Tutte le riforme dei tecnici che però non sanno attuarle

Operai Irisbus e politici in catene sotto al Quirinale

Le leggi finanziarie della Prima Repubblica in confronto erano un modello di chiarezza ed efficienza. Le celebrate riforme del governo Monti si rivelano essere tutto fuorché un esercizio di sobrietà. Verbose, misteriose, incomprensibili nel loro latino-rum, in definitiva vane come gride manzoniane.

L’analisi del Sole 24 Ore è impietosa. Il complesso della decretazione d’urgenza prodotta dal governo dei tecnici (Salva Italia, Cresci Italia, Semplificazione, Spending Review, riforma del lavoro e via dicendo) prescrive la produzione di 420 decreti attuativi. Ne sono stati fatti finora 40. Ne mancano 380. Le severe riforme finora sono scritte sull’acqua.    STAREBBE FRESCO chi si aspettasse da questi strumenti normativi quella frustata da tutti invocata per la stagnante economia nazionale. Da una parte si dichiara che la voglia di fare delle imprese è frenata dall’eccesso di norme e burocrazia. Dall’altra si inonda la società civile con tonnellate di nuove norme. E a farla da padrone è, più che mai, la burocrazia. Ampiamente rappresentata nella compagine governativa, dove solo due ministri non sono funzionari pubblici, la falange dei dirigenti statali fa il bello e cattivo tempo, infilando nei decreti le misure più stravaganti.    Il decreto per la semplificazione e lo sviluppo del 9 febbraio scorso argomenta la propria necessità con l’urgenza di “assicurare, nell’attuale eccezionale situazione di crisi internazionale, una riduzione degli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese e la crescita”. In nome della crescita, dunque, al capo II, intitolato “semplificazioni per i cittadini”, c’è un articolo 4 che al comma 5 assegna un finanziamento di 6 milioni alla partecipazione italiana alle Paralimpiadi di Londra. Misura lodevole, finalizzata a semplificare la vita del Comitato italiano paralimpico.

MA QUANDO MAI un imprenditore potrà sapere che cosa c’è davvero dentro un decreto che per semplificargli la vita impiega 150 mila caratteri? Perché poi non basta leggersi i 150 mila caratteri, come potrebbe pensare una mente semplificata. Essi non significano niente se non si ha piena contezza della legge di conversione: è lunga circa 200 mila caratteri, e non contiene il testo del decreto come modificato dal Parlamento, ma solo le modifiche. Volete sapere che dice l’articolo 12, che prevede la “semplificazione procedimentale per l’esercizio di attività economiche”? Prendete il testo nel decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, e intarsiatelo con le modifiche scritte nell’allegato alla legge di conversione 4 aprile 2012, n. 35. Un paio d’ore dovrebbero bastarvi.

IL DECRETO sulla Spending Review, con cui il severo commissario Enrico Bondi doveva sfoltire la giungla degli sprechi, è un tomo di 516 mila caratteri, tra testo originario e legge di conversione con modifiche. L’articolo 1 dice: “I    di Salvatore Cannavò    Volevano l’attenzione di Giorgio Napolitano, un segnale qualsiasi, anche solo l’impegno a un incontro un po’ più in là nel tempo. E così si sono incatenati davanti al palazzo della Presidenza della Repubblica. Gli agenti di polizia sono intervenuti quasi subito, hanno tagliato le catene e li hanno fercontratti stipulati in violazione dell’articolo 26, comma 3 della legge 23 dicembre 1999, n. 488 (…) sono nulli, costituiscono illecito disciplinare e sono causa di responsabilità amministrativa”. Quell’articolo della Finanziaria per il 2000, prodotta dal governo guidato da Giuliano Amato, dicemati . Sono gli operai dell’Irisbus, circa una trentina, organizzati in Resistenza operaia e accompagnati per l’occasione dal sindaco di San Sossio Baronia, Francesco Garofalo, il vice-sindaco di Flumeri, sede della fabbrica, Giuseppe Meninno e un assessore di Castel Baronia, Michele Capobianco comuni dell’avellinese. L’Irisbus è la fabbrica del gruppo Iveco che la va come andavano fatti i contratti di fornitura alle pubbliche amministrazioni. Ma il sottile giurista socialista, oggi chiamato dal governo Monti a fare la spending review ai partiti, si era dimenticato di dire che cosa sarebbe accaduto a chi non rispettava la legge, che quindi non era una legge ma solo un severo monito. Naturalmente il diktat di Bondi non può essere retroattivo, e quindi equivale a una liberatoria per chi ha fatto il furbo nei 13 anni precedenti.

LE CENTINAIAdi decreti attuativi sono l’acqua in cui è dolcissimo, per il dirigente ministeriale, naufragare. Sono talmente tanti da concedere di fatto a ministri e burocrati la più ampia discrezionalità su cosa attuare e cosa dimenticare. Esempio: il decreto Cresci Italia prevedeva che finalmente la Chiesa avrebbe pagato l’Imu sugli immobili non destinati al culto. Ancora non c’è il decreto attuativo. E la super anagrafe dei conti correnti bancari che doveva aiutare la lotta all’vasione fiscale? Si attenda un parere dell’Autorità per la Privacy. E i decreti attuativi della semplificazione? Prima devono essere formulate le linee guida.

Però, quando vogliono, corrono. Il decreto attuativo per i cosiddetti project bond è arrivato alla velocità della luce. Serve a chi costruisce grandi opere di cemento per indebitarsi più facilmente procurandosi una bella garanzia di qualche ente o società statale, come la Cassa Depositi e Prestiti o la Sace. Se le cose vanno male, paga Pantalone. È il provvedimento che apre la strada a miliardi di nuovo debito pubblico. Sobriamente il ministro dell’Economia Vittorio Grilli e il vice ministro per le Infrastrutture, Mario Ciaccia, si sono precipitati a firmarlo, sfidando la calura del 7 di agosto.

di Giorgio Meletti, IFQ

Il commissario per la spesa pubblica, Enrico Bondi    LaPresse

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