Archive for maggio, 2008

30 maggio 2008

Riso fantasma, maiali principi e torte di fango: la fame ad Haiti non è leggenda

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Perché un Paese che riusciva a coprire il proprio fabbisogno alimentare sta morendo di fame? 


Trent’anni fa Haiti coltivava tutto il riso di cui aveva bisogno, cosa è accaduto? I disordini dovuti all’assurdo aumento del costo dei generi alimentari sono costati la vita a 6 persone. Ci sono stati disordini anche in altri Paesi, come in Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Guinea, Mauritania, Messico, Marocco, Senegal, Uzbekistan, Yemen e altri. The Economist, che ha definito la crisi “il silenzioso tsunami” riporta che lo scorso anno il prezzo della farina è aumentato del 77% ed il riso del 16%, ma da gennaio il riso è aumentato del 141%. Hermite Joseph, madre di due bambini che lavora nel mercato di Port-au-Prince, dichiara: prima, con un dollaro e 25 centesimi potevi acquistare della verdura, riso, 10 centesimi di carbone, ed un po’ d’olio per cucinare. Adesso una piccola latta di riso costa da sola 65 centesimi e non è affatto del buon riso. L’olio costa 25 centesimi, il carbone 25 centesimi. Con un dollaro e 25 cents non riesci nemmeno più a preparare un piatto di riso per un bambino!


Haiti: cronache di una morte annunciata
Alma Giraudo per Selvas.org

Ecco un dossier che dimostra la responsabilità dell’Unione Europea nella destabilizzazione di Haiti negli anni, nei mesi e nei giorni che hanno preceduto e seguito il colpo di stato del 29 febbraio 2004.
(Anche in PDF)


Haití: crónicas de una muerte anunciada
Alma Giraudo por Selvas.org
Un informe que demuestra la responsabilidad de la Unión Europea en la desestabilización de Haití durante los años, meses y días anteriores y posteriores al golpe de Estado del 29 de febrero de 2004.

(Tambien en PDF)


La responsabilité
de l’Union Européenne
dans la déstabilisation d’Haïti
pendant les années, les mois et les jours qui ont précédé et suivi le coup d’État du 29 février 2004
(.DOC Download)


La chiesa di St. Claire, serve 1.000 pasti gratuiti al giorno, quasi tutti a bambini affamati. I bambini di Cité Soleil camminano per 8 chilometri per raggiungere la chiesa e ricevere un pasto. Il costo di riso, fagioli, verdura, carne, olio da cucina, propano per le stufe sono aumentati drammaticamente e le porzioni di cibo sono di conseguenza più piccole, ma la fame cresce e sempre più bambini raggiungono la chiesa per un pasto gratuito. Gli adulti usavano attendere che i bimbi si fossero sfamati per cibarsi a loro volta di ciò che restava, ma ora non resta più nulla. Nel 1986, dopo l’espulsione del dittatore Jean Claude Duvalier (Baby Doc) il Fondo Monetario Internazionale ha concesso un prestito di 24,6 milioni di dollari, dei quali il Paese aveva disperato bisogno dopo che il dittatore aveva depredato i fondi che, in parte, si trovano ancora in una banca svizzera, senza che Haiti riesca a farseli restituire. Per concedere il prestito l’FMI ha preteso la riduzione delle tariffe d’importazione del riso e di altri prodotti agricoli, aprendo il mercato alla concorrenza di altri Paesi.

Il dott. Paul Farmer, medico che ha vissuto molti anni nelle zone rurali, era ad Haiti quando è successo “In meno di due anni è diventato impossibile per gli agricoltori haitiani competere con quello che chiamano il “riso di Miami” L’intero mercato del riso locale ha ceduto al riso a basso costo, sostenuto da lauti sussidi, proveniente dagli USA. Ci furono violente proteste, una “guerra del riso” ed alcuni agricoltori persero la vita. “Il riso americano ha invaso il Paese” ricorda Charles Suffrard, un agricoltore durante un’intervista al Washington Post nel 2000. “Dal 1987 al 1988 arrivò così tanto riso che molti smisero di lavorare la terra” La gente dalle campagne, perso il lavoro, si trasferì in città. Ma ancora, la comunità internazionale degli affari non era soddisfatta.

Nel 1994, quale condizione per “ripristinare la democrazia” (essenzialmente per porre fine agli sbarchi di migliaia di disperati sulle coste della Florida, che fuggivano le violenze della dittatura militare di Cedras)e ricondurre nel Paese il Presidente legittimo Jean-Bertrand Aristide , che gli stessi USA avevano rovesciato 3 anni prima con un violento colpo di stato, Stati Uniti, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, imposero una ancora maggiore apertura del mercato. Le tariffe doganali sull’importazione del riso scesero al 3%. Ma quale ragione poteva indurre gli Stati Uniti a distruggere il mercato interno del Paese più povero del continente americano, dove più di metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno? Ebbene Haiti è diventato uno dei maggiori importatori di riso dagli USA: il Dipartimento dell’agricoltura indica Haiti come il terzo maggiore importatore, per 240.000 tonnellate di riso all’anno.

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Queste foto sono tratte dal blog/diario della dottoressa Maria Caroll

I coltivatori di riso degli Stati Uniti ricevono forti sussidi: fra il 1995 ed il 2006 i sussidi concessi hanno raggiunto gli 11 miliardi di dollari. Un solo produttore, la Riceland Foods Inc. di Stuttgart Arkansas, ha ricevuto in sussidi 500 milioni di dollari fra il 1995 ed il 2006. Il riso è uno dei prodotti che viene maggiormente sovvenzionato negli USA, con tre differenti tipi di sussidi. Le sovvenzioni programmate per i prossimi anni, almeno fino al 2015, ammontano a 700 milioni di dollari per anno. Il risultato? Decine di milioni di coltivatori di riso nei Paesi poveri non riescono più a mantenere le proprie famiglie a causa del bassissimo e volatile prezzo dovuto alla politica interventistica dei Paesi più ricchi. In più, negli USA le barriere doganali sul riso raggiungono anche il 24%, lo stesso tipo di protezione che Stati Uniti e FMI hanno preteso venisse eliminata dai governi di Haiti.

Ma non sono solo i produttori di riso ad essere stati colpiti.
Paul Farmer ha visto succedere la stessa cosa ai produttori di zucchero di canna. Una volta Haiti era il maggior esportatore di zucchero ed altri prodotti tropicali in Europa. Adesso sta importando persino lo zucchero dalle compagnie che lo producono nella Repubblica Dominicana, controllate dagli USA, e dalla Florida. “E’ stato terribile vedere gli agricoltori Haitiani espulsi dal loro lavoro. Tutto questo è stato l’inizio di quella spirale che ha portato alle proteste per fame di questi giorni”

Illuminante per capire parte dela storia recente di Haiti è l’esempio riportato dallo stesso Jean-Bertrand Aristide, Anno 2000, nel su trattato "Eyes of the Heart: Seeking a Path for the Poor in the Age of Globalization".

La storia della eradicazione della popolazione dei maiali creoli haitiani negli anni 80 è una classica parabola della globalizzazione. I piccoli, neri maiali creoli erano il cuore dell’economia contadina. Una varietà estremamente sana, ben adattata al clima di Haiti, mangiavano i prodotti di scarto e potevano vivere tre giorni senza mangiare. Tra l’80 e l’85% delle famiglie rurali allevavano maiali: essi avevano un ruolo chiave per mantenere la fertilità del suolo e costituivano un “banca primaria” per la popolazione contadina. Tradizionalmente un maiale veniva venduto per far fronte alle emergenze ed in particolari occasioni (funerali, matrimoni, battesimi, malattie e, in casi critici, per pagare la scuola ed i libri quando le scuole aprivano ogni anno ad ottobre)

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Nel 1982, le agenzie internazionali convinsero i contadini che il loro maiali erano ammalati e dovevano essere uccisi (così la malattia non si sarebbe diffusa nei Paesi al Nord). Furono fatte promesse che tali maiali sarebbero stati sostituiti con una razza migliore. Con una efficienza mai vista prima in un programma di sviluppo, tutti i maiali creoli furono uccisi, nell’arco di 13 mesi. Due anni dopo i migliori maiali arrivarono dall’Iowa. Erano così migliori che richiedevano acqua pulita da bere (indisponibile all’80% della popolazione haitiana), cibo di importazione (costo 90 dollari all’anno, quando le entrate pro capita erano di 130 dollari) e speciali ricoveri. I contadini Haitiani li soprannominarono “principi a 4 zampe”. Aggiungendo insulto al danno, la carne non era buona. Inutile a dirsi, il programma di ripopolazione fu un completo fallimento. Un osservatore del processo stimò che, in termini monetari, i contadini Haitiani persero 600 milioni di dollari. Ci fu una diminuzione del 30% delle iscrizioni nelle scuole rurali, un drammatico declino di consumo di proteine in queste aree, una devastante

:: HAITI ::
Torte di fango


Due servizi, uno del 2006 e uno dell’AP del 2008, documentano come le famiglie povere di Cité Soleil
abbiano iniziato a placare i morsi della fame
cuocendo focacce a base di sale, oli vegetali e… fango.


Haitian Mud Pies
:
In Cite Soleil, people make and eat mud pies. It’s not out of hunger, but because ‘sometimes, you just crave


Haiti’s Poor Forced to Eat Dirt As Food

Associated Press • Jan. 29, 2008. 02:38 PM EST
decapitalizzazione dell’economia contadina ed un incalcolabile impatto negativo sul suolo e sulla produzione agricola. Ad oggi i contadini haitiani non si sono ripresi. La maggior parte dell’Haiti rurale è ancora isolata dal mercato globale, così per molti contadini lo sterminio dei maiali creoli è stata la loro prima esperienza di globalizzazione. L’esperienza resta nella memoria collettiva. Oggi, quando ai contadini viene detto che riforma economica e privatizzazione porterà loro benefici, sono comprensibilmente diffidenti. Le aziende di stato sono malate, ci dicono, e devono essere privatizzate. I contadini scuotono la testa e ricordano i maiali creoli.”

L’influenza europea
Ma anche la nostra solidale Europa non rinuncia a fare la sua parte: i Paesi Caraibici sono stati costretti a sottoscrivere i nuovi “accordi di partenariato economico” (EPA o APE, come si vogliano definire), che sostituiscono il non perfetto, ma ancora accettabile “accordo di Cotonou”, e prevedono la totale apertura dei loro mercati alle nostre merci, senza che cessino i sussidi ai nostri prodotti agricoli. Nel sito della delegazione UE ad Haiti vengono presentati come una “grande opportunità” per gli Haitiani. Probabilmente lo sono per quella ristrettissima élite che ha continuato ad arricchirsi durante questi 4 anni che hanno seguito il colpo di stato contro Jean-Bertrand Aristide, ma non per l’80% della popolazione che ne sarà fortemente danneggiata. Con quale ricatto siamo riusciti a far sottoscrivere gli EPA è facilmente immaginabile: la presenza UE ad Haiti si è sempre più rafforzata in questi ultimi anni, addirittura nel periodo 2004-2006 (gli anni della dittatura di Latortue) siamo stati il “maggior Paese donatore”, superati ora dagli Stati Uniti.

Scrive Michel Chossudovsky: “Con ampi settori della popolazione mondiale già al di sotto della soglia di povertà, il brusco aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è devastante. Milioni di persone nel mondo non sono in grado di acquistare il cibo per la propria sopravvivenza. Questo sta contribuendo nella realtà ad eliminare i poveri tramite morte per fame. “ Controlla il petrolio e controlli le nazioni, controlla il cibo e controlli le popolazioni”: parole pronunciate da Henry Kissinger. A questo riguardo Kissinger aveva dichiarato nel 1974, nel contesto dello “Studio della sicurezza nazionale: implicazioni della crescita della popolazione mondiale per la sicurezza degli Stati Uniti ed i loro interessi d’oltremare” che “la fame può costituire uno strumento “di fatto” per il controllo della popolazione” (inteso come controllo dell’aumento della popolazione N.d.A.)


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La fame nell’era della globalizzazione è una scelta politica.
La fame non è la conseguenza di scarsità di cibo ma l’opposto: il surplus alimentare è usato per destabilizzare la produzione agricola nei Paesi in via di Sviluppo”. (Michel Chossudovsky “La fame Globale” – Globalresearch, 2 maggio 2008) Testimonia, sulla situazione in Haiti, il giornalista Kevin Pina, che ha vissuto per anni a fianco dei più poveri la violenza del golpe del 2004, la feroce repressione che ne è seguita, la brutalità, le minacce, gli insulti dei soldati dell’ONU, il carcere: “Le agenzie non governative invitate a provvedere agli aiuti da parte delle Nazioni Unite segnano il passo, nonostante le statistiche indichino che ricevono il 45% degli aiuti stranieri, ma il 15% ritorna ai rispettivi Paesi donatori, mentre il salario medio del capo di una ONG in Haiti ammonta a 60,000 dollari annui, da comparare a quello di un cittadino medio haitiano che guadagna persino meno di 250 dollari annui. Nulla di meglio poi che dare il giusto esempio alla popolazione forzata a cibarsi di immondizia, che recarsi in ufficio in un SUV con aria condizionata. La verità è che mentre i poveri soffrono durante l’attuale esercizio di “nation building” da parte dell’ONU, che li forza a mangiare fango, i ricchi di Haiti sono sempre più ricchi, chiedete alle famiglie Bigio, Mev, Brandt se hanno abbastanza di cui cibarsi: avevano già uno standard di vita incredibilmente alto secondo gli standard haitiani, ed è di gran lunga aumentato dal rovesciamento di Aristide, nel 2004. Tutto questo è stato imposto dalle Nazioni Unite che hanno servito come mandatari dell’amministrazione Bush, secondo la quale lavorare con il settore privato è l’unica strada per aiutare i poveri ad Haiti. Esperti dello sviluppo delle Nazioni Unite ci chiedono di credere che creare maggiori opportunità di affari per le famiglie agiate porterà ad una dimostrabile ricaduta positiva sui poveri. E’ la nuova agenda neo-liberale che incorpora la vecchia teoria reaganiana. Un nuovo nome potrebbe essere più approppriato, nel contesto haitiano: l’economia delle focacce al fango. tah4

E’ sempre più ovvio che questo approccio non funziona e ciò di cui Haiti abbisogna è un’economia che metta in discussione la disparità fra chi ha e chi non ha. Le famiglie citate hanno dimostrato, nell’arco degli anni, di non essere dei partners credibili per la maggioranza povera di Haiti. Sono infatti predatori monopolisti che controllano il mercato, non capitalisti in un libero mercato. Nessun investimento da parte della comunità internazionale o beneficienza altererà i fatti. Questo è il reale messaggio dietro la ricetta di focaccine al fango che i poveri sono costretti a mangiare a Cité Soleil oggi. Tutto oggi ad Haiti è in supporto degli affari del settore privato mentre il resto della popolazione è abbandonato alla “carità”. E’ ciò che Bush, l’ONU ed i quadri di esperti in economia lasciano ad Haiti. E’ chiaramente favorito chi ha un capitale da investire mentre per gli altri aumenta la dipendenza dalla “generosità” degli stranieri. E’ abbastanza chiaro che fino a quando il monopolio dell’economia sarà nelle mani di poche famiglie ci possiamo aspettare di sentire parlare sempre più spesso di focacce di fango nel futuro. Non lo ripeterò mai a sufficienza: l’ultimo presidente ad avere avuto il coraggio di sollevare la questione rimane in esilio. Aristide fu rovesciato nel 2004 ed il suo movimento, che aveva dato ai poveri il senso di poter controllare il proprio destino, selvaggiamente calpestato.”

Adesso Haiti sta ricevendo aiuti di emergenza da Venezuela (350 tonnellate di cibo), Stati Uniti, Brasile: altro cibo arriva dalle Nazioni Unite, ma durerà poco e si tratta sempre e comunque di “beneficienza”, fondamentale nell’immediato, ma che non risolve i problemi di povertà e fame. Ad aumentare la confusione, il 12 aprile, il Primo Ministro, Jacques-Edouard Alexis è stato costretto alle dimissioni da un voto di sfiducia di un gruppo di senatori di destra guidati da Youri Latortue, il corrotto nipote del dittatore Gerard Latortue, che era riuscito a farsi eleggere senatore. Il Presidente René Preval ha indicato come successore di Alexis Ericq Pierre, noto per le sue convinzioni neo-liberiste e rappresentante haitiano alla Banca Interamericana dello Sviluppo, gradito alla “comunità internazionale”. Préval, nella sua scelta, oltre a consultarsi con i partiti, come normale, ha dovuto consultare anche la “comunità internazionale” subendo le pressioni di vari funzionari stranieri fra i quali Alain Joyandel, Segretario di Stato Francese per la Cooperazione e la Francofonia, Jose Miguel Insulza, Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani e Miguel Angel Moratinos, Ministro Spagnolo per gli Affari Esteri e la Cooperazione.

Dimostrazione questa di quanto Haiti sia, dal 29 febbraio 2004, data del golpe, un Paese a sovranità molto limitata


Analisi e testimonianze tratte da:

Bill Quigley: USA Role in Haiti Hunger Riots
Jean-Bertrand Aristide: Eyes of the Heart
Michel Chossudovsky: Global Famine
Kevin Pina: Mud Cookie economics in Haiti
Agence Haitienne de Presse


Alma Giraudo mantiene vive le cronache "invisibili" da Haiti tramite le pagine del sito da lei coordinato www.aristide-haiti.it

 
Tratto da www.selvas.org/
  

29 maggio 2008

Etica e progresso

…Dio è morto. E’ bene che i giovani facciano i conti con i pensieri pericolosi… (F. Nietzsche)

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L’Occidente è dominato da una concezione progressiva del sapere. La scienza è l’esempio più formidabile di questa immagine della conoscenza concepita come la conquista di traguardi sempre nuovi e la dissoluzione di quelli precedenti. Ciò che caratterizza questa concezione del sapere non è il fatto di avere certe credenze sul mondo, ma la possibilità di correggerle in modo non arbitrario. Così è stato, ad esempio, quando la Teoria della Relatività di Einstein ha soppiantato la Teoria di Newton. Ma questa idea di progresso pone una sfida fondamentale all’etica. Le nostre credenze morali infatti difficilmente riescono a resistere al punto di vista scientifico. Nella prospettiva del progresso della scienza e della tecnica i valori e gli impegni morali rappresentano legami spesso irrazionali. L’etica si misura nella lealtà verso un insegnamento o verso un principio, legami di fiducia e di coerenza che possono non trovare giustificazione agli occhi di un estraneo, ma che costituiscono l’identità di una persona. Possiamo tenere saldo il valore di questa identità senza rinunciare all’idea del progresso? Scienza e tecnica hanno un posto centrale nelle nostre vite. Ma l’immagine di un mondo svuotato di valori è ancora troppo temibile per rappresentare una soluzione attraente del conflitto.

STUDENTESSA: Considerando che i pochi paesi industrializzati ricorrono al depauperamento dei paesi in via di sviluppo o sottosviluppati per promuovere il proprio progresso – ad esempio sfruttando il lavoro dei bambini asiatici o trattando alcuni paesi alla stregua di discariche -, Lei non crede che questo stesso progresso assuma una valenza ambigua?SEVERINO: In tali casi ci troviamo di fronte ad una tecnica amministrata in modo ideologico, ossia ad una forma di capitalismo "ingordo": se questo è il progresso, certamente non si tratta un tipo di sviluppo auspicabile. Dobbiamo costantemente guardarci da quegli atteggiamenti che si augurano un certo sviluppo della realtà: giacché gli intellettuali e i politici non possono credere di essere capaci di modificare lo stato delle cose, si tratta di vedere il senso autentico del progredire, ossia di una tecnica che non sia limitata e condizionata da alcune forme ideologiche che se ne servano ai propri scopi. Sono d’accordo con Lei nel respingere una situazione che non solo non è contemplata nelle nostre speranze, ma non è neppure destinata ad accadere. Il bieco sfruttamento dell’umanità da parte della tecnologia dei paesi sviluppati non è nell’ordine dell’accadibile. STUDENTESSA: L’uomo odierno è sempre più impegnato a modificare il presente: ma qual è la sua prospettiva per il futuro? Tale prospettiva esiste ancora? Lei crede che l’umanità sia consapevole del fatto che certe acquisizioni dell’attuale progresso un domani potrebbero rivalersi su di lei?  SEVERINO: E’ arrivato il momento di chiarire che cosa si intende per progresso. Nella storia dell’Occidente il termine "progresso" indica un aumento indefinito della potenza dell’uomo. A che scopo ideare una trasmissione sul rapporto tra etica e progresso? Perché l’aumento di tale potenza appare squilibrato rispetto alle esigenze che l’uomo possiede indipendentemente dalla potenza che riesce a raggiungere. Se siamo d’accordo sulla definizione di progresso come aumento della potenza, allora è opportuno ridimensionare un’altra immagine della potenza in relazione al progresso tecnico. Questa immagine ci era suggerita dalla scheda, in cui veniva mostrato un robot che dapprincipio sembra riscuotere le simpatie dei presenti e che in seguito diventa minaccioso. In tal caso si allude all’aspetto più riduttivo della tecnica – ovvero al suo coincidere con la potenza -, il quale emerge dalla interpretazione scientistico-tecnicistica della stessa. Non è detto che il modo in cui gli uomini della tecnica interpretano quest’ultima sia il più adeguato. La tecnica è qualche cosa di enormemente più profondo, intelligente e adatto all’uomo, di quanto non possa apparire nel film 2001: Odissea nello spazio, che obbedisce ad una logica ben determinata. Anche per la tecnica dobbiamo pensare ad un aumento indefinito della potenza, ossia ad una sorta di trascendenza di qualsiasi livello raggiunto dalla potenza umana, in grado di soddisfare le stesse esigenze religiose. Qual è l’atteggiamento dell’uomo religioso? Egli afferma che, al di là di tutto ciò che possiamo raggiungere e vedere, c’è sempre un Altro. Ebbene la tecnica coincide con tale capacità di andare costantemente oltre i limiti – verso ciò che è Altro – tramite un processo capace di soddisfare perfino l’esigenza spirituale e religiosa. Sarebbe bene impostare le domande sulla base della definizione che abbiamo dato della tecnica e sulla base dell’esclusione che abbiamo proposto di alcune definizioni proprie della tecnica. STUDENTE: Volevo soffermarmi su un aspetto che ritengo importante: qual è il compito dell’etica? Quello di intervenire per stabilire la direzione verso cui devono essere orientati lo sviluppo scientifico e la ricerca, oppure quello di fissare le scoperte e, quindi, le tecniche che possono essere utilizzate e il modo in cui possono essere utilizzate? SEVERINO: Lei mi sta chiedendo se è l’etica a dover guidare la tecnica. È indubbio che, storicamente, ciò è avvenuto. Etica deriva da ethos e indica la maniera in cui si sta o si abita, il modo in cui l’uomo vive. Questo significato appare ostile all’emancipazione senza limiti della tecnica. Ma come si è conformata l’etica nella cultura occidentale? Invito i convenuti a tener presente che c’è sempre uno scarto fra il significato che le parole hanno – se iscritte nella cultura occidentale – e il significato che queste stesse assumono al di fuori di tale cultura. Esiste un etica anche presso gli antichi Indiani, ma quella occidentale si connota differentemente perché è in relazione alla filosofia. Oggigiorno intorno alla filosofia impera l’ignoranza, sebbene sia proprio dalla filosofia che nasce la politica e, con un parto più doloroso, la scienza. Coloro che vogliono comprendere il nostro attuale rapporto con la politica, la scienza o l’economia senza sapere nulla della filosofia, non otterranno nessun risultato. Per inciso, val la pena di ricordare che Smith era scolaro di Hume. L’etica è la volontà di vivere conformemente alla verità. Essere etici equivale a vivere sapendo che cos’è il mondo in cui ci muoviamo, perché solo se ne conosce la struttura si può evitare di scontrarsi contro i limiti o le colonne che lo possono sorreggere. Dobbiamo muoverci nel mondo allo stesso modo in cui ci muoveremmo in questa stanza: per compiere delle azioni fruttuose e non dannose abbiamo bisogno di sapere quali sono oggetti amovibili e quelli non amovibili. Seguendo tale atteggiamento, l’etica va alla ricerca della Suprema Potenza, di Dio. I Greci non erano dei teologi, ma per salvarsi dal pericolo della vita inventarono Dio e la filosofia. Cos’è l’uomo etico? E’ l’alleato di Dio, è colui che intende allearsi alla Potenza Somma esistente nel tutto chiamandola col nome di Dio. Partiti da una situazione in cui le due forze – etica e tecnica – appaiono in opposizione, iniziamo a scorgere un orizzonte comune a entrambe : tutte e due puntano allo stesso scopo. L’etica mira alla Suprema Potenza alleandosi con Dio, la tecnica contemporanea vive in una dimensione in cui, citando le parole di Nietzsche "Dio è morto. E’ bene che i giovani facciano i conti coi pensieri pericolosi". E’ inutile nascondersi dietro a una foglia di fico: Dio è morto e quindi la Prima Potenza tende a coincidere con la tecnica. Ma è l’etica a doversi subordinare alla tecnica o viceversa? Attualmente la tecnica – essendo Dio morto o in via di sparizione – non corre più il rischio di scontrarsi contro quei limiti di cui ho parlato in precedenza, anche perché la filosofia contemporanea ha dimostrato che tali limiti sono abbattibili, e si è venuta a creare una sorta di "pianura" che può essere dominata dalla tecnica: un’etica che detti leggi alla tecnica, quindi, va diventando sempre più obsoleta. STUDENTESSA: Per Lei ha senso parlare di un progresso o di un regresso dell’etica in contrapposizione o in avvicinamento ad un progresso tecnico? SEVERINO: Mi pare che Lei chieda se ha senso parlare di un progresso o di un regresso in ambito tecnico o di un progresso e un regresso in ambito etico. Per definire il progresso o il regresso bisogna avere una pietra di paragone. Relativamente a ciò di cui finora si è discusso, dovremmo parlare di un regresso in ambito etico. Lo affermiamo in nome di quella forma di etica che è stata proposta e difesa dal Cristianesimo. Non esiste un tribunale che possa sentenziare su cosa è in regresso o cosa è in progresso rispetto all’etica. Se cade la dimensione metafisica della realtà, allora l’etica tramonta. Ma questo declino non è un regresso di cui ci si può lamentare in nome degli stessi valori etici che stanno scomparendo. La "metafisica" implica che il mondo ha un senso stabile e immutabile: coloro che hanno un’esperienza di fede cristiana sanno cosa significhi riferirsi ad un reale inscritto nel divino. La metafisica è la prima forma di tale inscrizione e Il Cristianesimo discende proprio da un’impostazione greca originaria. Metafisica è una dimensione di senso alla quale ci si deve adeguare e, rispetto a tale dimensione, oggi stiamo vivendo un periodo di inevitabile regresso etico. In che cosa consista l’inevitabilità del tramonto dell’etica, è un argomento che dovrebbe occupare un’altra trasmissione. In proposito occorre essere ben chiari: l’uomo e la cultura contemporanei non affermano "Dio è morto, quindi occupiamoci di altre cos", quanto piuttosto che ha avuto termine la dimensione metafisica, anche detta epistemico-teologica o metafisico-religiosa. Se esiste un Dio, allora l’uomo non può considerarsi quello che è, vale a dire creatore del proprio mondo. Se non esiste un Dio, allora l’etica, che è centrata su Dio, viene a cadere. Si tratta di un regresso dal punto di vista della dimensione metafisico-religiosa. Quanto al fatto se vi sia un progresso o un regresso nella tecnica, se tecnica sta a significare incremento indefinito della potenza, ci possono essere dei momenti di saliscendi. Nel lungo periodo l’incremento della potenza è ciò che è destinato ad accadere. Pertanto, se etica e tecnica sono alleate, se eticità significa alleanza con la Potenza Suprema, se la stessa Potenza Suprema è la tecnica, allora oggi la vera etica è destinata ad imporsi, parlando dell’essenziale. Sono i rivoli del particolare a complicare il discorso. Ma l’etica, che oggi è destinata ad imporsi, è la potenza crescente della tecnica. Nel medio periodo avviene il saliscendi succitato, per cui possiamo assistere a un aumento o a una diminuzione di potenza e di progresso. La tecnica di ieri ha visto la contrapposizione tra mondo capitalistico e mondo del socialismo reale. Si presentavano due gestioni ideologiche dell’apparato scientifico tecnologico, e quindi fra loro conflittuali. Quello ha rappresentato un momento di regresso. In quanto la potenza è in mano a due che non vanno d’accordo la potenza è minore. Così non lo è quando è in mano a due che vanno d’accordo o – meglio ancora – a uno solo.

Emanuele Severino: Nato il 26 gennaio 1929 a Brescia, Emanuele Severino si laurea a Pavia nel 1950 con Gustavo Bontadini, con una tesi su "Heidegger e la metafisica". Ottiene la libera docenza in filosofia teoretica nel 1951. Dopo un periodo di insegnamento come incaricato all’Università Cattolica di Milano, nel 1962 diventa ordinario di Filosofia morale presso la stessa Università. Dal 1970 è ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Venezia dove è stato direttore del Dipartimento di filosofia e teoria delle scienze fino al 1989.

Tratto da www.emsf.rai.it

Per saperne di più: www.volint.it/scuolevis/globalizzazione/etica.htm

                    vocativo.splinder.com/tag/di+economia

                    http://lafrusta.homestead.com/riv_etica_globalizzazione.html

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28 maggio 2008

Xenofobia, vendita di armi e bambini soldato

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La scusa per sbarrare le porte ai migranti e usare il pugno di ferro con chi è già dentro è quella, sperimentata in tutto il mondo, della sicurezza. Ma se l’Italia ha tanta paura dei "diversi" da voler scatenare una "caccia alle streghe", Amnesty International vuole dirlo forte. La voce di Daniela Carboni, direttrice dell’ufficio campagne e ricerca, era pacata, ma l’allarme è rimbombato assordante. La Carboni ha bastonato senza risparmio l’errore di prospettiva che fa vedere un episodio di cronaca come l’omicidio di Giovanna Reggiani per mano di un rom "non come l’ennesima violenza contro una donna, ma come il sintomo inequivocabile di una tendenza alla violenza e all’illegalità di gruppi di persone e di minoranze, in base alla nazionalità, all’appartenenza etnica, al luogo in cui dimorano".

In parole meno diplomatiche, è un allarme razzismo e xenofobia, condiviso anche dall’Anti-Defamation League: in Italia la tendenza è fare di tutte le erbe un fascio, "punire" sommariamente rom, immigrati, romeni, sulla base di categorie semplici, ignorando il principio di responsabilità individuale. E quando la cultura dei diritti viene erosa, "le minoranze non sono le uniche a essere colpite", come dimostra l’impunità dei protagonisti di pestaggi e torture al G8 di Genova.

È la prima volta che alla presentazione del rapporto sui Diritti umani la relazione sull’Italia dura il doppio di quella sul resto del mondo. Si vede che i ricercatori di Amnesty trovano preoccupanti i segnali colti nel nostro paese, tanto più che quelli in arrivo dalla politica sono stati univoci, "bipartisan", li ha definiti la Carboni. Che ha bacchettato Walter Veltroni, perché proclama che "prima dell’ingresso della Romania nell’Ue, Roma era la metropoli più sicura del mondo". Ma anche Gianfranco Fini, che parlando dei rom si chiede "come sia possibile integrare chi considera pressoché lecito e non immorale il furto". E se il governo Berlusconi ha appena varato un "pacchetto sicurezza" con restrizioni che colpiscono soprattutto rom e migranti, l’esecutivo guidato da Romano Prodi sul tema lascia solo un decreto che rende più indefiniti i motivi per l’espulsione degli extracomunitari.

La "delusione" italiana non è meno amara perché arriva in buona compagnia: a sessant’anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo la tortura è ancora diffusa in almeno 61 paesi, denuncia Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty Italia. Ma gli orrori del Darfur, la repressione della Birmania, gli abusi della Cina, i massacri dell’Iraq, la vergogna di Gaza e di tutte le crisi incancrenite sono, appunto, problemi vecchi. I governi, dice Pobbiati "devono scusarsi e agire subito per colmare il divario fra ciò che dicono e ciò che fanno".

Ma l’amarezza dei militanti per i diritti umani ha anche una sfumatura nuova: sottolinea la distanza che si allarga fra società e istituzioni, fra gente comune e governi. Da una parte le ansie elettorali hanno portato anche in Italia l’ossessione sicurezza, testa d’ariete ovunque per l’introduzione di politiche illiberali. Dall’altra però Amnesty vede segnali incoraggianti: "Crediamo", dice la Carboni, "che politici e istituzioni italiane debbano avere il coraggio dei bambini di Lampedusa, che ai coetanei – i migranti che arrivano sulle loro spiagge – hanno dedicato giochi e disegni sui diritti umani".

 
 

Commercio di armi e bambini soldato (dal rapporto di Amnesty Italia):
Sussiste una preoccupante disomogeneità delle norme che regolano le esportazioni di armi da guerra e delle piccole armi ad uso civile.

Il commercio delle armi leggere e di piccolo calibro (fucili, pistole, munizioni ed esplosivi), le più diffuse nei conflitti in cui sono utilizzati bambini come soldati, non rientra nell’ambito della disciplina della Legge 185/1990, che contiene severe disposizioni procedurali per l’esportazione, l’importazione ed il transito di armi ad uso bellico verso paesi terzi, ma è regolamentato dalla Legge 110/1975 la quale, al contrario, non prevede limiti alle esportazioni sulla base dello standard dei diritti umani del paese importatore e del coinvolgimento del paese stesso in una guerra interna o internazionale. È quindi ammesso e possibile che l’Italia venda armi leggere a soggetti privati o a governi di paesi in cui persone con meno di 18 anni partecipano alle ostilità come parte di eserciti o di gruppi armati. Nel gennaio 2008, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha reso pubblico il Rapporto Annuale 2007, destinato all’attenzione del Consiglio di Sicurezza, in cui si conferma il reclutamento e l’utilizzo di bambini soldato in diversi paesi già segnalati nel 2006, tra cui: Burundi, Ciad, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Nepal, Filippine, Uganda e Afghanistan.

Da un’analisi dei dati disponibili si rileva che, tra il 2002 e il 2007, l’Italia ha autorizzato l’esportazione di armi leggere e di piccolo calibro verso soggetti privati o statali delle Filippine per € 7.169.863, in Afghanistan per € 3.189.346, e in Colombia per € 1.027.196, nonché verso soggetti privati o statali, nella Repubblica Democratica del Congo per € 179.582, in Nepal per € 18.321, in Uganda per € 10.088, in Burundi per € 9.017, e in Ciad per € 1.756.

Inoltre, nonostante gli elevati standard sui diritti umani contemplati dalla Legge 185/1990, non sempre le autorizzazioni all’esportazione di armi hanno effettivamente evitato che queste finissero a governi di paesi in cui i bambini vengono utilizzati come soldati. L’Italia, tra il 2002 e il 2006, ha infatti venduto armi alle forze armate delle Filippine per 1,6 milioni di euro e della Colombia per 2,3 milioni di euro.

Tutto ciò avviene in aperto e palese contrasto con gli impegni assunti a livello internazionale: in particolare, in occasione della candidatura italiana a componente del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani per il triennio 2007-2010, il governo italiano si è impegnato a tutelare i diritti dell’infanzia, specialmente dei minori coinvolti nei conflitti armati e a settembre 2007 il ministero degli Affari esteri ha presentato uno speciale "Minori soldato una sfida ancora aperta" in cui si evidenziava il ruolo dell’Italia nel contrastare l’utilizzo dei bambini soldato.

Per leggere l’intero rapporto sull’Italia:

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27 maggio 2008

Il dilemma ambientale del Brasile

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Privilegiare la riduzione dei gas serra come leader in tutela ecologica oppure optare per scelte da grande potenza economica? Il paese sudamericano al bivio sul futuro del proprio destino ambientale.

Dare la massima priorità alla riduzione dei gas serra e proporsi come grande potenza ambientale. Oppure scegliere la strada – forse più prestigiosa per scalare i palazzi del potere ma certamente meno etica – degli investimenti e del commercio estero tipici di una grande potenza economica. Il Brasile degli ultimi anni si trova di fronte a questo dilemma, recentemente approfondito in un libro di Claudio Angelo, esperto in Scienze ambientali per il quotidiano "Folha de São Paulo".

 

Edita dall’omonima casa editrice Publifolha e intitolata "O aquecimento global", la pubblicazione dedica un capitolo ai mutamenti climatici, alle conseguenze dell’effetto serra, alle inondazioni, in una parola allo stato attuale dell’ambiente in Brasile. Il titolo del quarto capitolo, "Brasile vittima o carnefice del riscaldamento globale" è certamente appropriato: se da un lato il gigante sudamericano è il quinto maggior produttore di gas serra e assiste quasi impotente alla inarrestabile deforestazione dell’Amazzonia, dall’altro ha spesso adottato misure contrastanti in merito alle tematiche ambientali.

Gli scenari prospettati dal prestigioso Inpe (Istituto nazionale di ricerche spaziali) sono decisamente allarmanti: nei prossimi anni le regioni del Sudest del paese subiranno piogge e inondazioni ogni volta più violente e frequenti. La foresta amazzonica perderà il 30 per cento della sua vegetazione entro il 2100 a causa di un probabile aumento della temperatura di tre gradi centigradi. Infine l’innalzamento del livello del mare di ben 50 centimetri nei prossimi decenni causerà circa 42 milioni di sfollati.

In questo quadro disastroso si creano dunque le premesse per quella che i due più famosi ricercatori dell’Inpe, Carlos Nobre e Marcos Oyama, definiscono la «savanização» del Brasile. L’effetto delle imponenti mutazioni climatiche, spiegano i due studiosi, trasformerà la foresta pluviale brasiliana in una sorta di savana. Uno scenario che li ha spinti a ideare un sistema di vegetazione potenzialmente alternativa, in grado di proteggere il sistema di coltura nel paese e soprattutto l’Amazzonia, che a oggi ha già perso 600mila chilometri quadrati (corrispondenti al 15 per cento circa del suo territorio) un tempo occupati da pascoli e coltivazioni. Una vera catastrofe per la ricca biodiversità per la quale il Brasile è famoso in tutto il mondo e per proteggere la quale il governo alterna scelte positive a altre spesso opinabili.

 

Il 28 aprile Greenpeace ha consegnato al presidente Inácio Lula una lettera firmata da numerose associazioni ambientaliste nella quale si chiede conto al Planalto di alcuni progetti «anti-Amazzonia», così come sono definiti dai movimenti ecologisti. A finire sotto accusa è la campagna governativa "Floresta Zero" – afferente al progetto di legge 6424/05 – che abbasserebbe la preservazione dell’area amazzonica ufficiale dall’80 al 50 per cento. Strettamente connessa anche la proposta di emendamento costituzionale 49/2006 che intende limitare la frontiera brasiliana di 100 chilometri (dagli attuali 150 a non più di 50), offrendo così alle imprese estere la possibilità di acquistare terre in aree che oggi sono di frontiera.

Se i progetti cosiddetti «anti-Amazzonia» diventeranno realtà, le prime vittime del cambiamento climatico e dell’alterazione della biodiversità della foresta pluviale saranno le varie comunità autoctone. «La stretta relazione di numerosi popoli indigeni con il loro ambiente li rende particolarmente vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico», affermano gli studiosi del Minority rights group international (Mrg) di Londra in un rapporto diffuso lo scorso marzo.

Secondo Ishbel Matheson, portavoce di Mrg, «i popoli indigeni hanno conoscenze estremamente profonde del clima e dei suoi effetti su piante e animali, ma adesso il cambiamento climatico sta colpendo il loro modo di vita», costringendoli ad abbandonare le loro terre, talvolta anche sgomberate con la violenza, per fare spazio alle colture dei «biocarburanti».

Sebbene il Forum permanente dell’Onu sui popoli indigeni abbia già sollevato la questione (sia in relazione agli indigeni brasiliani che – tra gli altri – agli afrocolombiani e ai dalit indiani), la posizione del Brasile rimane attendista, stretta tra la volontà di impegnarsi seriamente per l’ambiente ma anche desiderosa di ottenere quel seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu che potrebbe sfuggire di mano al Planalto nel caso in cui si optasse per una linea di salvaguardia più radicale.

 

Mario Osava, corrispondente di "Ips Noticias", spiega come il Brasile avesse inizialmente declinato l’approvazione dei meccanismi creati dal Protocollo di Kyoto nel 1997 che prevedono per le nazioni industrializzate la possibilità di una parziale riduzione delle proprie emissioni verso altri paesi ricevendo in cambio crediti per il carbonio. Nel 2006 però la situazione è cambiata. «Il Brasile ha scelto di creare un fondo costituito da donazioni volontarie», scrive Osava, «per indennizzare gli sforzi dei paesi in via di sviluppo e aiutarli a ridurre il tasso di deforestazione proporzionalmente al volume di emissione di gas serra evitate grazie a queste iniziative».

Per quanto il Brasile possa vantare il possesso di caratteristiche tipiche di una potenza ambientale (foreste pluviali, acqua, biodiversità), non riesce a dare vita a una vera politica sul cambiamento climatico, la cui agenda rimane dettata in buona parte dei casi da emergenze contingenti. A questo proposito si prospettano interessanti i lavori che si svolgono dal 27 al 29 maggio a Fortaleza, dove si tiene l’incontro nazionale della Rete brasiliana che aderisce ad Agenda 21.

Definita dalle agenzie di stampa governative come un «processo partecipativo in grado di coniugare lo sviluppo sostenibile con la crescita economica», l’organismo brasiliano del programma delle Nazioni unite dedicato allo sviluppo sostenibile si è dato l’ambizioso obiettivo di porsi come strumento di democrazia partecipativa e cittadinanza attiva verso il paese, confortato dai dati lievemente migliori sulla deforestazione dell’Amazzonia divulgati dall’Inpe riferiti ai mesi di marzo e aprile.

 

Il sofisticato sistema di monitoraggio della deforestazione del polmone verde del mondo tramite l’utilizzo di satelliti, denominato TerraAmazon ed elaborato nel 2007 dall’Inpe, ha rilevato una diminuzione di questo fenomeno nella misura dell’80 per cento: l’unico Stato dove la deforestazione ha proseguito implacabile è stato il Maranhão, mentre quello in assoluto più danneggiato nel corso degli anni continua da essere il Mato Grosso.

In ogni caso il coordinatore della "Campagna Amazzonia" di Greenpeace, Paulo Adário, ha commentato positivamente questi piccoli passi in avanti rilevati dal sistema satellitare (secondo la rivista Science «invidiato da tutto il mondo»), anche se dovuti principalmente a una recente maggiore incidenza delle piogge e a fattori climatici contingenti più che a una vera e propria politica sul cambiamento climatico.

E si è discusso di effetto serra e riscaldamento globale del pianeta anche in occasione del Forum internazionale sul cambiamento climatico svoltosi a Brasilia dal 19 al 22 febbraio. All’incontro, cui hanno partecipato i paesi del G8 più le cinque potenze regionali la cui economia è in continua crescita (Brasile, Sudafrica, India, Cina e Messico), sono emerse due novità. Il vertice si è impegnato a ridurre le emissioni di carbonio a partire dal 2012, anno in cui andrà a regime il Protocollo di Kyoto. Inoltre il portavoce della Banca mondiale per l’America latina e il Caribe, Sergio Jellinek, ha insistito sul ruolo del Brasile come paese innovatore in merito alla questione ambientale.

 

Le dichiarazioni di Jellinek vanno tuttavia prese con la dovuta cautela, avendo egli elogiato i recenti passi compiuti dalla politica energetica brasiliana in materia di costruzione di centrali idroelettriche e di investimenti nei biocombustibili, entrambi ampiamente contestati dai movimenti ambientalisti: le dighe hanno infatti costretto numerose comunità indigene ad abbandonare il proprio territorio (come spiegano gli attivisti del Movimento do atingidos por barragens, da anni in lotta per evitarne la proliferazione), mentre dall’uso scriteriato dei biocarburanti sarebbe derivata la diffusione di un sistema di monocoltura che ha messo in ginocchio i campesinos, quantunque governi di tutto il mondo intravvedano in questi due fattori la possibilità di un concreto cambiamento climatico.

Tornando al capitolo di Claudio Angelo sul Brasile «vittima o carnefice del riscaldamento globale», data la contraddittoria politica ambientale del governo il titolo potrebbe essere modificato in «vittima e carnefice». Se infatti il Brasile proseguirà a mantenersi tra gli stati con la maggiore emissione di gas serra (che significa incidere pesantemente sulla deforestazione), si verificherà quella che il noto Vj brasiliano João Gordo (sostenitore delle campagne di Greenpeace) definisce allarmisticamente «apocalisse ambientale».

Il paese non sarà infatti in grado di affrontarne le eventuali conseguenze su cui ha cominciato a lavorare la Agência nacional de águas diretta da Oscar Cordeiro, il cui limite consiste tuttavia nel concentrarsi sulle sole campagne di sensibilizzazione. Al contrario inquinamento climatico e mutamenti ambientali richiederebbero una politica ecologista radicalmente differente.

di David Lifodi per http://www.musibrasil.netbrasile-g

 

26 maggio 2008

Congo, quando il genocidio è un investimento duraturo

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Non esiste nella storia contemporanea un delitto più lungo e decimante del genocidio di cui è stato vittima il Congo.

Jan Egeland, coordinatore delle Nazioni Unite per l’assistenza alle emergenze, ha recentemente denunciato con queste parole la situazione congolana: “La persistente tragedia in Congo è l’emergenza più ignorata al mondo, dove, solo dal 1996, sono morti tra i sei e i sette milioni di persone a seguito delle invasioni e delle guerre sostenute dalle potenze occidentali che mirano al possesso delle ricchezze minerarie del Paese.” Anche nel caso del Congo, come per l’olocausto, si può parlare di un crimine aberrante che l’esperto di diritto internazionale Raphael Lemkin definisce così: “E’ un errore, forse, chiamare queste uccisioni ‘atrocità’. Un’atrocità è una brutalità gratuita. Ma il fatto è che queste uccisioni erano sistematiche ed intenzionali.” Lemkin, che ha coniato tale definizione poi accolta dalle Nazioni Unite, le definisce come “genocidio”, ovvero “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Se volessimo procedere con metodologia investigativa sul genocidio congolano, una volta trovata la vittima ed identificata la fattispecie criminosa, per inquadrare il delitto bisognerebbe prima definire quando questo è stato consumato, quale sia l’arma ed il movente e quindi si potrebbe giungere all’assassino. La popolazione del Congo è vittima di genocidio da più di cento anni. Così si evince dalle colonne di prima pagina di un numero del Washington Times del 1905: l’autore della sferzante invettiva è Mark Twain. “Dio è sicuramente grato del fatto che, nonostante la repressione, le cose in Congo non siano irrimediabilmente compromesse, tanto è vero che alcuni nativi sono stati lasciati in vita.” All’epoca delle denunce dell’autore di Huckleberry Finn, il regime di Leopoldo II, autarca del Congo, era già responsabile di quasi quindici milioni di vittime. Le pressioni della comunità internazionale obbligarono il dittatore a cedere il Paese al Belgio. Durante la dominazione belga, tra il 1950 ed il 1960, oltre alle sistematiche uccisioni, la potenza occidentale si è macchiata della de-umanizzazione della popolazione congolana: tra il 1950 ed il 1960 su 14 milioni di abitanti solo 1500 persone furono qualificate ‘evolute’ dai belgi. La linea di sangue che spartiva l’Europa colonizzatrice e l’Africa schiavizzata si andava assottigliando in quegli anni e l’intellettuale caraibico-algerino, Franz Fannon, definì con profetica sagacia il ruolo del Paese di dominazione belga: “Se l’Africa fosse raffigurata come una pistola, il grilletto sarebbe in Congo.” In virtù della lotta del movimento di Patrice Lumumba, il Congo riuscì ad ottenere l’indipendenza dal re belga Baldovino nel 1960 e fu effettivamente il primo grimaldello importante per aprire la strada verso l’autonomia delle colonie africane. D’altra parte, già nel 1965, il golpe di Mobutu Sese Seku nella giovane Repubblica Democratica del Congo avviò una clepto-crazia lunga 32 anni, strumentale nel soddisfare i grandi interessi di Belgio, Francia e USA. Mobutu cade nel 1997, quando le guerre civili tra etnie hutu e tutsi che coinvolgono i vicini Uganda, Ruanda e Burundi sfociano in Congo. La repubblica di Lumumba è terra di sterminio: tra il 1997 ed il 2001, si contano 3 milioni e mezzo di morti per guerra, fame e malattie ed Amnesty International stima in 16 milioni le vittime di violazioni dei diritti umani, privati di alimenti e farmaci. Se si considera la popolazione del Congo, 52 milioni di abitanti, si tratta di quasi di un congolano su due ucciso, torturato o vittima degli stenti. Nel 2001, l’avvento di Joseph Kabila, politico gradito agli americani, non è servito a fermare la strage. Solo negli ultimi 4 anni, secondo l’International Rescue Committee, sono stati uccisi almeno 3 milioni di congolani (quasi quanto l’intera popolazione irlandese) e molti altri milioni sono diventati profughi.

Riprendendo i termini dell’indagine, la popolazione del Congo è vittima perdurante di genocidio dal 1885 (l’anno in cui il re Leopoldo prese il potere), attuato attraverso regimi efferati, rivoluzioni programmate, invasioni militari. Attraverso l’arma del delitto, ovvero la successione dei governi repressivi e delle incursioni esterne, si può quindi giungere al movente ed all’assassino. Come già visto, sia il re Leopoldo II che Mobutu sono stati i guardiani solerti degli interessi economici occidentali in Congo. D’altra parte, la guerra civile che anima la RDC dal 1997 nasce con gli stessi presupposti e per le stesse finalità. Il boom tecnologico degli anni ’90 del secolo scorso ha fatto lievitare il prezzo dei minerali utili per le nano-tecnologie a livelli pazzeschi e il Congo è un serbatoio copioso di queste risorse. Per questo, gli Stati Uniti hanno aiutato gli eserciti del Ruanda e dell’Uganda ad entrare nella zona più orientale del RDC. Nel 1998, i due eserciti avevano già il controllo del Paese e si sono stabiliti in punti strategici per l’estrazione dei minerali: il solo esercito ruandese guadagna quasi 20 milioni di dollari al mese dal controllo del commercio dei minerali congolani. Questi minerali, indispensabili per la costruzione di cellulari e sofisticate apparecchiature tecnologiche, sono il coltan ed il nobio, poi c’è il cobalto, essenziale per le industrie nucleari, chimiche, aerospaziali e della difesa. Ma il Congo è ricchissimo anche di diamanti, stagno, rame, oro, manganese, petrolio, carbone, piombo, uranio, zinco. In ogni caso, è il coltan la pietra angolare dell’ultimo conflitto. Una volta trasformato in polvere di tantalio, è venduto ai giganti della Motorola, della Nokia, della Compaq e della Sony. Al termine della nostra indagine, dopo avere inquadrato il movente, appaiono quindi gli assassini. I loro nomi sono poco conosciuti, ma sono stati identificati. E’ successo grazie a due studi pubblicati da gruppi di esperti delle Nazioni Unite e da un’ONG congolana, ma il riflettore dei grandi media, a volte deviato verso altre visioni, non ha illuminato i risultati di questi studi. Dalle relazioni emerge che massacri, estorsioni, violenze sessuali, corruzione rientrano in una rete criminale generata e alimentata da grandi società multinazionali. Si tratta, per citare solo le principali, di multinazionali come la Nigncxia (cinese), la Cabot Corp., l’OM Group e la corporation di Nicky Oppenheimer (americane), la Union Miniére (belga), la Swipco (svizzera), la Filma (francese), la Lonhro (britannica), la Bhp (australiana). Secondo gli studi, sono loro oggi colpevoli di armare i “signori della guerra” che perpetrano il reato secolare di genocidio in Congo a danno di un popolo indifeso che ha il solo torto di nascere in un Paese troppo ricco. Se volessimo concludere sul perché questa rete non sia stata smantellata dalle istituzioni politiche occidentali più vicine ai valori democratici e quindi contro il genocidio, basterebbe citare un esempio. L’ex amministratore delegato della Cabot Corp., Sam Bodman, è stato nominato nel 2004 Ministro per l’energia del governo Bush (per dubbi meriti, dato che la Cabot è stata, sotto Bodman, una delle aziende più inquinanti degli USA) e l’attuale vicepresidente e consigliere generale della Sony, Nicole Seligman, è stata consigliere legale di Bill Clinton. Come scrisse Luc de Clapiers de Vauwenargues, “Ogni ingiustizia ci offende, quando non ci procura alcun profitto.”

di Gianluca Schinaia per http://journalize.wordpress.com

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23 maggio 2008

Capaci, 23 maggio 1992 ore 17,58

"A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini."

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Nato a Palermo il 18 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell’Università di Palermo nell’anno 1961, discutendo con lode una tesi sull’ "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal ’54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l’Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l’inclinazione e l’attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.
A Palermo, all’indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all’Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio ’80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d’altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa – ucciso poi nel giugno successivo – ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l’intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l’inchiesta sull’omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.
Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell’organizzazione Cosa nostra, l’interrogatorio iniziato a Roma nel luglio ’84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell’estate ’85. Fu allora che si cominciò a temere per l’incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara.
Si giunse così – attraverso queste vicende drammatiche – alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasci giorni di riunione in camera di consiglio. L’ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall’Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.
Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell’ambito dell’Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all’Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell’88, ratificò l’opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l’esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l’accusa d’aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall’estate in un pubblico intervento,’ peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.
Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno ’92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista "Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l’intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell’88, F. aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno ’89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell’Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l’episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso F. e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall’Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.
Una settimana dopo l’attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio ’90 egli coordinò un’inchiesta che portò all’arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l’avvio dalle confessioni del "pentito" joe Cuffaro’il quale aveva rivelato che il mercantile Big john, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio ’88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.
Nel corso dell’anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall’incriminazione per calunnia nei confronti del "pentito" pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice "cinismo politico".
Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l’allora procuratore P. Giammanco – sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste – egli accolse l’invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l’interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l’onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo – dal marzo del 1991 alla morte – caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l’azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest’ultimo riguardo, caduta l’ipotesi iniziale,- di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l’istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del ’91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo ’92. "Io Credo – egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L’Espresso" (7 giu. ’92) – che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l’attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia". La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto – giova ricordarlo – una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice;inoltre aveva ribadito la validità e l’importanza delle chiamate in correità. Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All’esecrazione dell’assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l’impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.

Tratto da http://www.fondazionefalcone.it/

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)

“Giovanni Falcone iniziò a morire nel gennaio 1988, quando alla guida dell’Ufficio Istruzioni gli fu preferito Meli (…). Anche da Roma lavorava per poter al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura”. (Paolo Borsellino, dal discorso “I giorni di Giuda”, pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992)

“Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche. Voi diffidavate di lui, adesso qualcuno ha anche il coraggio di andare ai suoi funerali”. (Ilda Boccassini, dal discorso pronunciato contro i colleghi nell’Aula magna del Tribunale di Milano)

21 maggio 2008

I bambini soldato, 2008 situazione di una tragedia.

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Il 20 maggio 2008 è stato presentato a New York il nuovo Rapporto Globale sui bambini soldato, a cura della Coalizione Internazionale "Stop all’Uso dei Bambini Soldato!".

Nel comunicato stampa (clicca qui per scaricarlo) lanciato oggi dalla Coalizione italiana rende noto che nonostante alcuni progressi compiuti dalla comunità internazionale per porre fine all’utilizzo dei bambini soldato, decine di migliaia di minori sono ancora impiegati in conflitti e restano esclusi dai programmi di disarmo e riabilitazione. E le bambine soldato sono le più penalizzate e invisibili.

Queste alcune delle conclusioni del Rapporto Globale sui Bambini Soldato (clicca qui per download), diffuso in Italia dalla Coalizione di cui fanno parte 10 associazioni: Alisei, Amnesty International-Sezione italiana, Cocis, Coopi, Focsiv, Intersos, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, Terre des Hommes Italia e UNICEF Italia.

Attualmente sono più di 250.000 i minori di 18 anni utilizzati nei conflitti armati.
Nell’ultimo decennio centinaia di migliaia di bambini, bambine e adolescenti sono stati direttamente coinvolti nelle ostilità e utilizzati sia da parte degli eserciti governativi, sia da parte di gruppi armati di opposizione ai Governi.
La maggioranza ha dai 15 ai 18 anni, ma alcuni hanno anche soltanto 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell’età. Decine di migliaia di bambini, bambine e adolescenti corrono il rischio di entrare a far parte degli eserciti o dei gruppi armati in diversi Paesi.

Qual è il Paese o la regione che ha il peggior primato per l’uso di bambini soldato?

Durante i conflitti armati tutti i bambini subiscono gravi violazioni dei loro diritti. L’elenco dei Paesi attualmente comprende: Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Costa d’Avorio, Iraq, Liberia, Myanmar, Nepal, Filippine, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan e Uganda.

Tratto da www.coopi.org e www.bambinisoldato.it

Per saperne di più:

21 maggio 2008

La forca per una fotocopia nell’Afghanistan liberata

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«Mi hanno portato in un’aula a porte chiuse verso le quattro del pomeriggio. C’erano solo tre giudici e un procuratore ma non mi hanno consentito di dire nulla. Mi hanno mostrato una lettera che avrei dovuto sottoscrivere ma non ho accettato. Su un altro foglio mi hanno fatto avere la sentenza di morte per blasfemia…». Il racconto di Parwiz Kambakhsh, un giovane giornalista della provincia afgana di Balq che un tribunale islamico di Mazar-i Sharif ha condannato a morte, arriva attraverso la rete e il lavoro di KabulPress, un giornale telematico diretto da un collega che, dopo aver provato la galera in Afghanistan, è riparato in India. La storia dell’arresto e della detenzione di Parwiz sulla base di accuse molto fragili e, soprattutto, in netta controtendenza rispetto ai proclami sul cammino della democrazia afghana, viaggiano sulla rete da qualche settimana. Ma martedi scorso la vicenda ha avuto un’accelerazione che gela il sangue nelle vene assai di più delle temperature polari che si registrano in questi giorni a Kabul, dove il termometro scende a meno 20.
La condanna a morte per blasfemia, con l’accusa di aver posseduto e forse fatto girare un articolo uscito sul web che discuteva dei dettami del Corano e dei diritti delle donne, è stata fatta conoscere martedì alla famiglia. La blasfemia, in Afghanistan, si può pagare con la morte e Parwiz, che non è stato seguito durante l’udienza da alcun legale e non ha potuto nemmeno autodifendersi, ha davanti a sè solo la speranza dischiusa dai due processi di appello che, se saranno seguiti con la stessa attenzione che sino ad ora la sua storia ha destato sui media locali e internazionali, non potranno che condurlo verso il patibolo. Le cose però si stanno finalmente muovendo anche se tra mille difficoltà. Un magistrato di Balq, tale Hafizullah Khaliq, avrebbe infatti anche minacciato i colleghi di Parwiz dal fare troppa pressione: li arresto tutti, avrebbe detto, se provano a difenderlo. Il governatore della provincia Atta Mohammad Noor ha invece preferito scivolare via. I giornalisti, ha detto, possono dire quello che vogliono in Afghanistan, ma quando gli hanno chiesto di Parwiz ha risposto che bisogna rispettare le decisioni della corte. Anche se portano a una corda saponata intorno al collo.
A livello ufficiale per ora qui a Kabul non si muove foglia, nonostante gli appelli nati da KabulPress e rivolti a Karzai e subito ripresi da associazioni di reporter locali, dalla Federazione internazionale dei giornalisti e da Reporter senza frontiere. Filtra la notizia che gli americani stiano preparando una dichiarazione ufficiale, il che significa una pressione forte sul presidente Karzai. Con una guerra in pieno impasse, il recente attacco all’Hotel Serena che ha segnato un salto di qualità e tutte le beghe in sede Nato, che si condanni a morte per un reato d’opinione sarebbe davvero troppo.
La notizia comincia a correre il 16 gennaio quando KabulPress, diretta dal giornalista in esilio Kamran Mir Hazar, pubblica un appello a Karzai. Parwiz è in carcere da tre mesi a Mazar per aver scaricato da internet un articolo che discuteva alcuni versi del Corano in merito alla questione femminile, articolo che secondo l’accusa avrebbe poi distribuito. Della vicenda si interessano la Federazione internazionale dei giornalisti, Reporter senza frontiere e l’Associazione indipendente afghana dei cronisti (Aija) che, seguendo la cosa da vicino, ha denunciato le pressioni della magistratura sulla stampa locale perché non si occupasse del caso. Ieri la Federazione internazionale ha chiesto che la sentenza venga rivista mentre anche a Balq la cosa ha cominciato a fare rumore e a sollevare proteste, anche se reporter e membri di associazioni della società civile sono stati tenuti fuori dal processo a porte chiuse. Rahimullah Samander, presidente di Aija, ha spiegato che la corte si è mossa sulla base dell’articolo 130 della Costituzione che sanziona le offese alla religione, contestazione mossa da diversi mullah locali contro il giornalista di Jahan-e Now, giornale locale della provincia che avrebbe umiliato la parola del profeta. Ma, ricorda il presidente di Aija, l’articolo 34 della suprema Carta difende chiaramente il diritto di espressione, definito «inviolabile». La stessa posizione è quella della direttrice per l’Asia-Pacifico della Federazione internazionale dei giornalisti, Jacqueline Park.
Ma c’è di più. Anzi di peggio. Secondo Jean MacKenzie, direttore per l’Afghanistan dell’Institute for War and Peace (Iwpr), giornale telematico che non le manda a dire, Parwiz sarebbe stato punito per colpire in realtà suo fratello Sayed Yaqub Ibrahimi. Yakub scrive per l’Iwpr e con i suoi articoli avrebbe messo in piazza gli abusi di un potente signore della guerra di Balq, Piram Qul, un ex comandante della Jamiat-e Islami e attuale parlamentare, che ha respinto al mittente le accuse. Tempesta, insomma, con pessimi scheletri nell’armadio: un giornale, il Jahan-e Now, e il suo editore, Hafiz Khaliqyar, sotto tiro, manifestazioni di mullah contro Parwiz, proteste sotto traccia della società civile, un discreto silenzio attorno alla vicenda. Che racconta di un Afghanistan sotto pressione anche nelle zone ritenute libere dai talebani. Ma dove evidentemente è in corso una vera e propria guerra dei diritti fondamentali.
 
di Emanuele Giordano tratto da http://www.isfreedom.org
 
Per saperne di più:
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20 maggio 2008

L’individualismo democratico

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Professor Kateb, negli ultimi anni i suoi studi si sono orientati sul problema dell’individualismo e della democrazia. In particolare, Lei ha distinto, in seno a questo tema, due aspetti fondamentali, l’" individualismo basato sui diritti" e l’"individualità democratica". Può parlarci del primo?

Nel tentativo di capire e, al contempo, di difendere e perorare la causa dell’individualismo, sono giunto a delineare un concetto che ho chiamato "individualismo basato sui diritti". Con tale espressione intendo la disposizione mentale propria di coloro che si considerano individui che vivono in società e che rivendicano certi diritti nei confronti del governo (o dello Stato, come viene sovente definito oggi). Nell’"individualismo basato sui diritti" c’è, quindi, la determinazione, da parte di un corpo di cittadini, di considerarsi ognuno un individuo i cui diritti si contrappongono al governo, anche se questo è incline a limitare o addirittura a rifiutarsi di prendere sul serio le rivendicazioni civili.
I cittadini che si pongono in questa prospettiva non vogliono che il governo interferisca nel loro diritto di espressione, sia essa artistica, scientifica, filosofica. Lo Stato non deve ledere il diritto di ascoltare gli altri o di vedere l’espressione degli altri; non può mandare nessuno in prigione senza un processo equo; non può limitare il diritto di frequentare chicchessia; non può infliggere punizioni crudeli. L’individuo che possiede una tale mentalità esige dallo Stato di essere lasciato in pace e si aspetta un trattamento che rispetti la sua dignità.
Probabilmente, il modo migliore di comprendere l’"individualismo basato sui diritti" è intenderlo come una presa di posizione contro l’antica tendenza dei governi, comune sia a quelli democratici che agli altri, a considerare i cittadini dei pazienti, dei bambini, degli oggetti, delle armi, dei mezzi: tutto, tranne che delle persone. Facendo propria questa fondamentale rivendicazione avanzata dagli individui nei confronti dello Stato, la teoria politica diventa capace di resistere alla costante pressione derivante dal desiderio del governo di calpestare i diritti.

Professor Kateb, che cos’è invece l’"individualità democratica"?

Ho tratto questa espressione dal poeta americano, vissuto nella metà del diciannovesimo secolo, Walt Whitman. Per "individualità democratica" intendo qualcosa di difficile formulazione e non sono ancora soddisfatto del modo in cui sino ad ora sono riuscito a spiegarlo.
Cominciamo con l’osservare come in alcuni casi ci si trova dinanzi al fatto che lo Stato rispetta i diritti del cittadino, che non interferisce nella sua vita o che interferisce soltanto in determinati modi appropriati. Cosa succede in una situazione di questo genere? Col tempo, vivendo in una società come la democrazia costituzionale, attraverso un processo di trasmissione culturale, il rispetto dei diritti diventa un’abitudine, anche se talvolta si verificano tentativi di violazione. Possiamo dunque dire che dalla mentalità dell’"individualismo basato sui diritti" nasce una particolare cultura. In questo clima culturale gli individui si servono dei propri diritti, rimangono – per così dire – fedeli allo spirito del godimento dei diritti, e si sforzano di capire i significati più profondi del rispetto umano che sta alla loro base. Essere un individuo democratico, condurre una vita ispirata all’"individualità democratica" non significa quindi accontentarsi semplicemente di essere protetti. La protezione assicurata dai diritti spinge infatti ad una determinata organizzazione della vita dei singoli: le persone abituate a veder rispettati i propri diritti tendono a essere meno rigide. Esse tendono a correre dei rischi nella loro vita che altrimenti non correrebbero affatto, sono aperte a nuove esperienze. Per intendere quanto sto cercando di dire, si può pensare al grande poeta Walt Whitman, il quale diceva, intendendo l’espressione in senso metaforico: "vivere sulla strada libera".
Ma c’è un secondo aspetto dell’"individualità democratica" che occorre sottolineare. Prendiamo il caso di una società in cui, in linea di massima, gli individui vengono protetti, lasciati liberi e rispettati nei loro diritti, anche se, ovviamente, non in modo perfetto e compiuto. Supponiamo che ci si accorga che in questa stessa società lo Stato maltratta, non rispetta o trascura altre persone: è evidente che non si potrà essere fino in fondo degli individui democratici fin quando ad altri membri della società vengono negati i loro diritti. Perciò, per essere un individuo democratico, ciascuno deve esprimere il proprio dissenso quando non vengono rispettati i diritti degli altri, anche qualora personalmente si venga trattati bene.
La teoria dell’"individualità democratica" è emersa in modo definito verso la metà del diciannovesimo secolo, in particolare da tre autori: Emerson, Thoreau e Whitman. Si tratta, dunque, di una teoria che sorge dopo oltre sessanta anni dalla redazione della costituzione americana e della sua Carta dei diritti del cittadino.

Professor Kateb, quali sono le maggiori critiche rivolte al concetto di "individualità democratica"?

Sembrerà strano, eppure molti filosofi sono ostili ai diritti. Gli argomenti portati a sostegno di un simile atteggiamento nascono in sostanza dalla sopravvalutazione di un certo particolare diritto, il diritto di proprietà. I critici dell’individualismo hanno cioè di mira soprattutto le rivendicazioni contro lo Stato da parte dei ricchi. Questo genere di critiche viene soprattutto dalla sinistra. Non è necessario essere marxisti per muoverle, sebbene il marxismo, a mio avviso, sia ampiamente responsabile del tentativo di screditare l’intero concetto dei diritti. A tale riguardo è utile osservare come il marxismo, mentre sta morendo dal punto di vista politico, fiorisce a livello spirituale, sia negli Stati Uniti che in altri paesi.

Lei ritiene, quindi, che alcuni diritti siano inalienabili?

Io protesto contro questa tendenza a ridurre il concetto di diritto al diritto dei ricchi di essere egoisti. A me sembra che la rivendicazione di diritti come quello di non essere sottoposti a torture, di dire quello che si pensa, ad avere un processo equo ecc., non vadano confusi con la difesa di privilegi iniqui che sovente si nasconde dietro il diritto di proprietà. Perciò, pur riconoscendo gli abusi che possono nascere dal diritto di proprietà, sono convinto che sia molto più pericolosa la volontà di taluni di sbarazzarsi del concetto dei diritti tout court. Le mie apprensioni per il tema dell’individualismo nascono anche per reazione ad altri tipi di critiche. Ne menzionerò solo due. Alcuni autori sostengono che la mentalità dei diritti, e, di conseguenza, quel particolare modo di stare al mondo che ho chiamato "individualità democratica", è antireligioso, trasforma gli esseri umani in divinità anziché indurli ad adorare Dio. L’individualismo sarebbe una dottrina della illimitatezza e, in quanto tale, terribilmente distruttiva. Un’altro tipo di critica, strettamente affine a quella appena menzionata, nasce dalla convinzione che gli individui, se vengono lasciati in pace e rispettati nei loro diritti, se vengono incoraggiati a crescere più pienamente come individui democratici, finiscono col darsi alla sciatteria, alla bruttezza, alla volgarità, allo spreco. Essi hanno dunque bisogno di essere guidati, di essere salvati dalla loro naturale bruttezza. Occorre quindi che gli uomini imparino a delegare la propria volontà a coloro che, essendo più saggi, sono in grado di prenderli per mano, di guidarli e organizzarli per la realizzazione di progetti meritevoli.
Le critiche all’"individualità democratica" basate su queste concezioni antropologiche sono delle critiche che potremmo definire "estetiche" e, assieme a quelle di tipo religioso a cui accennavo, sono largamente diffuse. Purtroppo coloro che sostengono questo indirizzo critico sono molti di più dei difensori dei diritti individuali e dell’"individualità democratica".

Professore, quali sono le ragioni per cui è diminuita la sensibilità per tali argomenti ?

Uno dei motivi per cui non appare più sensato preoccuparsi degli individui scaturisce forse dal fatto che i più gravi problemi che minacciano l’umanità non sono risolvibili attraverso il rispetto per i diritti individuali e la fede nell’"individualità democratica". La popolazione mondiale è in terribile espansione; centinaia di milioni di persone vivono in condizioni subumane; essenziali risorse naturali del pianeta nonché intere specie animali si estinguono; l’ambiente subisce un degrado crescente dovuto all’inquinamento.
Personalmente, riesco a capire e in una certa misura concordo con l’idea che la preoccupazione per l’individuo sia futile in confronto ai problemi mondiali. Se però riflettiamo più a fondo comprendiamo che se si ignorassero gli individui la situazione peggiorerebbe, non migliorerebbe.
Penso, altresì, che una buona parte dei problemi mondiali a cui ho accennato derivano dalla convinzione diffusa che l’individuo non esista se non in quanto membro di un gruppo. Ci si rifiuta di essere individui e si vuole, al contrario, diventare parti di qualcosa di più vasto. Accade così che si desideri ardentemente una sorta di oblio di sé. Coloro che nutrono questo desiderio vogliono perdere se stessi nel gruppo che li circonda, nella tribù. Non si tratta quindi di venir meno a se stessi per meglio godere delle meraviglie della realtà. Si tratta, piuttosto, di quella tendenza umana, a cui è molto difficile resistere, che Nietzsche chiamò la "mentalità del gregge" ed a proposito della quale coniò l’espressione "umano, troppo umano". La mia difesa dell’individualismo deriva proprio dalla forte avversione che provo nei confronti del tribalismo.

Lei crede invece che l’eredità universalistica dell’Illuminismo possa ancora aiutarci ad affrontare i terribili problemi del mondo contemporaneo?

Certamente, perché l’universalismo è l’unico aiuto che conosco. L’individualismo in democrazia è una dottrina universalista: professa la sua fede nell’uguaglianza dell’umanità di ciascun individuo; sostiene che ognuno è qualcosa di più del gruppo a cui appartiene. Purtroppo, si tratta di concetti che oggi non godono di un largo consenso. Si vorrebbe sostituire all’universalismo dei diritti l’orgoglio di appartenere al proprio gruppo. Ma, a ben vedere, in una posizione simile si annida una assurdità. Ogni gruppo, infatti, prova il medesimo orgoglio che provano gli altri gruppi. Ciascuno di loro rivendica le stesse cose: non vuole riconoscere di possedere, quale tratto comune, l’umanità; non ammette che una persona sia qualcosa di più del gruppo di cui fa parte; misconosce la propria accidentalità e contingenza storica; non riconosce le diversità al proprio interno. Considerato da tale punto di vista, l’individualismo si presenta come una protesta contro la falsità dell’appartenenza al gruppo, e, quindi, come una rivendicazione di una umanità comune.

  democrazia

 

19 maggio 2008

Sudan, non solo Darfur

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Riprendono gli scontri in Abyei, migliaia i civili in fuga

Con una reazione a catena non nuova in Sudan, dopo gli scontri di sabato scorso nei pressi della capitale Khartoum, ieri si è infiammato anche l’Abyei, la regione ricca di petrolio contesa tra il nord e il sud del Paese. Gli scontri tra l’esercito e gli uomini del Sudan People’s Liberation Army, l’ex-gruppo ribelle protagonista di una ventennale guerra contro Khartoum, hanno provocato almeno quattro morti e costretto alla fuga migliaia di civili. La tensione rischia di mettere in pericolo un processo di pace vecchio ormai di tre anni, ma mai decollato.

Gli incidenti, scoppiati mercoledì per un diverbio tra soldati ed ex-ribelli, sono proseguiti anche il giorno successivo, costringendo alla fuga almeno 25.000 persone. La regione è contesa tra le amministrazioni nord e sud (che, secondo gli accordi di pace, nel 2011 deciderà tramite referendum se diventare indipendente dal Sudan o meno), che dopo la firma della pace non sono ancora riuscite a garantire uno status certo alla regione.

Più di cento arresti a Khartoum, e una nuova offensiva dell’esercito nel nord del Darfur. Il governo sudanese ha risposto così all’attacco lanciato contro la capitale dai ribelli del Justice and Equality Movement, lo scorso fine settimana. Il bilancio degli scontri, tra i più sanguinosi di tutta la guerra, parla di più di duecento vittime (93 delle quali soldati). Oltre a inasprire il conflitto nella regione occidentale, l’attacco ha affossato le già deboli prospettive di pace.

Nonostante l’offensiva su Omdurman e Khartoum si sia conclusa con una sconfitta, i ribelli del Jem hanno promesso di riprovarci a breve. Il loro leader, Khalil Ibrahim, avrebbe trovato rifugio nei pressi del confine con il Ciad. Le autorità sudanesi affermano di aver anche intercettato una comunicazione di Ibrahim, il quale avrebbe chiamato le autorità di N’Djamena per ottenere un elicottero che avrebbe dovuto trasportarlo lontano dal teatro degli scontri. Ennesima prova, secondo Khartoum, del sostegno che i ribelli otterrebbero dal Ciad. Proprio ieri, il governo sudanese ha chiesto ai rappresentanti ciadiani, con cui sono state rotte le relazioni diplomatiche, di lasciare il Paese entro sei giorni.

Ma la risposta del governo di Khartoum non si è fermata qui: almeno cento darfurini residenti nella capitale sarebbero stati arrestati e interrogati all’indomani degli scontri, mentre nel nord Darfur una colonna dell’esercito si sarebbe scontrata con gli uomini del Sudan Liberation Army, l’altro gruppo ribelle attivo nella zona, che peraltro non avrebbe preso parte all’offensiva di sabato. In un discorso pronunciato davanti a migliaia di sostenitori, al termine di una marcia a favore del governo, il presidente Hassan Omar al-Bashir ha accusato Ibrahim di essere un agente del sionismo, alludendo indirettamente a un non provato sostegno israeliano al gruppo ribelle. Inoltre, il presidente ha escluso qualsiasi ripresa dei colloqui di pace con il Jem.

Grande assente degli scontri del fine settimana, la forza di pace ibrida Onu – Unione Africana non è stata in grado di prevedere né di limitare in qualche modo gli scontri. Lo ha ammesso lo stesso Jean-Marie Guehenno, capo delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, il quale ha messo di nuovo l’accento sulle mancanze della missione. Voluta fortemente dai Paesi occidentali che siedono al Consiglio di Sicurezza nonostante l’aperta ostilità di Khartoum, la missione, che al suo massimo dovrebbe contare 26.000 uomini, è in sostanza impossibilitata a operare. Solo 10.000 unità sono schierate sul campo, senza i mezzi di trasporto adeguati per adempiere ai loro compiti. Sul pronto spiegamento degli effettivi rimasti è tornato anche il Ciad, che lo auspica come sola misura di protezione nei confronti dei civili.
 
di Matteo Fagotto per http://www.peacereporter.net
 

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16 maggio 2008

Uomini veri e uomini no, contro la violenza sulle donne

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Così come c’è chi nega l’olocausto nazista, allo stesso modo, nonostante sia di un’evidenza che spacca gli occhi, c’è chi nega il fenomeno della violenza maschile sulle donne: una sorta di contro-fenomeno dal quale si possono evincere alcune tipologie di uomini. Vediamo quali.
In testa, ovviamente, mettiamo i maltrattanti, che sono circa un 30% del totale della popolazione maschile. Costoro non soltanto negano l’innegabile (del quale sono proprio gli autori) ma al contempo, chissà perché, odiano le volontarie dei centri antiviolenza al punto che cercano di scoraggiarle con velati consigli e anche con esplicite minacce. Poi ci sono i lamentosi cioè quelli che ci chiedono piagnucolando di aprire centri antiviolenza anche per gli uomini. “Ma perché – rispondiamo noi – voi non siete capaci di aprirveli da soli? Se davvero pensate di averne bisogno, apriteli, chi ve lo impedisce?” Seguono i diffidenti, cioè quelli che ammettono l’esistenza di una violenza maschile sulle donne ma ci accusano di esagerare per mostrificare gli uomini. Ma chi esagera? I dati mica ce li inventiamo noi, arrivano dall’Onu che è un organismo internazionale e massicciamente maschile! Seguono gli offesi, quelli che ci ricordano che gli uomini sono violenti ma lo sono anche le donne! Ma che notizia! Certo che lo sono! e per l’esattezza (sempre secondo dati internazionali) le donne sono responsabili del 2-5% della violenza che si consuma in famiglia. Il che significa che non costituiscono un fenomeno allarmante e devastante come la violenza maschile sulle donne, bensì la classica eccezione che conferma la regola. Altrimenti fateci vedere tutti questi uomini che finiscono al pronto soccorso gonfiati a botte dalle donne. Fateci vedere quante donne (che lavorano) si vanno a spendere lo stipendio all’osteria o per comprare sesso o per comprasi la macchina potente, lasciando marito e figli a casa senza mangiare. E soprattutto fateci vedere tutti questi mariti scannati dalle mogli!
Giusto, ribattono gli offesi, ma le donne fanno agli uomini una violenza psicologica sottile che non si vede ma che fa molto male. Vero, verissimo, altrochè! La violenza psicologica che certi uomini fanno alle donne, invece, raramente è sottile, di solito è molto grossolana, nel senso che le annichiliscono con gli insulti quotidiani, le parolacce, la volgarità, la richiesta di rapporti sessuali degradanti, la pornografia, il dileggio e la svalutazione continua. In più, le stuprano. In più, le pestano a sangue. In più, le affamano. In più, le tengono segregate. In più, le ammazzano. E ogni tanto le fanno a pezzi e le buttano nei cassonetti come spazzatura.
Ribadiamo fino allo spasimo che NON stiamo parlando di tutti gli uomini, ma solo ed esclusivamente degli uomini violenti. Tanto è vero che, quasi a ripagarci della crudeltà mentale e materiale dei suddetti, c’è una quinta tipologia di uomini splendidi e meravigliosi: i collaboranti cioè quelli che ci stimano, ci aiutano e ci affidano le vittime della violenza “altrui”, la violenza dei congeneri dai quali hanno preso le distanze. Giacché questi uomini intelligenti e meravigliosi sanno e hanno sempre saputo che, come dice uno slogan dei centri antiviolenza: Un vero uomo non picchia!
 
di Raffaella Mauceri Presidente provinciale Centri antiviolenza ‘Le Nereidi’
 
A lato del blog ci sono molte informazioni sui centri antiviolenza con i relativi indirizzi
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15 maggio 2008

L’Istat e l’Italia che non vive nessuna “emergenza sicurezza”

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Tutti o quasi i commentatori e gli analisti politici che si sono espressi sui recentissimi risultati elettorali, hanno individuato nel bisogno di sicurezza uno degli elementi decisivi dello spostamento a destra del Paese. Più che un diverso orientamento ideologico o politico, la paura di una società ormai in preda all’insicurezza e alla criminalità, pare sia stato il segno sociologicamente distintivo dello spostamento dei flussi di voto. Eppure, l’Italia non vive nessuna “emergenza sicurezza”.
A dirlo é il rapporto ISTAT “100 statistiche per il Paese”, presentato a pochi giorni dall’investitura del nuovo sindaco di Roma Alemanno che ha cavalcato l’onda della paura e dell’insicurezza, cullandosi sulla tempesta emotiva scatenata sui cittadini da una violenta aggressione mediatica di fatti, coincidenze e volute amplificazioni. I numeri dicono che l’Italia nel panorama europeo risulta essere il Paese meno pericoloso per morti violente, in ottava posizione dopo l’Austria; nello specifico, poi, analizzando i dati, emerge che la maggior parte degli omicidi interessa il Mezzogiorno ma, anche qui, con un andamento decrescente. Eppure seppure dal 2000 a oggi sono diminuiti gli omicidi, i numeri dicono che è cresciuta la paura. I dati sono quindi incoraggianti e anche se la criminalità preoccupa tristemente il 58,7% degli italiani sembra proprio non esserci quel mostro di violenza appostato dietro ogni angolo buio di periferia e di stazione, cosi come descritto e teatralizzato dagli show televisivi e dalle ultime cronache.
Insomma sembra piuttosto evidente che se questi dati fossero stati pubblicati prima delle diatribe elettorali qualche comizio sarebbe rimasto pericolosamente a secco di campagne “salva vita” e in particolare “salva donne”; argomenti che tanta presa hanno avuto sulla sensibilità della gente, in particolare di chi vive in oggettive situazioni di disagio e maggior abbandono istituzionale. In una parola le periferie, dove risiedono la maggioranza di coloro che hanno scelto di votare a destra per una dose altissima – e in parte comprensibilissima – di paura. Non è in questione la cronaca dei recenti episodi di violenza, da ultimo il caso alla stazione romana della Storta, piuttosto la percezione che di questi arriva nel comune sentire. Senza scomodare troppa teoria della comunicazione, è da analizzare il discrimine alto, altissimo, tra i numeri della violenza e della non-sicurezza e la percezione che di questi arriva nelle case della gente attraverso i media.
Perché questo traccia il solco, pericoloso, tra la realtà e la descrizione strumentale della stessa. Un’informazione che sostiene poi la differenza tra un’autentica campagna elettorale fatta di proposte e una spudorata propaganda populista fatta di promesse. Tra conoscere un’opzione politica per la propria città e credere senza esitazioni allo scenario del miglior reality show.
Un pericoloso contagio collettivo di paura ha avvelenato le opinioni delle persone trasformando le strade della città da ogni pagina di quotidiano e ogni tg regionale in pericolosi covi a rischio di vita e d’incolumità personale. E su questo ha vinto il più tradizionale dei cliché politici: la forza, che nel nostro paese si colloca nelle categorie ideologiche della destra, lì dove trova la sua consacrazione storica e il suo archivio di’immagini e simboli. Quelli cui è più legato il nostro Sindaco e che lo rendono decisamente più autentico del tiepido Fini.
A questo si è legato indubbiamente il fiume dei problemi reali e irrisolti che hanno patito le periferie, in particolare in questo secondo mandato Veltroni, in cui le vetrine del centro hanno occupato, forse in vista della personale candidatura nazionale, tutte le attenzioni del Campidoglio.
Il punto è che se una vittoria politica nasce sulle basi della paura collettiva per sopravvivere a se stessa e mantenere valore e credibilità, può aver bisogno – ed il rischio, lo documenta la storia è altissimo – di alimentare sentimenti di discriminazione, di rifiutare qualsiasi disponibilità all’inclusione dell’altro: per mutuare una teoria di Habermas, negando ogni futuro possibile alla democrazia e alla crescita della cittadinanza nel tessuto sociale contemporaneo. E questo una città come Roma non se lo può proprio permettere. Il rischio di non arginare e ricondurre al silenzio frange violente di estrema destra, armate per la caccia all’immigrato, del campo rom o magari di un centro sociale, di questo si che si può aver paura.
Senza voler approdare a tesi apocalittiche bisogna forse riconoscere che abdicare alla paura le azioni della politica significa perdere la misura della realtà, l’unica garanzia contro le degenerazioni e le violenze ideologiche. E la deriva non è un’ipotesi da studiosi delle masse e del condizionamento ideologico, ma un fatto. E’ alta la tensione alle porte dei campi rom o intorno agli immigrati romeni. Altissima e faticosa da gestire soprattutto laddove i disagi della povertà e della cultura sono già profondi e storici.
L’ISTAT dice inoltre che gli italiani soffrono per la disoccupazione, l’incertezza del futuro giovanile, la percezione altissima della povertà. I numeri dell’occupazione – in particolare quella femminile – sono lontani dagli obiettivi di Lisbona, e salgono, appunto, le percentuali dell’incertezza e dell’ansia sul futuro. Il salto dai numeri a come vengono raccontati è quello che scatena il cosiddetto elemento persuasorio della comunicazione. Fin qui potremmo non rimanere sconvolti. Ma le parole sono azioni (per tornare alle formulazioni di Habermas o alla lettura di Anna Harendt) della comunicazione politica e il timore legittimo che resta a chi desidera mantenere lo sguardo senza emotività e isteria tipica italiana alle forme del reale, è che una volta sparsi strategici militanti a briglia sciolta e improvvisati cittadini poliziotti, non basteranno le parole di un sindaco a scongiurare i numeri veri della violenza reale, quella che è già odore diffuso di sospetto, regime generalizzato di paura, rabbia che cerca espiazione.
Con il dubbio che questo rapporto dell’ISTAT sia uscito casualmente fuori tempo massimo per ogni lucido tentativo di analizzare i problemi reali e per privilegiare forse il nero della politica nostrana, possiamo intrattenerci ancora a lungo sull’analisi della comunicazione di quest’ultima campagna elettorale sapendo che non basterà a proteggerci la sera, tornando a casa, alla fermata dell’autobus o aspettando il treno. Magari sperando di non essere aggrediti e uccisi da italiani per una sigaretta negata. Questo, anche questo accade nelle nostre città.
 
di Rosa Ana De Santis per http://www.canisciolti.info
 
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14 maggio 2008

La strategia della tolleranza zero, i costi e la reale efficacia

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Le radici teoriche della politica di Tolleranza Zero che, dagli anni Ottanta ad oggi, ha contribuito significativamente all’aumento del numero dei cittadini americani dietro le sbarre. Lo stato del sistema penitenziario americano, con suoi numeri e suoi costi. Gli effetti della Tolleranza Zero sul tasso di criminalità sono molto discussi, e spesso terreno di scontro elettorale, mentre continua a mancare da parte della classe politica un’analisi seria di tale approccio.Quest’anno la spesa per il mantenimento delle carceri e l’efficacia reale ai fini della sicurezza non sono tra i temi più sentiti della campagna elettorale 2008. Ma nessun candidato o stratega politico considererebbe saggio proporre un programma che possa apparire “soft on crime”, come si direbbe negli Stati Uniti. In un sondaggio condotto da Gallup nel 2006, il 51% degli intervistati si è dichiarato convinto che il tasso di criminalità nella propria comunità fosse più alto che l’anno precedente, e il 68% ha mostrato di avere la medesima percezione per quanto riguarda il crimine a livello nazionale. In sostanza, difficilmente gli Americani potrebbero venir persuasi a votare per un politico, repubblicano o democratico, che appaia poco risoluto in maniera di criminalità.Inoltre i carcerati ed ex-carcerati, che potrebbero essere gli unici interessati a nuove politiche in materia, sono privati del diritto di voto nella maggior parte degli stati dell’Unione, non solamente durante l’incarceramento, ma spesso vita natural durante. Ad oggi si calcola che a 5,3 milioni di Americani che hanno avuto problemi con la legge sia proibito di votare. Tra costoro, 2 milioni sono quelli che hanno già finito di scontare le proprie pene e 1,8 milioni sono agli arresti domiciliari o hanno ottenuto una sospensione della condanna. In elezioni che si giocano spesso sul filo di lana, poche migliaia di voti, questa situazione può avere conseguenze politiche decisive, in particolare per il partito democratico.Va detto che ci sono alcuni segnali positivi. Recentemente Alabama, Florida, Iowa, Maryland e Mississippi hanno modificato legislazioni che toglievano per sempre il diritto di voto a chiunque fosse stato incarcerato. Esiste inoltre una proposta di legge del Deputato democratico dello Stato di New York Charles Rangel che reistituirebbe immediatamente il diritto di voto al rilascio dalla galera. Il testo di legge è in attesa di essere discusso alla Camera dal 2003. Nonostante questi sviluppi, per il momento non bisogna attendersi dal nuovo presidente, che si tratti di McCain, di Obama o di Clinton, cambiamenti significativi alla politica sul crimine.In assenza di un dibattito propriamente politico sul sistema penitenziario in America, abbondano invece gli studi specialistici a disposizione. Un articolo di Adam Liptak sul New York Times di qualche settimana fà cita due esempi interessanti e contrapposti. Da un lato, secondo le statistiche del Dipartimento della Giustizia, dal 1981 al 1996 il rischio di arresto e condanna per tutti i crimini tranne l’omicidio, è cresciuto negli Stati Uniti e calato in Inghilterra. E le statistiche sul crimine nei due paesi mostrano di essere inversamente proporzionali, in calo negli Stati Uniti e in crescita in Inghilterra. D’altra parte, se si paragonano Canada e Stati Uniti, si scopre che i tassi di criminalità si sono spostati, durante gli ultimi quarant’anni, secondo curve parallele, nonostante il numero di incarcerazioni sia rimasto stabile in Canada e sia invece cresciuto esponenzialmente in America, in particolare a partire dagli anni ottanta.Uno studio del Justice Policy Institute, un centro di ricerca con sede a Washington DC, suggerisce inoltre che altri e diversi fattori influenzano i tassi di criminalità. Ad esempio, all’aumento dei livelli di occupazione è direttamente associato un miglioramento delle condizioni di sicurezza pubblica. I ricercatori hanno scoperto che esiste una relazione tra l’aumento dell’occupazione e la diminuzione della criminalità avvenute tra il 1992 e il 1997. In tale lasso di tempo, la disoccupazione in America è scesa del 33%. L’analisi del Justice Policy Institute sottolinea che oltre il 40% della simultanea diminuzione dei tassi di criminalità è attribuibile proprio alla crescita nel numero di posti di lavoro. Anche l’aumento dei salari pare essere collegato direttamente alla sicurezza pubblica. Secondo le ricerche effettuate, un aumento salariale del 10% potrebbe essere sufficiente a ridurre dell’1,4% il numero di ore che uomini in giovane età in particolare dedicano ad attività criminose. Infine, è stato rilevato che quegli stati dell’Unione con più alti livelli di occupazione mostravano tassi di criminalità inferiori alla media nazionale.Un esempio di come alternative alla Tolleranza Zero siano non solo possibili ma anche auspicabili arriva, un po’ sorprendentemente, dal Texas, lo stato di Bush tra i più conservatori del paese. Tra il 1985 e il 2005, il numero di persone in galera è cresciuto qui del 300%. Nonostante l’Assemblea dello Stato avesse scelto inizialmente di aumentare il budget destinato alla costruzione e all’ampliamento dei penitenziari, nel 2007 un’azione bipartisan ha dato il via ad una riforma del sistema. Invece che autorizzare la spesa di ulteriori 523 milioni di dollari per aggiungere nuove celle alle carceri, il Texas ha scelto di finanziare l’espansione dei programmi di riabilitazione e ha reso più flessibili le norme sugli arresti domiciliari e sulla detenzione pre-processo. Si stima che la riforma farà risparmiare lo stato circa 210 milioni di dollari nei prossimi due anni, mentre la popolazione carceraria dovrebbe rimanere costante per i prossimi cinque anni.
 
di Valentina Pasquali per http://southoftexas.blogspot.com
 
giuliani-romano
13 maggio 2008

Freedom, Legality And rights in Europe arriva al parlamento Europeo di Bruxelles

europa
 FLARE Freedom, Legality And Rights in Europe è stato un percorso per la costruzione di un network finalizzato alla cooperazione tra le organizzazioni della società civile nella lotta contro le mafie e le criminalità organizzate transnazionali che ha nel corso di quest’anno realizzato tre appuntamenti che simbolicamente hanno abbracciato tutta l’Europa da Berlino passando per Cracovia e finendo a Bari.

L’idea iniziale del Programma FLARE nasce dalla realtà di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, e da Terra del Fuoco, ONG di Torino.

Ad oggi gli aderenti a FLARE sono circa 50 associazioni e organizzazioni non governative, impegnate nel campo della cittadinanza attiva, della promozione giovanile, della lotta allo sfruttamento delle donne e dei minori a fini sessuali, della protezione ambientale, del rispetto dei diritti umani, della lotta alla corruzione, dell’assistenza ai migranti e ai rifugiati. Le loro aree di provenienza sono Europa, bacino del Mediterraneo, Federazione Russa, area caucasica, penisola balcanica, per un totale di circa 30 diversi paesi.

Il percorso proposto da FLARE permetterà agli aderenti al network di acquisire gli strumenti per esercitare pressioni sociali sui processi legislativi a livello locale ed europeo, per organizzare campagne di sensibilizzazione, per avviare collaborazioni tra associazioni-membre del network, con progetti comuni, scambio di buone pratiche e know how.

FLARE prevede quattro appuntamenti (Berlino, Cracovia, Bari, Bruxelles) nel corso di un anno, da novembre 2007 a giugno 2008. Al termine di tali tappe, gli aderenti al network europeo saranno chiamati a partecipare all’ultimo incontro a giugno presso la sede del Parlamento Europeo di Bruxelles in cui verrà lanciata la rete europea per l’affermazione dei valori di legalità e di contrasto alla criminalità organizzata.

La prima tappa si è svolta a Berlino dove, in occasione del 18° anniversario dalla caduta del Muro, i circa 100 partecipanti si sono incontrati e hanno condiviso gli obiettivi futuri del network. Dal 15 al 20 gennaio 2008 si è svolta la seconda tappa in Polonia. A pochi chilometri da Cracovia, si trova il campo di Auschwitz-Birkenau, il luogo simbolico della negazione dei diritti inalienabili dell’uomo. 200 partecipanti hanno visitato il campo per riflettere sull’importanza diritti umani.

Nella terza fase tutti i partecipanti si sono incontrati a Bari dall’ 11 al 16 marzo 2008, per offrire il proprio contributo all’interno dei laboratori che hanno visto la partecipazione di esperti internazionali. Tutti i partecipanti hanno preso parte alla discussione su tutti gli argomenti proposti nelle tappe precedenti utilizzando un sistema di voto elettronico. E’ stato redatto un documento ufficiale contenente principi, obiettivi e proposte per la costituzione della Rete Europea e la bozza dello statuto del futuro network. Il 15 marzo i giovani hanno partecipato alla ”Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Il giorno precedente, il 14 di marzo, i partecipanti a FLARE hanno incontrato i parenti delle vittime per stringere un gemellaggio con gli stessi assumendosi l’impegno di portare le loro storie al di fuori dei confini italiani.

A Bruxelles, dal 7 all’11 giugno 2008, nella sede del Parlamento Europeo ci sarà la consacrazione politica della Rete e l’ultima fase del programma che, tra le attività, prevede la firma dell’atto costitutivo e dello statuto e la definitiva consacrazione anche formale del network.

Tratto da http://www.libera.it/

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12 maggio 2008

Nelle scuole Usa il giorni di “switch gender” per difendere Michael Loscalzo dalle discriminazioni

Stati Uniti, la patria delle opportunità. Ma, soprattutto, dei diritti civili. Le battaglie per la loro affermazione sono spesso nate da singoli gesti, che sono poi passati alla storia. Come, per esempio, la transessuale Sylvia Rivera che lancia una bottiglia contro la polizia nei pressi dello Stonewall, locale newyorkese del West Side e luogo di incontro semiclandestino per gay, transessuali, drag queen e travestite. Un bel film del 1995 prende spunto da quell’evento, tratteggiando l’atmosfera del quartiere alla fine degli anni Sessanta.

Era la sera del 28 giugno 1969 e il gesto di Sylvia, a difesa di una dignità troppo spesso calpestata dai metodi "raffinati" del New York Police Department, è considerato il seme di tutti i Pride che sono stati organizzati, da allora, in giro per il mondo. Sylvia è morta il 19 febbraio 2002, ma i semi di solidarietà che ha gettato continuano a germogliare.

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Michael Loscalzo

Siamo sempre a New York, ma nel 2008. Michael Loscalzo studia alla Brewster High School. Ha diciassette anni e, da qualche tempo, subisce aggressioni e prese in giro da alcuni compagni di scuola perché si veste in modo femminile, avendo iniziato la transizione di genere. In un primo tempo, si era diffusa la notizia che Michael rischiasse la sospensione dalle attività scolastiche. Il preside della Brewster High School ha però più tardi smentito le voci, precisando di aver soltanto chiesto a Michael di indossare abiti "non volgari".

Nei giorni trascorsi tra le voci di sospensione e la smentita del preside, alcuni studenti hanno organizzato una manifestazione in difesa di Michael: i ragazzi si sono presentati a scuola in gonna e parrucca e le ragazze in camicia e cravatta. Non è raro che nelle scuole americane vengano organizzati dei giorni "switch gender", ma vi predomina il carattere ludico. E, soprattutto, sono gli insegnanti a promuovere questa sorta di festa simil-carnevalesca. Ciò che è successo alla Brewster High School di New York ha invece un piacevole retrogusto "Old Sixties", che magari avrà fatto arricciare il naso a qualche benpensante genitore. Ma anche sicuramente sorridere compiaciuti i nonni degli intraprendenti amici di Michael.

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