Posts tagged ‘Moratti’

6 luglio 2011

Pallonari e palllisti

Siccome gli italiani sono un popolo di pallonari e i tre quarti dei giornalisti una manica di pallisti, ci voleva Calciopoli per far capire che la prescrizione e l’assoluzione sono cose opposte. Cos’è accaduto? Che il pm sportivo Palazzi ha chiuso le indagini sulle intercettazioni di Calciopoli relative all’Inter e ha sostenuto che, telefonando ai designatori arbitrali, l’Inter di Moratti e Facchetti ha violato l’art. 1 (“slealtà sportiva”) e l’art. 6 (“illecito sportivo”), ma non può essere punita perché è tutto prescritto. A meno che, si capisce, l’Inter non rinunci alla prescrizione. Palazzi equipara l’Inter agli altri club puniti per Calciopoli: Fiorentina, Lazio e Milan. Tutti tranne uno: la Juventus di Moggi e Giraudo, protagonista di fatti “di differente gravità, protrazione e invasività”, dunque fuori concorso e giustamente retrocessa in Serie B e privata di due scudetti. Però il pm sportivo ricorda che la sua tesi accusatoria contro Milan, Fiorentina, Lazio e ora Inter è già stata sconfessata dalla Corte federale, secondo cui non basta telefonare ai designatori per commettere illecito: occorre che le pressioni arrivino agli arbitri e li condizionino. La qual cosa Palazzi non è riuscito a provare per nessun club, eccetto la Juve. Dunque è verosimile che, anche se l’Inter rinunciasse alla prescrizione, verrebbe assolta o privata di qualche punto. E, siccome le presunte pressioni interiste non sortirono effetti e ai tempi della Triade Bianconera l’Inter perdeva campionati truccati, nessuno scudetto deve passare di mano. Ciò detto, sarebbe un bel gesto da parte di Moratti rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito. Così potrà finalmente difendersi nel processo sportivo (penalmente, gli inquirenti napoletani hanno già ritenuto che non c’è nulla di rilevante). Già, perché finora hanno parlato solo Palazzi e Moggi con la sua corte di avvocati e giornalisti à la carte. Se poi l’Inter fosse assolta, non resterebbe alcun’ombra nella sua storia, se non quella di aver tentato di difendersi dalla Cupola per vie traverse anziché con una pubblica denuncia. Ma, per invitare l’Inter a rinunciare alla prescrizione, come sempre deve fare chi non ha nulla da temere ed è raggiunto da sospetti infamanti, bisogna avere le carte in regola. Cioè farlo sempre. Tanto più per politici coinvolti in processi penali. Quando la Cassazione accertò che Andreotti era stato mafioso fino al 1980, reato “commesso” ma prescritto, tutti i grandi giornali e tg, anche “de sinistra”, titolarono “assolto”. Idem i servi di B. quando le sei volte che il padrone la fece franca per prescrizione. Due fra i giornalisti più attivi nel gabellare le prescrizioni per assoluzioni sono Giuliano Ferrara e Pigi Battista. Grande è stato dunque lo stupore dei lettori del Corriere nel leggere l’intemerata all’Inter di un certo Battista, probabilmente un omonimo, che in veste di “juventino” reclama “la restituzione motu proprio dello scudetto usurpato”, perché “con la prescrizione crolla la pretesa dell’Inter di incarnare ‘la squadra degli onesti’”. Intanto il Foglio di Ferrara sostiene che “crolla il castello di accuse di Calciopoli”: nessuna “cupola” Moggi, nel calcio “come nell’era Craxi si viveva in un sistema condiviso”. Ora, basta leggere le telefonate di Moggi e Giraudo per notare l’abissale differenza con quelle di Facchetti e Moratti. Ma, anche se fosse vero che l’Inter faceva le stesse cose della Juve, non crollerebbe nulla, semmai si aggiungerebbe un’architrave alla Cupola: 1 ladro più 1 ladro fa 2 ladri, non 0 ladri. Anche Moggi e la Juve, tornati amorevolmente insieme, sfidano l’Inter a rinunciare alla prescrizione. Peccato che la Juve di Moggi, Giraudo e Agricola si sia salvata in Cassazione nel processo del doping proprio grazie alla prescrizione. Chissà se fa ancora in tempo a rinunciarvi, e se le conviene: negli anni del doping vinse tre scudetti, una Champions, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e un’Intercontinentale. Non vorremmo che Pigi ne chieda la restituzione. Motu proprio.

di Marco Travaglio, IFQ

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10 giugno 2011

Expo 2015: Giuliano Pisapia come Letizia Moratti?

La luna di miele è durata soltanto dieci giorni. Poi sono arrivati i problemi reali a rompere l’incanto. Da una parte Giuliano Pisapia, neo-sindaco di Milano. Dall’altra Stefano Boeri, eletto in Consiglio comunale nelle liste del Pd con record di preferenze. Il nodo da sciogliere: l’Expo, naturalmente. Boeri aveva chiesto una moratoria: un mese di tempo per discutere come procedere. Pisapia si è invece incontrato mercoledì scorso con il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, per preparare l’appuntamento già fissato il 14 giugno a Parigi.    Un vertice pieno di sorrisi e strette di mano, quello tra il governatore e il sindaco, pienamente d’accordo sull’andare a Parigi a dire che le aree tra Milano e Rho dove realizzare l’esposizione universale del 2015 (due terzi della Fondazione Fiera, un terzo del gruppo Cabassi) saranno acquistate da una nuova società (newco) formata da Comune e Regione. Avanti tutta, dunque: il 14 sbarcherà nella sede parigina del Bie (il Bureau international des expositions) uno strano trio, composto da Pisa-pia, Formigoni e Letizia Moratti, non più sindaco di Milano, ma pur sempre commissario straordinario per l’Expo.

A MILANO resterà Boeri. Lui l’ha fatto, il progetto dell’Expo, quando era solo un architetto. Chiamato come consulente da Letizia Moratti, ha escogitato, insieme a Carlin Petrini di Slowfood e a un gruppo internazionale di colleghi archistar, il master plan dell’orto planetario, delle biodiversità, delle filiere agroalimentari, dove mostrare come le diversità agronomiche della Terra si sposano con l’intelligenza degli uomini per trasformarsi in cibo. Su quest’idea ci ha giocato la faccia e poi costruito la campagna elettorale. Dicendo che l’alternativa era l’Expo di Moratti-Formigoni, l’Expo del cemento. E ora? Si trova davanti un asse Pisapia-Formigoni che procede all’acquisto delle aree, come deciso prima della vittoria di Pisapia.    Boeri non parla. Non vuole e non può rompere con il sindaco. Ma è chiaro che se le aree (oggi ancora agricole) saranno comprate dalla newco, con un esborso di circa 120 milioni di euro (80 alla Fondazione Fiera, 40 a Cabassi), è chiaro che poi la newco, dopo il 2016, quando tornerà in possesso delle aree, dovrà rientrare dell’investimento. Come? Costruendo. Almeno 600 mila metri quadri, secondo la convenzione firmata già nel 2007, concentrati sul 54 per cento di un’area di circa 1 milione di metri quadri.

L’EXPO delle biodiversità si trasforma così in un’operazione immobiliare. Con il Comune che ci investe 38 milioni, (per avere il 51 per cento della newco), la Regione che ce ne mette 9,5 (per il suo 12,7) e la Fondazione Fiera (controllata dalla Regione di Formigoni) che paga il suo 34,9 per cento conferendo le sue aree (Provincia di Milano e Comune di Rho hanno poi due piccole quote dello 0,7 per cento).    È netto Basilio Rizzo, capolista della Sinistra e candidato a presiedere il Consiglio comunale: “Evidentemente il sindaco è stato male informato e mal consigliato. Se il progetto è lo stesso di Letizia Moratti, non cambio idea: resto convinto che non sia una bella operazione”.    Ma Pisapia ha detto sì. E ha garantito a Formigoni che entro il 14 giugno chiuderà l’accordo, con qualche eventuale piccolo ritocco. È convinto di non avere alternative: o così, oppure l’Expo non si farà, con conseguente figuraccia planetaria di Milano. Al ministro Giulio Tremonti, da sempre expo-scettico (come la Lega), in fondo non dispiacerebbe affatto chiudere quello che ritiene un inutile baraccone. Così il centrodestra potrebbe dire: vedete che cosa vuol dire dare Milano in mano alla sinistra?    Stefano Boeri aspetta. Aspetta di vedere quali deleghe gli saranno concesse (niente poltrona di vicesindaco, come pensava gli spettasse dopo il suo successo nelle urne, forse gli resterà l’assessorato alla Cultura: molta visibilità, poco potere). Aspetta di vedere se ci sono spazi per recuperare almeno in parte il suo progetto dell’orto planetario, seppure in un contesto di operazione immobiliare. Male che vada, tornerà a fare l’archistar.

di Gianni Barbacett, IFQ

26 maggio 2011

Moratti e Pdl false accuse e finti rom, la strategia per Milano

Per scusarsi con Giuliano Pisapia, che ha accusato ingiustamente di essere un ladro d’auto, Letizia Moratti detta le sue condizioni: le scuse devono andare in diretta tv. Il candidato sindaco del centrosinistra non ci sta e rifiuta il secondo faccia a faccia a Sky. Al suo posto, questa mattina ci sarà una sedia vuota. “Domani (oggi ndr) gli avrei porto le mie scuse – ha detto Moratti – ma lui non c’è. Sui programmi scappa”.    Pisapia rivendica la sua scelta e contrattacca: “Stupisce che Letizia Moratti continui a voler dettare le regole sul come e quando chiedere scusa per una grave scorrettezza della quale è evidentemente consapevole. Sarebbe bastato, in queste lunghe due settimane trascorse dallo sgradevole episodio che l’ha vista protagonista di una diffamazione nei miei confronti, inviarmi un biglietto privato. Non lo ha fatto, e cerca in modo ossessivo un’occasione televisiva per scusarsi. Peraltro, per dimostrare che le scuse sono sincere, sarebbe utile a tutti, e in primo luogo alla trasparenza tante volte invocata, che la signora Moratti fornisse anche adeguate spiegazioni su chi si è molto agitato intorno a lei perché quelle ingannevoli informazioni venissero pubblicate”. Fu proprio a Sky, durante il primo turno elettorale, che Moratti lanciò le false accuse alla fine della trasmissione, che non prevedeva il diritto di replica. Diritto garantito questa volta, fa sapere la tv di Rupert Murdoch. Ma il portavoce di Pisapia, Maurizio Baruffi, polemizza: “Abbiamo già detto che quello di Sky è un campo squalificato e anche Letizia Moratti è squalificata. Su di lei pende una querela per diffamazione aggravata”.    E diffamazione aggravata è l’ipotesi di reato su cui lavorerà il pm Armando Spataro, in seguito all’esposto presentato ieri dai legali di Pisapia. La denuncia contiene la ricostruzione di “numerosi episodi” su persone “travestite da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatorio spacciandosi per sostenitori di Pisapia” o “la presenza di ragazzi trasandati sui mezzi pubblici” che provocano i passeggeri. La richiesta alla procura è che ci sia “l’immediata identificazione dei soggetti” e la scoperta di eventuali “organizzatori e mandanti di tale campagna”.    Un testimone racconta che la settimana scorsa sul tram numero 9 (direzione Porta Venezia, zona centrale di Milano) un finto rom ha cominciato a sventolare volantini e gadget del comitato Pisapia e a infastidire pesantemente i passeggeri. Altri finti rom pro-Pisapia sono stati segnalati al mercato di viale Papiniano, nelle vicinanze del carcere San Vittore. Vengono citati anche finti operai, in quartieri periferici, intenti a prendere le misure per la fantomatica costruzione di moschee.    Il clima è da nervi tesi. Ieri la “Lista Civica X Pisapia” ha denunciato “un’aggressione intimidatoria” ai danni di un suo sostenitore, Otto Bitjoka, imprenditore camerunense. Martedì pomeriggio Btjoka stava rilasciando un’intervista in una piazza milanese, senza alcun segno distintivo per Pisapia, quando un motociclista gli ha lanciato insulti razzisti e gli ha dato una sberla.    Tra oggi e domani gli ultimi colpi di questa campagna elettorale che potrebbe segnare l’inizio della fine politica del premier. Stasera Moratti chiude in piazza Duomo con il concerto di Gigi D’Alessio, domani, sempre in Duomo, Pisapia. Sul palco Elio e le storie tese, Daniele Silvestri, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Gioele Dix e Lella Costa.    E Bruno Vespa ieri sera ha dovuto fare un rettifica. Martedì aveva raccontato ai telespettatori di Porta a porta che Cinzia Sasso, moglie di Pisapia, aveva definito il marito “simpatico, ma inadatto a governare”. Peccato, però, che il giudizio fosse per Silvio Berlusconi.

di Antonella Mascal, IFQ

19 maggio 2011

Altro che Letizia: cornuta e mazziata

Prima l’hanno contraddetta: lei diceva “o me o Lassini”, loro lanciavano la campagna a sostegno del candidato consigliere che voleva cacciare “le Br dalle Procure”. Le dicevano di tirar fuori le unghie, ora le fanno il processo: se a Milano si è perso è tutta colpa della “borghese” che si è infilata “gli stivali da cowboy”. Il massacro di Letizia Moratti è al suo secondo giorno. E il repertorio degli errori rimproverati, adesso trova il soprannome che le mancava: “signora Rambo”. Andava così bene, finché cantava “Viva la mamma” sul palco del Palasharp. Poi ha voluto la “svolta pop”: quella – dice Il Foglio – che funziona in tv, “ma con i voti è un’altra cosa”. Non ha capito (lei o chi per lei) che Milano non è città da guerriglia, lì non c’è spazio per “una campagna elettorale estremizzata all’inverosimile, personalizzata con lo stile dell’ordalia e pasticciata in modo inglorioso”. Così, il quotidiano di Giuliano Ferrara, si è chiesto “se e come” qualcuno l’avrebbe messa in discussione . La risposta è arrivata, e ben sonora.

A COMINCIARE da Il Giornale. È lo stesso Alessandro Sallusti che ha lanciato la campagna per votare Lassini, che esortava a non chiedere scusa a Pisapia dopo lo scivolone sul “ladro”, quello che adesso dice: “Qualcosa non è girato, non tanto tra gli elettori ma proprio dentro il partito”. Glielo spiega il (milanese) vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Maurizio Lupi, che cosa non ha girato: “La campagna elettorale nostro malgrado è iniziata con il caso Lassini che ci ha inchiodato per una settimana facendoci del male, facendo passare per estremisti noi e la Moratti”. Ci ha messo del suo, Sallusti, che ha ritrovato sintonia, dopo le divergenze passate, con il suo ex compagno di lavoro, Vittorio Feltri. Da Libero chiarisce l’antifona: la Moratti “è una sciura perbene, ma lontana mille miglia dalle esigenze del popolo, del quale non avverte gli umori”. Feltri celebra la sua “amara profezia” e ripubblica un articolo di cinque anni fa che dava al sindaco della “scema” per aver inventato l’Ecopass, la tassa per gli automobilisti che vogliono entrare a Milano. Franco Bechis, a lato, dà i numeri: su 21 esponenti del Pdl interpellati, almeno 6 danno la colpa della sconfitta al candidato sindaco. Uno è Gasparri: “Letizia ha questo atteggiamento da borgomastro europeo” che “alla gente non piace”. Va dato atto al direttore Maurizio Belpietro di averli anticipati tutti: lui, già martedì, scriveva che la Moratti per la sconfitta “ci ha messo del suo”. “Altezzosa”; “altera”, “timida”. Con poca “passione e umiltà”. Prima ha fatto campagna elettorale “come fosse un appuntamento tra vecchie zie all’ora del the”. Poi, nel famoso faccia a faccia in tv, “ha dato un calcio negli stinchi all’avversario”. Sempre su Libero, intervista a Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, che in questo caso non difende per niente: “Letizia Moratti non è simpatica” : “Ora non è che in 15 giorni possiamo farla diventare una simpaticona da fare innamorare di colpo tutti i milanesi. Questo è ovviamente impossibile”.

NON LA AMANO nemmeno nel partito: il parlamentare Pdl Andrea Augello confessa che “a fatica si raccolgono coscritti e volontari” per salvare Milano e per questo invita tutti a sentirsi “ancora impegnati in questa battaglia”. Capisce lo stato d’animo, ma adesso è il momento di “sacramentare solo a bassa voce”. Ma basta voltare la pagina dello stesso giornale su cui Augello scrive, Il Secolo, per ritrovare nuovi “sacramenti”: “Ma che Br e furti d’auto, servono fatti e meno parole”. Ricordano le parole che la Lega diceva “già in campagna elettorale”: “Il Pdl deve riconoscere gli errori della Moratti, evitare di parlare sempre di tribunali e Br e e iniziare a parlare di Milano”. Analisi che il Carroccio oggi conferma parola per parola: “Se la Moratti avesse parlato delle cose fatte e da fare, se tutti fossero venuti a votare, i risultati sarebbero stati diversi”, dice il leghista Matteo Salvini. Pacche sulle spalle solo quando si parla degli errori: “La Moratti ha fatto una specie di autocritica – nota il governatore piemontese Roberto Cota – Ha detto che nella campagna elettorale si è parlato poco dei problemi della città: io la condivido”. E ancora il sindaco di Verona Flavio Tosi, il presidente veneto Luca Zaia. Su La Padania una pagina intera di risultati per dimostrare che “il Carroccio è in gran forma”. Letizia un po’ meno.

di Paola Zanca, IFQ

13 maggio 2011

Perfetta Letizia

Dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rispondendo a uno studente: “Qualche tempo fa ha fatto molto clamore in Gran Bretagna, mentre da noi quel clamore sembrò eccessivo, perché abbiamo una scala di giudizio un po’ diversa… Era accaduto che alcuni parlamentari avevano abusato dei loro privilegi e, quando furono scoperti, seguirono le dimissioni di alcuni di loro e dello speaker del Parlamento”. Noi lo ripetiamo da qualche anno, che nelle vere democrazie ci si dimette al primo sospetto di scorrettezza (nemmeno di reato), mentre da noi sui sospetti e addirittura sulle imputazioni e sulle condanne si costruiscono carriere. Ma il fatto che ora lo dica anche il capo dello Stato è particolarmente significativo e, pur mantenendo le nostre riserve su alcune sue scelte, gliene rendiamo merito e grazie. Per una serie di motivi. 1) In questi anni lo sdegno per un Parlamento e un governo sviliti al livello di comunità di recupero per devianti è cresciuto nel Paese grazie ad alcuni libri, a pochi giornalisti e a pochissimi politici perbene, ma anche alle battaglie di Beppe Grillo, troppo spesso scambiate per qualunquismo e antipolitica. 2) Non c’è ombra di “giustizialismo” né di “forcaiolismo” nel pretendere che la classe politica non sia lo specchio del Paese (che comunque è molto meglio di lei), ma selezioni il meglio che c’è nel Paese. È invece una doverosa aspirazione delle persone perbene, quella di essere rappresentate da persone perbene. 3) Non è detto che una persona sia per male solo perché inquisita, e paradossalmente nemmeno se è condannata. Bisogna vedere per quali “fatti” è inquisita o è stata condannata. È reato anche il blocco stradale, il picchettaggio in fabbrica, la critica ritenuta diffamatoria (per questo, e giustamente, la Costituzione rende insindacabile il politico per le opinioni espresse, purché nell’esercizio delle funzioni parlamentari): tutti fatti che non trasformano in delinquenti chi li ha commessi. E ci sono comportamenti che purtroppo non sono reati (tipo conflitti d’interessi o frequentazioni con mafiosi) o non lo sono più (favoritismi, lottizzazioni, certe fattispecie di evasione fiscale o di falso in bilancio), che invece rendono chi ne è portatore assolutamente incompatibile con la vita pubblica. 4) Quando un fatto è accertato, la politica deve prenderne subito atto e domandarsi se chi l’ha commesso può proseguire la sua carriera, o deve saltare un giro: senz’aspettare che la magistratura stabilisca se quel fatto è anche reato. Così si afferma il primato della politica, non inventando forme sempre più fantasiose e indecenti di impunità per la casta-cosca. 5) Il caso Moratti-Pisapia cade a proposito: se davvero Pisapia si fosse salvato per l’amnistia da una condanna per rapina e terrorismo, visto che si tratta di fatti di trent’anni fa, quando Pisapia era un’altra persona, non ci sarebbe alcun motivo per non votarlo come sindaco di Milano (tutt’altra faccenda se si fosse mischiato in fatti di sangue). Ma sarebbe giusto saperlo e bene avrebbe fatto la Moratti a rinfacciarglielo e nessuno potrebbe accusarla di “macchina del fango” o di “metodo Boffo”. Il guaio è che quel fatto è falso, Pisapia avendo rinunciato (rara avis) all’amnistia per essere assolto nel merito, cosa che puntualmente avvenne. Quindi quel che ha fatto la Moratti è una diffamazione bella e buona, oltretutto da parte di una signora che, lei sì, è stata condannata dalla Corte dei conti per avere sperperato i soldi dei milanesi in consulenze inutili. Ed è molto peggio del metodo Boffo, che almeno una notizia vera la conteneva (il decreto penale di condanna per molestie). 6) Il fatto che i berluscones abbiano sfidato la verità dei fatti per infangare l’avversario inventandosi accuse false sul piano penale dovrebbe far riflettere i leader del Pd e i pompieri al seguito, che da anni spiegano come sia un autogol rinfacciare a B. i suoi crimini. E, pur potendolo accusare di fatti gravi e veri senza bisogno di inventare nulla, parlano d’altro.

di Marco Travaglio, IFQ

29 aprile 2011

Arriva (forse) l’austerity in casa Moratti

Non ci sono precedenti. Un azionista della Saras, imbestialito (bilancio in perdita per il secondo anno, niente dividendo, soci infuriati per i titoli pagati 6 euro nel 2006 e quotati ieri meno di 1,7) ha chiesto in assemblea di bilancio ai fratelli Gian Marco e Massimo Moratti, presidente e amministratore delegato, nonché azionisti di maggioranza, se “non provassero imbarazzo a presentare risultati negativi e avere una retribuzione oltre i 2 milioni e mezzo di euro” (per la precisione 2 milioni 536 mila euro a testa, lordi). Cose che capitano. Ma è notevole che i due non abbiano saputo che cosa rispondere e si siano arresi : “Riteniamo fondata la domanda e prendiamo in seria considerazione di ridurre i nostri stipendi”. Padroni di un’azienda che non dà dividendi, i Moratti, come molti capitalisti all’italiana, vivono dello stipendio che si autoassegnano. E assumono i figli per corroborare il reddito familiare. Angelo Moratti (figlio di Gian Marco) ha guadagnato nel 2010 un milione tondo, Angelo Mario Moratti (figlio di Massimo) si è preso 240 mila euro, Gabriele (figlio di Gian Marco e del sindaco Letizia, famoso per la casa di Batman) si è accontentato di 168 mila euro. Ma in tanti che sono non hanno ancora capito come mai in quattro anni sono morti cinque operai nella raffineria di Sarroch (Cagliari). “Siamo profondamente colpiti da queste disgrazie a cui la nostra società non era preparata dopo cinquanta anni di lavoro. E ancora non capiamo come alcune cose siano successe”. Quando lo capiranno facciano sapere, insieme a quanto stipendio si tagliano.

di Giorgio Meletti, IFQ

19 aprile 2011

Saras, i Moratti silurano il capo della raffineria

E per la strage del 2009, il Pm di CAgliari chiede la pena più alta per il direttore generale Scaffardi.

Il direttore della raffineria Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, è stato rimosso dall’incarico. Al suo posto i fratelli Gian Marco e Massimo Moratti, proprietari dell’azienda, hanno designato un altro manager della Sa-ras, Francesco Marini. La notizia non è stata comunicata ufficialmente dalla Saras ma viene confermata ufficiosamente da fonti interne qualificate. Grosso è stato sacrificato dopo il nuovo incidente mortale che una settimana fa è costato la vita allo studente catanese Pierpaolo Pulvirenti, finito a lavorare in raffineria con un contrattino da venti giorni con il quale puntava a pagarsi le vacanze estive.    Grosso era già direttore dell’impianto, la maggiore raffineria del Mediterraneo, il 26 maggio del 2009, quando un incidente analogo a quello della scorsa settimana era costato la vita a tre operai, Luigi Solinas di 27 anni, Daniele Melis di 29 e Bruno Muntoni di 58. Proprio ieri il pubblico ministero Emanuele Secci ha svolto la sua requisitoria nel processo per quell’incidente e ha chiesto per Grosso la condanna a due anni e quattro mesi per omicidio colposo plurimo. Lo stesso Secci, titolare dell’inchiesta per la morte di Pulvirenti, ha già iscritto Grosso nel registro degli indagati.    Se dunque la vicenda personale di Grosso si fa complicata, con il secondo procedimento per omicidio in due anni accompagnato dalla decisione dei Moratti di scaricarlo, la requisitoria finale di Secci ha mostrato ieri che per la stessa Saras le cose si fanno difficili. La pena più alta, infatti, non è stata chiesta per Grosso, ma per il direttore generale dell’azienda, Dario Scaffardi, il più alto in grado dopo il presidente Gian Marco Moratti e l’amministratore delegato Massimo Moratti. I tre operai lavoravano per la Comesa, una ditta appaltatrice dei lavori di manutenzione della raffineria. Solinas entrò in una cisterna che doveva pulire che risultò, contrariamente alle previsioni saturata con l’azoto puro. Da qui la morte istantanea del ragazzo. Muntoni e Melis persero la vita per cercare di soccorrere il giovane compagno, infilandosi nella stessa cisterna senza immaginare che potesse essere piena di azoto, gas inodore e incolore , ma micidiale in assenza di ossigeno. Secondo l’accusa della procura di Cagliari, basata sulla perizia tecnica dell’ingegnere Salvatore Gianino, lo stesso che Secci ha incaricato di studiare il nuovo incidente, la morte dei tre operai è da ricondurre alla organizzazione generale del lavoro in raffineria, finalizzata al risparmio di tempo e denaro nei lavori di manutenzione periodica.    Secci ha quindi chiesto per il più alto in grado degli imputati, Scaffardi, e per il direttore dell’asset management, Antioco Mario Gregu, la pena di due anni e otto mesi, due anni e quattro mesi per Grosso e due anni e due mesi per il dirigente responsabile dell’area dove avvenne l’incidente, Antonello Atzori. Un anno è stato chiesto per il legale rappresentante della Comesa Francesco Ledda. Il mese prossimo il processo si concluderà con le arringhe difensive e con la sentenza del giudice per l’udienza preliminare: gli imputati hanno infatti chiesto il rito abbreviato a porte chiuse. Le famiglie delle vittime sono uscite dal processo dopo aver ricevuto dalla Saras un risarcimento complessivo di circa 5 milioni di euro. Uniche parti civili: la Fiom e la Cgil regionali.    Per quanto riguarda la responsabilità dell’azienda in quanto tale, prevista dalla legge 231, Secci ha chiesto che la Saras venga condannata a una multa di 800 mila euro, equivalente allo 0,01 per cento del fatturato Saras 2010. In confronto alla sentenza Thyssen Krupp la Saras sembra cavarsela con danni molto minori. Ma dopo l’incidente di martedì scorso si profila una nuova difficile storia processuale, caratterizzata dalla serialità delle morti in raffineria.

di Giorgio Melett, IFQ

25 marzo 2011

Quelli che… “A Milano la mafia non esiste”

Da sessant’anni le cosche fanno affari (in silenzio) nella “capitale morale”. Un libro ci spiega come.

Una lettera che riempie una pagina del Corriere della Sera. “Omertà sulla ‘ndrangheta. La Lombardia reagisca”, dice Giuseppe Pignatone capo della Procura di Reggio Calabria. Ieri nessuno degli amministratori lombardi ha pensato di darvi risposta. È così: nonostante gli arresti e le inchieste, a Milano, per i responsabili dell’ordine pubblico, la mafia “non esiste”.    Ma insomma, a Milano questa mafia esiste o non esiste? Incredibilmente, nonostante la montagna di inchieste, arresti, processi contro centinaia di capi e soldati, ancora negli anni Duemila c’è chi nega o minimizza il problema. Soprattutto ai massimi livelli politici e amministrativi. Il 21 gennaio 2010 suscitano sconcerto le parole del prefetto Gian Valerio Lombardi davanti alla Commissione parlamentare antimafia, arrivata in città per un giro di incontri istituzionali. Le audizioni sono a porte chiuse, ma le agenzie di stampa diffondono un’indiscrezione: “A Milano e in Lombardia la mafia non esiste. Sono presenti singole famiglie. Ciò non vuol dire che a Milano e in Lombardia esista la mafia”. La formula è decisamente infelice, fa tornare in mente certi vecchi politici siciliani. Il prefetto è travolto dalle polemiche, dagli uffici di corso Monforte filtreranno poi le “interpretazioni autentiche” del suo pensiero. Intendeva dire che in Lombardia le organizzazioni mafiose ci sono, ma agiscono più come imprenditori che come criminali . Proprio in quel momento, però, sono in pieno svolgimento alcuni procedimenti penali contro presunti affiliati alla ‘ndrangheta accusati di aver sì fatto affari, ma con i metodi della violenza e dell’intimidazione.    Per esempio il processo Cerberus sul monopolio del movimento terra nei cantieri conquistato dal clan Barbaro-Papalia, o l’inchiesta sugli appalti dell’Alta velocità ferrovia-ria e altri business lucrosi finiti al presunto boss Marcello Paparo. Casi in cui la distinzione tra coppola e colletto bianco non ha senso.    Lo stesso pomeriggio, il prefetto Lombardi consegna alla Commissione antimafia una relazione riservata molto meno tranquillizzante. Eccone un brano: “Nonostante nell’ultimo decennio si siano susseguite vaste e penetranti operazioni di polizia (…) i sodalizi criminali hanno subito mostrato grande attitudine alla riorganizzazione e alla rigenerazione dopo le perdite subite, grazie all’apporto di nuovi soggetti trasferiti nel nord del paese qui arrivati per rimpiazzare i membri della struttura criminale colpiti da provvedimenti restrittivi. L’organizzazione si connota nell’accertata capacità di muoversi senza particolari difficoltà sul terreno del riciclaggio, grazie a consolidati rapporti con esponenti del mondo bancario, finanziario e istituzionale”. Attraverso il lavaggio dei capitali sporchi, scrive ancora il prefetto, la ‘ndrangheta si inserisce “insidiosamente nel tessuto economico legale, grazie all’esercizio di imprese all’apparenza lecite”. Segue mappa aggiornata della presenza capillare di clan calabresi e siciliani – famiglie insediate da generazioni, non singoli mafiosi – in città e nei comuni di mezza Lombardia. (…)    Il sindaco Letizia Moratti sceglie una via consolatoria: “Io parlerei più che di infiltrazioni mafiose di infiltrazioni della criminalità organizzata”. Sembra avere paura, anche lei come tanti suoi predecessori e come certi colleghi delle città del sud anni prima, di pronunciare la parola tabù, di accostare il termine “mafia” alla città di Milano. Eppure, all’alba dell’anno 2010, avrebbe a disposizione migliaia di pagine di documenti che dimostrano come i criminali “organizzati” presenti nella metropoli e nell’hinterland siano proprio mafiosi a tutti gli effetti, perfettamente inseriti nelle gerarchie e nelle alleanze delle cosche, soprattutto calabresi e siciliane.

di Mario Portanova Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, IFQ

Piazza affari a Milano con l'installazione di Cattellan

 

4 marzo 2011

Lo stalliere, Milano due e la Bat-caverna

 

Le case delle libertà Andrea Sceresini, Maria Elena Scandaliato e Nicola Palma (Prefazione di Marco Lillo), Aliberti Editore, 317 pagine, 16,50 euro

Da quelle acquistate “a mia insaputa” (parola dell’ex ministro Scajola) a quelle “gentilmente concesse, regalate in blocco, oppure sottratte con l’inganno”. Un libro di Andrea Sceresini, Maria Elena Scandaliato e Nicola Palma fotografa Le case delle libertà raccoglie dieci storie di mattoni, e non solo. Ecco alcune anticipazioni.

B. con Mangano  alla festa dell’Unità

ARCORE , nel cuore verde della Brianza. Quindicimila abitanti, molti dei quali lavorano in fabbrica. Siamo a metà degli anni Settanta (…) Il Partito comunista è forte e agguerrito. (…) Le feste dell’Unità sono eventi da segnare sul calendario, come il Natale e la Pasqua, ed è proprio durante una di queste feste, in una tiepida giornata di primavera, che fa la sua comparsa, per la prima volta, un personaggio destinato a non farsi dimenticare (…) “Buonasera” esclama l’uomo, dopo aver attraversato il prato. Si presenta, e domanda: “Posso sedermi con voi?”. I presenti, che lo conoscono di fama, restano ammutoliti. Lui sorride, poi si accomoda al tavolo (…) Il suo volto è raggiante, sereno. (…) In pochi, tra i vecchi comunisti di Arcore, si sono scordati di quella sera. Gennaro D’Agostino, mani enormi e callose, era lì con i suoi compagni: “Noi Berlusconi non l’avevamo mai visto. Sapevamo solo che abitava nella villa, qui in paese. No, non era famoso: era un imprenditore di successo, come tanti altri. Sapevamo chi era, questo sì. Ma chi l’avrebbe mai detto? Ce lo vediamo piombare dal nulla, come una furia. Attraversano il prato: lui davanti, e dietro   Confalonieri. Poi Berlusconi inizia a parlare. Dice: ‘Sono un compagno, sono come voi’. Noi ammutoliti. E lui va avanti, fa lo splendido: ‘Ma voi ci siete mai stati in Russia?’ Noi decidiamo di stare al gioco: ‘No, com’è la Russia? Diccelo tu’. E lui via, a raccontare dei suoi viaggi. Ci sono vari compagni, con noi, che la Russia l’hanno vista sul serio. Ma fanno finta di niente: vogliono vedere dove arriva. Lui spara a zero: ‘Io la Russia la conosco bene’. Vuol einsegnarci cos’è il comunismo. Poi, ridendo, come se fosse uno scherzo: ‘Eh, mangiano i bambini, in Russia. Questo fanno’.Va avanti per un’oretta, un’oretta e mezza. E noi, esterrefatti: ‘Ma sarebbe questo il grande Berlusconi?’ Cercava di impressionarci, io credo. Ad Arcore, negli anni Settanta c’era una giunta rossa. Voleva accattivarsi le nostre simpatie: questo fu ciò che pensammo. Ma doveva averci preso per babbei. Qualche anno più tardi, addirittura, ci mise a disposizione un suo terreno, e fu lì che organizzammo la festa. Ecco, faceva mosse di questo tipo. Nessuno, ovviamente, si lasciò mai infinocchiare”.    (…) Gennaro D’Agostino, di quella lontana serata di metà primavera, ricorda perfettamente ogni singolo minuto. Ricorda le discussioni, e poi i balli. Ricorda che all’improvviso, come in un sogno, sbucarono fuori dal bosco altri strani personaggi.(…) Uno di questi era un omone siciliano, grande e grosso. Si chiamava Vittorio Mangano, e anche il suo nome, di lì a qualche anno, avrebbe ottenuto una certa notorietà. Racconta l’ex militante comunista: “Lo guardai, e rimasi impressionato. Era immenso, e fece una cosa stranissima: cominciò adanzare insieme a un altro uomo. Il suo partner era un cuoco, anche lui lavorava per Berlusconi. Ricordo che   in molti rimasero a guardarli. Io sono siciliano, e so che è una vecchia usanza, dalle nostre parti, che gli uomini ballino con gli uomini. Quella scena, tuttavia, mi è rimasta impressa, e non me la dimenticherò mai: mai, finché campo”.

Milano2, Pio Albergo e Alzheimer

LA STORIA di Arcore e di Villa San Martino si incrocia indissolubilmente con la storia dei Casati Stampa. Avvocato dell’ereditiera, la marchesa Anna Maria, è Cesare Previti. È lui che segue la vendita della villa alla Edilnord   di Silvio Berlusconi. Ecco come la contessa Beatrice Rangoni Machiavelli, cognata della marchesa racconta,   in un’intervista pubblicata nel libro, alcuni particolari dell’epoca:    “Più o meno nello stesso periodo, ci accorgemmo della truffa di Milano2. Parte del nuovo quartiere fu costruita su terreni agricoli che appartenevano ai Casati. Parliamo del 1974, ed ecco come si svolsero i fatti. Per prima cosa, le proprietà furono frazionate. Dopodiché vennero stipulati atti di vendita con delle Srl le cui quote erano state date ad Anna Maria Casati in pagamento, al doppio del valore nominale. Quando si è cercato di realizzare le somme relative, si è   scoperto che gli intestatari delle Srl erano dei prestanome scelti tra gli ospiti della Casa di riposo Pio Albergo Trivulzio   , di età molto avanzata. Alcuni erano morti. Altri avevano l’Alzheimer. Esigere i pagamenti, insomma, era praticamente impossibile. Ma c’è dell’altro. I terreni formalmente risultavano ancora intestati ad Anna Maria, e furono trasformati da agricoli a edificabili. Le firme di mia cognata e di mio fratello vennero falsificate   . Le conseguenze furono pesantissime: Anna Maria, tra le altre cose, correva il rischio di dover pagare tasse altissime, perché il valore della proprietà era sensibilmente aumentato. Per evitare che ciò accadesse, si è ricorso a un condono di molte centinaia di milioni, per pagare i quali Anna Maria ha dovuto vendere buona parte del suo patrimonio. Oltre al danno, dunque, ci fu anche la beffa: la speculatrice, la palazzinara, quella che aveva trasformato i terreni da agricoli in edificabili, risultava essere   Anna Maria Casati Stampa. Se fosse rientrata in Italia, addirittura, avrebbe rischiato di finire in prigione.

Moratti junior e la villa di Batman

MA NELLA MILANO dei giorni nostri, non è cambiato poi molto. Protagonista di un’altra delle storie raccontate dal libro è Gabriele, figlio del sindaco Letizia Moratti. Per farsi casa ha acquistato cinque capannoni che, è notizia de l’Espresso, grazie al piano regolatore del comune guidato da mammà hanno subìto un cambio di destinazione d’uso. Interessante il racconto dell’architetto, in causa con Moratti per una rata non pagata:    “Perilprogetto,èstatochiestoaLuca Michelon di prendere a modello la casa di Batman”. (…) Tanto per cominciare, ci si entrad irettamente con l’automobile (…). Una volta dentro, c’è un ambiente di duecento metri   quadri con una grande vasca idromassaggio, sauna, bagno turco e piscina salata di dodici metri, sulla quale incombe un ponte levatoio che consente il passaggio pedonale all’interno dell’abitazione. A destra del parcheggio, poi, c’è un soppalco con palestra, mentre proseguendo oltre il ponte si trova un soggiorno enorme, con una sala cinema dotata di televisore da sessantacinque pollici (sic!) e proiettore con relativo schermo, di oltre quattro metri di lunghezza. Le stanze da letto, ovviamente, sono immense (…) “Nella cabina armadio, per esempio, ha voluto che mettessimo una vasca idromassaggio; mentre i mobili, tutto intorno, sono rivestiti in pelle di squalo”. (…) “Nel soggiorno c’è una botola motorizzata che porta al piano interrato. Nella Bat-caverna, insomma” (…) uno stanzone di quattrocento metri quadri, con un ring da boxe regolamentare, e un poligono di tiro lungo circa venti metri. “È uno spazio insonorizzato, con le sagome, i bersagli e tutto il resto. Come quelli che si vedono nei film”.

 

18 febbraio 2011

Verso il processo a porte chiuse sui morti nell’azienda dei Moratti

Gli indagati vogliono il rito abbreviato. Il giudice esclude il sindacato come parte civile. Le famiglie tacitate con un maxi-risarcimento.

Rito abbreviato, cioè a porte chiuse, e senza parti civili. Il processo per la morte di tre operai nella raffineria Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, si sta dirigendo verso la soluzione più indolore per l’azienda della famiglia Moratti, quella con il minimo di risalto pubblico.    Si avvia così a chiudersi in sordina una delle vicende di morte in fabbrica più assurde e gravi degli ultimi anni. Il 26 maggio del 2009, nella raffineria della famiglia Moratti, Gigi Solinas di 27 anni, Daniele Melis di 29 anni e Bruno Muntoni di 58 anni, sono morti asfissiati dall’azoto puro dentro una cisterna che il primo avrebbe dovuto pulire, e dove gli altri due sono entrati per soccorrere il compagno che aveva perso i sensi. L’azoto è inodore e incolore, e quando è puro, cioè in mancanza di ossigeno, uccide in pochi secondi.   Secondo la ricostruzione fatta dai pubblici ministeri di Cagliari Maria Chiara Manganiello ed Emanuele Secci, non c’era alcuno sbarramento o segnale di pericolo sulla cisterna o nelle sue vicinanze. E la stessa documentazione che autorizza gli interventi su un impianto mancava dell’indicazione della saturazione con azoto puro. La procura della Repubblica di Cagliari accusa la Saras, che è coinvolta nel processo anche come persona giuridica, di aver violato dieci volte in una sola cisterna la legge sulla sicurezza del lavoro.    L’accusa: omicidio    colposo plurimo

NELL’OTTOBRE scorso era stato chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo per cinque persone: il direttore generale della Saras, Dario Scaffardi,ildirettoredelleoperazioni industriali Antioco Mario Gregu, il direttore della raffineria Guido Grosso, il responsabile dell’area dove morirono gli operai, Antonello Atzori, e Francesco Ledda, presidente della Comesa, l’azienda per cui lavoravano i tre operai. La pubblica accusa ha dunquemessonelmirinoipiùalti dirigenti della Saras, ipotizzando che la morte dei tre lavoratori sia riconducibile alla stessa organizzazione dei lavori in appalto più che a errori commessi dai diretti responsabili nella circostanza.      Il giudice dell’udienza preliminare, Giorgio Altieri, ha preso ieri due decisioni significative. Accogliendolarichiestadelladifesa di un rinvio per poter valutare quanto emerso ieri nella prima udienza, ha fissato per il prossimo 10 marzo la decisione sul rito da scegliere. Appare scontato l’orientamento della difesa dei cinque indagati per la richiesta del rito abbreviato. Si tratta in sostanza di chiedere al giudice di emettere la sentenza senza passare per il dibattimento, solo sulla base delle carte processuali disponibili fino ad oggi. Il rito abbreviato si svolge davanti allo stesso Gup in camera di consiglio, cioè a porte chiuse.    La seconda decisione del giudice Altieri è stata di respingere la richiesta della Fiom-Cgil di costituirsi parte civile. Secondo l’agenzia Ansa, la motivazione addotta   dal gup nel corso dell’udienza di ieri (anch’essa naturalmente a porte chiuse) sarebbe che la Saras è una società petroliferaeperquestoilsindacatodei metalmeccanici non ha titolo per partecipare al processo.    “Una decisione sconcertante”, ha protestato il segretario della Cgil della Sardegna, Enzo Costa, ricordando che i tre operai morti erano dipendenti di una ditta metalmeccanica, impegnata dentro la raffineria in lavori di manutenzione in appalto, e che erano inquadrati con il contratto metalmeccanico. Anche la Cgil nazionale è scesa in campo con il segretarioconfederaleVincenzo Scudiere, che ha confermato il “pieno appoggio alla Fiom e alla Cgil della Sardegna” e ha stigmatizzato “una decisione che – dietro motivazioni tecniche – potrebbe avere una ricaduta politica”.

Quanto costa    il silenzio

LA DECISIONE apparentemente assurda del giudice dell’udienza preliminare (quando un metalmeccanico muore in un’azienda chimica deve costituirsi parte civile il sindacato dei chimici?) potrebbe anche spiegarsi con errori tecnico-giuridici contenuti nella richiesta dei legali della Fiom. La decisione del gup Altieri è inappellabile, anche se nella prossima udienza il sindacato potrebbe cercare di rientrare in gioco con una richiesta di costituzione come parte civile   della stessa Cgil.    Per i fratelli Gianmarco e Massimo Moratti, proprietari della Sa-ras, di cui sono rispettivamente presidente e amministratore delegato, si profila un esito a basso impatto mediatico della imbarazzante vicenda. La settimana scorsa, all’approssimarsi dell’udienzapreliminarefissataperdecidere sul rinvio a giudizio dei cinque indagati, i loro avvocati hanno provveduto a tacitare le famiglie delle tre vittime assegnando loro un risarcimento commisurato sui valori massimi previsti dalle tabelle del Tribunale di Cagliari.    Dando 300 mila euro ai parenti più stretti (la vedova e i figli di Muntoni e i genitori di Melis e Solinas), e 130 mila euro ai fratelli di dei due più giovani, hanno messo insieme un risarcimento vicino ai 5 milioni di euro complessivi, cifra irrisoria per l’azienda dei Moratti, ma uguale o superiore a qualsiasi pagamento che le famiglie dei tre operai uccisi avrebbero potuto ottenere dal   processo dopo anni di battaglia legale. Naturalmente l’accordo prevede la rinuncia delle famiglie a costituirsi come parti civili nel processo. Questo fa sì che il giudice si troverà a chiudere la partita con una valutazione delle carte processuali davanti ai pubblici ministeri Maria Chiara Manganiello ed Emanuele Secci, e agli avvocati difensori.

di Giorgio Meletti – IFQ

La raffineria della Saras a Sarroch nel giorno dell’incidente, 26 maggio 2009, e i fratelli Massimo e Gianmarco Moratti (FOTO ANSA)

30 dicembre 2010

Milano nera

Benvenuti a Milano, capitale europea, città dell’Expo, cuore dell’amministrazione berlusconian-leghista. Provate però a fare un giro in automobile per le sue strade: scoprirete due realtà che stonano terribilmente con l’immagine che la politica di maggioranza vorrebbe dare alla città. Prima tappa: via Giambellino. Percorretela tutta, dalla circonvallazione a piazzale Tirana, verso la periferia. Vedrete cumuli di spazzatura al centro della strada, sacchi neri di “monnezza” (qui si chiama “ruera”) che bloccano perfino le auto parcheggiate sulla corsia centrale, quella riservata ai tram. Scene viste a Napoli e in Campania. Ma qui siamo a Milano: sindaco Letizia Moratti, vicesindaco Riccardo De Corato, caporione leghista l’emergente Matteo Salvini. Sarà l’aumento di rifiuti provocato dalle feste natalizie, sarà la sospensione del ritiro spazzatura nei giorni di Babbo Natale, ma non si può dare la colpa all’augusto vecchio vestito di rosso e con la barba bianca, se alcune strade di Milano sono identiche alle strade di Napoli. L’amministrazione cittadina si è accorta dell’accumulo di “ruera”? Come pensa di smaltire la “monnezza” made in Milan?   Seconda tappa: via Manzoni. Qui siamo in pieno centro. Dall’arco di piazza Cavour si arriva diritti davanti al Teatro alla Scala e a palazzo Marino, sede del sindaco Moratti e della sua giunta. Ma attenzione: se la percorrete in auto, non superate i 20 chilometri all’ora. Altrimenti rischiate di distruggere le gomme. Le strade di Milano sono piene di buche, crepe, voragini. Gli asfalti sono un percorso a ostacoli, gli automobilisti o guidano facendo la gimkana, o rischiano di bloccarsi con le gomme a terra. Ne sa qualcosa il tassista Marco Nicolucci, intervistato ieri dal “Corriere della sera”. “L’altra notte mi è esploso un copertone davanti ad Armani”. Davanti alla sede di una delle griffe più famose della città. “Colpa di un massello del pavè che si è alzato improvvisamente. E bum”. Il cliente ha dovuto scendere dal taxi e cercarsene un altro, il tassista ha dovuto portare l’auto in officina: “270 euro di riparazione e una nottata buttata via”. Le pietre del pavè, dopo le giornate di pioggia di dicembre, sono sconnesse e mobili, pericolose per le auto, addirittura   impossibili per le moto e le biciclette. Il pavè è bello, ma ha bisogno di manutenzione: rinviata in vista del 2015, anno magico dell’Expo. E intanto? Le auto si bloccano. “Io ho speso oltre 400 euro per la riparazione del mio taxi”, si lamenta Giuseppe Lamagna, altro autista intervistato dal “Corriere”. “Ho chiesto il rimborso al Comune. Lo sto aspettando”. Stessi pericoli in corso Ticinese, piazza Ventiquattro Maggio, via Meravigli, via Saffi, corso Magenta, Santa Maria delle Grazie. Ma dove le strade sono asfaltate non va meglio, anzi: le voragini mettono a dura prova gomme e sospensioni. In piazzale Segesta, via Civitali, via Melchiorre Gioia, corso Ventidue Marzo, via Piranesi, perfino in viale Forlanini, via d’accesso alla città per chi arriva a Linate con l’aereo. Benvenuti a Milano, città dell’Expo, vocazione europea. Capitale della moda e del design, della finanza e della televisione. Benvenuti nella città con le strade dissestate e ingombre di spazzatura. Il sindaco, intanto, è in vacanza.

di Gianni Barbacetto – IFQ

23 dicembre 2010

Un borgomastro per i razzisti

“Noi siamo eletti e dobbiamo rendere conto ai milanesi delle nostre decisioni. Purtroppo i giudici non sono eletti e questo a volte può creare a noi amministratori qualche difficoltà”. Mai frase di Letizia Moratti fu più sintomatica della sua inadeguatezza istituzionale. La dichiarazione è stata pronunciata dopo la sentenza del Tribunale civile di Milano che riconosce il diritto di avere una casa popolare a dieci famiglie di rom romeni. Una sentenza obbligata: a maggio, il Comune di Milano aveva firmato, assieme al prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi e ad alcune onlus che sostengono i nomadi, una convenzione che impegnava il Comune ad assegnare alcuni alloggi alle famiglie rom. Anche perché nel luglio 2009 il ministero dell’Interno (occupato dal leghista Roberto Maroni) aveva stanziato 13 milioni di euro proprio per affrontare “l’emergenza rom”. Dunque, non c’è storia: il ministro mette i soldi, il prefetto vigila, il sindaco di Milano accetta e s’impegna. Ma c’è un ma: le elezioni.   Tra qualche mese si vota, anche a Milano, per eleggere il sindaco. Ecco allora un clamoroso voltafaccia: la Lega vuol farsi vedere dagli elettori inflessibile contro i nomadi; Moratti rincorre la Lega, puntando sugli istinti razzisti che circolano a Milano e quindi, smentendo se stessa, blocca le promesse assegnazioni delle case popolari. Segue ricorso delle famiglie rom e il processo più facile del mondo: chi ha firmato un documento deve mantenere l’impegno, non può cambiare idea solo perché è entrato in campagna elettorale (e i rom non votano). A questo punto le reazioni. Quella della Lega, nella sua rozzezza razzista, è perfino comprensibile: non dobbiamo togliere le case ai “nostri”, i rom vadano a farsi fottere, chissenefrega delle convenzioni firmate. E “se i giudici vogliono fare politica, si facciano eleggere, poi giudicheranno i cittadini”, come ha detto tre giorni fa il capogruppo del Carroccio Matteo Salvini. Che cosa vuoi rispondere, davanti alla geometrica idiozia di un tale ragionamento? Bisognerà ripetergli la stessa frase, chissà, quando Salvini magari si rivolgerà a un magistrato dopo aver deciso di vendere l’auto a un compratore che ha cambiato idea e non gliela vuole pagare. E Letizia Moratti? Lei no, lei tenta una diversa argomentazione. E finisce per fare peggio, povera donna. Il suo è stato un clamoroso voltafaccia: prima s’impegna e poi tradisce l’impegno preso. Ma in più ci aggiunge un abbozzo di ragionamento politico, col risultato di peggiorare le cose. Dice: i giudici decidono così perché non sono eletti, io ho deciso il contrario perché devo essere rieletta. Attenti: è diverso da quello che dice Salvini. Ma   non migliore. Proviamo a sviluppare il suo piccolo ma inquietante pensiero: i magistrati possono permettersi il lusso di fare una scelta di giustizia, sulla base delle leggi che dicono che gli impegni firmati vanno mantenuti; ma io non posso, poverina, non posso proprio permettermi di fare una cosa solo perché è giusta, poiché se voglio essere rieletta devo compiacere la pancia dei milanesi peggiori (gli altri purtroppo votano Giuliano Pisapia). Così rinuncia a essere sindaco della città per diventare il borgomastro dei razzisti, tradisce le istituzioni per schiacciarsi su una parte (e la più retriva). Bene ha fatto il procuratore aggiunto Armando Spataro ad aprire un’inchiesta penale per discriminazione razziale. La legge è ancora uguale per tutti e i magistrati, per fortuna, non sono ancora eletti dal popolo.

di Gianni Barbacetto – IFQ

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23 dicembre 2010

“DAI MORATTI minaccia grave”

Stupore e incredulità ha suscitato il comunicato che l’Ansa ha diffuso il 13 dicembre con il quale Gian Marco e Massimo Moratti hanno dichiarato che intendono agire non solo nei confronti dell’autore e dell’editore del libro “Nel paese dei Moratti” di Giorgio Meletti, pubblicato da Chiarettere, “stante i contenuti non veritieri del medesimo libro”, ma anche nei confronti dei “mass-media che in qualsiasi forma e sede, allo stesso abbiano dato o diano spazio e risalto”. La minaccia di far processare chi parlerà del libro, favorendone la diffusione, è inusuale e grave poiché penalizza l’attività imprenditoriale dell’editore e la libera circolazione delle informazioni su una vicenda della quale si è parlato davvero troppo poco. Anche la Fnsi, la Federazione della stampa, ha criticato le parole e l’iniziativa dei Moratti (“Fnsi e Asr non possono che ribadire che il diritto di cronaca e quello dei cittadini a essere correttamente informati sono le basi stesse di una società democratica”), che hanno replicato in una lettera recapitata al Fatto, riformulando la loro posizione. Tutto ciò si aggiunge alle pressioni esercitate sugli stessi operai e sul sindaco in occasione del dibattito pubblico organizzato a Sarroch per presentare il volume. Forse un giudice potrebbe essere chiamato a decidere sulla legittimità di queste iniziative. Il libro è stato pubblicato con lo scopo di far conoscere quella vicenda e porre domande su come siano andate le cose quel tragico giorno del 2009, quando morirono tre operai della Saras. I massimi responsabili della raffineria, nel totale silenzio dei mass media, hanno ricevuto una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo (l’udienza preliminare è fissata per il prossimo 17 febbraio) per i fatti ricostruiti da Meletti. Chiarelettere e l’autore continueranno a difendere la scelta di trattare un problema così importante e difficile proprio per onorare la memoria dei tre operai morti, per tenere desta l’attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, e per difendere il diritto di informazione, nonostante tutto. Basta Sarroch, basta Thyssen.

Lorenzo Fazio, Chiarelettere

29 ottobre 2010

“Processate la Saras”

Omicidio colposo: i pm chiedono il processo per i vertici della raffineria dei Moratti.

Omicidio colposo plurimo, per essersi resi responsabili, con i proprio comportamenti omissivi, della morte di tre operai, Daniele Melis di 29 anni, Bruno Muntoni di 58, Gigi Solinas di 27. Con questa accusa la Procura della Repubblica di Cagliari ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici della Saras, la società quotata in Borsa controllata da Gian Marco Moratti (marito del sindaco di Milano) e da suo fratello Massimo, più noto come munifico presidente dell’Inter. L’incidente è accaduto il 26 maggio 2009 a Sarroch, in provincia di Cagliari, all’interno della più grande raffineria del Mediterraneo.

Dal direttore alla    ditta in appalto

IN PARTICOLARE, i pubblici ministeri Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello chiedono il processo per il il direttore generale della Saras, Dario Scaffardi, per il direttore delle operazioni industriali Antioco Mario Gregu, per il direttore della raffineria Guido Grosso e per il dirigente responsabile dell’area dove sono morti gli operai, Antonello Atzori. I magistrati, guidati dal procuratore della Repubblica di Cagliari, Mauro Mura, chiedono il processo anche per Francesco Ledda, legale rappresentantedellaComesa,laditta appaltatrice delle manutenzioniperlaqualelavoravanoitre operai morti, due dei quali (Melis e Solinas, i più giovani) erano precari.    In più è chiamato all’udienza preliminare per il rinvio a giudizio anche Gian Marco Moratti,   presidente e legale rappresentante della Saras, in quanto anche la società in quanto tale è coinvolta nel processo, per la legge 231 sulla responsabilità delle persone giuridiche nei fatti penali. La lista delle richieste di rinvio a giudizio sintetizza il percorso dell’inchiesta, che ha visto spostarsi verso l’alto, con il passare dei mesi, le responsabilità. Giannino Melis, il caposquadra della Comesa cui faceva capo Solinas, è stato indagato per un anno ed è uscito dall’inchiesta alla fine dello scorso giugno. Alla stretta finale è stata archiviata anche la posizione del capocantiere della ComesaVincenzo Meloni.      Per capire le ragioni che hanno indotto la procura di Cagliari a chiedere il processo per due dei massimi dirigenti Saras, che lavorano negli uffici di Milano, a un migliaio di chilometri dalla raffineria, bisogna ripercorrere la dinamica dell’incidente. Il 26 maggio2009,alle13,50,GigiSolinas, che era stato incaricato di entrare dentro la cisterna D-106   (ferma per manutenzione) per pulirla, si è affacciato alla via d’accesso senza potersi rendere conto che la cisterna stessa era satura di azoto: non c’era neppure un cartello. Respirando azoto puro, Solinas è morto in pochi secondi. Muntoni primae Melis poi sono morti entrando nella cisterna per soccorrere il compagno. Non c’era nessun avviso di nessun genere per avvertire che quella cisterna era satura di azoto, un gas inodore e incolore. Secondo i risultati dell’inchiesta, i tre non erano dotati neppure del rilevatore di ossigeno (decisivo nei lavori di questotipo)perchénoneraprevisto nel capitolato dell’appalto dato alla Comesa dagli uffici milanesi della Saras.      I pubblici ministeri hanno scritto nell’avviso di conclusione delle indagini che i vertici dell’azienda hanno omesso “di esplicare i doverosi compiti di pianificazione, di presidio e di accurata vigilanza resi necessari dalla natura non ordinaria dell’operazione di bonifica   dell’accumulatore”, e hanno anche trascurato le “adeguate azioni di cooperazione, di informazione e di coordinamento”.

Le misure    non adottate

DALLA PUNTIGLIOSA, dettagliatissima relazione del consulentedellaprocuradiCagliari, Salvatore Gianino, i magistrati dell’accusa hanno tratta la convinzione che proprio i massimi vertici della società petrolifera “non adottavano tutte le misure idonee a prevenire gli incidenti rilevanti e a limitarne le conseguenze”.LarelazionediGianino fa risalire la morte dei tre operai, tutti originari del piccolo comune di Villa San Pietro, a pochi chilometri dalla raffineria, a ben dieci violazioni contemporanee della legge 81 del 2008 sulla sicurezza del lavoro. Secondo i pubbliciministerièinevitabileil sospetto, o comunque l’ipotesi, cheunacondottacosìdisinvolta sia stata seguita dai vertici della   Saras perché “così procedendo, riducevano i tempi – e conseguentemente i costi – della fermata dell’impianto”. L’udienza preliminare si terrà nei primi mesi del 2011.    Nel frattempo i fratelli Gian Marco e Massimo Moratti, azionisti di controllo della Saras, dopo aver assegnato alle tre famiglie colpite una rendita di 2.500 euro al mese per vent’anni, hanno chiesto alle stesse famiglie di avanzare una richiesta di risarcimento.

di Giorgio Meletti IFQ

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