Archive for marzo, 2012

20 marzo 2012

Giustizia, l’inviato Ghedini detta le condizioni

Ecco che il governo sfiora, anzi s’appresta a toccare un tema sensibile per il Cavaliere: la giustizia, e il copione si ripete. Tale e quale. Stavolta è Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, l’inviato per le trattative ruvide e complicate con il ministro Paolo Severino: “Se decidono di presentare un testo al buio, si prendono i rischi che il buio comporta”, dice ai suoi collaboratori che aspettano a Montecitorio il maxi-emendamento del governo al testo contro la corruzione. Per televisioni e frequenze, direttamente a Palazzo Chigi, B. decise di spedire Fedele Confalonieri per parlare con Mario Monti: cioè il presidente di Mediaset, l’amico di canzoni e affari che protegge l’impero di famiglia. Al segretario Angelino Alfano, che gestisce (teoricamente) il Pdl, restano soltanto le fotografie al caminetto col professore, Bersani e Casini. Forma e sostanza . Sarà Ghedini a dettare le condizioni al ministro Severino, che ascolta di frequente al telefono e che incontrerà in settimana, mentre Alfano riposa in panchina. Ghedini chiede un paio di cose per mettere in sicurezza – e qui le finanze pubbliche non c’entrano – i conti personali del Cavaliere: niente eccessi su corruzione e dintorni; niente aumento per la prescrizione; niente revisione di quell’emendamento del Pd che spezza in tre parti il reato di concussione e può aiutare, dice la Procura di Milano, l’imputato Berlusconi nel processo Ruby. L’Italia dei Valori accusa di inciucio il Partito democratico, e Massimo D’Alema s’immola per l’emendamento firmato Pd che stravolge il reato di concussione “Le modifiche le vuole l’Ocse (un organismo internazionale, ndr). Nessun salvacondotto per Berlusconi, è l’Ocse che, in un suo recente documento, affronta il problema e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta alla corruzione”.    FONTI del ministero smentiscono che sia ufficiale, ovvero in agenda, un appuntamento fra la Severino e Ghedini – e invece il Pdl conferma – perché sarebbe imbarazzante spiegare che il ministro negozia la legge per contrastare la corruzione con l’avvocato del Cavaliere. Ma il ministro Severino deve rispettare una domanda e una promessa: entro fine marzo va depositato a Montecitorio il maxi-emendamento con o senza i colloqui. Non senza Ghedini, però. Nessuno può vincere massacrando l’avversario, neppure l’avvocato di B., perché il Senato ha approvato la Convenzione di Strasburgo appena una settimana fa e il governo deve procedere. Questo l’ha capito persino il Cavaliere, e dunque il mandato di Ghedini prevede varie concessioni (quelle che interessano poco o zero): si può discutere di corruzione privata, traffico di influenze (raccomandazioni) e auto-riciclaggio. Una precauzione, però: testi leggeri, pene ridotte. Per rafforzare il patto con il governo, Ghedini suggerirà al ministro di riprendere il disegno di legge, che risponde al nome di Angelino Alfano, per limitare l’utilizzo e la pubblicazione di quelle intercettazioni che innervosiscono il palazzo. Per clemenza, al Pdl va benissimo pure la versione di Mastella. Ora che Ghedini è in missione, il Cavaliere è tranquillo. Ci pensa il ministro Anna Maria Cancellieri (Interni) ad azionare il conto alla rovescia: “Contro la corruzione dobbiamo giocare una partita dura, come una partita di rugby. Quindi ci dobbiamo armare e andare sul campo, non avere paura di prenderle e di darle”. Squadre schierate, fischia Silvio Berlusconi di Arcore.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

20 marzo 2012

Scalfari contro Zagrebelsky (e De Benedetti)

Di solito i grandi amori (politici) di Eugenio Scalfari, da Ciriaco De Mita a Walter Veltroni, Dario Franceschini restano platonici. Il sostegno del Fondatore, è noto, non porta benissimo. Quindi il successo di Mario Monti è un’esperienza nuova, che spinge Scalfari a scrivere editoriali i cui titoli ricordano le liriche degli aedi berlusconiani ai bei tempi, “La Luce delle Riforme nel Buio della Politica”, “Se cento giorni vi sembrano troppi” e così via. Scalfari è in sintonia con la linea culturale e politica del giornale che, come suggeriva il sondaggio di Ilvo Diamanti ieri, considera Monti non un premier transitorio ma l’unico di cui il Paese ha bisogno, anche    il 2013. c’è anche Gustavo Zagrebelsky, il presidente emerito della Consulta, firma di Repubblica promossa a coscienza civile negli anni del berlusconismo, auctoritas indiscutibile. Che però ora ha ceduto, dice il Fondatore, a “l’insofferenza verso la ‘dittatura’ dei tecnici”. In effetti nel manifesto di Libertà e Giustizia, presentato lunedì scorso, Zagrebelsky ha scritto che i tecnici sono un “pharmakon” ma “la medicina che guarisce può diventare il veleno che uccide”. Serve quindi una “rifondazione della politica”, non prolungare la sua sospensione. E allora domenica, nel suo editoriale Scalfari se la prende con quelli del “dito medio”, dai No Tav a Sabina Guzzanti, non nomina Zagrebelsky ma sembra rivolgersi anche a lui quando elenca tutte le ragioni per cui il governo deve proseguire nel suo imprescindibile lavoro. Ci sarebbe poi il piccolo problema che tra gli ispiratori di Libertà e Giustizia c’è Carlo De Bendetti, l’editore di Repubblica.

CDB ha detto a Servizio Pubblico che ormai non farà mai politica, ma certo LeG è stata per lui un po’ la simulazione di come sarebbe stato trasformare un giornale-partito, come dicono tanti, in un partito con un giornale. Scalfari non è certo uno subordinato all’editore, anzi, e nessuno gli dirà mai che Libertà e Giustizia non si può criticare. Il Fondatore poi sa che De Bendetti, a differenza di Zagrebelsky, ha un’attenuante per il suo scarso montismo: da anni l’editore di Repubblica detesta cordialmente Corrado Passera. E quindi non può amare un governo che si regge, oltre che su Monti su un suo ex assistente.

di Stefano Feltri, IFQ

20 marzo 2012

Agrigento, tutti pazzi per Pennica. L’avvocato dei boss

Certo che non è semplice spiegare quel che succede ad Agrigento, in vista delle prossime comunali di maggio, e giurare che è tutto vero. Succede che c’è un candidato che si chiama Totò Pennica, vicino ad Angelino Alfano, ex segretario di Calogero Mannino, buon parlatore e legale di grossi capimafia della zona, che per settimane viene conteso dal Pd e dal Pdl. Alla fine Pennica opta per il Pdl, e qualche giorno fa scrive al Prefetto perché preoccupato che alcuni suoi clienti, momentaneamente liberi, possano partecipare alle sue iniziative elettorali, facendogli fare brutta figura.

E DIRE che il Pd un suo uomo da appoggiare ce l’avrebbe, quel Peppe Arnone, militante di Legambiente, avvocato e consigliere comunale del partito di Bersani, che da una vita mette la faccia nelle battaglie antimafia. Ma forse in questo s’è spinto un po’ troppo oltre per gli equilibri di potere del centrosinistra siciliano, denunciando le collusioni dei suoi uomini più rappresentativi con la mafia e il malaffare isolano. Ed è quindi ritenuto un soggetto poco raccomandabile. Anche perché molto popolare da quelle parti. E infatti il Pd ad Agrigento ha preferito evitare le primarie, che Arnone avrebbe vinto a mani basse, forte di un sondaggio Ipsos da lui stesso commissionato che lo dà vincente su tutti gli altri possibili candidati sindaco di tutti i partiti (ben 5 punti sul sindaco uscente Marco Zambuto). E adesso il partito di Bersani è nel caos. Angelo Capodicasa, ex presidente della Regione Siciliana, storico leader siciliano del Pci e ora del Pd, e da sempre oggetto degli strali di Arnone sulla questione morale nel partito, non lesinava le proprie simpatie per Pennica, al punto che fino a qualche giorno fa lo avrebbe pure appoggiato. Sì perché Pennica era il candidato del Pd, di Grande Sud dell’ex vice-ministro Gianfranco Micciché, del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo e di Futuro e Libertà. Poi però Pennica ha allargato l’alleanza al Pdl ed è saltato tutto. “Alfano gioca a rubamazzo”, tuonò Capodicasa. “Pennica traditore”, gridarono quelli di Fli. Ma per Angelino Alfano, che è riuscito a mantenere l’alleanza con Grande Sud, l’invito a Capodicasa e soci rimane sempre valido. Anche per frenare la corsa di Arnone. E a questo punto, in quella che ormai è diventata una vera e propria commedia degli orrori, tutto può succedere, come recita lo slogan elettorale di Pennica. “Tra l’avvocato delle vittime della mafia e l’avvocato dei capimafia, Capodicasa manifesta la sua netta preferenza in favore di quest’ultimo”, s’era rivolto la scorsa settimana, in una nota accorata, Arnone a Bersani quando l’accordo con Pennica era cosa fatta, sperando in uno scatto d’orgoglio del segretario Pd. Arnone, dal canto suo, tesse la tela alla sua sinistra e potrebbe provare a riproporre, da solo, il modello della foto di Vasto in formato Valle dei Templi, visto che, come lo stesso Arnone tiene a dire, “non corro con l’appoggio di Lombardo”. Finora, però, Idv e Sel, preferiscono puntare su un candidato autonomo.

E INTANTO mentre l’Udc ripropone il sindaco uscente Zambuto – che cinque anni fa ha mollato l’Udc e la giunta di centrodestra di cui era assessore, si candidò sostenuto da Ds, Udeur e dallo stesso Arnone (nell’ultimo periodo fortemente critico verso l’attuale giunta per i programmi disattesi) – e il Movimento per l’Autonomia di Lombardo e il Terzo Polo tutto rimangono per il momento al palo, il segretario nazionale del Pd Bersani, risulta non pervenuto. Come a Palermo, dove per la vicenda dei brogli alle primarie e la scelta definitiva sul candidato sindaco preferisce demandare il tutto alla segreteria regionale, anche su Agrigento glissa. “Chissà se Ponzio Pilato era originario di Bettola, ridente comune alle porte di Piacenza, che ha dato i natali al segretario”, chiosava Arnone nella sua nota.

di Giuseppe Giustolisi, IFQ

20 marzo 2012

Moniti e pulpiti

Da che pulpito viene la predica”, dice il vecchio adagio. Ecco, le prediche non mancano mai: quel che manca sono i pulpiti, almeno quelli credibili. L’altro giorno, chiudendo le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente della Repubblica ha sventolato il tricolore e lanciato il suo monito quotidiano, esortando i partiti a “comportamenti trasparenti sul piano della moralità” e a “riforme condivise”. Peccato che le due cose non possano stare insieme: per “condividere” le riforme, bisogna coinvolgere partiti che non solo non garantiscono moralità, ma che han fatto dell’immoralità un programma di vita e di governo. Accanto a lui Schifani ridacchiava: forse, essendo indagato per mafia a Palermo, gli veniva da ridere pensando al suo pulpito. Due anni fa Napolitano e Schifani commemoravano un altro anniversario: il decennale della morte di Bottino Craxi. Il primo scriveva alla vedova deplorando “la durezza senza eguali” con cui il noto tangentaro era stato trattato. Il secondo piangeva in lui il “capro espiatorio”. Ecco: da che pulpito chi non riesce neanche a condannare l’immoralità di un politico pluripregiudicato invoca oggi più “moralità” in politica? Sempre a proposito di pulpiti, ecco la predica di Nicola Latorre al sindaco di Bari Michele Emiliano, che non è indagato, ma è finito nelle carte di un’inchiesta per aver accettato in dono una bottiglia di champagne e qualche cozza pelosa da un costruttore i cui parenti fanno politica nel Pd. Dice Latorre a La Stampa: “Chi si ritrova immerso nel ciclone giudiziario, arrestato o indagato, debba fare un passo indietro”. Verrebbe da dire: benvenuto nel club, meglio tardi che mai. Ma anche da domandare: questo principio, inedito in casa Pd, vale per tutti o è riservato, ad personam, a Michele Emiliano e solo ora che dà fastidio al Pd, proponendo una lista civica nazionale con De Magistris, Vendola, Di Pietro e movimenti di società civile per superare le sigle decrepite e screditate della politica? Il sospetto sorge spontaneo, tantopiù che lo stesso Latorre nella stessa intervista accusa Emiliano di “personalizzazione della politica” per “svuotare il ruolo e le funzioni dei partiti”. E allora da che pulpito predica Latorre? Da mesi il suo spirito guida Massimo D’Alema (anche se ora i due sono in freddo) è indagato a Roma per finanziamento illecito: e non per quattro cozze pelose, ma per i voli gratis che gli offrì una compagnia aerea che finanziava la sua fondazione e pagava mazzette al responsabile Pd per il trasporto aereo (già, perché il Pd ha pure un responsabile per il trasporto aereo). La Procura ha chiesto di archiviare D’Alema perché forse non sapeva che quei voli a decine di migliaia di euro erano a sbafo, e il gip non ha ancora deciso. Ma, a prescindere dal reato, i fatti non danno un bel quadro del rapporto fra politica e affari ai vertici massimi del Pd. Latorre ha forse chiesto le dimissioni di D’Alema quando fu indagato? Non risulta. Anche perché, se il nuovo principio fosse valso per tutti e per sempre, non solo per Emiliano e solo per oggi, nel 2007 Latorre avrebbe dovuto applicarlo a se stesso. Fu quando il gip Forleo chiese al Senato di autorizzare i pm a usare le intercettazioni del 2005 fra Latorre e alcuni furbetti del quartierino impegnati nelle scalate illegali Unipol-Bnl, Bpl-Antonveneta, Magiste-Rcs e poi condannati per reati finanziari. Latorre parlava delle scalate con Ricucci e Consorte e, se il Senato avesse autorizzato l’uso delle sue conversazioni, sarebbe stato indagato per aggiotaggio. Invece il Parlamento salvò lui e due del Pdl (e lo stesso fece il Parlamento europeo per D’Alema), così la Procura di Milano non potè indagarli. A prescindere dai reati, è più grave trescare con una banda di fuorilegge che arraffano banche e giornali, o accettare quattro cozze pelose? Ora Latorre chiederà le dimissioni di Latorre?

di Marco Travaglio, IFQ

17 marzo 2012

Rai4, l’“università” dei serial tv

 La Rai migliore è un “dottorato”, come la definisce il suo creatore. “Un dottorato in attesa che succeda qualcosa di più importante. Una rete concepita come una Sky per chi non ha i soldi: una sorta di ribattuta in chiaro”. Carlo Freccero è direttore di Rai4 dal giorno del suo varo, il 14 luglio 2008. Il suo piano editoriale, scritto nel maggio di quell’anno, è stato puntualmente rispettato. Il primo film trasmesso, alle ore 21, fu Elephant. La pellicola impietosa di Gus Van Sant, liberamente ispirata al massacro di Columbine. Un esordio che non lasciava dubbi sulle intenzioni del nuovo canale semigeneralista: coraggioso e spigoloso. Teoricamente diverso da tutto il resto, sebbene trasmetta pressoché unicamente prodotti già editi. Rai4, e con essa Freccero, sono al centro di molte polemiche. Libero, in un rigurgito moraleggiante, ha preso a pretesto la messa in onda – al mattino e al pomeriggio – di una serie spagnola disinibita, Fisica o chimica, per mitragliare una rete scomoda.

   TELEFONATE private spacciate per interviste, articolesse sulla pornografia, arguti dibattiti sul nulla. Con l’unico risultato concreto, a suo modo meritorio, di portare al centro dell’attenzione non tanto il prodotto iberico – adolescenziale e deboluccio – quanto una piccola rete che sta crescendo. Sia per qualità che per ascolti (oltre l’uno percento di share a gennaio 2012). E per questo dà fastidio, a Mediaset e non solo. Se Rai5 – nata il 26 novembre 2010 – è rivolta alla cultura in ogni sua sfaccettatura, attestandosi sin qui a poco più dello 0.2%, Rai4 è una zona franca atta a tramutare il preesistente in inedito: il palinsesto non vuole inanellare un semplice affastellarsi di repliche, ma assurgere a storytelling originale e compiuto. Tra le prime a credere nel digitale , nel 2011 ha portato alla Rai 11 milioni circa di euro in pubblicità. Constatata l’impossibilità di produrre, e a fronte di un budget limitato, l’unica strada era per Freccero la settorialità d’autore. Rai4 si è prefissata di essere la prima tv a trasmettere in chiaro ciò che gli abbonati di Sky già conoscono. In alcuni casi, la prima visione italiana è totale (Breaking Bad). Freccero ha scientemente individuato alcuni raggi d’azione. Le serie tv, anzitutto americane ma non solo (Doctor Who è britannica). La riscoperta di un genere pressoché dimenticato dalla tv generalista come la fantascienza (Battlestar Galactica). La valorizzazione della nicchia, nella piena consapevolezza che è proprio il prodotto “alternativo” a stimolare una fidelizzazione estrema. C’è poi lo smarcamento sistematico dalle serie criminologiche trasmesse da RaiDue, come Criminal Minds o Senza Traccia, proposte peraltro con una disattenzione cronologica inaccettabile (Mediaset non ha agito diversamente con Dottor House). Se le altre reti generaliste usano le serie come tappabuchi, al punto da relegare la mitica 24 con Jack Bauer su Rete4, Rai4 si presenta come “il” luogo di chi ama le serie tv. È vero che i feticisti del genere le hanno già viste, su Sky o in lingua originale, ma Freccero non dirige una corazzata. Piuttosto un’utilitaria con gli interni sufficientemente cool. Rai4 vive di limiti e dal pauperismo obbligato cerca di trarre esaltazione. Accettando di “abbassarsi” qua e là all’action movie (il Ciclo Dolph Lundgren , ovvero l’Ivan Drago di Rocky4). Puntando sugli “anime”, le animazioni giapponesi in versione integrale. Dirottandosi sul cinema d’Oriente e francese, che prova a emanciparsi dei clichè autorali e accetta l’ibridazione con i modelli americani (la lezione di Luc Besson). Rai4 è una rete che “smeriglia” – termine che Freccero ama molto – i cataloghi. Quelli Rai, riproponendo spin-off vecchi di vent’anni (Maddecheaò con Corrado Guzzanti), e quelli esteri. Si permette di trasmettere di fila, dopo la sofferta autorizzazione americana, tutte le puntate di Lost (ogni sera alle 20.20). Contempla tentativi abortiti di dissacrare il mainstream Rai (i fuorionda de L’isola dei famosi) e versioni estese – poi abbandonate – di Blob. Polemiche ce n’erano già state: tre anni fa, su Repubblica, Giovanni Valentini si era scagliato contro le scene più cruente di Angel. Come se una serie tv potesse essere trasmessa a pezzi, in base ai gusti bigotti dei censori di turno.

   I LIMITI di Rai4 non sono certo qualitativi o legati alla volgarità. Vanno ricercati anzitutto nel suo vivere masticando prodotti già noti (ma le prime tv stanno aumentando, e con essi gli approfondimenti autoprodotti). Il rischio è quello di un perenne effetto déjà vu. La rete è poi deficitaria sul versante comico: la risata, la satira. Il Male Cabaret, la striscia di tre minuti con Vauro e Vincino ogni martedì in seconda serata, è un tentativo di sondare territori che Freccero ben conosce. E per questo sa quanto perigliosi. “Volevo riportare a Rai4 comici esiliati dalla tv. Il primo nome era Luttazzi. Mi sarebbe piaciuto anche produrre serie tv italiane che nulla c’entrassero con i soliti Don Matteo. Non me l’hanno permesso”. Rai4 è un jukebox con vinili che frusciano con gusto, evergreen che non stancano e brani che le radio non passano (ma dovrebbero passare). Pochi soldi, niente luci della ribalta. E una sensazione di menti pensanti “parcheggiate” in luoghi secondari per disinnescarli. Idee, qualità, provocazione. Servizio pubblico forse d’elite, ma reale. Sarà per questo che a molti, peraltro i soliti, non piace.

di Andrea Scanzi, IFQ

Una delle serie attualmente trasmesse su Rai4, “Missione in Medio Oriente”.

17 marzo 2012

Derivato bomba, la vera storia del buco al tesoro

Poche cose in Italia sono coperte da segreto come i contratti derivati che riguardano il debito pubblico italiano. Per questo c’è stata grande sorpresa e nessuna comunicazione ufficiale, quando si è scoperto che il ministero del Tesoro aveva pagato 2,5 miliardi alla banca americana Morgan Stanley, in gennaio, per la chiusura di alcuni contratti derivati. L’informazione è arrivata dalla Sec, la Consob americana, mentre il governo si è trincerato dietro il silenzio, i derivati sembrano questioni di sicurezza nazionale o segreti troppo pericolosi per essere rivelati.

   SONO ARRIVATE interrogazioni parlamentari da più fronti e giovedì, alla Camera, finalmente il governo ha risposto alle domande del deputato Antonio Borghesi, Idv. Stranamente a rappresentare l’esecutivo c’era Marco Rossi Doria, ex maestro di strada, sottosegretario all’Istruzione, non certo uno specialista di finanza e derivati. Ma il testo dell’intervento riassume la posizione ufficiale del Tesoro. Nelle parole di Doria ci sono alcune novità abbastanza clamorose. Anche sul caso Morgan Stanley: “Alla fine del 2011 e con regolamento il ministero dell’Economia e delle Finanze, in data 3 gennaio 2012, ha proceduto alla chiusura di alcuni derivati in essere con Morgan Stanley (due interest rate swap e due swaption)in conseguenza di una clausola di “Additional Termination Event” presente nel contratto quadro (ISDA Master Agreement) che regolava i rapporti tra la Repubblica Italiana e la banca in questione”. La chiusura dell’operazione è costata 2,567 miliardi, poco più della somma che ora manca per la riforma degli ammortizzatori sociali. Fonti del Tesoro spiegano che l’input a chiudere il contratto è venuto dalle autorità di vigilanza americane che hanno chiesto a Morgan Stanley di rivedere alcune sue posizioni in derivati “e ormai i rapporti del Tesoro con la banca sono ai minimi termini”. Ma se le cose stessero così, se la colpa fosse tutta americana, non si capirebbe perché il salasso sia stato a carico dello Stato. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, la scelta di chiudere in anticipo lo swap con Morgan Stanley è stata presa dal Tesoro dopo aver valutato che questa era la soluzione meno onerosa. Perché evidentemente quel contratto rischiava di costare ancora più caro.

   NELLA RISPOSTA parlamentare Rossi Doria rivela che la clausola capestro che ha imposto al Tesoro la perdita di 2,5 miliardi risale “alla data di stipula del contratto, nel 1994, era unica e non presente in nessun altro contratto quadro vigente tra il ministero e le sue controparti, e non è stato possibile, nel corso degli ultimi anni, rinegoziare la stessa”. Un contratto scritto male o troppo spregiudicato, frutto, probabilmente, della frenesia con cui all’epoca il ministero cercava di rispettare i parametri europei di Maastricht appena approvati per poter poi entrare nell’euro, ipotizza una fonte che ha lavorato al Tesoro. Nel 1994 si alternano al ministero prima il professor Piero Barucci, con il governo Ciampi, poi Lamberto Dini, con il primo governo Berlusconi. Nella casella chiave del ministero, la direzione generale, c’era sempre Mario Draghi, oggi alla Banca centrale europea.

   I derivati servono a rendere più prevedibile il costo del debito, ma spesso nascondono brutte sorprese dietro contratti molto complessi. Lo strumento standard è lo swap sul tasso di interesse “con i quali tipicamente il Tesoro riceve da una controparte bancaria un tasso variabile e paga un tasso fisso su un nozionale convenzionale prestabilito”. Così il ministero sa quanto gli costerà un certo stock di debito in anticipo e riduce l’incertezza.

   NEL MIGLIORE dei casi risparmia pure, nel peggiore la scommessa va male e lo Stato paga. Quanto? Non si sa. Per la prima volta, grazie alla risposta di Rossi Doria scritta dal Tesoro, scopriamo che “a oggi il nozionale complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione , al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro […] circa il 10 per cento dei titoli in circolazione”. Ma questa non è un’indicazione decisiva: significa soltanto che a 160 miliardi di debito sono abbinati derivati, nulla si sa sulle perdite potenziali che si rischiano . Il disastroso derivato del 1994, assicura il Tesoro, è un caso unico, che non si ripeterà mai più. Bisogna crederci sulla parola, perché i cittadini e gli investitori non hanno alcun modo di verificare. La Banca d’Italia censisce soltanto i derivati delle banche italiane, stipulati su 593,1 miliardi di euro (in giugno 2011). Tutto il resto è top secret, si scopre soltanto quando è troppo tardi. Stando agli attuali valori di mercato, ha scritto ieri Bloomberg, l’Italia potrebbe perdere sui suoi derivati fino a 31 miliardi di dollari, 23,5 miliardi di euro.

 di Stefano feltri, IFQ

Il quaertier generale di Morgan Stanley a New York (FOTO LAPRESSE)
17 marzo 2012

Quando il giudice salva-Dell’Utri gestiva la “procura in appalto”

Aldo Grassi, il presidente della Quinta sezione penale della Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza di condanna, in appello, per Marcello Dell’Utri, negli anni Ottanta è stato un protagonista della “procura in appalto” a Catania. Così la chiamavano i giornalisti de i Siciliani, il mensile fondato da Pippo Fava e da lui diretto fino al 5 gennaio 1984, quando fu ucciso dagli uomini del boss Nitto Santapaola.

   TRA IL 1982 e il 1985 i cronisti Claudio Fava, Miki Gambi-no, Riccardo Orioles e Antonio Roccuzzo hanno scritto una ventina di articoli su quel palazzo di Giustizia gemello del “porto delle nebbie” di Roma. Sono stati Pippo Fava e i suoi giovani redattori a far deflagrare il “caso Catania”, rivelando il sistema politico-mafioso di quella città dominata dai potenti e protetti cavalieri del lavoro: Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro. Puntualmente hanno denunciato “la cerniera dell’impunità” rappresentata dagli uffici giudiziari catanesi.

   Della procura catanese, in particolare dell’allora pm Aldo Grassi e del procuratore facente funzione, Giulio Cesare Di Natale, se ne occupa anche il Consiglio superiore della magistratura pressato da coraggiosi esposti dell’avvocato Francesco Messineo e dell’ingegnere Giuseppe D’Urso. Ma nonostante una mole di episodi al limite del penale a loro carico, i due magistrati se la sono cavata. Anzi, Grassi ha pure fatto carriera in Cassazione.

   Nell’ottobre 1983 il plenum del Csm si spacca in due (15 a 15) e tutto viene messo a tacere con una discussa archiviazione. Un anno dopo, nell’ottobre 1984, il Csm riapre il fasciolo sul “caso Catania” dopo un rapporto degli ispettori ministeriali inviati dal guardasigilli, il democristiano Mino Martinazzoli. Ma sia Grassi sia Di Natale fanno la loro contromossa per schivare provvedimenti disciplinari e uscire indenni: Grassi si fa trasferire a Messina e Di Natale va in pensione anticipata.

   “Giustizia è sfatta” titolò i Siciliani dopo la prima archiviazione. Tra gli elementi di accusa raccolti dalla prima commissione del Csm c’è un episodio gravissimo che ha coinvolto il giudice Grassi. Riguarda la retrodatazione di certificati penali dei cavalieri del lavoro. Indagati, non avrebbero potuto averli “puliti” giocandosi la possibilità di partecipare a gare d’appalto. Ma un magico cambio di data li ha salvati. Il consigliere del Csm, Giovanni Martone, durante il plenum, che archivia, chiama in causa Grassi: “I relativi certificati sono stati rilasciati dopo una consultazione del segretario capo con il dottor Aldo Grassi preventivamente informato che la richiesta riguardava ‘quelli del procedimento’”.

   NEL 1984, un anno dopo, i Siciliani, alla vigilia del secondo voto del Csm, pubblicano stralci del rapporto degli ispettori ministeriali che hanno messo sotto accusa Grassi e Di Natale. Sembra che caldeggino anche un’inchiesta penale: “Nella specie non esistono soltanto comportamenti di magistrati sufficienti ai fini della sussistenza dell’ipotesi di incompatibilità ambientale, ma sono emerse accuse, collegate a fatti in parte fondati, di collusioni o rapporti ambigui, insabbiamenti, inerzie, negligenze, nei confronti di quel nuovo e non certo meno pericoloso tipo di delinquenza che è la cosiddetta criminalità economica…”. i Siciliani pubblica anche una lunga intervista a due consiglieri del Csm che l’anno prima avevano votato contro l’archiviazione: l’avvocato Alfredo Galasso, membro laico del Pci e futuro legale di parte civile al maxiprocesso di Palermo; Edmondo Bruti Liberati, membro togato di Magistratura democratica e attuale procuratore di Milano.

   Galasso ricostruisce così l’apertura del primo fascicolo al Csm: “La vicenda è scoppiata clamorosamente sui giornali alla fine di ottobre dell’82: sulla riviera catanese si teneva un convegno di Magistratura indipendente patrocinato da Di Natale e Grassi, che presentava nell’invito una serie di appuntamenti mondani organizzati da alcuni cavalieri del lavoro che davano l’impressione di una sponsorizzazione. Proprio il giorno in cui si discuteva la partecipazione del Csm al convegno abbiamo ricevuto un telegramma dall’ingegnere D’Urso che spiegava clamorosamente queste cose; lo lessi in plenum e scoppiò il caso… Tutti i rapporti di denuncia della Guardia di finanza per reati fiscali erano stati iscritti nel registro degli atti relativi invece che in quello dei procedimenti penali. In un caso addirittura era stato disposto (dal sostituto procuratore Grassi, ndr) la retrocessione del fascicolo riguardante Placido Aiello, amministratore della società Isi (Aiello è il genero del cavaliere Graci, ndr) dal registro dei procedimenti penali a quello degli atti relativi…”.

   Bruti Liberati entra nel dettaglio di alcuni fatti riscontrati dalla prima commissione: “Il 14 settembre 1982 la procura di Agrigento trasmise a quella di Catania gli atti del procedimento in cui si prospettava il reato di associazione a delinquere per alcuni noti imprenditori catanesi: in seguito a questo invio, alla fine di settembre, giunsero a palazzo di giustizia numerose richieste di certificati di carichi pendenti con i quali i vari Rendo, Costanzo eccetera, chiedevano, in maniera alquanto insolita, che la loro posizione penale venisse attestata solo fino al 12 settembre, giorno in cui a loro carico non risultava ancora in corso nessun procedimento penale…

   IL GENERALE della Gdf, Vitali raccontò di aver mandato una lettera al procuratore generale in cui si auspicava una sensibilizzazione della procura catanese riguardo ai rapporti per reati fiscali inviati dalla Guardia di finanza; in particolare sottolineò la differenza di orientamento tra il procuratore di Agrigento Rosario Livatino, che aveva ravvisato nel comportamento degli imprenditori coinvolti nel racket delle fatture false gli estremi dell’associazione a delinquere, e i magistrati catanesi, che non erano stati della stesso avviso. Infine, il generate Vitali ricordò che non furono prese nella giusta considerazione dalla procura le richieste di perquisire luoghi dove si riteneva fossero conservati documenti che attestavano gli illeciti fiscali”.

di Antonella Mascali, IFQ

17 marzo 2012

Uniti nel bavaglio

Berlusconi l’aveva detto chiaramente ad Alfano: “Se loro alzano il tiro sulla corruzione, tu butta sul tavolo le intercettazioni”. Così, l’altra sera alla cena-vertice a Palazzo Chigi, non appena Monti ha introdotto lo spinoso tema dell’armonizzazione del ddl anticorruzione – ora in commissione Giustizia e Affari costituzionali della Camera – con la Convenzione di Strasburgo (approvata al Senato), il segretario azzurro ha subito riproposto “l’irrisolta questione del ddl intercettazioni”. “È chiaro – avrebbe sottolineato l’ex Guardasigilli, firmatario del disegno di legge pidiellino in materia – che non possiamo aspettare il prossimo scandalo per intervenire”. Più che una minaccia, la frase è suonata come una chiamata in correità. E le orecchie di Casini e Bersani, per non dire quelle di Monti, si sono fatte attente. Perché una legge che tenga a bada le penne dei cronisti in un delicato momento pre elettorale “ci vuole – ecco il commento sempre di Alfano – e ci vuole per tutti…”. Il bavaglio alla stampa, dunque, come un toccasana per gli accordi tra politici di ogni colore.

 

E COSÌ, paradossalmente, quella che il giorno prima era stata sbandierata quasi come un avvertimento da Schifani (“è l’ora di rispolverare il ddl intercettazioni”), è diventata il punto da cui si è partiti per trovare un’intesa anche su tutte le altre “note dolenti” del capitolo giustizia. Intanto: il ddl Alfano verrà accantonato per far posto a un nuovo articolato (che nelle intese dovrebbe avvicinarsi al ddl Mastella) che porterà la firma di Paola Severino. Ieri, durante il Consiglio dei ministri, la Guardasigilli ha ricevuto ufficialmente l’incarico di stilare un testo che “tenga conto delle indicazioni dei capigruppo” e che “prenda il meglio” dei due precedenti ddl. A quanto sembra, il provvedimento dovrà essere legge prima dell’estate, in modo da arrivare “nell’imminenza della campagna elettorale” con un bavaglio nuovo e pronto. Più leggero di quelli minacciati in precedenza, certo, ma comunque un bavaglio. Portata a casa la questione intercettazioni (“un risultato ottimale” anche secondo il Cavaliere) si è poi passati a parlar di corruzione. Ma lì c’è stato poco da fare; l’Italia deve recepire la Convenzione di Strasburgo e dunque il ddl ora alla Camera (sempre a firma Alfano) dovrà essere modificato attraverso due o tre emendamenti che presenterà il governo “e che terranno conto dell’intesa raggiunta”, ha spiegato ieri Bersani. Nel dettaglio, verrà modificato il reato di concussione così com’è scritto oggi nel nostro ordinamento. Nel senso che il concusso, oggi vittima del reato, ne diventa soggetto attivo, quanto meno in relazione alla fattispecie di concussione per induzione. Verranno poi introdotte due nuove forme di reato: quello della corruzione nel settore privato (in Italia vige solo il reato contro la Pubblica amministrazione) e quello di traffico di influenza illecita. Questa norma stabilisce che chiunque millanta credito presso un pubblico ufficiale e, adducendo di doverne “comprare” il favore, chiede denaro o altro come prezzo per la propria mediazione, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni.

 

QUELLO che preoccupa ancora Berlusconi (che, tuttavia, con la “scomparsa” del reato di concussione potrebbe veder saltare la sua imputazione al processo Ruby, ma questo lo si capirà meglio a seconda di come verrà riscritta la norma) riguarda la necessità di mettere mano anche alla struttura dei reati fiscali e del falso in bilancio (che proprio B. ha depenalizzato) nonché l’introduzione della punibilità del cosiddetto autoriciclaggio. Faccende spinose su cui, però, pare che Alfano non abbia alzato mai più di tanto il sopracciglio, ma è anche vero – per dirla con il ministro dell’Interno Cancellieri – che “su questi argomenti è appena iniziata un’attività parlamentare, vediamo come va”. In ultimo, la responsabilità civile dei magistrati. Su questo Alfano ha puntato i piedi: “Per noi resta valido il principio che chi sbaglia paga”. L’Amn ha risposto in modo netto: “Sulla responsabilità non si tratta”. Però sembra siano stati evidenziati margini di manovra. Anche su questo, Monti ha dato mandato alla Severino di trovare “una soluzione equilibrata e condivisa” e in tempi brevi, visto che la questione è contenuta nella legge comunitaria, di prossimo passaggio alla Camera per la lettura definitiva. Anche lì il governo potrebbe intervenire con un emendamento che cancelli la responsabilità dalla comunitaria per poi affrontare l’argomento con un provvedimento ad hoc. Ma non subito, prima ci sono altre priorità. Come il bavaglio.

di Sara Nicoli, IFQ

17 marzo 2012

I Tre dell’Ave Mario

A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

di Marco Travaglio, IFQ

16 marzo 2012

Uno, due, tre: la Guzzanti minuto per minuto

 Ci sono voluti nove anni perché Sabina Guzzanti tornasse in tv. Innegabile che l’aspettativa per il suo one-woman-show Un, due tre stella, andato in onda mercoledì sera su La7, fosse alta. Molti infatti i commenti in diretta arrivati in rete: un folto pubblico “webbizzato” ha voluto dire la sua in tempo reale sulla performance della mattatrice e regista di Riot e Draquila. Ricostruendo la puntata sui social network la Guzzanti ne esce promossa, ma le opinioni sul programma non sono univoche anche tra i fan e i followers. C’è chi si aspettava più “freschezza”, più “satira”, chi desiderava ritmi serrati e meno retorica, meno pubblicità e ospiti diversi; chi, invece, plaude alla formula mista comicità/monologo , all’avvento di Michael Moore, agli sketch e alla disponibilità “politica” di La7. In sintesi: gli internauti sono contenti che Sabina sia tornata, ma lo show non va del tutto, per adesso. Su Twitter alcuni post precedono la messa in onda: le speranze sono alte. Per Luca Bianchini, “Sabina è la più brava di tutte. Quando trova il personaggio non la batte nessuno”. Si comincia. Dopo l’intro, la comica parla di Berlusconi. Qualcuno apprezza, qualcuno si stufa. Lo studio applaude. Un follower entra nel merito: “Non mi piace interazione tra Sabina e consenso entusiasta. Indebolisce monologo politico”. Poi c’è l’imitazione di Monti da Napolitano, che non raccoglie molti feedback.

   ARRIVA il primo ospite: Giulietto Chiesa. Segue Nino Frassica. Non mancano i perplessi. Gianluca Nicoletti: “Un, due, tre stella è catacombale nella riesumazione di Frassica da arboriano a popperiano” . Continuano i tweet dei delusi, che lamentano autoreferenzialità e troppa ideologia. Mario Pedroncelli difende Sabina da chi si aspettava “Panariello, Zelig e cose simili”. Ivan Scalfarotto, Pd, ironizza sugli attacchi alla Guzzanti. Vichi di Casa Pound è un ospite incredibilmente gradito dai followers, che si rianimano. Così con Michael Moore. Il regista americano parla dagli Usa di economia, finanza, Marchionne, ed è promosso: per i fan di Sabina resta un grande. Ma continua a non convincere il mix proposto di satira e informazione. Roberto Marinello: “Contento per il ritorno di Sabina Guzzanti ma il programma é per ora inguardabile”. Lo show procede: c’è il cartone animato sul debito pubblico e tanta attualità. C’è chi invoca, su Facebook, un aiutino di Caterina o Corrado Guzzanti; tanti apprezzano le imitazioni “storiche” – la Annunziata, per esempio – la versione alternativa di Romanzo Criminale e i rap, ma il clima resta un po’ tiepido. A tratti acido.

   Luisa b: “Preferisco ricordarla viva”. Davide Ricci: “Non fa ridere”. Ma c’è chi la difende, facendo leva su un’ironia più raffinata di quella cui siamo ormai abituati. Paranoida Androida scrive: “Che fatica gente, eh?! Non ci stanno farfalline né risate sulle parolacce!” Floriana faedo sbrocca: “@TelecomItaliaGroup, La7 ed i loro padroni Intesa-SP-UniDebit superano se stessi col teatrino trotskista di 123stella”. C’è chi attacca per partito preso, ma per lo più si entra nel merito. lIgor Scopelliti, sintetico: “Mio padre sconsolato va a dormire. Mia madre si è addormentata. non è buon segno”. I pro-Sabina restano; ma si chiede alla madrina della satira di recuperare lustro e di aggiustare il tiro.

di Valerio Venturi, IFQ

16 marzo 2012

Abc, quelli che vogliono il governo Monti senza Monti

 La riforma della legge elettorale è la strada maestra per una Terza Repubblica che istituzionalizzi l’inciucione di oggi nel segno di Mario Monti (e Corrado Passera) e sotto l’ombrello di Giorgio Napolitano. Uno dei più entusiasti della Grande o Larga Coalizione è il leader del Terzo Polo Pier Ferdinando Casini, che ieri in un’intervista ad Avvenire ha usato il termine “armistizio” e ha tratteggiato il paesaggio politico desiderato per il futuro: “Dopo Monti io voglio continuare con Pd e Pdl. Serve che l’armistizio duri, che il patto per il Paese prosegua. Anche dopo il 2013, anche dopo Monti. Non c’è più la foto di Vasto, non c’è più l’asse Pdl-Lega”. Chiamala se vuoi, melassa neodemocristiana.

   Ovviamente per cucire il nuovo vestito, il superamento del Porcellum è decisivo. Ma non per la questione dei parlamentari nominati (almeno il 50 per cento lo sarà anche con il nuovo sistema). Piuttosto per affossare il bipolarismo, con annesso premio di maggioranza. Il grido di battaglia dei riformisti e moderati della maggioranza tripartisan che sostiene Monti è uno solo: “Non vogliamo più alleanze forzose con le estreme”. Da un lato, a destra, la Lega, dall’altro, a sinistra, Di Pietro e Vendola.

   ECCO PERCHÉ il primo grimaldello inciucista contenuto nella bozza che rimbalza tra Alfano, Casini e Bersani (gli sherpa delegati alla trattativa sono Quagliariello per il Pdl e Violante per il Pd) sono le mani libere prima delle elezioni. Niente più indicazione preventiva di premier e alleanze. Si deciderà solo dopo, in base ai numeri. E i numeri premieranno soprattutto i principali partiti. Il sistema tedesco-ispanico, sui cui si sta convergendo al tavolo dell’accordone, prevede una competizione tra singole forze e non più tra coalizioni. Una sorta di ritorno alla Prima Repubblica, ma senza preferenze. L’impianto è teutonico: metà parlamentari eletti coi collegi, l’altra metà con liste bloccate. Il correttivo spagnolo dovrebbe riguardare la ripartizione dei seggi delle liste su base circoscrizionale, e non nazionale. L’obiettivo è di dare meno possibile ai partiti medio-piccoli (per ridimensionare il loro potere di veto) e al contrario premiare i primi due o tre. Sulla carta la media dei seggi da attribuire con le liste sarà di 14 a circoscrizione. Il meccanismo dovrebbe consentire alle forze che prendono meno dell’undici per cento di essere penalizzate, a quelle che lo superano di essere sovradimensionate. Una sorta di premio di maggioranza occulto e che costituisce un altro sbarramento da affiancare a quello ufficiale che sarà del 5 per cento.

   DOPO L’ULTIMA riunione tra le delegazioni della maggioranza, la legge elettorale è però slittata in coda alla road map delle riforme istituzionali. Prima ci sono la forma di governo e la riduzione dei parlamentari con il superamento del bicameralismo perfetto tra Camera e Senato. La bozza propende per un cancellierato alla tedesca, che piace tanto anche a Silvio Berlusconi. Per quanto riguarda il taglio dei seggi si dovrebbe passare da 630 a 508 a Montecitorio e da 315 a 250 a Palazzo Madama. Non proprio il massimo.

   Secondo i piani della maggioranza politica che sostiene i tecnici, all’inizio dell’estate, quando dovrebbe esserci la prima lettura per le riforme, si dovrebbe sottoscrivere un’intesa definitiva sul sistema tedesco-spagnolo, per poi arrivare all’approvazione in autunno. Solo a quel punto verranno allo scoperto i fan trasversali dell’attuale legge elettorale. Il Porcellum piace ancora a parecchi e potrebbe essere corretto con le preferenze.

   È l’ultima spiaggia per i nostalgici della Seconda Repubblica e l’incognita più grande pesa su Berlusconi. Il Cavaliere adesso ha puntato le sue fiches sul governo Monti-Passera e intesta alla destra il programma del Professore. Da giorni però è in silenzio e ha disertato il convegno del Pdl dello scorso fine settimana. Quando avrà deciso come muoversi scioglierà la riserva sull’eventuale nuovo partito e la relativa legge elettorale migliore per lui. Perché, stringi stringi, la Terza Repubblica archivierà il berlusconismo ma non Berlusconi.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

16 marzo 2012

Disturbare i manovratori

Se dedichiamo tanto spazio e tanta passione a quanto sta accadendo al processo Dell’Utri e alle indagini sulle stragi e sulle trattative, non è – come scrive qualche sciocco – perché non vogliamo rassegnarci all’innocenza di Dell’Utri e dei politici a prescindere (cosa peraltro impossibile). Ma è perché siamo convinti che stia accadendo qualcosa di grave: una partita mortale intorno alla verità su uno dei periodi più orribili della nostra storia. Sappiamo, vediamo che tutt’intorno a noi il clima politico-mediatico sottovuotospinto creato dall’inciucione Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo consiglia vivamente di occuparsi d’altro, di “pensare al futuro”, alla “pacificazione”, alla “normalità” del tuttovabenmadamalamarchesa. Una tentazione che attanaglia anche tanta brava gente, stufa di “conflitti”, rintanata nel proprio particulare, rassegnata a contentarsi della caduta di B. e dei partiti, a subire decisioni prese dall’alto e da fuori, come se il nostro compito fosse assistere passivi, ricevere ordini, chiedere “quant’è?”, pagare il conto e attendere la prossima consegna. Una tentazione pericolosa, perché non c’è futuro, pacificazione, normalità se non si esce dal tunnel dei segreti e dei ricatti che ci imprigiona da vent’anni. E da quel tunnel si esce soltanto con la verità, anche la più scomoda e crudele. La verità, purtroppo, la cercano solo un pugno di magistrati tra Palermo e Caltanissetta, mentre la politica che conta e l’“informazione” al seguito cercano il modo migliore di tenerla ancora nascosta sotto il tappeto. Infatti, appena un brandello di verità tracima dal tappeto, subito scatta la reazione violenta, brutale, totalitaria di un sistema dov’è impossibile distinguere destra e sinistra, alte e basse cariche istituzionali, buoni e cattivi. Checché se ne dica, non abbiamo mai scritto né pensato che il Pg Iacoviello che ha chiesto di annullare la condanna di Dell’Utri sia un magistrato colluso, anzi sappiamo bene che la sua moralità è al di sopra di ogni sospetto. Ma seguitiamo e interrogarci sulle anomalie di quel processo: possibile che, tra decine di magistrati di Cassazione, Dell’Utri sia capitato proprio nelle mani di un presidente allievo di Carnevale e di un Pg che non crede nel concorso esterno? S’è mai visto un processo per mafia a rischio prescrizione che dorme per 13 mesi in Cassazione? S’è mai visto un sostituto Pg che in requisitoria infila tre errori marchiani a proposito della sentenza che deve valutare, avendo al fianco il nuovo Procuratore generale? S’è mai visto un Procuratore generale che, invece di correggere il sostituto, dice di condividere tutto quel che ha detto, errori compresi? S’è mai visto un Csm che fa finta di non vedere e non sentire? A queste domande, nessuno risponde. Come se fossero curiosità morbose e non un’esigenza di chiarezza. Ieri poi La Stampa ha rivelato che lo stesso Procuratore generale, Vitaliano Esposito, ha chiesto al Pg di Caltanissetta il testo dell’ordinanza del gup nisseno che l’altro giorno ha arrestato alcuni boss coinvolti nella strage Borsellino dando per certa la trattativa Stato-mafia e ricordando che l’ex ministro dell’Interno Mancino ha seri problemi di memoria su quel che fece e seppe ai tempi delle trattative. Il gip cita alcuni stralci della richiesta della Procura: “Tante amnesie di uomini dello Stato perdurano ancora oggi”, anche se “il quadro allo stato non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere”. Parole persino timide, rispetto ai reati che stanno emergendo nelle carte della Procura di Palermo, competente a indagare sulla trattativa. A che titolo vengono chieste quelle carte? Dov’è scritto che il Pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, può sindacare il merito dell’ordinanza di un gip o della richiesta di una procura? Perché un magistrato perbene e a fine carriera come Esposito si espone, per ben due volte in due giorni, a figuracce simili? La risposta a questa domanda è la chiave per capire quel che sta accadendo.

di Marco Travaglio, IFQ

14 marzo 2012

Indiana Renzi e il Leonardo immaginario

Matteo Renzi ha trovato un alleato prezioso, anzi un cantore appassionato: è Armando Torno, del Corriere della Sera. Il quale, ieri, ha superato se stesso: “Che poi la pittura murale sia scomparsa, o non ci sia, o si vedano solo i frammenti, poco conta. Là lavorò Leonardo”. E poi: “La Battaglia di Anghiari ha trovato – giustamente – degli esperti che invitano alla prudenza. Nessuno, però, potrà fermare ricerche, sondaggi, ipotesi, il giallo internazionale che si sta alimentando, i non addetti ai lavori che aggiungono conferme alle loro ipotesi. Quel che Leonardo ha solo pensato è già realtà. Quel che ha lasciato interrotto diventa laboratorio. Anche di fantasia”.

RENZI E TORNO hanno colto nel segno: quel che oggi davvero buca lo schermo è il mistero, non la realtà; la suggestione, non la verifica empirica; la fantasia, non la presa concreta sul reale. Vince chi parla solo alla parte irrazionale, insomma, non chi cerca di dare argomenti misurabili. E poco importa se stiamo parlando non di Cagliostro, ma di Leonardo, la cui intera visione del mondo si potrebbe riassumere in questa sua frase: “Certo il cimento delle cose doverebbe lasciare dare la sentenzia alla sperienzia”.    Se stessimo alla “sperienza”, cioè alle regole della conoscenza scientifica, la clamorose ‘prove’ dell’esistenza in vita della Battaglia di Anghiari annunciate nella conferenza stampa di Renzi scomparirebbero come neve al sole. Vediamo perché.    Il team guidato dall’ingegner Maurizio Seracini annuncia di aver trovato dietro l’affresco di Vasari una ‘intercapedine’. Niente di nuovo: Massimiliano Pieraccini, l’inventore del radar con cui lo stesso Seracini aveva scandagliato quella parete, aveva già dichiarato che “la discontinuità c’è, ma sull’intera parete est, e non c’è nessuna struttura localizzata che possa far pensare a una nicchia per proteggere qualcosa. Semplicemente Vasari ha costruito un muro addossato a una parete”, separandoli con nemmeno un centimetro di spazio.

MA IL CLOU sono i ritrovamenti di frammenti di pigmenti su quel secondo muro. Si parla di campioni inferiori a un terzo di millimetro, che Seracini ha inviato a far analizzare in un laboratorio privato a Pontedera, di cui si serve la Piaggio. Ma l’amministratore delegato del laboratorio dichiara: “Ci dispiace non siamo autorizzati a rivelare i contenuti delle analisi”. Già, perché in questa curiosa ‘ricerca scientifica’ lo sponsor (che è National Geographic) ha l’esclusiva dei dati. Dunque bisogna fidarsi: credere, come a un articolo di fede e alla faccia della “sperienzia”.    C’era un modo molto semplice per dare un serio corpo scientifico a queste ‘scoperte’: affidare gli stessi campioni a un laboratorio riconosciuto e autorevole nel delicato campo della chimica applicata alla storia dell’arte. E soprattutto a un laboratorio ‘terzo’: cioè non coinvolto in un’operazione che gli stessi promotori definiscono “di marketing”. Poteva essere l’Opificio delle Pietre Dure, che sovrintende alla ricerca dal punto di vista della tutela, ma che non si è voluto coinvolgere sul piano scientifico . Sia da un punto di vista tecnico che storico-artistico, l’Opificio avrebbe potuto autorevolmente accertare se davvero si tratta di pigmento, e se davvero si tratta di un tipo di pigmento rinvenuto esclusivamente in dipinti leonardeschi (il che, francamente, mi pare improbabile). E se davvero i dati fossero stati così clamorosamente a favore della presenza della Battaglia di Anghiari, Maurizio Seracini e Matteo Renzi avrebbero avuto tutto l’interesse a far ripetere gli esperimenti all’Opificio.

PERCHÉ, allora, non l’hanno fatto? La risposta lascia interdetti: “Semplicemente non è stato possibile farli partecipare alla fase delle analisi per problemi di tempo”. Certo, perché a dettare l’agenda non sono i tempi del laboratorio, ma quelli della conferenza stampa. E così bisogna credere sulla parola, in attesa che Renzi convinca il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi a permettergli di smontare l’affresco di Vasari per vedere se dietro c’è davvero un rudere leonardesco, o semplicemente una decorazione geometrica, o magari nulla. Il sindaco di Firenze ha chiesto a Ornaghi di fare della ricerca della Battaglia di Anghiari “una delle più grandi e cruciali questioni della politica culturale di questo Paese”. Leggo questa dichiarazione a L’Aquila, tra le macerie di uno dei principali centri storici del Paese, distrutto tre anni fa dal terremoto e ancora in attesa di essere restaurato.    Ma, per la felicità di Armando Torno e Matteo Renzi, nell’Italia del 2012 conta la fantasia, non la realtà.

di Tomaso Montanari, IFQ

A Palazzo Vecchio continuano le ricerche del Leonardo fantasma. È di lunedì la notizia della scoperta di tracce di colore simili a quelli usati per il ritratto di Mona Lisa (FOTO ANSA)

14 marzo 2012

Fs sempre più francesi, taglia anche a Venezia

Essere licenziati è doloroso. Essere licenziati due volte, per di più dalla stessa azienda, è doloroso e paradossale. Ma essere licenziati perché il tuo posto è stato addirittura dato ad altri è diabolico. È quel che sta capitando a Gianluca Ricci, uno degli 800 lavoratori mandati a casa per effetto della doppia decisione di Trenitalia di tagliare i treni notturni e a lunga percorrenza e di affidare quelli tra l’Italia e la Francia a Tvt, azienda nata da una mega intesa tra le Ferrovie italiane di Mauro Moretti e Veolia, multinazionale transalpina dell’acqua, dell’energia e dei trasporti, appunto. Gianluca fa parte del drappello di una quarantina di lavoratori veneti licenziati proprio per far entrare i francesi.    Il suo posto di lavoro, insomma, c’è ancora. È sul treno che ora chiamano Thello, in partenza alle 19 e 57 di ogni sera dalla stazione veneziana di Santa Lucia e che il mattino del giorno dopo arriva a Parigi alle 9 e 29. Tredici anni fa Gianluca lavorava a Milano e fu licenziato una prima volta nel-l’ambito di altre ristrutturazioni ferroviarie. Di quel periodo conserva le foto di lotta che mostra con un certo malinconico orgoglio, scatti della protesta insieme ad altri colleghi nelle sue stesse condizioni: Oliviero, Giuseppe, Carmine. Lavoratori tornati poi a lavorare per le aziende fornitrici di servizi alle Ferrovie , di nuovo licenziati l’11 dicembre dell’anno passato e diventati loro malgrado famosi per la protesta in cima alla torre faro sui binari a Milano, a 50 metri da terra, per opporsi a una decisione ritenuta sciagurata oltre che ingiusta.    DOPO il licenziamento di Milano, Gianluca si era trasferito a Venezia, aveva ripreso a lavorare e non avrebbe mai immaginato di rivivere quei momenti difficili di tanti anni fa. E invece gli è capitato. Non avrebbe immaginato neanche di dover tornare a protestare come allora e invece è costretto a farlo, dividendo con i colleghi i turni del presidio nella tenda blu montata nel piazzale della stazione di Santa Lucia.    Rispetto a tredici anni fa c’è un qualcosa di più e di peggio. Allora si trattò di una ristrutturazione dura, discutibile come tante ristrutturazioni che partono andando a incidere dove è più facile: il lavoro. Ma questa volta neanche di una ristrutturazione classica si tratta: non ci sono tagli, non ci sono risparmi in ballo, non ci sono esigenze aziendali. Quel che è cambiato sono i lavoratori che viaggiano sul treno: al posto degli italiani, tutti licenziati, ora ci sono i francesi. “Un grande successo Oltralpe”, hanno scritto su Freccia, rivista patinata delle Ferrovie distribuita sui treni. Si sono dimenticati di aggiungere che quel successone in Francia lo pagano per intero i lavoratori italiani.    Con Gianluca sul piazzale della stazione di Venezia c’è Renato Pistore, 33 anni, che per partecipare all’iniziativa della tenda lascia a casa la moglie e un bimbetto di 20 mesi. Racconta: “La nostra rabbia è di una qualità diversa rispetto a quella di tanti licenziati. Non possiamo dire che abbiamo perso il posto di lavoro, perché quel posto c’è ancora, solo che non è più nostro. Abbiamo cominciato a manifestare quando è partito il primo treno con a bordo i lavoratori francesi, pensavano che ce la prendessimo con loro, ma non è con loro che ce l’abbiamo. Sappiamo bene che la responsabilità è di altri. È di quei manager che non c’hanno pensato due volte a buttare nel cestino la nostra vita, il nostro lavoro e la nostra professionalità sull’altare di faraoniche strategie industriali internazionali che avranno pure una loro logica, chissà, ma intanto schiacciano noi e le nostre famiglie”. Spiega Salvatore Lombardo, 31 anni, un altro dei licenziati veneti: “È assurdo: non possono dire che siamo ‘esuberi’ perché non lo siamo e visto che il treno c’è ancora non possono dire neanche che hanno tagliato un ramo secco perché non è vero neanche questo. Nei convegni questi signori delle Ferrovie si riempiono la bocca di servizio alla clientela e di valorizzazione del capitale umano e professionale aziendale. E poi, eccoci qua”. I treni tra Venezia e Parigi erano e restano frequentati e remunerativi. Sarebbe una consolazione e una sicurezza in condizioni normali. Se tanta gente nel frattempo non fosse stata mandata a casa.

di Daniele Martini e Elisabetta Reguitti, IFQ

La stazione di Venezia (FOTO LAPRESSE)

14 marzo 2012

L’Europa va avanti. Sì alle unioni gay

Dalla prossima estate i cittadini omosessuali danesi potranno sposarsi in Chiesa. Civilmente lo possono fare dal 1989, quando a Berlino cadeva il muro. Ventitré anni fa.    In Italia parlare di unioni tra persone dello stesso sesso innesca scontri da campagna elettorale anche nel 2012, come quello di pochi giorni fa acceso dal segretario del Pdl Angelino Alfano “con la sinistra matrimoni gay” e deflagrato tra le due parlamentari democratiche Rosy Bindi e Paola Concia. Non poteva che avere un impatto devastante quindi la scelta dell’Europa di ieri di bocciare un emendamento contro i matrimoni omosessuali. I governi europei, secondo Strasburgo, non devono dare “definizioni restrittive di famiglia” allo scopo di negare protezione alle coppie gay e ai loro figli. La posizione è quella del rapporto sulla parità di diritti uomo-donna presentato dall’olandese Sophie in’t Veld ed approvato oggi dall’Eurocamera. Il passaggio più nettamente a favore dei matrimoni gay è contenuto nel paragrafo 7 del rapporto, che il Ppe voleva cancellare con un emendamento (bocciato in aula con 322 sì e 342 no). Non si è fatta attendere la reazione dei politici cattolici italiani: “L’unità europea rischia di frantumarsi nella coscienza dei popoli – ha dichiarato il responsabile per la famiglia del Pdl, Carlo Giovanardi – per iniziative come quella che vuole imporre, contro quanto stabilito chiaramente dai trattati, il riconoscimento dei matrimoni gay”. E per il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, “la sinistra europea, cui quella italiana si ispira, punta sul riconoscimento delle unioni tra omosessuali e il Ppe di cui il Pdl, e non solo, fa parte, ritiene che ciò rappresenti un attacco alla famiglia che per noi è il cardine della società”. Plauso da parte delle associazioni Lgbt e dai Radicali: “L’Italia deve seguire l’Europa, non il Vaticano”.

di Caterina Perniconi, IFQ

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