Archive for gennaio, 2011

28 gennaio 2011

Il dovere di schierarsi

Non sono mai stato un moderato, anche se il termine in sé non è brutto. Non ho la tensione o propensione al compromesso, pur riconoscendone le virtù politiche. Penso che, soprattutto in talune circostanze, non si possa stare nel mezzo, ci si debba schierare. Durante la stagione delle bombe in Sicilia, nel 1992, i siciliani onesti si schierarono, con paura e coraggio allo stesso tempo, fecero capire dove andava il loro cuore e dov’era la loro volontà di riscatto. Tra il 1992 e il 1994 gli italiani dalle mani pulite si fecero sentire, si schierarono, certo poi sono stati traditi da Berlusconi, per chi era caduto nel trappolone dell’antipolitica del Vanna Marchi di Arcore, e da quella sinistra incapace di consolidare un progetto di alternativa, non solo politica, ma anche sociale, economica e culturale.   Ora, in pieno tracollo morale e con l’etica pubblica al collasso, bisogna schierarsi, altrimenti aumenta la confusione e gli onesti si deprimono, si scoraggiano. Chi non elabora idee e concetti limpidi e chiari diviene complice, connivente, in alcuni casi addirittura correo. Quando mi fermarono da magistrato e mi buttarono fuori da Catanzaro con i guanti vellutati del potere, non mi inorridirono quelli che sapevo essere manifestamente collusi, ma quelli che apparivano, falsamente, quali depositari dell’etica e del rispetto della legalità, ma che invece rappresentano le peggiori stampelle del regime immorale che ci sta opprimendo. In un momento in cui la magistratura è sotto assedio sarebbe utile al Paese che la stessa abbia non solo la forza di contrastare gli attacchi eversivi alla sua intoccabile indipendenza, ma anche di affrontare la questione morale al suo interno che comincia a essere preoccupante, non invece eludere o addirittura   nascondere le opacità, far finta di niente solo perché c’è Berlusconi che tuona. Un alibi, rischia di divenire una condanna. Far parte di cricche et similia non può essere una stelletta per far carriera. Segnali preoccupanti,   non per la magistratura in primis, ma per i cittadini che hanno necessità vitale di magistrati autonomi e indipendenti. Le gerarchie vaticane, non certo i tanti sacerdoti che seminano amore e testimoniano la bellezza della vita, invece di esprimere parole nette e univoche, di fronte alla mignottocrazia berlusconiana, si cimentano in equilibrismi dialettici e linguaggi in politichese puro. Un colpo al cerchio e uno alla botte, la zona grigia, quella del potere, quella usata da chi ha   avuto, conta di avere e non vuol mettersi contro solo per valori e ideali. Così come parte dell’opposizione politica critica ferocemente Berlusconi ma in realtà si è berlusconizzata. Propone l’abbattimento politico del sultano, ma non la distruzione del sistema che lo mantiene, attraverso   la necessaria costruzione di una vera alternativa. L’Italia ha bisogno di nettezza e chiarezza. Ecco perché è bello – in questa spazzatura morale – osservare un fresco profumo di libertà che avanza, che vuole rompere e costruire allo stesso tempo. Operai, studenti, operatori sociali, impiegati, precari, disoccupati. Lavoratori dei 1.000 euro al mese e donne che non sono in vendita per potere e per la lussuria dei poteri. Dobbiamo entrare nelle stanze del potere e aprirle,   c’è troppa puzza di compromesso morale, c’è troppo moralismo di convenienza e da strapazzo, c’è assenza di etica pubblica, c’è troppa legalità sospetta, illegittima, ad personas, da disubbidienza civile, morale e culturale.

di Luigi De Magistris – IFQ

28 gennaio 2011

Accusa a Scajola: Per la Procura di Imperia sarebbe al vertice di un’associazione per delinquere

Claudio Scajola accusato di essere il capo di un’associazione a delinquere che ruotava intorno al porto di Imperia. Mentre l’Antimafia di Torino perquisisce gli uffici del porto. Impensabile un anno fa. Ma oggi nel regno di u ministru si respira aria di fine impero. In piazza Dante la gente commenta: una settimana fa sono stati perquisiti gli uffici del sindaco, Paolo Strescino, fedelissimo di Scajola, indagato per violenza privata. Intanto il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, interrogava il suo collega Gianfranco Bocca-latte, capo della Procura di Imperia indagato per corruzione. E mercoledì scorso ecco l’Antimafia che perquisisce il porto, per il quale Scajola è indagato (ma in un’altra inchiesta). Va avanti da mesi: prima la richiesta di scioglimento del comune di Bordighera (centrodestra) per infiltrazioni mafiose. Poi la scoperta che la ‘ndrangheta voleva uccidere un carabiniere.

DIFFICILE stare dietro agli eventi. Dipanare il groviglio di interessi del potere nel Ponente ligure cui non è estraneo il centrodestra, ma nemmeno il centrosinistra che per anni ha sponsorizzato cemento e affari. Nessun politico è accusato di legami con la criminalità organizzata, ma il sistema di potere, forse inconsapevolmente, ha accolto personaggi legati alla ‘ndrangheta. C’è, però, chi dice di no. Pierre Marie Lunghi è il funzionario del Comune di Imperia che si occupa di porti: giorni fa ha revocato la concessione a Francesco Bellavista Caltagirone. Un “anonimo” funzionario che osa opporsi a un gigante del mattone. Bellavista Caltagirone ha partecipato alla cordata Alitalia benedetta dal Cavaliere. Ha progetti in tutta Italia e società cui partecipano   amici di Berlusconi. A Pavia c’è il giornalista Carlo Rossella (presidente di Medusa Film e testimone a difesa del premier per le notti del Bunga Bunga). Ma soprattutto Bellavista Caltagirone è amico di Scajola. E, infatti, il sindaco di Imperia ha immediatamente sconfessato il suo funzionario, è arrivato ad annunciare che gli chiederà i danni. Il punto di partenza potrebbero essere i moli. E il cemento. Lo aveva detto il pm Antimafia Anna Canepa: le colate apriranno le porte alla criminalità organizzata. Non le dettero retta. Nel silenzio si è insinuata la ‘ndrangheta. Nessuno, va detto, finora ha dimostrato che ci siano legami tra clan e gli imprenditori dei porti. Una cosa, però, è certa: le ruspe di famiglie calabresi indagate si sono occupate del movimento terra dei porti di Imperia e di Ventimiglia (realizzato da Beatrice Cozzi Parodi e dal suo compagno Bellavista Caltagirone, accusato di associazione a delinquere con Scajola). Secondo gli investigatori, le società della famiglia Pellegrino avrebbero rimosso milioni di tonnellate di terra. Ora pare difficile bloccare il fenomeno perché, ricorda un inquirente, “a Ventimiglia ci sono intere strade dove si parla soltanto calabrese e la caserma dei carabinieri è sotto assedio”. Poi, però, sono arrivati pm come Roberto Cavallone, procuratore di Sanremo, e Alessandro Bogliolo (Imperia) e sono   partite inchieste a raffica. Prima di tutto quella sul Comune di Bordighera.

IL RAPPORTO dei carabinieri ritrae una cittadina dove la criminalità organizzata si presenta a viso aperto. Assessori dichiarano di essere minacciati e girano con la pistola. E poi botte e minacce a poliziotti. Al centro dell’inchiesta due night e l’apertura di una sala giochi. L’assessore al Turismo, Marco Sferrazza, ha raccontato che due indagati delle famiglie Pellegrino e Barilaro gli avrebbero detto   : “Quando avete avuto bisogno di voti noi vi abbiamo aiutato”.

E SFERRAZZA negli atti aggiunge: “Il sindaco (che al cronista ha smentito, ndr) era favorevole all’apertura della sala giochi perché aveva favori da rendere”. Stiamo parlando delle famiglie che, ricordano ambienti investigativi, “hanno ottenuto praticamente tutti gli appalti per il movimento terra del Comune di Bordighera”. Da altre indagini sui clan emerge poi il piano per uccidere un carabiniere: “Bisogna dare una lezione ai carabinieri, si stanno allargando troppo. Bisogna trasformarli in cadaveri”. Troppo, anche per il Ponente ligure dove ci si sta abituando agli incendi di locali. Dove un commando ha crivellato con la lupara l’auto di Pier Giorgio Parodi. L’imprenditore del mattone (padre di Beatrice, regina dei porticcioli) non ha sporto denuncia, anzi, ha giustificato gli attentatori: “Pensavano di fare uno scherzo”. Intanto i contatti tra ambienti politici ed esponenti della   criminalità organizzata sono cronaca quotidiana: dagli incontri tra Eugenio Minasso, vice-coordinatore del Pdl in Liguria, e la famiglia Pellegrino alle foto di Cinzia Damonte (candidata Idv) con un pregiudicato calabrese. Già, il centrosinistra non può fare la voce grossa. “In tanti ricordano – sottolinea Christian Abbondanza della Casa della Legalità – che una società oggetto di una misura di prevenzione antimafia del Prefetto (una misura atipica, la meno pesante) e di indagini della Procura di Genova ha ricevuto decine di appalti per la bonifica del suolo da amministrazioni di centrosinistra.

ALL’INAUGURAZIONE delle ruspe della società – sponsor in passato di associazioni politiche dei leader del Pd locale – c’era mezzo centrosinistra ligure”. No, il terremoto del Ponente non basta. Gli uomini fedeli a questo sistema di potere sono ovunque: giornali, fondazioni, società. I Pierre Marie Lunghi sono ancora pochi.

di Ferruccio Sansa – IFQ

Claudio Scajola, ex ministro dello Sviluppo economico (FOTO ANSA)

28 gennaio 2011

Il Giornale, disperato, tira fuori le effusioni pubbliche con un suo fidanzato del 1982, “giornalista di sinistra”

Alessandro Sallusti all’attacco di “Ilda la rossa” con la baionetta fra i denti. Ovvero: la saga del giornalismo vendicativo 6.0, l’ennesimo capitolo del “trattamento Boffo” (Stracquadanio dixit) che il direttore più fedele al Cavaliere ama riservare ai suoi nemici. “Amori privati della Boccassini”, strillava Il Giornale ieri in prima, come se avesse sorpreso la pm della Procura di Milano in qualche lupanaio, o in una macchina oscurata dai fogli di giornale. Peccato che solo passando a pagina due e tre, si scopra di quale enorme e ridicola bolla di sapone si tratti, e si può intuire con quale imbarazzo due importanti firme del quotidiano di via Negri si siano ritrovati a rimestare bufale di terza mano. Già, perché il crimine denunciato dal giornale è questo. “Nel 1982 la Boccassini venne sorpresa in atteggiamenti amorosi con un giornalista   di Lotta continua. Davanti al Csm si difese come un paladina della privacy”. Bisogna invece addentrarsi nella giungla di piombo delle due lenzuolate dedicate al caso per scoprire la prima verità che i titolisti si sono sforzati di occultare. Ovvero: la Boccassini a Palazzo de’ Marescialli venne assolta. E subito dopo, che la motivazione della sentenza non lasciava adito a dubbi: la prima sessione   del Csm ritiene che il comportamento della dottoressa Boccassini non abbia determinato alcuna “eco negativa” né all’interno, né all’esterno degli uffici giudiziari, come provano le attestazioni dei colleghi della procura. La terza verità, tanto per non lasciare margini all’ambiguità   , la possiamo raccontare noi. L’altro protagonista delle “effusioni amorose” non era un animatore di serate Bunga Bunga, ma il ragazzo con cui all’epoca la giovane magistrata (oggi ha 62 anni) era ufficialmente fidanzata. E quel giornalista ora lavora al Sole 24 Ore. E basta leggere le stesse carte presentate come prove del misfatto da Gian Marco Chiocci per rendersi conto che tutta l’accusa sembra tratta da qualche commedia di costume della commedia all’italiana: rapporti di marescialli, maldicenze, un pezzo di bacchettonismo del paese bigotto che negli anni Settanta era ancora presente nella Pubblica amministrazione.   Ma allora perché un boomerang di queste proporzioni? Non certo per una mossa sprovveduta, ma piuttosto per un calcolo scaltro, che prescinde anche dall’ondata di solidarietà corale che si è sollevata in difesa della magistrata. In difesa della Boccassini, infatti, ieri c’è stata una difesa fortissima. Luca Palamara ha commentato: ”Il metodo ‘Mesiano’ non ci intimidisce e non ci intimidirà: come Anm esprimiamo solidarietà ai colleghi di Milano e alla Boccassini che ha ricevuto un attacco di inaudita gravità da Il Giornale per la sola ‘colpa di applicare la legge come prevede la Costituzione”. E il Procuratore capo di   Milano, Edmondo Bruti Liberati – il procuratore della Repubblica di Milano ha espresso “pieno sostegno e apprezzamento nei confronti dei colleghi coassegnatari del procedimento”. E ha fatto sapere di aver assunto la “piena responsabilità dell’inchiesta”, denunciando “le campagne di denigrazione e l’attacco personale si qualificano da soli”.

MA IL PRIMO postulato del giornalismo vendicativo è: masciariate, mascariate, qualcosa resterà. Bisogna prima di tutto colpire, e spiegare agli avversari del premier che nulla verrà loro risparmiato. E poi bisogna sollevare una nuvola di polvere grande, perché comunque può confondere le acque. E così dopo le bastonate al direttore di Avvenire Boffo, dopo le bastonate a Fini, dopo le riflessioni sui calzini del giudice Mesiano, dopo quelle a Italo Bocchino e alla sua compagna Gabriella   Buontempo, dopo le stilettate a Di Pietro (per una vicenda poi archiviata), a Veronica Lario (la famosa prima pagina “Velina ingrata” e lo “scoop” del bodyguard), dopo la foto di due soli giorni fa per sputtanare Nichi Vendola (nientemeno che la foto – udite udite! – un bacio sulla guancia ricevuto da un gay con la barbetta al gay pride!) è arrivata l’ultima stoccata. Notizie spesso dopate, o vecchie, o   addirittura non notizie. Ma che tutte insieme puntano a costituire una cornice, un clima, un ammonimento, un rumore di fondo: “Sono tutti   uguali e pretendono di fare la morale a Berlusconi”.    Ebbene, per sfortuna di Sallusti, sarà difficile trovare fra gli avversari di Berlusconi, qualcuno che sia sfortunato quanto lui, circondato di mantenute e di finti-amici parassiti come lui.    E per sfortuna del Giornale, anche la carriera della Boccassini male si presta a mascariazioni, ingiurie e quadri a tinte fosche. Se non altro perché i   giornalisti del quotidiano di via Negri in questo caso sono sfortunati. Solo quattro anni fa, infatti, nel febbraio del 2007, proprio la stessa Pm, oggi accusata di faziosità o di immoralità, fece arrestare (insieme a uno dei migliori giudici italiani, Guido Salvini) un commando di quindici brigatisti che stava organizzando attentati. Contro chi? Contro la sede di Libero, giornale all’epoca diretto da Sallusti e da Vittorio Feltri. E quale era l’altro obiettivo nel mirino? Botteghe Oscure? Macché, la sede di Mediaset. Feltri, che aveva vergato pagine e pagine per dire che “Con la Boccassini non salirei nemmeno in ascensore!”, fu costretto a un repentino voltafaccia: “Il merito della magistratura italiana, nelle persone della Boccassini e Salvini, permette un brindisi al posto di qualche funerale”. Questo non impedì ai quotidiani di centrodestra di archiviare rapidamente   tanta commossa riconoscenza: “È come la Fiom”, “È una ammazza-sentenze”, “Conduce abusivamente l’inchiesta”.    Ha commentato Marco Travaglio su L’espresso: “Ma non era bravissima? Appunto. Ha messo d’accordo le Brigate rosse e quelle azzurre”.

di Luca Telese – IFQ

28 gennaio 2011

Qui finisce l’avventura del capufficio bauscia

Ora la bolla esplode, l’avventura sta per finire. Si può quindi tentare un bilancio. La parola chiave per capire il quasi ventennio berlusconiano è nostalgia. Il contrario della sbandierata modernità. Era ed è una vecchia Italia quella che si è nascosta per diciassette anni dietro la maschera e la bandiera di Berlusconi.

Vecchio, a sua volta, finda dalla prima apparizione. IL messaggio della discesa in campo, lui col doppiopetto e gli slogan  degli anni Cinquanta, l’anticomunismo, il “ghe pensi mi”, “mi son fatto da solo”, “la trincea del lavoro”, il boom economico. Vecchio nel modo di parlare, di essere, di vestire, di vivere e divertirsi, di fare televisione. Con tutti i vizi di una generazione cresciuta negli anni Cinquanta, la misoginia camuffata da dongiovannismo, il chiagni e fotti, il fiero disprezzo per la cultura, l’assenza di un autentico umorismo dei barzellettieri, un’autoindulgenza spinta fino ai deliri del narcisismo assoluto. Anche i pregi, certo: la tenacia, l’incredibile capacità di lavoro, la combattività , il vitalismo.

Un albertosordi della Brianza, assai poco innovativo come imprenditore, rispetto a tanti colleghi del Nord. Ma tanto più sveglio nel profittare, come avrebbe detto Gadda, del corto circuito politico-professionale. Naturalmente, con la retorica qualunquista dell’antipotere, di quello fuori dai giri. Nel privato, un ometto ricchissimo, con la villona alle spalle e la moglie bella, le battute da capufficio bauscia, il rimpianto per dei bordelli d’una volta, il gusto per la finta canzone napoletana e la greve imitazione degli chansonnier francesi. Letture zero, libri intonsi da arredamento. In breve, l’incarnazione del sogno di molti connazionali.

Fondò il “moderno” impero televisivo portando a Canale 5 Mike Buongiorno, pensionato Rai, sdoganando le maggiorate, serie di telefilm dimesse dagli americani, un catafalco dei mezzibusti come Emilio Fede. Nel momento più critico di Tangentopoli, alla vigilia di una svolta possibile nel Paese e inevitabile nel resto del mondo dopo la caduta del Muro, Berlusconi ha intercettato la nostalgia della maggioranza. Nostalgia di tutto, degli anni Ottanta appena finiti, del boom economico, del comunismo e dell’anticomunismo e sempre del fascismo, di un’Italia da 1948, di un’America e di mondo che non sarebbero mai più stati come una volta. Nella ferma determinazione a ignorare i temi veri della modernità, le nuove competizioni, l’immigrazione di massa, le rivoluzioni tecnologiche, i mutamenti sociali. Per sua fortuna, i capi avversari erano un gruppo di bolsi ex dirigenti  del Pci. Ha foderato questa nostalgia con una modernità di facciata e gli hanno perdonato tutto. La bolla di sapone che ora esplode, rivelando il vuoto.

di Curzio Maltese – Contromano

28 gennaio 2011

Il turpe spettacolo che dà il sultano sul viale del tramonto

Nei giorni del suo tramonto, il Cavaliere continua a dispensarci i suoi detti e motti di vanità e di stoltezza. In un suo messaggio alla nazione ha detto: “Fra le quattro mura di casa, nel suo privato, ciascuno può dire e fare quello che vuole”. L’esatto contrario della morale kantiana dell’uomo solo di fronte agli imperativi della sua coscienza. Ecco la morale degli uomini che fanno e non pensano: occhio non vede cuore non duole.

Nei giorni del suo tramonto il sultano dà il peggio di sé. “Mi diverto un mondo” ha detto, “non me ne vado”.

E, per rammentare ai suoi accusatori la sua umana generosità, ha ricordato di aver aiutato il gran ruffiano di corte che gli forniva le donne da conio. Se c’è un peccatore di cui i moralisti dovrebbero ricordarsi per la tristezza della lussuria è proprio lui. Si sa che le orge sono le manifestazioni più vergognose dell’umanità, quelle in cui si perde ogni rispetto di sé e degli altri, in cui ci si abbandona al turpe e al ridicolo. L’idea che erano il solo modo di svagarsi che il nostro avesse dopo una giornata di duro governo è deprimente. Al sultano in disgrazia i nemici, ma anche gli amici, consigliano “un passo indietro”, che nel linguaggio della politica significa scappa, ritirati se vuoi evitare il peggio. Ma lui digrigna i denti, dice che non mollerà mai il potere, promette danni e lutti e sale al Quirinale, dice al capo dello Stato di essere ingiustamente calunniato, accusa l’intera magistratura di complotto ai suoi danni, Prima di lui Tiberio aveva avuto l’accortezza di far sparire i testimoni dalle rupi di Capri. Ma lui è buono, se li è tenuti tutti attorno e ora racconta per filo e per segno ai sudditi sbalorditi di quali vergogne fosse al centro. La stampa al suo servizio continua a difenderlo con l’unico risultato che vengono fuori le debolezze e i vizi pubblici, la generale aquiescenza al potere, la viltà di fronte alle sue minacce.

Se si pensa al regime fascista, alla dittatura mussoliniana si fa un confronto umiliante per il presente: il dittatore fascista era attento alla sua immagine di amico del popolo, era di vita privata modesta, di peccati nascosti. Si dirà che nel regime fascista si rubava poco perché c’era poco da rubare e che l’attuale abbondanza è una delle ragioni della corruzione generale, ma anche nella dittatura alcuni ritegni, alcune vergogne, alcuni timori di una punizione restavano. Con il Cavaliere siamo scesi al fondo e ci vorranno anni, decenni per risalirne.

di Giorgio Bocca – Il Venerdì

 

28 gennaio 2011

Clouseau alla Farnesina

Grande giornata, ieri, per l’informazione senza se e senza ma. In un memorabile duetto col senatore Compagna, ansioso di “dare un contributo al giornalismo investigativo”, Frattini Dry ha finalmente dimostrato la propria utilità sociale, di cui fino all’altroieri non pochi dubitavano, ritenendolo il pelo superfluo del governo: il ministro degli Esteri non serve a migliorare l’immagine e il peso dell’Italia nel mondo, dove contiamo meno dello Zambia, ma a investigare sul celebre appartamento occupato da Giancarlo Tulliani a Montecarlo. Il Clouseau della Farnesina, dopo mesi di indagini e appostamenti, è giunto finalmente alla conclusione che l’alloggio è di Tulliani, citando le carte che l’autorevole governo di Saint Lucia gli ha inviato il 10 dicembre e lui ha tenuto nel cassetto per un mese e mezzo, per estrarle dalla feluca in pieno scandalo Berlusruby. Ma senza mostrarle. Il perché lo svela il nostro sito web: le “nuove” carte sono quelle vecchie, già uscite sul Giornale. Di nuovo c’è solo la lettera di accompagnamento del premier del paradiso caraibico, in cui si definisce autentica la missiva del ministro Francis che collega Tulliani alle società acquirenti: ma “autentica” vuol dire soltanto che la missiva è di Francis, non che il contenuto è vero. E ora chi lo dice a Minzolingua, che l’altra sera ha dedicato all’affaire monegasco e al delitto Cesaroni l’apertura del Tg1, con tanto di intervista al vicino di casa di Tulliani? A proposito di vicini di casa: Libero e Il Giornale hanno un filo diretto con quelli di Fini. Così i loro   segugi, in ossequio alla legge sulla privacy, ci informano minuto per minuto su quel che accade nell’appartamento romano del presidente della Camera. Libero titola a tutta prima pagina: “Lite in casa Fini. Le nuove carte sulla proprietà del pied-à-terre scatenano una discussione in famiglia”. Alla fine, udite udite, “il cognato sbatte la porta e se ne va di casa”. Il Giornale in stereofonia: “La casa di Montecarlo sfascia casa Fini. Scontro col cognato. I vicini raccontano di aver sentito urla e strepiti per 20 minuti”. Già ci pare di vederli, segugi e vicini, appostati giorno e notte nella tromba delle scale di casa Fini o appesi nel vano ascensore, armati di bicchiere e stetoscopio da muro per captare parole, urli, sospiri, rumori ed eventuali puzze sospette. Una vita d’inferno. Il Giornale però relega la notiziona a pagina 8. Anche perché in apertura sfodera uno scoop ancor più appetitoso: “Verità nascoste. Gli amori privati della Boccassini”. Sommario: “La pm finì sotto processo al Csm perché sorpresa in atteggiamenti sconvenienti con un giornalista di sinistra. Si difese invocando la privacy”.   Uno scandalo mondiale: la pm che indaga il premier per concussione e prostituzione minorile si rivela come o peggio di lui. Seguono due-pagine-due di rivelazioni sconvolgenti: nel 1980 un “addetto alle pulizie” della Procura di Milano, che i segugi di Sallusti definiscono “il superteste”, scopre che la Ilda è fidanzata con un giornalista di Lotta continua e giura di averla vista seduta sulle sue ginocchia. A riprova della recidiva, un poliziotto segnala un altro “fattaccio”: “Il giorno 15.10.1981 alle ore 18.30, lungo via Battisti angolo corso di Porta Vittoria, veniva attirata la mia attenzione da una coppia di giovani che, abbracciati in atteggiamento amoroso, si baciavano mentre camminavano. Mi colpiva in modo particolare lo sguardo cattivo che mi veniva lanciato dalla dottoressa…”. Un Pg bacchettone mandò il tutto al Csm, che naturalmente assolse la Boccassini, non essendo illecito disciplinare fidanzarsi con un ragazzo di sinistra e, di tanto in tanto, baciarlo. Ma lo scoop ci sta tutto. Anziché fare il bunga-bunga, ingaggiare gigolò minorenni a pagamento e telefonare in questura per farli rilasciare quando venivano arrestati per furto, che faceva la sporcacciona? Baciava mentre camminava. E, se incontrava un guardone, gli lanciava uno “sguardo cattivo”. Ce n’è abbastanza per una nuova indagine dell’ispettore Frattini.

di Marco Travaglio – IFQ

28 gennaio 2011

Quel fango su tutti noi

PER VEDERE quello che abbiamo davanti al naso  –  scriveva George Orwell  –  serve uno sforzo costante. Capire cosa sta avvenendo in Italia sembra cosa semplice ed è invece cosa assai complessa. Bisogna fare uno sforzo che coincide con l’ultima possibilità di non subire la barbarie. Perché, come sempre accade, il fango arriva. La macchina del fango sputa contro chiunque il governo consideri un nemico. Ieri è toccato al pm di Milano Ilda Boccassini.

L’obiettivo è un messaggio semplice: siete tutti uguali, siete tutti sporchi. Nel paese degli immondi, nessuno osi criticare, denunciare. La macchina del fango, quando ti macina nel suo ingranaggio, ti fa scendere al livello più basso. Dove, ricordiamocelo, tutti stiamo. Nessuno è per bene, tutti hanno magagne o crimini da nascondere. L’intimidazione colpisce chiunque. Basta una condizione sufficiente: criticare il governo, essere considerato un pericolo per il potere. Il fango sulla Boccassini viene pianificato, recuperando una vicenda antica e risolta che nulla ha a che vedere con il suo lavoro di magistrato. Quattro giorni fa il consigliere della Lega al Csm chiede il fascicolo sulla Boccassini. Ieri “il Giornale” organizza e squaderna il dossier. Il pm, che fa il suo mestiere di servitore dello Stato e della giustizia, viene “macchiato” solo perché sta indagando su Berlusconi. Sta indagando sul Potere.

C’è un’epigrafe sulla macchina del fango. Questa: “Qualunque notizia sul tuo privato sarà usata,

diramata, inventata, gonfiata”. E allora quando stai per criticare una malefatta, quando decidi di volerti impegnare, quando la luce su di te sta per accendersi per qualcosa di serio… beh allora ti fermi. Perché sai che contro di te la macchina del fango è pronta, che preleverà qualsiasi cosa, vecchissima o vicina, e la mostrerà in pubblico. Con l’obiettivo non di denunciare un crimine o di mostrare un errore, ma di costringerti alla difesa. Come fotografarti in bagno, mentre sei seduto sulla ceramica. Niente di male. E’ un gesto comune, ma se vieni fotografato e la tua foto viene diffusa in pubblico chiunque assocerà la tua faccia a quella situazione. Anche se non c’è nulla di male. Si chiama delegittimazione. Quello che in queste ore la “macchina” cerca di affermare è semplice. Fai l’amore? Ti daranno del perverso. Hai un’amante? Ti daranno del criminale. Ti piace fare una festa? Potranno venire a perquisirti in casa. Terrorizzare i cittadini, rovesciando loro addosso le vicende del premier come una “persecuzione” che potrebbe toccare da un momento all’altro a uno qualsiasi di loro. Eppure il paragone non è l’obiettivo della macchina del fango. Non è mettere sulla bilancia e poi vedere il peso delle scelte. Ma semplicemente serve per cercare di equiparare tutto. Non ci si difende dicendo non l’ho fatto e dimostrandolo, ma dicendo: lo facciamo tutti. Chi critica invece lo fa e non lo dice.

L’altro obiettivo della macchina del fango è intimidire. In Italia il gossip è lo strumento di controllo e intimidazione più grande che c’è. Nella declinazione cartacea e in quella virtuale. L’obiettivo è controllare la vita delle persone note a diversi livelli, in modo da poterne condizionare le dichiarazioni pubbliche. E quando serve, incassarne il silenzio. Persone che non commettono crimini affatto, ma semplicemente non vogliono che la foto banalissima con una persona non sia fatta perché poi devono giustificarla ai figli, o perché non gli va di mostrarsi in un certo atteggiamento. Nulla di grave. Nessuna di queste persone spesso ha responsabilità pubbliche, né viene colta in chissà quale situazione. Eppure arrivano a pagare alle agenzie le foto, prezzi esorbitanti per difendere spesso l’equilibrio della propria vita. Su questo meccanismo si regge il timore di fare scelte, di criticare o di mutare un investimento. Sul ricatto. Il gossip oggi è una delle varianti più redditizie e potenti del racket. Perché il Paese non si accorge di tutto questo?
Berlusconi fa dichiarazioni che in qualsiasi altro paese avrebbero portato a una crisi istituzionale, come quando disse: “Meglio guardare una bella ragazza che essere gay”. Oppure quando fece le corna durante le foto insieme ai capi di stato. Eppure in Italia queste goliardate vengono percepite come manifestazioni di sanità mentale da parte di un uomo che sa vivere. Chi queste cose non le fa, e dichiara di non approvarle, viene percepito come un impostore, uno che in realtà sogna eccome di farle, ma non ha la schiettezza e il coraggio di dirlo pubblicamente. Il Paese è profondamente spaccato su questa logica. Quel che si pensa è che in fondo Berlusconi, anche quando sbaglia, lo fa perché è un uomo, con tutte le debolezze di un uomo, perché è “come noi”, e in fondo “anche noi vorremmo essere come lui”. Gli altri, sono degli ipocriti, soprattutto quando pensano e affrontano un discorso in maniera corretta: stanno mentendo.

Bisogna essere chiari. Le vicende del premier non hanno niente di privato. Riguardano il modo con cui si seleziona la classe politica, con cui si decide come fare carriera. Riguardano come tenere sotto estorsione il governo italiano. Se questo lo si considera un affare privato ecco che chiunque racconti cosa accade è come se stesse entrando nella sfera privata. Che siano sacri i sentimenti di Berlusconi, e speriamo che si innamori ogni giorno, questo riguarda solo lui. Ma l’inchiesta di Milano riguarda altro. La macchina del fango cerca di capovolgere la realtà, la verità. Chi ha creato ricatti cerca di passare per ricattato, chi commette crimini pubblici, cerca di dichiarare che è solo una vicenda privata, chi tiene mezzo paese nella morsa del ricatto delle foto, delle informazioni, delle agenzie, del pettegolezzo, dichiara di essere spiato. L’ha fatto con Boffo, lo sta facendo con Fini, cerca di farlo con la procura di Milano. Il fango è redditizio, dimostra fedeltà al potere e quindi automatica riconoscenza. A questo si risponde dicendo che non si ha paura. Che i lettori l’hanno ormai compreso, che non avverrà il gioco semplice di parlare ad un paese incattivito che non vede l’ora di vedere alla gogna chiunque abbia luce per poter giustificare se stesso dicendosi: ecco perché non ottengo ciò che desidero, perché non sono uno sporco. Questo gioco, che impone di riuscire nelle cose solo con il compromesso, la concessione, perché così va il mondo, e perché tutti in fondo si vendono se vogliono arrivare da qualche parte, l’abbiamo compreso e ogni giorno parlandone lo rendiamo meno forte.

Ho imparato a studiare la macchina del fango dalla storia dei regimi totalitari, come facevano in Albania o in Unione Sovietica con i dissidenti. Nessuno chiamato a rispondere a processi veri, ognuno diffamato, dossierato e condannato in ogni modo per il solo raccontare la verità. Nelle democrazie il meccanismo è diverso, più complesso ed elastico. Quello che è certo è che la macchina del fango non si fermerà. A tutto questo si risponde non sentendosi migliori, ma, con tutte le nostre debolezze e i nostri errori, sentendosi diversi. Sentendoci parte dell’Italia che non ne può più di questo racket continuo sulla vita di chi viene considerato nemico del governo.

di Roberto Saviano – La Repubblica

27 gennaio 2011

27 gennaio, giornata della memoria: lo sterminio dei malati di mente e dei disabili

da “La creazione dell’uomo perfetto,
Il tentativo nazionalsocialista di sterminio “dei minorati psichici”
di Alice Ricciardi von Platen
in fogli di informazione 177, pagg. 13-18

[…] Hitler considerava l’annientamento dei malati psichici una questione personale, ciò si può dedurre dal fatto che il corrispondente “decreto” che mise in moto l’ingranaggio burocratico e tecnico fu scritto sulla carta intestata del Fuhrer – in data 01.09.1939, in realtà redatto solo nell’autunno seguente – nell’euforia della campagna militare in Polonia. Il tenore è vago, tanto che può essere interpretato in modi diversi a seconda delle necessità:

“Reichsleiter Bouhler und Dr. med. Brandt
sind unter Verantwortung beauftragt, die Befugnisse namentlich zu bestimmender Ärzte so zu erweitern, daß nach menschlichem Ermessen unheilbarKranken bei kritischster Beurteilung ihres Krankenheitszustandes der Gnadentod gewährt werden kann.”

Adolf Hitler

“Si incaricano
II Dr. Bouhler (Reichsleiter) e il Dr. Brandt
di estendere le competenze a medici di cui verranno comunicati i nominativi affinchè questi possano concedere la morte di grazia ai pazienti a loro giudizio incurabili.”

Adolf Hitler[cit.trad.]

 

La forma consentiva ogni sorta di condotta. Chi, come molti dei medici delle SS, aveva seguito i corsi di addestramento sull’igiene della razza, sapeva esattamente cosa ci si attendeva da lui e vedeva infine realizzarsi l’opportunità tanto attesa di “disintossicare” la Germania. Dalla forma emerge inoltre un altro dato di fatto: Hitler non era tanto sicuro di sé da presentare una legge. Per lo stesso motivo era necessario che la questione fosse mantenuta segreta, e i collaboratori furono obbligati a prendere parte al programma subendo serie minacce. Contemporaneamente si diffuse, soprattutto nella stampa, una nuova ondata di propaganda contro i malati psichici. Di questa campagna di propaganda fa parte anche il film “Ich klage an” [L’accusa, n.d.t.] che si rivelò un metodo efficace per influenzare l’opinione pubblica.
L’iter “burocratico” fu il seguente: 1) registrazione dei malati grazie a moduli raccolti in tutti gli ospedali psichiatrici; 2) commissioni esaminatrici che sceglievano i malati da “trasferire” (queste commissioni decidevano esaminando la “documentazione” ma non incontravano mai personalmente i malati); 3) deportazione nelle strutture di sterminio che nel frattempo erano state munite di camere a gas; conseguente omicidio di massa; 4) invio di annunci mortuari e di urne contenenti le ceneri dei malati morti, insieme a commoventi lettere di condoglianze nelle quali chi scriveva si lasciava spesso sfuggire errori che facevano sorgere non pochi sospetti ai familiari.
L’organizzazione dell’ufficio T4 (nella villa di un banchiere ebreo nella Tiergartenstrasse 4) fu affidata a Viktor Brack, responsabile superiore della “Cancelleria del Führer” (l’ufficio personale di Hitler). La stesura e la compilazione dei moduli, nonché la valutazione degli stessi e le decisioni inerenti le misure da adottare, furono affidate a medici, scelti per iloro ruolo di esperti e periti. Questi riuscivano spesso a sbrigare varie migliaia di moduli in pochi giorni. Negli ospedali di sterminio, il personale, composto da medici e infermieri, era obbligato a prestare servizio. Anche a loro era imposta ovviamente la massima segretezza; essi erano inoltre pagati molto bene ed erano esonerati dal servizio militare. È possibile che siano stati questi ulteriori incentivi a convincere definitivamente queste persone ad assumersi di buon grado l’incarico loro affidato.
Per mantenere il massimo riserbo venivano inoltre utilizzati nomi falsi per indicare i medici responsabili ma anche i servizi nei quali avvenivano le esecuzioni: “Fondazione pubblica per la cura degli ospedali”, “Comunità di lavoro per gli ospedali psichiatrici e di cura”. I trasferimenti dei malati selezionati per lo sterminio avvenivano nei famigerati autobus grigi dalle tendine perennemente tirate, e venivano eseguiti da una “società pubblica per il trasporto dei malati”, fondata appositamente.[…]

dittatori.it

 

27 gennaio 2011

27 gennaio, giornata della memoria: lo sterminio dei testimoni di Geova

È stato opportunamente detto che “non è mai troppo tardi per ricordare”, e per questo anche se oltre mezzo secolo ci separa dai fatti la vicenda dell’internamento nei campi di concentramento e di sterminio è ancora di attualità. La cosiddetta “burocrazia dello sterminio nazista” ha tentato di annullare l’esistenza di milioni di individui nei 13 anni forse più tragici della storia europea contemporanea. Nel caso di 11 milioni di persone lo ha fatto letteralmente provocandone la morte fisica. Di tutti gli internati si è tentato comunque di annullare l’individualità e la dignità. Bambini e adulti hanno sofferto pene indicibili. La burocrazia dello sterminio non aveva a che fare tanto con esseri umani, quanto con categorie. E queste nei campi si distinguevano per i triangoli e le stelle di vari colori.

Le cifre
Secondo cifre incomplete, fra il 1933 e il 1945 circa 10.000 testimoni di Geova furono vittime dirette del nazionalsocialismo. Fra le misure prese nei loro confronti ci furono la perdita del lavoro, della pensione di vecchiaia e dei benefici previdenziali, multe e internamento in prigioni, campi o riformatori. Circa 840 figli di Testimoni furono sottratti ai genitori. Circa 6.000 Testimoni (di cui più di 445 austriaci) furono rinchiusi in prigioni e campi. Complessivamente circa 2.000 di loro vi trovarono la morte, più di 250 dei quali giustiziati.

Così, com’è noto, la categoria degli ebrei aveva la stella gialla, quella dei politici un triangolo rosso (con indicazione della nazione di provenienza), i delinquenti erano contrassegnati dal triangolo verde, gli omosessuali da quello rosa, i rom e i sinti (definiti zingari) da uno marrone, e così via per un totale di 8-9 categorie, una delle quali era quella dei testimoni di Geova, riconoscibili nei campi dal triangolo viola che indossavano.

Triangolo Viola

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27 gennaio 2011

27 gennaio, giornata della memoria: lo sterminio dei Rom

Iniziamo a ricordare. Partiamo da qui, chiudiamo gli occhi per un momento, per poi riaprirli coscienti. Era l’11 settembre del 1940 e una circolare del Ministero degli Interni, indirizzata a tutte le prefetture, chiedeva l’internamento degli Rom, finalizzato all’espulsione.

Si chiama Porajmos, significa devastazione, o grande divoramento. E’ il nome dato allo sterminio di 500.000 viaggianti, rom, sinti, nomadi in Europa. Sterminio voluto dalla Germania nazista, con il supporto attivo dell’Italia dei padri ispiratori del nostro attuale governo. Oggi Forza Nuova annuncia con orgoglio di aver ispirato i provvedimenti razziali che Silvio Berlusconi – tra un boccone e un altro del pranzo con Veltroni – si appresta a firmare. Rifiuti e Rom, accostati sul piatto del prossimo consiglio del ministri. Fuoco purificatore, espulsioni, campi di detenzione, rimpatri (ma quale patria, signor presidente?).

Chi ha voluto l’ordine e la disciplina colpisce. Prepara il clima, sfonda i poveri cancelli dei campi Rom di Napoli, sputa in faccia a bambine sotto una pioggia marrone di un ponte di periferia. I suoi supporter, signor presidente, sono pronti, ora tocca a lei.

Per iniziare a ricordare vogliamo riproporre la storia del Porajmos, tratta da Wikipedia.

Il termine Porajmos o Porrajmos («devastazione», «grande divoramento»), oppure il termine Samudaripen («genocidio») indicano il tentativo del regime nazista di sterminare il popolo Rom (o zingaro) durante la Seconda guerra mondiale.

Al pari della più nota Shoah (il tentativo del regime nazista di sterminare gli ebrei), il Porrajmos fu deciso sulla base delle teorie razziste che caratterizzavano il nazismo.

Dato che le comunità nomadi dell’Europa orientale non erano organizzate come quelle ebraiche, il numero delle vittime non è esattamente definibile, ma si può approssimare tra le 400.000 e le 800.000 unità. Solo recentemente i Rom hanno iniziato a chiedere di venir ufficialmente inseriti tra le vittime del regime nazista.

Gli zingari che venivano deportati nei campi di concentramento potevano talvolta vivere in sezioni separate, e le condizioni igienico-sanitarie di queste aree erano gravissime. In altri casi il loro trattamento era invece equiparato a quello degli altri prigionieri. Gli zingari reclusi sono autori, tra l’altro, di una rivolta contro le truppe naziste. Rivolta che aveva come scopo evitare di essere portati ai forni crematori.

L’aspetto più terribile della loro detenzione consisté soprattutto negli esperimenti scientifici cui fecero da cavie, a partire dal 1943, ad Auschwitz e altri campi di concentramento. A molti di loro furono inoculati germi e virus patogeni per osservare la reazione dell’organismo di fronte alle malattie, altri vennero obbligati a ingerire acqua salata fino alla morte. Particolarmente duro fu il trattamento riservato alle donne zingare. Le più giovani venivano sottoposte a dolorose operazioni di sterilizzazione, mentre quelle mature erano utilizzate per riscaldare, nude, i corpi di coloro che erano stati soggetti agli esperimenti sul congelamento.

Sin dal primo dopoguerra si è, come detto, dedicata pochissima attenzione allo sterminio dei rom e solo negli ultimi anni sono state organizzate mostre e presentati documentari sull’argomento. La questione di un possibile risarcimento ai familiari delle vittime del regime nazista appare tuttavia ancora remota, anche per l’impossibilità, in molti casi, di ricostruire i relativi rami genealogici.

In Italia i Rom furono imprigionati nei campi di concentramento di Agnone (convento di San Berardino), Berra, Bojano (capannoni di un tabacchificio dismesso), Bolzano, Ferramonti, Tossicìa, Vinchiaturo, Perdasdefogu e nelle Tremiti. Erano Rom italiani, ma anche di altre nazionalità, in particolare un gran numero erano Rom slavi, fuggiti in Italia dalle persecuzioni in patria. Molti di loro riuscirono a fuggire e si unironi alle bande partigiane.

di Andrea Palladino – LibLab

Bibliografia

  • A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari”, Rivista A, Cofanetto composto da 2 cd rom di documntari e testimonianze, ed un libricino di 72 pagine. Reperibile in http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/aforzadiesserevento/index.htm
  • AA.VV., Alla periferia del mondo. Il popolo dei Rom e dei Sinti escluso dalla storia, Fondazione Roberto Franceschi, Milano, 2003
  • AA.VV., A Forza Di Essere Vento. Lo Sterminio Nazista Degli Zingari (2 DVD), Editrice A e Wide Records, Milano, 2006
  • Giovanna Boursier, Massimo Converso, Fabio Iacomini, Zigeuner. Lo sterminio dimenticato, Sinnos, Roma, 1996
  • Giovanna Boursier, Gli zingari nell’Italia fascista, in «Italia Romanì», n. 1, Roma, 1996
  • Giovanna Boursier, La persecuzione degli zingari nell’Italia fascista, in «Studi Storici», n. 4, Roma, 1996
  • Giovanna Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, in «Studi Storici», n. 2, Roma, 1995
  • Giovanna Boursier, Zingari internati durante il fascismo, in «Italia Romanì», n. 2, Roma, 1999
  • Luca Bravi, Altre tracce. Sul sentiero per Auschwitz, Cisu, Roma, 2002
  • Virgilia Donati, Porrajmos. La persecuzione razziale dei Rom-Sinti durante il periodo nazi-fascista, Istituto di cultura sinta, Mantova, 2003
  • Karola Fings, Herbert Heuss, Frank Sparing, Dalla ricerca razziale ai campi nazisti. Gli zingari nella Seconda guerra mondiale, Anicia, Roma, 1998
  • Isabel Fonseca, Seppellitemi in piedi, Sperling & Kupfer, Milano, 1999
  • Mirella Karpati, Zingari ieri e oggi, Centro studi zingari, Roma, 1993
  • Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, Torino, 2002
  • Annamaria Masserini, Storia dei nomadi. La persecuzione degli zingari nel XX secolo, Edizioni GB, Padova, 1990
  • Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’Olocausto, Marsilio, Venezia, 2000
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27 gennaio 2011

27 gennaio, giornata della memoria: la Fanta nazista

Nel 1940 l’imbottigliatore tedesco Max Keith si trovò ad un drammatico bivio della sua vita, non fu tanto la seconda guerra mondiale a turbarlo quando l’impossibilità da parte della Coca Cola in quanto corporazione americana di continuare a vendere la sua soda in Germania, era necessario trovare una valida alternativa per garantire alla corporazione di continuare a fare affari in Germania nonostante la guerra.

Fu così che Max Keith inventò la “Fanta, la bevanda era ottenuta da sottoprodotti (molti dicono scarti) del formaggio e della marmellata. La bevanda si chiamava “Fanta” proprio perchè derivava dalla parola tedesca “fantasie” o “Phantasie” poichè per Max Keith ci voleva immaginazione perchè il consumatore potesse trovare davvero il sapore delle arancie in quella bevanda. Nacque così la Coca Cola per nazisti, una bevanda nazionale che potesse garantire introiti alla corporazione americana e nello stesso tempo orgoglio nazionalista. La Coca Cola nel 1960 comprò il marchio e reinventò il prodotto dandogli il colore delle arancie e mettendoci il 5% di succo d’arancia concentrato, il restante 95% è acqua, zucchero e chimica (E 330, E 202, E 300, E 110)

avanzidipopolo.it

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26 gennaio 2011

Fs, il ritardo ora è denaro.

Il meccanismo di pagamento delle Regioni incentiva i treni locali a rallentare ancora.

Poveri pendolari. Non bastava la sporcizia, la mancanza di puntualità, il sovraffollamento. Ora si scopre che i treni regionali vanno sempre più piano non per colpa dei mezzi troppo vecchi, dell’inadeguatezza delle linee o del destino cinico e baro. Secondo diversi esperti, e in particolare quelli di Assoutenti, la causa è un’altra e si chiama “contratto di servizio” o, come dicono alle Ferrovie, “contratto a catalogo”. In base a questo tipo di intesa, tra i parametri usati per calcolare il prezzo che le Regioni devono corrispondere a Trenitalia (Fs) per i treni locali, il fattore tempo è diventato determinante. Più tempo ci vuole per percorrere una linea, più il prezzo sale.

SICCOME LA DURATA di un determinato percorso non è stabilita da un’autorità terza, neutrale tra Regioni e Ferrovie, ma dalle Ferrovie stesse attraverso la società Rfi (Rete ferroviaria italiana), è forte il sospetto che quest’ultima possa essere tentata di allungare i tempi così da consentire alla consorella Trenitalia di incassare più soldi. Prima non funzionava così: fino al 2009 per determinare il prezzo di ogni convoglio si faceva riferimento soprattutto alla lunghezza della tratta. Ci sono anche altri elementi che assieme al tempo concorrono a stabilire il prezzo base dei treni, dai posti a sedere al coefficiente di riempimento dei vagoni. Con un’offerta inferiore a 150 posti a treno, per esempio, il prezzo orario è di circa 518 euro l’ora e sale fino a 811 euro quando i posti disponibili sono oltre 600. Poi ci sono le maggiorazioni: più 18 per cento per i festivi (sabato compreso), i notturni (più 16 per cento), l’età dei vagoni (più 10 per cento se hanno   meno di 12 anni o se restaurati di recente), il load factor (l’indice di riempimento) che comporta una maggiorazione del 10 per cento, se i posti occupati sono meno del 20 per cento di quelli offerti.      Sarà una coincidenza, ma di fatto, da un po’ di tempo, soprattutto da quando il sistema dei contratti è cambiato, i treni regionali sono sempre più lenti. Gli esempi sono mille. Nell’estate di 16 anni fa il tempo medio ufficiale di percorrenza di un regionale tra Bolzano e Verona era di 108 minuti, nell’inverno 2010 è salito a 121 minuti (+12 per cento), tra Firenze e Roma l’incremento è stato di 37 minuti (+ 18,5 per cento), tra Roma e Ancona 22 minuti (+ 9,5 per cento), tra Roma e Sulmona 12 minuti (+7,5 per cento), tra Avezzano e Roccasecca 13 minuti (+12). L’incremento è stato repentino soprattutto negli ultimi mesi: 10 per cento medio dal 2008 al 2010 tra Roma e Firenze, 2 per cento tra Bolzano e Verona, 2,5 tra Roma e Ancona, più 5 Roma-Sulmona, più 2,5 Avezzano-Roccasecca.      In ballo ci sono tanti soldi. I tecnici hanno calcolato che su una linea dove corrono 15 coppie di treni (30 treni al giorno) con meno di 150 posti, ogni minuto di percorrenza in più comporta un aggravio di spesa per le Regioni   di circa 78 mila euro all’anno. Siccome i treni sono migliaia e i tempi di percorrenza sono aumentati su moltissime linee, è facile supporre che gli incassi di Trenitalia siano cresciuti parecchio. Quanto è impossibile dirlo con esattezza, perché Fs non intendono fornire questi dati che considerano riservati, in particolare non vogliono darli al Fatto, giudicato un “giornale non obiettivo”.

OVVIAMENTE le Ferrovie respingono con sdegno il sospetto di fare la cresta sui treni locali. Sostengono che il fattore tempo sta alla base del prezzo concordato con le Regioni perché il costo del trasporto ferroviario è determinato soprattutto dal costo del personale, i capitreno e i macchinisti. Più tempo ci vuole per collegare un posto a un altro e più lavoro è necessario ed è ovvio   che salga il prezzo del servizio. I tecnici dell’Assoutenti obiettano, però, che il costo del lavoro è il 60, al massimo il 70 per cento del totale, il resto è usura delle macchine, pulizie, ammortamenti   , energia, manutenzioni. E se è vero che il costo del lavoro aumenta in funzione del tempo, gli altri costi, invece, dovrebbero essere determinati esclusivamente dalla lunghezza delle tratte. Far crescere quindi anche questi ultimi in relazione al tempo è un’operazione che secondo questi esperti provocherebbe “un indebito beneficio” a Trenitalia. Tornando all’esempio di prima (15 coppie di treni con meno di 150 posti), ogni 78 mila euro all’anno incassati da Trenitalia per ogni minuto di percorrenza in più, 23 mila sarebbero “indebiti”.    Le Fs sostengono pure che i tempi di percorrenza spesso crescono perché le Regioni vogliono più fermate, magari per venire incontro alle richieste dei pendolari, e le fermate portano via tempo   . Anche perché proprio nel 2008 le stesse Fs hanno introdotto una nuova disciplina per le soste obbligatorie in stazione sulle linee minori, portandole da 30 secondi a un minuto tondo. Di fatto, allungando i tempi di percorrenza, le Fs ottengono anche un altro vantaggio: evitano le sanzioni per gli eventuali ritardi. Con tempi di percorrenza più lunghi, infatti, è molto più difficile che un treno accumuli ritardi ed è molto più facile schivare le multe.

DI FRONTE a queste realtà, alcune Regioni, dopo esser state indotte dal governo Berlusconi ad affidare i servizi ferroviari a Trenitalia senza gara per 6 anni rinnovabili per altri 6, cominciano a rendersi conto che non è stata affatto una buona idea e vorrebbero   fare marcia indietro. Finché lo Stato ha continuato a trasferire senza battere ciglio i finanziamenti necessari per pagare i treni, non si sono fatte troppi scrupoli, ma ora che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, con la legge di Stabilità ha tagliato i fondi impedendo che le Regioni potessero partecipare al gettito delle accise sul gasolio da autotrazione (quasi 1 miliardo e 200 milioni di euro), il quadro per loro è cambiato completamente e in peggio.    Per onorare i contratti con Trenitalia, le Regioni sono state messe di fronte a due strade assai poco gradevoli e popolari: aumentare le tariffe in media del 30 per cento rispetto al 2010 e ridurre i servizi del 15. Per questo stanno ragionando di ripensare i contratti con le Fs. La Conferenza delle Regioni, cioè l’organismo politico   che le rappresenta, lo ha già scritto chiaro e tondo in un documento: “La manovra finanziaria è una novità che determina consequenziali effetti in termini di validità ed efficacia o quanto meno di rinegoziabilità dei contratti”.

di Daniele Martini – IFQ

Viaggiatori in attesa di un treno interregionale delle Fs (FOTO ANSA) 

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26 gennaio 2011

Ricordati di me Santanchè

Riccardo Fusi

“Ricordati di me”, scrive Riccardo Fusi a Daniela Santanchè, nel 2008, mentre la sua società sta crollando per i debiti e cerca di risalire la china. Il contatto con la pasionaria del Pdl, glielo fornisce il fido Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, che già gli aveva dato abbondante accesso alla banca di famiglia, il Credito cooperativo fiorentino. Il ritratto della Santanché, emerso dagli atti dell’inchiesta sul G8, è quello di una donna potente e capace di risolvere mille problemi. Persino quello della camera d’albergo per Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, che nel 2008 rischiava lo “sfratto” dalla suite dell’Una Hotel di Milano. Santanchè alza la cornetta e chiama Fusi, proprietario della catena di alberghi, per aiutare l’amico Sallusti, che era stato invitato a fare la valigie. La Santanché che al Fatto Quotidiano specifica: “All’epoca ero una   privata cittadina, non una parlamentare”, e dice che Sallusti ha pagato il dovuto. E Sallusti conferma che ha pagato il Giornale. Nel frattempo, la pasionaria s’era già mossa per Fusi, fissando incontri con alti dirigenti di banche, sponsorizzando la vendita di ville con il magnate russo Abramovich, curando la promozione dell’imprenditore e dell’impresa su quotidiani e mensili.

LA SANTANCHÈ si sa muovere, con la sua Visibilia, agenzia di promozione pubblicitaria. Molto amica di Sallusti, socia degli Angelucci (editori di Libero e del Riformista), si vanta di poter piazzare interviste anche sul Sole 24 ore. Gli inquirenti scrivono: “Riccardo Fusi, nella   sua attività finalizzata alla ristrutturazione del debito bancario, gravante sul suo gruppo imprenditoriale, ha ottenuto nel 2009 dei contatti con alcuni qualificati dirigenti bancari, avvalendosi di un rapporto di amicizia con l’onorevole Daniela Santanchè conosciuta tramite l’onorevole Denis Verdini”. Un’attività – quella relativa alla ristrutturazione del debito bancario – sulla quali gli investigatori stanno continuando a far   luce. E una mano, Fusi, l’ha ricevuta anche dalla Santanchè, che non è indagata. Riepiloghiamo: il filone fiorentino dell’inchiesta sul G8 e le “grandi opere” è concentrato su Denis Verdini, Riccardo Fusi e sulla Btp. E soprattutto, in questi mesi, sul finanziamento da 150 milioni di euro ricevuti, nell’ottobre 2008, da ben cinque banche: 60 milioni da Mps, 50 da Unipol Banca, 20 da Cariprato e 10 dal Credito Cooperativo Fiorentino   di Verdini e dalla Banca Mb. All’epoca, il professor Andrea Pisaneschi, consigliere di Mps in quota Forza Italia, poi presidente di Antonveneta, si spende per Fusi, ma presto la Btp si mostra insolvente e chiede un’ulteriore dilazione. I dirigenti di Mps s’insospettiscono, chiedendosi che fine abbiano fatto i 150 milioni erogati, ma Pisaneschi sembra più interessato alle vicissitudini di Fusi che ai sospetti della sua banca, tanto che, proponendosi di aiutare ancora Fusi, secondo l’accusa agisce in pieno conflitto d’interesse.

LA PROCURA ipotizza che il danaro sia passato anche grazie alla copertura di consulenze false: per questo sono indagati Pisaneschi e lo stesso Verdini. Lo stesso Verdini che lo mette in contatto con la Santanchè. Dice Fusi a Monica Mane-scalchi: “Vado in barca con la Santanché (…) c’è Abramovich il russo (…) che vuole comprare una mega villa a Forte dei   Marmi …”. La Santanché è in barca con Marco De Benedetti e al telefono dice a Fusi: “Ho già mandato … la documentazione attraverso un mio amico per Abramovich”. Nei giorni seguenti inizia a occuparsi dell’immagine di Fusi e del suo gruppo: “Che bella pagina vostra della pubblicità – dice la Santanchè a Fusi – non sai in quanti ci hanno già chiamato … adesso la mettiamo sul Riformista”. Poi una serie d’interviste: “Ho già il numero di …Libero Stile… te l’ho fatta molto bene … però trovo che ieri quella di… Libero Mercato… era bellissima (…)”. E ancora: “Appena adesso ho concordato un’ampia intervista per te sul mensile Monsieur che è molto bello … ti chiama anche Nicoletta Picchio …del Sole 24 Ore”.    Poi fissa un incontro tra Fusi e Gaetano Micciché, direttore   generale del gruppo bancario Intesa – San Paolo. Racconta Fusi al socio Roberto Bartolomei: “Lei c’ha un grosso rapporto con questo qui… tutto confidenziale insomma… lui tutte le volte che io ci sono andato mai stato disponibile come ora eh! (…). Perchè l’introduzione l’ha fatta tutta lei io l’avevo preparata lei …”. E ancora: “Lei incalzava molto… sai li è tutto un giro lì fra se parlavano di Angelucci… dei giornali…”. C’è poi un personaggio misterioso, tale “Luigi”, che compare negli atti: potrebbe essere Luigi Bisignani, ex uomo della P2, condannato   per la maxi tangente Enimont, che in tanti hanno affiancato, nel passato al nome della Santanché. Lei nega che sia lui e nega la relazione, con Bisignani, che le è stata attribuita dai giornali. Sicuramente il misterioso Luigi le offre il contatto giusto per Unicredit. E lei lo gira subito a Fusi. L’obiettivo era arrivare a Piergiorgio Peluso, direttore generale di Unicredit. Poi c’è anche un incontro organizzato dal misterioso Luigi: “Ho parlato con Luigi il nostro amico, sta preparando benissimo l’incontro che avete la settimana prossima a Roma”.

di Antonio Massari e Marco Lillo – IFQ

Daniela Santanchè e Denis Verdini (LAPRESSE) A fianco, Giancarlo Tulliani (ANSA) 

26 gennaio 2011

Il reinserimento sociale degli ex detenuti? Ci pensa lo spirito santo

In Sicilia un’Agenzia riconducibile a un movimento religioso ha avuto dal governo quasi cinque milioni per aiutare chi esce dal carcere a trovare un lavoro. Ma c’è chi contesta la scelta.

Salvatore Martinez

Il nuovo corso del reinserimento sociale dei detenuti passa dalla preghiera. E dai soldi pubblici della Cassa delle ammende, che raccoglie le multe comminate a seguito di una sentenza di condanna. Un fondo che dovrebbe essere speso per i detenuti e le loro famiglie. Un tesoretto, che si aggira intorno ai 150 milioni di euro, ma che nessuno è mai riuscito a spendere, tanto da finire al centro, ogni anno (pure nel 2010), dei rilievi della Corte dei conti. All’epoca di Roberto Castelli mancava un regolamento, con Mastella fu elaborato un piano che non andò mai in porto. Con Angelino Alfano, nuove norme hanno di fatto scippato un bel po’ delle somme disponibili per dirottarle sull’edilizia penitenziaria. Solo quel che è rimasto è stato investito per le finalità originarie del fondo: poco più di 17 milioni di euro per venti progetti che hanno come capofila il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Quasi la metà della somma è andata a due soli progetti, entrambi nella Sicilia di Alfano. E il finanziamento più corposo è stato per l’Agenzia nazionale reinserimento al lavoro (anrel), promossa dalla Fondazione Monsignor Francesco di Vincenzo di Enna, finanziata con 4.804.000 euro e gestita dal Movimento del rinnovamento nello Spirito santo. Un soggetto che, sulla carta, prevede – tra l’altro – una banca dati con seimila soggetti, l’orientamento per 1500, l’avviamento al lavoro dipendente di altre 4550, all’impresa di ulteriori 150 e in forma cooperativistica di 1100. Di fatto, però, l’ultimo rapporto della Onlus Antigone, attiva nelle carcere da tempo, definisce  Anrel sconosciuta in ambito penitenziario : “Ad oggi ha al proprio attivo l’inserimento di soli dodici detenuti”.

Il Movimento di rinnovamento dello spirito (che è radicato nella parrocchie e si proclama molto vicino al Vaticano di Benedetto XVI) aveva già avviato un progetto finanziato dalla Ucria e realizzato in terreni confiscati alla mafia e gestiti dalla Fondazione Don Sturzo. Per accedere ai fondi della Cassa, il Movimento cattolico ha fatto ricorso alla Fondazione di Vincenzo (entrambe le organizzazioni presiedute dall’ennese Salvatore Martinez), attorno alla quale si sono riuniti partner come il Comitato nazionale per il Microcredito guidato dall’onorevole pdl Mario Baccini, l’agenzia per i beni confiscati, Caritas, Col diretti, Acli e Prison Fellowship Italia.

Quest’ultima  sigla è la neonata costola italiana (al cui vertice c’è Marcella Reni, già direttrice del Movimento per il rinnovamento) dell’omonima associazione statunitense fondata da Charles W.Colon, consigliere speciale di Richard Nixon, fulminato dalla fede evangelica dopo aver sperimentato il carcere con il Watergate, tanto da dedicarsi alla “redenzione dei detenuti vittime del peccato”, la cui riabilitazione può avvenire “solo attraverso la fede”, diventando uno dei riferimenti dei teocon dell’era di Gorge W.Bush. “Le pedagogie educative e rieducative di rinnovamento spirituale dell’umano…sono la missione carismatica che la Pf Italia si prefigge di realizzare” ha spiegato Martinez, battezzando la nascita dell’organizzazione. Che, però, risulta finanziata dallo Stato come un’agenzia per trovare lavoro ai detenuti. E che, come gli altri progetti finanziati, non è mai stata soggetta a un bando di gara.

di Sonia Oranges – Il Venerdì

È  messa in risalto all’interno del sito del governo, in quello del ministero della giustizia e in quello personale del ministro, appena sotto il ritratto di Angelino che esibisce i suoi dentoni in un suadente sorriso. C’è persino su Facebook. E’ l’ultima invenzione del ministro della giustizia Alfano, l’Anrel (Agenzia Nazionale Reinserimento e Lavoro), un’agenzia di collocamento per i detenuti, con l’obiettivo di non farli tornar dentro, di trovar loro lavoro e di collocarli nella società.

Il progetto, varato, oltre che dal Ministro della Giustizia, dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta, riceverà dalla Cassa delle Ammende del
Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria la somma di 4,8 milioni di euro e sarà gestito dalla Fondazione “Monsignor Di Vincenzo”, ente morale con personalità giuridica di diritto civile ed ecclesiastico, nato nell’ambito del “Rinnovamento nello Spirito Santo”. La scelta non è piaciuta affatto nè al mondo del volontariato, nè ai Garanti dei diritti dei detenuti: “Sono degli sconosciuti, il ministro ha scelto secondo amicizie, non secondo criteri di competenza”.

La sperimentazione riguarda intanto cinque regioni, tra le quali , naturalmente, la nostra, la Sicilia.
I propositi sono ottimi: dare un’alternativa a circa 1.800 ex-detenuti: di questi avviati al lavoro, 1100 dovrebbe essere collocati in cooperative sociali, 550 come dipendenti e 150 avvieranno nuove imprese o si aggregheranno a progetti esistenti. Cento in totale le imprese che – stimano i promotori – potranno essere costituite dai detenuti. Sarà creata una banca dati dove inserire i curricula (circa seimila) dalla quale i datori di lavoro possano attingere informazioni e, eventualmente, risorse. Tra gli obiettivi, la presa in carico delle famiglie dei detenuti con la creazione di Cittadelle su territori confiscati alle mafie.

Chi guiderà il progetto di recupero è il Movimento Ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito Santo”, di cui è presidente Salvatore Martinez, in collaborazione con altre realtà, tra cui Caritas Italiana, le Acli, Coldiretti e Prison Fellowship International. Ma questi ultimi sarebbero solo dei comprimari, a detta di Livio Ferrari, già fondatore della Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia e attualmente Presidente del Centro Francescano d’ascolto e Garante dei diritti dei detenuti di Rovigo. ”Prison Fellowship Italia – spiega Ferrari – è una diramazione di Prison Fellowship International, un’organizzazione fondata e diretta da Charles Colson (ex segretario di Richard Nixon), coinvolto nello scandalo Watergate. Quel che emerge dalla loro attività è un’enorme gestione economica. Il punto è che non sappiamo altro”. Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone, si augura il monitoraggio di una tale somma assegnata con criteri non trasparenti. Da sottolineare, poi, che sono migliaia i volontari delle carceri italiane che non hanno mai sentito parlare dei 200.000 fedeli di “Rinnovamento Nello Spirito Santo”, nè tantomeno li hanno visti in carcere.

Questo per quanto riguarda il metodo. Nel merito entra poi Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, una delle realtà di volontariato più significative in Italia. “In un mondo complesso come quello penitenziario questi automatismi non funzionano, è noto da tempo che vanno pensati percorsi differenziati. Certe proiezioni sono irrealistiche”.

E infine una notazione a margine , il richiamo allo Spirito santo e alle sue ali ci suggerisce immagini non rassicuranti di quattrini che prendano il volo. Ma queste sono solo libere associazioni. Nulla a che vedere con la realtà. Almeno così ci auguriamo.

Argo.Catania.it

 

Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta; del ministro della Giustizia, Angelino Alfano; del capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Franco Ionta; del presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS) e della Fondazione Istituto di Promozione Umana “Mons. Francesco Di Vincenzo”, Salvatore Martinez; in cui è stato annunciato il varo dell’Agenzia Nazionale Reinserimento e Lavoro per detenuti ed ex detenuti (ANReL)

26 gennaio 2011

Cina, la disneyland della Rivoluzione

A Yan’an, punto d’arrivo della lunga marcia e prima capitale della Repubblica Popolare, il turismo rosso propsera. Divise in affitto, luoghi ricostruiti, battaglie replicate: lo spettacolo riparte ogni mattina.

La rivoluzione, diceva Mao Zedong, non è un pranzo di gala. Ma, settant’anni dopo la Lunga Marcia che sfociò nella nascita della Repubblica Popolare, anche la culla storica della rivolta – Yan-an, la prima capitale della Cina comunista di Mao – viene data in pasto ai turisti.

È qui, in quello che il sio web dell’ente del turismo definisce la “città natale della rivoluzione”, che lo spettacolo della “difesa di Yan’an va in scena ogni mattina. Con centinaia di migliaia di turisti pazientemente in fila per assistere alla ricostruzione (con tanto di esplosioni e piroette aeree) della battaglia avvenuta nel 1947, quando gli uomini di Mao sbaragliarono l’esercito nazionalista di Chiang-Kai-Shek. Tursiti cinesi, certo, ma anche europei e americani.

L’ingresso è gratuito, ma con 15 yuan, un dollaro e mezzo, si può affittare per l’intera gioanta la divisa unisex della Guardia Rossa. Chi la indossa può partecipare allo spettacolo, restando ovviamente nelle retrovie. E scattare “finte” foto storiche nei luoghi, ricostruiti, dove vissero Mao e compagni.  In questa parte della Cina, il turismo “rosso” sta conoscendo un vero boom. Dieci milioni di visitatori solo nel 2010, il 37 per cento in più dell’anno precedente. Sono soprattutto giovani professioniste a compiere questa sorta di pellegrinaggi culturali, alla riscoperta dei luoghi storici della rivoluzione, “per ritrovare”, ha detto al New York Times lo storico Tan Huwa dell’Università di Yan.an, “i valori che portarono alla nascita della Repubblica Popolare”. Forse. Certo, il turismo rosso trasforma la città in una roccaforte capitalista. Sono soprattutto gli amministratori pubblici e i piccoli imprenditori locali a trarne vantaggio: in città i prezzi sono a dir poco turistici. Del resto, il Comune ha speso 128 milioni di yuan (circa 19 milioni di euro) per rinnovare piazze, costruire alberghi e musei e assumere perfino un regista per la coreografia della battaglia. E pazienza se Zhang Yimou, il regista di Lanterne Rosse e Hero che ha curato nel 2008 le coreografie delle Olimpiadi, non sia stato disponibile. Il ritmo della battaglia delizia i turisti ugualmente. Ma chi ha davvero vissuto quella storia piange lacrime amare. Sidney Rittenberg Sr, lo studente del partito  comunista americano che nel 1940 raggiunse Mao proprio a Yan’an unendosi all’esercito rosso (ha vissuto in Cina fino al 1980), tornato di recente nei luoghi della sua giovinezza, ne è rimasto sconvolto. “Hanno distrutto l’ultimo luogo storico della Cina” ha detto al New York Times, “trasformando in una finzione degna di Disneyland”.

di Anna Lombardi – Il Venerdì

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