempo, hanno acquisito potere si è rapidamente sfaldato. Anche la battagliera “badante” Rosy Mauro ha subito l’onta della sconfitta vedendosi togliere il ruolo di legato (così nel Carroccio si chiama il commissario politico). Prima era stata la volta di Marco Reguzzoni, costretto a lasciare il ruolo di capogruppo alla Camera dopo un braccio di ferro durato mesi e terminato in piazza Duomo a marzo, dove è stato accolto dai militanti con cori del tipo “Reguzzoni vai in Tanzania”. Lo scandalo Belsito era appena esploso ma il tesoriere, esponente del Clan di Gemonio, riuscì a ottenere la protezione necessaria e salvare la poltrona. Lo stesso Maroni ne aveva chiesto le dimissioni, incassando risposte e commenti piccati. Non era ancora il suo tempo. Del Clan di Gemonio è rimasto soltanto Federico Bricolo, che però è da tempo dato in avvicinamento a Maroni tanto che c’è chi lo definisce lo “Schettino del Cerchio magico”. Come ogni generale che si rispetti, Marrone ha riconosciuto la sconfitta. Almeno per il momento. Lady Bosina, dal nome della scuola che ha fondato a Varese, è donna di poche parole e gesti concreti. Non decide, ordina. Dal 12 marzo 2004, quando il marito Umberto è stato colpito dall’ictus. Quella sera, fuori dalla stanza dell’ospedale di Varese, dove il marito era ricoverato in gravissime condizioni, la signora Bossi convocò i colonnelli del Carroccio, da Maroni all’allora capogruppo a Montecitorio, Alessandro Cè (in lacrime), per dettare la linea.

“NULLA È CAMBIATO, tutto è come prima”, disse. E’ riuscita a gestire come una famiglia il partito, creando ruoli chiave e affidandoli a persone fidate: il Cerchio Magico appunto. E ha resistito fin quando ha potuto.    Ma che tutto stesse rapidamente crollando si è compreso a Pontida il 19 giugno 2011. Sul Sacro Prato i militanti invocavano Maroni. Dietro il palco la Marrone cercava di convincere il marito a fermare l’allora ministro degli Interni: “Reagisci, non puoi, non devi lasciargli spazio”, diceva a un Bossi abbandonato su una sedia di plastica . Sforzi inutili: Maroni era al microfono, dal palco lanciava per la prima volta i Barbari sognanti. Lady Bosina, spazientita, chiese all’autista di portarla a Gemonio. “Aspetti qualche minuto, la macchina è un forno”. Ma lei, irremovibile: “Possono chiudermi anche nel bagagliaio ma non mi soffocheranno mai”. E aveva ragione. Ci sono volute tre procure che dicessero come il cerchista Belsito finanziava la famiglia Marrone-Bossi.

di Davide Vecchi, IFQ

La prima pagina di ieri de “la Padania”

5 aprile 2012

“Soldi e favori: ho il nastro di Bossi”

“Bossi si cagherà sotto e non avrà il coraggio di rimuoverti”. Di fronte ai documenti dei pagamenti ai figli, alla moglie e alla sua fedelissima Rosi Mauro e soprattutto di fronte a una registrazione imbarazzante, che Francesco Belsito sosteneva di possedere, il leader della Lega Nord non avrebbe mai osato seguire Rosi Mauro che lo aizzava contro di lui. Così, con l’arroganza di chi sa di avere le carte per tenere in scacco Umberto Bossi, parlavano al telefono mentre erano intercettati dai Carabinieri su delega della Procura di Napoli la dirigente amministrativa del Carroccio Nadia Dagrada e il tesoriere Francesco Belsito, ora indagato per riciclaggio e truffa aggravata. Il personaggio chiave è Nadia Dagrada.

QUESTA MILITANTE  tosta che nelle foto sembra un corazziere in gonnella di Umberto Bossi e che ieri uscendo dalla Procura ha sibilato ai cronisti: “Fedele fino alla fine”, nelle tante telefonate intercettate con Belsito sembra quasi il suo coach. È lei a consigliargli di farsi una copia dei documenti che provano i pagamenti ai familiari di Umberto Bossi e di mettere gli originali in una cassetta di sicurezza. Nadia è arrabbiata con il vicepresidente del Senato Rosi Mauro, che ha osato chiedere conto a Belsito dei soldi della Lega. “Sarebbe veramente cretina Rosi Mauro perché allora a questo punto se i conti li fai vedere poi chi lo sa che cosa può uscire di tutto quello che c’è!”. Dagrada e Belsito pensano al botto che faranno le carte sui giornali: “Su Libero: quanti soldi la Lega gira alla scuola (Bosina, della cooperativa fondata dalla maestra beby-pensionata Manuela Marrone, moglie di Bossi, ndr).    Belsito a quel punto tira fuori l’asso nella manica: la registrazione che proverebbe una richiesta sconcia. Questo è il passaggio chiave della conversazione di quella sera.    Francesco Belsito: “Glielo dico della Fondazione, glielo dico cosa mi volevano far fare che dovevo portargli dei soldi eh”.    Nadia Dagrada: esatto!… e tu quello poi ce l’hai registrato?”.    Belsito: si, eh    Dagrada: ma tu prima parli col capo (Bossi, ndr), vedi cosa ti dice lui, perché gli fai presente ‘sta roba qui e vedi perché lui poi fa in fretta a cagarsi sotto e dopo di che, si affrontano le due signore (Rosi Mauro e Manuela Marrone, ndr) poi gli spiattelli lì, sul tavolo… allora vedi questa fotocopia qua, vedi queste, vedi questa… figurati queste se vanno in mano, altro che la Tanzania se vanno in mano ai militanti!… ma non vengono a prendere me le dici eh, vengono a prendere voi!”. A questo punto Belsito continua a enumerare gli elementi che può tirar fuori contro la famiglia Bossi:    Belsito: “l’ultima macchina del “principe” (Renzo Bossi probabilmente, ndr) 50 mila? Ho la fattura”.    Dagrada: ma te l’ho detto, tutto quello che, adesso tu domani mattina dopo aver parlato con Roberto (Castelli, ndr) inizia a fare le copie di quello che hai in cassaforte, dammi retta!    Belsito: bene    CON L’AMICA Dagrada, Francesco Belsito se la rideva al telefono pensando al “parco macchine” della famiglia Bossi: la Smart e la più recente Audi A6 che, a dire del tesoriere, sarebbero state messe a disposizione del solito Trota, ma “intestate alla Lega Nord”. E poi le auto noleggiate per Riccardo Bossi. E anche i contanti. Nadia Dagrada lo invitava a mettere da parte tante cartelline con su indicato nome per nome e anno per anno i soldi e i benefit versati. Nelle intercettazioni di Belsito si parla di pagamenti per 200 mila euro all’anno per il Sindacato Padano di Rosi Mauro e anche di spese per “i costi liquidi” di Renzo Bossi come li chiama Belsito. Per il tesoriere sarebbero 151 mila euro, ma la dirigente amministrativa Nadia Dagrada lo corregge: “Sono 251 mila euro per lui e i ragazzi (della scorta probabilmente, ndr) perché quando viaggiano insieme non riesco a scinderli”. Al Fatto risulta che il tesoriere al telefono fosse molto confuso sulle somme. Anche se ricordava con esattezza quanto gli era stato chiesto di metter da parte per la scuola della moglie di Bossi, quella gestita dalla Cooperativa Bosina: un milione di euro, che però solo in parte era riuscito a tirare fuori. Nadia Dagrada si sta rivelando sempre più il personaggio chiave dell’inchiesta. Non è un caso se, come persona informata dei fatti, è stata ascoltata martedì per 9 ore dai pm Paolo Filippini ed Henry John Woodcock. Non è un caso che sia stata risentita ieri mattina dai magistrati alla presenza del procuratore aggiunto Alfredo Robledo. La dirigente ha detto ai pm di non aver mai ascoltato la registrazione imbarazzante. La sua deposizione avrebbe “salvaguardato” il segretario Umberto Bossi, ma avrebbe reso più complicata la posizione di Francesco Belsito.

di Marco Lillo, IFQ

Umberto Bossi con Francesco Belsito il 19 marzo a Genova (FOTO ANSA)

4 aprile 2012

Tutte le inchieste sulle camicie verdi

Era il 1993 quando il Senatùr, in un’intervista rilasciata a Indro Montanelli e pubblicata su il Giornale, alla domanda: “Quindi lei entrò in politica per i debiti?”. Bossi rispose: “Sì, possiamo dire per i debiti”.    Da allora ad oggi la Lega è passata attraverso condanne e inchieste a sfondo economico con una peculiarità: che quando c’è da pagare, in via Bellerio, di solito lo fanno con i soldi dei militanti. All’inizio fu il processo Enimont in piena Tangentopoli. Alessandro Patelli (allora tesoriere della Lega) ricevette da Carlo Sama della Montedison, un finanziamento illecito. Patelli venne condannato, così pure Umberto Bossi, in Cassazione, con sentenza definitiva a 8 mesi di reclusione per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Bossi restituì la somma di 200 milioni di lire raccolta, però, tra i militanti. Le vicende giudiziarie della Lega, a seguire, si arricchiscono del fallimento del progetto di un villaggio turistico in Croazia e del crac di Credieuronord (la banca padana) che custodiva, manco a dirlo, i soldi dei fiduciosi, speranzosi (e ignari) iscritti al Carroccio.    Dal macro al micro, il riepilogo delle altre inchieste che riguardano la Lega “ladrona” oltre alla vicenda dell’attuale tesoriere Belsito, approdano prima alla corte di Davide Boni, presidente leghista del Consiglio regionale lombardo, coinvolto in un presunto – milionario – traffico di tangenti all’interno di un sistema che riguarderebbe un po’ tutta la Regione Lombardia. A partire dal filone d’inchiesta aperto nel maggio 2011 a Cassano d’Adda, dove l’assessore Marco Paoletti è tra i protagonisti della tangentopoli sul Piano di governo del territorio. Sempre in Lombardia, in provincia di Brescia a Castel Mella, lo scorso anno, furono arrestati l’assessore della Lega ai lavori pubblici e il capo dell’Ufficio tecnico a sua volta assessore leghista nel vicino comune di Rodengo Saiano. I reati contestati riguardavano irregolarità nella concessione dei permessi per la costruzione di centri commerciali. A Cortemaggiore l’energia fotovoltaica ha messo nei guai quello che veniva definito “l’astro nascente” della Lega locale, l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Davi-de Allegri, che ricopriva anche l’incarico di assessore all’Urbanistica del Comune di Cortemaggiore. La Procura ha aperto un’inchiesta in cui Allegri è l’unico iscritto nel registro degli indagati per concussione e abuso d’ufficio nelle pratiche di concessione degli appalti del fotovoltaico nell’intera provincia. Inoltre, in attesa di esito, rimangono le inchieste (laurea in Psicologia falsa e presunto dossieraggio) a carico dell’assessore lombardo Monica Rizzi e del deputato Gianluca Pini – esponente della Romagna in Parlamento – indagato dalla Procura di Forlì per millantato credito. Pini avrebbe promesso di dare una mano a un candidato durante la prova d’esame di un concorso nazionale di abilitazione alla professione notarile. In cambio del favore, avrebbe ricevuto 15 mila euro, con il pretesto di remunerare o comunque comprare il favore di qualcuno tra i membri della commissione ai concorsi, indetti dal 2006 in avanti. Chiude il cerchio delle vicissitudini giudiziarie in salsa verde il consigliere della Lombardia Angelo Ciocca , da Pavia, e i suoi contatti con l’avvocato Giuseppe (Pino) Neri considerato uno dei capi ‘ndrangheta in Lombardia.

di Elisabetta Reguitti, IFQ

4 aprile 2012

Dalla Padania alla Tanzania

Muore oggi, se ancora qualcuno ci credeva, il mito della “diversità” della Lega Nord di Umberto Bossi. Le inchieste delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria rivelano una gestione truffaldina dei soldi pubblici che arrivano al partito dai versamenti del 4 per mille e dai cosiddetti rimborsi elettorali (in realtà sono il finanziamento pubblico con nome cambiato per aggirare il risultato di un referendum popolare). Non ci sono soltanto gli strani “investimenti” in Tanzania, a Cipro, in Norvegia. La gestione dei fondi pubblici arrivati alla Lega è, secondo le ipotesi d’accusa, irregolare già dal 2004. Con soldi impiegati per coprire “i costi della famiglia” – scrivono i magistrati – ovvero “per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord”. Nel variegato panorama dell’illegalità politica italiana, da oggi non c’è più solo il caso Lusi: c’è anche l’incredibile gestione dei soldi del Carroccio da parte del tesoriere Francesco Belsito. In più, il partito nordista non si è fatto mancare neppure le contiguità mafiose: Belsito è socio in un’immobiliare di un personaggio genovese considerato un uomo della ‘ndrangheta.    Il partito che gridava “Roma ladrona” e si proponeva come l’alternativa pulita al sistema dei partiti “centralisti” in vent’anni è diventato indistinguibile dagli altri. In verità già nel 1993 incassò, come tutti gli altri, la sua quota della maxi-tangente Enimont. Allora il tesoriere era Alessandro Patelli e Bossi lo liquidò come il “pirla” che incautamente aveva infilato 200 milioni di lire nelle casse del partito. Poi c’è stato l’innamoramento (assai interessato) per il banchiere della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani. E la disfatta della banchetta padana, la Credieuronord, che si è mangiata i risparmi di tanti militanti che credevano in Bossi.    Adesso è l’ora di personaggi come Davide Boni che, per costruire quello che i magistrati considerano un sistema illegale di finanziamenti, si è affidato a un vecchio esperto del ramo, un faccendiere socialista reduce della Prima Repubblica. E come Belsito: Bossi non gli ha dato del “pirla”, ma lo ha fino a ieri strenuamente difeso, legando così pericolosamente la sua sorte a quella del suo tesoriere. A questo punto, a salvare l’anima al Carroccio non potrà essere neppure la fronda interna, tardiva e inefficace, di Roberto Maroni contro il “cerchio magico” del vecchio capo che un tempo gridava “Roma ladrona”.

di Gianni Barbacetto, IFQ

7 marzo 2012

L’ultimo spenga la luce

Vent’anni fa, quando a Milano esplose Tangentopoli, c’erano i partiti dei ladri e i partiti che combattevano i ladri. Da una parte la mangiatoia trasversale e consociativa Dc-Psi-Pds-Pli-Pri-Psdi, che aveva addirittura un cassiere unico per andare a prendere le mazzette e poi spartirle fra tutti la notte, dopo aver messo in scena di giorno la commedia di maggioranza e opposizione. Dall’altra il fronte di chi non rubava, o perché non prendeva tangenti o perché non gliele offrivano: la Rete, i Verdi, il Msi, la Lega (anche se a fine ’93 fu coinvolto anche Bossi col suo tesoriere Patelli, detto “il pirla”). La gente che non ne poteva più dei ladri e tifava per le guardie aveva uno sbocco, una speranza, un partito per cui votare: a destra come a sinistra. Oggi non si sa più dove sbattere la testa, perché si avverano tutti i luoghi comuni del più vieto qualunquismo: rubano tutti, il più pulito ha la rogna, è tutto un magnamagna. Nessuno dei grandi partiti può dirsi immune dalla tangentomania. Basta un’occhiata alla foto dei cinque membri dell’Ufficio di Presidenza della Regione Lombardia: Filippo Penati (Pd, indagato per concussione e corruzione), Franco Nicoli Cristiani (Pdl, arrestato per corruzione e traffico illecito di rifiuti), Massimo Ponzoni (Pdl, arrestato per concussione, corruzione, finanziamento illecito, bancarotta fraudolenta, peculato e appropriazione indebita), Davide Boni (Lega, indagato ieri per corruzione); poi c’è Carlo Spreafico (Pd), unico intonso da guai giudiziari, al quale converrà darsi da fare per non sentirsi troppo solo. Bossi aveva appena detto che “a Formigoni gliene arrestano uno al giorno” e, sempre per risparmiargli una grama solitudine, i pm hanno acchiappato uno dei suoi fedelissimi. Naturalmente la giunta Formigoni non cadrà, anzi si rafforzerà ora che nemmeno la Lega può più dare lezioni di morale (il Pdl non ha mai potuto, per motivi statutari; e men che meno il Pd, ligio al Codice Penati). Il Celeste seguiterà a dire che non s’era accorto di nulla, tutto avveniva a sua insaputa (anche i suoi allegri conversari con don Verzé): lui quel rumore di ganasce e quel fruscio di banconote tutt’intorno l’aveva sempre scambiato per un concerto sinfonico. Il bello del caso Boni, come già del caso Penati, è che i giudici sostengono che parte della presunta mazzetta sarebbe finita al partito. Oh bella: ma non si era detto che vent’anni fa si rubava per il partito e oggi si ruba per sé? In effetti, se vent’anni fa “il convento era povero ma i frati erano ricchi” (copyright Rino Formica), oggi i partiti nuotano nell’oro dei “rimborsi elettorali” che coprono il quadruplo delle spese. Anche da morti, vedi Margherita, hanno plusvalenze che la più florida azienda tedesca se le sogna, e quando un tesoriere scappa con la cassa nessuno se ne accorge. La Lega le investiva in Tanzania. E allora che bisogno c’è di rubare per il partito? Se le accuse a Penati e a Boni saranno provate, si scoprirà che oggi si ruba insieme per sé e per il partito: non tanto per arricchirsi, quanto per fare carriera nel partito a discapito di chi non ruba. Perché i partiti, seppure ricchi sfondati, sono insaziabili e garantiscono corsie preferenziali di carriera a chi procaccia altro denaro. Non basta più nemmeno la fedeltà cieca al capo (Penati è il braccio destro di Bersani, Boni è un fedelissimo di Bossi): bisogna darsi da fare, “non stare lì a scaldare la sedia” come diceva la buonanima di Craxi ai compagni che non rubavano o rubavano troppo poco. Sennò si rischia di venire scavalcati da un servo che ruba di più. Per questo, quando i partiti organizzano i congressi, vincono sempre il capo e gli amici del capo. Ma poi, appena si interpellano gli elettori, vince sempre l’outsider: alle primarie di Palermo, Ferrandelli non era certo meglio della Borsellino: basta guardarlo. Ma ha avuto la fortuna di essere osteggiato da Bersani, mentre Rita ha avuto la sfiga di esserne appoggiata. Al posto della Fiom e dei No Tav saremmo al settimo cielo: se Bersani non va, il corteo di venerdì sarà un trionfo.

di Marco Travaglio, IFQ

3 febbraio 2012

Legge Lega-Pdl-Violante

Ma sì, forse è meglio così. Ben venga il voto della Camera sull’emendamento leghista che costringerà i magistrati a pagare di tasca propria i “danni” a ogni persona indagata e poi assolta. Ben venga perché, anche se fosse approvato anche dal Senato e diventasse legge, non entrerebbe mai in vigore, visto che è contrario alla Costituzione e alla normativa europea: serve soltanto a spaventare i magistrati che si lasciano spaventare. Ben venga perché ci sveglia dal sogno che basti un governo tecnico per ripulire una politica marcia dalle fondamenta e cancellare vent’anni di berlusconismo bipartisan. Ben venga perché così è chiaro a tutti che, sulla giustizia e sulla tv, continua a comandare B. E che il Parlamento che dovrebbe “fare le riforme”, cambiare la legge elettorale, combattere corruzione, mafia ed evasione è sempre quello che dichiarò Ruby nipote di Mubarak, varò una dozzina di leggi ad personam e salvò dal carcere Cosentino (due volte), Tedesco e Milanese. Ben venga perché costringe il governo Monti a uscire dalla comoda e ambigua “continuità” col precedente e a scegliere non fra destra e sinistra (etichette giurassiche), ma fra i due partiti trasversali che si fronteggiano da tempo immemorabile: quello dell’impunità e quello della legalità. Per fortuna, mentre il Parlamento si arrocca a difesa dei suoi delitti come quello spazzato via vent’anni fa da Mani Pulite, il partito della legalità cresce: lo testimoniano le oltre 16 mila firme raccolte in poche ore dalla legge del Fatto sulla responsabilità giuridica dei partiti dopo il caso Lusi. Ora la ministra Severino non può cavarsela con frasette alla vaselina per deplorare l’“intervento spot” che “rende poco armonioso il quadro complessivo”, auspicare “qualche miglioramento in seconda lettura”, previa “riflessione sul tema per riaprire il dialogo”, e annunciare “una seconda fase” (la solita, mitologica “fase 2”). Prendersela soltanto col Pdl e con la Lega è troppo facile: erano anni che tentavano di farla pagare (nel vero senso della parola) ai giudici per le indagini sui loro leader-lader. Ieri, fra i 261 sì alla porcata padan-berlusconiana, si annidavano – nascondendo la mano grazie al voto segreto avventatamente concesso da Fini – almeno 50 deputati dell’altro fronte (Pd, Udc, Fli e Idv). Del resto i partiti maggiori (Pdl, Pd e Lega) e qualcuno minore (tipo l’Api di Rutelli) hanno a che fare con la giustizia e, nel segreto dell’urna, non è parso vero a qualche furbastro di assestare una bella legnata ai magistrati, o almeno di metter loro paura. L’idea malata e somara che l’errore giudiziario scatti ogni qual volta un cittadino finisce sotto inchiesta o sotto processo o agli arresti e poi venga assolto, dunque debba pagare direttamente il magistrato, accomuna trasversalmente la gran parte del mondo politico e di quello intellettuale retrostante. Proprio in questi giorni l’Unità, tornata a essere l’organo ufficiale del Pd, s’è lanciata in una delirante campagna in difesa di Ottaviano Del Turco, arrestato nel 2008 per tangenti, poi rinviato a giudizio e ora a processo. Anticipando la sentenza, l’Unità ha deciso che Del Turco è innocente a prescindere. Poi l’ha intervistato per fargli chiedere “un atto riparatore dalla politica” per un’assoluzione che non c’è. Poi ha interpellato Violante, il quale ha sostenuto che siccome “non si è trovato il denaro”, Del Turco    dev’essere per forza innocente (uno come lui i    soldi non li farebbe mai sparire). E s’è portato    avanti col lavoro, dimenticando che gli arresti e i    rinvii a giudizio non li fa il pm, ma il gip e il gup: “Se Del Turco dovesse risultare innocente, è chiaro che il magistrato inquirente dovrebbe risponderne direttamente”. E certo: siccome i processi servono a stabilire se uno è innocente o colpevole, se tutti gli assolti potessero rivalersi sul pm, non si troverebbe più un pm disposto ad aprire un’indagine. Un’idea talmente demenziale che Polito l’ha subito elogiata sul Corriere. E ieri, Lega e Pdl l’hanno tradotta in legge. Per una questione di Siae, la chiameremo “legge Violante”.

di Marco Travaglio, IFQ

14 dicembre 2011

Premio Bancarotta

Il mondo dell’avanspettacolo è in festa: Bossi ha annunciato che non se ne può più dell’euro. “La Padania batterà la sua moneta, mica può continuare a mantenere questi farabutti”. Bene, bravo, bis. Visto il pollice verde finora mostrato dai leghisti nel mondo della finanza, non vediamo l’ora. È appena uscita una sentenza della Cassazione (estensore Sabeone, presidente Esposito) che racconta il più riuscito degli investimenti bossiani, ancor meglio delle zolle del prato di Pontida, della banca Credieuronord e del tallero padano annunciato dal noto economista Calderoli e ribattezzato “calderòlo”: il mitico villaggio “Skipper” in Croazia che 13 anni fa doveva garantire ai padani vacanze sicure, lontano da nègher e terùn, e magari portare soldi freschi al partito, tanto per cambiare alla canna del gas. L’astuto investimento, condotto personalmente dagli on. Bossi (con signora), Stefani, Balocchi e dal presidente del consiglio regionale veneto Cavaliere, che avevano convinto un centinaio di dirigenti e militanti a investire decine di milioni di lire, è finito in bancarotta. E per bancarotta patrimoniale e documentale è stato condannato a 8 mesi il solo imputato superstite (gli altri sono stati assolti, o sono morti, o hanno patteggiato): Sebastiano Cacciaguerra, amministratore unico di Euroservice Srl e presidente di Ceit Srl, le due società che gestivano per conto della Lega la geniale operazione finanziata nel ‘98 da una banca della Carinzia, ai tempi in cui Jörg Haider era culo e camicia con Bossi. Poi la Ceit finì i soldi, la banca carinziana confiscò il villaggio e le società-schermo della Lega restarono con un pugno di mosche. E di debiti. “Euroservice – scrivono i giudici – otteneva, su interessamento personale dello Stefani, cliente conosciuto della banca, un finanziamento dalla filiale di Vicenza di Cassamarca Spa (ora Unicredit Banca d’Impresa Spa) nel gennaio 2001 per lire 1 miliardo a fronte di garanzie personali prestate dagli amministratori Ceit Balocchi, Stefani, Cacciaguerra… e Bossi, senatore della Repubblica, non amministratore né socio di Ceit, di cui comunque alcune quote erano detenute dalla moglie Marrone Emanuela. A fronte del finanziamento, Euroservice erogava anticipazioni finanziarie a Ceit per lire 560 milioni e utilizzava ulteriori 420 milioni in favore dei sig.ri Miro e Andrj Oblak per l’acquisto di una quota in Ceit… Euroservice veniva così utilizzata quale strumento per acquisire disponibilità finanziarie ed eseguire pagamenti per un’iniziativa immobiliare in Croazia – ‘progetto Skipper’ – gestita direttamente da esponenti della Lega Nord o dalla Lega Nord direttamente tramite i suoi maggiori esponenti politici, che non volevano apparire, tramite la società Ceit che aveva acquistato la totalità delle partecipazioni nella società croata Kemko proprietaria dei terreni”. Per scucire il miliardo a Cassamarca, i nostri eroi padani “ipotizzavano enfaticamente profitti” irrealizzabili: Euroservice aveva “operatività quasi inesistente ed esiguo capitale sociale” e Ceit era anch’essa “sottocapitalizzata”, con “investimenti per 20 miliardi su un capitale sociale di 20 milioni” (“non ha una penna biro né un dipendente”, dice l’imputato). Ceit fallì puntualmente nel 2004 dopo tre anni di “scritture contabili irregolari” con “entrate registrate falsamente”. Poi un tocco di coerenza padana: i 560 milioni di finanziamento alla Ceit poi fallita, camuffati da prestito personale al tesoriere Balocchi (non più processabile perché defunto), arrivarono sul conto aperto della Lega alla filiale di Montecitorio del Banco di Napoli, fondato ai tempi dei Borboni nel Regno delle Due Sicilie. Dare la colpa all’euro per il tracollo dell’operazione parrebbe eccessivo persino per il Senatur: l’operazione Skipper iniziò nel 1998 e iniziò a naufragare nel 2001, quando c’era ancora la lira. Ora comunque si attende con ansia il nuovo tallero padano: potrebbero chiamarlo bancarottolo.

di Marco Travaglio, IFQ

18 novembre 2011

Brescia, dove il Trota ha fatto scuola

 

La Lega torna all’opposizione. A fare la guerra al potere. Ma sarà dura estirpare radici molto profonde. Abbandonare poltrone in enti locali, società, asl che il bulimico Carroccio ha accumulato negli anni di governo.

A camminare per Brescia (seconda Provincia lombarda, 1,2 milioni di abitanti) le parole d’ordine della Lega te le trovi davanti agli occhi: impresa, lotta all’immigrazione. Ovunque capannoni, aziende grandi e piccole. Eccolo il Nord che lavora, di cui la Lega si proclama portavoce. Poi i quartieri di San Faustino, del Carmine, dove se non guardi i cartelli segnaletici ti pare d’essere in una città straniera. Così nella Leonessa d’Italia, governata in passato da Mino Martinazzoli (Partito Popolare) e Paolo Corsini (centrosinistra), il Carroccio è diventato secondo partito, tallonando il Pdl intorno al 30 per cento.

PERÒ QUANDO la Lega è andata a governare, bé, le cose sono andate diversamente dalle aspettative: ha occupato poltrone, ha imposto figli e parenti, è andata in pezzi, gli scandali hanno toccato la vecchia guardia legata a Bossi e la nuova maroniana. Ogni guerra ha bisogno di simboli: a Brescia la rottura è arrivata con Renzo Bossi. Il Trota fu paracadutato in un collegio blindato, ma quella che pareva una vittoria si è rivelata il primo malessere del Carroccio. Oggi la vecchia guardia è al tramonto. Una volta comandava la gente della Valcamonica, l’invincibile famiglia Caparini. Il padre Bruno ospitava Bossi nel castello di Ponte di Legno. Poi qualcosa si è rotto: il Senatùr ha cambiato meta. Ma i Caparini non se la passano male: Bruno, nonostante i rovesci della sua Tecas Cavi, è stato ritenuto adatto per diventare consigliere di sorveglianza del colosso pubblico A2A. Ed eccolo nella fondazione del teatro Grande di Brescia. Il curriculum politico forse ha avuto un peso. Poi è toccato al figlio Davide, 44 anni. Già, difficile dire di no al Trota, quando Caparini jr. a 29 anni era in Parlamento. Lo stesso Davide che (pur essendo parlamentare) fa il giornalista del Tg Nord. Proprio quel Davide che, ricordano le cronache, invitava a non pagare il canone e poi si è “ritrovato” segretario di Presidenza nella Commissione di Vigilanza Rai.

A Brescia hanno storto il naso. Ai congressi provinciali il Cerchio Magico di Bossi è stato umiliato dai maroniani. Resta Daniele Molgora, ex sottosegretario di Tremonti e attuale presidente della Provincia. Ma le leve del potere leghista hanno abbandonato la Valcamonica. Ecco emergere Fabio Rolfi, è segretario provinciale della Lega e vicesindaco. Però con il nuovo corso gli scandali non sono spariti.

Prima c’è stata la storia brutta, e mai chiarita, del dossieraggio in salsa verde: fascicoli con intercettazioni e accuse rivolte soprattutto ai leghisti non ortodossi. Questioni di sesso, non di politica, come ha raccontato Giulio Arrighini, leghista dissidente cui erano stati offerti (ma ha rifiutato). La storia è finita in cronaca giudiziaria: Monica Rizzi è indagata (anche se respinge le accuse all’opposta fazione). Sì, la “zarina bionda” del Cerchio Magico di Bossi, ripagata del suo impegno a favore del Trota con l’assessorato regionale allo Sport e ai Giovani.

GLI ULTIMI scandali riguardano l’era Rolfi. C’è l’immancabile “parentopoli” con la signora Rolfi che fa piazza pulita degli avversari nei concorsi: vince un posto in Provincia, quarta su ottocento. Poi corre per la Asl di Milano. È diciottesima, ma ottiene un posto a tempo indeterminato. Il secondo giorno di lavoro si mette in aspettativa per assumere un posto a tempo determinato in Regione. Pare destinata alla segreteria del leghista Daniele Belotti.

Intanto ecco arrivare la questione Brixia, società che gestisce immobili in mano al Comune. A presiederla Riccardo Franceschi (quota Lega, vicino a Rolfi). Cesare Giovanardi (Pd, solo omonimo dell’ex ministro) in un esposto alla Procura punta il dito contro l’acquisto di un’area nel centro storico di Brescia che Brixia avrebbe pagato “a un prezzo fuori mercato: 3.601 metri quadri acquistati 8,7 milioni, cioè la bellezza di 2.436 euro al metro”. Per Giovanardi l’immobile “in stato di abbandono ha un valore massimo di 3,6 milioni”. Franceschi taglia corto: “Speculazioni politiche. Il precedente proprietario nel 2007 aveva venduto a 7,7 milioni”.

INTANTO sulla Provincia leghista aleggia il fantasma di un’altra inchiesta sul Fondo immobiliare PMS, appartenente a una società americana con sede a Lugano. Nei mesi scorsi ha battuto gli ambienti dei costruttori per convincerli ad aderire all’iniziativa presentata sotto le insegne “Provincia di Brescia per la casa”. Scopo? Raccogliere l’invenduto e proporre soluzioni per la prima casa (con un capitale che doveva arrivare a 500 milioni). L’utilizzo del logo della Provincia di Brescia, pare senza che l’amministrazione ne sapesse nulla, ha fatto però muovere l’assessore leghista Giorgio Bontempi che ha presentato un esposto.    Tre inchieste in corso, tante poltrone e molti parenti, il partito spezzato e gli elettori delusi. In fondo, sostiene qualcuno, tra maroniani e marroniani (Emanuela Marrone, la moglie di Bossi) c’è solo una “r” di differenza. E per abbandonare davvero il potere non basta il parlamento padano.

di Elisabetta Reguitti e Ferruccio Sansa, IFQ

(FOTO EMBLEMA) 

9 novembre 2011

Viva l’alluvione, se caccia i rom

Da alcuni anni abbiamo in casa un partito fortemente ostile al nostro paese, e il cui scopo è la secessione dall’Italia: la Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sta in una contea inesistente dai confini inesistenti, immaginaria come la Cacania di L’uomo senza qualità di Robert Musil, che è il regno della fantasia. Nel loro caso una fantasia limitata, ma sufficiente a creare altre fantasie. Li ispirano le teorie razzia-li che in Italia ebbero fortuna durante il fascismo, e in un paese come il nostro, che risulta da una mescolanza di popolazioni della nostra lunga storia (pre-romani, romani, etruschi, normanni, arabi) pretenderebbero di essere una razza a parte, discendenti dai mitici celti. Da questi hanno preso simboli anch’essi mitici con i quali hanno sostituito i veri simboli nazionali; insultano la nostra bandiera e chiamano “terroni” gli altri italiani.

E COME i presunti celti vorrebbero essere biondi e con gli occhi azzurri, ma sono smentiti dal loro stesso soma. Sono piuttosto bellicosi, e più di una volta hanno minacciato di prendere le armi e di invaderci. Cosa che ovviamente non possono fare perché noi siamo qualche milione e loro una sparuta minoranza, e una cosa del genere gli andrebbe male. Gli episodi di intolleranza verso coloro che considerano “stranieri”, nelle loro zone sono frequenti, ma hanno mano libera su tutto il territorio italiano. Per un paradosso, tre di loro sono stati nominati ministri, e uno di essi, ministro degli Interni, Roberto Maroni. L’Italia è l’unico paese al mondo i cui affari interni sono gestiti da un ministro che non si considera appartenente al proprio paese. Ma c’è poco da ridere, perché il ministro Maroni, pur considerandosi straniero in Italia, ha messo in opera dure misure contro gli stranieri in Italia. La più feroce è stata, in accordo con il defunto dittatore Gheddafi, il cosiddetto “respingimento in mare” delle persone che fuggivano dalla Libia o dai paesi vicini, da altri dittatori amici del presidente Berlusconi. I “respingimenti” erano operati con il cannone o la mitragliatrice, con imbarcazioni italiane e militari italiani al comando di ufficiali libici. Pare che il fondo del Mediterraneo di fronte a noi sia un tappeto di cadaveri. Il ministro leghista ha rivolto particolare ostilità ai rom, arrivando a violazioni del diritto internazionale che ci hanno attirato perfino il biasimo dell’Onu. La più clamorosa è una schedatura dei campi rom fatta dalla polizia con il rilevamento delle impronte digitali dei bambini. Il sentimento di xenofobia dalla Lega Nord si è diffuso rapidamente come una malattia, contagiando la popolazione, come è sempre successo nella storia. E una parte degli italiani rivolge il proprio odio non ai mafiosi, ai corrotti, ai gangster, ai faccendieri, agli evasori fiscali, alle associazioni segrete che mirano a scardinare le istituzioni democratiche della repubblica, ma ai rom. Cioè, a una minoranza etnica ridotta allo stremo, alloggiata in povere baracche di campi spesso privi di acqua e di corrente elettrica, verso la quale l’Unione Europea raccomanda una serie di misure di protezione, come si fa con le creature in estinzione (e in effetti lo sono). Ma in un’Europa che solo pochi anni fa ha bruciato nei forni nazisti sei milioni di ebrei e circa (le stime sono difficili) 800 mila zingari e 500 mila omosessuali, in Italia, che al genocidio dette il suo valido contributo, in questo ventennio di berlusconismo si teme e si odia più lo zingaro che il mafioso, il camorrista o lo stragista. Così, anche da parte delle amministrazioni comunali, sono cominciati gli “sgomberi” (questa la gentile parola) dei campi rom. Ma gli “sgomberi” si sono estesi a macchia d’olio. È che spesso le aree comunali dove sorgono i campi sono terreni di costruzioni appetibili. Ed ecco che in questi giorni di terribili piogge, di disastri, di morti, di tragedie come a Genova, alle Cinque Terre e altrove, ci giunge il pensiero solidale dell’onorevole Davide Cavallotto, deputato della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. L’on. Cavallotto ha in uggia un campo rom di Torino lungo lo Stura perché è “abusivo”. In Italia il presidente del Consiglio ha ricevuto decine di sindaci che hanno devastato il paesaggio con migliaia di costruzioni abusive, e “condona”. Ma il piccolo campo abusivo, che il sindaco di Torino non ha il cuore di sgomberare, non si tollera: dà molto fastidio all’on. Cavallotto. Ma, fortunatamente piove, arrivano questi alluvioni mostruose che devastano il paese.

IL CAMPO ROM lungo la Stura è in pericolo, gli abitanti se ne devono andare per forza. L’onorevole Cavallotto esulta: finalmente, dice, la pioggia è riuscita laddove non è riuscito il sindaco Fassino. Evviva le alluvioni, dunque, se servono a cacciare i rom. Forse l’immunità parlamentare ha dato talmente alla testa ai nostri deputati che si credono immuni perfino dai disastri naturali. L’on. Cavallotto, non ha capito che se piove sui rom piove anche sugli onorevoli. Stiamo sotto lo stesso cielo, e al cielo non si comanda, e neppure alla divina provvidenza. Magari lui ha una casa in collina, e si sente al riparo dall’acqua. Ma ci sono sempre le frane, gli smottamenti, i crolli. Quando diluvia è pericoloso, e poi non sai mai da dove la bomba d’acqua spunta, neppure in collina.    Così incerto e fragile è il nostro stare su questa crosta del mondo, la Terra è stanca e anche i cieli sono avversi. Tragica è l’epoca. Troppi i morti che ci circondano, troppe le carestie, la fame, i massacri. Almeno ci siano risparmiate le bestemmie.

di Antonio Tabucchi, IFQ

19 ottobre 2011

Prendo le distanze

Siccome in Italia siamo specializzati nel passare dalla tragedia alla farsa, va di moda lo sport di “prendere le distanze dalla violenza”. Anche se non si sono mai commessi atti di violenza né si conosce alcuno che ne abbia commessi. Io, per esempio, mi autodenuncio: mai frequentato black bloc. Se vedo Er Pelliccia armato di estintore, ne prendo le distanze, onde evitare di beccarmelo in testa. Quindi non vedo da chi dovrei prendere le distanze, né perché. Eppure ogni volta che esplode qualche caso di violenza politica, scopro di esserne un mandante morale. Lo dissero, col mio nome e il mio cognome, Sallusti e Cicchitto quando un matto tirò un souvenir in faccia a B. L’ha ripetuto l’altroieri senza nominarmi il Giornale, elencando i “cattivi maestri“ che armerebbero la mano ai black bloc: i miei amici di Libertà e Giustizia e MicroMega. Il Foglio, alla lista degli “ipocriti agitatori”, aggiunge anche il Fatto, e se lo dice Ferrara c’è da credergli: lui da sessantottino veniva giù da Valle Giulia col bastone in mano e da comunista impugnava manici di piccone per menare gli occupanti dell’Università di Torino. Del resto la giaculatoria del “prendere le distanze” ce la siamo ciucciata dopo tutte le manifestazioni pacifiche degli ultimi dieci anni, dal Palavobis ai Girotondi ai V-Day di Grillo. L’altroieri i tre tenori Cazzullo, Battista e Ostellino, i Vavà-Didì-Pelé del monito pompieresco, invitavano pensosi chiunque li leggesse a prendere le distanze dalla violenza. Chi non lo fa diventa ipso facto “indulgente”, “giustificazionista”, praticamente complice, forse mandante. Tesi curiosa, almeno da parte di Ostellino, che un mese fa definiva “delazione” l’invito dell’Agenzia delle Entrate a denunciare gli evasori fiscali. Denunciare chi brucia un cassonetto è un dovere civico, invece denunciare chi ruba milioni alla collettività è spionaggio. Poi ci sono i politici: quanto a violenza, hanno una coda di paglia talmente lunga (molti han trattato con la mafia e candidato picchiatori neri e rossi degli anni ‘70) che prendono le distanze da tutto e tutti, anche da chi tampona con l’auto sottocasa. Il Giornale e Libero invocano pene esemplari per Er Pelliccia, quello che lancia l’estintore a due metri rischiando di darselo sui piedi (il reato dovrebbe essere getto pericoloso di cose, 1 mese di arresto o 206 euro di multa) e, quel che è peggio, mostra il doppio dito medio. Noi giustizialisti siamo d’accordo, anche perché, a dar retta al Giornale e a Libero, Bossi e la Santanchè girerebbero coi moncherini. Belpietro vuole intercettare i black bloc. Perfetto. Speriamo che non dicano, come B. a Lavitola, “facciamo la rivoluzione, ma vera, portiamo in piazza milioni di persone, facciamo fuori il palazzo di Giustizia di Milano, assediamo Repubblica”, sennò l’ergastolo non glielo leva nessuno. Si auspica pure il gabbio per gli incappucciati. Bene, si proceda: ma come la mettiamo con i piduisti B. e Cicchitto e con tutti gli onorevoli massoni? Il ritorno alla legge Reale ha i suoi pro e i suoi contro. Fra i contro, il fatto che non basta autorizzare i fermi preventivi (peraltro già previsti, come le misure di prevenzione: obbligo di firma, divieto o obbligo di dimora etc.): bisogna prima individuare chi sta per commettere un reato. Cioè avere servizi di intelligence che funzionino, magari evitando che perdano tempo a trattare con la mafia. Invece qui sono tutti bravi a vantarsi di conoscere i violenti uno a uno, il giorno dopo. Mai, purtroppo, il giorno prima. Ieri Maroni ha intrattenuto il Senato con un peana ai poliziotti picchiati. Sacrosanto il peana, un po’ meno il pulpito. Maroni è stato condannato a 4 mesi e 20 giorni per aver picchiato alcuni agenti della Digos. Ed era imputato con Bossi, Calderoli e altri noti pacifisti per aver organizzato la Guardia nazionale padana armata di tutto punto, almeno finché il governo B. depenalizzò l’“associazione paramilitare a scopo politico” e li salvò tutti. Qualcuno ha preso le distanze?

di Marco Travaglio, IFQ

5 ottobre 2011

Lega libera tutti (e piazza i parenti)

A Fabio Rolfi (neosegretario provinciale della Lega a Brescia e vicesindaco della città) le auto blu non piacciono. Così quel giorno a Milano a sistemare la moglie ci andò in treno. Si apre il nuovo capitolo di famigliopoli leghista in salsa bresciana che racconta molto del “nuovo che avanza” anche in casa del Carroccio. Il “maroniano” Rolfi al congresso provinciale ha sbaragliato (255 preferenze su 434 votanti) l’avversario protetto dalla “casta” di Lady Bossi. Un film già visto per la verità un paio di settimane prima, quando il duo (Trota) Renzo-Monica Rizzi era stato sbeffeggiato con la nomina del nuovo segretario in Valle Camonica. Cambiano le facce, ma non le abitudini. E se il Senatur piazza i figli (dopo Renzo in arrivo anche Roberto Libertà) in politica, gli altri seguono l’esempio con le mogli, parenti e affini.    SEMPRE di famigliopoli si parla. Protagonista questa volta Silvia Raineri in Rolfi, balzata agli onori della cronaca nazionale per una vicenda di collocazione parentale alla Provincia di Brescia. A un concorso pubblico, indetto dall’ente guidato dal leghi-sta Daniele Molgora, la moglie di Rolfi ottiene il miglior risultato allo scritto e il peggiore all’orale, riuscendo ad arrivare quarta tra centinaia di persone che ambivano a quei fantastici otto posti. Una storia – che coinvolge anche altre signore vicine alla Lega – che non è passata del tutto inosservata ed è ancora in fase di accertamento, tanto che la famiglia Rolfi ha deciso di guardare altrove . Ecco dunque che la signora ci riprova, con un concorso all’Asl di Milano dove trova una collocazione lavorativa come impiegata amministrativa a tempo indeterminato nella direzione generale. Silvia Raineri infatti, nonostante si fosse piazzata solo diciottesima al concorso, dal 16 dicembre 2010 viene assunta a tempo indeterminato proprio per quell’unico posto disponibile nell’azienda sanitaria del capoluogo lombardo. Fin qui quasi nulla di strano se non fosse che il giorno dopo la neo assunta ottiene l’aspettativa. Per cosa? Per un contratto a termine (dal 17 dicembre 2010 al 16 dicembre 2011) niente meno che in Regione Lombardia. Così, l’Asl di Milano adotta una delibera (la numero 2226 del 31 dicembre 2010 e pubblicata dal sito Tempo Moderno) in cui viene concessa l’aspettativa non retribuita dal servizio a tempo indeterminato per assumere quello a tempo determinato al Pirellone. Ma rimane tutto in famiglia visto che la signora Raineri sembra destinata alla segretaria del consigliere leghista di Bergamo, Daniele Belotti. Insomma i casi sono due: o la signora Raineri-Rolfi è una donna fortunata (vince un concorso a tempo indeterminato in un’Asl a Milano e all’indomani ottiene l’aspettativa per lavorare in regione Lombardia) oppure Fabio Rolfi (34 anni) neo segretario della Lega (e vice del sindaco pidiellino Paro-li) di strada ne ha fatta da quando, giovane militante, appiccicava furtivamente (e abusivamente) i manifesti contro Roma ladrona. Diplomato in agraria, ha sempre vissuto solo di politica. Figlio di un piccolo imprenditore, Rolfi è entrato in Lega come protetto dell’ex assessore regionale alla Sanità Alessandro Cè. Finita la stagione dei gazebo e delle lotte come presidente di circoscrizione (di minoranza durante la giunta di centrosinistra) ha capito che con la politica si guadagna. Ecco allora il suo primo incarico nel 2005, sempre in Provincia, come “consulente informatico a 22 mila euro lordi” pochi mesi retribuiti grazie all’appoggio dell’allora vicepresidente (altro leghista epurato, Massimo Gelmini).    VICESINDACO con delega alla Sicurezza è l’autore di tutte le delibere più originali: vietato sedersi sui monumenti (unica multata un’anziana signora marocchina), giocare a cricket nel parco e organizzare pic-nic sull’erba pubblica. Lo si ricorda anche per aver fatto tagliare la corrente nel campo rom dove, tra l’altro, c’era un bambino la cui vita dipendeva da apparecchiature elettriche. Fabio Rolfi ha un chiodo fisso: gli stranieri. Quando ancora non contava si spese per la raccolta di firme contro l’ampliamento della moschea.    Oggi? Preferisce occuparsi delle questioni immobiliari affidate a un suo fedelissimo architetto, nominato presidente della società controllata Brixia Sviluppo. Peccato che sull’operato della società la Procura di Brescia abbia aperto un fascicolo, così come è stata presentata un’interrogazione parlamentare rispetto all’acquisizione di immobili da parte del Comune “al fine di verificare la legittimità del contratto d’acquisto”. Come a dire: maroniani? Il nuovo che avanza.    E nelle altre parrocchie leghiste cosa succede? Ieri, pur di guadagnarsi un titolo sui giornali, il viceministro ai Trasporti Roberto Castelli ha dichiarato: “Napolitano che dice il popolo padano non esiste mi offende e mi fa paura. Si vede che per lui non esisto e sono un ectoplasma”. Bocche cucite invece a Varese, dopo che è dovuto intervenire il Senatur per risolvere le beghe congressuali di domenica prossima. Aria pesante invece in Veneto dove scoppia il caso Tosi (spalleggiato dall’ex sindaco-sceriffo di Treviso Gentilini) che ha dichiarato: “Secessione? Solo filosofia, i problemi sono ben altri”. Insomma sempre più fratelli coltelli quelli della Lega e magari fosse solo questione di “cerchio magico” e “maroniani”.

di Elisabetta Reguitti, IFQ

Famigliopoli padana

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