Posts tagged ‘Governo’

23 ottobre 2012

Disabili gravi, sciopero della fame contro i tagli all’assistenza

Dal 21 ottobre, 42 disabili gravissimi hanno cominciato uno sciopero della fame per indurre il Governo Monti all’ascolto delle istanze che, da molto tempo, vengono rivendicate.
Infatti lo scopo della protesta è quello di chiedere al Governo il ripristino del fondo non-autosufficienze azzerato dall’ “illuminato” Governo Berlusconi.
Da aprile a luglio ci sono stati dei sit-in di protesta che hanno indotto il Governo allo stanziamento di 658 milioni di euro nel ddl spending review, vanificato a tutt’oggi dalla mancanza assoluta di un piano organico per la non autosufficienza, che garantirebbe a tutti i disabili gravissimi il diritto all’assistenza.
Anche se il Governo Monti, come ha ampiamente dimostrato, è poco avvezzo a considerare uno stato sociale equo e solidale, non può continuare a giocare sulla pelle di persone che versano in condizioni di salute gravissime, negando loro le risorse necessarie per adeguate ed essenziali cure domiciliari.
Il recente “Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale 2012” della Caritas italiana ha palesemente denunciato una evidente incapacità del sistema di welfare evidenziando, tra i vari limiti, l’estremo ritardo con cui vengono attivate soprattutto le misure di sostegno economico legate alla perdita di autonomia psico-fisica. Con le tante e nuove emergenze sociali ed il sempre più inesorabile restringimento delle disponibilità finanziarie nel settore socio-assitenziale, il sistema di welfare italiano mostra tutta la sua inadeguatezza, negando dei diritti a fasce sociali deboli e bisognose che, fino a poco tempo fa, ne beneficiavano.
L’attenzione italiana verso la disabilità, inoltre, è tutta in un’analisi del Censis che pone l’Italia tra gli ultimi paesi in Europa per risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità, dove in pratica il nostro paese è solo davanti alla Spagna, relegata all’ultimo posto. Per non parlare della spesa per servizi che risulta meno di un quinto della media europea, per un paese che, meritatamente all’ultimo posto, mostra una grave e cronica carenza di servizi assistenziali.
Di contro a questi dati impietosi vi è l’indecente realtà di una politica dedita ad uno sperpero di denaro pubblico, vergognoso ed inaccettabile, come dai recentissimi fatti di cronaca che hanno visto interessate le Amministrazioni Regionali di Lazio e Lombardia ma che, come evidenziato dalle indagini in corso da parte delle forze dell’ordine, probabilmente interesseranno anche le altre regioni italiane.
L’iniziativa di protesta dei 42 malati e disabili gravissimi, affetti da Sla, Sclerosi Multipla, Distrofia Muscolare, è organizzata dal “Comitato 16 Novembre” (comitato16novembre.blogspot.it) al cui appello alla mobilitazione aderisco appieno nella consapevolezza che, nonostante una forma di protesta rischiosa per uno stato di salute gravissimo e di cui mi assumo tutte le responsabilità, non vi sia altro modo per far sentire le nostre voci. Anche se silenziate da patologie devastanti, esse si levano imperiose con grande dignità ed immensa tenacia, nel non accettare più che il Governo Monti continui a negare il diritto a cure adeguate così come sancito dall’articolo 32 della Costituzione Italiana: “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

di Paolo Di Modica, Micromega

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2 ottobre 2012

Tutte le riforme dei tecnici che però non sanno attuarle

Operai Irisbus e politici in catene sotto al Quirinale

Le leggi finanziarie della Prima Repubblica in confronto erano un modello di chiarezza ed efficienza. Le celebrate riforme del governo Monti si rivelano essere tutto fuorché un esercizio di sobrietà. Verbose, misteriose, incomprensibili nel loro latino-rum, in definitiva vane come gride manzoniane.

L’analisi del Sole 24 Ore è impietosa. Il complesso della decretazione d’urgenza prodotta dal governo dei tecnici (Salva Italia, Cresci Italia, Semplificazione, Spending Review, riforma del lavoro e via dicendo) prescrive la produzione di 420 decreti attuativi. Ne sono stati fatti finora 40. Ne mancano 380. Le severe riforme finora sono scritte sull’acqua.    STAREBBE FRESCO chi si aspettasse da questi strumenti normativi quella frustata da tutti invocata per la stagnante economia nazionale. Da una parte si dichiara che la voglia di fare delle imprese è frenata dall’eccesso di norme e burocrazia. Dall’altra si inonda la società civile con tonnellate di nuove norme. E a farla da padrone è, più che mai, la burocrazia. Ampiamente rappresentata nella compagine governativa, dove solo due ministri non sono funzionari pubblici, la falange dei dirigenti statali fa il bello e cattivo tempo, infilando nei decreti le misure più stravaganti.    Il decreto per la semplificazione e lo sviluppo del 9 febbraio scorso argomenta la propria necessità con l’urgenza di “assicurare, nell’attuale eccezionale situazione di crisi internazionale, una riduzione degli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese e la crescita”. In nome della crescita, dunque, al capo II, intitolato “semplificazioni per i cittadini”, c’è un articolo 4 che al comma 5 assegna un finanziamento di 6 milioni alla partecipazione italiana alle Paralimpiadi di Londra. Misura lodevole, finalizzata a semplificare la vita del Comitato italiano paralimpico.

MA QUANDO MAI un imprenditore potrà sapere che cosa c’è davvero dentro un decreto che per semplificargli la vita impiega 150 mila caratteri? Perché poi non basta leggersi i 150 mila caratteri, come potrebbe pensare una mente semplificata. Essi non significano niente se non si ha piena contezza della legge di conversione: è lunga circa 200 mila caratteri, e non contiene il testo del decreto come modificato dal Parlamento, ma solo le modifiche. Volete sapere che dice l’articolo 12, che prevede la “semplificazione procedimentale per l’esercizio di attività economiche”? Prendete il testo nel decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, e intarsiatelo con le modifiche scritte nell’allegato alla legge di conversione 4 aprile 2012, n. 35. Un paio d’ore dovrebbero bastarvi.

IL DECRETO sulla Spending Review, con cui il severo commissario Enrico Bondi doveva sfoltire la giungla degli sprechi, è un tomo di 516 mila caratteri, tra testo originario e legge di conversione con modifiche. L’articolo 1 dice: “I    di Salvatore Cannavò    Volevano l’attenzione di Giorgio Napolitano, un segnale qualsiasi, anche solo l’impegno a un incontro un po’ più in là nel tempo. E così si sono incatenati davanti al palazzo della Presidenza della Repubblica. Gli agenti di polizia sono intervenuti quasi subito, hanno tagliato le catene e li hanno fercontratti stipulati in violazione dell’articolo 26, comma 3 della legge 23 dicembre 1999, n. 488 (…) sono nulli, costituiscono illecito disciplinare e sono causa di responsabilità amministrativa”. Quell’articolo della Finanziaria per il 2000, prodotta dal governo guidato da Giuliano Amato, dicemati . Sono gli operai dell’Irisbus, circa una trentina, organizzati in Resistenza operaia e accompagnati per l’occasione dal sindaco di San Sossio Baronia, Francesco Garofalo, il vice-sindaco di Flumeri, sede della fabbrica, Giuseppe Meninno e un assessore di Castel Baronia, Michele Capobianco comuni dell’avellinese. L’Irisbus è la fabbrica del gruppo Iveco che la va come andavano fatti i contratti di fornitura alle pubbliche amministrazioni. Ma il sottile giurista socialista, oggi chiamato dal governo Monti a fare la spending review ai partiti, si era dimenticato di dire che cosa sarebbe accaduto a chi non rispettava la legge, che quindi non era una legge ma solo un severo monito. Naturalmente il diktat di Bondi non può essere retroattivo, e quindi equivale a una liberatoria per chi ha fatto il furbo nei 13 anni precedenti.

LE CENTINAIAdi decreti attuativi sono l’acqua in cui è dolcissimo, per il dirigente ministeriale, naufragare. Sono talmente tanti da concedere di fatto a ministri e burocrati la più ampia discrezionalità su cosa attuare e cosa dimenticare. Esempio: il decreto Cresci Italia prevedeva che finalmente la Chiesa avrebbe pagato l’Imu sugli immobili non destinati al culto. Ancora non c’è il decreto attuativo. E la super anagrafe dei conti correnti bancari che doveva aiutare la lotta all’vasione fiscale? Si attenda un parere dell’Autorità per la Privacy. E i decreti attuativi della semplificazione? Prima devono essere formulate le linee guida.

Però, quando vogliono, corrono. Il decreto attuativo per i cosiddetti project bond è arrivato alla velocità della luce. Serve a chi costruisce grandi opere di cemento per indebitarsi più facilmente procurandosi una bella garanzia di qualche ente o società statale, come la Cassa Depositi e Prestiti o la Sace. Se le cose vanno male, paga Pantalone. È il provvedimento che apre la strada a miliardi di nuovo debito pubblico. Sobriamente il ministro dell’Economia Vittorio Grilli e il vice ministro per le Infrastrutture, Mario Ciaccia, si sono precipitati a firmarlo, sfidando la calura del 7 di agosto.

di Giorgio Meletti, IFQ

Il commissario per la spesa pubblica, Enrico Bondi    LaPresse

6 giugno 2012

Agcommedia all’italiana

Chiamiamo le cose col loro nome: i maneggi per nominare i cinque nuovi commissari dell’Agcom e i quattro della Privacy sono il più vergognoso assalto alla diligenza mai visto nella già ignobile storia dell’italica lottizzazione partitocratica. Caduto anche l’ultimo velo dell’ipocrisia che – diceva La Rochefoucauld – “è la tassa che il vizio paga alla virtù”, i partiti (tutti, eccetto Idv e radicali) mettono le mani sulle cosiddette “autorità indipendenti” con metodi, se possibile, ancor più spudorati delle altre volte. Se prima badavano almeno a salvare le forme, scegliendo presidenti e alcuni commissari di “area” ma dotati di un minimo di competenza (il prodiano Pizzetti alla Privacy, il berlusconiano Calabrò all’Agcom con i prof. Sortino e D’Angelo), stavolta impongono personaggi quasi tutti di stretta obbedienza. Come se la rivolta degli elettori e il boom di Grillo non li riguardasse. Unica eccezione nella grande abboffata potrebbe essere il prof. Cardani, scelto da Monti nella sua Bocconi, nuova fonte battesimale che consacra la purezza della nuova classe dirigente. Ma si parla anche di Catricalà, quinta colonna di Gianni Letta nel governo Monti, reduce dai trionfi della discarica a Villa Adriana e della controriforma del Csm. Per il resto, dopo giorni di invereconde consultazioni sottobanco fra il pd Franceschini e il pdl Verdini (sì, avete capito bene, Denis Verdini: quello che ha più capi di imputazione che capelli in testa, e dire che di capelli in testa ne ha parecchi), si è deciso che l’Agcom resterà saldamente in mano a Berlusconi. Il Pdl, precipitato nelle urne e nei sondaggi al 17-18%, avrà due commissari su cinque: Martusciello (ex venditore di Publitalia, ex deputato e sottosegretario del governo B., già ora membro dell’Agcom) e Preto (ex capogabinetto di Tajani, poi consulente e coautore di Brunetta, insomma un luminare). Il Pd, dopo aver sollecitato chiunque volesse candidarsi a inviare il curriculum, ne ha ricevuti una novantina e li ha cestinati tutti (compreso quello autorevolissimo di Giovanni Valentini, giornalista esperto di comunicazione, scelto dalle associazioni dei consumatori) per scegliere con finte primarie fra i parlamentari l’uomo di D’Alema: il prof. Decina del Politecnico di Milano, già membro dei Cda Telecom, Italtel e Tiscali, tre società che ricadono sotto il controllo dell’Agcom. Il quinto è tal Posteraro, vicesegretario della Camera, amico di Casini. Così l’Agcom, che dovrà arbitrare partite cruciali come la banda larga, la par condicio per il 2013, il beauty contest, le frequenze e l’auspicata (da B.) fusione Mediaset-Telecom, seguiterà a obbedire a B. In cambio il Pd si contenta del solito piatto di lenticchie, piazzando il suo deputato Soro, di professione dermatologo, alla presidenza della Privacy, in ossequio alla legge che prescrive requisiti di “notoria imparzialità e indipendenza”. Soro si era sacrificato nel 2009, cedendo il posto di capogruppo a Franceschini, trombato alle primarie per la segreteria, e attendeva un congruo risarcimento. Molto imparziale e indipendente anche la prof. Califano, amica della Finocchiaro. Ma soprattutto la sciura Bianchi Clerici, ex deputata leghista, consigliera della Rai uscente, condannata dalla Corte dei Conti e imputata al Tribunale di Roma per abuso d’ufficio per aver nominato Meocci dg della Rai pur sapendolo incompatibile perché proveniva dall’Agcom. Molto indipendente anche la sora Iannini, indicata per la Privacy dal Pdl, da 11 anni al vertice del ministero della Giustizia con Castelli, Mastella, Alfano e Severino, ma soprattutto moglie di Bruno Vespa, noto cultore della privacy nei teleprocessi di Novi, Cogne, Erba, Garlasco, Rignano, Perugia e Avetrana con plastico incorporato. Ora, casomai qualcuno lamentasse violazioni della privacy a Porta a Porta, se ne occuperà la sua signora. Con imparzialità e indipendenza, ça va sans dire.

di Marco Travaglio, IFQ

8 maggio 2012

Alfanité Bersanité Casinité

Il Pdl è estinto, la Lega rasa al suolo, il Terzo Polo non pervenuto. Il Pd, per acciuffare qualche assessore, deve nascondersi dietro candidati altrui (Doria) o addirittura combatterli (Orlando). Vincono Grillo e Di Pietro, gli “antipolitici” cui la politica dovrebbe fare un monumento: senza di loro, non andrebbero più a votare nemmeno gli scrutatori. Ce ne sarebbe abbastanza per una dichiarazione congiunta dei Tre Tenori ABC, magari copiata da quella di Sarkozy: “È tutta colpa mia, mi ritiro dalla politica”. Invece è tutto un “siamo primi quasi ovunque” (Pd), “colpa dei candidati sbagliati” (Pdl), “sostanziale tenuta del Terzo Polo” (Terzo Polo). In effetti per i partiti italiani non tutto è ancora perduto. In Italia non beccano più un voto manco a pagarlo. Ma in compenso vanno fortissimo all’estero, forse per via del fatto che lì non si candidano. Il Cainano è molto richiesto in Russia, dove ha preso parte ai baccanali per l’incoronazione dell’amico Putin, tra portali di oro massiccio e gare di burlesque a base di badanti travestite da mignotte e mignotte travestite da badanti, appena in tempo per evitare che gli crollassero in testa il Milan e il Pdl. Invece A, B e C vanno fortissimo in Francia. La vittoria di Hollande non deve ingannare: senza l’apporto delle mosche cocchiere Alfano, Bersani e Casini, l’Eliseo se lo poteva sognare, specie da quando l’ex sarkozista Ferrara si era inopinatamente schierato dalla sua parte, nonostante le diffide e gli scongiuri dello staff hollandiano. Infatti Bersani ha espresso “grande soddisfazione”, a nome suo e dell’Europa tutta, per un trionfo che “non è solo una questione di rapporto personale tra me e Hollande”, ma “un dato politico, un’incredibile convergenza di idee e proposte”. Senza contare che è stato proprio Bersani a suggerire a Hollande “di non farsi condizionare dalla sinistra più radicale e a convincere i moderati come Bayrou”. Pazienza se i voti di Bayrou sono andati quasi tutti a Sarkozy, mentre Hollande ha incamerato quelli del sinistro Mélenchon; se la Francia ha il doppio turno e noi no (il Superporcellum di ABC prevede turno unico e inciucio postumo); e se Bersani sostiene Monti, che tifava Sarkozy come la Merkel. Mica si può sottilizzare sulle quisquilie. Non solo – per dirla con Fassina, che non è la moglie di Fassino ma il responsabile economico Pd – “Bersani è l’Hollande italiano”, ma soprattutto Hollande è il Bersani francese. Chi ha seguito la campagna d’Oltralpe può testimoniare con quale angoscia, dalle banlieue ai bistrot, i francesi s’interrogavano: “Mon Dieu, chissà che ne pensa Bersani di Hollande”. E con quale liberatorio entusiasmo hanno appreso che non solo Pierluigi, ma anche Piercasinando e Angelino stavano con Hollande: “Le jour de gloire est arrivé! Alfanité Bersanité Casinité…”. Ora infatti anche Casini e Alfano, che in Italia non battono chiodo, si godono il meritato trionfo parigino. Piercasinando, decisivo per il voto moderato francese (pare che Bayrou non vada nemmeno alla toilette senza consultarlo), esulta: “Hollande sarà salutare per l’Europa”. Alfano ha faticato un po’ a capire perchè mai, se lui è il leader del centrodestra italiano, dovrebbe esultare per il leader del centrosinistra francese, ma poi gliel’ha spiegato il Cainano: “Primo, tu sei il leader di ‘sta cippa. Secondo, Sarkozy è l’unico nano che si permette di essere meno basso di me e per giunta ha osato ridere di me in mondovisione con la culona inchiavabile. Terzo, di sinistra e destra non me ne fotte una mazza, infatti sto partendo per Mosca”. Allora Angelino ha capito che Sarkozy ha perso perché rideva di B. e ha diramato una dichiarazione da ernia al cervello: “Auguro buon lavoro a Hollande a beneficio dell’Europa”. Frattini Dry intanto lo scavalcava a sinistra: “Sarkozy mi ha colpito molto negativamente. Ora la Francia sarà più aperta e vicina a noi”. Solo a quel punto tutta la Francia s’è addormentata tranquilla, non prima di un ultimo grido di battaglia: “… et Frattinité!”.

di Marco Travaglio, IFQ

27 aprile 2012

Bavaglio tecnico, che idea

Ideona: una legge bavaglio sulle intercettazioni. Siccome non l’aveva ancora avuta nessuno, se ne sentiva proprio la mancanza. Ieri ci ha pensato la ministra della Giustizia Paola Severino, al Festival del giornalismo. Lì la Guardasigilli ha detto anche cose pregevoli: la cronaca giudiziaria deve riportare “non solo le voci dei magistrati, ma anche quelle della difesa”; e i danni subiti dall’accusato poi assolto sono ingigantiti dalla lunghezza dei processi, che allontana a dismisura il momento del giudizio definitivo. Purtroppo, come tutti i suoi predecessori, la Severino non fa nulla né spiega come intende abbreviare i tempi. Eppure le soluzioni sono semplici: ridurre il contenzioso (Davigo e Sisti, in Processo all’Italiana edito da Laterza, spiegano come si fa) e le fasi del giudizio, che in Italia sono almeno cinque: indagini preliminari, deposito atti, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione. Basta abolire il deposito atti e l’appello (fuorché in presenza di prove nuove) e rendere convenienti i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) bloccando la prescrizione al rinvio a giudizio, per dimezzare i tempi della giustizia e liberare enormi risorse finanziarie e umane. Sulla cronaca giudiziaria e sulla pubblicazione di atti d’indagine e intercettazioni, la Severino una soluzione la indica: ma è quella sbagliata. La stessa già battuta (fortunatamente con scarso successo) dal centrosinistra col ddl Mastella e dal centrodestra col ddl Alfano: “Filtrare” e “limitare” le notizie pubblicabili durante l’inchiesta perché “è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la diffusione della notizia”. Dunque il pm o il gip dovrebbero “escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche quando il provvedimento viene consegnato alle parti”, cioè non è più segreto. Nel 2012, in piena comunicazione globale, siamo ancora lì a spaccare il capello in quattro per distinguere fra notizie pubbliche e pubblicabili, e fra giornali e blog (che, per la Severino, “fanno più danni dei giornali”). Una follia e una sciocchezza. Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare. Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male. Altro che “secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini” e “intercettazioni non rilevanti per il procedimento” per “salvaguardare la sfera personale”. La secretazione delle notizie a fini investigativi è già prevista dal Codice. Quanto alla sfera personale dell’indagato o, ancor di più, del non indagato, è già protetta dalla legge sulla privacy, che prevede sanzioni penali. Esempio: Bossi non è indagato, ma se il suo tesoriere tiene la sua famiglia allargata a libro paga coi “rimborsi elettorali”, gli elettori lo devono sapere. E devono sapere se Formigoni, non indagato, si fa pagare le vacanze da un faccendiere che ingrassa grazie all’amicizia con lui nella sanità convenzionata. La ricetta per garantire una cronaca equilibrata non è dunque filtrare e secretare, ma al contrario fornire ai cronisti tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto, e anche delle indagini difensive. Intercettazioni comprese. Spetta poi al cronista pubblicare quelle di interesse pubblico e lasciar perdere le altre. Se sbaglia o diffama o viola la privacy, paga. Ma almeno ha il quadro completo dei fatti. E, se qualcuno ha paura dei fatti, sono affari suoi: male non fare, paura non avere.

di Marco Travaglio, IFQ

23 aprile 2012

Soltanto sobri annunci, tutti i bluff di Monti

 L’ultimo caso è quello del ministro Elsa Fornero: in teoria dovrebbe essere intenta a cercare risorse nel bilancio pubblico per salvare gli “esodati” da anni di indigenza tra lavoro e pensione, nel concreto si è limitata a suggerire alle aziende di riprenderseli, parlando di “nuove opportunità occupazionali”. Ma a misurare la distanza tra le promesse del governo Monti e la loro attuazione c’è soprattutto il negoziato partito a Roma tra Comune e la lobby dei tassisti: i conducenti non soltanto hanno evitato l’aumento delle licenze, protestando contro la legge che impone loro di garantire il servizio pubblico, ma stanno addirittura strappando un aumento delle tariffe del 20 per cento, hanno schivato perfino la ricevuta obbligatoria, già votata dal Comune di Roma e mai applicata. Non stupisce certo che le liberalizzazioni nel decreto dei tecnici siano state presentate come un miracolo da +11 per cento del Pil (nel lungo periodo) e ora, per lo stesso governo, valgano meno dello 0,3 annuo.

   Il pareggio mancato

   La divergenza maggiore tra promesse e risultati è proprio nel dominio di Monti, il bilancio: “Non è questo governo che ha sottoscritto l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013”, ha ribadito più volte il premier, pur impegnandosi a rispettare la gabbia imposta a suo tempo da Bruxelles alla demagogia contabile di Silvio Berlusconi. Soltanto pochi giorni fa Monti ha annunciato le stime ufficiali del governo, nel Documento di economia e finanza: il deficit nel 2012 sarà lo 0,5 per cento, se la recessione si aggrava può diventare almeno 0,8. Una distanza consistente, di quasi 15 miliardi, dal deficit zero promesso ad Europa e mercati. Certo, dal Tesoro ribadiscono sempre che quello che conta è l’avanzo primario, il risparmio dello Stato che erode automaticamente il debito e che dovrebbe permettere all’Italia di rispettare i vincoli europei sulla riduzione dell’indebitamento (un ventesimo all’anno per la parte che eccede il 60 per cento del Pil) dal 2015. Ma questo virtuosismo si fonda su una disciplina di bilancio che finora l’Italia non ha mai saputo rispettare nell’intera storia Repubblicana. E se i mercati non hanno attaccato di nuovo i titoli di debito italiani (lo spread è “solo” a 400), si deve alla maggior credibilità di Mario Monti rispetto a quella di Berlusconi più che ai numeri: il rapporto tra debito e Pil nel 2012 sarà al 123,4 per cento, quattro punti più di quanto previsto un anno fa. E soprattutto in crescita, invece che calante.

   Le tasse e gli evasori

   Il premier tende a non scendere mai in dettagli, quando si parla di tasse, preferisce parlare di “sacrifici”. Ma ogni timore di batosta si sta realizzando: dall’Imu, necessaria per rimediare all’abolizione dell’Ici, alla carbon tax, un salasso previsto dalla delega fiscale in discussione che potrebbe far salire il prezzo della benzina ben sopra i due euro. Perfino lLa riforma del lavoro, a sorpresa, costerà 1,8 miliardi pagati da tasse sui biglietti aerei e taglio ai bonus fiscali per le auto e le case dei professionisti. E il nobile proposito di migliorare le abitudini alimentari per ridurre i costi a carico del servizio sanitario si traduce in un nuovo balzello, sullo junk food, i cibi spazzatura, come annunciato dal ministro della Salute Renato Balduzzi. Ogni mese qualche ministro lascia filtrare ai giornali amici, che prontamente rilanciano, l’arrivo di un fondo “taglia tasse”, che dovrebbe restituire ai contribuenti onesti l’incasso dalla lotta all’evasione fiscale. Ma Monti deve sempre smentire. Anche ieri , dal salone del mobile di Milano, ha ribadito che “non ci sono margini per una deroga al rigore”. Qualche flessibilità, o deroga, però c’è: la tassa sugli evasori protetti dallo scudo del 2009, più volte citata dal premier come prova dell’equità dei sacrifici, non funziona e continua a slittare. Se ne riparla a luglio, forse, visto che sembra più complicato del previsto superare il muro dell’anonimato.

   La spesa non si tocca

   Il ministro Piero Giarda sta lavorando alla spending review, annunciata da Monti fin dal suo discorso di insediamento in Senato, il 17 novembre, come alternativa razionale ai “tagli lineari” (riduzioni in percentuale) che praticava Giulio Tremonti. Ma pochi giorni fa, alla Stampa, Giarda ha chiarito che “dalla spending review non c’è da attendersi nessun tesoretto da destinare a una riduzione delle tasse”. Non è quindi molto chiaro perché allora il ministro ci stia lavorando tanto. Eppure i soldi servirebbero, non solo per le tasse ma anche per pagare le imprese creditrici verso la pubblicaamministrazione: da Bruxelles, lato Commissione europea, guardano con un certo sospetto i tentativi dell’Italia di tenere fuori bilancio i debiti commerciali, per migliorare le statistiche mentre le aziende muoiono. Il ministro Corrado Passera aveva annunciato pagamenti in Btp, sono rimasti pochi spiccioli, ora si parla di un rating (così, forse, le banche anticiperanno il dovuto). Davanti agli investitori asiatici, a marzo, Monti ha annunciato la vendita di beni pubblici, immobili e non solo, per 35-40 miliardi. Ma quello lo ha sempre promesso anche Silvio Berlusconi. Ovviamente senza farlo mai.

di Stefano Feltri, IFQ

13 aprile 2012

A che serve Monti?

A che serve il governo Monti? Sappiamo bene perché è nato: perché quello precedente, guidato (si fa per dire) da B., era capace di tutto ma buono a nulla; e persino quando fu commissariato dalla troika Merkel-Trichet-Sarkozy continuò a fare il furbo con finte manovre finanziarie piene di niente. Serviva un governo presieduto da una persona autorevole agli occhi della comunità internazionale e dei famosi “mercati” (e non era difficile trovarla, visto chi c’era prima), ma soprattutto disinteressato al consenso elettorale, cioè in grado di imporre sacrifici a chi, o per numero (lavoratori e pensionati) o per peso specifico (le grandi lobby), spaventava i partiti e li dissuadeva da misure sgradite a questo o a quello. Monti è autorevole, o almeno molto più di chi c’era prima e, più in generale, di tutti i leader politici italiani. Le misure impopolari contro pensionati e lavoratori le ha prese. Non quelle contro le lobby, ben protette da vari ministri. Ma tanto è bastato per domare lo spread per un po’ e quindi garantire un buon collocamento dei nostri titoli di Stato. Ma questo valeva fino alla settimana scorsa. Poi lo spread è risalito oltre i livelli di guardia (di pari passo col risveglio dei partiti, i primi stop su art. 18 e anti-corruzione, le prime critiche della stampa finanziaria internazionale) e l’ultimo collocamento dei titoli è andato male. Segno che gli speculatori non si contentano più di un altro al posto di B.: ora vorrebbero vedere un governo nel pieno delle sue funzioni, con una maggioranza omogenea e compatta, cioè in grado di decidere senza piatire e mercanteggiare ogni giorno in Parlamento i voti dell’una o dell’altra banda. Se il consenso del governo resta alto, anche se ben sotto i livelli di due mesi fa, è perché tutt’intorno si agita una galleria di mostri da paura: la sola prospettiva che possano tornare “quelli di prima” (tutti i politici) basta a terrorizzare gli italiani, inducendoli a preferire, tutto sommato, i tecnici. Ma più per rassegnazione che per convinzione. Tantopiù che i partiti non riescono nemmeno a tagliarsi dell’1% i rimborsi elettorali, mentre ogni giorno finisce indagato un leader o tesoriere ladro per uso privato della sua carica o dei nostri soldi. Ed ecco la domanda: a cosa serve, di qui alla scadenza naturale della legislatura (aprile 2013: fra un anno), il governo Monti? Cosa dovrebbe fare, lo sappiamo tutti: un elenco infinito di riforme. Ma cosa può realisticamente fare, con questa maggioranza Brancaleone, divisa su tutto fuorché sulla paura fottuta del voto? Dopo la Finanziaria, le finte “liberalizzazioni”, le pensioni e l’art. 18, il piatto di Monti piange: a parte le famose e fumose “misure per la crescita” (per cui s’è già capito che non c’è un euro), nulla di fattibile risulta all’ordine del giorno. La patrimoniale non si fa: B. non vuole. La Rai non si tocca: B. non vuole. I tagli alla casta sono tabù: i partiti non vogliono. Di anti-corruzione manco a parlarne, così come di prescrizione, falso in bilancio, manette agli evasori. Il rischio anzi, toccando la giustizia ora, è risvegliare gli zombie: bavaglio anti-intercettazioni, responsabilità civile dei giudici e abolizione della concussione (cioè dei processi Ruby e Penati). Una volta piazzati gli ultimi titoli di Stato (a maggio), il governo rischia di girare a vuoto per i successivi 10 mesi. Facendo ciò che Monti dice di aborrire: il “tirare a campare” di andreottiana memoria. Se è così, tanto vale sciogliere le Camere tra un mese e votare in autunno. Spetta a Monti dimostrare che non è così, inventandosi una o due mission forti che giustifichino la sua sopravvivenza fino all’anno prossimo. Presenti in Parlamento, “prendere o lasciare”, senza concordarle con nessuno, una legge che cancelli la Gasparri e disinfesti la Rai dai partiti e un pacchetto di norme contro la criminalità finanziaria. Se avrà i voti, avrà reso un servigio al Paese. Se non li avrà e cadrà, darà comunque degna sepoltura ai partiti-cadavere e sarà comunque un bel modo di morire, per una giusta causa. Risparmiandosi e risparmiandoci un anno di inutile agonia.

di Marco Travaglio, IFQ

4 aprile 2012

Il Governo salva 767 dirigenti senza requisiti

L’evasione fiscale in Italia supera i 200 miliardi. Il governo considera la lotta agli evasori una delle battaglie strutturali per risollevare il Paese. Ma lo stesso esecutivo permette ai controllori di chi froda lo Stato di violare a loro volta le regole.    Nel decreto fiscale in esame al Senato c’è infatti una norma che consente ai 767 funzionari dell’Agenzia delle Entrate promossi in posizioni dirigenziali senza requisiti di restare al loro posto. La possibilità di deroghe sugli incarichi nasce da una modifica dell’articolo 24 del regolamento dell’Agenzia ai tempi del suo avvio, nel 2000. Proprio per le necessità di partenza delle attività si permetteva al personale non dirigente di essere incaricato per i ruoli vacanti fino al successivo bando concorsuale, percependo quindi lo stipendio da dirigente . Ma l’eccezione è diventata una regola. I concorsi non venivano banditi e quindi con apposite ulteriori delibere del Comitato di gestione, di anno in anno, venivano prorogati i contratti in essere degli “incaricati”. Che sono diventati 767 sui 1143 dirigenti totali dell’Agenzia delle Entrate tra la sede centrale di Roma e quelle sul territorio.

QUESTI DATI li conferma la stessa Agenzia il 5 febbraio 2011 su richiesta del Tar del Lazio al quale l’associazione Dirpubblica (Federazione dei funzionari, elevate professionalità e dirigenti della Funzione pubblica e delle Agenzie) aveva fatto ricorso. Il primo agosto del 2011 arriva la sentenza del tribunale amministrativo che dichiara fuori legge il metodo di nomina avallato nel-l’Agenzia perché “una deroga così ampia sul piano quantitativo e temporale è valsa ad introdurre e consolidare nel tempo una situazione complessiva di grave violazione di principi fondamentali di regolamentazione del rapporto di pubblico impiego e delle garanzie relative all’accesso alle qualifiche, alla selezione del personale e allo svolgimento del rapporto”.    L’Agenzia delle Entrate – che in questo modo sarebbe rimasta senza due terzi dei dirigenti – e oltre 500 “incaricati” ricorrono in Appello. La sentenza viene così sospesa in attesa del pronunciamento del Consiglio di Stato. Ma l’udienza fissata per il 20 marzo è stata rinviata al 3 luglio. Perché nel frattempo è sopraggiunta una norma nel decreto fiscale che andrebbe a sanare la situazione mantenendola com’è adesso. Ci avevano già provato a febbraio i senatori Luciano Malan (Pdl) e Vidmer Mercatali (Pd) a inserire un emendamento nel decreto Milleproroghe per avallare una stabilizzazione. La norma era stata bocciata perché “fuori tema”.    Allora ecco l’intervento del governo: articolo 8 comma 24 del decreto fiscale. “In relazione all’esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità operativa delle proprie strutture, volta a garantire una efficacia attuazione delle misure di contrasto all’evasione di cui alle disposizioni del presente articolo – la stessa dicitura dell’emendamento Malan-Mercatali, ndr – l’Agenzia delle entrate è autorizzata ad espletare procedure concorsuali per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti (…) Nelle more dell’espletamento di dette procedure l’Agenzia, salvi gli incarichi già affidati, potrà attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo necessario per la copertura del posto vacante tramite concorso”. Quindi, in attesa dei concorsi, si potranno fare ulteriori contratti e l’inciso magico “salvi gli incarichi già affidati” protegge i 767 fuori regola. La norma non prevedeva però nessuna scadenza per effettuare le selezioni. Il Senato, con un emendamento, ha proposto il 31 dicembre 2013. Ma l’ultimo concorso , poi bloccato dal Tar con un’ulteriore sentenza per il mancato scorrimento delle graduatorie pregresse, copriva solo 175 posti.    “INCARICANDO i funzionari senza regole, solo con ‘l’illuminata percezione’ dell’Agenzia delle Entrate, si lascia spazio a qualsiasi tipo di abuso – dichiara Giancarlo Barra, segretario generale di Dirpubblica – la scusa dell’urgenza della lotta all’evasione non giustifica deroghe che hanno portato uffici di provincia ad avere un numero spropositato di dirigenti. Di certo, se le competenze fossero accertate, la lotta all’evasione migliorerebbe. Monti non può parlare di equità e poi permettere questi abusi”. Barra ha anche denunciato più volte a mezzo stampa il “pessimo clima” che si respirerebbe nel-l’Agenzia dopo la sottrazione di 100 milioni dal fondo del personale non dirigente per coprire gli stipendi degli “incaricati”.    Ma la richiesta di mantenere le cose come stanno è arrivata direttamente dal direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera, la cui posizione ufficiale sul tema è stata espressa durante un’audizione alla Camera dei deputati il 31 gennaio: “Le due sentenze del Tar del Lazio rischiano di avere gravi ricadute sul funzionamento dei nostri uffici, fino a paralizzarne l’azione. Per risolvere la questione occorre una norma di legge che ribadisca la possibilità per l’Agenzia di procedere al reclutamento dei propri dirigenti secondo modalità idonee a valorizzare le conoscenze, l’esperienza professionale e le competenze che realmente servono per guidare i nostri uffici. Per assicurare la funzionalità operativa delle strutture – ha concluso Befera – la norma dovrebbe inoltre prevedere che, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali, l’Agenzia possa continuare ad affidare temporaneamente incarichi dirigenziali a funzionari appositamente selezionati allo scopo”. Detto, fatto.

di Caterina Perniconi, IFQ

L’entrata di una sede dell’Agenzia delle Entrate, che dipende dal ministero del Tesoro (FOTO EMBLEMA) 

17 marzo 2012

Derivato bomba, la vera storia del buco al tesoro

Poche cose in Italia sono coperte da segreto come i contratti derivati che riguardano il debito pubblico italiano. Per questo c’è stata grande sorpresa e nessuna comunicazione ufficiale, quando si è scoperto che il ministero del Tesoro aveva pagato 2,5 miliardi alla banca americana Morgan Stanley, in gennaio, per la chiusura di alcuni contratti derivati. L’informazione è arrivata dalla Sec, la Consob americana, mentre il governo si è trincerato dietro il silenzio, i derivati sembrano questioni di sicurezza nazionale o segreti troppo pericolosi per essere rivelati.

   SONO ARRIVATE interrogazioni parlamentari da più fronti e giovedì, alla Camera, finalmente il governo ha risposto alle domande del deputato Antonio Borghesi, Idv. Stranamente a rappresentare l’esecutivo c’era Marco Rossi Doria, ex maestro di strada, sottosegretario all’Istruzione, non certo uno specialista di finanza e derivati. Ma il testo dell’intervento riassume la posizione ufficiale del Tesoro. Nelle parole di Doria ci sono alcune novità abbastanza clamorose. Anche sul caso Morgan Stanley: “Alla fine del 2011 e con regolamento il ministero dell’Economia e delle Finanze, in data 3 gennaio 2012, ha proceduto alla chiusura di alcuni derivati in essere con Morgan Stanley (due interest rate swap e due swaption)in conseguenza di una clausola di “Additional Termination Event” presente nel contratto quadro (ISDA Master Agreement) che regolava i rapporti tra la Repubblica Italiana e la banca in questione”. La chiusura dell’operazione è costata 2,567 miliardi, poco più della somma che ora manca per la riforma degli ammortizzatori sociali. Fonti del Tesoro spiegano che l’input a chiudere il contratto è venuto dalle autorità di vigilanza americane che hanno chiesto a Morgan Stanley di rivedere alcune sue posizioni in derivati “e ormai i rapporti del Tesoro con la banca sono ai minimi termini”. Ma se le cose stessero così, se la colpa fosse tutta americana, non si capirebbe perché il salasso sia stato a carico dello Stato. Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, la scelta di chiudere in anticipo lo swap con Morgan Stanley è stata presa dal Tesoro dopo aver valutato che questa era la soluzione meno onerosa. Perché evidentemente quel contratto rischiava di costare ancora più caro.

   NELLA RISPOSTA parlamentare Rossi Doria rivela che la clausola capestro che ha imposto al Tesoro la perdita di 2,5 miliardi risale “alla data di stipula del contratto, nel 1994, era unica e non presente in nessun altro contratto quadro vigente tra il ministero e le sue controparti, e non è stato possibile, nel corso degli ultimi anni, rinegoziare la stessa”. Un contratto scritto male o troppo spregiudicato, frutto, probabilmente, della frenesia con cui all’epoca il ministero cercava di rispettare i parametri europei di Maastricht appena approvati per poter poi entrare nell’euro, ipotizza una fonte che ha lavorato al Tesoro. Nel 1994 si alternano al ministero prima il professor Piero Barucci, con il governo Ciampi, poi Lamberto Dini, con il primo governo Berlusconi. Nella casella chiave del ministero, la direzione generale, c’era sempre Mario Draghi, oggi alla Banca centrale europea.

   I derivati servono a rendere più prevedibile il costo del debito, ma spesso nascondono brutte sorprese dietro contratti molto complessi. Lo strumento standard è lo swap sul tasso di interesse “con i quali tipicamente il Tesoro riceve da una controparte bancaria un tasso variabile e paga un tasso fisso su un nozionale convenzionale prestabilito”. Così il ministero sa quanto gli costerà un certo stock di debito in anticipo e riduce l’incertezza.

   NEL MIGLIORE dei casi risparmia pure, nel peggiore la scommessa va male e lo Stato paga. Quanto? Non si sa. Per la prima volta, grazie alla risposta di Rossi Doria scritta dal Tesoro, scopriamo che “a oggi il nozionale complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione , al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro […] circa il 10 per cento dei titoli in circolazione”. Ma questa non è un’indicazione decisiva: significa soltanto che a 160 miliardi di debito sono abbinati derivati, nulla si sa sulle perdite potenziali che si rischiano . Il disastroso derivato del 1994, assicura il Tesoro, è un caso unico, che non si ripeterà mai più. Bisogna crederci sulla parola, perché i cittadini e gli investitori non hanno alcun modo di verificare. La Banca d’Italia censisce soltanto i derivati delle banche italiane, stipulati su 593,1 miliardi di euro (in giugno 2011). Tutto il resto è top secret, si scopre soltanto quando è troppo tardi. Stando agli attuali valori di mercato, ha scritto ieri Bloomberg, l’Italia potrebbe perdere sui suoi derivati fino a 31 miliardi di dollari, 23,5 miliardi di euro.

 di Stefano feltri, IFQ

Il quaertier generale di Morgan Stanley a New York (FOTO LAPRESSE)
4 marzo 2012

Smonti

In un vecchio varietà, Paolo Panelli teneva una rubrica dal titolo “La parola all’esperto” e spiegava agli italiani il bricolage di cui era, appunto, un grande esperto. Ogni sua lezione si concludeva così: “A questo punto voi mi chiederete che cos’è il legno. Ed eccomi qui pronto a spiegarvelo: il legno è il legno”. La scena si sta ripetendo con i presunti tecnici del governo Monti che, quanto ad argomenti tecnici sul Tav Torino-Lione, non hanno nulla da invidiare ai politici dai quali dicono di volerci salvare. Ma nemmeno a Panelli. La loro adesione al Tav si fonda su questa motivazione squisitamente tecnica: “Il Tav si deve fare perché si deve fare”. C’è anche una variazione sul tema, anch’essa molto tecnica: “Il Tav si deve fare perché così è stato deciso”. Si sperava che almeno Monti, della cui preparazione nessuno ha mai dubitato e che ha trascorso ai vertici delle istituzioni europee gli ultimi anni della sua carriera, ci illuminasse con parole un tantino più dettagliate e persuasive. Invece è stato più evasivo di un Bersani, il che è tutto dire: “Il Tav in Valsusa si farà per rimanere agganciati all’Europa, in senso anche fisico”. E “per evitare che in un continente alla deriva diventi sempre più difficile trovare posti di lavoro”. Perché, a suo dire, il Tav “genera benefici economici rilevanti e posti di lavoro” e addirittura consente “a giovani italiani di garantirsi un futuro”. Ora, qualunque cantiere crea posti di lavoro, anche quelli addetti a spaccare pietre e poi a reincollarle, anche quelli specializzati nello spostare massi da A a B e poi da B ad A. Si tratta di vedere quanto rende l’attività di un cantiere e dunque quanto costa ciascun posto di lavoro: quando Ugo Fantozzi va in pensione e cade in depressione, la moglie Pina va dal megadirettore galattico e lo paga di nascosto perché si riprenda il marito a lavorare. Ecco: Monti è Pina e i posti di lavoro del Tav avranno la stessa utilità di quello di Fantozzi: zero. Si tratta infatti di costruire una seconda linea ferroviaria accanto a quella esistente (la Torino-Modane, appena potenziata per 500 milioni e già inutilizzata per l’80-90%), scavando per 15 anni un tunnel di 60 km dentro una montagna piena di amianto e materiali radioattivi e devastando una valle. Il tutto a un costo chi dice di 8, chi di 18 miliardi (preventivi, naturalmente: i consuntivi in Italia sono sempre il doppio o il triplo) che ci vorranno due o tre secoli per ammortizzare. A questo punto, visto che per il Tav si prevede di dare lavoro a 3-4 mila persone, è molto meglio mandarli a spaccare pietre e poi a reincollarle, o a spostarle di qui a lì e di lì a qui: costa meno. Oggi, negli articoli di Sansa e Ponti, i lettori del Fatto trovano altre smentite tecniche sul rapporto costi-benefici (i primi sovrastimati i secondi sottostimati) e sull’impatto ambientale-sanitario (devastante) del Tav: dati provenienti non dai black bloc o dagli anarcoinsurrezionalisti, ma dall’Europa, dall’Agenzia nazionale per l’ambiente francese e dai migliori atenei e politecnici italiani. E allora, se tutt’oggi le autorità europee e francesi ritengono i calcoli sul Tav approssimativi e inaffidabili, perché le ruspe sono già in movimento? Sul sito de lavoce.info, poi, si scopre che anche l’“aggancio all’Europa” di cui favoleggia Monti è una maxiballa: l’Italia è già agganciata alla Francia con l’autostrada, col treno veloce passeggeri (il Tgv), col treno merci (Torino-Modane) e via aerea. Quanto all’epico Corridoio 5 da Lisbona a Kiev, “è solo un tratto di pennarello sulle carte” e soprattutto “la Commissione europea non richiede affatto che l’attraversamento delle Alpi sia effettuato con una linea ad Alta velocità/capacità: sia a Est sia a Ovest le merci continueranno a viaggiare su reti ordinarie, come del resto da Lione a Parigi”. Tutto questo i grandi giornali, house organ del Tav, non lo dicono. E neanche i “tecnici” di governo: perché non lo sanno o perché è meglio non dirlo? Nel primo caso sarebbero dei cialtroni, nel secondo dei banditi.

di Marco Travaglio, IFQ

29 febbraio 2012

Anche con Monti sulla Tv decidono gli amici di B.

A 75 anni l’emozione è un sentimento usurato. E il sottosegretario Massimo Vari, a un convegno su televisioni locali e riforme di governo, ha diluito le parole di circostanza: “Questa è la mia prima uscita pubblica con le deleghe per le Telecomunicazioni”. Ormai il segreto non funzionava più, il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico) ha sempre inviato il sottosegretario Vari ai complicati e infiniti incontri per cambiare un sistema televisivo che appare immodificabile.    All’annuncio inaspettato di Vari, un avvocato e magistrato di poche e concise dichiarazioni, qualcuno in platea si è guardato intorno per cercare uno sguardo di conforto, e poi riflettere: “A questo punto, potevano lasciare Paolo Romani, – dice un editore di un gruppo televisivo importante – il fantasioso inventore del beauty contest”, il concorso di bellezza che regalava le frequenze a Mediaset, momentaneamente congelato (non cancellato).

Massimo Vari, ex vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai occupato di televisioni, tralicci, canali, digitale terrestro o tecnologia analogica. Ma ha il curriculum giusto per la poltrona, secondo i parametri italici: sei anni fa era tra i favoriti di Forza Italia per la nomina al vertice di Agcom, l’Autorità garante per le Telecomunicazione distrutta in questi anni da inchieste e manipolazioni. Tra i suoi innumerevoli incarichi, durante una carriera nei posti di potere in cui apparire conta quasi zero, Vari è stato consigliere di Stato per il Vaticano. Anche Giancarlo Innocenzi, considerato da molti un suo carico amico, godeva di ottimi uffici con la Chiesa (tant’è che a Roma abitava in una casa di Propaganda Fide, il braccio immobiliare del Vaticano, che affaccia su piazza San Pietro). Vari e Innocenzi si sono conosciuti in Vaticano, potevano continuare il sodalizio all’Autorità, ma poi Silvio Berlusconi preferì Corra-do Calabrò. Mentre Innocenzi, esattamente due anni fa, lasciò l’Agcom perché coinvolto nell’inchiesta di Trani in cui si svelava il sistema di pressioni del Cavaliere per chiudere Annozero, la trasmissione di Michele Santoro. Quando Mario Monti e Corrado Passera l’hanno chiamato al ministero per lo Sviluppo economico, Vari aveva appena finito il suo servizio alla Corte dei Conti di Lussemburgo. Nessuno pensava, ma molti sospettavano, che il costituzionalista potesse avere un ruolo decisivo nella partita televisiva, quella che Berlusconi e i suoi collaboratori guardano con attenzione: mancava un pezzo del racconto, però. Vari è l’uomo indicato dal Pdl per presidiare il ministero strategico di Passera, è amico di vecchia data di Gianni Letta e Fedele Confalonieri .

A parte le relazioni pubbliche e private, Vari non ha competenze specifiche in materie televisive, eppure il Pdl ha insistito affinché Passera gli affidasse la delega. Sarà una coincidenza del calendario governativo, ma nei prossimi mesi Passera e Monti dovranno decidere se riformare davvero la Rai oppure allestire l’ennesimo Consiglio di amministrazione emanazione dei partiti e, soprattutto, del Cavaliere. Capitolo frequenze televisive: il beauty contest è stato fermato per tre mesi, tra qualche settimana il governo dovrà prendere una decisione definitiva.    Ieri Vari si è presentato dagli agguerriti editori televisivi con un foglio di appunti ben scritti e ben studiati, ma prima si è voluto presentare: “Sono io il sottosegretario alle Telecomunicazioni”.

di Carlo Tecce, IFQ

Massimo Vari e Silvio Berlusconi (FOTO LAPRESSE E ANSA)

29 febbraio 2012

Tecnici ad alta voracità

La violenza, oltre a essere sempre sbagliata, è il miglior regalo che i No Tav possano fare al partito trasversale Pro Tav: che aspetta soltanto il morto per asfaltare l’intera Valsusa e farne tre, di Tav, non solo uno. Per fortuna la manifestazione di sabato è stata l’ennesima presa di distanze del movimento dalla violenza. Non a parole (anche se qualche parola dei leader non guasterebbe, per rimediare al danno fatto con gli assalti al procuratore Caselli), ma nei fatti. Detto questo, c’è un però: gli ordini che il partito trasversale Pro Tav impartisce alle forze dell’ordine. Non sta scritto da nessuna parte che queste debbano cingere d’assedio un’intera valle, braccare i contestatori fin sui tralicci situati a casa loro (infatti si vogliono espropriare i terreni), accogliere nelle stazioni in assetto antisommossa i manifestanti reduci da un corteo pacifico. Chi dà questi ordini compie una scelta precisa: quella di provocare. La provocazione non giustifica la violenza, ma ne attenua le responsabilità: infatti il codice penale prevede l’attenuante della provocazione. Qualche settimana fa alcuni cittadini accolsero una manifestazione secessionista della Lega a Milano srotolando un tricolore: subito intervenne la Digos intimando loro di ritirarlo per non provocare i leghisti. Il mondo alla rovescia, visto che, fra la bandiera nazionale e i vessilli secessionisti, sono i secondi a essere illegali e non la prima. Però si può capire il gesto della Digos, per evitare inutili incidenti. Ora la domanda è: il dovere della polizia è evitare gli incidenti, o provocarli? Nel caso della Lega, li ha evitati. Nel caso del movimento No Tav, sembra volerli provocare. E non per colpa dei singoli poliziotti, che (eccetto quelli che aggiungono gratuitamente condotte violente, difficili da individuare e punire perché nascosti sotto i caschi) obbediscono agli ordini. Ma per colpa di chi dà gli ordini. Cioè della politica. La militarizzazione della Valsusa, a protezione di un cantiere che non esiste, dura da almeno dieci anni e accomuna centrodestra e centrosinistra. Governi politici di segno opposto, ma non sul Tav, che ha sempre messo tutti d’accordo (compresi i grandi costruttori e le coop rosse, già noti alle cronache giudiziarie). Ora però c’è un governo tecnico. Formato cioè, almeno sulla carta, da “esperti”. La domanda è semplice: con quali argomenti tecnici hanno deciso di continuare a finanziare quell’opera? Da anni si attende che qualche autorità spieghi ai valsusini e a tutti gli italiani perché mai imbarcarsi in un’opera da megalomani, concepita negli anni 80, quando ancora il modello di sviluppo si fondava su una gigantesca invidia del pene e inseguiva la grande muraglia e la piramide di Cheope. Oggi tutti i dati descrivono la Torino-Lione come una cattedrale nel deserto, inutile per il traffico merci e passeggeri, anzi dannosa per l’ambiente e le casse dello Stato. Il governo tecnico, con motivazioni tecniche, ha respinto l’assalto dei forchettoni olimpici di Roma 2020: operazione che sarebbe costata ai contribuenti almeno 5 miliardi. Il Tav, anche nell’ultima versione “low cost”, dovrebbe costarne 8: ma i preventivi, in Italia, sono sempre destinati a raddoppiare o triplicare (il Tav Torino-Milano è costato 73 milioni di euro a km, contro i 9,2 della Spagna e i 10,2 della Francia). Il gioco vale la candela, a fronte di un traffico merci e pesseggeri Italia-Francia in calo costante? Gli economisti de lavoce.info, l’appello di 360 docenti universitari e persino il Sole 24 Ore rispondono che no, l’opera non serve più a nulla. Sono tecnici anche loro, anche se non stanno al governo: tutti cialtroni? Se i tecnici di governo han qualcosa di serio da ribattere, lo facciano, dati alla mano: altrimenti i cialtroni sono loro. Rispondere, come l’ineffabile Passera, che “i lavori devono continuare” punto e basta, in omaggio al dogma dell’Immacolata Produzione, è roba da politicanti senz’argomenti. E, per come si sono messe le cose, è la peggiore delle provocazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

7 febbraio 2012

Il grande gelo del credito

Per le imprese italiane l’accesso al credito è sempre più selettivo e sempre più costoso. I dati pubblicati in questi giorni non lasciano dubbi: da quando è stata lanciata l’ampia indagine qualitativa sul mercato del credito nell’area dell’euro, cioè dal 2003, la situazione delle imprese italiane non è mai stata così difficile e soprattutto peggiore rispetto alla media degli altri paesi di Eurolandia. Neanche nei mesi bui del crac di Lehman gli indicatori avevano toccato livelli di pericolosità così elevati. Un dato per tutti: in Italia, la percentuale di coloro che a gennaio valutano le condizioni di offerta più restrittive supera di 87,5 quella di chi ha una visione opposta. In ottobre era pari a 50 e un anno fa a 25. In Europa, l’analoga percentuale è pari a 35. Coloro che valutano una situazione di restrizione sono in Italia più del doppio della media dell’area monetaria.

IL COSTO DEL CREDITO sta aumentando: i dati della Banca d’Italia dicono che tra marzo e dicembre il costo medio dei prestiti a breve termine alle imprese, è passato da 3,7 a 5 per cento con un aumento di livello di oltre un terzo. Ed è aumentato in modo ancora più vistoso il differenziale con il tasso praticato alla clientela migliore: un modo pudico per dire che la generalità dei clienti paga tassi ben superiori a quello medio. Il credit crunch è quindi ormai un dato di fatto. Non era difficile prevedere che anche le imprese sarebbero state trascinate nel gorgo della crisi che ha investito il debito sovrano e le banche. Come più volte messo in evidenza dal Fatto Quotidiano, quando gli spread sul debito pubblico arrivano a livelli così elevati e per un periodo di tempo prolungato come nel caso italiano, le banche raccolgono sul mercato meno fondi e a costi più cari. Anche perché fra i tanti miti spazzati via dalla crisi c’è anche quello del risparmio italiano abbondante come in pochi altri paesi: il reddito disponibile delle famiglie italiane continua a diminuire e il risparmio è ormai al di sotto di molti altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania.

E INFATTI nell’indagine citata l’87,5 per cento (un valore mai toccato) ritiene che la causa dell’attuale situazione sia da attribuire alla difficoltà della banca di finanziarsi sul mercato. L’analoga percentuale per l’intera area dell’euro è del 28 per cento. Dunque, le nostre banche stanno restringendo il credito alle imprese in modo molto più netto rispetto a quanto accade negli altri paesi e fanno molta più fatica a procurarsi i capitali necessari.    Eppure la Bce non è mai stata così generosa con le banche. A dicembre le operazioni straordinarie a tre anni decise da Mario Draghi hanno immesso liquidità in Europa per quasi 500 miliardi, di cui 116 sono andati alle banche italiane. Per fine febbraio è attesa un’offerta ancora più abbondante. Possibile che alle imprese non arrivi nemmeno una goccia? E invece è proprio così. Le banche italiane dipendono ormai dalla Bce per la loro attività corrente: l’attuale finanziamento della Banca centrale equivale al 10 per cento dei loro depositi totali, ma la destinazione non è nuovo credito alle imprese e alle famiglie e neppure nuovi acquisti di titoli di Stato, almeno in forma massiccia. Semplicemente, le banche stanno sostituendo passività a costo elevato come le obbligazioni collocate sul mercato con debiti verso la Bce al prezzo “politico” dell’1 per cento. In questo modo rimettono in piedi i loro conti un po’ traballanti e possono promettere ai loro azionisti (i cui nervi sono un po’ scossi, soprattutto dopo le recenti ricapitalizzazioni) una remunerazione accettabile. Infatti, i 116 miliardi di dicembre rappresentano il 61 per cento delle obbligazioni in scadenza nei prossimi 24 mesi. Dunque, per il credito al settore produttivo, si è pregati di ripassare quando le banche avranno adeguatamente rimpinguato i loro conti. Il disegno perseguito dalla Bce di Mario Draghi è realista al limite del cinismo: poiché l’Europa non è in grado di dare una risposta organica alla crisi europea e asseconda la fobia tedesca per soluzioni più drastiche, utilizziamo l’arma indiretta dei finanziamenti a pioggia della Bce per salvare almeno le banche. Questo dovrebbe portare a poco a poco il sereno sui mercati e alla fine la crisi sarà superata. Il problema è che questo processo è lento, tanto che siamo costretti a salutare come un successo il ritorno dello spread sotto quota 400. C’è un forte rischio che il peggioramento dell’economia reale sia più veloce del miglioramento dei conti dello Stato e delle banche e che dunque la strategia dei due tempi della Bce (condivisa da tutti i governi europei) non abbia successo.

PER PROTEGGERSI da questo rischio non si sta facendo abbastanza. Anche le misure di liberalizzazione del governo Monti possono dare un contributo nel medio periodo, ma non risolvere il problema immediato di un’attività produttiva sempre più stagnante e che rischia di non avere finanziamenti adeguati. Nei limiti purtroppo stretti della finanza pubblica, occorre utilizzare tutti i canali possibili di sostegno all’attività produttiva ed evitare di sprecare tempo prezioso su temi (l’art. 18, tanto per fare un esempio ) che non sono certo le cause fondamentali della mancata crescita economica italiana e della distanza che sempre più ci separa dagli altri grandi paesi europei.

di Marco Onado, IFQ

Elsa Fornero e Mario Monti (FOTO LAPRESSE)

11 gennaio 2012

Dimissioni tecniche “Non doveva restare”

Carlo Malinconico inaugura il filone delle dimissioni con stile e sobrietà. Un altro successo inedito del governo tecnico del professore Mario Monti. In realtà, il sottosegretario all’Editoria ha provato a resistere (sempre con stile e sobrietà, ovviamente), ma è stato il premier a suggerirgli “l’opportunità e la responsabilità” di questo gesto, dopo lo scandalo delle vacanze all’Argentario pagate dalla cricca di Anemone e Balducci.

LA SVOLTA ieri prima di mezzogiorno, preparata nella notte, come già nel caso di Claudio Scajola (altra “vittima” politica della cricca). Lunedì sera, infatti, le luci a Palazzo Chigi sono rimaste accese fino a tardi. In un primo momento, dallo staff di Monti, si negava l’ipotesi delle dimissioni di fronte alla debole difesa di Malinconico affidata all’Ansa dopo lunghe ore di silenzio (non solo sue ma dell’intera politica). Ma ieri mattina, con la lettura dei quotidiani, ormai svegliatisi dal letargo-embargo di due giorni sulla notizia (da Malinconico dipende gran parte dell’editoria finanziata dallo Stato), il Professore ha capito che non c’era più nulla da fare. La resistenza del sottosegretario (modello Scajola, per la serie “il conto è stato pagato a mia insaputa”) non poteva reggere più. Di qui l’incontro risolutore. A Monti, Malinconico ha riassunto in sintesi la sua versione: “In quel tempo ero amico di Balducci, che certo non era considerato un delinquente. Lui aveva una casa all’Argentario e gli manifestai il desiderio di fare le vacanze lì. Balducci mi rispose che ci avrebbe pensato lui. Non ho mai saputo nulla di Piscicelli”. Un errore però ammette di averlo fatto: “Due anni fa quando c’è stata l’inchiesta avrei dovuto subito tirarmene fuori pagando allora il conto e non adesso. Oggi ne pago le conseguenze. Caro presidente, il mio incarico è a disposizione, se vuoi mi dimetto”.    Monti non se l’è fatto ripetere due volte e ha accettato, disinnescando una mina pericolosa sul cammino del governo tecnico e sobrio che chiede sacrifici agli italiani. Ecco perché ha mostrato il suo “apprezzamento per il senso di responsabilità” del sottosegretario. Malinconico ha però negato pressioni di Monti: “Mi auguro che questo mio gesto del tutto spontaneo rassereni il clima generale e contribuisca al proficuo proseguimento dell’impegnativa azione di governo”. La colpa, come ai tempi del berlusconismo di governo, è dei giornali: “Mi sono recato dal presidente del Consiglio per un incontro da me sollecitato nei giorni scorsi per rassegnare le dimissioni di fronte al crescente attacco mediatico che mi ha coinvolto, mio malgrado. È stata una decisione sofferta ma convinta che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede”.

QUALCHE ORA più tardi, in Transatlantico, si è anche sparsa la voce di un altro tecnico dimissionario: il ministro Patroni Griffi, per la casa al Colosseo acquistata dall’Inps a prezzi stracciati. Un’indiscrezione circolata con insistenza, ma che non trova riscontro negli ambienti dell’esecutivo e che appare per il momento un wishful thinking dei partiti.

LA POLITICA, però, ha assistito alla vicenda Malinconico con un sonnolento distacco, presa perlopiù dalla doppia partita che si giocherà domani: il voto per l’arresto di Cosentino nel-l’aula di Montecitorio e la sentenza della Consulta sul referendum per la legge elettorale. Del resto basta scorrere l’elenco delle reazioni, poche decine in confronto alle centinaia del passato in casi analoghi. E nessuna sete di vendetta, tipo “i tecnici non sono diversi da noi”. Anzi, soprattutto da centro e da sinistra, leggi Udc e Pd, c’è riconoscimento per la “diversità”del gesto rispetto all’era del Cavaliere e del centrodestra. Dice Francesco Boccia del Pd: “La velocità con cui tutto si è risolto conferma che se anche in passato avessero fatto così oggi vivremmo in un Paese diverso”. Per Cesa, segret ario Udc (partito zeppo di inquisiti), Malinconico è stato “un galantuomo” e comunque basta con “la cultura del sospetto”. Dai falchi del Pdl, invece, la solita solfa: per Donato Bruno “il caso Malinconico è stato montato dai giornali”.    Dall’opposizione toni più realistici: secondo Di Pietro le dimissioni sono “arrivate in ritardo”. Per la successione al dipartimento dell’editoria le opzioni sono due: assegnare la delega a Paolo Peluffo, sottosegretario alla comunicazione (che non ha mai gradito il “condominio” con Malinconico) oppure un interim di Monti. I tempi, in ogni caso, non sarebbero brevi.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

11 gennaio 2012

I malincomici

Ora che quel comico di Malinconico se n’è andato e soli ci ha lasciati, resta una domanda: ma come aveva fatto a diventare sottosegretario alla Presidenza del Consiglio? Chi ce l’ha portato: la cicogna? O l’han trovato sotto un cavolo? I particolari decisivi dello scandalo che l’ha costretto alle dimissioni li ha scovati negli ultimi giorni il nostro Marco Lillo. Ma che il suo nome emergesse dalle intercettazioni della cricca per le ferie a scrocco era emerso due anni fa nell’ordinanza degli arresti disposti dai giudici di Firenze. Tant’è che il 30 novembre, giorno della sua nomina, nel pezzo dedicato ai nuovi sottosegretari (“Giù il cappuccio”), l’avevamo subito notato: “Nessun conflitto d’interessi… per Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg (imparentato con la contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare e il marchese Giovanmaria Catalan Belmonte): lui era solo il presidente della Federazione Editori e ora dovrà vigilare sugli editori come sottosegretario all’Editoria, così almeno avrà da fare e non andrà più in ferie all’Argentario a spese di Anemone…”. Se il premier Monti e il presidente Napolitano leggessero anche i giornali che ogni tanto li criticano, non solo quelli che ogni giorno li incensano, ne avrebbero avuto abbastanza per ritirare l’uno l’incauta nomina e l’altro l’incauta firma. Poi avrebbero dovuto convocare chi aveva segnalato Malinconico per una bella lavata di capo: ma come ti sei permesso di metterci in casa un tipo tanto imbarazzante? Ci vuoi rovinare appena partiti? Ecco, la questione è proprio questa. Nei governi normali, i ministri li segnalano i partiti. Ma questo è un governo “strano”. E allora chi segnalò Malinconico a Monti? Nelle stratificazioni della storia e della casta che compongono il governo dei tecnici & sobri, c’è sicuramente un girone montiano: quello degli economisti e dei professori. Poi c’è il girone di Passera, che si è nominato da solo: gli è bastato far sapere di essere disponibile, una di quelle disponibilità che in certi ambienti non si possono rifiutare. Si è scelto il ministero extralarge, vi ha aggiunto qualche delega e si è pure portato dietro il suo vice a Intesa, Mario Ciaccia, e la presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, Elsa Fornero. Con tanti saluti ai conflitti d’interessi. Poi c’è il girone dei politici travestiti da tecnici, come Polillo, D’Andrea, Riccardi (e c’è mancato un pelo che entrassero pure Giuliano Amato e Gianni Letta). Infine il girone dei senza famiglia, dei figli di NN, quelli che i giornali chiamano “grand commis dello Stato”, ovviamente “bipartisan”: funzionari e magistrati amministrativi, consiglieri di Stato, collezionisti di incarichi statali e parastatali, arbitrati e consulenze, avvitati alle poltrone dei ministeri dove i ministri passano, ma quelli restano. Sono una specie di massoneria anche quando non sono massoni. C’è il multiforme Catricalà, ma anche qua. C’è Patroni Griffi, di cui i lettori del Fatto sanno vita e miracoli, specie immobiliari. E c’è (anzi c’era) Malinconico, giunto a Palazzo Chigi nel 1996 con Prodi, poi trasvolato dalle parti di Gianni Letta, che per questi soggetti ha un fiuto da rabdomante e non se ne perde uno (risucchia sempre il peggio, come le cozze); infine nominato presidente degli editori con la benedizione di Montezemolo. Sinistra, destra, terzo polo. Che si vuole di più? Monti ha frequentato la Bocconi, la Fiat, le banche internazionali e i piani alti d’Europa. Ma non ha mai navigato nel sottobosco romano, dove allignano questi funghi. Infatti si dice che a segnalargli Malinconico fu Letta. Un uomo, una garanzia. Basta conoscerne i precedenti (segnalò pure Bertolaso, Bisignani, Guarguaglini, per non parlare di B.) per rispondere: “Grazie Gianni, preferisco sbagliare da solo”. O per digitare su google le parole chiave “carlo” e “malinconico”: sarebbero subito apparse quelle vacanze all’Argentario a spese della cricca. Invece a Roma, quando parla Letta, tutti congiungono le mani in segno di raccoglimento, piegandosi in un lieve inchino. Ed è lì, in quel preciso momento, che arriva il cetriolo.

di Marco Travaglio, IFQ

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