Archive for gennaio, 2009

30 gennaio 2009

Robot: La guerra è inumana.

Un enorme vantaggio è che, quando un robot-soldato muore, il comandante non deve spedire una lettera di condoglianze a sua madre. Basta togliere la zavorra dell’umanità per trasformare gli eserciti in “gioiose macchine da guerra”.

È quello che stanno cercando di fare con Future Combat Systems, ovvero il più ambizioso ammodernamento delle forze armate statunitensi dall’introduzione dei carrarmati a oggi. Entro il 2015 lo US Army dovrebbe riorganizzare  buona parte delle sue brigate di modo che la maggioranza dei veicoli militari siano unmanned, senza pilota a bordo. Da lì a un decennio le macchine dovrebbero sostituire sempre più militari in carne e ossa anche nei combattimenti di fanteria. A regime costerebbero al Pentagono molto meno dei loro corrispettivi che respirano, l’upgrade è però il più oneroso della storia americana. E, con una bolletta stimata in oltre 200 miliardi di dollari, rischia di diventare una delle prima vittime di “fuoco amico” nella battaglia annunciata dal neopresidente Barack Obama – in tempi in cui l’avversario più minaccioso è la crisi economica – ridurre la spesa pubblica.

Le radici del progetto FCS affondano nel ’95. Fu allora che al generale Robert H Scales, direttore dell’iniziativa Army After Next, fu chiesto di immaginare quali sarebbero state le necessità belliche da lì a ventcinque anni. Mise insieme le 700 migliori teste miliatr in circolazione e fece delle esercitazioni senza precedenti. I blu erano gli americani, i rossi gli iraniani – a riprova dell’inesorabilità dei cicli storici vichiani – che invadevano Ria e cominciavano a far fuori la famiglia reale  Saud. Da quella simulazione in un teatro urbano il militare a quattro stelle capì che c’era bisogno di una “forza più leggera e altamente mobile “. Un concetto ribadito nel ’99, in occasione dell’intervento in Kosovo, dall’allora  capo di stato maggiore Eric Shinseki. Servivano nuove armi, soprattutto molta più tecnologia.

Per ridurre le perdite ed essere più efficaci gli uomini sul campo avrebbero dovuto vedere in anticipo il terreno grazie ai droni, velivoli senza pilota, e poi mandare avanti robot-sparatutto. Soprattutto nelle operazioni dette 3D, “dull, dirty and dangerous”, stupide, sporche e pericolose, come sminare i campi o intervenire in una zona che si teme contaminata da armi chimiche, le macchine hanno un vantaggio immenso. L’idea  complessiva era poi di interconnettere tutte le componenti, fornire ai soldati informazioni in tempo reale, renderli onniscienti e quindi invincibili.

La svolta dalla teoria alla pratica l’ha segnata l’Iraq. Prima in aria. I droni a disposizione  dell’aeronautica statunitense erano solo poche unità nel 2003, oggi sono 5300 e non c’è quasi operazione che non li preveda. I Predator, con apertura alare di otto metri, sono i capostipite. DA 1500 a 5000 metri possono tenere sotto controllo un’intera città. (…) Le perplessità, sono prima finanziarie, poi etiche. Data la pletora di contractors (550) coinvolti e la complessità dell’integrazione delle tecnologie i preventivi rischiano di lievitare come il numero di righe di codice informatico necessario per far funzionare il tutto: da 33 milioni nel 2003 a 63 nel 2007. La stima iniziale dell’esercito era di 124 miliardi di dollari, Ma la valutazione del Government Accountability Office e di altre agenzie federali si attesta sui 203.234 miliardi. Dal 2002 a oggi il budget della Difesa è cresciuto del 74 per cento, senza considerare Iraq e Afghanistan che ormai drenano sui cento miliardi all’anno. Avverte dunque il Budget Office: “Il programma potrebbe assorbire dal 2015, metà delle risorse dell’esercito  per un decennio, lasciando ben pochi soldi per qualsiasi altra necessità”. Anche se Obama  accelererà il ritiro, i risparmi che ne deriveranno non saranno mai abbastanza per controbilanciare un peso del genere. Per questo molti osservatori scommettono che il progetto Fcs potrebbe uscire molto ridimensionato dalla finanziaria di febbraio.

Tutto ciò, ovviamente, al netto delle implicazioni morali del loro impiego. La robotic war rischia infatti di restare vittima del proprio successo. Un pericolo che aveva già intuito il generale Robert Lee ai tempi della Secessione: “È bene che troviamo la guerra così orribile, altrimenti ne diverremmo  appassionati”. Il vero antidoto contro la facinorosità dei popoli è l’alto prezzo in termini di vite che queste comportano.

Commenta P.W.Singer, il superesperto della Brooking Institution, sul Wilson Quartely: “ Conflitti senza dolore pervertirebbero l’intero approccio democratico nei loro confronti. Se i cittadini non avessero presenti i sacrifici che possono comportare, la decisione di iniziarli sarebbe pesata con lo stesso metro, per dire, dell’aumento di un pedaggio autostradale” Philip K.Dick, che di futuro se ne intendeva, aveva già capito tutto nel ’53. In  Modello Due, scenario postnucleare, racconta di come gli Usa abbiano sguinzagliato sfere metalliche killer contro i russi. Gli automi assassini però vanno presto fuori controllo e finiscono per colpire anche gli yankee. Prima di cominciare a farsi fuori tra di loro. “Odio quelle dannate cose, c’è qualcosa di sbagliato in loro. Vorrei che non le avessimo mai inventate” conclude il maggiore Hendricks, ben prima che il peggio accada.

 

di Riccardio Staglianò Il Venerdì

 

L’escalation dei robot militari usati in Iraq:

0 – 2003 [] 150 – 2004 [] 2.400 – 2005 [] 5.000 – 2006 [] 12.000 – 2008

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29 gennaio 2009

Quanto costa agli italiani la disinflazione.

L’attuale fase di rallentamento dei prezzi potrebbe portare paradossalmente alcune conseguenze negative per le imprese italiane, aggravando gli effetti di una delle peggiori crisi del dopoguerra. I prezzi italiani, infatti, tendono a crescere meno di quelli europei solo quando l’inflazione accelera. Appena le tensioni rientrano, i nostri prezzi scendono meno della media, compromettendo la competitività del paese. Il settore più critico è quello dei servizi, dove ormai è indispensabile smantellare posizioni di rendita ed inefficienze.

Mentre in Europa l’inflazione scende rapidamente grazie al crollo del greggio e la crisi dei consumi, in Italia il rallentamento dei prezzi è relativamente più modesto. In meno di un anno, il nostro paese è così passato da un tasso di inflazione inferiore rispetto alla media europea a uno superiore di quasi mezzo punto percentuale. L’inversione di tendenza potrebbe rivelarsi molto pericolosa per la competitività italiana, proprio in un momento in cui il contributo della domanda estera sarebbe prezioso.

SERVIZI, IL PUNTO DEBOLE

Gli ultimi dati non fanno che confermare una delle tante peculiarità del sistema Italia: quando i prezzi crescono molto, generalmente sotto la spinta di qualche shock esogeno, la nostra inflazione riesce a mantenere il passo di quella europea, ma appena le tensioni rientrano, i nostri prezzi tornano a crescere più della media. Se si guarda al differenziale di inflazione tra l’Italia e la zona euro, si osserva un restringimento sistematico nelle fasi di forti rincari e un successivo allargamento in quelle di riassorbimento delle tensioni (vedi figura 1). In media, dal 1996 a oggi, ogni riduzione di un punto percentuale dell’inflazione europea ha fatto aumentare il differenziale italiano di circa 3 decimi di punto (vedi tabella 1). Èpossibile stimare che l’attuale differenziale di mezzo punto percentuale potrebbe essere azzerato solo se l’inflazione europea superasse nuovamente il 3 per cento l’anno, un ritmo chiaramente incompatibile con gli obiettivi di stabilità monetaria perseguiti tenacemente dalla Bce.
Non tutti i prodotti seguono questa tendenza. Ad esempio, i prezzi dei beni industriali italiani (esclusi i prodotti raffinati) crescono sostanzialmente in linea con quelli europei sia nelle fasi di accelerazione, quando perdono meno di un decimo per ogni punto di inflazione europea, sia in quelle di decelerazione, quando guadagnano appena 4 decimi a punto. Molto diverso è il caso dei servizi (vedi figura 2): quando i prezzi accelerano, anche quelli dei servizi italiani vanno più piano di quelli europei, mediamente di 2 decimi per ogni punto di inflazione in più, ma poi recuperano rapidamente quando in Europa i rincari si esauriscono, guadagnando 4 decimi per ogni punto in meno di inflazione europea. Dopo un ciclo di rincari, i consumatori italiani si trovano così a pagare per i servizi lo 0,2 per cento in più per ogni punto di aumento iniziale dell’inflazione. Alla fine dell’ultimo shock petrolifero, che ha portato la crescita dei prezzi dal 2 al 4 per cento circa, il conto per le famiglie potrebbe dunque sfiorare gli 1,7 miliardi di euro l’anno, che corrispondono a quasi 70 euro a famiglia, ovvero a un paio di mesi di ricarica di una social card.
La scarsa produttività dei servizi italiani non è sufficiente a spiegare, da sola, simili asimmetrie. Infatti l’accumulo di un differenziale di prezzo così ampio è possibile solo grazie allo scudo offerto da un mercato scarsamente concorrenziale, con forti barriere all’entrata di nuovi operatori e con margini di profitto che garantiscono comunque la sopravvivenza anche delle imprese meno efficienti. Le politiche anticicliche, pur avendo il compito di sostenere l’intera l’economia, non dovrebbero assecondare queste tendenze, ma, da questo punto di vista, i recenti provvedimenti del governo sono piuttosto contraddittori. Da un lato, la “rottamazione” delle imprese commerciali e turistiche meno efficienti, prevista dal decreto anticrisi, sembra un primo passo nella direzione di una “pulizia” del mercato. Vanno nella stessa direzione anche il price cap asimmetrico, ovvero applicabile solo sugli aumenti, sulle tariffe pubbliche e i vincoli all’attività delle aziende municipalizzate, regionali, e così via, i limiti alla commissione di massimo scoperto e la riduzione dei compensi per le società di riscossione. Tuttavia, i crediti d’imposta su assunzioni e investimenti restano sostanzialmente a pioggia, senza alcun discrimine tra settori e imprese più o meno efficienti e concorrenziali, e aumentano gli aiuti a un settore sostanzialmente monopolistico come le ferrovie. Soprattutto, non si parla più delle politiche di liberalizzazione, timidamente intraprese negli anni scorsi. Anzi, il salvataggio dell’Alitalia rischia di assestare un altro duro colpo all’assetto competitivo del trasporto aereo in Italia, come ricordato anche di
recente da Andrea Boitani. In queste condizioni, è probabile che i ritardi nell’adeguamento dei prezzi italiani ai ritmi europei restino strutturali e che consumatori e imprese efficienti continuino a essere paradossalmente penalizzati da un rallentamento dell’inflazione.

di Enrico D’Elia   lavoce.info

L’andamento dell’inflazione in Italia e in Europa:

Fonte: elaborazioni su dati ISTAT

Tab. 1 – Variazione del differenziale italiano per ogni punto in più di inflazione europea (*)

Settori

1997-2008

Fasi di accelerazione

Fasi di rallentamento

In complesso

-0,312

-0,283

-0,311

Beni industriali (non energetici)

-0,057

-0,084

-0,035

Servizi

-0,325

-0,196

-0,429

(*) Stime OLS del parametro b nel modello: (differenziale italiano) = a + b (inflazione europea)

28 gennaio 2009

Legge 1360. Il giorno della memoria “corta”.

Il primo firmatario della legge N.1360, Lucio Barani.
Lo stesso che, quando era sindaco ad Aulla
(Massa Carrara),  fece  erigere una statua a Bettino Craxi.
 
Un progetto di legge, numero 1360, è un colpo di mano che metterà il Parlamento di fronte alla scelta di equiparare i partigiani che combatterono contro il fascismo e il nazismo, contro la guerra praticata da Benito Mussolini a fianco di Adolf Hitler, per la liberazione dell’Italia da un’infame dittatura interna ed esterna, con i miliziani della Repubblica di Salò, le truppe irriducibili che volevano continuare a tenere il Paese a ferro e fuoco, quelli che consegnarono migliaia di ragazzi italiani nelle mani dei rastrellatori tedeschi e gli ebrei del ghetto di Roma, di Venezia, di Torino, di Milano, nelle mani dei loro torturatori e di chi li avrebbe avviati ai lager e ai forni crematori.
Il progetto di legge – firmato in sostanza da parlamentari del "Popolo delle libertà" come Nicola Cristaldi, ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana, o dal vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, noti eredi del Fuan, del Movimento sociale italiano e di Alleanza nazionale, ma anche da qualche esponente (che poi ha ritirato la firma) del Partito democratico di dubbia memoria storica come Paolo Corsini, ex sindaco di Brescia, che pure ha scritto il libro Da Salò a Piazza della Loggia ed è stato presidente del suo gruppo in Commissione Stragi – è in discussione ora, al rientro dalle vacanze natalizie, al primo punto dei lavori in corso alla Commissione Difesa della Camera dei deputati, il cui presidente Edmondo Cirielli (sì, proprio lui, anch’egli proveniente dai vertici irpini di An, nonché dall’alta formazione militare dell’Accademia della Nunziatella) ne è anche il relatore. Tanto per dire quale rilievo e importanza venga attribuito a una tale proposta dal centrodestra, più precisamente dall’"ala nera" del centrodestra, suscitando peraltro molti dubbi e distinguo, espressi in Commissione, tra le file della Lega.
Si tratta infatti di un nuovo capitolo di quel processo di omologazione (tutti ugualmente buoni oggi, tutti ugualmente cattivi ieri, o tutti eroi posti sullo stesso altarino), di ricostruzione di una verginità ideologica e di "revisionismo storico", ovvero di riscrittura della realtà storica per come quelli di noi che hanno un po’ più di sessant’anni hanno vissuto e ricordano assai bene e con molto dolore, cui hanno contribuito non poco le prese di posizione, in nome di una presunta "memoria condivisa" e declamata "riconciliazione nazionale", molti rappresentanti "al di sopra di ogni sospetto" del centrosinistra, come l’ex presidente della Camera Luciano Violante, ma anche il lavoro di ricerca e riedizione (o di pentimento e confessione, sulla via di una laicità trascesa al misticismo in nome della "verità" ex post) di esponenti dell’intellighenzia che si è sempre detta vicina al centrosinistra: prima al Psi di Craxi, poi al Pci di Berlinguer, adesso al Pd di Veltroni.
Sta di fatto che l’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) e le altre organizzazioni che rappresentano gli ex internati (Anei), gli ex deportati (Aned), i perseguitati politici (Anppia) e l’Associazione nazionale famiglie italiane martiri caduti per la libertà della patria (Anfim), sono in forte allarme. Innanzitutto perché il primo firmatario del progetto di legge numero 1360 è quell’onorevole Lucio Barrani, ex sindaco di Aulla e di Villafranca in Lunigiana, che ha fatto erigere nella piazza principale di Aulla la statua a grandezza naturale di Bettino Craxi in marmo bianco di Carrara e ha apposto a Villafranca una lapide commemorativa che dice: «In ricordo di Benito Mussolini, ospite in questo borgo nel triste gennaio 1945, quando reduce dalle retrovie della linea gotica s’avviava al tragico epilogo della sua vita avventurosa».
Si tratta dello stesso sindaco che, dopo aver dichiarato il suo comune "dedipietrizzato" ai tempi di Tangentopoli, ha deliberato la posa in opera in tutto il territorio municipale di cartelli stradali che indicano e impongono il "divieto di prostituzione".
Ma l’allarme vero delle associazioni partigiane, raccolto da alcuni parlamentari, storici e giuristi, che martedì prossimo ne discuteranno nella Sala del Cenacolo di Vicolo Valdina a Roma, in un confronto su «Totalismo e democrazia» presieduto da Armando Cossutta, riguarda proprio il contenuto della proposta di legge che, partendo da un antefatto "nobile" quale la costituzione dell’Ordine di Vittorio Veneto, che prevede il riconoscimento dei meriti e dei diritti dei combattenti e reduci impegnati sui due fronti della Grande Guerra, vorrebbe adesso istituire in parallelo il cosiddetto "Ordine del Tricolore" (e il nome è già un primo indizio) nonché il conseguente «adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra» (secondo indizio ben preciso e mirato).
Il senatore Cossutta ci ha detto che «già nelle ultime legislature era stata avanzata analoga proposta. Siamo però sempre riusciti a impedirglielo. Ma adesso si prepara un vero e proprio colpo di mano, inaccettabile sotto il profilo morale e politico, oltre che da un punto di vista giuridico e storico, che equipara quelli che facevano i rastrellamenti per conto dei tedeschi a chi è stato internato nei campi di concentramento e a chi ha fatto la Resistenza».
Assieme a lui ne discuteranno lo storico Claudio Pavone, il vicepresidente vicario dell’Anpi Raimondo Ricci, la deputata del Partito democratico Marina Sereni, il presidente emerito della Corte costituzionale Giuliano Vassalli, «per cercare di avviare un campagna di informazione e di chiarificazione», perché i proponenti, nella presentazione della proposta di legge, scrivono: «L’istituzione dell’Ordine del Tricolore deve essere considerata un atto dovuto verso tutti coloro che impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della "bontà" (sic, con tanto di virgolette!) della loro lotta per la rinascita della Patria».
L’articolo 2 prevede che tale onorificenza (e quello che ne consegue) sia conferita: «A coloro che hanno prestato servizio militare per almeno sei mesi, anche a più riprese, in zona di operazioni, nelle Forze armate italiane durante la guerra 1940-1945 e che siano invalidi; a coloro che hanno fatto parte delle formazioni armate partigiane o gappiste, regolarmente inquadrate nelle formazioni dipendenti dal Corpo volontari della libertà, oppure delle formazioni che facevano riferimento alla Repubblica sociale italiana; ai combattenti della guerra 1940-1945; ai mutilati e invalidi della guerra 1940-1945 che fruiscono di pensioni di guerra; agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramenti o di prigionia, nonché ai combattenti nelle formazioni dell’esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945». Che poi sarebbero quelli che dopo l’8 settembre 1943 fecero la guerra ai partigiani, all’esercito di liberazione, ai militari agli ordini del generale Badoglio, alle forze armate alleate sbarcate in Sicilia e ad Anzio e alle truppe che combatterono contro l’esercito tedesco in ritirata. Insomma, quelli che fino all’ultimo furono i fiancheggiatori dei nazisti e i torturatori delle popolazioni civili che resistettero alle Squadre Speciali in fuga.
E per essere sicuri che le benemerenze siano "equamente" assegnate e ripartire, l’articolo 4 che definisce la composizione dell’Ordine del Tricolore precisa: «Il Capo dell’Ordine è il Presidente della Repubblica. L’Ordine è retto da un Consiglio composto da un tenente generale o ufficiale di grado corrispondente che lo presiede, da due generali, di cui uno dell’Aeronautica militare, e da un ammiraglio, in rappresentanza delle Forze armate; dal presidente dell’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze armate italiane che hanno partecipato alla guerra di liberazione; dal presidente dell’Associazione nazionale combattenti e reduci; dal presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia e dal presidente dell’Istituto storico della Repubblica sociale italiana, nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del ministro della Difesa».
Si prevedono, tra le altre cose, «200 milioni di euro l’anno, a decorrere dal 2009», di «adeguamento pensionistico», compreso quello per l’«assegno supplementare spettante alle vedove». E siccome tali risorse non erano previste né nel dispositivo di bilancio di quest’anno né nella legge finanziaria triennale che resterà in vigore fino al 2011, si dà mandato al ministro dell’Economia e delle Finanze di «apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio».
Ci assale un forte dolore al centro dello sterno, non solo per tutte quelle creature "passate per il camino" che sarebbe bene continuare a elencare una per una in nome di quella pretesa "memoria condivisa", ma per un ricordo preciso: quello di 31 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni impiccati agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. I responsabili, tedeschi e italiani, non sono mai stati processati.
L’immagine è tra le più raccapriccianti nella storia degli eccidi compiuti in Italia non solo dai nazisti ma anche da italiani contro italiani, al comando del vicebrigadiere delle SS Karl Franz Tausch, il boia di Cornaiano.
Trentuno corpi di giovani senza vita che penzolano dagli alberi del lungo viale di Bassano. Un impiccato per ogni albero, con i piedi che strisciano a pochi centimetri dal suolo, le mani legate dietro alla schiena, sul petto un cartello con la scritta "bandito". Lasciati lì, appesi per un giorno intero, senza diritto alla sepoltura, impedendo la riconsegna dei corpi martoriati alle famiglie, in segno di spregio e per terrorizzare la popolazione.
Amen per tutte le anime morte, colpevoli e innocenti.
 
Articolo tratto da Liberazione
 
Per chi volesse leggere l’intera legge in discussione:
 
 
28 gennaio 2009

Il giorno della memoria: Manifesto e leggi razziali del Partito Nazionale Fascista

I

Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

II

Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

III

Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

IV

La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.

V

È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.

VI

Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

VII

È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

VIII

È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.

IX

Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

X

I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

 

I DIECI SCIENZIATI FIRMATARI

On. Sabato VISCO
Direttore dell’Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Roma e Direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche

Dott. Lino BUSINCO
Assistente di Patologia Generale all’Università di Roma

Prof. Lidio CIPRIANI
Incaricato di Antropologia all’Università di Firenze

Prof. Arturo DONAGGIO
Direttore della Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Bologna e Presidente della Società Italiana di Psichiatria

Dott. Leone FRANZI
Assistente nella Clinica Pediatrica all’Università di Milano

Prof. Guido LANDRA
Assistente di Antropologia all’Università di Roma

Sen. Luigi PENDE
Direttore dell’Istituto di Patologia Speciale Medica dell’Università di Roma

Dott. Marcello RICCI
Assistente di Zoologia all’Università di Roma

Prof. Franco SAVORGNAN
Ordinario di Demografia all’Università di Roma e Presidente dell’Istituto Centrale di Statistica

Prof. Edoardo ZAVATTARI
Direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma.

 

DISCIPLINA DELL’ESERCIZIO DELLE PROFESSIONI DA PARTE DEI CITTADINI DI RAZZA EBRAICA

Capo I. – Disposizioni generali

Articolo 1.

L’esercizio delle professioni di giornalista, medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, esercente in economia e commercio, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale, è, per i cittadini appartenenti alla razza ebraica, regolato dalle seguenti disposizioni.

Articolo 2.

Ai cittadini italiani di razza ebraica è vietato l’esercizio della professione di notaro. Ai cittadini italiani di razza ebraica è vietato l’esercizio della professione di giornalista. Per quanto riguarda la professione di insegnante privato, rimangono in vigore le disposizioni di cui agli Articoli 1 e 7 del Regio decreto-legge 15 Novembre 1938-XVII, n. 1779.

Articolo 3.

I cittadini di razza ebraica esercenti una delle professioni di cui all’art. 1, che abbiano ottenuto la discriminazione a termini dell’Art. 14 del Regio decreto-legge 17 Novembre 1938-XVII, n. 1728, saranno iscritti in "elenchi aggiunti", da istituirsi in appendice agli albi professionali, e potranno continuare nell’esercizio della professione, a norma delle vigenti disposizioni, salve le limitazioni previste dalla presente legge. Sono altresì istituiti, in appendice agli elenchi transitori eventualmente previsti dalle vigenti leggi o regolamenti in aggiunta agli albi professionali, elenchi aggiunti dei professionisti di razza ebraica discriminati. Si applicano agli elenchi aggiunti tutte le norme che regolano la tenuta e la disciplina degli albi professionali.

Articolo 4.

I cittadini italiani di razza ebraica non discriminati, i quali esercitano una delle professioni indicate dall’Art. 1, esclusa quella di giornalista, potranno essere iscritti in elenchi speciali secondo le disposizioni del Capo II della presente legge, e potranno continuare nell’esercizio professionale con le limitazioni stabilite dalla legge stessa.

Articolo 5.

Gli iscritti negli elenchi speciali professionali previsti dall’Art. 4 cessano dal far parte delle Associazioni sindacali di categoria giuridicamente riconosciute, e non possono essere da queste rappresentati. Tuttavia si applicano ad essi le norme inerenti alla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro.

Articolo 6.

É fatto obbligo ai professionisti che si trovino nelle condizioni previste dagli Articoli 1 e 2, primo comma, ed a quelli iscritti nei ruoli di cui all’Art. 23 di denunciare la propria appartenenza alla razza ebraica, entro il termine di venti giorni dalla entrata in vigore della presente legge, agli organi competenti per la tenuta degli albi o dei ruoli. I trasgressori sono puniti con l’arresto sino ad un mese e con l’ammenda sino a lire tremila. La denunzia deve essere fatta anche nel caso che sia pendente ricorso per l’accertamento della razza ai sensi dell’Art. 26 del Regio decreto-legge 17 Novembre 1938-XVII, n. 1728. Il reato sarà dichiarato estinto se il ricorso di cui al terzo comma sia deciso con la dichiarazione di non appartenenza del ricorrente alla razza ebraica. Ove la denunzia non sia effettuata, gli organi competenti per la tenuta degli albi o dei ruoli provvederanno d’ufficio all’accertamento. La cancellazione dagli albi o dai ruoli viene deliberata dai predetti organi non oltre il Febbraio 1940-XVIII, ma ha effetto alla scadenza di detto termine. La deliberazione è notificata agli interessati a mezzo di ufficiale giudiziario, e con le forme della notificazione della citazione.

Capo II – Degli elenchi speciali e delle condizioni per essere iscritti

Articolo 7.

Per ogni circoscrizione di Corte di appello sono istituiti, presso la Corte medesima, gli elenchi speciali per le singole professioni previsti dall’Art. 4. Nessuno può essere iscritto contemporaneamente in più di un elenco per la stessa professione; su domanda dell’interessato è ammesso tuttavia il trasferimento da un elenco distrettuale all’altro. Il trasferimento non interrompe il corso dell’anzianità di iscrizione.

Articolo 8.

I cittadini di razza ebraica esercenti una delle professioni di cui all’Art. 1, esclusa quella di giornalista, e che intendano ottenere l’iscrizione nel rispettivo elenco speciale, dovranno farne domanda al primo presidente della Corte di appello del distretto, in cui abbiano la residenza, nel termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

Articolo 9.

Per essere iscritti negli elenchi speciali è necessario:

a) essere cittadini italiani;

b) essere di specchiata condotta morale e di non avere svolto azione contraria agli interessi del Regime e della Nazione;

c) avere la residenza nella circoscrizione della Corte di Appello;

d) essere in possesso degli altri requisiti stabiliti dai vigenti ordinamenti professionali per l’esercizio della rispettiva professione.

Articolo 10.

Non possono conseguire l’iscrizione negli elenchi speciali coloro che abbiano riportato condanna per delitto non colposo per il quale la legge commini la pena della reclusione, non inferiore nel minimo a due anni e nel massimo a cinque o, comunque, condanna che importi la radiazione o cancellazione dagli albi professionali. Non possono, parimenti, conseguire l’iscrizione coloro che siano stati o si trovino sottoposti ad una delle misure di polizia previste dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza approvato con Regio decreto 18 Giugno 1931-IX, n. 773.

Articolo 11.

Le domande per l’iscrizione devono essere corredate dai seguenti documenti:

a) atto di nascita;

b) certificato di cittadinanza italiana;

c) certificato di residenza;

d) certificato di buona condotta morale, civile e politica;

e) certificato generale del casellario giudiziario di data non anteriore a mesi 3 dalla presentazione della domanda e certificato dei procedimenti a carico;

f) certificato dell’Autorità di pubblica sicurezza del luogo di residenza del richiedente, attestante che questi non è stato sottoposto ad alcuna delle misure previste dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza approvato con Regio decreto 18 Giugno 1931-IX, n. 773;

g) titoli di abilitazione richiesti per la iscrizione nell’albo professionale.

Articolo 12.

Le attribuzioni relative alla tenuta degli elenchi di cui all’Art. 4 ed alla disciplina degli iscritti, previste dalle vigenti leggi e regolamenti professionali, sono esercitate nell’ambito di ciascun distretto di Corte di Appello, per tutti gli elenchi, da una Commissione distrettuale. Essa ha sede presso la Corte di Appello, è presieduta dal primo presidente della Corte medesima, o da un magistrato della Corte, da lui delegato, ed è composta di sei membri, rispettivamente designati dal Ministro per l’Interno, dal Segretario del Partito Nazionale Fascista, Ministro Segretario di Stato, dai Ministri per l’Educazione Nazionale, per i Lavori Pubblici e per le Corporazioni, nonché dal Presidente della Confederazione Fascista dei Professionisti ed Artisti.

Articolo 13.

I componenti della Commissione di cui all’articolo precedente sono nominati con decreto del Ministro per la Grazia e Giustizia. Essi durano in carica tre anni e possono essere confermati. Quelli nominati in sostituzione di altri durante il triennio durano in carica sino alla scadenza del triennio.

Articolo 14.

La Commissione distrettuale verifica le domande di cui all’Art. 8 e, ove ricorrano le condizioni richieste dalla presente legge, delibera la iscrizione del professionista nel rispettivo elenco speciale. Le adunanze della Commissione sono valide con l’intervento di almeno quattro componenti. Le deliberazioni della Commissione sono motivate; vengono prese a maggioranza di voti; in caso di parità di voti prevale quello del presidente. Esse sono notificate, nel termine di 15 giorni, agli interessati ed al Procuratore generale presso la Corte di appello, nonché al Prefetto, qualora riguardino esercenti le professioni sanitarie.

Articolo 15.

ontro le deliberazioni della Commissione in ordine alla iscrizione ed alla cancellazione dall’elenco, nonché ai giudizi disciplinari, è dato ricorso tanto all’interessato quanto al Procuratore generale della Corte di Appello, e, nel caso di esercenti le professioni sanitarie, al Prefetto, entro 30 giorni dalla notifica, ad una Commissione Centrale che ha sede presso il Ministero di Grazia e Giustizia.

Articolo 16.

La Commissione centrale, di cui all’articolo precedente, è presieduta da un magistrato di grado terzo ed è composta del Direttore generale degli affari civili e delle professioni legali presso il Ministero di Grazia e Giustizia, o di un suo delegato, e di altri sette membri, rispettivamente designati dal Ministro per l’Interno, dal Segretario del Partito Nazionale Fascista, Ministro Segretario di Stato, dai Ministri per l’Educazione Nazionale, per i Lavori Pubblici, per l’Agricoltura e per le Foreste e per le Corporazioni, nonché dal Presidente della Confederazione Fascista dei Professionisti e degli Artisti. I componenti della Commissione sono nominati con decreto Reale, su proposta del Ministro per la Grazia e Giustizia. Essi durano in carica tre anni e possono essere confermati. Quelli nominati in sostituzione di altri durante il triennio durano in carica sino alla scadenza del triennio. Le adunanze della Commissione centrale sono valide con l’intervento di almeno cinque componenti. Il ministro per la Grazia e Giustizia provvede con suo decreto alla costituzione della Segreteria della predetta Commissione.

Capo III – Disciplina degli iscritti negli elenchi speciali

Articolo 17.

Entro il mese di Febbraio di ogni anno, la Commissione di cui all’Art. 12 procede alla revisione dell’elenco speciale, apportandovi le modificazioni e le aggiunte che fossero necessarie. Ai provvedimenti adottati si applicano le disposizioni degli Articoli 14, ultimo comma, e 15.

Articolo 18.

La Commissione può applicare sanzioni disciplinari:

1) per gli abusi e le mancanze degli iscritti nell’elenco speciale commesso nell’esercizio della professione;

2) per motivi di manifesta indegnità morale e politica. Le sanzioni disciplinari sono:

a) censura;

b) sospensione dall’esercizio professionale per un tempo non maggiore di sei mesi;

3) cancellazione dall’elenco.

I provvedimenti di cui al comma precedente sono notificati all’interessato per mezzo dell’ufficiale giudiziario. L’istruttoria che precede il giudizio disciplinare può essere promossa dalla Commissione su domanda di parte, o su richiesta del pubblico ministero, ovvero d’ufficio in seguito a deliberazione della Commissione ad iniziativa di uno o più membri. I fatti addebitati devono essere contestati all’interessato con l’assegnazione di un termine per la presentazione delle giustificazioni.

Articolo 19.

La cancellazione dall’elenco speciale, oltre che per motivi disciplinari, può essere pronunciata dalla Commissione, su domanda dell’interessato. Può essere promossa d’ufficio su richiesta del procuratore generale della Corte di Appello nel caso:

a) di perdita della cittadinanza;

b) di trasferimento dell’iscritto in altro elenco;

c) di trasferimento dell’iscritto all’estero.

Contro la pronuncia della Commissione è sempre ammesso ricorso a norma dell’Art. 15.

Articolo 20.

La condanna o l’applicazione di una delle misure previste dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza approvato col Regio decreto 18 Giugno 1931-IX, n. 773, importano la cancellazione dall’elenco speciale. L’iscritto che si trovi sottoposto a procedimento penale, ovvero deferito per l’applicazione di una delle misure di cui al comma precedente, può essere sospeso dall’esercizio della professione. La sospensione ha sempre luogo quando è emesso mandato di cattura e fino alla sua revoca.

Capo IV – Dell’esercizio professionale degli iscritti negli elenchi aggiunti e negli elenchi speciali

Articolo 21.

L’esercizio professionale da parte dei cittadini italiani di razza ebraica, iscritti negli elenchi speciali, è soggetto alle seguenti limitazioni:

a) salvi i casi di comprovata necessità ed urgenza, la professione deve essere esercitata esclusivamente a favore di persone appartenenti alla razza ebraica;

b) la professione di farmacista non può essere esercitata se non presso le farmacie di cui all’art. 114 del testo unico delle leggi sanitarie approvato con Regio decreto 27 Luglio 1934-XII, n. 1265, qualora l’Ente cui la farmacia appartiene svolga la propria attività istituzionale esclusivamente nei riguardi di appartenenti alla razza ebraica;

c) ai professionisti di razza ebraica non possono essere conferiti incarichi che importino funzioni di pubblico ufficiale, ne può essere consentito l’esercizio di attività per conto di enti pubblici, fondazioni, associazioni e comitati di cui agli Articoli 34 e 37 del Codice Civile o in locali da questi dipendenti. La disposizione di cui alla lettera c) del presente articolo si applica anche ai cittadini italiani di razza ebraica iscritti negli "elenchi aggiunti".

Articolo 22.

I cittadini italiani di razza ebraica non possono essere iscritti nei ruoli degli amministratori giudiziari, se già iscritti, ne sono cancellati.

Articolo 23.

I cittadini di razza ebraica non possono essere comunque iscritti nei ruoli dei revisori ufficiali dei conti, di cui al Regio decreto-legge 24 Luglio 1936-XIV, n. 1548, o nei ruoli dei periti e degli esperti ai termini dell’Art. 32 del testo unico delle leggi sui Consigli e sugli Uffici provinciali delle corporazioni, approvato con Regio decreto 20 Settembre 1934 XII, n. 2011, e, se vi sono già iscritti, ne sono cancellati.

Articolo 24.

I professionisti forensi cittadini italiani di razza ebraica, che siano iscritti negli albi speciali per l’infortunistica, perdono il diritto a mantenere l’iscrizione negli albi stessi a decorrere da 180 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

Articolo 25.

È vietata qualsiasi forma di associazione e collaborazione professionale tra i professionisti non appartenenti alla razza ebraica e quelli di razza ebraica.

Articolo 26.

L’esercizio delle attività professionali vietate dall’Art. 21 è punito ai sensi dell’art. 348 del Codice Penale. La trasgressione alle disposizioni di cui all’Art. 25 importa la cancellazione, secondo i casi, dagli albi professionali, dagli elenchi aggiunti, ovvero dagli elenchi speciali.

Capo V – Disposizioni transitorie e finali

Articolo 27.

I cittadini italiani di razza ebraica possono continuare l’esercizio della professione senza limitazioni fino alla cancellazione dall’albo. Avvenuta la cancellazione e fino a quando non abbiano ottenuto la iscrizione nell’elenco speciale, non potranno esercitare alcuna attività professionale. Con la cancellazione deve essere esaurita, o, comunque, cessare, qualsiasi prestazione professionale da parte dei cittadini italiani di razza ebraica non discriminati a favore di cittadini non appartenenti alla razza ebraica. è tuttavia in facoltà del cliente non appartenente alla razza ebraica di revocare al professionista di razza ebraica non discriminato l’incarico conferitogli, anche prima della cancellazione dall’albo.

Articolo 28.

I cittadini italiani di razza ebraica, ammessi in via transitoria a proseguire gli studi universitari o superiori in virtù dell’Art. 10 del Regio decreto-legge 17 Novembre 1938-XVII, n. 1728, nonché tutti coloro che, conseguito il titolo accademico, non abbiano ancora ottenuta la relativa abilitazione professionale, a norma delle leggi e regolamenti vigenti, ove sussistano i requisiti e le condizioni previste dalle predette leggi e regolamenti per l’iscrizione negli albi, nonché dalla presente legge, potranno ottenere la iscrizione negli elenchi aggiunti o negli elenchi speciali.

Articolo 29.

I notari di razza ebraica, dispensati dall’esercizio a norma della presente legge, sono ammessi a far valere il diritto al trattamento di quiescenza loro spettante a termini di legge da parte della Cassa nazionale del notariato. In deroga alle vigenti disposizioni, a coloro che non hanno maturato il periodo di tempo prescritto è concesso il trattamento minimo di pensione se hanno compiuto almeno dieci anni di esercizio; negli altri casi, è concessa una indennità di lire mille per ciascuno anno di servizio.

Articolo 30.

Ai giornalisti di razza ebraica non discriminati, che cessano dall’impiego per effetto della presente legge, verrà corrisposto dal datore di lavoro l’indennità di licenziamento prevista dal contratto collettivo di lavoro giornalistico per il caso di risoluzione del rapporto d’impiego per motivi estranei alla volontà del giornalista. L’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani "Arnaldo Mussolini" provvederà alla cancellazione dei predetti giornalisti dagli elenchi dei propri iscritti, alla liquidazione del fondo di previdenza costituito a suo nome e al trasferimento al nome dei medesimi della proprietà della polizza di assicurazione sulla vita, contratta dall’Istituto presso l’Istituto Nazionale delle assicurazioni.

Articolo 31.

Con disposizioni successive saranno regolati i rapporti tra i professionisti di razza ebraica e gli enti di previdenza previsti dalla legislazione vigente, escluse le categorie contemplate negli Articoli 29 e 30 della presente legge. Verranno inoltre emanate le norme speciali riflettenti la cessazione del rapporto d’impiego privato tra i professionisti di razza ebraica e i loro dipendenti.

Articolo 32.

Il Ministro per la Grazia e Giustizia, di concerto con i Ministri interessati, è autorizzato ad emanare le norme per la determinazione dei contributi da porsi a carico degli iscritti negli elenchi speciali, per il funzionamento delle commissioni di cui agli Articoli 12 e 15.

Articolo 33.

Agli effetti della presente legge, l’appartenenza alla razza ebraica è determinata a norma dell’Art. 8 del Regio Decreto – legge 17 Novembre 1938 – XVII, 1728, ed ogni questione relativa è decisa dal Ministro per l’Interno a norma dell’Art. 26 dello stesso Regio decreto – legge.

Articolo 34.

Per tutto quanto non è contemplato dalla presente legge, si applicano le leggi ed i regolamenti di carattere generale che disciplinano le singole professioni.

Articolo 35.

Con decreto Reale saranno emanate, ai sensi dell’Art. 3, n. 1, della legge 31 Gennaio 1926 – IV, n. 100, le norme complementari e di coordinamento che potranno occorrere per l’attuazione della presente legge.

 

cronologia.leonardo.it

 

Cosa pensereste se si volesse equiparare chi ha scritto e legiferato quanto sopra con chi ha combattuto queste idee?

27 gennaio 2009

FSM 2009: l’altro mondo possibile nel cuore dell’Amazzonia»

 

Sone più di duemila i movimenti, sindacati, ong e chiese attese  per il 27 gennaio a Belèm, Brasile. Per una settimana, fino al 1 febbraio, i rappresentanti altermondisti provenienti da 65 Paesi si riuniranno per celebrare la nona edizione del Forum Sociale Mondiale.

Molti i temi in agenda, che saranno affrontati attraverso workshop, cerimonie, seminari che tenteranno di dare possibili risposte dal basso alla crisi globale – economica, finanziaria, ambientale e alimentare. Protagonisti del Foro, i movimenti indigeni, che presenteranno la loro partocolare prospettiva nei confronti della crisi; la seconda giornata infatti (28 gennaio) sarà completamente dedicata ai cinquecento anni di resistenza, conquiste e prospettive delle popolazioni native e afrodiscendenti.

Come di consueto, Il Foro de Radios ha istallato i suoi studi nel cuore del Foro, e da lì realizza una copertura internazionale plurilingue in diretta, che trasmetterà in streaming.

Le organizzazioni di tutto il mondo possono partecipare al FSM 2009 anche collegando le proprie attività, iniziative, gruppi e mobilitazioni via Internet, tv e radio. Più di 300 iniziative di connessione sono già state iscritte per i giorni del Forum. Belem “expanded” sarà un territorio virtuale costruito per ospitare le iniziative decentrate e le connessioni con il territorio amazzonico. L’idea è quella di consentire la partecipazione di soggetti che non possono essere presenti a Belem, promuovere lo scambio di esperienze, la costruzione di convergenze e il rafforzamento delle alleanze. Clicca qui per saperne di più.

amisnet.org

Non sapevate questa notizia? Il vostri mezzi di informazione non ne hanno dato notizia? Chiedetevi il perché.

27 gennaio 2009

I medici italiani a favore della non segnalazione degli irregolari

Il 3 febbraio prossimo il Senato voterà un emendamento volto a sopprimere il principio attualmente vigente di “non segnalazione” alle autorità per il migrante irregolare che si rivolge ad una struttura sanitaria.

Medici Senza Frontiere (MSF), Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche (FNCO) si appellano ai Senatori per scongiurare l’abrogazione del suddetto principio.

Il principio, sostengono i medici, violerebbe la Costituzione, che garantisce a tutti il diritto alla salute, e potrebbe generare situazioni ad alto rischio, disincentivando le persone malate a farsi visitare.

Il 28 gennaio, all’Hotel Nazionale di Piazza Montecitorio, in una conferenza stampa si rilancerà l’appello ai senatori per respingere l’emandamento che elimina il principio di non segnalazione degli irregolari alle autorità.

di Marzia Coronati amisnet.org

 

23 gennaio 2009

La “ricerca scientifica”, che fa da copertura alla caccia baleniera giapponese.

Roma, Italia — Sit-in davanti all’ambasciata del Giappone in Italia. Greenpeace protesta contro l’arresto dei due attivisti – Junichi Sato e Toru Suzuki – accusati di furto dopo aver intercettato scatole con carne di balena venduta illegalmente. I volontari indossano maschere che riproducono i volti di Junichi e Toru e hanno montato una "galera" all’ingresso dell’Ambasciata. Perché in un mondo sottosopra, se denunci un crimine puoi essere arrestato!

Un rappresentante di Greenpeace ha consegnato una lettera all’Ambasciatore del Giappone in Italia, Hiroyasu Ando, in cui si chiede che le autorità giapponesi la smettano di processare Greenpeace e comincino invece a processare i responsabili della caccia alle balene.

In tutto il mondo sostenitori e attivisti di Greenpeace si stanno mobilitando con lo slogan "Arrestate anche me". Le adesioni, mediante il sito web, sono giunte a 30.000 ‘co-imputati’. Il 12 novembre scorso, la Commissione dei Diritti Umani dell’ONU ha condannato "l’irragionevole restrizione alla libertà di espressione" in Giappone e le violazioni commesse dalla Polizia giapponese che ha arrestato gli attivisti di Greenpeace. Anche Amnesty International ha condannato il comportamento del Giappone.

Junichi e Toru sono agli arresti domiciliari da quando, lo scorso maggio, hanno svelato la corruzione del cosiddetto programma di ricerca scientifica sulla caccia alle balene. Al ritorno dall’Antartide i balenieri spedivano a casa centinaia di scatole con carne di balena contrabbandata. Gli attivisti hanno prelevato una di queste scatole, che secondo la bolla di accompagnamento avrebbe dovuto contenere cartone, e vi hanno trovato carne di balena affumicata per un valore di oltre 2.300 euro.

La carne di balena sottratta ai balenieri è stata mostrata ai media nel corso di una conferenza stampa e quindi consegnata alla Magistratura che ha deciso di non indagare sul contrabbando ma di processare invece gli attivisti di Greenpeace. Il processo si terrà all’inizio dell’anno e gli attivisti rischiano dieci anni di galera.

Se il Giappone vuole processare quelli che sono contro la caccia baleniera dovrà fare 2.9 milioni di prigionieri. Il numero dei sostenitori di Greenpeace in tutto il mondo.

Firma la petizione per Junichi e Toru

22 gennaio 2009

Cristina Fernández de Kirchner: viaggio a Cuba

Che il presidente della Repubblica argentina, Cristina Fernández de Kirchner, scelga di andarsene a Cuba il giorno dell’insediamento del Presidente degli Stati Uniti e incontri l’influente pensionato Fidel Castro, che da settimane la solita grande stampa dava in coma o già morto, e lo trovi in ottime condizioni, è di per sé una notizia.

Ma il rilievo politico non sta tutto nell’incontro, nel peso politico della visita ufficiale del primo presidente argentino dopo Raúl Alfonsín 23 anni fa, sta nel segnale lanciato da Argentina e Cuba all’uomo appena insediatosi alla Casa Bianca. Per Fidel è “un uomo sincero” e “con buone idee”.

Barack Obama è il decimo presidente degli Stati Uniti da quando Cuba ha smesso di esserne una colonia di fatto ed è il quinto da quando con la caduta del muro di Berlino l’isola grande non è più un satellite dell’Unione Sovietica per essere un piccolo ma rilevante attore autonomo della politica internazionale. Un dato di fatto che potrebbe indurre Obama e il suo segretario di Stato, Hillary Clinton, a riconsiderare mezzo secolo di errori e di crimini iniziati con l’invasione della Baia dei Porci voluta da John Kennedy.

Buenos Aires è geograficamente molto più lontana dall’Avana di quanto non lo sia Washington eppure quella visita ufficiale e quell’incontro proprio mentre in riva al Potomac due milioni di persone si accalcavano a festeggiare Obama ha un significato preciso. Dal mar dei Caraibi fino alla Terra del Fuoco esiste un solo spazio latinoamericano, esiste un concerto latinoamericano che oramai è tornato ad includere pienamente Cuba, dopo decenni di isolamento preteso dalla superpotenza e Obama e Clinton da questo dato ineludibile debbono partire per disegnare la loro politica cubana e latinoamericana.

Argentina e Brasile, i due grandi paesi del Sud, sono in prima fila nel riconoscere a Cuba di aver tenuto alta la bandiera dell’integrazione latinoamericana in tutti questi 50 anni anche quando le due lunghe notti, quella delle dittature e quella neoliberale, rendevano ogni paese del continente una monade completamente isolata dalla regione (salvo che per il Piano Condor, il sistema di sterminio voluto dal Nord) in un sistema economico pienamente coloniale così come tracciato dalla teoria del sottosviluppo.

L’Argentina e il Brasile sono state in prima fila non solo nel dare impulso al pieno reinserimento di Cuba nella comunità internazionale, ma nel costruire una relazione forte con il Venezuela Bolivariano, nel rompere insieme le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale, nel difendere la Bolivia dal golpismo finanziato dal Nord, nel dare impulso a tutte le istituzioni integrazioniste, dal Mercosur a Unasur, al Gruppo di Río, al Banco del Sud e nel rifiuto dell’ALCA, il trattato di libero commercio coloniale che gli Stati Uniti volevano imporre al continente.

Oggi l’America latina si profila come un attore capace di parlare come tale forse più di altri ben più consolidati, come la Unione Europea. Parlando alla Scuola latinoamericana di Medicina, la gloriosa istituzione cubana che in questi anni ha laureato decine di migliaia di medici latinoamericani provenienti dalle classi popolari e che solo a Cuba hanno potuto studiare gratuitamente per poi tornare nei loro paesi a mettersi a disposizione della loro gente, Cristina ha detto: “Presto o tardi i popoli trionfano. E questo è quello che sta succedendo nella Nostra America latina”.

Rivolgendosi ai paesi considerati ostili, quelli islamici in primo luogo, Obama ha usato uno dei passaggi più evocativi del suo discorso: “se sarete disposti a sciogliere il pugno vi tenderemo la mano”. Ebbene Fidel e Cristina insieme hanno ribaltato il discorso di Obama: “Gli Stati Uniti hanno sempre mostrato il pugno contro di noi senza mai riuscire a vincerci. Oggi il concerto latinoamericano, se gli Stati Uniti accetteranno di riconoscerlo in quanto tale e sapranno sciogliere il pugno, è disposto a tendere la mano”.

di Gennario Carotenuto www.gennariocarotenuto.it 

21 gennaio 2009

Legge 40: Viaggio nella nuova frontiera della maternità.

Kiev. Sembra una ragazzina. Capelli neri lisci, sciarpa viola, una maglietta rosa di lana aderente, pancia piattissima. “L’ultimo film che ho visto? Madagascar 2: bellissimo”. Si illumina. Ma non va spesso al cinema, questa venticinquenne che chiameremo Mascia, perché nella cittadina della Crimea dove vive ci sono pochissime sale e ancor meno occasioni, Ha un figlio suo di due anni. E un altro, che porterà in grembo per conto di una coppia italiana, nascerà tra un anno, se tutto va bene. È una delle madri surrogate che l’Ucraina offre. Un genere di export locale in crescita. Perché  sempre più donne occidentali, quando non riescono a portare avanti una gravidanza, esauriti tutti gli altri tentativi, cercano un “utero in affitto”. Da noi non si può: si rischia la galera. In Ucraina è lecito (come in Russia, Israele, Usa, Gran Bretagna) e con 10 mila euro magari alla “prestatrice” cambia la vita perché, in campagna, ci si compra una casetta.

“I soldi? Non ho ancora pensato a come spenderli” giura la nostra futura mamma per procura. Per spiegare la sua decisione questa neolaureata in filosofia va indietro di oltre duemila anni: “Nell’antico Egitto prima di morire gli dei valutavano la tua vita in base a due domande. Sei stato felice?  Hai aiutato qualcuno ad esserlo? Ecco, io volevo sentirmi a posto su entrambi i fronti. E ho deciso di fare questa cosa”.  “Questa cosa” è accettare che un ovulo di una donna italiana fecondato dal seme del marito cresca dentro di lei e diventi un bambino che darà alla luce per consegnarlo subito ai genitori genetici. Senza niente pretendere se non quel compenso il che il contratto prevede.

Siamo al confine estremo dell’outsourcing umano. Le donne del mondo industrializzato vogliono un figlio che possono permettersi economicamente, ma non fisicamente. Le “donatrici” indiane, brasiliane, dell’Est Europa hanno lombi fecondi e non un euro in tasca. Che domanda e offerta finissero per incontrarsi secondo logiche globalizzate era fatale. Ci si può chiedere se il prezzo sia giusto. Discutere sulle implicazioni etiche. Senza illudersi di arginare il bisogno più di quanto si possa con i container cinesi. Non sono gli stessi numeri, certo. Ma anche qui le stime non potrebbero essere più discordanti.

Per Olga Zkharova, presidentessa del Centro studi italo ucraino di Kiev (l’altra sede è Milano), il viaggio della speranza lo compirebbe 60-100 coppie nostrane all’anno, con una percentuale di successi intorno al trenate per cento. È lei che le assiste per risolvere i problemi pratici durante il soggiorno. Se si propone questa cifra al consolato italiano a Kiev, fonti diplomatiche trasaliscono: “In tutto il 2008 abbiamo registrato solo due bebè nati qui a coppie italiane. E se pensassimo che siano “surrogati” dovremmo avvertire la magistratura”.  Qualcuno sbaglia, per eccesso o per difetto. Alla richiesta di un’expertise Federica Casadei, fondatrice di Cercounbimbo.net che raccoglie un’infinità di testimonianze su ogni aspetto della procreazione assistita, concede che “una sessantina all’anno sono credibili tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, con la prima destinazione largamente maggioritaria. In base alle mie conoscenze direi che in questo momento a Kiev ci sono 5-6 coppie in trattamento”.

Le cifre sono opache perché nessun protagonista vuole illuminarle. Il rischio è che in Italia qualcuno impugni la maternità. O contesti l’alterazione di stato, ovvero la falsa dichiarazione su un documento.  Da 5 a 15 anni per aver forzato le maglie di una delle leggi più restrittive al mondo in materia riproduttiva. Perché se è chiara la trafila, lo stesso non può dirsi delle conseguenze giuridiche una volta tornati in patria.

In breve funziona così. Per la legge ucraina, la coppia “committente” dev’essere sposata, contribuire con almeno metà del patrimonio genetico e dimostrare di non poter portare a termine la gravidanza (sembra pleonastico ma server a scoraggiare che donne provino a subappaltare il travaglio, per non perdere la linea o per paura dei dolori del parto). La madre surrogata, invece, deve avere un figlio già suo, essere tra i 20 e i 30 anni e risultare sana a tutte le analisi prescritte. A reclutarla ci pensano di solito avvocati specializzati che poi la presentano a una delle venti cliniche riproduttive del Paese. Nel contratto c’è scritto che la giovani si impegna a disconoscere il figlio biologico appena partorito e che sul certificato saranno indicati solo i nomi del padre genetico e della moglie. Con questo foglio debitamente tradotto e “apostillato” i neo genitori si presentano al consolato e fanno registrare il bimbo sul loro passaporto, per riportarlo a casa. “Ma per il nostro codice, madre è solo ch partorisce” spiega l’avvocato Giuseppe Cassano, autore di un testo giuridico al riguardo, “e la legge 40, completamente sconclusionata, complica ulteriormente specificando che la partoriente non può chiedere di non essere menzionata” Non solo: “Per le nostre norme non basta essere la moglie del padre per diventare la madre del bimbo, servirebbe un’adozione speciale”. Tempi lunghi che complicherebbero tutto.

Però in pratica, non si sa di pubblici ministeri che abbiano aspettato al varco coppie sospette. E i due casi italiani arrivati in aula e decisi dal tribunale di Cremona nel ’94 e da quello di Roma nel 2000 hanno dato ragione, nonostante la legge, ai genitori genetici “per un principio di solidarietà, nel preminente interesse del minore ad avere una famiglia”.

Nell’indeterminatezza delle conseguenze, i viaggi continuano, le cliniche aumentano e i loro siti web ostentano pagine in molte lingue.

Scriviamo, fingendoci una coppia in difficoltà, a un indirizzo della russa Euro-consulting. La risposta, in un italiani senza macchia, arriva due giorni dopo a firma del direttore Kostantin N.Svitnev. Vanta “5 anni di esperienza”, “programmi speciali anche per genitori single” (proibiti anche in Ucraina, dove però hanno una sede), e sottolinea “nessuna lista di attesa” e “nessuna adozione”. La formula All-inclusive costa 40 mila euro. Ce la si può cavare anche a meno, con un conto suddiviso più o meno così: 10 mila euro alla madre surrogata, 10 alla clinica, 5 agli avvocati che fanno anche da reclutatori, 3all’interprete-factotum e altrettanti per l’appartamento che dovrà ospitare la coppia a Kiev, durane i due soggiorni. Tanti soldi comunque, da versare in 5-6 rate. “Mai pagare in anticipo” si raccomanda Raimondo Terzaghi, marito della Zakharova e altra metà del Centro studi che ha assistito negli anni varie coppie truffate da intermediari trovati su internet e poi dileguatisi dopo aver intascato un bell’acconto. Ci racconta anche di quando un tipaccio l’ha minacciato sotto l’ufficio ucraino: “Se ci tieni alla vita non provare mai più a parlare male di rispettabili avvocati”. Quelli, per intenderci, spariti sul più bello con la refurtiva. (…)

 

Riccardo Staglianò 

20 gennaio 2009

Rom e immigrati

La situazione dei cittadini rom continua a presentare zone d’ombra, "la vita nei campi resta inaccettabile", "la politica di immigrazione desta preoccupazione" tuttavia "gli impegni presi dalle autorità italiane al fine di migliorare la situazione rappresentano un passo positivo". Sono alcune delle dichiarazioni rilasciate dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa (COE), Thomas Hammarberg, a conclusione della sua visita a Roma del 14 e 15 gennaio scorsi.
A distanza di alcuni mesi dall’ultima visita del giugno 2008 e in seguito alla quale il Consiglio d’Europa espresse profonda preoccupazione per le politiche migratorie italiane e le condizioni di vita dei cittadini rom, il commissario COE per i diritti umani è tornato in Italia. Al termine della sua visita a Roma della scorsa settimana, Thomas Hammarberg, riferisce una nota diffusa dal Consiglio d’Europa, ha dichiarato che "la situazione dei rom e la politica di immigrazione destano ancora preoccupazione ma gli impegni presi dalle autorità al fine di migliorare la situazione rappresentano un passo positivo". Soddisfazione è stata espressa dal commissario per la capacità delle autorità italiane di elaborare politiche in consultazione con i rom, un impegno portato avanti sia dal sottosegretario di Stato all’Interno, Alfredo Mantovano sia dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Dopo la visita in 5 campi rom della città, tra cui Casilino 900, Hammarberg ha rinnovato la preoccupazione per le condizioni di vita dei rom che "restano inaccettabili", tuttavia ha constatato che "i rom fanno il possibile per integrarsi. In molti casi, i loro figli frequentano la scuola e formano già parte della società. Non dovrebbe essere presa nessuna misura che rischi di interrompere tale processo di integrazione".
Tra le richieste presentate alle autorità italiane, il commissario ha invitato a concedere la cittadinanza italiana ai bambini rom nati in Italia che non possiedono documenti di identità.

Per quel che concerne gli immigrati Hammarberg ha espresso delle perplessità riguardo una recente dichiarazione del governo che vorrebbe trasferire l’intera procedura per l’esame delle richieste di asilo a Lampedusa, decisione che potrebbe ridurre le garanzie accordate ai richiedenti la protezione internazionale. In particolare suscita perplessità l’inadeguatezza del centro di prima accoglienza e soccorso dell’isola siciliana di ospitare richiedenti asilo e la difficoltà di contattare avvocati per la presentazione del ricorso in caso di esito negativo della richiesta. "È assolutamente necessario – ha detto – proteggere il diritto di asilo e adottare una politica di immigrazione fondata sui diritti umani".

Il commissario, si legge nella nota, ha infine ribadito che l’Italia deve rispettare pienamente le sentenze della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare la sua richiesta di sospendere le espulsioni dei cittadini stranieri minacciati di tortura nel proprio paese. "La Corte rappresenta un pilastro del sistema europeo per la protezione dei diritti umani. L’Italia non dovrebbe ignorare nessuna richiesta vincolante avanzata da quest’ultima".

Gli esiti della visita saranno oggetto di una rapporto che sarà pubblicato la prossima primavera.

 
19 gennaio 2009

Croazia: dov’è il diritto all’informazione?

Una nuova legge impedisce ai giornalisti croati di affrontare casi di malversazione, criminalità organizzata o malasanità fino a quando i risultati delle indagini non vengono ufficializzati. Il dibattito nel Paese. di Drago Held

In Croazia, ai giornalisti può capitare di finire in carcere se rendono pubbliche informazioni relative ad un’indagine su un esponente della malavita accusato di crimine organizzato, su di un politico coinvolto in uno scandalo di corruzione, o su di un medico che con i suoi errori ha procurato la morte di un paziente.

Con le modifiche alla legge entrate in vigore all’inizio di quest’anno, i giornalisti, infatti, potrebbero trovarsi in prigione – da tre mesi a tre anni – insieme ai soggetti dei loro articoli. Questo fatto ha suscitato vera e propria costernazione nel mondo dell’informazione, in particolare tra i giornalisti che si occupano di affari di corruzione, che indagano sul crimine organizzato o che portano alla luce i collegamenti tra mafia e politica.

Se un giornalista viene a sapere di un’indagine per sospetta corruzione avviata a carico di un politico, non può scrivere nulla a riguardo fino a quando l’atto d’accusa non viene confermato. Lo scopo della legge che glielo impedisce è tutelare i diritti dell’imputato, vale a dire il rispetto della presunzione d’innocenza, perché nessuno è colpevole fino a quando la sua colpevolezza non viene dimostrata con un giusto processo.

Ma la legge che vieta la pubblicazione dei dati di un’indagine apre tutta una serie di domande. Questa legge limita la libertà di stampa? Cosa ne sarà dei giornalisti che pubblicano informazioni su una persona che è sotto inchiesta, raccolte con il proprio lavoro investigativo e non ottenute da fonti delle indagini? Quali possibilità ci saranno di manipolare i dati non pubblicati? Tra queste e altre domande, la cruciale resta sicuramente quella relativa alla tutela dei diritti: la tutela dei diritti dell’imputato è più importante del diritto dell’opinione pubblica a conoscere le informazioni rilevanti sul coinvolgimento di un politico di alto livello in qualche scandalo, anche prima che venga formulato l’atto d’accusa?

Un caso d’attualità ora in Croazia illustra perfettamente questo problema. Alla fine dello scorso anno, quando gli emendamenti alla legge non erano ancora entrati in vigore, i mezzi d’informazione hanno pubblicato i dati relativi all’avvio dell’inchiesta contro Ante ?api?, deputato, presidente di partito ed ex sindaco di Osijek, la quarta città croata per grandezza. I media hanno reso noto il presunto accordo che ?api? avrebbe firmato con il proprietario di una ditta, in cui si impegna a fare lobbying presso il governo croato per annullare il cospicuo debito che l’impresa aveva con lo stato. In cambio, questa avrebbe pagato a ?api? un appartamento a Zagabria e rinnovato la sua casa di famiglia.

Ora, dato il cambiamento della legge, non si può più scrivere di questo caso. ?api? ha presentato la sua candidatura a sindaco di Osijek per le elezioni che si terranno a maggio di quest’anno. La domanda è se i cittadini hanno il diritto di sapere a che punto è arrivata l’indagine, dato che queste informazioni sono estremamente importanti per la loro scelta di voto a sindaco. In fondo, non è anche nell’interesse di ?api? che si conoscano i risultati delle indagini, e che si sappia, ad esempio, che non è mai stato firmato un tale accordo? Gli avversari politici di api? non potrebbero manipolare il silenzio sull’inchiesta, facendo sapere ad esempio come si è conclusa l’indagine e che le supposizioni erano infondate solo ad elezioni avvenute?

Oppure, viceversa: cosa succederà se l’esame grafologico confermerà che ?api? ha davvero firmato l’accordo e i cittadini, visto che quest’informazione è segreta, l’avranno già scelto come sindaco? In questo caso, chi avrà ingannato l’opinione pubblica nascondendole i dati che, forse, sarebbero stati decisivi per il risultato delle elezioni? E quali le conseguenze nel caso in cui, qualche settimana dopo le elezioni e l’insediamento del sindaco, si rendesse noto che ?api? aveva stipulato un contratto estremamente compromettente per cui finirà in carcere?

Oppure, un esempio ancor più drastico. Mettiamo il caso che le indagini confermino in modo inoppugnabile che il medico di un reparto d’ospedale è colpevole per la morte di un paziente. L’opinione pubblica non lo viene a sapere perché così prevede la legge. Ma questa stessa “opinione pubblica” si rivolge allo stesso medico, mettendo la propria vita nelle sue mani. Se avesse saputo che il dottore, a cui si è rivolto fiducioso, per sua negligenza ha causato la morte di un paziente, un cittadino si rivolgerebbe comunque a lui? In questo caso è più importante la protezione del medico e del suo diritto alla presunzione d’innocenza oppure che il paziente sappia con quali medici ha a che fare?

La domanda è anche cosa sarebbe successo con qualche caso più importante – ad esempio il cosiddetto “caso Indeks”, lo scandalo di corruzione che ha visto coinvolti docenti dell’università di Zagabria che vendevano gli esami agli studenti – se l’opinione pubblica non ne fosse stata informata quando le indagini erano ancora agli inizi. La pressione dell’opinione pubblica ha avuto un effetto positivo nello svolgimento del caso oppure le informazioni rese note dai media hanno aiutato i pesci grossi a sfuggire alla persecuzione della giustizia?

In riferimento ai cambiamenti della legge e al divieto per i giornalisti di informare sul corso delle indagini, l’intera storia in Croazia si potrebbe sintetizzare con il titolo di un noto film di Miklós Jancsó: “Vizi privati, pubbliche virtù”.

caffesarajevo.amisnet.org

 Non crediate che la Croazia sia così lontana; da noi, la riforma sulla giustizia ha un capitolo sulle  "intercettazioni"  e colpisce ancora prima, infatti minimizza uno strumento di indagine in mano alla magistratura, limitandone in maniera drastica l’utilizzo, oltre a non consentire ai giornalisti la pubblicazione sino a  processo avviato (con una incongruenza evidente, visto che gli atti devono essere pubblici). Se persino il segretario dell’ANM Giuseppe Cascini è intervenuto contro questa riforma (tenete conto che lo stesso era contro i provvedimenti spiccati dalla procura di Salerno in merito al caso "De Magistris"; senza entrare nel merito, recentemente anche il tribunale del riesame ha convalidato quanto fatto dai PM di Salerno ritenendoli atti dovuti e conformi alla legge, mentre Giuseppe Cascini li aveva definiti confusi) il pericolo che si sta correndo è piuttosto evidente.

Milano Palazzo di Giustizia

 

16 gennaio 2009

Roma, sabato 17 gennaio: manifestazione di Amnesty International per chiedere la chiusura di Guantánamo.

A Roma, sabato 17 gennaio, attivisti e simpatizzanti di Amnesty International manifesteranno per chiedere la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo Bay, sette anni dopo la sua apertura e a tre giorni dell’insediamento del presidente degli Usa Barack Obama. La manifestazione prenderà il via alle 15 da Piazza della Repubblica per concludersi intorno alle 17 a Piazza Barberini con un reading di poesie scritte da detenuti ed ex detenuti di Guantánamo.

Per ricordare tutti i prigionieri che ancora si trovano a Guantánamo, 254 manifestanti sfileranno indossando le tute arancioni divenute simbolo del centro di detenzione e un cartello con il nome di uno di loro.

Amnesty International ha chiesto al presidente eletto Barack Obama di annunciare la data della chiusura di Guantánamo immediatamente dopo la sua entrata in carica e di tradurre in realtà il suo impegno a porre fine alle violazioni dei diritti umani che hanno contraddistinto le politiche e le pratiche antiterrorismo statunitensi negli ultimi sette anni. In particolare, Amnesty International chiede l’emanazione di un ordine presidenziale che metta al bando la tortura e gli altri maltrattamenti come definiti dal diritto internazionale e l’istituzione di una commissione indipendente d’inchiesta che si occupi delle violazioni dei diritti umani commesse dagli Usa nel contesto della "guerra al terrore".

La chiusura di Guantánamo potrà rappresentare, secondo l’organizzazione per i diritti umani, l’inizio di una chiara inversione di tendenza, ma solo se verrà realizzata rispettando in pieno gli obblighi internazionali degli Usa evitando la costruzione di altre Guantánamo, in luoghi diversi o con nomi diversi.

Il segretario alla Difesa degli Usa, Robert Gates, ha chiesto al suo staff di pianificare la chiusura di Guantánamo, argomento che egli ritiene sarà di elevata priorità per la nuova amministrazione. Questa pianificazione dovrà comprendere un piano complessivo riguardante il futuro dei detenuti. Ogni proposta di chiusura di Guantánamo dovrà prevedere anche l’immediato abbandono dei processi delle commissioni militari e lo svolgimento di ogni ulteriore procedimento di fronte a tribunali civili ordinari.

Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Ulteriori informazioni
sulla manifestazione sono reperibili on line.

  

The Road to guantanamo.

16 gennaio 2009

Emergenza libertà in Italia, Freedom emergency in Italy

La sentenza siciliana che ha condannato l’informazione in rete, ritenendola né più né meno che un crimine, sta suscitando proteste e allarme sul web e in ogni ambito del paese civile e responsabile. Le ragioni sono pesanti come pietre. Sono stati attaccati princìpi che hanno fatto la storia del pensiero democratico: i medesimi per i quali, nel nostro paese, uomini come i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Eugenio Curiel, Giovanni Amendola, hanno speso il loro impegno e dato la vita. E’ stato puntato e centrato in particolare il principio della libera espressione, che, rappresentativo delle libertà tutte e momento rivelatorio di uno Stato democratico, costituisce un cardine della Costituzione repubblicana.

L’attuale governo italiano, che si sta connotando sempre più in senso illiberale, non può sottrarsi a questo punto al dovere morale di rispondere al moto di protesta di questi giorni. Basta con gli infingimenti. Non si aspetti che l’onda di piena dell’indignazione si plachi. Si farà il possibile perché non si fermi. E’ in gioco appunto la democrazia, nella sua frontiera più avanzata e aperta, rappresentata dalla libera espressione in rete, dalla comunicazione che irrompe e prorompe in senso orizzontale, che rende i cittadini protagonisti in modo nuovo. E’ in gioco, come si diceva, la Costituzione, che, come ci ha ricordato Piero Calamandrei, non è nata nei salotti, né nelle stanze del potere, ma sulle montagne, accanto ai corpi degli uccisi, tra i fuochi delle città in rivolta.

E’ necessaria una legge subito, che, distante da ogni possibilità di equivoco sul piano interpretativo, fermi in via definitiva le trame censorie e repressive dei poteri forti del paese, per vocazione illiberali e antidemocratici. E’ altresì necessario che il legislatore prenda atto che l’informazione sul web non può recare limitazioni di principio. La rete è un luogo cardine del nostro tempo, in cui la democrazia prende corpo e voce, con l’esercizio del confronto. Non può essere quindi annichilita, come avviene in Iran e in Birmania.

Si fa appello allora alle realtà del web, della comunicazione a tutti i livelli, del paese civile e responsabile, perché la mobilitazione continui ad oltranza, con iniziative forti. La sentenza siciliana, come ha scritto un blogger, potrebbe essere una delle ultime "perle" di una collana che, giorno dopo giorno, sta mutandosi in un cappio. E si tratta di fare il possibile perché questo non avvenga. Occorre impedire che si consumi in Italia il rogo della libera espressione, memori del resto che i roghi delle idee possono essere preparatori di regimi a scena aperta.
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The Sicilian sentence that has condemned information on the net, regarding it as crime, is provoking protests and alarms on the web and in every "responsible" corner of the country. The reasons are heavy as stones. The principles that have made the history of the democratic thought have been attacked: the same ones for which, in our country, men like the Rosselli’s brothers, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Eugenio Curiel, Giovanni Amendola, have spoilt their engagement and gave their life. The principle of the free expression has been particularly attacked, this principle is representative for all freedoms, it constitutes a hinge of the republican Constitution.

The current Italian government, than is connoting itself more and more in an illiberal sense, cannot avoid the moral duty of answering these days’ protests. Enough with infringes. The wave of indignation will not stop soon, and we are committed to continue as long as possible. The last frontier of democracy, in its most open and advanced form, represented by free expression in the Internet, by the communication that breaks in and bursts out in all directions, that makes citizens protagonists in a new way, is at stake. The Italian Constitution which, as Piero Calamandrei has remembered us, was not born in the parlours neither in the rooms of the power, but on mountains, beside the bodies of the victims of the war, between fires of the cities in revolt, is at stake.

A law is quickly necessary, a law distant from every possibility of misinterpretation, in order to stop the censor and repressive wefts of the strong powers of the country, illiberal and anti-democratic for vocation, in a definitive way. It is also necessary that the legislator understands that the information on the web cannot have principle limitations. The net is a hinge of our time, in which the democracy, with the exercise of confrontation, gets body and voice. It cannot be therefore annihilated, as it happens in Iran and Birmania.

Appeal is then made to the web, to the communication on all levels, to the civil and responsible country, so that the mobilization will continue endlessly, with strong initiatives. The Sicilian sentence, as a blogger has written, could be one of last "pearls" of a necklace that, day after day, is changing in an oxbow. It is about doing whatever possible to avoid this happening. It is necessary to prevent that Italy becomes the pyre of free expression, still remembering that the pyres of ideas may a preparatory stage of open scene regimes.

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En Italie, les blogueurs se font du souci… Au début de cette année, une décision de justice a conclu que presque tous les blogs étaient illégaux. Pas moins. Et en septembre, c’est un haut politicien qui a fait un pas de plus vers le black-out, en avertissant que la plupart des activités du Web sont susceptibles d’être contraires à la loi.

Non, ce n’est pas une blague. Même si l’information n’a pas été relayée en France, elle fait du bruit en Italie. C’est un article de John Ozimek, sur the theregister.co.uk, qui a dévoilé l’affaire. L’histoire commence en mai, quand un juge de Modica (Sicile) a condamné Carlo Ruta, auteur et historien, pour "publication clandestine"… sur son blog. Le juge a estimé que le site avait toutes les caractéristiques d’un journal en ligne, et qu’il devait donc s’astreindre à l’enregistrement officiel avant toute publication.

Stampa clandestina

Cette législation introduisant le concept de "stampa clandestina" date de 1948. Elle était destinée, à l’origine, à réglementer les publications fascistes. Mais en 2001, la généralisation d’Internet amena les pouvoirs publics à se pencher sérieusement sur la question. Très sérieusement, car loin de la libéralisation qu’on pouvait attendre, le gouvernement a confirmé que le Web devait bel et bien répondre aux mêmes règles que la presse écrite traditionnelle. La loi 62, votée en mars 2001, introduisait donc le concept de "stampa clandestina" pour la toile.

Cette législation est totalement inapplicable, hormis via l’interdiction pure et simple de la publication en ligne. Les réactions furent vives, mais inefficaces. L’État maîtrise les médias, commentait-on de l’autre côté des Alpes, et il souhaite conserver cette mainmise sur Internet. Un des farouches partisans de cette loi a été Giuseppe Giulietti. À l’époque, il écartait la critique en assurant que "la loi sur la presse n’a jamais eu comme objectif de s’étendre à Internet". Promis, juré, blogué !

La quasi-totalité de l’Internet italien considérée comme illégale

Mais visiblement, l’homme a changé. Dans le courant du mois de septembre, il écrivait au ministre de la justice, l’avertissant que «la logique actuelle aboutit à ce que la quasi-totalité de l’Internet italien, de par sa nature, peut être considérée comme illégale en tant que "stampa clandestina", ce qui constitue une violation des règles démocratiques». Cadenasser les blogs ne suffit plus, il faut interdire Internet, tout simplement…

La sanction pour ce délit est une amende de 250 euros et/ou d’une peine de prison allant jusqu’à deux ans. Carlo Ruta a été condamné à une simple amende. Mais il a maintenant un casier judiciaire et son site d’origine a disparu, même s’il en a créé un nouveau dans le but de dénoncer cette attaque contre les «principes qui ont fait l’histoire de la pensée démocratique». Un autre cas. Antonino Monteleone, journaliste de Calabre et blogueur à ses moments perdus, a également été sanctionné.

 www.leinchieste.com   www.giornalismi.info

15 gennaio 2009

Gaza: dopo Hamas c’è solo Al-Qaeda o l’Iran. Le ragioni di Khaled Meshaal

Non sono buone le notizia da Damasco. Khaled Meshaal, leader dell’Ufficio Politico di Hamas, da anni rifugiato nella capitale siriana, dopo giorni di colloqui non ufficiali con i negoziatori europei e arabi ha deciso che non ci sono sufficienti garanzie per la sopravvivenza politica del movimento islamico e quindi nemmeno per accettare una tregua come quella proposta dall’Egitto.

Il gran capo politico di Hamas ha fatto muovere i suoi uomini migliori per cercare una soluzione negoziale che non assomigli ad una disfatta politica del movimento islamico dato che quella militare era prevedibile. Al Cairo ci sono infatti Imad al Alami e Muhammad Nasser, non due nomi qualsiasi. Oltretutto il segnale politico che questi due personaggi avrebbero dovuto dare è molto forte ma non sembra essere stato recepito dalla controparte israeliana ne dai negoziatori del Cairo. I due infatti fanno parte di quell’ala moderata di Hamas disposta anche a riconoscere Israele in cambio del riconoscimento politico del movimento islamico, una delegazione quella inviata da Meshaal in chiara contrapposizione con l’altra delegazione di Hamas presente al Cairo e che proviene da dentro Gaza, composta da Jemal Abu Hashem, Salah Bardaweel e da Ta’a Heiman, non certo campioni di moderazione.

Eppure le distanze non sono abissali tra la proposta egiziana e le richieste di Hamas che chiede l’immediato ritiro delle truppe di occupazione con il contestuale dispiegamento di truppe di pace lungo i confini con l’Egitto le quali controllino che non entrino armi nella Striscia di Gaza ma che però consentano l’ingresso di beni di prima necessità e di aiuti umanitari. Il rifiuto israeliano di questa condizione di fatto rende impossibile da parte di Hamas l’accettazione della tregua. Non è stata dimenticata la richiesta israeliana dell’immediata interruzione del lancio di missili da Gaza verso Israele, condizione che verrebbe accettata nell’esatto momento in cui l’esercito israeliano uscisse dalla Striscia.

Il ragionamento di Khaled Meshaal è tutto politico e non ha niente di militare. Un fallimento delle trattative indirette tra Hamas e Israele comporterebbe il definitivo annientamento dell’ala politica del movimento a favore dell’ala estremista, la quale non si arrenderà mai e farà di tutto per continuare la guerra con Israele, persino allearsi con Al-Qaeda o con l’Iran.

Meshaal ricorda che quando Hamas vinse democraticamente le elezione del 2006 (il voto democratico è stato riconosciuto all’unanimità da tutti gli osservatori internazionali), lo fece basandosi su un programma politico che conteneva punti programmatici tipici delle democrazie occidentali tra cui la difesa dei diritti delle donne e delle minoranze (soprattutto quella cristiana) l’istituzione del difensore civico, la separazione tra i poteri legislativo esecutivo giudiziario, la riforma della magistratura e del CSM palestinese comprensiva del divieto di politicizzazione della Procura Generale, la difesa della coesione della famiglia con apposite leggi, la lotta contro le droghe, la riforma delle pensioni e la sicurezza dell’impiego.

Quello che avvenne all’indomani delle elezioni non consentì ad Hamas di mettere in pratica quanto contenuto nel programma elettorale. Il boicottaggio da parte dell’occidente, il completo blocco dell’afflusso di denaro per i progetti di sviluppo imposto da Abu Mazen, hanno sprofondato la Palestina e la Striscia di Gaza in particolare nella povertà più assoluta. E mentre la gente moriva di fame i notabili di Al Fatah vivevano nel lusso più sfrenato. E’ stato questo insieme di cose che ha consegnato la Striscia di Gaza agli estremisti e che ha portato alla guerra civile e alla conseguente separazione tra Gaza e la Cisgiordania. Non c’è nessun altro motivo e le responsabilità di questo non vanno ricercate all’interno di Hamas ma nell’atteggiamento israeliano e dell’occidente.

Fondamentalmente ora si stanno facendo gli stessi errori di allora isolando l’ala politica e moderata di Hamas a favore di chi invece soffia sul fuoco della jihad. L’alternativa alla morte politica diventa quindi la lotta armata. Ed è questo che Khaled Meshaal fa intendere quando ordina ai suoi di non arrendersi. Ma il proseguo della lotta armata vuol dire anche allearsi con coloro che possono alimentarla e che hanno tutto l’interesse di farlo: Al-Qaeda oppure l’Iran. E’ veramente questo che vuole Israele? E’ veramente questo che vogliono i Paesi occidentali?

 

Scritto da Franco Londei   www.secondoprotocollo.org

14 gennaio 2009

Il fallimento atteso: la Social Card di Tremonti

"La social card, o carta sociale, rappresenta un bonus che il Governo Italiano concede alle famiglie meno abbienti e, in particolare, agli anziani che rappresentano la maggiore fascia debole in termini di condizione economica. La carta elettronica sarà anonima e spendibile in qualsiasi esercizio commerciale" questo si legge sul sito on line dedicato alla card introdotta dal governo Berlusconi, che dal 1° dicembre scorso è stata distribuita negli uffici postali.
Dall’aspetto di un bancomat, azzurra, non nominativa (quindi conforme alle regole sulla privacy), ha un valore di 40 euro mensili erogati direttamente allo Stato (80 euro ogni due mesi)ed è destinata a tutti i cittadini residenti con oltre 65 anni di età e reddito inferiore a 6 mila euro e alle famiglie, con lo stesso reddito, in cui è presente un bambino di età inferiore ai tre anni.

La card dovrebbe essere utilizzabile per pagare le bollette di luce e gas e per avere degli sconti nei supermercati convenzionati, essendo il fine della carta sociale quello di fornire una risorsa economica aggiuntiva alle famiglie meno abbienti, provando, tramite modello Isee, le proprie condizioni reddituali. Nel dettaglio, bisogna  essere proprietari di una sola casa e di una sola automobile, avere intestata una sola utenza di elettricità e gas, non avere a proprio nome oltre il 25% di un secondo immobile e avere un patrimonio mobiliare non superiore ai 15 mila euro.

I requisiti necessari all’attribuzione della card sono quindi restrittivi: basti pensare al tetto reddituale dei 6 mila euro per le famiglie. Inoltre non tutti coloro che hanno ricevuto la lettera dal ministero ne hanno potuto beneficiare. Molti pensionati si sono recati all’ufficio postale a richiedere il modulo, ma in moltissimi casi, dopo lunghe file di attesa, hanno scoperto di non poter accedere al servizio anche se hanno un reddito da fame. Infatti basta avere  una casa di proprietà e un garage oppure,  pur essendo over 65 anni di età e con un reddito inferiore ai 6000 euro, aver cambiato l’ auto e aver regalato quella vecchia al proprio figlio, tenendola intestata  per evitare di dover pagare i 700 euro di voltura, per essere esclusi perché possessore di due vetture.

Oltre al problema legato ai criteri davvero molto restrittivi, ce n’è un altro legato a un questione di dignità. Per molti è  difficile andare alla posta e chiedere il modulo manifestando la propria condizione di difficoltà, è come dire ‘io sono un povero’ , e dover andare al caf a farsi compilare al richiesta e poi tornare in posta risulta davvero discriminante. Caricare il credito direttamente sul conto delle persone avrebbe di certo facilitato il meccanismo.

Inoltre, una volta ottenuta la tessera, visto che l’INPS deve verificare che sia tutto in regola, nessuno  può avere certezza che la card sia già stata caricata, con la scomoda conseguenza  che, per saperlo, dopo aver superato la difficoltà di trovare un negozio che accetti la card (solo il 5% e comunque solo nei negozi con circuito mastercard ) risulti necessario andare dal commerciante, fare la spesa e tentare la sorte, con il rischio, il più delle volte, di trovarla vuota. E’ chiaro che la gente preferisce evitare questo tipo di umiliazioni. Condizioni ostative, un utilizzo ritenuto offensivo, e anche, per gli anziani, complicato, sembrano aver creato le basi di un vero insuccesso.

di Valeria Falcioni per www.locchio.com/

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