Posts tagged ‘Mediaset’

23 ottobre 2012

Diritti tv, sentenza vicina e B. rischia

Silvio Berlusconi ha cominciato un altro conto alla rovescia per una sentenza che, al di là della volontà del Tribunale di Milano, arriva in pieno dibattito sulle candidature politiche. Tra giovedì e venerdì è atteso il verdetto del processo Mediaset sulla compravendita di diritti televisivi con presunti costi gonfiati. Un modo, sostiene l’accusa, per accantonare fondi neri. L’ex presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale.

QUANDO LEGGERÀ la sentenza, il presidente Edoardo D’Avossa renderà note contestualmente le motivazioni. Dunque, non si dovranno attendere i soliti 60-90 giorni. Un guadagno di tempo, prezioso, in vista della prescrizione che scatterà ad aprile 2014. Se Berlusconi dovesse essere condannato, rischierebbe persino una pena definitiva. I tempi, almeno in astratto, ci sono.    Il 18 giugno scorso, i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno chiesto per il leader del Pdl 3 anni e 8 mesi di carcere. “Sui fondi neri – ha detto De Pasquale – ci sono le impronte digitali di Berlusconi”. E sempre a proposito dell’ex presidente del Consiglio, l’accusa ha detto che è il beneficial owner delle società off shore. I pm hanno chiesto, inoltre, altre 10 condanne. Tra queste, quella per Confalonieri e per Frank Agrama, produttore e presunto socio occulto di Berlusconi, rispettivamente a 3 anni e 4 mesi e 3 anni e 8 mesi, sempre per frode fiscale. La pena più alta è stata avanzata nei confronti del banchiere svizzero, Paolo De Bue, imputato di riciclaggio: 6 anni e 30 mila euro di multa. Nel 1996, ha ricordato De Pasquale, “il fiduciario svizzero Del Bue fa sparire dallo studio dell’avvocato David Mills (per lui è subentrata la prescrizione, ndr) la documentazione su Universal One e Century One, riconducibili a Silvio Berlusconi”, durante la perquisizione disposta allora dal pool Mani Pulite. Per quanto riguarda il presunto riciclaggio di decine e decine di milioni di dollari (solo l’imputato Erminio Giraudi, per cui sono stati chiesti 5 anni di carcere, avrebbe riciclato 25 milioni di dollari) De Pasquale ha detto che “è stato compiuto nell’interesse di Fininvest, per non dire di Silvio Berlusconi, che poi è la stessa cosa”. Anche i presunti fondi neri confluiti sui conti bancari svizzeri e delle Bahamas, ha detto il pm, attraverso fiduciari tra cui “Del Bue, Danilo Pezzoni e Massimo Maria Berruti (parlamentare del Pdl, ndr) derivano dalla frode e quelle cifre vengono prelevate in contanti”.

SECONDO L’ACCUSA, al netto delle prescrizioni (restano in piedi le contestazioni per gli anni 2001, 2002 e 2003) l’imposta evasa ammonta a quasi 14 milioni di euro. Prima della camera di consiglio, ieri ci sono state le arringhe degli avvocati Alessio Lanzi e Vittorio Virga, difensori di Confalonieri. Hanno ricordato che i pm durante la requisitoria non hanno mai pronunciato, riferendosi al presidente di Mediaset, “la parola dolo”. “Il tutto, ha detto l’avvocato Lanzi, al massimo può ritenersi una vicenda di agenzia delle entrate. Non c’è rilevanza penale”. Gli avvocati hanno chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato”.    Durante la requisitoria, De Pasquale aveva parlato di “ruolo apicale” di Confalonieri nella vicenda dei diritti televisivi: “Aveva l’ultima parola”.

di Antonella Mascali, IFQ

Il simbolo di Mediaset Ansa

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5 ottobre 2012

E Mediaset scoprì il fascino del giustiziere

Sfoggiando uno dei migliori lapsus degli ultimi anni, la madre di Er Batman ha così rampognato Barbara D’Urso quattro giorni fa a Pomeriggio 5: “Lei indirettamente sta offendendo in una maniera indelicata, insensibile un ragazzo che deve ancora essere giustiziato”. Ha detto proprio così Anna Tintori, mamma di Franco Fiorito: “giustiziato”. Non “giudicato”. E a suo modo aveva ragione. Di fronte a lei, con gran sfoggio di faccette tipo “F4=basito” della serie tivù Boris, Barbara D’Urso si ergeva a novella giustizialista. In un trionfo di neuroni, aveva appena espresso gran sdegno di fronte alle presunte (va be’) ruberie di Fiorito, ascoltando rapita il soave Paolo Del Debbio. Accade anche questo, a margine di ciò che resta della cosiddetta Seconda Repubblica: Mediaset si reinventa “giustizialista”. La nuova tendenza è stata notata anche da Giuliano Cazzola, Pdl, in una lettera al Foglio. Davvero Mediaset, proprio Mediaset, si reinventa giustizialista? Così pare. Lo stesso Del Debbio, l’uomo del popolo divenuto televisivamente celebre per “intervistare” vent’anni fa – alternandosi con lo scomparso Giorgio Medail – solo chi votava Berlusconi , arringa ora la plebe a Retequattro. Quinta Colonna, lunedì sera. Ottimi ascolti, Gad Lerner umiliato nello share e largo spazio a onorevoli (magari il dipietrista Barbato) che incarnano il giustizialismo sopra le righe. Doppiamente utili: sia perché fanno colore, sia perché è facile prenderne le distanze. Del Debbio, pressoché ubiquo, spadroneggia anche a Mattino Cinque. Mediaset vicina alla magistratura, con tanto di esondazioni populiste e demagoghe, è come dire che Calderoli farà la nuova legge elettorale (ops, sta accadendo sul serio). La rete è la stessa dei pedinamenti a Mesiano, il giudice crocefisso perché andava “addirittura” dal barbiere. I volti sono i medesimi che fino a ieri dipingevano Sallusti come novello Solenicyn. E i vari Fiorito, a puro titolo di cronaca, militerebbero nello stesso partito di Berlusconi. Plurindagato e, accidentalmente, gran capo dei neo-scandalizzati. Pazienza: in Italia tutto può accadere. Sembra una replica del ’92, con gli ex craxiani – e non solo – che d’un tratto si dissociarono. Anzitutto da se stessi. Qualcuno finì in galera, molti sono rimasti in sella: come nuovi. Buoni per ogni stagione. Cangianti e simbionti. Conformisti, sempre dalla parte giusta.

di Andrea Scanzi, IFQ

17 marzo 2012

Rai4, l’“università” dei serial tv

 La Rai migliore è un “dottorato”, come la definisce il suo creatore. “Un dottorato in attesa che succeda qualcosa di più importante. Una rete concepita come una Sky per chi non ha i soldi: una sorta di ribattuta in chiaro”. Carlo Freccero è direttore di Rai4 dal giorno del suo varo, il 14 luglio 2008. Il suo piano editoriale, scritto nel maggio di quell’anno, è stato puntualmente rispettato. Il primo film trasmesso, alle ore 21, fu Elephant. La pellicola impietosa di Gus Van Sant, liberamente ispirata al massacro di Columbine. Un esordio che non lasciava dubbi sulle intenzioni del nuovo canale semigeneralista: coraggioso e spigoloso. Teoricamente diverso da tutto il resto, sebbene trasmetta pressoché unicamente prodotti già editi. Rai4, e con essa Freccero, sono al centro di molte polemiche. Libero, in un rigurgito moraleggiante, ha preso a pretesto la messa in onda – al mattino e al pomeriggio – di una serie spagnola disinibita, Fisica o chimica, per mitragliare una rete scomoda.

   TELEFONATE private spacciate per interviste, articolesse sulla pornografia, arguti dibattiti sul nulla. Con l’unico risultato concreto, a suo modo meritorio, di portare al centro dell’attenzione non tanto il prodotto iberico – adolescenziale e deboluccio – quanto una piccola rete che sta crescendo. Sia per qualità che per ascolti (oltre l’uno percento di share a gennaio 2012). E per questo dà fastidio, a Mediaset e non solo. Se Rai5 – nata il 26 novembre 2010 – è rivolta alla cultura in ogni sua sfaccettatura, attestandosi sin qui a poco più dello 0.2%, Rai4 è una zona franca atta a tramutare il preesistente in inedito: il palinsesto non vuole inanellare un semplice affastellarsi di repliche, ma assurgere a storytelling originale e compiuto. Tra le prime a credere nel digitale , nel 2011 ha portato alla Rai 11 milioni circa di euro in pubblicità. Constatata l’impossibilità di produrre, e a fronte di un budget limitato, l’unica strada era per Freccero la settorialità d’autore. Rai4 si è prefissata di essere la prima tv a trasmettere in chiaro ciò che gli abbonati di Sky già conoscono. In alcuni casi, la prima visione italiana è totale (Breaking Bad). Freccero ha scientemente individuato alcuni raggi d’azione. Le serie tv, anzitutto americane ma non solo (Doctor Who è britannica). La riscoperta di un genere pressoché dimenticato dalla tv generalista come la fantascienza (Battlestar Galactica). La valorizzazione della nicchia, nella piena consapevolezza che è proprio il prodotto “alternativo” a stimolare una fidelizzazione estrema. C’è poi lo smarcamento sistematico dalle serie criminologiche trasmesse da RaiDue, come Criminal Minds o Senza Traccia, proposte peraltro con una disattenzione cronologica inaccettabile (Mediaset non ha agito diversamente con Dottor House). Se le altre reti generaliste usano le serie come tappabuchi, al punto da relegare la mitica 24 con Jack Bauer su Rete4, Rai4 si presenta come “il” luogo di chi ama le serie tv. È vero che i feticisti del genere le hanno già viste, su Sky o in lingua originale, ma Freccero non dirige una corazzata. Piuttosto un’utilitaria con gli interni sufficientemente cool. Rai4 vive di limiti e dal pauperismo obbligato cerca di trarre esaltazione. Accettando di “abbassarsi” qua e là all’action movie (il Ciclo Dolph Lundgren , ovvero l’Ivan Drago di Rocky4). Puntando sugli “anime”, le animazioni giapponesi in versione integrale. Dirottandosi sul cinema d’Oriente e francese, che prova a emanciparsi dei clichè autorali e accetta l’ibridazione con i modelli americani (la lezione di Luc Besson). Rai4 è una rete che “smeriglia” – termine che Freccero ama molto – i cataloghi. Quelli Rai, riproponendo spin-off vecchi di vent’anni (Maddecheaò con Corrado Guzzanti), e quelli esteri. Si permette di trasmettere di fila, dopo la sofferta autorizzazione americana, tutte le puntate di Lost (ogni sera alle 20.20). Contempla tentativi abortiti di dissacrare il mainstream Rai (i fuorionda de L’isola dei famosi) e versioni estese – poi abbandonate – di Blob. Polemiche ce n’erano già state: tre anni fa, su Repubblica, Giovanni Valentini si era scagliato contro le scene più cruente di Angel. Come se una serie tv potesse essere trasmessa a pezzi, in base ai gusti bigotti dei censori di turno.

   I LIMITI di Rai4 non sono certo qualitativi o legati alla volgarità. Vanno ricercati anzitutto nel suo vivere masticando prodotti già noti (ma le prime tv stanno aumentando, e con essi gli approfondimenti autoprodotti). Il rischio è quello di un perenne effetto déjà vu. La rete è poi deficitaria sul versante comico: la risata, la satira. Il Male Cabaret, la striscia di tre minuti con Vauro e Vincino ogni martedì in seconda serata, è un tentativo di sondare territori che Freccero ben conosce. E per questo sa quanto perigliosi. “Volevo riportare a Rai4 comici esiliati dalla tv. Il primo nome era Luttazzi. Mi sarebbe piaciuto anche produrre serie tv italiane che nulla c’entrassero con i soliti Don Matteo. Non me l’hanno permesso”. Rai4 è un jukebox con vinili che frusciano con gusto, evergreen che non stancano e brani che le radio non passano (ma dovrebbero passare). Pochi soldi, niente luci della ribalta. E una sensazione di menti pensanti “parcheggiate” in luoghi secondari per disinnescarli. Idee, qualità, provocazione. Servizio pubblico forse d’elite, ma reale. Sarà per questo che a molti, peraltro i soliti, non piace.

di Andrea Scanzi, IFQ

Una delle serie attualmente trasmesse su Rai4, “Missione in Medio Oriente”.

19 gennaio 2012

I beauty contest è vivo e lotta insieme a Passera

Una truffa che si rispetti è dura a morire. E il beauty contest, la gara che regala le frequenze televisive, riappare a sorpresa mentre dicono sia spacciata. Il ministro Corrado Passera pronuncia poche e indefinibili parole a Montecitorio, che i partiti di centrosinistra accolgono con giubilo interpretando male le sue dichiarazioni: “È mia intenzione rendere partecipe il Consiglio dei ministri, previsto per venerdì (domani, ndr), delle decisioni che intendo assumere”. Soltanto che il ministro per lo Sviluppo economico, per adesso, ancora deve prenderle queste decisioni. Fonti del ministero precisano: “Non è detto che il beauty contest sia sospeso, è solo una delle ipotesi. In queste settimane abbiamo raccolto numerosi pareri valutando la procedura d’infrazione europea che resta aperta, non sappiamo che tipo di provvedimenti saranno presi né i tempi previsti”.    Il beauty contest che resiste è una cattiva notizia per le casse pubbliche con i 4 miliardi che si possono ricavare con un’asta al rialzo, ma è un buon segnale per le aziende (Mediaset, Rai, La7) che aspettano di ricevere nuovi canali del digitale terrestre senza spendere un euro. Sarà felice Pier Silvio Berlusconi che, per puro caso o per felice coincidenza, è intervenuto qualche giorno fa su La Stampa per ammonire il governo: “Pensare a un’asta non solo sarebbe ingiusto e iniquo, perché in tutta Europa si è proceduto con assegnazione gratuita. Ma sarebbe anche non realistico: per il business televisivo il vero problema non sono le frequenze, ma i pesanti investimenti per creare contenuti competitivi di livello. Lo dice il mercato, non noi”. E quel che dice Berlusconi junior si riflette nel continuo tergiversare del ministero che, a parte una dozzina di annunci pubblici, non ha mai ufficialmente bloccato le procedure di assegnazione. Che vanno avanti, che stanno per toccare il punto di non ritorno: la commissione che deve giudicare le candidature di Mediaset, Rai e La7 aspetta la relazione dei periti dell’Istituto Bordoni, dopodiché la graduatoria, che indica chi sceglie per primo i multiplex (pacchetti di frequenze), sarà consegnata al ministero. Come farà Passera, poi, a comunicare che quei documenti sono carta straccia?    L’avvocato Giorgio D’Amato è uno dei tre giudici che presiedono il beauty contest,    per mesi ha lavorato a vista, cercando di interpretare il governo Monti che prometteva di smontare il concorso truffa, ma indugia sempre per qualche motivo. Adesso che i partiti di centrosinistra organizzano il funerale del beauty contest, l’avvocato D’Amato conferma al Fatto che il meccanismo ideato dall’ex ministro Paolo Romani è ancora vivo e vegeto, funziona perfettamente: “Noi stiamo svolgendo il compito per cui siamo stati nominati. E stiamo per ricevere il parere dell’advisor (l’istituto Bordoni), l’ultimo passo prima di trasmettere i nostri giudizi al ministero”. Domani in Consiglio dei ministri arriva il pacchetto liberalizzazioni, se il beauty contest ne uscirà illeso, si scoprirà immortale. Dopo sarà troppo tardi. E per Mediaset troppo bello per crederci.

di Carlo Tecce, IFQ

Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera (FOTO LAPRESSE)

7 dicembre 2011

“Frequenze gratis, patto tra Monti e B.?”

Antonio Di Pietro ormai ha deciso: è ora di pensare a una contromanovra. Sul suo blog ieri il leader Idv ha messo giù numeri e ipotesi, a partire dalla tormentosa vicenda delle nuove frequenze televisive regalate agli operatori già in campo: “Fare cassa a spese dei poveracci sì, ma un’asta per far pagare i diritti televisivi, che per Mediaset sono gratuiti, no. E sì che qualche soldino sarebbe entrato! In Germania l’asta ha portato allo Stato 4,4 miliardi di euro, negli Usa 20 miliardi di dollari. Non è per pensare male, ma non vorrei che questa distrazione non fosse casuale e rispondesse invece a un patto con Berlusconi: io vi faccio fare il governo e voi mi continuate a regalare le frequenze. Tanto poi ci sono sempre i pensionati da spremere”. Al telefono Di Pietro conferma tutto: “Ma è chiaro che su questo punto c’è stata una trattativa. Tu, caro Monti, non tocchi la questione delle televisioni. E io ti darò l’appoggio in aula. Solo che così va a finire come al solito: i privilegi ai potenti, e la povera gente a pagare. Non va bene, per questo abbiamo presentato mozioni, interrogazioni, interpellanze, tutto quel che serve in questi 60 giorni per migliorare la manovra. Si può, si deve”. Ma se Monti dovesse toccare le frequenze che scottano, come potrebbe poi trovare la maggioranza in aula? “Eh ho capito io – continua di Pietro -, ma mica potremo fare quel che piace a Berlusconi anche dopo che Berlusconi se n’è andato. O no? Se Monti non ha una sua linea utile al Paese andiamo subito a elezioni, come l’Idv sostiene da sempre. Speriamo che pure il Pd si convinca. Dalle pensioni a ‘sto beauty con-test dovranno vedere pure loro che i conti non tornano”.    Un bel sasso lanciato nello stagno delle polemiche, che il senatore Idv Pacho Pardi raccoglie volentieri e mette sul tavolo con un’interrogazione al ministro Passera: “Vorrei tanto sapere perché la questione del beauty contest non sia stata esaminata per inserirla in manovra – spiega Pardi -. Già quell’annuncio fatto in conferenza stampa, “non ne abbiamo discusso”, mi suona come un’ammissione chiarissima: non vogliamo parlarne. Sennò, per gente che deve andare a caccia di miliardi, era proprio quello il primo passo. Il più banale: basterebbe che Passera facesse una telefonata al presidente della commissione messa lì a decidere sulla gara dicendo “scusate, cambio di programma, le frequenze ce le vendiamo anziché regalarle”. Tutto qua, e miliardi di euro in bilancio da subito: perché rinunciarci se non per aver preso un impegno preciso sul punto?”.

IN EFFETTI i – parecchi – miliardi in arrivo da un’asta delle frequenze farebbero comodo. “Ma vogliamo parlare delle spese per gli armamenti? Da qui al 2026 abbiamo messo in pista 50 miliardi di euro per un settore che non ha alcun senso – spiega Massimo Donadi -. Altro che Iva e pensioni, questi sì sono soldi da ridare alla gente, alla scuola, alle famiglie. Cominciando dai 131 cacciabombardieri F35 che abbiamo ordinato, totalmente inutili visto che per fortuna non abbiamo intenzione di dichiarare guerra a nessuno. Solo quelli costano 19 miliardi. E poi ci sono i 100 caccia Eurofighter Typhoon, per qualcosa come 10 miliardi di euro”. Dettagliato il rapporto del senatore Idv Augusto di Stanislao, che ha preparato una mozione da inserire in manovra: “Vogliamo la cancellazione dei finanziamenti previsti per il 2012 per la produzione di 4 sommergibili, dei cacciabombardieri F35 e delle due fregate Orizzonte. Oltre al blocco della mini naja ‘ViVi le forze armate’ con un risparmio immediato di circa 8,5 milioni di euro”. Certo molti contratti sono già attivi e non sarebbe semplice sganciarsi. Soprattutto perché l’attuale ministro in carica, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ebbe un ruolo centrale nel firmare l’accordo tra Italia e Usa per la produzione degli F35. Troppo tardi ormai? “No. Tutto si può fare. Basta rinegoziare, decidere, dare un’impronta più forte a questa manovra che finisce addosso ai cittadini e lascia intatti i grandi interessi – insiste Donadi -. Infatti tra qualche giorno presenteremo un progetto organico di lotta all’evasione fiscale, punto su cui Monti si è dimostrato poco aggressivo. Insomma bisogna fare di più e molto meglio su diversi fronti. Se questa manovra resterà così com’è, noi non la voteremo di sicuro”.

di Chiara Paolin, IFQ

Antonio Di Pietro (ELABORAZIONE FABIO CORSI) 

9 novembre 2011

L’effetto B. su Mediaset

Nel giorno della sconfitta che potrebbe segnare l’inizio della fine per la sua avventura politica, Silvio Berlusconi è costretto a incassare anche le brutte notizie che arrivano dall’azienda di famiglia. I conti trimestrali presentati ieri da Mediaset confermano che le tv del Biscione viaggiano con il motore ingolfato. Gli utili sono scesi al livello più basso degli ultimi dieci anni. Le cose vanno peggio rispetto al 2009, ai tempi della recessione e anche in confronto al 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle.

Nei tre mesi chiusi a settembre i profitti di Mediaset si sono ridotti al lumicino, solo 2,2 milioni di euro, e da gennaio il risultato netto del gruppo si è ristretto del 13,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010. Aumentano i debiti (1,8 miliardi a settembre contro 1,6 miliardi di fine 2010), mentre i ricavi non crescono più: fermi a poco di 3 miliardi, proprio come nei primi nove mesi dell’anno scorso.    Tutta colpa del mercato degli spot che rallenta il passo. Le difficoltà dell’economia si fanno sentire sugli inserzionisti grandi e piccoli che tirano il freno. E così la raccolta pubblicitaria in Italia perde il 3 per cento rispetto al periodo tra gennaio e settembre del 2010. Sono risultati a dir poco deludenti anche se la Rai, con un calo ben superiore al 5 per cento della raccolta, riesce a fare molto peggio del suo principale concorrente. Per i vertici di Mediaset non è una gran consolazione battere la tv pubblica.    Succede sempre così: quando il mercato tira, il gruppo berlusconiano cresce più del colosso pubblico. Se invece la pubblicità perde quota, ecco che i risultati della televisione di stato si sgonfiano più in fretta di quelli dell’azienda presieduta da Fedele Confalonieri. Questo è lo scenario degli ultimi dieci anni, con Berlusconi al governo (salvo la breve parentesi di Romano Prodi) che controlla Media-set e sceglie i manager delle reti di Stato.    L’era del conflitto d’interessi sembra però molto vicina alla fine ed è proprio questo che preoccupa i vertici delle tv berlusconiane. Che succede se una prossima maggioranza di centrosinistra provvederà a smantellare l’impalcatura di leggi e leggine “ad aziendam”, a cominciare dalla famigerata Gasparri, che hanno fin qui garantito il predominio di Mediaset sul mercato televisivo? Se cambierà il vento della politica che ne sarà dei grassi utili del gruppo con base a Cologno Monzese? Non è da escludere, ragionano gli analisti, neppure una legge che fissi nuovi tetti alla raccolta pubblicitaria, rimettendo ordine su un mercato squilibrato a favore del concorrente privato. Un provvedimento come questo potrebbe trasformarsi in una vera mazzata per i bilanci delle televisioni berlusconiane.    Gli investitori in giro per il mondo temono il peggio ed è soprattutto per questo motivo che negli ultimi 12 mesi, in coincidenza con le crescenti difficoltà politiche di Berlusconi, la quotazione delle sue tv ha perso oltre il 50 per cento. Anche ieri, in una seduta altrimenti positiva (più 0,74 per cento) per l’indice di Borsa, il titolo Mediaset, nel giorno della sconfitta in parlamento per il suo azionista di maggioranza, ha fatto segnare un ribasso di poco inferiore al 3 per cento, la performance peggiore di tutto il listino di Piazza Affari.

Nei mesi scorsi, in agosto e in settembre, la capogruppo Fininvest e poi anche la Holding italiana seconda controllata direttamente da Berlusconi, hanno approfittato dei prezzi di saldo per comprare in Borsa titoli Mediaset per un valore di circa 25 milioni. Questi acquisti però non sono di certo sufficienti per rilanciare la quotazione. Anche perchè, nei ragionamenti degli investitori, sul futuro del gruppo gravano, oltre a quelle politiche, anche le incognite legate agli equilibri tra i due figli di primo letto del premier, cioè Marina e Piersilvio entrambi già attivi nelle aziende paterne, e i tre eredi (Barbara, Eleonora e Luigi) nati dal matrimonio con Veronica Lario.

La trattativa sul divorzio si sta trasformando in una battaglia legale dagli esiti imprevedibili. Un aspetto tutt’altro che secondario nel confronto tra i legali delle due parti riguarda le garanzie patrimoniali che la madre ha chiesto per i tre figli più giovani del Cavaliere. Per un gruppo che naviga a vista tra incertezze di ogni tipo non è proprio il massimo non sapere neppure chi comanderà nei prossimi anni.

di Vittorio Malagutti, IFQ

29 luglio 2011

Utili a picco, il giovedì nero di Mediaset

Il conflitto d’interessi all’italiana approda in un’aula di tribunale a Lussemburgo e Silvio Berlusconi perde due volte, come politico e come imprenditore. Mediaset infatti dovrà rimborsare allo Stato i contributi pubblici elargiti tra il 2004 e il 2005 a chi ha acquistato un decoder digitale. Lo ha deciso ieri la Corte di Giustizia europea che ha respinto il ricorso del gruppo televisivo contro la sentenza di primo grado.   

PER MEDIASET è senz’altro una brutta notizia, ma nel menu di una giornata storta quello era solo l’antipasto. Già, perchè a distanza di poche ore dalla dalla pubblicazione della sentenza sono arrivati anche i conti semestrali dell’azienda controllata da Fininvest. Conti ben poco brillanti, a conferma delle attese più pessimistiche degli analisti. Nei primi sei mesi del 2011 Mediaset ha guadagnato il 30 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2010. Gli utili si sono fermati a quota 164 milioni contro i 241 milioni di un anno fa su un fatturato di 2,2 miliardi anche questo in calo dell’1 per cento. Aumentano anche i debiti. La posizione finanziaria netta è negativa per 1,8 miliardi di euro, 300 milioni peggio del dato al 30 giugno 2010.    Per tentare la rimonta l’azienda guidata da Pier Silvio Berlusconi punta ad aumentare il controllo delle frequenze disponibili. E in questa direzione va l’acquisto di Dmt proprietaria di centinaia di torri televisive . L’operazione, in corso da mesi, è stata chiusa ieri e Mediaset diventa di gran lunga il primo operatore nazionale con ben 3.300 postazioni contro le 2.500 della Rai, incrementando il proprio vantaggio nei confronti dei concorrenti. Senza contare che Dmt porta in dote centinaia di milioni di nuovi incassi legati all’affitto delle torri alle altre emittenti. Intanto però Mediaset deve fare i conti con la pubblicità in calo. Nei primi sei mesi dell’anno la raccolta è diminuita del 3,2 per cento. Ed è una magra consolazione constatare che il risultato è comunque migliore della media di mercato. Se poi agli spot in calo si aggiungono i dati delle attività spagnole del gruppo (Telecinco e Quatro) con profitti in diminuzione di circa il 15 per cento, ecco spiegato il semestre deludente del gruppo. Da qui alla fine dell’anno le cose non dovrebbero mi gliorare granché. E infatti è la stessa Mediaset a prevedere, in un comunicato, un livello di utile nel 2011 che sarà inferiore a quello del 2010.    Gli oneri del rimborso deciso ieri dalla sentenza di Lussemburgo non dovrebbero comunque incidere in modo rilevante sui profitti del gruppo. Infatti Mediaset ha già accantonato in bilancio e pagato i 6 milioni circa legati alla vicenda dei decoder. Una vicenda che ha fatto segnare una prima svolta nel 2007, quando fu la stessa Commissione europea a pronunciarsi sulla questione. La legge varata nel 2004 dal governo italiano presieduto da Berlusconi era contraria alle norme comunitarie perché i 150 euro (70 euro nel 2005) assegnati a tutti gli acquirenti di un decoder “configurano un aiuto di Stato contrario al mercato comune”. In sostanza il governo di Berlusconi ha dato una mano alla Mediaset di Berlusconi nel lancio del business digitale. E adesso questo aiuto va restituito.   

TRA IL 2004 e il 2005 uscirono dalle casse pubbliche ben 220 milioni, che però, secondo i giudici di Lussemburgo, favorirono indebitamente gli operatori della tv digitale a scapito, per esempio, delle tv satellitari. E infatti il procedimento nasce proprio da un esposto di Sky Tv appoggiata da un’altra emittente, Centro Europa 7. Entrambi i ricorsi di Mediaset, il primo contro il verdetto del 2007 e poi contro il giudizio di primo grado, sono stati respinti. La questione resta aperta in Italia perché il gruppo televisivo si è opposto anche alla sentenza del Tribunale di Roma che l’anno scorso ha imposto il pagamento del rimborso. A determinare il “quantum” del pagamento è stato lo stesso governo italiano, per la precisione il ministero dell’Economia, secondo quanto la stessa Commissione europea aveva deciso già nel 2007.    A ben guardare questo è un altro caso di conflitto di interessi. È stato un ministro di Berlusconi a stabilire quanto debba pagare un’azienda di Berlusconi.

di Vittorio Malagutti, IFQ

La sede Mediaset di Cologno Monzese (FOTO EMBLEMA)

8 luglio 2011

L’imprenditore Silvio ora è in difficoltà a causa del politico B.

La fine del ciclo berlusconiano comincia da dove è cominciata l’avventura, dal partito azienda di Mediaste. In politica Berlusconi è ancora forte per le debolezze altrui. Ha intorno servi e marionette, compresi i bluff Bossi e Tremonti, e contro un’opposizione incapace di non litigare, di non lanciargli la centesima ciambella di salvataggio, di non organizzare l’ennesimo “soccorso rosso”.

In definitiva, un ceto politico senza speranza e senza futuro, ma abbastanza furbo da capire che la fine di Berlusconi coinciderà con la propria. Sul mercato le cose sono diverse. Il mercato si muove, guarda avanti, fa calcoli, ragiona e scommette già da tempo sulla fine della stagione del Cavaliere. Basta guardare le cifre di Mediaste. Stiamo parlando di un’azienda che, unica al mondo, nell’ultimo decennio ha goduto l’immenso vantaggio di avere per otto anni il suo proprietario a Palazzo Chigi. Non premiere, ma padrone del governo e della maggioranza. Quindi in grado di far approvare in un baleno tutte le leggi che favorivano lui e le sue aziende. Addifirttura di decidere i destini della principale e a lungo unica concorrenza, la Rai, come si evince anche dalle intercettazioni.

Ebbene, nonostante questo, Mediaset è oggi un colabrodo. L’acquisto di un terzo di Endmol, la società del Grande Fratello, trasformata oggi in grande fardello, si è rivelata un fallimento colossale, con due miliardi di buco, L’azione Mediaset, negli ultimi tre mesi, è crollata del 28 per cento, quella di Telecinco del 32, in un settore dove il calo medio è stato del 4 per cento. E questi sono i dati in attesa della sentenza Mondatori e della fine dei contenziosi fiscali con l’Agenzia delle Entrate. Bisogna poi aggiungere al quadro l’immagine decrepita dei palinsesti, Rete4 ancora in mano a un catafalco come Emilio Fede, l’informazione azzerata, i grandi fratelli che si ripetono sempre uguali e con minor successo, la  finta satira sempre più di regime di Striscia, qualche guizzo nei talent: fine delle trasmissioni. Tanto che l’agonia non fa più notizia nelle cronache, divise fra il suicidio della Rai e l’espansionismo di La 7 e Sky.

Ad Arcore e dintorni si susseguono le riunioni di famiglia, anzi di famiglie, con Pier Silvio e Marina lanciati ormai in guerra contro i figli di Veronica Lario. Il punto è che bisognerebbe vendere ora, subito, ma a chi? Gheddafi, possibile soluzione, ha altri problemi. Putin è un po’ meno amico di prima. L’uomo che doveva gestire l’Italia come un’azienda non è più neppure capace di garantire un futuro alla sua vera azienda. Non è la più formidabile delle nemesi?

di Curzio Maltese, Il Venerdì

17 giugno 2011

Una retata li seppellirà

A furia di sentir parlare di P2, P3, P4, P infinito, c’è il rischio di perdere il senso dell’orientamento. O di assuefarsi. Invece è tutto di una semplicità che sfida monsieur De Lapalisse, anche se i negazionisti travestiti da “riformisti” e “garantisti” fanno di tutto per confonderci le idee. Tutto comincia nel ‘94, quando un ometto che ha costruito le sue fortune sul crimine, grazie anche a mafia e P2, entra in politica nel timore (o certezza) che le sue illegalità vengano scoperte e i 5 mila miliardi di debiti lo portino alla rovina. Negli anni ‘80 ha corrotto politici, funzionari e giudici per diventare monopolista della tv privata e padrone di un bel pezzo di editoria e calcio. E, per corrompere, ha accumulato fondi neri su 64 società offshore costituite dall’avv. Mills. Nei primi anni ‘90 la Guardia di finanza visita alcune sue aziende, rischiando di scoprire il “comparto B”, occulto, del suo gruppo e maneggi con cui, violando la legge Mammì, seguita a controllare Tele+. Se la cosa venisse fuori, lo Stato dovrebbe revocare le concessioni a Canale5, Rete4, Italia1 e per lui sarebbe la fine. Ma i finanzieri vengono corrotti e chiudono un occhio. Così tutto resta sepolto. Nel ‘94 però un giovane sottufficiale rivela al pool Mani Pulite un giro di tangenti per verifiche fiscali addomesticate e saltano fuori anche quelle Fininvest e Tele+. Lui però è già al governo e vara il decreto Biondi per salvare dall’arresto i suoi manager corruttori e i finanzieri corrotti. Poi emergono le prove del suo coinvolgimento e subito un provvidenziale dossier ricattatorio induce Di Pietro a lasciare alla vigilia del suo interrogatorio. Intanto, dai conti esteri di Craxi, affiora una mazzettona di 23 miliardi da All Iberian, capofila del “comparto B” Fininvest. Nei processi Guardia di finanza e All Iberian, testimonia Mills: sa tutto, ma purtroppo dice poco o nulla e viene subito ricompensato con 600 mila dollari da Carlo Bernasconi, fedelissimo e quasi omonimo del nostro. Risultato: per All Iberian B. è colpevole ma prescritto, per Gdf è assolto per insufficienza di prove (sarebbero state più che sufficienti se Mills non fosse stato corrotto, ma avesse detto tutto quel che sapeva). Intanto però Stefania Ariosto ha scoperchiato un altro altarino: le tangenti ai giudici pagate da Previti anche per conto di B. Una è provata in Cassazione: quella per la sentenza che scippò la Mondadori a De Benedetti per regalarla a B. Previti e il giudice Metta condannati, B. prescritto. Ma l’Ingegnere chiede i danni in sede civile e in primo grado vince 750 milioni di euro. Poi c’è una caterva di processi per falso in bilancio. Poi Mills lascia tracce della mazzetta da 600 mila dollari e viene imputato con B. per corruzione. Poi B. deve pure rispondere dei nuovi reati commessi nel frattempo: altri fondi neri targati Mediaset e Mediatrade con triangolazioni nella compravendita dei film in America. I processi per falso in bilancio B. li cancella depenalizzando il suo reato. Per gli altri dimezza la prescrizione con la ex Cirielli, così non si arriverà mai a sentenza definitiva. Ma il guaio è che non riesce a fermarsi e continua a delinquere: pressioni su Rai e Agcom per silenziare Santoro, vagonate di squillo ad Arcore, telefonate in questura per liberare Ruby prima che parli. E, siccome il buon esempio viene dall’alto, anche nell’entourage si ruba a man bassa. Che fare? Legge Alfano, legittimo impedimento, anti-intercettazioni, processo breve, prescrizione lampo, conflitto di attribuzioni alla Consulta. E se in tv, nonostante gli sforzi di Vespa e Minzolingua, si viene a sapere qualcosa? No problem, si chiude Annozero. E se i giudici di Appello e Cassazione confermano il risarcimento all’Ingegnere? C’è la P3 che aggancia giudici a Milano e al Palazzaccio. E se le procure scoprono nuovi reati? In attesa della riforma epocale della giustizia, c’è la P4 che raccoglie notizie segrete e le smista a Palazzo Chigi. Una vita d’inferno. Chi osa accusarlo di non fare nulla da 17 anni si vergogni e arrossisca.

di Marco Travaglio, IFQ

12 marzo 2011

Prima comprava i giudici ora li riforma

A leggere le reazioni del Pd alla porcata epocale, cascano le braccia. Dice Bersani che B. “tenta di assoggettare i pm, mentre per i cittadini non cambia nulla”. E così cade nella trappola di B., accreditando la maxiballa che lui vuole far passare: quella dello “scontro fra governo e magistratura”. Così i cittadini si sentono tagliati fuori e si disinteressano alla cosa (per loro “non cambia nulla”, è un affare fra politici e toghe). E invece questa non è una legge contro i magistrati, ma contro i cittadini: una giustizia controllata dalla casta-cosca politica processa solo i poveracci, mentre l’uomo della strada che subisce un torto da un potente perde ogni speranza di avere giustizia. In ogni caso – a meno che i soliti servi della finta opposizione non corrano in soccorso al padrone (Pompiere e Riformatorio si prodigano in tal senso) – B. non ha la maggioranza dei due terzi per chiudere la partita in Parlamento, dove fa il bello e il cattivo tempo: anche se riuscisse a far approvare la porcata due volte dalla Camera e due dal Senato, si andrebbe al referendum confermativo senza quorum. E la porcata farebbe la fine della devolution. Perché allora parte in quarta con la “riforma epocale”? Per creare un clima di guerra fra se stesso e i magistrati, così qualunque cosa emergerà da suoi processi (che non ha più alcuna speranza di bloccare) potrà gabellarla come una vendetta delle toghe contro la sua “riforma epocale”. Tanto, in Italia, non esiste più nemmeno la   consecutio temporum. Milioni di italiani si sono già convinti che i processi a B. non sono il movente, ma l’effetto della sua “discesa in campo” nel ’94, anche se le inchieste sulla Fininvest erano iniziate due anni prima e nel ’94 stavano arrivando a lui. Non sarà difficile, ora, spacciare gli scandali Mills, Ruby e Mediaset come una ritorsione della corporazione togata contro chi vuole privarla dei suoi privilegi, anche se sono scoppiati molto prima della “riforma”. Per sfuggire alla trappola e ritorcergliela contro, bisognerebbe cambiare parole d’ordine e spiegare che accadrebbe se entrasse in vigore la prima riforma della Giustizia scritta da un imputato per corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e indagato per le stragi del ‘93 (già, chi ricorda l’indagine di Firenze?). Ci ha provato il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, spiegando che B. “potrà telefonare al procuratore della Repubblica per dirgli quello che deve o non deve fare”, come con la Questura di Milano per Ruby. Per lui sarebbe un grosso passo in avanti. Un tempo, per vincere i processi, i giudici li doveva comprare. Poi si comprò anche la Guardia di Finanza. E, già che c’era, comprò pure un testimone, Mills. Una faticaccia e anche una bella spesa, pover’uomo. Per dimostrare che la prova regina del suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alle Fiamme Gialle, trovò due falsi testimoni pronti a giurare che il pass di Palazzo Chigi usato dal depistatore era falsificato. Poi   gli toccò portare in Parlamento il depistatore (Berruti), il corruttore dei finanzieri (Sciascia) e il corruttore dei giudici (Previti). L’anno scorso, nel tentativo di far passare il lodo Alfano alla Consulta, dovette sguinzagliare la P3 per avvicinare sei giudici costituzionali e sistemare l’appello della causa Mondadori, che in primo grado gli è costata una condanna a risarcire De Benedetti per 750 milioni. E poi stipendiare battaglioni di giornalisti per sputtanare i suoi giudici. E poi pagare plotoni di avvocati per paralizzare i processi e scrivere leggi che lo salvassero dalla galera. Ancora un mese fa – a sua insaputa s’intende, anzi per danneggiarlo – due tizi sbarcavano in Marocco per allungare di due anni l’età di Ruby. Ma si può vivere così? Ora invece le indagini le deciderà il governo. E, se qualche pm disobbedirà, lo punirà il governo. Perché il pm dev’essere separato dal giudice, ma unito all’imputato.

di Marco Travaglio – IFQ

1 dicembre 2010

Un conflitto sempre più d’interesse (suo). B. esagera: per nuovi editori tv network nazionali impossibili

La sorpresa arriva dalla lettura del maxi-emendamento presentato dal governo alla legge finanziaria e già votato dalla Camera. Lì, nascoste tra le pieghe di complicati commi dedicati al digitale terrestre, ci sono quattro righe che tradotte in italiano hanno un significato preciso: Palazzo Chigi, ovvero il proprietario di Mediaset Silvio Berlusconi, vuole evitare a tutti i costi il rischio che a qualche matto venga in mente di mettere in piedi una nuova tv nazionale. O che almeno lo faccia a basso costo creando un network tra tv locali disposte a ritrasmettere, magari in diretta, un’unica programmazione.

L’INGHIPPO, che rappresenta un ulteriore colpo al (mancato) pluralismo televisivo in Italia, è celato dietro il comma 16 del maxi emendamento. La norma, infatti, stabilisce che entro 30 giorni dall’entrata in vigore della finanziaria il ministero per lo Sviluppo economico e il garante per le comunicazioni, fissino “ulteriori obblighi” a carico delle tv locali titolari di frequenze digitali. E che tutto questo avvenga “ai fini (…) della valorizzazione e promozione delle culture regionali e locali”. In pratica, a partita già in corso, si dice che presto verranno create nuove regole. Regole che se fossero violate, recita la legge, comporteranno la perdita delle frequenze per “i titolari del diritto”.      Detto in altre parole: se un editore si metterà a produrre contenuti e poi utilizzerà un network per diffonderli in tutta Italia avrà quantomeno di fronte a sè la prospettiva di dover intervallare le sue trasmissioni con programmi sui canti di montagna, piuttosto che la pizzica o i mamutones, a seconda delle tv locali a cui si appoggia. Ma potrebbe andare anche peggio. La cronaca di quanto   accaduto negli scorsi mesi dimostra che l’obbiettivo del governo è uno solo. Stroncare il pluralismo nella culla e obbligare chiunque voglia mettere in piedi una tv digitale diffusa in tutta Italia a rivolgersi a 21 operatori di rete (Rai, Mediaset, Telecom e molti altri) a cui sono state date frequenze nazionali. E se si pensa che oggi affittare un canale sul mercato costa circa 4 milioni di euro ecco che per i piccoli editori l’impresa diventa impossibile.    Inizialmente per raggiungere l’obbiettivo Palazzo Chigi-Mediaset aveva tentato di battere una strada più radicale: vietare tout court alle tv locali di ritrasmettere sulle loro frequenze qualsiasi canale nazionale. In giugno, stando a quanto Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare, per gli uffici del ministero dello Sviluppo economico, ancora retto ad interim da Berlusconi, era circolata la bozza di un decreto legge. Un articolato che, sotto la voce “gestione dello spettro radioelettrico”, al comma   4 recitava “i diritti d’uso delle radiofrequenze assegnati agli operatori di rete locali possono essere unicamente utilizzati per la diffusione di servizi abilitati a essere diffusi in ambito locale”. Subito, però, tra le tv private era cominciata a spirare aria di rivolta. Non solo perché tutti gli operatori del settore avevano ben presente la storia imprenditoriale del premier che, nei primi anni ‘80, si era messo a trasmettere con Canale 5 su scala nazionale, stringendo accordi con centinaia di emittenti locali. A mandare in bestia quelli delle tv private era soprattutto un altro particolare. Trent’anni fa Berlusconi aveva fatto ricorso a questo trucco per cercare di non incappare nei rigori della legge che, al quel tempo, impediva a chiunque di far concorrenza alla Rai. Oggi invece è la legge a dire con chiarezza che i network sono permessi. Il Garante delle Comunicazioni con la delibera   numero 435/01 ha esplicitamente stabilito che “l’operatore di rete in ambito locale (la tv privata, ndr) può fornire servizi di trasmissione e diffusione a fornitori di contenuti (gli editori, ndr) in ambito nazionale”. Così, in giugno, di fronte alla rivolta delle private il progetto era stato bloccato   . I lobbisti dei grandi operatori, in primis quelli di Mediaset capita-nati dalla potentissima Gina Nieri, erano rientrati nei ranghi. Per poi rimettersi immediatamente all’opera su fronti diversi. E prima   ancora che pensare di intervenire sulla Finanziaria, erano ripartiti all’attacco del ministero per lo Sviluppo Economico, da ottobre finito nelle mani di Paolo Romani. Qui, a partire dall’estate, erano cominciate ad arrivare alcune richieste di editori nazionali (“fornitori di contenuti”) che si   facevano trasportare su frequenze di tv locali. Lo avevano fatto, per esempio, Virgin Tv e Play Me, due televisioni specializzate in video musicali.

TUTTE e due chiedevano che il ministero assegnasse loro una numerazione Lcm (Logic channel number) sui vari decoder. La legge infatti prevede che sia il dicastero a stabilire quali tasti del telecomando si devono premere per vedere un canale (“fornitore di contenuti”) nazionale. In entrambi i casi i due editori avevano fatto presente di stare prendendo pure in considerazione l’ipotesi di stringere un accordo per essere diffusi da un grande operatore (Telecom). A fine novembre arrivano le risposte.   Sconcertanti. Il ministero dice più o meno: è vero che la legge vi consente di rivolgervi alle tv locali. Ma se battete questa strada il vostro canale, anche se è nazionale, finisce oltre il numero 180 (182 per Play Me), dove stanno le locali. Invece, se vi rivolgete a un grande operatore finirà intorno al 60 (68 per Play Me) dove stanno tutte le altre tv musicali nazionali. Ma attenzione: avete solo tre mesi di tempo per farlo.    Il messaggio insomma è chiaro: la tv a basso costo non deve esistere. Nè se si tratta di musica, nè (soprattutto) se si tratta d’informazione. E tra pochi giorni, quando la Finanziaria sarà approvata, quel messaggio diventerà legge dello Stato.

di Peter Gomez IFQ

Ripetitori televisivi. L’italica guerra delle antenne è condizionata dal conflitto d’interessi del premier (FOTO EMBLEMA) 

5 ottobre 2010

Il ministro allo Sviluppo di Mediaset

Dopo 154 giorni di interim, il premier nomina Romani.

Alla fine Berlusconi si è ripresentato al Quirinale con Paolo Romani. È a lui che il presidente del Consiglio cede l’interim tenuto per oltre venti settimane. È lui il nuovo ministro dello Sviluppo economico. Ha giurato ieri sera davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che già cinque mesi fa aveva mostrato le proprie perplessità su quel nome. Prende il posto di Claudio Scajola, cui qualcuno aveva comprato parte della casa con vista sul Colosseo. Lo fa con cinque mesi di ritardo e una crisi politica della maggioranza evidente.      Paolo Romani, così ha certificato l’antitrust alla Presidenza della Repubblica, formalmente non è portatore di alcun conflitto di interesse proprio. La richiesta di una conferma scritta, il Colle l’aveva fatta mesi fa, consegnando al governo anche l’invito a una maggiore “riflessione” su quella scelta. Dal Quirinale oggi fanno sapere che la lettera dell’autorità competente è arrivata, ma non nascondono quanto non si sia “riflettuto” abbastanza. Paolo Romani, infatti, non essendo ufficialmente un “editore tv”, può andare a controllare il dicastero che ha in mano la partita vera delle telecomunicazioni nazionali (dalle frequenze del digitale terrestre, alla battaglia di Sky, alla possibile alienazione della linea Telecom che fa gola anche alle tv private   ). Ma appare scontato che quello che da dieci anni viene chiamato “il ministro delle tv” (e il sottinteso è “di Berlusconi”) o “ministro allo sviluppo di Mediaset”, lo farà per conto del capo della televisione privata nazionale, Silvio Berlusconi.    Una carriera    nell’etere    D’ALTRONDE Romani di televisione privata è esperto, essendo uno di quelli che per primo (aveva 27 anni) si cimentò nella grande battaglia dell’etere a bordodellascialuppadiTelelivorno, checondividevaconMarcoTaradash. Fu poi a Rete A e alla Telelombardia   di Salvatore Ligresti, dal quale poi si sganciò per andare a fondare Lombardia7. Fu lui (che anni dopo, al governo con Berlusconi, proverà ad imbavagliare la rete con apposito decreto) a lanciare sull’emittente un programma, “Vizi privati e pubbliche visioni”, a base di spogliarelli caserecci e numeri di telefono fuorilegge (i famosi “144” che gonfiavano le bollette degli erotomani notturni). Conduceva Maurizia Paradiso, nota nell’ambiente del porno. Nel libro “Il mucchio selvaggio” sull’ascesa delle tv locali in Italia, Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini, ripescano un’intervista all’Indipendente in cui la stessa Paradiso raccontava di come Romani, durante   un diverbio, l’avesse colpita con un cazzotto facendole scoppiare una tetta finta. Altri tempi.

Un    imprenditore    poco brillante

QUELLA TELEVISIONE, anni dopo, ormai decotta, fallirà, seppure in mano ad altri proprie-tari. Ma farà in tempo a tenersi e poi a rivendere a un buon prezzo a mamma Rai, le frequenze che ancora deteneva. Oggi, di fatto, Romani “incarna il conflitto di interessi”, per dirla con il Pd Stefano Fassina. È lui ad averdatocorpoallaleggesulletelecomunicazioni che poi è andata sotto il nome di Gasparri. Così come, da assessore all’Urbanistica a Monza, sarà lui a risolvere un   problema immobiliare di Paolo Berlusconi, risolto con un’audace variante urbanistica che sarà questa volta a lui intitolata.

Le reazioni    politiche

MENTRE LA DESTRA festeggia l’unica soluzione in grado di non fracassarne ancora la fragile consistenza (le opzioni Urso o addirittura Brambilla avrebbero dato il colpo di grazia all’esangue maggioranza), e di allontanare la possibile caduta su una sfiducia presentata contro l’interim sullo Sviluppo economico, l’opposizione   constata: “Con Romani – spiega il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi – siamo al trionfo del conflitto d’interessi. È stato il braccio armato di Media-set nelle istituzioni, l’uomo al quale Berlusconi ha affidato la tutela dei suoi interessi nell’etere. E ora si occuperà della banda larga e delle frequenze televisive”. Conclude: “Se è vero che Napolitano aveva perplessità in merito alla sua nomina, allora questa nomina è un grave errore”.    La pensa così anche Stefano Ceccanti, senatore e costituzionalista del Pd, che è arrivato a presentare in queste settimane una sessantina di interrogazioni chiedendo di riempire la “vacanza” del ministero: “È la soluzione più semplice per il centro-destra – afferma – Ma è ovvio che siamo davanti a un enorme conflitto di interesse. Il Quirinale aveva sottolineato l’inopportunità di questa scelta. Non hanno ascoltato”. Sulla stessa linea la   presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama Anna Finocchiaro: “Romani è senz’altro un esperto di politiche della comunicazione,  essendo stato editore, dirigente di Mediaset, poi uno dei principali autori della sciagurata legge Gasparri. Non credo, invece, si intenda molto di vertenze aziendali e di crisi d’impresa”. Casini, dall’Udc, chiude con una battuta velenosa: “Avrei preferito Confalonieri: sia per la sua conoscenza del mondo dell’impresa, sia per la sua conoscenza del mondo televisivo”.

di Eduardo Di Blasi IFQ

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