Archive for giugno, 2012

11 giugno 2012

La mafia brucia le arance, non la speranza

E adesso ditelo, ditelo ancora che queste cooperative sono la retorica dell’antimafia. Ditelo ai giovani della “Beppe Montana”, che hanno scelto di lanciare la sfida della loro vita da Belpasso, alle pendici dell’Etna, comune circondato a sud da Paternò, Mascalucia e Misterbianco. Tra sabato e domenica qualche sgherro mafioso ha ricordato loro in che razza di avventura si sono ficcati. E ha fatto la sorpresa che da sempre la mafia fa ai suoi nemici che coltivano la terra. L’incendio vigliacco protetto dalla notte, hanno trovato un foro nella rete del terreno adiacente. Oltre duemila piante di aranci bruciate, annichilite, polvere di carbone. Sei ettari di agrumeto danneggiati. E altri cento alberi di ulivo in fumo. Più di centomila euro di danni. Frugate sui siti di Libera Terra e troverete l’istantanea di due ragazzi in jeans e felpa su un sentiero. Li vedrete chini su cinque cassette, colme dell’oro delle arance. Felici davanti al primo raccolto della cooperativa, nata nel 2010. Poi riandate su quei siti a vedere la foto di ciò che è rimasto. Lo stesso sentiero della prima foto vi sbatte in faccia un’immagine di desolazione, rami inscheletriti e terra annerita, non un segno di vita, con il cielo azzurro terso sullo sfondo che sembra una beffa suprema della natura. Così gli straccioni dell’antimafia imparano a prendersi in gestione i beni che lo Stato confiscò, in contrada Casablanca , al clan della famiglia Riela. “Fino a due giorni fa sembravamo cani bastonati, io ero distrutto. Vedi, non hanno incendiato quando era tutta sterpaglia, e nemmeno quando stavamo facendo i lavori di rimessa a nuovo; che so, dopo la potatura. Ci hanno fatto arrivare in fondo al nostro lavoro, ci hanno dato la possibilità di vederlo, di gioirne, e poi hanno incendiato tutto. Per infliggerci il massimo danno economico, per colpirci nel modo più duro sul piano morale”.    ALFIO CURCIO ha quarant’anni, dice di essere un “diversamente giovane” e porta la storia di questo ennesimo attentato al pubblico riunito a Castel Volturno, all’assemblea dell’agenzia “Cooperare con Libera Terra”, nei terreni dedicati a don Peppino Diana, là dove Michele Zaza il capocamorra teneva a lucido i suoi cavalli di razza. Parla come direttore della “Beppe Montana”, che ha avuto in gestione anche i beni confiscati alla famiglia Nardo nel comune di Lentini, provincia di Siracusa. In tutto cento ettari circa. La cooperativa l’ha messa su lui insieme ad Andrea, ventiquattro anni, il giovanissimo presidente, ad Antonella, a Diego e Giuseppe, tutti selezionati con bando pubblico. Alfio ha un bel cranio lucido alla Vialli (o alla Ruggeri), una maglietta color amarena e gli occhi azzurri scintillanti come ogni tanto se ne trovano solo in Sicilia.    “Certo che ero abbattuto. Ci siamo fatti in quattro quasi senza soldi e con pochi mezzi manuali, usando i falcetti per il taglio delle erbe infestanti, e semplici seghetti e forbici per la potatura degli ulivi. Non ti dico cosa è stato. Tu pensa solo che dal momento della confisca a quello della assegnazione erano passati dodici anni, dunque immagina che cosa abbiamo trovato. Eppure ce l’avevamo fatta. Dagli agrumeti avevamo tirato fuori una quantità di frutta sufficiente a realizzare il progetto della produzione di marmellata di arance rosse; una bellissima etichetta, la scritta ‘Gusto di Sicilia’ con la ‘i’ intrecciata alla ‘u a formare la parola ‘giusto’. Gli ulivi hanno consentito una piccola produzione di olio extravergine. E anche dal seminativo è arrivata una discreta produzione di grano. Era troppo bello”. L’homepage del sito comunica il clima dell’euforia primaverile: acquista le arance, acquista i prodotti, campi di volontariato, il progetto. Pronta l’idea di far partire l’attività di turismo sociale. Di aprire nuove opportunità ai giovani svantaggiati, come è nello spirito di queste cooperative. Tutti pronti, con l’aiuto di qualche amico, ad accogliere i trecento giovani, specialmente    scout, che si sono prenotati da qui a settembre, dalla Toscana e dal Trentino, dall’Umbria e dal Veneto, per venire a offrire il proprio lavoro volontario. A loro, nei momenti di formazione, faranno ascoltare le parole di Ivan Lo Bello, il simbolo della nuova imprenditoria siciliana, e di suor Lucia, che si batte in nome del Vangelo nel difficilissimo quartiere catanese di Librino. A loro, che non ne hanno mai sentito parlare, racconteranno chi era Beppe Montana, d’altronde lo hanno scritto sull’etichetta delle loro bottiglie “Frutti rossi di Sicilia”: “impavido commissario di Polizia posto a capo della squadra Catturandi di Palermo, vigliaccamente ucciso in un agguato mafioso”.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

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11 giugno 2012

Fava & gli altri, la faida nel Pd siciliano

Mi candido e basta”. Claudio Fava, giornalista, scrittore e sceneggiatore, getta il sasso nelle acque stagnanti del centrosinistra siciliano e annuncia la sua candidatura alla presidenza della Regione. Lo fa, dice in una conferenza stampa, spinto dalla voglia di rinnovamento degli elettori e motivato da un documento firmato da intellettuali siciliani e non solo che nei giorni scorsi gli hanno chiesto pubblicamente di metterci la faccia per il dopo Lombardo. “Le prossime elezioni regionali in Sicilia rappresentano l’occasione per un riscatto civile e politico dell’isola. Dopo l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente Lombardo e la condanna definitiva del suo predecessore Cuffaro, le siciliane e i siciliani hanno il dovere e l’opportunità di voltare pagina restituendo limpidezza alla politica e buon governo alle istituzioni regionali. La Sicilia merita un’altra politica e un altro futuro.

CON QUESTO spirito noi chiediamo a Claudio Fava, per la sua storia personale, l’impegno civile e la lunga militanza nella lotta contro la mafia, di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia”. Firmato da attori come Beppe Fiorello, Ninni Bruschetta e Nino Frassica, da Franco Battiato, dalla scrittrice Dacia Maraini, ma anche da intellettuali non siciliani come il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, Moni Ovadia e Nando dalla Chiesa. “La gente è annoiata dai bizantinismi dei partiti”, dice Fa-va, “io non sto offrendo la mia candidatura a meccanismi astrusi tra segreterie. Le primarie? Difficile farle con i partiti che hanno appoggiato Lombardo”. È il nodo intricatissimo della politica siciliana: il sostegno del Pd al governo Lombardo fino all’ultimo minuto utile, fino a ieri pomeriggio, quando la direzione regionale del partito ha finalmente deciso di presentare una mozione di sfiducia contro il presidente della Regione. Una scelta forzata dagli eventi, Lombardo non regge più, e dalle inchieste, una su voto di scambio elettorale con i boss, l’altra per concorso esterno mafioso, che hanno travolto il governatore leader del Mpa. “Il suo è un autonomismo straccione”, accusa Fava, ricordando al Pd la sconfitta di Palermo e le divisioni interne.    Quasi certamente si voterà a ottobre, ma da subito un dato è certo: ancora una volta Pd e centrosinistra sono spaccati. Si rompe, come già nei mesi scorsi nella città capoluogo, il fronte dell’antimafia. Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd, ha annunciato la sua candidatura attaccando frontalmente Fava. “Lo batterò, elettoralmente conta poco, pensate che alle ultime elezioni di Catania prese solo 173 voti. Lui è l’unto del signore, io sono popolarissimo”.

UN INIZIO pessimo nella Regione squassata da scandali e devastata da crisi economica e disoccupazione. Il governo Lombardo è agli sgoccioli e a Palazzo dei Normanni c’è un clima di “tutti a casa”, senza mai perdere di vista favori e clientele.    L’ultimo scandalo è la nomina del vertice della società pubblica “Italia lavoro Sicilia”. Lombardo aveva scelto Tony Rizzotto, mastodontico ex parlamentare regionale del Mpa, che però era incompatibile. Poco male: il presidente ha cambiato cavallo e ha scelto la fidanzata di Rizzotto, una psicologa quarantenne. Per il resto, tra consulenze e incarichi, è il festival dei segretari particolari e degli amici carissimi. Il Pd accoglie con fastidio la candidatura di Fava, perché in Sicilia si gioca una partita nazionale. Bersani, infatti, vuole cominciare a strappare la foto di Vasto proprio qui, sperimentando l’alleanza con l’Udc e i moderati. Tanto che già circola il nome del futuro candidato, l’ex sottosegretario agli Interni Gianpiero D’Alia, fedelissimo di Casini. Una sorta di continuità nella Regione che ha visto il suo penultimo presidente, Totò Cuffaro, in galera per mafia, e l’ultimo, Lombardo, dentro fino al collo in inchieste per i suoi rapporti con i boss. Ma nel Pd le acque sono agitatissime, perché, oltre Crocetta, si affaccia un’altra candidatura, quella di Mirello Crisafulli. Senatore e re di Enna, Crisafulli è noto perché nel 2001 le telecamere nascoste dalla Dia in un albergo lo filmarono in affettuosa compagnia con Raffaele Bevilacqua, capomafia di Enna e fedelissimo di Binnu Provenza-no. Nessun reato, nessuna imputazione, ma i due parlavano cuore a cuore di politica, nomine e appalti.

di Enrico Fierro, IFQ

Claudio Fava (FOTO ANSA)

11 giugno 2012

Ecco la spending review: dalla vendita degli immobili fino a quella di una rete. I berluscones gongolano

Qualcuno sospetta che Luigi Gubitosi e Anna Maria Tarantola siano sprovvisti di televisore. Non fa curriculum: non interessava a Mario Monti. Per decifrare le ragioni di un mandato tecnico-cattolico va riascoltato il professore che bacchetta la Rai. Quella che pensa ai programmi e ignora la finanza: “Non era un concorso di abilità giornalistica o di direzione di canali”, tanto per liquidare le aspirazioni di Carlo Freccero e Michele Santoro. Un sottosegretario che ha seguito le trattative accanto a Monti, complesse operazioni diplomatiche con i partiti di maggioranza, conosce le regole d’ingaggio per Tarantola e Gubitosi: “Ora vedrete la spending review in viale Mazzini, la revisione di spesa che mozza gli sprechi e corregge la gestione”. Il campo d’azione è vastissimo: “Proprietà immobiliare inutilizzate, società satelliti mastodontiche, eccessiva offerta editoriale con 13 canali più uno in alta definizione. Vendere una rete – spiega la fonte interna al governo – è l’ultima frontiera, ma potremmo arrivarci”. Il sottosegretario suggerisce un tassello sconosciuto per intuire l’agenda: “Avete sottovalutato Marco Pinto, il consigliere d’amministrazione. È un uomo durissimo, il funzionario del Tesoro che terrà i conti con grande severità”. Il progetto per privatizzare la tv pubblica non darebbe fastidio ai berlusconiani né avrebbe troppi ostacoli in Parlamento per una legge su misura. Lo stato comatoso di Rai2 può indurre a tagliare i rami secchi. Anche se Rai1 è l’atollo più florido e appetibile.

LA GIORNALISTA Lucia Annunziata, ex presidente di viale Mazzini e conduttrice di In mezz’ora, avverte il pericolo: “Da tempo in Rai c’è una preparazione strisciante a privatizzare perché le risorse vengono riservate al solito canale, cioè Rai1. Bisogna vedere se è un obiettivo di questi tecnici. Mi chiedo: faranno un intervento su quello che offriamo ai telespettatori, che siccome è scadente causa la crisi economica interna, oppure si limiteranno a sistemare i conti?”. Se non ora, quando? Se non loro, chi? Isabella Bertolini (Pdl), infatti , porta chiarissimo un messaggio: “Serve privatizzare”. Il primo fascicolo che aspetta i commissari di Monti è firmato dal viceministro Vittorio Grilli (Tesoro) e riprende un vecchio tormentone che appassionava l’ex ministro Tremonti e l’ex direttore generale Masi: la dismissione di Raiway, un’arteria di viale Mazzini che possiede le torri di trasmissioni e garantisce la manutenzione, dunque tralicci, antenne e ingegneri. Un disordine perfettamente controllato che, però, andrebbe spezzato per fare cassa: il Tesoro potrebbe cedere i piloni e i terreni alla Cassa depositi e prestiti per una cifra stimata intorno ai 300 milioni di euro, mentre i dipendenti e le frequenze restano in viale Mazzini. Quei 300 milioni, che persino il dg Lorenza Lei inseguiva, sono necessari per correggere la deriva economica. Non ci crederete: eppure quattro anni fa la televisione pubblica era un’azienda sanissima, non doveva nemmeno un euro a banche e creditori. Ora cammina barcollante verso un debito consolidato che – già a fine anno – potrebbe sfiorare i 400 milioni di euro.

LORENZA LEI aveva ipotizzato una voragine di 320 milioni – come scritto nei documenti contabili di previsione – soltanto che il suolo è talmente franoso che i calcoli vanno aggiornati. La manovra correttiva di 40 milioni ha suscitato un leggero solletico. Nulla più. L’andamento fa intuire che la struttura soffra un collasso irreversibile: 90 milioni nel 2009, 150 nel 2010, 274 nel 2011, 400 nel 2012. Anche la raccolta pubblicitaria, in drammatica depressione, contribuisce a forare il forziere di viale Mazzini. La concessionaria Sipra, nonostante l’anno ricco di eventi sportivi fra Europei di calcio e Olimpiadi di Londra, aveva preferito farsi maledire senza giudizi ulteriori: a inizio anno avevano promesso 950 milioni di euro, un malloppo già sfoltito rispetto ai 965 del 2011. Il primo trimestre 2012 s’è chiuso a -16%, il secondo va ugualmente male: impossibile raggiungere quota 950, un’impresa fermare il paracadute a 900. Nei prossimi giorni, sondati gli investitori tradizionali, la Sipra comunicherà al duo Tarantola-Gubitosi che i palinsesti varati senza modifiche (né novità ) non eccitano neppure i produttori di dentiere. Quando l’azienda di viale Mazzini dovrà rinegoziare il contratto di servizio – il patto scritto che giustifica il versamento del canone – con il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico), i bilanci saranno già in sala operatoria: la Rai claudicante dovrà subire il governo che vuole vincoli più forti per ridurre l’autonomia del Cda. Il potere sarà già concentrato fra la presidenza e la direzione generale che, estromessi i consiglieri di partito, potranno tagliare e avviare a piacere appalti sino a 10 milioni di euro. Trovata tecnica: a voi l’austerità, a noi il portafoglio.

di Carlo Tecce, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

11 giugno 2012

Grande lettitudine

Dunque, per la gran parte dei giornali, con la nomina di madama Tarantola alla presidenza della “nuova” Rai e l’indicazione di Gubitosi alla direzione generale, Monti avrebbe scelto “due alieni”, compiuto “un salto di qualità”, percorso “una strada diversa” e “inedita”, “non contaminata dalla lottizzazione”, con “un pacchetto a prova di interferenze politiche”, lanciando “una sfida ai partiti alleati” per “piegarne la resistenza” e “metterli davanti alle loro responsabilità” (Corriere della Sera), “voltando pagina” con la “rivoluzione dei tecnici” (Repubblica), addirittura “cercando l’incidente” coi partiti ignari, scavalcati e dunque furibondi (il Giornale). Seguono ritratti-soffietto dei due prescelti: la Tarantola sarebbe “la Thatcher di Bankitalia” (il Giornale), “una lady di ferro” (Repubblica), tutta “disciplina e rigore” (La Stampa), “la signora della vigilanza bancaria” (Corriere); e Gubitosi “il super manager che ama gli scacchi”, “di fede romanista” (Corriere), “schivo” e di “stile sobrio”, visto che “preferisce il volontariato ai salotti” (La Stampa). Curiosamente, in questo festival della saliva e dell’incenso, è sfuggito a tutti (fuorché al nostro giornale) che la vigilante di Bankitalia s’era lasciata sfuggire sotto il naso le prime imprese truffalde di Gianpiero Fiorani, anche perché legatissima allo sgovernatore Fazio. Ed è pure sfuggito a tutti (fuorché al Fatto) ciò che scrisse Giovanni Pons un anno fa su Repubblica, e cioè che Gubitosi, vicino all’Opus Dei, “si è fatto presentare al potente sottosegretario Gianni Letta da Luigi Bisignani”, noto piduista e pregiudicato per la maxitangente Enimont da lui riciclata allo Ior, di lì a poco coinvolto nello scandalo P4 per il quale patteggerà 1 anno e 7 mesi di reclusione. Ed è pure sfuggita l’indagine della Procura di Roma che ipotizzava una mega-mazzetta per la vendita di Wind dall’Enel al magnate egiziano Sawiris, operazione in cui si fece il nome di Bisignani in cabina di regia e che fruttò a Gubitosi, all’epoca direttore finanziario di Wind, un’accusa di corruzione poi archiviata perché nessun paese straniero rispose alle rogatorie entro i termini massimi consentiti per indagare. Lasciamo stare gli eventuali reati, che qui non interessano, e concentriamoci sulle amicizie: in un paese normale chi fosse accostato al nome di Bisignani si affretterebbe a smentire, oppure diverrebbe un appestato. In Italia invece la bisignanitudine, così come la lettitudine, fa curriculum. Basta contare i ministri e alti papaveri nominati o conservati al loro posto che hanno avuto e/o hanno rapporti con Letta e Bisignani. Altro che “alieni”, altro che “tecnici”, altro che “meritocrazia”, altro che “sfida” all’establishment. Tutto continua ad avvenire nelle segrete stanze, all’ombra dei grembiulini e delle tonache color porpora. Fanno quasi tenerezza Santoro e Freccero, che avevano inviato a Monti i loro curricula grondanti di medaglie e di esperienze in fatto di tv: l’aver ideato e condotto programmi di grande successo e diretto reti televisive in Italia e all’estero con risultati eccellenti, lungi dall’essere un merito, è una colpa. Sotto i governi politici come sotto quelli tecnici, che ne sono la prosecuzione con altri mezzi, anzi con gli stessi. Perché qui, prim’ancora che di nomi, è questione di metodo. La miss Marple uscita dai caveau di Bankitalia e il manager sbucato da quelli di Bank of America-Merrill Lynch, oltre a non distinguere un televisore da un paracarro, sono stati calati dall’alto, fatti scegliere – si dice – a una società inglese di cacciatori di teste (di cavolo) che mai li avrebbe messi a dirigere la Bbc, o France 2 o l’Rtf francese. Perché nel mondo civile prima viene il curriculum con le competenze specifiche, poi arriva la nomina. Qui invece prima arriva la nomina e poi il curriculum, peraltro privo di competenze specifiche. Un foglio bianco, con in calce una scritta in piccolo: “Mi manda l’Opus”, “Mi manda Bisi”, “Mi manda Gianni”.

di Marco Travaglio, IFQ

9 giugno 2012

Uno Stabile molto instabile

C’è un teatro italiano che ha un problema: funziona bene. Molto bene. Quindi va indebolito. È la sensazione, forse fallace, che si ha approfondendo la vicenda che riguarda lo Stabile di Catania. La Regione Sicilia, presieduta dal noto giglio Raffaele Lombardo, ha provveduto a un taglio degli stanziamenti del 34 per cento. Da 3 milioni e 690 mila euro del 2011 (800 mi-la in meno rispetto al 2010) a 2 milioni e 430 mila. I tagli per gli altri teatri siciliani si aggirano sul 15 percento. Perché questa discrepanza? Lo Stabile funziona bene, è il terzo teatro d’Italia, il più attivo in Sicilia. Nonché proscenio assai caro ad Andrea Camilleri. Il feeling tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il direttore Giuseppe Dipasquale – allievo di Camilleri – è radicato. Nonostante le differenze ideologiche (il primo di destra, il secondo di sinistra). O forse proprio per quelle. È l’unico teatro del Sud con un laboratorio, organizza una Scuola gratuita di avviamento al teatro triennale. Duecentocinquanta persone coinvolte ogni anno, di cui 38 maestranze fisse (che ora rischiano) e 20 tecnici stagionali. Martedì prossimo la Commissione Bilancio si riunirà per uniformare la percentuale del taglio con quella degli altri teatri siciliani. C’è ottimismo e i toni si sono ammorbiditi.

SIA DA parte di Lombardo, che si dichiara vicinissimo alle sorti dello Stabile, sia dei consiglieri regionali che avrebbero sferrato l’attacco. Nicola D’Agostino del Mpa, che il 28 maggio scriveva a La Sicilia di voler “squarciare il velo di ipocrisia su uno Stabile che non è proprio lo specchio della salute”, e Fabio Mancuso del Pdl. In una lettera aperta a Lombardo e al sindaco di Catania, riferendosi a Mancuso, Buttafuoco scriveva: “La vicenda che sta colpendo il Teatro che mi onoro di presiedere è squallida e vergognosa (…) Un consigliere regionale, noto alle cronache per le continue offese a questo teatro, e per altro!, ho notato che usa al nostro riguardo la parola “ruberie”. Per la mia tutela personale ho già dato incarico al mio avvocato di procedere ad azione legale. Pertanto io non voglio fare sconti a nessuno. Riconosco soltanto la loro malafede”. Mancuso, ex sindaco di Adrano, ha appena rifiutato la proposta di assessorato da Lombardo. Nel dicembre scorso era agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta. Una teoria piuttosto in voga a Catania, che si è mobilitata per salvare il teatro, vuole Lombardo infastidito dalla indipendenza dello Stabile. Da qui il desiderio di sostituire Dipasquale con un regista di fiducia, Guglielmo Ferro. La fregola di Lombardo per la cultura è nota: una sorta di karma, per riscattarsi da tutte le ansie sociali. La sua musa è Maria Grazia Cucinotta, a cui riserva finanziamenti generosi da usare per pellicole che ammaliano il mercato cinese (sì, cinese).    In una intervista al Corriere della Sera del 2 giugno scorso, l’ex Iena Pierfrancesco Diliberto (Pif) raccontava di avere atteso due ore nell’anticamera di Lombardo, per parlargli del suo esordio registico, venendo però “dimenticato” con l’arrivo della Cucinotta. Lombardo ha poi scelto, come produttrice del Festival del Cinema di Taormina, Tiziana Rocca. Credenziali: moglie di Giulio Base, Pr dei vip e accompagnatrice della consorte di Lombardo quando si fa shopping. Nella vicenda si inserisce anche una nota riservata al ministero di Roma, contro lo Stabile. Scritta, forse, dal regista 74enne Pietro Carriglio. Vicino prima a Salvo Lima e poi a Gianni Letta, bersaglio facile di Carmelo Bene. Carriglio dirige lo Stabile di Palermo e vorrebbe che di Stabile ne esistesse solo uno: il suo.

A questa ricostruzione, certo fantasiosa, mancano due nomi. Il primo è quello della notissima attrice Ersilia Saverino. È gravitata nella soap Agrodolce (ahi), recitava nel-l’immortale Il macellaio con Alba Parietti ed è sposata con Massimo Buscema. Il presidente dell’Ordine dei Medici di Catania (la sanità è il primo bacino elettorale di Lombardo).    La Saverino è stata vicedirettrice allo Stabile, cavallo di Troia che doveva minare il duopolio Buttafuoco-Dipasquale.    La guerra a quest’ultimo è stata totale, accusandolo di fare più figli che regie e di gestione familistica (per aiutare la moglie).    LO STEP successivo sarebbero state le accuse di “ruberie”: interrogazioni parlamentari, indagini amministrative (che i diretti interessati avevano chiesto di loro volontà per fugare i dubbi), ispezioni (senza esiti rilevanti).    La Regione è socia dello Stabile, quindi poteva adottare una “guerra interna”, ma si è mossa diversamente. Il ruolo della Saverino, recentemente entrata – ovviamente per nomina di Lombardo – anche nel Cda di Cinesicilia, è legato a quello di Toti Lombardo. Figlio del presidente della Regione. Il “Trota siciliano”. Lombardo ha creato per il figlio una lista ad hoc, con nomi pesanti e ottime possibilità di elezioni alle imminenti regionali. Di Toti Lombardo, la Saverino è fida “tutrice”. Lo sostiene e lo affianca. Verso un futuro migliore.

di Andrea Scanzi, IFQ

9 giugno 2012

Poteri morti

Non è vero, come asseriscono i calunniatori, che il governo dei tecnici sia noioso e funereo. Da un po’ di tempo anzi ha preso a far ridere. Prendete il premier, per gli amici Bin Loden, l’uomo che modestamente voleva “salvare l’Italia” e, già che c’era, pure di “cambiare gli italiani”. L’altroieri s’è molto lagnato perché “il mio governo e io abbiamo sicuramente perso l’appoggio di quelli che gli osservatori ci attribuivano, colpevolizzandoci: i cosiddetti poteri forti. Non incontriamo i favori di un grande quotidiano e della Confindustria”. Ma tu pensa: uno che è stato, nell’ordine, docente, rettore e presidente della Bocconi, consulente del governo De Mita, consigliere d’amministrazione di Fiat e Comit, commissario europeo al Mercato interno e poi alla Concorrenza, membro dei gruppi Bruegel, Bilderberg, Trilateral e Atlantic Council, advisor di Coca Cola, Goldman Sachs e Moody’s, editorialista del Corriere, e ora è senatore a vita, presidente del Consiglio e ministro del Tesoro, parla di poteri forti. E non guardandosi allo specchio, ma cercando i colpevoli del fallimento del suo governo. Così, oltre a suscitare l’ilarità generale, fa un altro passo verso il linguaggio dei politici dai quali doveva salvarci: quelli che qualunque cosa accada, anche un foruncolo o un’unghia incarnita, danno sempre la colpa ai “poteri forti”. Uno dei primi a evocarli – scrive Gian Antonio Stella – fu Rino Formica nel 1991, per squalificare i referendum di Segni che minacciavano la casta della Prima Repubblica: “La sinistra che appoggia i referendum rischia di lavorare per il Re di Prussia, ovvero per quei poteri forti che male han digerito l’affermarsi di grandi partiti popolari”. Poi esplose Tangentopoli, e tutti i ladroni fecero a gara ad affibbiare al molisano Di Pietro oscure regìe di poteri forti italiani, ma anche angloamericani. Craxi denunciò “manovre per dare al Paese una democrazia di facciata ancora più debole, di fronte ai poteri forti, di quelle latino-americane”. Il sindaco-cognato Pillitteri puntò il dito contro chi “sta prendendo in mano, forse gratis, Milano e l’Italia: una grande alleanza tra i poteri forti, come massoneria, Opus dei e grandi famiglie”. Gli immancabili “poteri forti” divennero un alibi prêt à porter per chiunque finisse nei guai: dal cardinal Giordano coinvolto in storie di usura, al ciclista Cipollini escluso dal Tour, ad Al Bano ostracizzato da Sanremo. Nell’estate ’94, quando il neonato governo B. era già alla frutta perché B. si faceva i cazzi suoi e Bossi lo stava mollando, il vicepremier Tatarella (An) strillò ai “poteri forti ostili al governo e abituati a strumentalizzare la sinistra” e frullò insieme “Confindustria, Mediobanca, Chiesa, massoneria, Csm, Consulta, servizi, Opus dei, gruppi industriali ed editoriali”, trascurando il fatto che B. era dentro quasi tutti. Da sinistra partirono strali, ma due anni dopo D’Alema ripeté la tiritera (“I poteri forti non vogliono che la politica prenda forza, hanno un interesse strutturale a tenerla sotto pressione”): intanto rendeva omaggio a Mediaset e si inumidiva le slip al cospetto di Cuccia. Fazio intercettato mentre tresca coi furbetti del quartierino? “Mi han bloccato i poteri forti”. E Ricucci: “A me m’han rovinato perché ho toccato i poteri forti”. Persino Moggi, beccato a ordinare arbitri à la carte e a pilotare campionati, lacrima: “Ho agito così per non essere vittima dei poteri forti”. Il tutto dalla tolda della Juventus, noto potere debole. L’anno scorso Brunetta sente puzza di cadavere dalle parti del padrone e gioca d’anticipo: “Il nostro governo con la riforma della scuola e della giustizia s’è messo contro i poteri forti”. Infatti di lì a poco spira, rimpiazzato dal nuovo campione dei poteri forti, Monti, che però se ne sente abbandonato dopo otto mesi appena. Guardacaso mentre il suo governo non ne azzecca più una. Intendiamoci: i poteri forti esistono eccome, ma in bocca ai nostri politici assumono tutt’altro significato. Che si traduce così: “Oddio, non mi sento tanto bene”.

di Marco Travaglio, IFQ

7 giugno 2012

Cosa resta al cittadino beffato

Nel 1998 pubblicai un libro, Denaro. Sterco del demonio, in cui prevedevo il tracollo del sistema del denaro e quindi del modello di sviluppo che su di esso si basa. Perché le due cose sono strettissimamente legate, il capitalismo finanziario non è solo la logica e inevitabile conseguenza di quello industriale – e quindi chi si meraviglia dei suoi cosiddetti eccessi è come uno che avendo inventato la pallottola si meravigli che si sia arrivati al missile – ma ne è anche la precondizione, senza il capitale non sono possibili gli investimenti.    Quella previsione era basata su un calcolo molto semplice: fatto 100 il denaro circolante nel mondo nelle sue proteiformi incarnazioni, soprattutto quelle del credito e del debito che sono denaro nella sua forma più pura e astratta – quando il barista segna quanto gli devo crea denaro – con l’un per cento di quel cento si potevano comprare tutti i beni e i servizi del mondo. Che cos’era il resto? Non era ricchezza , non era nulla o, per essere più precisi, era una scommessa sul futuro che però, data l’enorme massa in gioco, lo ipotecava fino a epoche così sideralmente lontane da renderlo, di fatto, inesistente. E concludevo così: “Questo futuro… dilatato a dimensioni mostruose dalla nostra fantasia e dalla nostra follia, un giorno ci ricadrà addosso come drammatico presente. Quel giorno il denaro non ci sarà più. Perché non avremo più futuro, nemmeno da immaginare, ce lo saremo divorato”.    Quel giorno è già qui. O ci siamo molto vicini. Mi rifiuto di credere che le leadership mondiali, i loro staff, gli economisti, i commentatori a vario titolo non fossero consapevoli di quello che avevo intuito io che economista non sono.

HAN SOLO FATTO finta di non vedere. E hanno continuato a far finta anche dopo la crisi dei “subprime” del 2008. Si sono limitati a immettere nel sistema altro denaro inesistente, drogando così il cavallo già dopato nella speranza che faccia ancora qualche passo (la truffa della “crescita” quando è a tutti evidente che la follia delle crescite all’infinito è giunta al suo capolinea). La cosa può durare per un po’, ma alla fine l’overdose mortale è certa.    Gli scenari che si aprono sono sostanzialmente due. Il modello di sviluppo basato sulle crescite esponenziali si disfa gradualmente e altrettanto gradualmente azzera i nostri risparmi, le pensioni, le modeste ricchezze accumulate in decenni di lavoro. E in un certo senso è giusto che sia così perché i risparmiatori sono i fessi istituzionali del sistema, e non per nulla vengono sempre portati in palmo di mano, poiché sono dei creditori e c’è una legge dell’economia che dice “alla lunga i debiti non vengono pagati”.    Il secondo scenario è ancor più apocalittico ma, in un certo senso, più interessante. Il mondo del denaro crolla di colpo e, con esso, il sottostante modello di sviluppo industriale, la cosiddetta “economia reale”. Avete presente quando guardate un film su una vecchia cassetta? All’andata il nastro procede regolarmente, ma arrivato alla fine si riavvolge in pochi secondi. Anche per il sistema denaro-industria sarà una questione rapidissima, di settimane, forse di giorni. Allora la gente delle città rendendosi conto che non può mangiare l’asfalto né bere il petrolio si riverserà, alla ricerca di cibo, nelle campagne dove troverà i contadini pronti a riceverla con i forconi. Sarà un’apocalisse sanguinosa e lunga, al termine della quale si ricostituirà, come dopo il crollo dell’Impero romano, il feudo, comunità di piccole dimensioni, chiuse, autosufficienti, difese da armigeri. Ma en attandant Godot c’è una questione più impellente. Il cittadino schiuma di rabbia impotente perché non sa con chi prendersela. Se c’è una dittatura si può fucilare il dittatore, se c’è un’autocrazia si può processare l’autocrate. Dal punto di vista politico non serve a nulla perché quello che viene dopo è quasi sempre peggio. Però è almeno uno sfogo salutare, se non altro per le coronarie. Ma in democrazia? In democrazia, che è un sistema proteiforme, come il denaro, sgusciante, amorfo non c’è mai un responsabile ben individuabile. Per restare in Italia a chi andiamo a chieder conto? All’“esule” di Hammamet, all’ectoplasma di Andreotti, a Forlani che non si sa bene se sia ancora vivo o morto, a Giuliano Amato, a Ciampi, a Berlusconi e ai suoi scherani, ai Della Loggia, ai Panebianco, agli Ostellini che lo hanno sostenuto, a D’Alema, a Veltroni “l’amerikano”, a una sinistra ameboide ? Una rivoluzione allora? Le rivoluzioni sono sempre andate in culo alla povera gente. La rivoluzione contro lo zarismo, una autocrazia paternalista, all’acqua di rose (dieci fucilati in tutto) ha partorito lo stalinismo, vale a dire 20 milioni di kulaki e di contadini sterminati.

QUELLA FRANCESE non eliminò la nobiltà, ma spremette a sangue i contadini come l’aristocrazia, sciamannata, pochissimo attenta a sfruttare le sue rendite, non aveva mai fatto. Eloquente è una lettera che un proprietario dell’Indre, Gabriel Alamore, scrive al proprio affittuario, Pierre Henry: “Quello che deve approfittare dell’abolizione dei diritti feudali sono io, il proprietario, non tu, l’affittuario”. L’aristocrazia era arrogante, ma non aveva sulle proprie rendite l’attenzione micragnosa, burocratica, arida dei borghesi. Lo stesso Adam Smith si meraviglia che su grandi appezzamenti di terra dati in possesso ai contadini i nobili si accontentassero, come remunerazione, di un paio di galline e di qualche corvée. Il fascismo nacque anche sulla spinta dei fanti-contadini reduci dalla guerra, cui era stato promesso, in cambio, il riscatto delle terre. Ma Italo Balbo preferì l’alleanza con gli agrari e i contadini rimasero in braghe di tela. Le sole rivolte realmente popolari di cui si abbia conoscenza in Europa, quelle di Stenka Razin e di Pugacev in Russia, furono soffocate nel sangue. Con le rivoluzioni, quindi, è meglio lasciar perdere se oltre ai danni non si vogliono subire anche le beffe. Del resto, le democrazie hanno provveduto a mettersi al sicuro. Nate su bagni di sangue non accettano, nemmeno concettualmente, che possa esser loro resa la pariglia. Se in Italia dai un onesto cazzotto a Daniele Capezzone insorge tutto l’arco costituzionale, e non, gridando all’eversione. In Italia si può rubare, taglieggiare, imporre tangenti, farsi regalare mezze case, vacanze, viaggi, corrompere testimoni, promuovere troie a cariche pubbliche, ma se ti azzardi a fare uno sgambetto a uno stronzo questa è la cosa veramente intollerabile. E allora cosa resta al cittadino beffato, ingannato, depredato? Nulla. Se non, forse, nel proprio piccolo, alzare steccati. Con certi mascalzoni non si parla, non si interloquisce, non si polemizza nemmeno. Si lascia che affondino nella loro merda. Non è granché, poiché ci sguazzano a meraviglia, ma in fondo è pur sempre una punizione dantesca.

di Massimo Fini, IFQ

7 giugno 2012

Alla buvette festa con cedrata assieme a Tedesco: no all’arresto con voto segreto, scaricabarile tra partiti

Appena il tabellone si illumina, il suo vicino di banco gli molla uno schiaffo sul guancione sudato. Benedetto Sergio de Gregorio: benvenuto tra i salvati del Parlamento. Lui si guarda intorno incredulo. Il presidente Renato Schifani ripete: “Il Senato non approva. Il Senato non approva”. Lui, il padrino di Valter Lavitola (“Gli ho fatto il compare di cresima…”, diceva ieri a chi gli chiedeva se fossero ancora amici) si appoggia allo schienale: 109 favorevoli al suo arresto per associazione a delinquere e truffa aggravata nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti pubblici a l’Avanti, 149 contrari. I domiciliari che chiedeva il gip di Napoli sono acqua passata. Adesso è l’ora della festa. “Una cedrata! Un chinotto! “Ci sono anche due caffè”, “Per me un bianco!”: cinque minuti dopo aver lasciato l’aula dove era sotto accusa, alla buvette di palazzo Madama il brindisi è servito. Alberto Tedesco – già senatore Pd graziato anche lui dai domiciliari per i guai con la giustizia pugliese quando era assessore alla Sanità – è appoggiato al bancone: spalle al barista, si gode lo spettacolo del cin-cin a De Gregorio, lo guarda come il veterano che quei momenti li ha già vissuti. E pensare che è stato proprio lui, in Aula, a prolungare di qualche secondo il calvario del sodale di Lavitola: mentre Schifani apriva le votazioni, Tedesco si era perso la tessera indispensabile per il voto elettronico. Rosso in volto, l’ha trovata dopo qualche istante, infilata nell’urna e contribuito a salvare il nuovo amico. Vero, il voto è segreto: ma su quello di Tedesco non c’è mistero. I due sono lì, insieme, complici e solidali. Inutile chiedere confidenze. De Gregorio è abbottonatissimo: “Stavamo parlando di suo cognato, gli hanno fatto fare tre mesi ai domiciliari, si immagini la sofferenza di una famiglia…”. Tutto qui? “Tutto qui: le dico solo che nei giorni scorsi il senatore Tedesco mi ha scritto una lettera bellissima”. Poi suona il telefono. “Carmelo! Grazie, sei affettuosissimo!”. De Gregorio è tempestato dalle congratulazioni. Sms a raffica (“Auguri senatore”), un personaggio da film (gessato, occhiali dalla montatura nera e spessa, vistoso anello al mignolo sinistro) lo assiste nello smistamento delle felicitazioni. Lui si asciuga il sudore con un fazzoletto bianco, pulisce gli occhiali con un’altra pezza blu.

MENTRE è circondato dai giornalisti, alle sue spalle sfila Luigi Lusi. Anche lui è di rientro dalla buvette. Anche lui è in procinto (almeno spera) di fare il suo ingresso nei salvati del Parlamento. Ieri non ha festeggiato, ha preso solo un caffè. Ma nonostante il volto impassibile (e già abbronzatissimo), più di un collega (tutti Pdl) lo avvicina per dargli una pacca sulle spalle. “Visto? Ha preso quaranta voti in più”. Un altro lo prende per un braccio: “Mi raccomando”. Anche in Aula ha assistito al dibattito immobile, si è girato solo ogni tanto per parlare con Alberto Tedesco, seduto nella fila dietro di lui. Lusi ancora non si rilassa: la Giunta voterà l’autorizzazzione al suo arresto il 12 giugno, l’Aula ancora più in là. Troppo presto per cantare vittoria. Certo, conforta anche Lusi sapere che ieri, grazie al voto segreto, c’è chi ha potuto dichiarare pubblicamente il voto favorevole agli arresti e poi cambiare idea negli anfratti dell’urna. I maggiori indiziati sono Lega e Udc. “Fate i conti! Questa volta il voto è trasparente!” sbraitavano ieri al Senato alcuni democratici furibondi per l’esito della votazione. I conti dicono (ma qui la matematica può sbagliare, tanto che Lega e Pdl sostengono che tra i traditori ci siano anche alcuni democratici) che i 98 senatori Pd sommati agli 11 dell’Italia dei Valori fanno 109, esattamente il numero di quelli che hanno detto sì all’arresto. La capogruppo Pd Anna Finocchiaro se lo aspettava, tanto che ha rivolto un appello ai colleghi a rinunciare al voto segreto, a prendersi la responsabilità delle proprie opinioni “anche per la diffidenza che ogni giorno sentiamo e soffriamo nei confronti del Parlamento”. Schifani ha verificato che ci fossero ancora senatori contrari al voto palese: il tabellone si è acceso per metà (ne bastavano 20).

SUCCEDERÀ anche con Lusi? L’ex tesoriere della Margherita esclude “l’ipotesi di un accordo politico” e di uno scambio di favori, dice che la sua storia e quella di De Gregorio non c’entrano nulla. Il senatore Pdl invece lo ha già messo nel calderone: “La carcerazione preventiva non serve a nessuno. Il caso Lusi non lo conosco ma lui è reo confesso e gli hanno già arrestato la moglie. Io non voterò a favore dell’arresto. Gli altri facciano come vogliono, io non voterò a favore del suo arresto”: Poi si allontana, lo show è finito. “Sto riflettendo sul mio futuro, penso di mettermi seriamente a lavorare, farò il consulente, magari in Medioriente. Certo, quando uno è un libero cittadino non fa più notizia. Ma viste le mie vicende giudiziarie, credo che potrei anche saltare un giro, non sarebbe uno scandalo”..

di Paola Zanca, IFQ

7 giugno 2012

Pirlamento

Vivissimi ringraziamenti alle Camere a ore che ieri, in stereo, hanno ratificato a Montecitorio l’arraffa-arraffa dei partiti sulle cosiddette “autorità indipendenti” e a Palazzo Madama han salvato con 169 voti dagli arresti domiciliari l’ottimo De Gregorio, accusato di una truffa di 23 milioni con un giornale fantasma in combutta con quell’altro statista di Lavitola. Il tutto grazie al voto segreto, che ha moltiplicato i 127 voti del Pdl (unico a esprimersi contro l’arresto) con i franchi tiratori della Lega (22 senatori), dell’armata brancaleone detta Coesione Nazionale (Responsabili e frattaglie varie: 13), ma anche presumibilmente di qualche Udc e Pd (già decisivi sulla responsabilità civile dei giudici). Se non ci fossero questi partiti, così coerenti e tetragoni perinde ac cadaver (il loro), qualcuno potrebbe abboccare all’illusione che basti un governo tecnico piovuto da chissà dove per riverginare una classe dirigente che pretende di dare lezioni all’Europa, alla Merkel e a quei bizzarri elettori che non votano più o scelgono le liste e i candidati più lontani dalla fogna partitocratica. Completa l’edificante quadretto il voto del Consiglio regionale della Lombardia sul governatore granturismo Formigoni: respinta la mozione di sfiducia di Pd, Idv, Sel, appoggiata dall’Udc. Il capogruppo del Pd Luca Gaffuri ha fatto onore al suo cognome restando in vacanza in Grecia, forse stremato dall’immane sforzo di compilare una mozione contro Formigoni dopo 17 anni di opposizione consociativa. Da tutt’e tre le votazioni esce bene anche la “nuova” Lega di Maroni, quella della ramazza padana: alla Privacy piazza la consigliera Rai Giovanna Bianchi Clerici, ex deputata e sempre imputata; su De Gregorio dice di votare per l’arresto e poi di nascosto fa il contrario; su Formigoni ribadisce la fiducia, impermeabile agli scandali che fanno della Lombardia la regione leader per consiglieri indagati, davanti a Calabria, Sicilia e Campania. È una fortuna che, di tanto in tanto, i partiti della maggioranza-ammucchiata ABC e i finti oppositori della Lega ricordino agli italiani chi sono, come sono e perché stanno lì: per spartirsi torte, cariche, posti e fondi pubblici, e naturalmente per salvare i rispettivi ladri. Non sia mai che uno finisca in galera o ai domiciliari: come ebbe a dire profetico l’on. avv. Paniz a proposito dell’arresto (ovviamente negato) di Milanese, “si rischia di creare un pericoloso precedente: oggi tocca a lui, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi”. Dunque no alle manette per Milanese, per Cosentino, per Tedesco, e magari prossimamente per Lusi. Un malaugurato incidente di percorso portò in cella l’ottimo Alfonso Papa, unico arrestato della storia repubblicana senz’aver sparato un colpo: infatti la casta, anzi la cosca, ancora non s’è riavuta dallo choc. Grillo, negli ultimi giorni, ha abbassato i toni e limitato gli interventi al minimo: per guadagnare voti gli basta tacere e lasciar parlare gli altri. Come a Bossi nel 1992-’93. Solo che all’epoca c’era al Quirinale un certo Scalfaro il quale, quando la Camera disse no all’arresto di De Lorenzo, tuonò: “Un voto intollerabile: giuro che, se gli adempimenti fossero già stati completati, la giornata sarebbe finita con lo scioglimento delle Camere”. Ieri abbiamo atteso un severo monito di Napolitano sul voto pro De Gregorio e sulla grande abbuffata delle Authority (che, se non andiamo errati, richiede anche il suo decisivo “visto”). Ma invano. Dal Colle è uscita solo una decisiva precisazione sulla sobria festa del 1° giugno al Quirinale: “La composizione del buffet definitivamente offerto ai partecipanti al ricevimento è stata la seguente: crostini, canapés, panini, focaccine, formaggi (mozzarelle e ricotta del coordinamento “Libera”, provola, parmigiano), cous-cous di verdure di “Libera”, frutta, bevande (vini di “Libera”, prosecco, succhi di frutta, acqua minerale)”. Buon appetito.

di Marco Travaglio, IFQ

6 giugno 2012

Il Governo dalle liti tecniche e sobrie

Il punto non è se il Pd o il Pdl minacciano la sopravvivenza del governo, ventilando elezioni a ottobre, ma se i tecnici riusciranno a rimanere compatti fino al termine della legislatura. A guardare i voti di fiducia in Parlamento, qualche problemino con la maggioranza del-l’ABC, Alfano, Bersani, Casini, c’è: alla Camera dai 556 consensi iniziali i tecnici sono scesi a 447, al Senato da 281 a 238, ma è nelle commissioni parlamentari che il lavoro si impantana spesso. E da palazzo Chigi devono imporre maxiemendamenti e, poi, la fiducia.    Ma in pochi si aspettavano un tale contrasto tra le personalità dei ministri. Altro che tecnici pacati e atermici. Basta vedere i Consigli dei ministri, dai 10 minuti dei tempi berlusconiani alle 4-5 ore attuali, per capire che “sono tutti esperti, non si accontentano di parlare del proprio campo, ritengono di avere titolo a dire la loro su tutto”, come spiega un sottosegretario. La linea di faglia più evidente è quella tra il ministro del Welfare Elsa Fornero e Filippo Patroni Griffi, della Pubblica amministrazione. Da mesi duettano in modo progressivamente meno elegante sulla licenziabilità degli statali: Patroni Griffi rivendica di poter negoziare in autonomia con i sindacati del pubblico impiego. La Fornero, consapevole che le norme per uniformare pubblico e privato giacciono da anni inapplicate, continua a stuzzicare il collega chiedendo ad ogni convegno “parità di trattamento”, cioè una licenziabilità maggiore anche per i dipendenti dello Stato. Patroni Griffi ha già detto che non interverrà sui licenziamenti disciplinari.    Nei mesi scorsi la Fornero era riuscita a escludere dalla riforma del lavoro anche Corrado Passera, che avrebbe partecipato volentieri. Il ministro dello Sviluppo, che alterna fasi di basso profilo a dichiarazioni che garantisco un titolo in prima pagina (“100 miliardi di grandi opere”, “28 milioni di vittime della crisi”), adesso sta cercando di convivere con un altro accademico dalla personalità forte come quella della Fornero, cioè Francesco Giavazzi. Il professore della Bocconi, unica deroga alla linea di Mario Monti di evitare bocconiani al governo, sta lavorando sugli incentivi alle imprese (per tagliarli). Venerdì Giavazzi e Passera hanno avuto una riunione con Monti. Il modus vivendi trovato è il seguente: Passera interviene sugli incentivi pagati dal suo ministero (Sviluppo), Giavazzi su quelli del ministero del Lavoro, cioè della Fornero, e del ministero del Tesoro. A parte un paio di fedelissimi come Enzo Moavero e Vittorio Grilli, i ministri più esposti sembrano sempre meno affidabili per il premier. Per ragioni diverse: il ministro della Cultura Lorenzo Ornaghi si è inabissato , si sono avute sue notizie giusto per l’opposizione alla discarica romana vicino Villa Adriana, non sembra intenzionato a fare molto di più. Andrea Riccardi, ministro per la Cooperazione, è uno di quelli che dopo il 2013 vuole restare in circolazione, qualcuno dice come sindaco di Roma, e dopo alcune gaffe (“Vogliono solo strumentalizzare: è la cosa che mi fa più schifo della politica”, disse parlando di Angelino Alfano), ora ha ritrovato la prudenza ma è lesto a intestarsi le poche iniziative di spesa. Il ministro Paola Severino, invece, non è sospettata di avere velleità politiche ma si è incaponita a incassare la legge sulla corruzione, nonostante i suoi sottosegretari, uno che in Parlamento sostiene tesi opposte alle sue (Salvatore Mazza-muto), un altro dimissionato dopo le indagini per sospette frodi fiscali, Andrea Zoppini. Ha avuto qualche tensione anche con Patroni Griffi, che ha provato a occuparsi del tema. Poi ci sono le quinte colonne: il sottosegretario Antonio Catricalà si è ormai specializzato a creare occasionali scossoni, rapidi ma traumatici, a gennaio infilò una modifica dell’articolo 18 in un decreto, poi ha provato a consegnare il Csm ai politici. Al confronto le polemiche che seguono ogni dichiarazione del sottosegretario Gianfranco Polillo sono ben poca cosa.    Dall’estero guardano preoccupati la seconda fase del governo Monti, temendo già per il dopo (basta leggere il Financial Times per cogliere l’ansia), con le tensioni tra i partiti che rischiano di bloccare l’esecutivo. Per fortuna, a voler dire così, c’è la crisi dell’euro che sta entrando nella sua fase conclusiva, quella del “o l’Europa o morte”, e sarà ancora una volta la pressione esterna a compattare l’esecutivo e la maggioranza. Forse.    Twitter @stefanofeltri

di Stefano Feltri, IFQ
6 giugno 2012

Agcommedia all’italiana

Chiamiamo le cose col loro nome: i maneggi per nominare i cinque nuovi commissari dell’Agcom e i quattro della Privacy sono il più vergognoso assalto alla diligenza mai visto nella già ignobile storia dell’italica lottizzazione partitocratica. Caduto anche l’ultimo velo dell’ipocrisia che – diceva La Rochefoucauld – “è la tassa che il vizio paga alla virtù”, i partiti (tutti, eccetto Idv e radicali) mettono le mani sulle cosiddette “autorità indipendenti” con metodi, se possibile, ancor più spudorati delle altre volte. Se prima badavano almeno a salvare le forme, scegliendo presidenti e alcuni commissari di “area” ma dotati di un minimo di competenza (il prodiano Pizzetti alla Privacy, il berlusconiano Calabrò all’Agcom con i prof. Sortino e D’Angelo), stavolta impongono personaggi quasi tutti di stretta obbedienza. Come se la rivolta degli elettori e il boom di Grillo non li riguardasse. Unica eccezione nella grande abboffata potrebbe essere il prof. Cardani, scelto da Monti nella sua Bocconi, nuova fonte battesimale che consacra la purezza della nuova classe dirigente. Ma si parla anche di Catricalà, quinta colonna di Gianni Letta nel governo Monti, reduce dai trionfi della discarica a Villa Adriana e della controriforma del Csm. Per il resto, dopo giorni di invereconde consultazioni sottobanco fra il pd Franceschini e il pdl Verdini (sì, avete capito bene, Denis Verdini: quello che ha più capi di imputazione che capelli in testa, e dire che di capelli in testa ne ha parecchi), si è deciso che l’Agcom resterà saldamente in mano a Berlusconi. Il Pdl, precipitato nelle urne e nei sondaggi al 17-18%, avrà due commissari su cinque: Martusciello (ex venditore di Publitalia, ex deputato e sottosegretario del governo B., già ora membro dell’Agcom) e Preto (ex capogabinetto di Tajani, poi consulente e coautore di Brunetta, insomma un luminare). Il Pd, dopo aver sollecitato chiunque volesse candidarsi a inviare il curriculum, ne ha ricevuti una novantina e li ha cestinati tutti (compreso quello autorevolissimo di Giovanni Valentini, giornalista esperto di comunicazione, scelto dalle associazioni dei consumatori) per scegliere con finte primarie fra i parlamentari l’uomo di D’Alema: il prof. Decina del Politecnico di Milano, già membro dei Cda Telecom, Italtel e Tiscali, tre società che ricadono sotto il controllo dell’Agcom. Il quinto è tal Posteraro, vicesegretario della Camera, amico di Casini. Così l’Agcom, che dovrà arbitrare partite cruciali come la banda larga, la par condicio per il 2013, il beauty contest, le frequenze e l’auspicata (da B.) fusione Mediaset-Telecom, seguiterà a obbedire a B. In cambio il Pd si contenta del solito piatto di lenticchie, piazzando il suo deputato Soro, di professione dermatologo, alla presidenza della Privacy, in ossequio alla legge che prescrive requisiti di “notoria imparzialità e indipendenza”. Soro si era sacrificato nel 2009, cedendo il posto di capogruppo a Franceschini, trombato alle primarie per la segreteria, e attendeva un congruo risarcimento. Molto imparziale e indipendente anche la prof. Califano, amica della Finocchiaro. Ma soprattutto la sciura Bianchi Clerici, ex deputata leghista, consigliera della Rai uscente, condannata dalla Corte dei Conti e imputata al Tribunale di Roma per abuso d’ufficio per aver nominato Meocci dg della Rai pur sapendolo incompatibile perché proveniva dall’Agcom. Molto indipendente anche la sora Iannini, indicata per la Privacy dal Pdl, da 11 anni al vertice del ministero della Giustizia con Castelli, Mastella, Alfano e Severino, ma soprattutto moglie di Bruno Vespa, noto cultore della privacy nei teleprocessi di Novi, Cogne, Erba, Garlasco, Rignano, Perugia e Avetrana con plastico incorporato. Ora, casomai qualcuno lamentasse violazioni della privacy a Porta a Porta, se ne occuperà la sua signora. Con imparzialità e indipendenza, ça va sans dire.

di Marco Travaglio, IFQ

5 giugno 2012

Dai costruttori ai partiti: i “salvati” dall’Imu

Calcola la tua Imu”. I siti dei giornali in questi giorni sono giustamente pieni di sezioni che aiutano i lettori a stabilire quanto dovranno pagare di imposta sugli immobili. Soltanto che c’è qualcuno che può attendere la scadenza del 18 giugno con molta più tranquillità degli altri e senza dannarsi l’anima con le simulazioni.    ALLE CATEGORIE che vedete qui sotto è stato infatti risparmiato il disturbo di preoccuparsi prima e di pagare poi (a chi è andata male, tocca almeno l’aliquota dimezzata, per qualcun altro è forse l’ultimo anno di pacchia).    Esenzioni sacrosante? Può darsi. Ma allora che dire di chi ha dato gratuitamente la casa a suo figlio o al nipote e si trova a pagare come se avesse una seconda casa sfitta? E degli anziani che hanno la residenza in ospizio o in clinica e devono pagare l’Imu sulla loro vecchia casa come se fosse una seconda abitazione?    Insomma, al tavolo delle esenzioni c’è sempre qualcuno che è più esente degli altri: eccovene una breve panoramica con alcune ipotesi di mancato incasso per Stato e comuni.

di Marco Palombi, IFQ

(FOTO LAPRESSE)

5 giugno 2012

Slot machine: il governo sta con gli indagati

Una riga. Un emendamento proposto dal centro-destra che ha spalancato le porte ai concessionari di slot con parenti coinvolti in inchieste giudiziarie. Oggi si scopre che quella norma ha ottenuto in Parlamento anche il parere favorevole del governo Monti. Una decisione che, si legge negli atti parlamentari, ha suscitato pesanti attacchi all’esecutivo: “La norma… riguarda la società concessionaria Bplus, ex Atlantis, investendo anche la vicenda giudiziaria che coinvolge il signor Corallo”, ha sostenuto in Commissione Finanze, senza troppi giri di parole, Alberto Fluvi (Pd): “Si tratta di una vicenda della quale il governo dovrebbe essere perfettamente consapevole”.

NIENTE DA FARE: l’esecutivo, attraverso il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, ha dato via libera all’emendamento del centrodestra. Così ecco che la norma procede spedita verso il definitivo via libera al Senato. Eppure il nome di Francesco Corallo, evocato dai deputati Pd, non è sconosciuto alle cronache. Parliamo, appunto, di uno dei signori delle slot. All’inizio di quest’anno la Finanza piomba nella sua casa per acquisire materiale su un finanziamento da 148 milioni che sarebbe stato concesso dalla Bpm di Massimo Ponzellini. Ma le Fiamme Gialle all’inizio restano fuori dalla porta. Viene accampata l’immunità (si dichiarò diplomatico della Repubblica di Dominica presso la Fao). Poi ecco arrivare il deputato Amedeo La-boccetta (in seguito indagato per favoreggiamento) che si porta via un pc sostenendo che sia suo. Sì, proprio quel Laboccetta ex plenipotenziario di Fini a Napoli e amministratore di Atlantis Group of Companies Nv (ora è in Parlamento, vicino a Berlusconi e giura di non avere più niente a che fare con le slot). Oggi nei confronti di Corallo pende una misura cautelare per associazione a delinquere (non mafiosa) e, ricordano fonti giudiziarie, “risulta latitante”. “È solo residente all’estero”, spiega il suo avvocato Bruno La Rosa.    Tutto comincia quando in Parlamento viene presentato il decreto legge che dovrebbe dettare nuove regole sul mondo delle slot. Per contrastare i rapporti con la criminalità lo stesso governo inizialmente introduce una norma restrittiva: le concessioni non potranno essere affidate a indagati oltre che a rinviati a giudizio e a condannati per una serie di reati tipici della criminalità organizzata (tra l’altro reati di mafia in senso stretto, riciclaggio, illeciti in materia di rifiuti e di droga). Il divieto è esteso anche ai coniugi e ai parenti e affini fino al terzo grado. “Sarebbe una norma contro-Corallo, perché si è messo contro grandi interessi. Ma un cittadino non può essere già punito solo perché è indagato. O perché un suo parente, come il padre di Coral-, è stato condannato tanti anni    per associazione a delinquere non mafiosa) e ha scontato la sua pena”, commenta l’avvoca-La Rosa. Ma ecco che a marzo come scrisse L’Unità) in Commissione al Senato arriva un emendamento del Pdl. Si restringe l’ambito ai coniugi non separati. Spariscono i parenti e gli affini. E non si parla più degli “indagati”, lo stop riguarda soltanto chi abbia condanne almeno in primo grado. Ma qui entra in gioco l’esecutivo: “I relatori e il rappresentante del governo esprimono, poi, parere favorevole sugli emendamenti 10.4, 10.5 e 10.7”, proprio quelli che escludono parenti e affini dai controlli.    Risultato: la norma giunge alla Camera indebolita, proprio nel punto chiave che prevedeva importanti novità “in considerazione dei particolari interessi coinvolti nel settore dei giochi pubblici e per contrastare efficacemente il pericolo di infiltrazioni criminali”.

ECCOCI alla Commissione Finanze della Camera, il 16 aprile scorso. Dove il testo arriva già con le correzioni volute dal Pdl. Ma le modifiche vengono “sposate” dal governo. E qui il centrosinistra di nuovo prova a fare muro, a cominciare da Laura Garavini, capogruppo Pd nella Commissione Antimafia. Che presenta dei contro-emendamenti : lo scopo è riportare la legge alla formulazione iniziale, molto più restrittiva. Attacca Garavini: “Le norme introdotte dal Senato sembrano favorire un concessionario dei giochi pubblici”. Niente da fare: Gianfranco Conte, presidente della Commissione e Relatore, ricorda “che il governo ha rinunciato alla posizione, la quale sembrava eccessiva, secondo cui la documentazione antimafia nel settore dei giochi pubblici doveva riguardare oltre che il coniuge del socio della società concessionaria, anche i parenti entro il terzo grado”.    Il sottosegretario Ceriani si oppone soltanto all’esclusione dei limiti per indagati e rinviati a giudizio. Ma la maggioranza di centrodestra tira dritta per la sua strada. La norma originaria resta così spolpata fino all’osso. E Garavini aggiunge: “Purtroppo il governo ha dato un parere favorevole che a noi è parso infelice. Non so se sia stata un’incredibile leggerezza o una disattenzione. Adesso, però, speriamo che si impegni a varare una disciplina che eviti allo Stato di pagare 285 milioni ai concessionari (come ha raccontato l’inchiesta del Fatto della settimana scorsa, ndr). Ma ci auguriamo soprattutto che si affronti la questione delle scommesse legali e delle slot nel suo complesso, con tutti i danni sociali che implica. Cominciamo dal divieto di ogni forma di pubblicità”.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Tocco e ritocco    Slot e Imu nell’illustrazione di Marilena Nardi

5 giugno 2012

Ci vorrebbe un tecnico

Non manca molto al giorno in cui la parola “tecnico”, da positiva e rassicurante che era, diventerà un insulto. I “tecnici” del governo Monti ce la stanno mettendo tutta perché ci si arrivi nel minor tempo possibile. Non passa giorno senza che uno di loro, a turno, dia aria alla bocca con esternazioni estemporanee, annunci mirabolanti, proposte irrealizzabili, gaffe e cazzate. Dalle sparate delle allegre comari Fornero, Martone, Mazzamuto e Polillo alle dimissioni di Malinconico e Zoppini alle non dimissioni di Patroni Griffi, dall’inutile indultino svuota-carceri che le ha riempite vieppiù all’acquisto subito ritirato di 400 auto blu, dalle boutade sul tassare gli sms, i cani e i gatti alle promesse mancate sulla riforma Rai, dalla controriforma del Csm subito revocata ai pasticci sull’anticorruzione, dai conti sbagliati sul numero degli esodati a quelli impossibili sul calcolo dell’Imu giù giù fino all’appello agli italiani perché segnalino via mail gli sprechi da tagliare. Ora ci si mette pure la ministra Paola Severino con un’idea bislacca da film di Stanlio e Ollio: utilizzare i detenuti “non pericolosi” e “in regime di semilibertà” per ricostruire l’Emilia terremotata. Naturalmente non se ne farà nulla neanche stavolta, ma la trovata un risultato l’ha già sortito: quello di trasformare Calderoli in un genio, con la sua proposta di ovvio buonsenso di “usare invece i nostri militari ritirandoli dall’Afghanistan”. La ministra Severino deve aver visto troppi film americani sulle ferrovie della Nuova Frontiera del Far West o sui galeotti con la palla al piede nelle piantagioni di cotone. Alle popolazioni colpite dal sisma non serve manodopera purchessia, visto che c’è poco da scavare. Servono operai e muratori altamente specializzati per ricostruire edifici e centri storici e riedificare case e fabbriche sicure da rischio sismico. Una manodopera che non si trova nelle carceri, ma nelle aziende, a cominciare da quelle emiliane, che sarebbero prontissime a ripartire e a ricostruire se avessero il denaro per farlo. Se c’è una cosa che in Italia non manca sono i volontari della Protezione civile e di altre organizzazioni laiche e religiose, collaudatissime sul fronte delle catastrofi naturali. Occorrono soldi, non braccia. E poi chi sarebbero i detenuti “non pericolosi”? Quelli in semilibertà un lavoro già ce l’hanno, visto che la condizione per accedere a quel beneficio è, appunto, l’esperienza lavorativa fuori dal carcere. Restano quelli in cella. Ma in Italia, com’è noto, scontano la pena in cella solo i condannati a pene superiori a 3 anni, che tra l’indulto del 2006 e l’indultino del 2012 superano addirittura la soglia altissima di 7-8 anni. Quindi in media i detenuti in espiazione pena sono tutti pericolosi. Per trasferirli nelle zone terremotate occorrerebbe uno spiegamento straordinario di forze dell’ordine (già oggi sotto organico) per controllare che non si diano alla fuga o magari allo sciacallaggio (attività diffusissima anche tra gli insospettabili): almeno un agente di guardia – anzi, almeno due, con i turni – per ogni detenuto. Se è giusto che i reclusi lavorino in carcere, per garantirsi un’occupazione qualificata in vista del reinserimento nella società, sarebbe assurdo mandarli a fare esperienza in Emilia, trasformando i terremotati in cavie. E poi, finita la giornata di lavoro, essendo impossibile riportarli nei penitenziari di appartenenza, si porrebbe il proble

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