Archive for giugno, 2009

30 giugno 2009

Appello: alla vigilia del G8, tutte/i a Vicenza


Alla vigilia del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama i No Dal Molin invitano tutte e tutti a Vicenza per liberare il Dal Molin dalla nuova base di guerra. 

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo […] un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.
[Incipit alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America]

Vogliamo essere indipendenti nel costruire il futuro del nostro territorio; vogliamo che quest’ultimo sia sensibile alle opinioni di gran parte dell’umanità che rifiuta e, troppo spesso, subisce la guerra come strumento di controllo e oppressione.

Vogliamo costruire l’Altrocomune come pratica di autogestione e autonomia dei cittadini, fondandolo sulla disobbedienza alle imposizioni e sulle pratiche condivise; vogliamo riprenderci la nostra terra come luogo del vivere bene collettivo e non come oggetto di scambio tra governi.

Dall’8 al 10 luglio, all’Aquila, si terrà il vertice del G8; in un luogo volutamente scelto perché non ci siano voci di dissenso, capi di stato e di governo si riuniranno per decidere le sorti del nostro futuro, senza di noi. Tra essi, ci sarà il Presidente statunitense Obama: come si giustificano le sue promesse sulla fine dell’arroganza militare statunitense quando a Vicenza fa base la guerra?

La vicenda vicentina rappresenta, da questo punto di vista, una delle tante contraddizioni nella politica estera statunitense che promette legalità, rispetto e trasparenza, ma pratica illegalità, sopruso e imposizione. Come annunciato da importanti esponenti dell’amministrazione nordamericana, il Dal Molin sarà oggetto di discussione del summit al G8, non per restituire la democrazia a coloro a cui è stata negata, bensì come oggetto di accordo segreto e scambio tra governi per la ridefinizione, a partire da Africom, della presenza militare statunitense in Italia.

Vicenza, patrimonio Unesco, è assoggettata alle servitù militari; la città che ha espresso la propria netta opposizione e ha ricevuto per questo la solidarietà di ogni angolo d’Italia, ha visto il bavaglio stringersi sulla sua bocca: palesi illegalità progettuali hanno accompagnato il tentativo di "sradicare alla radice il dissenso locale" prima impedendo alla città di esprimersi, poi perseguendo centinaia di cittadini con condanne pecuniarie e procedimenti penali.

Ma Vicenza è anche uno dei tanti luoghi di costruzione di quel mondo che non accetta il diktat di quanti, riuniti per pochi giorni nelle regge imperiali, vorrebbero scrivere a tavolino la nostra storia. Quello del movimento vicentino non è un romanzo romantico e triste; le donne e gli uomini di questa città vogliono riscrivere la storia reale, stracciando le pagine su cui politici e militari hanno già disegnato il suo futuro di asservimento e tacita accettazione.

*Il 4 luglio, giornata in cui gli statunitensi festeggiano la propria indipendenza dall’impero britannico, vogliamo decretare la nostra indipendenza dall’impero militare statunitense, liberando la terra dalla presenza di una nuova base di guerra. *

Nei tre anni di mobilitazione trascorsi abbiamo imparato che un sol giorno non cambierà le sorti della nostra città; ma sappiamo anche che la strada che abbiamo davanti non può che portarci a nuove sfide: per questo, alla vigilia del vertice del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama, chiediamo alle donne e agli uomini che vogliono opporsi alla militarizzazione e alla guerra di tornare nelle strade di Vicenza e iniziare a costruire, dal basso e collettivamente, l’indipendenza dell’Altrocomune, ovvero un territorio libero e inospitale alla presenza militare perché vissuto e realizzato da un arcobaleno di diversità che, nel costruire un mondo di pace, liberano il territorio dalle servitù militari e dalle devastazione ambientale.

* *

4 luglio 2009 a Vicenza, restituiamo il Dal Molin ai cittadini
   Indipendenza, dignità, partecipazione:
   la terra si ribella alle basi di guerra.*

* *

Per info e adesioni: 4luglio@nodalmolin.it

win.nodalmolin.it

Il 4 luglio? Osare la speranza
 
"Osare la speranza": ce lo ripete ogni volta che passa per Vicenza, Don Gallo (foto); l’ultima volta pochi giorni fa, quando al Presidio Permanente ha apposto la sua firma tra le 530 che hanno sottoscritto l’atto d’acquisto collettivo del terreno su cui da più di due anni hanno messo radici i tendoni simbolo dell’opposizione alla nuova base statunitense.

Lui, che è stato partigiano e quelle parole le scriveva sui muri delle borgate calpestate dal nazifascismo; e la speranza è la stessa: quella di essere liberi di rifiutare guerra e autoritarismo, di essere indipendenti dall’imposizione militare. Mentre quel verbo – osare – racchiude la dignità di donne e uomini che rifiutano di essere gregge tra i cani che abbaiano e reclamano la propria volontà di essere cittadini, prima di tutto.

Dicono che, a bonifiche avviate, non c’è più spazio per coloro che a questo progetto si oppongono; quasi che un’imposizione divenga democratica quando si avvia a essere compiuta. Scrivono – come fa il direttore de Il Giornale di Vicenza, ormai ogni domenica – che la nuova base statunitense è ormai nella sua fase esecutiva e hanno perso coloro che la vogliono impedire; come se a perdere fossero dei singoli e non un intero territorio che quell’opera la subisce.

Sono degli irresponsabili coloro che dicono e scrivono; come sono degli affaristi coloro che, sulle spalle della comunità locale, si arricchiscono con le commesse di questo progetto; e complici coloro che girano lo sguardo dall’altra parte, servili coloro che hanno favorito gli interessi militari statunitensi, "luamari" – come era scritto sulle nostre magliette a proposito del governo – quanti si sono resi responsabili di permettere lo scempio del territorio vicentino e della sua falda acquifera.

Ma non è il nostro rancore quello che vogliamo manifestare. Noi a una città diversa, non più asservita alle installazioni militari e complice della guerra, ci crediamo; e la nostra terra, con l’acqua che conserva nel sottosuolo e il verde di alberi e prati, continuiamo a volerla difendere anche se loro si ostinano a volerla devastare.

Ed è per queste ragioni che il 4 luglio vogliamo osare la speranza: testardamente, vogliamo liberare il Dal Molin dalla base militare; ci hanno tolto la possibilità di esprimerci – impedendoci il referendum – e di conoscere – rifiutando la Valutazione d’Impatto Ambientale; ci hanno tolto la voce, lasciando inascoltate le nostre sacrosante parole, ci hanno criminalizzato e denunciato per la nostra determinazione e, il prossimo 17 giugno, ci processeranno per la nostra opposizione; ci hanno tolto, spesso, il tempo libero, così come ci hanno tolto, per iniziare le bonifiche, un pezzetto della nostra città. Ma la nostra dignità, no, non ce la possono togliere: e chi ha la dignità quando viene calpestato, insultato, criminalizzato, si ribella; e osa. Il 4 luglio? Osare la speranza.

 win.nodalmolin.it/

26 giugno 2009

L’arbitro gay fa outing, la federazione lo licenzia.

Halil Dincdag, il direttore di gara vittima della discriminazione
 
L’outing in Turchia è una scelta di estremo coraggio e Halil Ibrahim Dincdag aveva già le spalle al muro quando ha deciso di sedersi davanti a una telecamera e raccontare in un seguitissimo talk show di essere gay. È un arbitro, cioè lo era perché da quando i suoi gusti sessuali sono diventati pubblici la federazione gli ha tolto il lavoro e i vicini lo hanno obbligato a lasciare Trabzon, città super conservatrice, per Istanbul dove per lo meno può circolare senza essere aggredito. All’inizio è stato un pettegolezzo, poi un insulto e il sospetto della sua omosessualità, non nascosta, ma mai sbandierata, è bastato a farlo diventare cittadino poco gradito.

Molto prima del suo racconto in diretta tv stava già senza lavoro, proprio per questo ha deciso di reagire: «Pensavano che mi sarei nascosto invece ho fatto il contrario e sono diventato una bandiera per il movimento dei diritti gay». Ha fatto causa e si è consegnato alla stampa perché pubblicizzasse la sua storia e ha svegliato gli omosessuali turchi che ora lo considerano come Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente gay diventato consigliere comunale a San Francisco nel 1977 e poi assassinato. A differenza di altri paesi musulmani, la Turchia non mette in carcere gli omosessuali però li perseguita al limite della legge. Nel caso di questo arbitro la federazione ha usato il suo passato: è stato dichiarato non idoneo al servizio militare (anche allora perché gay) «quindi non è in condizione di arbitrare». Erman Toroglu, la voce del calcio turco, ha commentato: «Non può riavere il posto, assegnerebbe i rigori ai giocatori più carini ». Il livello è questo, battutacce e riprovazione.

Dincdag però è diventato un caso e la Turchia ancora aspetta l’approvazione della comunità europea: non vogliono trasformarlo nell’esempio di quel che non funziona. Gli è sfuggito di mano: che un trentatreenne timido e solitario, arbitro da 13 anni proprio perché il ruolo gli consentiva di stare per i fatti suoi, si mettesse alla testa di una rivoluzione sociale non era previsto. Invece Dincdag ha successo, ha mobilitato blog e manifestanti e persino la famiglia, con cui non si era mai rivelato, lo appoggia: «Anche mio fratello imam mi ha aiutato. Rivoglio il mio lavoro. Sono pronto ad andare alla corte Europea».

 
di Giulia Zonca lastampa.it
25 giugno 2009

Iran: gli sviluppi della crisi. Kharroubi annulla la cerimonia in ricordo delle vittime della repressione a Teheran.

La decisione presa dopo le nuove violenze di ieri. Secondo testimoni la polizia ha sparato sulla folla e ha bastonato a sangue una donna. Il Consiglio dei Guardiani ribadisce la bontà dei risultati elettorali. La protesta continua nella notte al grido di “Allah akhbar!” e “Morte a Khamenei”. Moussavi e la moglie Zahra propongono di continuare la protesta. 

Mehdi Kharroubi (foto sopra), uno dei candidati alla presidenza che ha perduto alle elezioni, ha annullato la cerimonia programmata per oggi a ricordo delle vittime delle manifestazioni di questi giorni. Secondo il suo sito, la cerimonia è stata rimandata alla settimana prossima. La decisione segue le nuove violenze registrate ieri vicino al parlamento di Teheran, dove la polizia ha attaccato con gas lacrimogeni e manganelli gruppi di dimostranti che si sono radunati a protestare nonostante il divieto del ministero degli interni. I gruppi di protesta hanno lanciato sassi contro la polizia. Secondo alcune testimonianze vi sono stati spari contro i giovani e la polizia ha massacrato di botte una donna. L’ayatollah Montazeri ha dichiarato stamane che se la repressione continua, questa potrebbe portare alla fine il governo iraniano.

Il numero dei dimostranti si è ridotto sensibilmente dopo gli avvertimenti della guida suprema Alì Khamenei a non manifestare e le cariche della polizia e dei basej (volontari della rivoluzione, al servizio del presidente Ahmadinejad). Le cifre ufficiali dicono che nei giorni scorsi, vi sono stati almeno 17 morti e centinaia di feriti fra le centinaia di migliaia persone che manifestavano contro le elezioni presidenziali accusate di brogli.

L’agguerrita repressione frena le manifestazioni, ma non il dissenso. In quella che viene vista come la sfida più imponente alla dittatura islamica iraniana, la sera col buio, moltissime persone a Teheran gridano slogan come “Morte a Khamenei” , “Basta con la dittatura” e  “Allah akhbar! Dio è grande”, lo slogan usato 30 anni fa per cacciare lo scià.

Quest’oggi il Consiglio dei Guardiani, a cui Kahmenei ha delegato la verifica delle denunce sui brogli, ha ribadito che le irregolarità rilevate sono minime e non inficiano il risultato che dà la vittoria a Mahmoud Ahmadinejad.

Mehdi Kharroubi è nettamente schierato contro il risultato elettorale e ha dichiarato “illegittimo” il nuovo governo. Nel suo sito egli afferma che il voto “dovrebbe essere annullato”.

L’altro candidato sconfitto, Mir Hossein Moussavi, divenuto il simbolo dell’opposizione, non si fa vedere, ma il suo sito riporta il messaggio che la protesta deve continuare. La moglie di Moussavi, Zahra Rahnavard, che ha un grande seguito nel mondo femminile iraniano, ha chiesto il rilascio dei dissidenti arrestati durante il periodo delle manifestazione. Fra le centinaia di arrestati vi sono politici e giornalisti e almeno 25 persone impiegate nel giornale retto da Moussavi.

In un comunicato fatto girare questa mattina il grande ayatollah Montazeri (foto sotto) ha dichiarato: "Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi attraverso manifestazioni pacifiche ed è represso, la crescita della frustrazione potrebbe anche distruggere le fondamenta di qualunque governo, per quanto forte esso sia”. Montazeri è stato a suo tempo il delfino di Khomeini, ma una lotta la vertice lo ha emarginato. E una delle voci più critiche verso Khamenei e Ahmadinejad ed ha un grande seguito.

www.asianews.it

25 giugno 2009

Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev ha festeggiato il 22 giugno i 20 anni alla guida nel Paese

Giunto al potere come segretario del Partito comunista, stretto collaboratore di Gorbacev, egli è riuscito a mantenersi sempre al potere. Gli oppositori dicono che ha stroncato la nascente democrazia. Ma altri lo lodano per lo sviluppo economico e la stabilità del Paese.

 Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev (foto) ha festeggiato il 22 giugno i 20 anni alla guida nel Paese, da  quando nel 1989 è stato eletto segretario del Partito comunista. Nel più grande e più ricco Stato dell’Asia centrale, qualcuno lo ritiene un autocrata che ha soppresso le nascenti libertà e democrazia, mentre per altri ha assicurato stabilità e prosperità attraverso anni difficili.

Nazarbayev, operaio in un’acciaieria nel nord del Paese, si è fatto strada nel Partito comunista, fino ad essere ammesso nel ristretto circolo del leader sovietico Mikhail Gorbacev.

Dopo la caduta del regime sovietico, nel 1990 è stato eletto presidente. Nel 1995, con un vero colpo di mano, ha sciolto il parlamento e indetto in fretta un referendum che ha approvato l’estensione del suo mandato per anni. In seguito ha indetto un altro referendum che ha tolto al parlamento vari poteri, a vantaggio del presidente, ed eliminato altri limiti alla sua autorità, come la Corte Costituzionale.

Alle elezioni del 1989 il suo principale oppositore, Akezhan Kazhegeldin, è stato squalificato per avere partecipato a una marcia di opposizione. Nazarbayev ha vinto con l’89% dei voti. Il parlamento ha poi esteso il mandato presidenziale da 5 a 7 anni.

Nel 2005 ha di nuovo vinto con il 91% dei voti, anche se osservatori internazionali hanno criticato le elezioni come non rispettose degli standard democratici. Ha poi fatto approvare la possibilità di mantenere la carica senza limiti di tempo.

Ma per molti tra i milioni di giovani del Paese sotto i 20 anni, Nazarbayev è l’unico leader mai conosciuto, che ha portato il Kazakistan a una stabilità e ricchezza molto maggiore degli altri Stati dell’Asia centrale, pure ricchi di petrolio, gas e altre risorse. In tanti si dicono interessati al proprio futuro e allo sviluppo economico del Paese, piuttosto che alla politica. I ricavi del petrolio sono stati investiti in sanità, pensioni, sicurezza sociale e nell’istruzione. Il Paese è ora meta di migranti degli Stati limitrofi in cerca di lavoro. Qui le comunità religiose godono di una discreta libertà, sebbene lo Stato sia criticato da gruppi evangelici.

Ma l’oppositore Pyotr Svoik dice all’agenzia Radio Free Europe che il presidente ha stroncato la nascente democrazia kazaka, favorito i diffusi corruzione e nepotismo, arricchito il suo circolo a danno della Nazione. Egli commenta che “il Kazakistan non ha nessuna istituzione indipendente: parlamento, tribunali, procure e governo servono solo una particolare persona. Il futuro del sistema politico del Paese è davvero fosco e fa paura”. Lo Stato mostra intolleranza verso i media indipendenti e attua un crescente controllo su internet.

In questi anni molti oppositori politici e giornalisti sono stati arrestati, malmenati, persino uccisi. E’ anche vero che la sua “dittatura illuminata” rimane la più liberale fra i Paesi ex sovietici dell’Asia centrale.

Soprattutto, queste critiche non scalfiscono la reputazione del presidente, nel Paese e all’estero. Anzi, egli è corteggiato dai Paesi esteri affamati del petrolio kazako, che vedono comunque in lui un leader molto più presentabile dei presidenti di Stati vicini come Uzbekistan e Turkmenistan. Ditte di Russia, Cina e Stati Uniti hanno qui investito miliardi di euro.

Per il 2010 Astana è in competizione persino per assumere la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), anche se di recente gruppi per i diritti umani hanno denunciato l’insussistenza nel Paese di standard democratici essenziali.

AsiaNews/Agenzie

Mappa Kazakhstan

25 giugno 2009

Liu Xiaobo accusato di “sovversione contro il potere dello Stato”

Liu Xiaobo (foto), uno dei più importanti attivisti per i diritti umani è stato ufficialmente accusato di “sovversione contro il potere dello Stato”. Liu era stato sequestrato dalla polizia lo scorso dicembre e portato in un luogo sconosciuto. Dopo aver formalizzato l’accusa, il governo ora lo metterà agli arresti in una qualche prigione del Paese.

Secondo Xinhua, che cita un membro della polizia, “Liu è impegnato da anni in attività di agitazione sociale, come diffondere voci [false] e diffamatorie contro il governo, con lo scopo di sovvertire lo Stato e rovesciare il sistema socialista”. Se viene condannato, l’intellettuale 53enne rischia un minimo di 15 anni di prigione.

Liu era stato sequestrato lo scorso 8 dicembre per aver contribuito a diffondere l’appello di Carta 08 , un documento firmato da 300 personalità in cui si chiede al governo cinese di rispettare i diritti umani, attuare riforme politiche e garantire l’indipendenza del potere giudiziario. Il documento è stato pubblicato in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Secondo la polizia Liu deve essere stato l’estensore della petizione, che ha raccolto oltre 9 mila firme. L’appello di Carta 08 è stato censurato dai siti web e moltissimi dei firmatari – fra cui anche membri del Partito – hanno subito interrogazioni, controlli, arresti domiciliari.

Secondo informazioni del Chrd (Chinese Human Rights Defenders), la Pubblica sicurezza di Pechino ha notificato l’arresto formale e le accuse contro Liu ieri alle 11 alla moglie del dissidente, Liu Xia. La polizia ha pure affermato che lo Stato non accetta come avvocati difensori Mo Shaoping e Shang Baojun, scelti dalla moglie di Liu. Le autorità affermano che essi non possono essere i difensori dell’arrestato perché anche Mo è uno dei firmatari di Carta 08.

Liu Xiaobo è da decenni al centro delle contestazioni verso il governo. Nell’89, alla vigilia del massacro di Tiananmen, per spingere la leadership al dialogo con il movimento, aveva partecipato agli scioperi della fame attuati dagli studenti sulla piazza. È stato fra gli ultimi a lasciare piazza Tiananmen, assistendo al massacro e ha subito per questo 2 anni di prigione.

Il crimine di “incitamento alla sovversione contro il potere dello Stato” è stato adottato dal codice penale cinese nel 1997 ed è usato in modo regolare contro personalità che cercano soltanto libertà di espressione. Vi sono decine di dissidenti non violenti imprigionati per questo motivo. Fra essi vi è pure Hu Jia, vincitore del premio Sakharov 2008, che sta scontando 3 anni e mezzo di prigione per aver pubblicato sul web alcuni articoli sulla necessità della democrazia in Cina.

www.laogai.it

Manifestazione in appoggio a "Carta 08".

23 giugno 2009

Ossezia del sud: dopo le elezioni in cammino verso la pace.

Le Elezioni Parlamentari svoltesi in Ossezia del Sud lo scorso 31 Maggio segneranno per sempre il cammino del piccolo Stato caucasico verso la stabilità politica e lo sviluppo delle proprie istituzioni governative. La normalizzazione, dunque, continua senza ostacoli.

Quattro sono i partiti politici che hanno preso parte alla battaglia elettorale per il rinnovo del Parlamento: il Partito Popolare, il partito Unità, il Partito Comunista ed il partito socialista repubblicano – Patria (Fydybæstæ). Il ritiro georgiano dai territori occupati progressivamente prima della guerra dell’Agosto 2008 ha permesso al governo locale di svolgere le attività elettorali su tutte le quattro provincie dell’Ossezia del Sud ed anche all’estero: si è votato infatti anche presso la nuova sede diplomatica osseta a Mosca, gestita da Dmitrij Medoev.

I risultati complessivi hanno premiato il partito “Unità” (oltre il 44% dei voti totali), sostenuto anche dal Presidente Eduard Kokojty (nella foto); è significativo ricordare che il simbolo del partito “Unità” (Edinstvo) rappresenta l’immagine dell’Ossezia riunificata, testimonianza degli obiettivi politici a lungo termine e degli stretti legami etnici ed umani che uniscono Vladikavkaz alla piccola Tskhinval.
Solo i tre partiti maggiori hanno ottenuto seggi nel nuovo Parlamento (17 Deputati ad “Unità”, 8 al Partito Comunista, 9 al Partito Popolare) mentre Fydybæstæ, a causa della soglia di sbarramento al 7%, è rimasto escluso per pochissimi voti. Da notare anche la partecipazione alle elezioni di alcuni esponenti delle principali minoranze etniche del paese, composte soprattutto da Russi, Armeni ed anche Georgiani.

Al di là dei risultati ottenuti dai singoli partiti politici, è senza dubbio degno di nota il significato di “normalizzazione” politica che la stessa competizione elettorale rappresenta: un chiaro segnale alla Georgia, a cui Kokojty manda a dire che gli Osseti non torneranno mai più con Tbilisi.
Le elezioni costituiscono anche un segnale rivolto alla Russia, alla quale la dirigenza di Tskhinval vuole dimostrare di essere un partner affidabile e dotato di strutture governative moderne e funzionali, in grado cioè di meritarsi il supporto delle istituzioni di Mosca e Vladikavkaz.
Particolarmente importanti le parole del locale Ministro degli Esteri, Murat Džioev, il quale ha dichiarato che l’Ossezia del Sud è pronta a diventare un soggetto operativo all’interno della comunità internazionale. Džioev ha voluto tuttavia sottolineare che il paese non indietreggerà di fronte alle critiche dell’Unione Europea e degli Stati Uniti sulla legalità delle elezioni, poiché l’indipendenza è stata acquisita con la volontà del popolo osseto e tale aspetto non potrà mai essere messo in discussione.

Al monitoraggio delle elezioni hanno preso parte numerosi osservatori internazionali provenenti da 15 paesi, gran parte dei quali giunti da diverse aree della Federazione Russa e dalla CSI. Osservatori sono arrivati anche da Germania, Polonia ed Italia, tra cui giornalisti, politologi e importanti personaggi politici. Tutti i reportage dei giornalisti ed i commenti degli osservatori sono stati complessivamente positivi ed hanno lodato l’organizzazione precisa e trasparente messa in campo dal governo osseto.
Dunque, una buona prova del rafforzamento delle istituzioni democratiche in Ossezia del Sud, la quale prosegue il percorso iniziato all’indomani del ritiro dell’esercito georgiano da Tskhinval. La capitale dell’Ossezia del Sud si avvia a mantenere la memoria di “città martire” di ieri, per diventare un simbolo concreto della pace possibile oggi nella regione caucasica.

Recentemente, secondo il giornale tedesco Der Spiegel, la Commissione di Inchiesta creata dall’Unione Europea per indagare sulle responsabilità del recente conflitto avrebbe individuato nell’élite politica georgiana il principale responsabile della disastrosa escalation militare della scorsa estate.
L’Europa ha quindi riacquistato la vista? Si tratta di un primo passo importante e certamente positivo; ora non resta che attendere la relazione finale di Heidi Tagliavini, responsabile generale dell’inchiesta, per capire se l’Europa avrà finalmente il coraggio di far sentire anche la propria voce, esprimendosi a favore della popolazione aggredita dell’Ossezia del Sud.

 
 
20 giugno 2009

Non è solo una questione di economia, questa è una crisi dei diritti umani

Nel settembre del 2008 ero a New York per prendere parte a una riunione di alto livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, che la comunità internazionale si è data per ridurre la povertà entro il 2015. Un delegato dopo l’altro, tutti parlavano della necessità di reperire maggiori fondi per sradicare la fame, diminuire il numero delle morti evitabili di neonati e donne incinte, fornire acqua potabile e servizi igienici, garantire istruzione alle bambine. Pur essendo il gioco la vita e la dignità di miliardi di persone, era fin troppo evidente la scarsa volontà di sostenere quei discorsi con un contributo economico. Uscita dalla sede delle Nazioni Unite, lessi i titoli scorrevoli delle ultime notizie, che raccontavano una storia del tutto diversa che si stava svolgendo da un’altra parte di Manhattan: il crollo di una delle più grandi banche d’investimenti di Wall Street. Era il segno di dove l’attenzione e le risorse del mondo erano davvero concentrate. Governi ricchi e potenti furono immediatamente in grado di mettere insieme una somma molte volte maggiore di quella che non era stato possibile trovare per sconfiggere la povertà. Quei governi riversarono soldi in abbondanza nelle banche che stavano fallendo e nei pacchetti di stimoli per economie cui era stato permesso per anni di impazzare e che ora si erano arenate.

Alla fine del 2008 era chiaro che il nostro mondo a due dimensioni, quella della privazione e quella dell’ingordigia, quella dell’impoverimento di molti per soddisfare l’avidità di pochi, era collassato in un buco profondo.

Come nel caso dei cambiamenti climatici, così accade per quanto riguarda la recessione economica globale: i ricchi sono responsabili della maggior parte delle azioni dannose, ma sono i poveri a subirne le peggior conseguenze. Anche se nessuno rimane indenne dagli effetti della recessione, l’impatto sui paesi ricchi è niente rispetto ai disastri che si scatenano in quelli poveri. Dai lavoratori migranti in Cina ai minatori della regione del Katanga, nella Repubblica Democratica del Congo, la gente che cerca disperatamente di tenersi fuori dalla povertà subisce conseguenze terribili. La Banca mondiale ha stimato che quest’anno altri 53 milioni di persone diventeranno povere, andando ad aggiungersi ai 150 milioni di persone colpiti dalla crisi alimentare dello scorso anno, annullando i progressi conseguiti nel passato decennio. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, tra 18 e 51 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro. L’aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti alimentari è la causa di fame, malattie, sgomberi forzati, ipoteche su beni personali, mancanza di abitazione e disperazione.

Anche se è troppo presto per stabilire quale sarà l’impatto complessivo sui diritti umani della dissolutezza di questi ultimi anni, è chiaro che il costo e le conseguenze della crisi economica gettano un’ombra minacciosa sui diritti umani. È altrettanto evidente che i governi non solo hanno rinunciato a regolare l’economia e la finanza in favore delle forze di mercato, ma hanno anche fallito in modo abissale nel proteggere i diritti umani, la vita e i beni personali.

Miliardi di persone stanno soffrendo a causa dell’insicurezza, dell’ingiustizia e della mancanza di dignità. Questa è una crisi dei diritti umani.

La crisi ha a che fare con la mancanza di cibo, di lavoro, di acqua potabile, di terra e di alloggio ma anche con l’aumento di disuguaglianza e insicurezza, xenofobia e razzismo, violenza e repressione. Tutti questi elementi concorrono alla crisi globale, che richiede soluzioni globali basate sulla cooperazione internazionale, sui diritti umani e sul primato della legge. Purtroppo, i governi più potenti si stanno concentrando sulle conseguenze finanziarie ed economiche che hanno colpito i loro paesi e ignorano gli aspetti più generali della crisi. Anche quando parlano di un’azione internazionale, pensano sempre e soltanto all’economia e alla finanza, ripetendo in questo modo gli errori del passato.

Il mondo ha bisogno di una leadership diversa, di politiche diverse, di economie diverse, che si occupino di tutti e non solo di pochi privilegiati. Abbiamo bisogno di virare l’azione degli stati dagli interessi egoistici verso una collaborazione multilaterale, verso soluzioni includenti, complessive, sostenibili e rispettose dei diritti umani. Le alleanze tra i governi e le imprese, basate sull’aspettativa di un arricchimento finanziario alle spese dei più emarginati, devono essere smantellate, così come quelle di convenienza che proteggono i governi che violano i diritti umani dal rischio di dover rispondere del proprio operato.

 

Le molte facce della disuguaglianza

Molti esperti citano i milioni di persone usciti dalla povertà grazie alla crescita economica. La verità, però, è che molte di più sono quelle rimaste indietro. I progressi sono stati troppo fragili (come la recente crisi economica ha dimostrato), i costi per i diritti umani troppo alti. In questi anni, i diritti umani sono stati messi in secondo piano di fronte a quella specie di bisonte della strada che è stata la globalizzazione priva di regole, che ha trascinato il mondo in una frenesia di crescita. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l’aumento di disuguaglianza, emarginazione e insicurezza; la soppressione, con modalità arroganti e impunite, delle voci di protesta; la mancanza di pentimento e di punizione per i responsabili degli abusi commessi da governi, grandi imprese e istituzioni finanziarie internazionali. Vediamo crescere i segnali di scontro e di violenza politica, che si aggiungono all’insicurezza globale già esistente a causa di quei conflitti morali che la comunità internazionale non sa o non vuole risolvere. In altre parole, siamo seduti su un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza. La miscela sta per esplodere.

Nonostante il ritmo sostenuto di crescita economica, in molti paesi africani milioni di persone rimangono al di sotto della linea della povertà, costantemente in lotta per soddisfare i loro bisogni primari. L’America Latina è probabilmente la regione con la maggiore disuguaglianza al mondo, con popolazioni indigene e altre comunità tenute ai margini nelle zone rurali come nelle aree urbane, private del diritto alle cure mediche, all’acqua potabile, all’istruzione e a un alloggio adeguato, nonostante l’impressionante crescita delle economie nazionali. L’India sta emergendo come gigante asiatico ma deve ancora fare i conti con lo stato di privazione delle classi urbane povere e delle comunità contadine emarginate. In Cina, le differenze negli standard di vita tra la classe benestante che vive in città da un lato e le comunità agricole e i lavoratori migranti dall’altro, stanno diventando ancora più profonde.

La maggioranza della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane, oltre un miliardo in insediamenti abitativi precari. In altri termini, nelle città una persona su tre vive in un alloggio inadeguato, con servizi scarsi se non inesistenti e sotto la minaccia quotidiana di insicurezza, violenza e sgombero forzato. Il 60 per cento della popolazione di Nairobi, la capitale del Kenya, vive in insediamenti abitativi precari: nel più grande di tutto il continente africano, Kibera, risiede un milione di persone. Per dare giusto un altro esempio, 150.000 cambogiani sono a rischio di sgombero forzato a causa di dispute sui terreni, requisizioni e progetti di sviluppo agro-industriale o di riqualificazione urbana.

La disuguaglianza come sottoprodotto della globalizzazione non è limitata solo alle persone che vivono nei paesi in via di sviluppo. Come evidenziato da un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), presentato nell’ottobre del 2008, anche nei paesi industrializzati "la crescita economica degli ultimi decenni è andata a beneficio più dei ricchi che dei poveri". Gli Usa, il paese più ricco del mondo, sono al 27° posto nella classifica dei 30 paesi membri dell’Ocse, in termini di povertà diffusa e di crescente disparità di reddito.

Dai poveri delle favelas di Rio de Janeiro, in Brasile, alle comunità rom dei paesi europei, la verità nuda e cruda è che molte persone sono povere a causa di politiche, palesi o nascoste, di discriminazione, emarginazione ed esclusione, portate avanti o condonate dallo stato, con la complicità di imprese e di attori economici privati. Non è una semplice coincidenza il fatto che la maggior parte dei poveri del mondo siano donne, migranti e appartenenti a minoranze etniche o religiose. Non è un caso che la mortalità materna rimanga uno dei più grandi killer dei nostri tempi, sebbene un piccolo investimento in cure ostetriche di emergenza potrebbe salvare centinaia di migliaia di donne in gravidanza.

Un chiaro esempio della collusione tra affari e stato per privare le persone delle loro terre e risorse naturali e renderle così povere, è quello delle comunità indigene. In Bolivia, moltissime famiglie di indios Guaraní vivono in quello che la Commissione interamericana sui diritti umani ha descritto come uno stato di dipendenza analogo alla schiavitù. Dopo la sua visita in Brasile dell’agosto 2008, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui popoli indigeni ha criticato "la persistente discriminazione [che è] alla base dell’adozione di programmi politici, della fornitura di servizi e dell’amministrazione della giustizia" nei confronti dei popoli indigeni di quel paese.

La disuguaglianza permea anche i sistemi giudiziari. Nel tentativo di rafforzare l’economia di mercato e incoraggiare gli investimenti esteri di aziende e privati, le istituzioni finanziarie internazionali hanno sostenuto riforme legali nel settore commerciale in diversi paesi in via di sviluppo. Del tutto incomparabile, per la sua limitatezza, è stato invece il tentativo di assicurare che i poveri fossero in grado di tutelare i propri diritti e chiedere risarcimenti in tribunale per le violazioni commesse dai governi o dalle aziende. Secondo la Commissione delle Nazioni Unite per il rafforzamento della capacità giuridica dei poveri, circa due terzi della popolazione mondiale non riescono ad accedere in modo efficace alla giustizia.

 

Le molte forme dell’insicurezza

Il numero delle persone che vive in povertà e subisce violazioni dei diritti umani è destinato a crescere a causa di diversi fattori concomitanti in un periodo di recessione economica. Anzitutto, le politiche di aggiustamento strutturale promosse dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale fino a 10 anni fa, hanno svuotato le reti di sostegno sociale sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati. Quelle politiche avevano l’obiettivo di creare condizioni interne agli stati che potessero sostenere l’economia di mercato e aprire i mercati interni al commercio internazionale. Così facendo, hanno promosso l’idea di uno "stato leggero" in cui i governi hanno abdicato ai propri obblighi in materia di diritti economici e sociali, a vantaggio dei mercati. Oltre a chiedere la liberalizzazione economica, le politiche di aggiustamento strutturale hanno anche spinto a privatizzare i servizi pubblici, a deregolamentare i rapporti di lavoro e a tagliare i servizi sociali. L’idea, suggerita dall’Fmi e dalla Banca mondiale, che gli utenti dovessero pagare le prestazioni erogate ha posto questi ultimi al di fuori della portata dei più poveri. Ora, con l’economia in crisi e la disoccupazione in aumento, troppe persone vanno incontro non solo alla perdita di una fonte di reddito ma anche a un’insicurezza sociale in cui non ci sono più reti di sostegno a tutelarle in un periodo difficile.
 
In secondo luogo, l’insicurezza alimentare globale, nonostante la sua gravità, sta ricevendo un’attenzione insufficiente da parte della comunità internazionale. L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) stima che un miliardo di persone soffrano di fame e malnutrizione. Il numero è notevolmente aumentato, a causa della mancanza di cibo dovuta a decenni di bassi investimenti nell’agricoltura, a politiche commerciali che hanno incoraggiato il dumping e il crollo delle produzioni locali, all’innalzamento dei costi energetici, alla corsa ai bio-carburanti e, infine, ai cambiamenti climatici che hanno determinato penuria d’acqua, rovinato le terre e accresciuto la pressione demografica.

In molti paesi, la crisi alimentare è stata aggravata dalla discriminazione, dalle manipolazioni politiche riguardanti la distribuzione del cibo, dalle ostruzioni poste all’afflusso di aiuti umanitari fondamentali, dall’insicurezza e dai conflitti armati che impediscono di coltivare le terre o rendono impossibile l’accesso alle risorse necessarie per produrre o vendere cibo. Nello Zimbabwe, dove alla fine del 2008 cinque milioni di persone dipendevano dagli aiuti alimentari, il governo ha usato il cibo come arma nei confronti dei suoi oppositori politici. In Corea del Nord, la distribuzione degli aiuti alimentari è stata volontariamente ostacolata dalle autorità per opprimere e affamare la popolazione. Le tattiche di "terra bruciata" poste in atto nella regione del Darfur dal governo del Sudan e dalle milizie janjawid sue alleate, hanno devastato vite e beni personali. I civili intrappolati nella guerra in corso nel nord dello Sri Lanka sono rimasti privi di cibo e di altre forme di assistenza perché il gruppo armato delle Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) ha impedito loro di lasciare le zone di conflitto e le forze armate del paese non hanno consentito il pieno accesso alle organizzazioni umanitarie. Probabilmente uno dei più vergognosi casi di negazione del diritto al cibo nel 2008 è stato il rifiuto delle autorità di Myanmar, per tre settimane, di far arrivare gli aiuti umanitari a due milioni e mezzo di sopravvissuti al ciclone Nargys, mentre lo stesso governo destinava le sue risorse a promuovere un referendum fraudolento su una ancora più fraudolenta Costituzione.

Oltre all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, va evidenziata la perdita del lavoro di centinaia di migliaia di migranti in un periodo di crisi delle economie basate sulle esportazioni e di elevato protezionismo. Le rimesse dei lavoratori stranieri erano arrivate in questi anni a un totale di 200 miliardi di dollari all’anno (il doppio del totale degli aiuti allo sviluppo) e costituivano una fonte di entrate notevole per paesi come Bangladesh, Filippine, Kenya e Messico. Meno rimesse dall’estero significano adesso meno entrate e meno denaro da spendere in beni e servizi fondamentali. Inoltre, in alcuni paesi, la riduzione della possibilità di andare a lavorare all’estero ha lasciato molti giovani uomini disillusi, arrabbiati e inerti nei loro villaggi, rendendoli facili prede dell’estremismo politico e della violenza.

Nel frattempo, anche se il mercato del lavoro si contrae, la pressione per emigrare continua a crescere e i paesi d’ingresso ricorrono a metodi sempre più rudi per chiudere le porte. Nel giugno del 2008, ho visitato il cimitero municipale di Tenerife, nelle isole Canarie, dove fosse prive di segni identificativi testimoniano silenziosamente il fallito tentativo di migranti africani di entrare in Spagna. Solo nel 2008, 67.000 persone hanno effettuato la pericolosa traversata del Mediterraneo, dirette in Europa, e non sappiamo quante di esse siano annegate. Chi ce l’ha fatta vive in un cono d’ombra, senza documenti d’identità, a rischio di sfruttamento e abuso e con la minaccia di un’espulsione preceduta da un lungo periodo di detenzione, risultato quest’ultimo dell’adozione della Direttiva dell’Unione europea sull’espulsione dei migranti irregolari.

Alcuni stati membri dell’Unione europea, come la Spagna, hanno concluso accordi bilaterali con paesi africani per il respingimento dei migranti o per impedire a questi ultimi di muoversi. Paesi come la Mauritania hanno visto questi accordi come un nulla osta per procedere ad arresti arbitrari, detenzioni in condizioni disumane e deportazioni illegali di tantissimi cittadini stranieri residenti nel paese, anche se questi ultimi non avevano manifestato l’intenzione di lasciare il paese e se, in ogni caso, lasciare la Mauritania senza informare le autorità non costituisce alcun reato.

Mentre un numero sempre maggiore di persone vive in condizioni sempre più disperate, le tensioni sociali aumentano. Uno dei peggiori caso di razzismo e xenofobia del 2008 si è verificato in Sudafrica a maggio, con 60 morti, 600 feriti e decine di migliaia di sfollati proprio mentre un analogo numero di persone cercava rifugio in quel paese per scampare alla violenza e alla fame nel vicino Zimbabwe. Sebbene le inchieste ufficiali non siano state in grado di stabilire le cause degli attacchi, è ampiamente appurato che questi siano stati motivati dalla xenofobia e dalla competizione per il lavoro, l’alloggio e i servizi sociali, il tutto aggravato dalla corruzione.

La ripresa dell’economia dipende dalla stabilità politica. Ciò nonostante, gli stessi leader mondiali che si danno da fare per mettere insieme pacchetti di stimoli per ravvivare l’economia globale continuano a ignorare i conflitti mortali che in molti paesi sono la causa di gravi violazioni dei diritti umani, di una povertà endemica e dell’instabilità di intere regioni.

Le condizioni economiche e sociali della Striscia di Gaza, sottoposta a blocchi e attacchi militari, sono agghiaccianti. Le conseguenze politiche ed economiche del conflitto all’interno di Israele e dei Territori occupati palestinesi si propagano ben oltre le immediate vicinanze.

I conflitti del Darfur e della Somalia si svolgono in aree con ecosistemi fragili, dove l’aumento della pressione sulle risorse idriche e la capacità o l’impossibilità di trovare forme di sostentamento alimentari sono tanto la causa quanto l’effetto delle guerre in corso. Gli esodi massicci che ne sono derivati hanno creato un peso enorme sui paesi vicini, che si trovano ora ad affrontare anche le conseguenze della crisi economica globale.

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo la brama di potere, la corruzione e gli interessi economici hanno fatto a gara con le politiche delle potenze regionali per impoverire e intrappolare la gente in un ciclo interminabile di violenza. Il risultato è che un paese dalle immense risorse naturali non riesce a riprendersi, anche a causa del crollo degli investimenti esteri, conseguente alla recessione economica globale.

In Afghanistan, il clima dominante d’insicurezza ha pregiudicato la possibilità di accedere al cibo, alle cure mediche e all’istruzione, soprattutto per quanto riguarda le donne adulte e le bambine. L’insicurezza ha valicato il confine col vicino Pakistan, dove già il governo non era in grado di garantire il rispetto dei diritti umani e porre rimedio a povertà e disoccupazione giovanile. Il risultato è che il paese è precipitato in una spirale di violenza estremista.

Se c’è una lezione da imparare dalla crisi finanziaria è che i confini internazionali non isolano dal contagio. Trovare soluzioni ai peggiori conflitti del pianeta e alla crescente minaccia della violenza estremista attraverso un maggiore rispetto dei diritti umani, è un tassello importante del più ampio progetto di rimettere in piedi l’economia.

 

Dalla recessione alla repressione

Da un lato, siamo di fronte al grave rischio che una povertà in crescita e disperate condizioni economiche e sociali possano produrre instabilità politica e violenza di massa. Dall’altro, possiamo ritrovarci in una situazione in cui la recessione sia accompagnata da una più ampia repressione da parte di governi autoritari che mal sopportano il dissenso, le critiche e le denunce di corruzione e di cattiva gestione economica. Nel 2008 abbiamo avuto un assaggio di ciò che potrebbe accadere. Quando in molti paesi la gente è scesa in strada per protestare contro l’aumento dei prezzi dei generi di consumo e le difficili condizioni economiche, anche le proteste più pacifiche sono state stroncate con durezza.
 
In Tunisia, la repressione di scioperi e manifestazioni ha causato due morti, molti feriti e oltre 200 processi nei confronti dei presunti organizzatori, alcuni dei quali condannati a lunghe pene detentive. Nello Zimbabwe oppositori politici, attivisti per i diritti umani e sindacalisti sono stati aggrediti, arrestati e uccisi nella più completa impunità. In Camerun, nel corso di violenti disordini, sono morti almeno 100 manifestanti e un numero ancora maggiore di persone è finito in carcere.

In tempi di difficoltà economiche e di tensioni politiche, c’è bisogno di apertura e tolleranza. In questo modo, l’insoddisfazione e il malcontento possono essere incanalati in un dialogo costruttivo e nella ricerca condivisa di soluzioni. Invece, è esattamente in circostanze del genere che gli spazi d’espressione per la società civile si restringono. Attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti vengono intimiditi, minacciati, aggrediti, incriminati senza alcun motivo o uccisi, in ogni parte del mondo.

La censura sui mezzi d’informazione tende a crescere quando i governi cercano di zittire le critiche alle loro politiche e va ad aggiungersi ai pericoli già incombenti sul lavoro dei giornalisti in molti paesi. Lo Sri Lanka detiene uno dei peggiori record, con 14 giornalisti uccisi dal 2006. L’Iran ha limitato la libertà d’espressione su Internet, in Egitto e in Siria sono stati arrestati diversi blogger. La Cina ha allentato la morsa sull’informazione alla vigilia delle Olimpiadi per poi ritornare alla vecchia abitudine di bloccare i siti Internet e censurare altri media. Il governo della Malaysia, prima delle elezioni, ha chiuso due importanti quotidiani dell’opposizione.

L’apertura dei mercati non ha automaticamente portato all’apertura delle società. Galvanizzato dal suo potere economico, derivante dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, il governo della Federazione russa ha adottato un sempre più marcato atteggiamento nazionalistico e autoritario e ha cercato tenacemente di erodere la libertà d’informazione e attaccare chi osava criticarlo. Nella fase attuale in cui l’economia russa è in declino, a causa della caduta dei prezzi e della crescita dell’inflazione, questa tendenza può diventare persino più dura.

Il governo della Cina continua a reprimere duramente coloro che criticano le direttive politiche, col risultato che la corruzione ufficiale e la cattiva gestione delle imprese non vengono affrontate se non quando lo scandalo è troppo grande per essere tenuto nascosto e gran parte del danno è stato già fatto: come pochi anni fa, in occasione delle epidemie di Sars/influenza aviaria e dell’Hiv/Aids o, più recentemente, nel caso del latte in polvere contraffatto con la melamina. Il governo cinese ha reagito mettendo a morte figure di primo piano, giudicate colpevoli di corruzione ma ha fatto poco o nulla per modificare la condotta delle istituzioni o delle aziende.

Una cittadinanza informata, in grado di chiedere conto dell’operato altrui, è la garanzia migliore per costringere i governi e le aziende a fare bene il proprio lavoro. In un periodo in cui gli stati cercano di stimolare l’economia, la libertà è un bene che va protetto, non represso.

 

Un nuovo tipo di leadership

La povertà è caratterizzata da privazione, disuguaglianza, ingiustizia, insicurezza e oppressione. Questi sono in tutta evidenza problemi legati ai diritti umani, che non si risolvono solo con misure economiche ma che richiedono una forte volontà politica e una risposta unitaria che integri questioni politiche, finanziarie e ambientali in una cornice basata sui diritti umani e sullo stato di diritto. In poche parole, richiedono un’azione collettiva e un nuovo tipo di leadership.

La globalizzazione economica ha determinato un mutamento nel potere geopolitico e una nuova generazione di stati, raggruppati nel G20, sta reclamando la leadership mondiale. Composto da Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre economie emergenti del Sud, così come da Russia, Usa e altri paesi occidentali, il G20 chiede una più accurata rappresentazione del potere politico e dell’influenza economica. Questo può anche andar bene, ma per essere davvero una potenza globale, il G20 deve impegnarsi a rispettare valori globali e fare i conti col quadro di violazioni e doppi standard in materia di diritti umani da parte dei singoli stati che lo compongono.

Non c’è dubbio che la nuova amministrazione statunitense abbia intrapreso un cammino decisamente diverso in tema di diritti umani rispetto a quella del presidente George W. Bush. La decisione presa dal presidente Obama, 48 ore dopo il suo insediamento, di chiudere entro un anno il centro di detenzione di Guantánamo, di condannare inequivocabilmente la tortura e le detenzioni segrete della Cia è stata assai apprezzabile, così come quella di candidare gli Usa al Consiglio Onu dei diritti umani. È comunque ancora troppo presto per dire se l’amministrazione Obama chiederà con franchezza e forza il rispetto dei diritti umani a paesi come Israele e Cina, così come sta facendo verso altri, come Sudan e Iran.

L’impegno dell’Unione europea sui diritti umani resta ancora ambiguo. Determinati su temi come la pena di morte, la libertà d’espressione e la protezione dei difensori dei diritti umani, gli Stati membri si mostrano meno intenzionati a rispettare gli obblighi internazionali in materia di tutela dei rifugiati e di eliminazione di razzismo e discriminazione al proprio interno, così come ad ammettere le proprie collusioni col programma Cia di consegne straordinarie di sospetti terroristi.

Brasile e Messico sono grandi sostenitori dei diritti umani a livello internazionale ma, purtroppo, spesso razzolano male al proprio interno ciò che predicano bene al di fuori dei propri confini. Il Sudafrica si è ostinatamente opposto alla pressione internazionale sul governo dello Zimbabwe affinché ponesse fine alla persecuzione politica e ai brogli elettorali. In Arabia Saudita, centinaia di persone sospettate di terrorismo rimangono in carcere senza processo, i dissidenti politici vengono imprigionati e i diritti delle donne e dei migranti sono fortemente limitati. In Cina, il sistema giudiziario è profondamente iniquo e prevede forme punitive di detenzione amministrativa per ridurre al silenzio i dissidenti. Questo paese è anche il leader mondiale delle esecuzioni capitali. Il governo russo ha consentito che nel Caucaso del Nord si diffondessero impunemente le detenzioni arbitrarie, la tortura, i maltrattamenti e le esecuzioni extragiudiziali e minaccia coloro che osano criticarlo.

I governi del G20 hanno l’obbligo di rispettare gli standard internazionali sui diritti umani che la comunità internazionale ha sottoscritto. Non facendolo, pregiudicano la loro credibilità e legittimità così come l’efficacia della loro azione. L’obiettivo del G20 è di cercare una via d’uscita alla crisi economica globale e di questo sforzo, dicono, beneficerebbero le persone che vivono in povertà. Ma la ripresa dell’economia non sarà sostenibile né equa se non verrà posto l’accento sui diritti umani.

I paesi che siedono al tavolo principale del mondo devono a tutti i costi dare l’esempio attraverso il proprio comportamento. Un buon inizio, per i paesi del G20, potrebbe esse quello di mandare il chiaro segnale che tutti i diritti (economici, sociali, culturali, politici o civili che siano) sono importanti allo stesso modo. Gli Usa negano da tempo la validità dei diritti economici e sociali e non sono stato parte del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. La Cina, dal lato opposto, non è stato parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici. I due paesi dovrebbero accedere immediatamente a quei due trattati. Tutti i paesi del G20 dovrebbero ratificare il Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2008. Ratificare i trattati internazionali, in ogni caso, è solo la prima delle molte cose da fare.

 

Nuove opportunità per il cambiamento

La povertà globale, acuita dalla situazione economica, ha creato una piattaforma esplosiva per un cambiamento in favore dei diritti umani. Allo stesso tempo, la crisi economica ha stimolato un mutamento di prospettiva che volge in direzione di un cambiamento di sistema.

Negli ultimi due decenni, lo stato ha fatto un passo indietro rispetto ai propri obblighi in materia di diritti umani (se non li ha addirittura rinnegati) in favore del mercato, nella convinzione che la crescita economica avrebbe imbarcato tutti a bordo. Ma ora che arriva la bassa marea e la spinta propulsiva viene meno, i governi stanno mutando radicalmente le proprie posizioni e parlano di una nuova architettura finanziaria globale in cui le istituzioni nazionali sono destinate a giocare un ruolo più forte. Questo scenario porta con sé la possibilità che lo stato smetta di ritirarsi dalla sfera sociale e disegni un modello più legato ai diritti umani. Questo scenario crea anche la possibilità di ripensare completamente il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali in termini di rispetto, protezione e rafforzamento dei diritti umani, compresi quelli economici e sociali.

I governi dovrebbero investire nei diritti umani con la stessa convinzione con cui stanno investendo nella ripresa economica. Dovrebbero espandere e sostenere le opportunità nel campo sanitario ed educativo, porre fine alla discriminazione, rendere realtà i diritti delle donne, istituire standard universali e meccanismi efficaci per chiamare le aziende a rispondere degli abusi, costruire società aperte in cui il primato della legge sia rispettato, la coesione sociale sia forte, la corruzione sia sradicata e i governi diano conto del proprio operato. La crisi economica non dovrebbe essere presa a pretesto dai paesi più ricchi per tagliare i fondi per l’assistenza allo sviluppo. Nei periodi di difficoltà economica, gli aiuti internazionali diventano sempre più importanti per aiutare i paesi più poveri a fornire i servizi minimi essenziali nel campo della salute, dell’istruzione, dell’igiene e dell’alloggio. I governi dovrebbero inoltre lavorare insieme per risolvere i conflitti mortali. A causa della loro interconnessione, ignorare una crisi per concentrarsi su un’altra non fa altro che aggravarle entrambe.

Sapranno i governi cogliere queste opportunità per rafforzare il rispetto dei diritti umani? E le aziende e le istituzioni finanziarie internazionali sapranno accettare e assumersi le proprie responsabilità in materia di diritti umani? Fino a oggi, i diritti umani hanno figurato raramente nelle diagnosi o nelle ricette suggerite dalla comunità internazionale.

La storia mostra che la maggior parte delle battaglie che hanno condotto a un cambiamento (come l’abolizione della schiavitù o l’emancipazione delle donne) sono nate non dall’iniziativa degli stati ma dall’ostinazione delle persone comuni. Successi come l’istituzione di organi di giustizia internazionale, i controlli sul commercio di armi, l’abolizione della pena di morte, il contrasto alla violenza sulle donne o l’inserimento della povertà e dei cambiamenti climatici al centro dell’agenda internazionale sono ampiamente dipesi dalla creatività, dall’energia e dalla tenacia di milioni di attivisti di ogni parte del mondo.

È grazie al potere della gente che oggi dobbiamo tornare a esercitare pressione sui nostri leader politici. Ecco perché, insieme a molti partner locali, nazionali e internazionali, Amnesty International lancia oggi una nuova campagna. Attraverso lo slogan (((IO PRETENDO DIGNITÀ))), mobiliteremo l’opinione pubblica per chiedere conto a livello nazionale e internazionale delle violazioni dei diritti umani che conducono alla povertà e la acuiscono. Combatteremo le leggi, le politiche e le pratiche discriminatorie e chiederemo misure concrete per eliminare quei fattori che rendono e mantengono povere le persone. Porteremo la voce di coloro che vivono in condizioni di indigenza al centro del dibattito per porre fine alla povertà e pretenderemo che possano partecipare attivamente alle decisioni che riguardano il loro futuro.

Quasi 50 anni fa, Amnesty International venne creata per chiedere il rilascio dei prigionieri di coscienza. Oggi noi pretendiamo dignità per i prigionieri della povertà, affinché possano cambiare la loro vita. Sono certa che con l’aiuto e il sostegno di milioni di iscritti, donatori e sostenitori di Amnesty International nel mondo, ce la faremo!

I dati principali del Rapporto Annuale 2009*

Libertà di espressione

Limitazioni alla libertà di espressione sono state imposte in almeno 81 paesi.

Pena di morte

Almeno 2390 prigionieri sono stati messi a morte in 25 paesi. Il 78% delle esecuzioni ha avuto luogo nei paesi del G20. 

Esecuzioni extragiudiziali/omicidi illegali

Esecuzioni extragiudiziali od omicidi illegali sono stati commessi in oltre 50 paesi. Il 47% di questi crimini è stato riscontrato nei paesi del G20.

Torture e altri maltrattamenti

Torture e altre forme di maltrattamento sono state compiute, nel corso degli interrogatori, in circa 80 paesi. Il 79% delle torture e dei maltrattamenti si è registrato nei paesi del G20.

Processi iniqui

Processi iniqui sono stati celebrati in circa 50 paesi. Il 47% di essi si è svolto nei paesi del G20.

Detenzioni illegali

Prigionieri sono stati sottoposti a periodi di detenzione prolungata, spesso senza accusa né processo, in circa 90 paesi. Il 74% di queste detenzioni ha avuto luogo nei paesi del G20.

Rinvii forzati di richiedenti asilo

Persone che chiedevano asilo politico sono state respinte da almeno 27 paesi verso stati in cui sono andate incontro ad arresti, torture e morte.

Prigionieri di coscienza

Prigionieri di coscienza sono finiti in carcere in almeno 50 paesi.

Sgomberi forzati

Sgomberi forzati sono stati eseguiti in almeno 24 paesi.

 *Questi dati si riferiscono al periodo gennaio – dicembre 2008

www.amnestyinternational.it

20 giugno 2009

A Téhéran, les manifestations réprimées par la police

Mir Hossein Moussavi

 

Au huitième jour du bras de fer entre le pouvoir et l’opposition, samedi 20 juin, la tension n’est toujours pas retombée pas en Iran. La journée de samedi a de nouveau été marquée par des violences tandis que l’opposant Mir Hossein Moussavi a appelé une nouvelle fois à l’annulation de l’élection présidentielle du 12 juin.

Malgré les menaces à peine voilées du guide suprême Ali Khamenei et l’interdiction de la manifestation par les autorités, les partisans de l’opposition avaient décidé samedi d’investir les rues de Téhéran. Une partie des organisateurs avait pourtant décidé de jouer la prudence et avait dit renoncer à la manifestation en raison de son interdiction. Samedi après-midi, les manifestants ont donc tenté d’atteindre la place Enqelab, dans le centre de Téhéran, où était prévue le rassemblement. Mais, selon des témoins, la police anti-émeutes, massivement présente, a réprimé à la matraque, au canon à eau et au gaz lacrymogène des milliers de manifestants qui bravaient l’interdiction de protester contre la réélection de Mahmoud Ahmadinejad.

ATTENTAT-SUICIDE PRÈS DU MAUSOLÉE DE L’AYATOLLAH KHOMEINI

"La police anti-émeutes interdit aux gens d’approcher" de la place Enqelab et "bloque les gens sur les trottoirs, les pousse sur la chaussée et les frappe", a déclaré un témoin. Des témoins ont fait état de plusieurs milliers de manifestants devant l’Université de Téhéran, près de la place Enqelab, mais également près de la place Azadi, à environ quatre kilomètres de là, avec des heurts avec la police. Selon un autre témoin, au moins un homme a été blessé par balle à l’épaule samedi. Les médias étrangers, eux, ont toujours interdiction de couvrir sur place les événements non inscrits au "programme" du ministère iranien de la culture.

Dans le même temps, des médiaux locaux ont fait état d’un attentat-suicide, à Téhéran, près du mausolée de l’ayatollah Khomeini, fondateur de la République islamique. "Un terroriste a fait sauter sa veste explosive au mausolée de l’imam Khomeini", a expliqué le chef adjoint de la police, cité par les agences de presse locales Fars et Mehr. "L’assaillant a été tué et un pèlerin a été blessé", selon lui. La chaîne de télévision iranienne Press-TV a fait état d’un mort et de deux pèlerins blessés, sans citer de source.

APPEL DE MOUSSAVI À DE NOUVELLES ÉLECTIONS

La régularité de la victoire de Mahmoud Ahmadinejad à la présidentielle du 12 juin est contestée par les autres candidats, notamment son principal rival Mir Hossein Moussavi, le chef du mouvement de contestation, qui a de nouveau réclamé, samedi, l’annulation du scrutin et une nouvelle élection. Dans une lettre adressée au Conseil des gardiens et publiée sur son site Internet, le candidat malheureux affirme que "tous les comptes [d’irrégularités] plus bien d’autres mentionnés dans mes lettres précédentes (…) sont suffisants pour annuler l’élection". Samedi, le Conseil des gardiens, l’organe législatif suprême en Iran, s’est dit prêt à un recomptage de 10 % des urnes, choisies au hasard, avant de rendre sa décision d’ici mercredi. L’appel de M. Moussavi revient une nouvelle fois à défier le guide suprême, l’ayatollah Ali Khamenei, qui a validé vendredi la réélection de M. Ahmadinejad, en affirmant qu’aucune fraude ne pouvait expliquer sa large victoire.

Pour la première fois depuis le début du mouvement, la police iranienne avait prévenu qu’elle "réprimerait fermement" toutes les manifestations. Ali Khamenei avait de son côté déclaré, vendredi, que "s’il y a un bain de sang, [les leaders de l’opposition] en seront tenus directement responsables".

www.lemonde.fr

 Ali Khamenei

19 giugno 2009

The dead of Iran are mourned – but the fight goes on.

Mirhossein Mousavi, centre, waves to supporters at a demonstration in Tehran yesterday

"President" Mahmoud Ahmadinejad – and the quotation marks are becoming ever more appropriate in Iran today – is in real trouble. There are now three separate official inquiries into his supposed election victory and the violence which followed, while conservative Iranian MPs fought each other with their fists at a private meeting behind the assembly chamber, after Ahmadinejad’s members objected to an official’s reference to the "dignity" with which the opposition leader, Mirhossein Mousavi, answered parliamentary questions. Those close to the man who still believes he is the President of Iran say that he is himself deeply troubled – even traumatised – by the massive demonstrations against him across the country.

Tens of thousands of Mousavi supporters marched in black through the streets of central Tehran yesterday evening, in an emotional demonstration of mourning – the second in two days – for the post-election dead. In a city symbolised by its brutal traffic and decibel records, they walked in total silence for three miles, holding banners and posters lamenting the killings in Azadi Square and Tehran University and in other Iranian cities. And they had no doubts about the political – and physical – risks they were taking.

A chemical engineer walking at the centre of the huge black trail thought for several seconds when I asked him what happens next. "Nobody knows but we think of this all the time," he at last replied. "We cannot stop now. If we stop now, they will eat us. The best is for the United Nations or some international organisations to monitor another election." Upon such illusions is disaster built.

But the same man’s wife had a humour that almost belonged to the vast black crowd yesterday. She was a commercial lawyer but had studied psychology. "If we let go now, we are going to face someone like Pinochet – and our dictators here are not even up-to-date dictators," she told me without a trace of a smile. "My psychological training is very useful. Ahmadinejad has a classic psychosis problem. He lies a lot and he’s hallucinatory and the problem is, he thinks he’s related to someone up there!" And here, the lady pointed upwards in the general direction of heaven. But no jokes about religion. These marchers were chanting the Muslim "salavat" prayer, giving greetings to the Prophet Mohamed and his family.

And just as well. For this morning, the Supreme Leader, Ali Khamenei, is to lead Friday prayers at Tehran University – the same campus upon which seven young men were shot dead by pro-Ahmadinejad Basiji militiamen on Sunday night – and Mousavi is promising to bring his own supporters, wearing black arm-bands of mourning for the dead, to demonstrate their loyalty to Khamenei himself. Ahmadinejad’s acolytes have been claiming that the opposition is trying to overthrow the Islamic Republic as well as Khamenei, a dangerous slander in any revolution here but a particularly incendiary one today.

The opposition suspects that Khamenei will try to restore order by telling Mousavi and his people that they have been allowed their massive demonstrations and that, despite "unfortunate incidents" – that wonderful autocratic cliché has actually just been used by parliament Speaker Ali Larijani – this was a generous and democratic act by the government. But, Khamenei is expected to say, enough is enough. Any groups disturbing the peace this weekend will be regarded as counter-revolutionaries and dealt with "according to the law" (a favourite Khamenei expression).

If so, Mousavi and his advisers – they include former president Mohammad Khatami as well as Mousavi’s election ally, Mehdi Karroubi – will have to behave with immense sensitivity if they are not to be trapped into silence by such a warning. Their problem is almost intractable. If they continue the protest marches, they can be accused of breaking the law – and the waning strength of the marches no longer brings the people of Tehran on to their balconies and rooftops – but if they bring the protests to an end, the Basiji and the cops become kings of the street.

Indeed, the arrest of the Islamic Republic’s first foreign minister, Ibrahim Yazdi – he was taken, quite literally, from the bed of his Tehran hospital where he is suffering from prostate cancer – shows just how high the level of suspicion is amid the heights of the Islamic Republic. No one has managed to suggest a sane reason why a man who worked alongside the founder of the Islamic regime, Ayatollah Khomeini himself, should suddenly disappear before our eyes. Yazdi had urged Iranians to boycott the presidential poll four years ago – the election that brought Ahmadinejad to power – but was urging all Iranians to vote last week.

If anyone needed proof of the government’s state of indecision, they had only to look at yesterday’s Tehran newspapers. Suddenly, the mass demonstrations were acknowledged in full. A whole front page of photographs showed Wednesday afternoon’s Mousavi rally. Ahmadinejad had said at the weekend that his opponents were mere "layers of dust" – an unwise as well as a childish remark – but across one photograph, demonstrators can be seen carrying a banner which reads: "The layers of dust are making history."

Other papers showed Iran’s top six football stars playing South Korea in Seoul with Mousavi’s campaign green ribbons tried to their wrists. They complied with instructions to take them off for the second half of the match – which was broadcast live across Iran and which turned out to be a draw. Even Mousavi’s website is no longer blocked. We may ask what all this means. But so does all of Iran.

It was clear, however, even before the right-wing MPs turned to fisticuffs, that the authorities simply did not know how to handle this unprecedented revolt – not revolution – by so many millions of Iranians. With a more intelligent, thoughtful, less arrogant man in power, it might be possible to look for a political compromise, perhaps some tinkering with the constitution to create a vice-presidency (not that Mousavi would accept it) or even recreate the post of prime minister which was held by Mousavi himself during the 1980-88 Iran-Iraq war.

But who wants to work with Ahmadinejad? His efforts to improve the lot of the millions of Iranian poor – their existence, of course, is a blight upon the moral reputation of any republic which controls so much oil wealth – have been genuine and well received. His meretricious doubts about the Jewish Holocaust, his foolish rhetoric about Israel, his constant comparison of the Iranian election to a football match, are of no interest to them. But Mousavi can scarcely work with such an unpredictable, unstable figure.

Ahmadinejad’s colleagues have been claiming that the vandalisation of property, including the destruction of computers at Tehran University – an act with absolutely no intelligent explanation – was committed by "traitors", but the government’s own investigative committee is now saying that plain-clothed agents were involved.

It all leaves "President" Mahmoud Ahmadinejad a very lonely man.

Day 6 of Iran crisis

* In an attempt to defuse calls for a rerun, Iran’s Governing Council promised to listen to the candidates "express their ideas" about the election. It also said it was examining 646 complaints.

* Meanwhile, it was clear where President Ahmadinejad wanted to place the blame for the crisis. He told his cabinet that the vote’s legitimacy was being questioned because it was a "challenge to the West’s democracy."

* Also focusing on foreign elements, the Intelligence Ministry said that it had uncovered proof of a bomb plot backed by American elements. The bombs were apparently supposed to go off in polling stations on election day.

* Iranian television showed former president Hashemi Rafsanjani’s daughter, Faezeh Hashemi, rallying protesters. Hardliners accused her and her brother, Mahdi, of treason. The two were later barred from leaving Iran.

* In an echo of Twitter’s decision to cancel planned maintenance to help protesters, YouTube broke from its usual policy of barring violent videos so that Iranians could "capture their experiences for the world to see".

by Robert Fisk (photo)  The Independent.co.uk

19 giugno 2009

Perù: Il massacro annunciato ordinato da Alan Garcia. Peru accused of cover-up after indigenous protest ends in death.

Il massacro annunciato ordinato dal presidente peruviano Alan Garcia

(Apcom) – Due operatori umanitari belgi hanno spezzato il silenzio di informazioni e di immagini che circondava la "Tiananmen dell’Amazzonia", ossia il massacro avvenuto nella parte peruviana della foresta pluviale il 5 giugno quando, a Bagua Grande, poliziotti avevano attaccato gli indigeni che da settimane stavano bloccando fiumi e strade per protestare contro la decisione del governo di espropriare le loro terre per lo sfruttamento di legname, gas e petrolio.

The Independent (segue l’articolo) ha pubblicato solo alcune delle foto di Marijke Deleu e Thomas Quiryneen, i due volontari di Catapa, un’organizzazione fiamminga che si batte per i nativi di Peru’, Bolivia e Guatemala, perche’ il contenuto violento di questi scatti non permette la loro visione su un quotidiano. Ma tutte le immagini saranno mostrate lunedi’ alla Camera dei Comuni, in Gran Bretagna, per far capire cosa sia veramente successo quasi due settimane fa. "Inizialmente abbiamo visto la polizia sparare e tirare gas lacrimogeni contro i manifestanti", dice Deleu a The Independent. "Poi abbiamo visto che li picchiavano, prendevano a calci quelli buttati a terra e sparavano nella schiena di chi cercava di scappare", ha aggiunto. Secondo il bilancio ufficiale, gli scontri si sono conclusi con 32 morti di cui 23 poliziotti, ma secondo diverse organizzazioni umanitarie i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, e centinaia di persone risultano ancora disperse. L’organizzazione Survival International chiede che venga aperta un’inchiesta indipendente per far luce su cosa sia realmente successo.

Le foto escono proprio quando il governo del presidente Alan Garcia ha finalmente revocato i due decreti che favorivano lo sfruttamento delle foreste dell’Amazzonia, il 1090 e il 1064, conosciuti anche come ‘leyes de la selva’. Uno dei principali capi indio, Daysi Zapata, vicepresidente della confederazione degli indiani d’Amazzonia, ha quindi chiesto ai suoi sostenitori di togliere i blocchi a strade e fiumi. Intanto, il leader delle proteste, Alberto Pizango, presidente della Confederazione, e’ arrivato in Nicaragua dove aveva chiesto asilo politico. La settimana scorsa Pizango era stato accusato di "sedizione, cospirazione e ribellione".

Apcom

Images reveal full horror of ‘Amazon’s Tiananmen’

First, the police fire tear gas, then rubber bullets. As protesters flee, they move on to live rounds. One man, wearing only a pair of shorts, stops to raise his hands in surrender. He is knocked to the ground and given an extended beating by eight policemen in black body-armour and helmets.

Demonstrators getting worked-over by the rifle butts and truncheons of Peru’s security forces turn out to be the lucky ones, though. Dozens more were shot as they fled. You can see their bullet-ridden bodies, charred by a fire that swept through the scene of the incident, which has since been dubbed "the Amazon’s Tiananmen".

The events of Friday, 5 June, when armed police went to clear 2,000 Aguaruna and Wampi Indians from a secluded highway near the town of Bagua Grande, are the subject of a heated political debate. They have sparked international condemnation and thrown Peru’s government into crisis.

Yet until today, details were shrouded in mystery. Now, pictures have emerged. They were taken at the scene by two Belgian aid workers, Marijke Deleu and Thomas Quiryneen, and provide compelling details of the chaotic confrontation that killed a reported 60 people, many of them unarmed, with vast numbers still unaccounted for.

"At first, we saw police firing guns and tear gas at a mass of protesters," said Ms Deleu, who reached the highway at 7am, an hour after heavily armed police arrived at the location, 870 miles north of Lima. "Then we saw them beating and kicking people detained on the ground. Later, they shot people in the back as they started fleeing."

A dossier of photographs, many too graphic to be printed in this newspaper, will be shown to MPs at the House of Commons on Monday by Ms Deleu and Mr Quiryneen, who are volunteers for Catapa, a Flemish organisation supporting indigenous communities in Peru, Bolivia and Guatemala.

Called Death at Devil’s Bend, it attempts to explain what happened when police tried to evict the indigenous tribespeople, who had been blockading the road for several weeks in protest at new laws allowing energy and mining companies to exploit swaths of their ancestral homelands.

One series shows police stopping a passing ambulance. They force four injured protesters out of the vehicle, and beat them for several minutes, claiming, without any apparent justification, that their vehicle was carrying concealed weapons. Another, taken later in the day shows rows of wounded being treated in local hospitals. Nineteen are at Bagua Grand; 47 in Bagua Chica. Many have heavy bruising, and bandages covering bullet wounds.

"Several people said they had been shot while they were fast asleep," said Ms Deleu. "They claim the police woke them up by opening fire. One of the bodies had a bullet wound in his shoulder, which suggested to me that he’d been shot while lying down."

Further pictures, which will only fuel rumours of a government-orchestrated cover-up, show twisted corpses of native Indians lying by the side of the road. When tribal leaders tried to collect them, they came under fire and were refused access. By the next day, the corpses had disappeared.

The Peruvian President, Alan Garcia, has claimed 32 people were killed in the incident, of which 23 were police officers. However human rights lawyers and news reports put the number of confirmed deaths at closer to 60, and say hundreds are still missing.

Until this week, many international observers have been unable to visit the region because of a curfew. Pressure groups have accused security forces of burying and burning corpses to hide the extent of the death toll.

"There needs to be an independent investigation to establish exactly what happened," said Jonathan Mazower of Survival International, which will today publish Ms Deleu and Mr Quiryneen’s dossier on its website. "Our initial reaction to these dramatic photographs is that they may provide the first impartial account of what actually went on."

The pictures emerged as Alberto Pizango, the head of Aidesep, the organisation representing 56 of Peru’s indigenous tribes, arrived in Nicaragua, after being granted political asylum. Last week, he was prosecuted for "sedition, conspiracy and rebellion".

Meanwhile Mr Garcia has been forced to suspend the introduction of laws allowing foreign companies to exploit the rainforest. His Prime Minister Yehude Simon resigned on Monday, joining populist minister Carmen Vildoso, who quit last week during a general strike in protest at the incident.

By Guy Adams The Independent

Le foto di questa pagina sono di Marijke Deleu and Thomas Quirynen. Le altre foto, molto cruente, si possono trovare sul sito www.independent.co.uk

19 giugno 2009

Argentina: verso le elezioni di metà legislatura.

La presidente argentina Cristina Fernandez
 
Tra poco più di una settimana si vota in Argentina. Si rinnovano la metà dei deputati e un terzo del senato ma soprattutto si verificheranno i rapporti di forza nel peronismo che per metà si riunisce intorno all’ex-presidente Nestor Kirchner e per metà si allea con la destra securitaria (ma che si autodefinisce “moderna”) del capo del governo della città di Buenos Aires, Mauricio Macri. A distanza segue Elisa Carrió, oramai la Binetti argentina, che dal radicalismo pallidamente progressista ha completato uno spostamento verso il più bigotto dei conservatorismi. Il tutto in un quadro politico che comunque si sposta verso destra.
Il fatto politico saliente di queste elezioni è che Nestor Kirchner, ex presidente e marito dell’attuale inquilino della Casa Rosada, nell’accettare la sfida di candidarsi come deputato a Buenos Aires ha deciso (o preso atto di aver bisogno) di fare base sulle strutture del Partito Giustizialista nella strategica regione del Gran Buenos Aires, il cono urbano intorno alla Capitale Federale dove vive un terzo degli argentini. Meno rinnovamento e partecipazione dunque e più clientelismo classico facendo quadrato sul partito.
Si riunisce, questo peronismo di centro-sinistra, ma sempre più burocratico, sotto le bandiere del Fronte Giustizialista per la Vittoria. Al di là delle sue debolezze viene bastonato, calunniato, irriso continuamente da un complesso mediatico sempre più aggressivo e completamente nelle mani di una destra sempre più rancida (particolarmente vile e maschilista quando deve attaccare la Presidente) ma continua ad essere in testa nelle opzioni di voto. Qualcuno probabilmente dovrà turarsi il naso per votarlo ma il panorama politico argentino è oggi il più desolante dalla caduta del regime fondomonetarista nel dicembre 2001.
Subito dietro il peronismo kirchnerista, e la distanza tra i due blocchi offrirà la misura della tenuta del governo nazionale, si colloca l’alleanza tra la destra cosiddetta “moderna” e la destra peronista. Un’alleanza fascistoide e pericolosa che controlla buona parte dei media e che, come in altre parti del mondo, fa leva su continue campagne sulla sicurezza e grida al lupo su una presunta “chavizzazione” (peso politico del governo venezuelano di Hugo Chávez) dell’Argentina. Al terzo posto si prevede che seguano le forze della destra conservatrice riunite intorno ai dirigenti politici e agli amministratori pubblici della Unione Civica Radicale e alla figura di Elisa Carrió che molti anni fa era una novità.
In un contesto così formato, dove la decomposizione in atto dei partiti tradizionali trova una battuta d’arresto nel ruolo delle burocrazie, non sorprende che non si parli mai di politica, ma al più si faccia marketing e si giochi sporco, soprattutto per delegittimare agli occhi degli argentini la figura del presidente Cristina Fernández arrivando a offendere la memoria dei 30.000 desaparecidos per attaccarla. Nel paese visto dalla televisione Cristina è la donna più impopolare al mondo. Chissà se è vero.
di Gennaro Carotenuto www.gennarocarotenuto.it
 
 La "Binetti"  d’oltreoceano Elisa Carriò
18 giugno 2009

Torino: La solidarietà al tempo dei barbari. Come accogliere i minorenni rifugiati politici e come terrorizzare gli altri.

 

I "barbari" non sono i rifugiati ma i politici nostrani che (forti di quella parte della pubblica opinione ignorante, asservita all’informazione  e incapace di decidere attraverso un proprio pensiero articolato) usano in maniera strumentale le migrazioni per ottenere leggi al di fuori dello stato di diritto e del  rispetto che una nazione civile dovrebbe avere verso chiunque e da qualunque parte provenga, senza per altro risolvere il problema ma, di fatto, aumentando la sindrome da accerchiamento rendendo le persone sempre più insicure nella propria casa.

I minori perseguitati in Afghanistan a Torino trovano rifugio in Famiglia

 

L’”invasione” afgana le ha cambiato la vita. Ora Elena, pensionata di Torino e viaggiatrice per passione, ha una piantagione di pomodori sul terrazzo. Ed è costretta a cucinare uno spezzatino esageratamente piccante. “Ma lo faccio volentieri” confida: “Amed e Salvar, afgani di etnia hazara, i due rifugiati che ospito in casa, mi hanno portato una ventata di vita che non avrei mai immaginato”.

A Torino hanno cambiato abitudini, come Elena, altre venti famiglie. Sono i partecipanti al progetto sperimentale, unico in Italia, Rifugio diffuso, che prova a dare una risposta nuova al problema dell’accoglienza dei rifugiati politici, sempre troppi per le poche risorse messe a disposizione dallo Stato.

L’idea è semplice: chiedere alle famiglie di aprire le porte di casa propria. In cambio di un piccolo contributo mensile, dare accoglienza a un giovane perseguitato in patria. Una vera scommessa di questi tempi: nel 2008, infatti, secondo Acnur, agenzia Onu per i rifugiati, l’Italia ha registrato un record in fatto di domande d’asilo, superando quota ventimila contro le 14 mila del 2007.

Il caso Torino dimostra che l’Italia non è solo “porte sprangate e paura”.

“Quando lo scorso gennaio abbiamo lanciato l’idea, i cittadini hanno risposto con grande curiosità” racconta Marco Borgione, assessore alla Famiglia e alle politiche sociali della città, “moltissimi hanno chiesto informazioni. Alla fine abbiamo selezionato venti famiglie, alle quali sono stati affidati altrettanti giovani di Niger, Sudan e Afghanistan”.

Attraverso alcune associazioni, l’amministrazione ha garantito alle famiglie un rimborso spese di 300 euro al mese.

Altri 100 euro mensili vanno alle associazioni per l’orientamento scolastico e lavorativo dei rifugiati. “Si tratta di un risparmio gigantesco rispetto ai normali costi di accoglienza pagati dallo Sprar, il Sistema nazionale di protezione per richiedenti” spiega Borgione, “400 euro al mentre contro i 52 euro al giorno del sistema nazionale. Potrebbe essere un modello di accoglienza capace di generare solidarietà e, al tempo stesso, far risparmiare soldi pubblici”.

Rifugio diffuso nasce grazie a un finanziamento di 96 mila euro del ministero dell’interno. Il finanziamento, scaduto a fine 2008, è stato rinnovato dal Comune piemontese per il 2009.

di Carlo Giorgi
 
Lui non è stato respinto alla frontiera.

 

 
Badante clandestina muore dissanguata
 

È morta dissanguata, dopo aver provato a raccogliere in una bacinella il sangue che stava perdendo per un aborto spontaneo. La donna, Vira Orlova, detta Ylenia, avrebbe compiuto 40 anni domani. Ucraina, lavorava come badante a Torre a Mare (Bari), ma non aveva il permesso di soggiorno. Ha avuto paura: paura di perdere il lavoro e di essere denunciata, se fosse stata “scoperta” o fosse andata in ospedale. Così non ha chiesto aiuto.

È caduta a terra stremata

Ylenia è stata trovata ieri dal figlio dell’anziana che accudiva. Secondo i carabinieri, la badante ha iniziato a perdere sangue nella notte. Lo ha raccolto nella bacinella, in camera sua. Chiusa nella stanza, ha aspettato e sperato di star meglio. Ma quando ha provato ad andare in bagno, si è sentita male ed è caduta: è morta senza chiamare soccorso. Il suo datore di lavoro ha detto che “era in prova” da pochi giorni (è illegale impiegare irregolari). Con sé aveva solo il passaporto – senza visti di ingresso – e 30 euro nel portafoglio. Ora all’ospedale ci andrà: per l’autopsia.

“Fuori legge”

L’immigrazione irregolare da maggio scorso è diventata reato.“Dopo la propaganda fatta sulla misura del governo che permetteva ai medici di denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno, molti immigrati non si fidano più, anche se la norma alla fine non è stata approvata”. Lo spiega l’esperto di immigrazione Sergio Bontempelli.

di Elena Tebano city.corriere.it

Per loro non è più necessario il "respingimento".

17 giugno 2009

Il pensiero liberale e la crisi del mercato.

Luigi Einaudi

 

Il ripensamento critico della finanza che è stato innescato dalla crisi finanziaria sta coinvolgendo la stessa nozione di economia di mercato. Ma chi ha fallito in questa vicenda, lo Stato o il mercato? Lo Stato, vorrei sostenere, pur se in virtù di un paradosso.

L’eredità del pensiero liberale

Un risultato secolare, solido e netto, del pensiero economico è che, il mercato, o è “regolato” o non è. Se lo Stato pratica un laissez faire assoluto, il libero mercato concorrenziale non dura a lungo, finisce con l’essere soffocato dalla naturale tendenza monopolistica dei soggetti che vi operano. È una legge di natura, una sorta di entropia. Il mercato concorrenziale è infatti il regime ottimo dal punto di vista dei “compratori”, cioè della collettività, perché mantiene i prezzi al livello più basso possibile; ma, per la stessa ragione, è quello pessimo dal punto di vista dei “venditori”, che sono una minoranza nella società, ma agguerrita, e si oppongono in ogni modo a quel regime. Occorrono regole esaustive e precise, regolatori e supervisori occhiuti, attenti, non catturabili dagli interessi dei “venditori”, a patto, s’intende, che l’apparato di regole e controlli sia il più possibile non distorsivo e non burocratico.
Questa è, io ritengo, una eredità nobilissima del miglior pensiero liberale, contrario a far discendere dai grandi principi di libertà una “religione liberistica” nelle cose economiche. Scriveva Luigi Einaudi quasi ottanta anni fa:

“Dalla frequenza dei casi in cui gli economisti, per ragioni contingenti, inclinano a raccomandare soluzioni liberistiche dei singoli problemi concreti, è sorto un terzo significato, che io direi religioso, della massima liberistica. Liberisti sarebbero in questa accezione coloro i quali accolgono la massima del lasciar fare e del lasciar passare quasi fosse un principio universale (…) Tutta la storia posteriore della dottrina sta a dimostrare che la scienza economica, come dianzi si chiarì, non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”. (1)

Questa concezione religiosa che Einaudi così severamente stigmatizzava è risorta nella seconda metà del Novecento come conseguenza indesiderata di un serio dibattito sui fondamenti dell’economia pubblica. Da una critica serrata alla teoria standard della regolazione come basilare interesse pubblico (un lascito degli economisti che hanno lavorato fra il 1930 e il 1960) si venne traendo negli anni Sessanta la conclusione che ai fallimenti del mercato possano porre riparo i mercati stessi, o al più i tribunali civili, mentre l’autorità pubblica è di necessità incompetente, corrotta e “catturata” dagli interessi che dovrebbe dirimere, sicché essa può solo far peggio. (2)

La religione liberistica

Le correnti di pensiero sottostanti questa critica sono fra i punti più alti del pensiero economico del Novecento. Ma negli ultimi venti anni, soprattutto nel mondo anglosassone, si è costruita su di essa una vera e propria religione nel senso di Einaudi e oggi sul banco degli imputati stanno proprio alcune delle politiche nate da quella religione. La crisi finanziaria globale del 2007-2008 fa volgere l’evidenza empirica decisamente a suo sfavore.
La religione liberistica che vede, o finge di vedere, nell’intervento pubblico sempre e comunque una indebita compressione della libertà d’impresa si configura come una forma diabolica di statalismo: lo Stato, alleandosi con interessi privati, toglie al mercato concorrenziale l’aria per respirare, che sono appunto le regole e i controlli che ne consentono il funzionamento. La crisi attuale è nata nel mondo finanziario, politico, culturale americano, ed è figlia di quello che, con una torsione lessicale, si può appunto chiamare un fallimento dello Stato. Lo Stato ha fallito per inazione, non per eccesso di azione; per non aver voluto vedere e contrastare una sequenza di evidenti fallimenti del mercato: la opacità degli strumenti finanziari “strutturati”, i conflitti d’interesse che hanno spesso reso inefficace e anzi controproducente il ruolo delle agenzie di rating, la frammentazione e dispersione dell’incentivo a monitorare il credito che è implicato dal modello di banca “origina e distribuisci”, e tanti altri.
Recuperare una equilibrata concezione liberale di mercato ben regolato non deve farci precipitare nell’errore di segno opposto. Dalla difficilissima strettoia in cui l’economia planetaria si trova deve venir fuori un sistema finanziario diverso, non uno riportato a forme arcaiche. Un sistema in cui gli intermediari mettano in gioco più soldi propri e siano più attenti ai rischi, occupandosene comunque in presa diretta; che ubbidiscano a regole precise e incisive e siano sottoposti a una vigilanza organica, il più possibile coordinata a livello internazionale. Una buona analisi, buone regole, e una loro efficace applicazione rendono pieno e fruttuoso l’esercizio della libertà nell’agire economico, insostituibile motore di benessere.

di Salvatore Rossi

(1) L. Einaudi, 1931, Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello del liberalismo, in B. Croce, L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli, 1988.
(2) Questa critica viene normalmente associata alla Scuola di diritto ed economia di Chicago e ai nomi di Coase, Stigler, Posner e altri.

17 giugno 2009

L’eredità di Enrico Berlinguer a 25 anni dalla morte.

La questione morale ha aperto la strada al formarsi di poteri occulti eversivi

Ormai tutti vedono che le coalizioni che prendono vita alle spalle del Parlamento, che i governi che non vogliono e non sanno governare con e attraverso il Parlamento, che sono il prodotto di questi meccanismi e di questi metodi consun­ti, e divenuti anche pericolosi, non sono coalizioni realmen­te solidali ed efficienti. I partiti delle maggioranze delimita­te che compongono quelle coalizioni stanno insieme al go­verno spalleggiandosi per poter conservare il loro potere sul­le istituzioni e sulla società, ma ciascuno è dominato dalla paura che un altro lo scavalchi.  

E allora si va alle ben note «verifiche», dopo le quali, tuttavia, quelle coalizioni restano egualmente divise, continuano a covare contrasti, dai quali possono venire o oscillazioni, incertezze e paralisi dei gover­ni, ovvero polemiche e lacerazioni: queste ultime, però, esplodono per lo più fuori del Parlamento (negli organi cli partito, nei convegni, sulla stampa). Nel Parlamento esse o vengono artatamente coperte e dissimulate o si manifestano nella forma patologica dei «franchi tiratori». Si corre, allo­ra, ai ripari; ma, ancora una volta, i rimedi a cui si pensa vanno prevalentemente in direzione di un indebolimento dei poteri del Parlamento.

Sicché la profonda esigenza di restituire alle istituzioni la funzionalità e il ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare viene distorta e tradita. Attraverso alcune delle «riforme» di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il Parlamen­to, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a gover­ni che non riescono a garantirsele per capacità e forza politi­ca propria. 

Ecco la sostanza e la rilevanza politica e istituzionale della «questione morale» che noi comunisti abbiamo posto con tanta decisione.

Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrÌsia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e di abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi – la mafia, la camorra, la P2 – che hanno inquinato e condizionano tuttora i poteri costituiti e legitti­mi fino a minare concretamente l’esistenza stessa della no­stra Repubblica.

Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pen­sare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza de­mocratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e di meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgi­menti che romperebbero anche formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuereb­bero il prepotere dei partiti sulle istituzioni.

Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza alloro funzio­namento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi, se seguitano ad agire e a comportarsi come agiscono e si comportano oggi, se non si risanano, se non si rigenerano, riacquistando l’au­tenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni.

Altrimenti, a che cosa si va in­contro è assai facile prevederlo oggi, più di quanto non lo prevedesse già venti anni fa Togliatti, nel suo ultimo discor­so alla Camera, due settimane prima di morire. In quell’oc­casione, riferendosi all’Italia e all’Europa, egli constatava «la tendenza alla limitazione progressiva delle istituzioni de­mocratiche e all’autoritarismo».

I partiti sono diventati macchine di potere

I partiti non fanno più politica. Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.

 

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

 

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

 

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

 

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

 

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

 

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

 

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

 

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

 

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

 

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

 

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

 

Dunque, siete un partito socialista serio…

…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

 

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

 

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

 

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.

 

Le cause politiche che hanno provocato questo sfascio morale: me ne dica una.

 Le dico quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi.

 

Non le sembra eccessivo Signor Segretario? Tutto nasce dal fatto che non siete stati ammessi al governo del Paese?

Vorrei essere capito bene. Non dico che tutto nasca dal fatto che noi non siamo stati ammessi nel governo, quasi che, col nostro ingresso, di colpo si entrerebbe nell’Età dell’ Oro . (…) Dico che col nostro ingresso si pone fine ad una stortura e una amputazione della nostra democrazia, della vita dello Stato; dico che verrebbe a cessare il fatto che per trentacinque anni un terzo degli italiani è stato discriminato per ragioni politiche, che non è mai stato rappresentato nel governo, che il sistema politico è stato bloccato, che non c’ è stato alcun ricambio della classe dirigente, alcuna alternativa di metodi e di programmi. Il gioco è stato artificialmente ristretto al 60 per cento degli elettori; ma è chiaro che, con un gioco limitato al 60 per cento della rappresentanza parlamentare, i socialisti si vengono a trovare in una posizione chiave’ .

 

Questo le dispiace?

Mi sembra un gioco truccato, oltre al fatto che bisogna vedere come il Psi sta usando questa posizione chiave di cui gode anche grazie alla nostra esclusione. Per esempio, potrebbe usarla proprio per rimuovere la pregiudiziale contro di noi. (…) Oppure i socialisti possono seguitare a usare la loro posizione per accrescere il potere del loro partito nella spartizione e nella lottizzazione dello Stato. E allora la situazione italiana non può che degradare sempre di più .

 

Dica la verità, signor segretario: lei ritiene che i socialisti stiano seguendo piuttosto questa seconda via, non la prima.

Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo. (…) Nell’ 80, poi, hanno addirittura capovolto la loro linea e, da una timida richiesta di far cadere le pregiudiziali anticomuniste, sono passati all’ alleanza con la destra democristiana, quella del ‘ preambolo’ cioè della più ottusa discriminazione contro di noi e della divisione del movimento operaio. I socialisti pensano di crescere in fretta al riparo di una linea come quella del "preambolo". Io non credo che sarà così. Ma poi quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 

 

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

 

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

 

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

 

Eugenio Scalfari «La Repubblica», 28 luglio 1981

www.enricoberlinguer.it

16 giugno 2009

Torno a casa mia: io testimone di giustizia abbandonata dallo stato

“ Loro vivono liberi e possono circolare per il paese e noi siamo come animali chiusi dentro casa”. Loro sono gli ‘ndranghetisti e gli affiliati condannati nel processo giunto a conclusione grazie alla collaborazione dei testimoni di giustizia. ‘Noi’ è la famiglia di Paola, nome di fantasia, che ha contribuito a processare e arrestare uomini della mala calabrese. Paola e la sua famiglia, terminato il programma di protezione, hanno ricevuto l’ennesimo foglio di sfratto, devono abbandonare la casa dove vivevano a Roma sotto falso nome. “

Le abbiamo provate tutte – racconta – ma non abbiamo avuto risposte né dal ministro Roberto Maroni né dal sottosegretario competente Alfredo Mantovano”. Il silenzio delle istituzioni, quel decreto di sfratto, una laurea e un futuro demoliti per aiutare lo stato. Paola e sua sorella hanno deciso di arrivare ad una soluzione estrema. “ Domani mia sorella torna a Strongoli a casa nostra dopo 17 anni. Aprirà nuovamente la nostra abitazione, se lo stato ci abbandona noi torniamo nel nostro paese”.

La storia recente insegna l’importanza di tutelare i testimoni e, come proposto nella relazione approvata dall’antimafia, sia importante dare un futuro e accompagnare chi ha sacrificato la normalità della sua vita per aiutare la Giustiza.  Il caso di Domenico Noviello è emblematico, ucciso dalla camorra casertana a distanza di anni dalla conclusione del programma di protezione.

Ora Paola aspetta un incontro con lo stato che ha la faccia di Maroni e Mantovano perché possa ripetere con più convinzione quello che dice con un filo di voce: “ Noi torniamo a casa anche per dire: nonostante tutto rifaremmo questa scelta per la giustizia e per il futuro della nostra terra”.

di Nello Trocchia ( Econews) www.articolo21.info

Ascolta l’intervista a Paola.

Mafia: Radicali, revoca protezione a Cordopatri è segnale inquietante
 

”La decisione con la quale il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, ha disposto la revoca dello speciale programma di protezione di cui alla legge numero 45/01, nonche’ della scorta, nei confronti della testimone di giustizia Maria Giuseppina Cordopatri, lancia un segnale grave ed inquietante verso tutti quei cittadini che, per sensibilita’ istituzionale e dovere civico, hanno deciso, nonostante i dubbi e le paure, di non rimanere in silenzio di fronte alle illegalita’, piccole o grandi che siano, della criminalita’ organizzata, con cio’ esponendo se stessi e la propria famiglia alle intimidazioni di pericolosi delinquenti”. Lo afferma Rita Bernardini, parlamentare radicale eletta nelle liste del Pd e membro della Commissione Giustizia della Camera.

”Oggi, grazie a questa irresponsabile decisione del governo, la signora Cordopatri e’ costretta a vivere barricata in casa, senza energia elettrica, con una assistenza economica e per le spese di giustizia del tutto carente e con una tutela dei suoi diritti talmente insufficiente da non consentirle di affrontare le piu’ elementari esigenze della vita quotidiana con adeguati margini di sicurezza. Peraltro -continua Bernardini- tutto cio’ avviene mentre, paradossalmente, sono ancora in corso importanti inchieste e convocazioni della stessa testimone di giustizia da parte della Dda di Catanzaro e di quella di Reggio Calabria”.

Bernardini si rivolge ”al Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, affinche’ intervenga al piu’ presto per ripristinare lo speciale programma di protezione nei confronti della signora Cordopatri o, quantomeno, per disporre, in attesa delle decisioni che sul punto verranno prese dalla giustizia amministrativa, le indispensabili misure di tutela della incolumita’ della testimone dal pericolo di vita e dalla minaccia della rappresaglia mafiosa. Penso sia dovere del governo fare tutto il possibile affinche’ tragedie come quelle di Domenico Coviello, testimone di giustizia ucciso a Castel Volturno dopo che lo Stato gli aveva revocato la protezione, non abbiano piu’ a ripetersi”.

Adnkronos

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