16 settembre 2014

Ben & Jerry’s Signs Employers’ Amicus Brief In Support Of Gay Marriage

BEN JERRYS GAY MARRIAGE

Ben & Jerry’s is making a bold new stand in defense of same-sex marriage.

The Vermont-based ice cream giant has signed an Employers’ Amicus Brief urging the U.S. Supreme Court to review pending marriage equality ban cases in Utah, Oklahoma and Virginia.

Company representatives confirmed the news in a lengthy post on the official Ben & Jerry’s website, jokingly calling the brief “fancy lawyer speak for a formal legal petition asking the Supreme Court to review these latest circuit court rulings.”

“Often, it’s not enough to change the way you do business, or change the practice within your business,” Chris Miller, Ben & Jerry’s Social Mission Activism Manager, said in the post. “Unless you’re willing to stand up and advocate for the rights of others, not just here in our backyard but around the world, it’s often just not good enough.”

Miller went on to note, “This is not just a concern of the gay rights community. There is a broad base of support for a single standard across all 50 states that recognize same sex marriage.”

The company confirmed the news on Twitter:

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Meanwhile, officials took part in Vermont’s Pride parade on Sept. 14:

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Other corporations to sign the brief reportedly include Amazon, Target and Viacom. You can read the full post on the Ben & Jerry’s website here.

It isn’t the first time that Ben & Jerry’s has spoken up on behalf of same-sex marriage and other lesbian, gay, bisexual and transgender (LGBT) related issues. In 2011, company founders Ben Cohen and Jerry Greenfield joined the Human Rights Campaign’s “NYers for Marriage Equality” effort.

Meanwhile, the company has also released special pro-marriage equality flavors, like “Hubby Hubby” in the U.S. and “I Dough, I Dough” in Australia.

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16 settembre 2014

Per la ripresa non ci sono scorciatoie

scorciatoiaGiavazzi e Tabellini propongono un taglio alle tasse di 80 miliardi, finanziato dalla Bce e accompagnato da una riduzione della spesa futura. Ma nessun paese ha mai prodotto un piano credibile di riduzione di spesa così enorme. L’unica alternativa realistica: ridurre le tasse insieme alla spesa.

È sempre più comune l’opinione secondo cui “l’austerità non ha funzionato”: l’Europa è sul baratro della deflazione, e soffre di un deficit di domanda. Una recente proposta su lavoce.info di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini offre una soluzione che è ampiamente condivisa: i paesi dell’Eurozona dovrebbero tagliare le tasse simultaneamente del 5 percento del Pil, e la Bce dovrebbe comprare il debito pubblico risultante. Allo stesso tempo, questi paesi dovrebbero  presentare dei piani credibili per la riduzione della spesa pubblica futura.

Come notano Giavazzi e Tabellini, la Germania quasi certamente si opporrebbe. Ma anche non lo facesse, il piano non funzionerebbe. Il motivo non è che le politiche restrittive di bilancio (l’opposto del tax cut) siano espansive: come ho mostrato in una mia recente ricerca(1)  (e contrariamente alle implicazioni di mie ricerche meno recenti), l’evidenza empirica in supporto dell’ “austerità espansiva” è debole. 

UN PIANO CREDIBILE DI RIDUZIONE DELLA SPESA FUTURA È NECESSARIO …….

Dove è il problema quindi? Molti commentatori sono d’accordo che parecchie economie europee, come l’Italia o la Francia, hanno bisogno di ridurre permanentemente le tasse. Il vincolo di bilancio intertemporale dello stato ci dice che questo può essere ottenuto soloriducendo la spesa pubblica permanentemente. Un taglio delle tasse del 5 percento può essere interpretato come un modo di anticipare i benefici del taglio permanente delle tasse, mentre si attende che i tagli di spesa si materializzino. Perché questo funzioni, è necessario appunto un piano credibile di riduzione della spesa in futuro.

Perché? Nel mondo reale, il debito pubblico è rischioso, e ai mercati non piace che esso cresca, soprattutto in paesi con un alto livello di spesa e debito pubblici. Senza un piano credibile di riduzione della spesa in futuro, di fronte a un taglio delle tasse gigantesco come quello proposto da Giavazzi e Tabellini i mercati finanziari sarebbero presi dal panico, perché vedrebbero un ritorno alle politiche di bilancio irresponsabili  del passato; questo avrebbe effetti devastanti sul settore bancario, ancora molto esposto al debito sovrano, come nel 2011. Il tentativo di espandere la domanda aggregata attraverso un taglio delle tasse  si trasformerebbe in un boomerang.

…… MA NON FATTIBILE

Il problema di fondo è che è praticamente impossibile produrre un piano credibile di riduzione della spesa futura, tantomeno per l’importo enorme che un taglio delle tasse del 5 percento comporterebbe. L’esempio più chiaro è offerto dai due piani di consolidamento fiscali più celebri, la Finlandia e la Svezia negli anni novanta. Tra il 1992 e il 1996, secondo gli annunci ufficiali la Finlandia avrebbe dovuto ridurre il disavanzo dell’11,4 percento del Pil, di cui 12,1 percento del Pil in tagli alla spesa; gli stessi numeri per la Svezia erano del 10,6 e del 6,8 percento del Pil, rispettivamente. Tuttavia, questi erano gli annunci; la realtà fu molto differente. Alla fine di quel quinquennio, la Finlandia ridusse la spesa pubblica di solo lo 0,4 percento del Pil (contro previsioni  di un taglio del 12,1 percento!), la Svezia del 3,6 percento.

Ma non è necessario andare indietro così tanto. Un taglio delle tasse del 5 percento del Pil in Italia significa 80 miliardi di euro. I tagli di spesa individuati in un anno di duro lavoro dal commissario Cottarelli sono al più di 12-15 miliardi, e presumibilmente non tutti verranno approvati dal governo.

Il problema è ancora più complicato perché la promessa di monetizzazione del taglio alle tasse della proposta di Giavazzi e Tabellini crea un insormontabile problema di azzardo morale. Per coloro che pensano che questo sia solo un problema di interesse teorico, è utile ricordare che la crisi del debito pubblico in Italia iniziò nell’estate del 2011, quando il governo italiano, dopo aver annunciato un taglio di spesa di circa 3 miliardi di euro (lo 0,2 percento del Pil) ritrattò immediatamente dopo che la Bce iniziò a comprare titoli di stato italiani.

Si potrebbe pensare che, se le cose non dovessero andare come ci si aspetta, si possono sempre ritirare i tagli alle tasse. Ma un paese come l’Italia non ha mai sperimentato un taglio discrezionale alle tasse di più del 0,5 percento del Pil. Un taglio e poi un aumento di tasse di una cifra come 80 miliardi di euro, creerebbero un disastro politico, ed enorme incertezza economica.

NON TUTTI I DISAVANZI SONO UGUALI

Non tutti i disavanzi di bilancio sono uguali. Una cosa è un disavanzo temporaneo per ricapitalizzare il sistema bancario in un paese con basso debito e con una storia di politiche fiscali responsabili, come in Gran Bretagna dopo la crisi finanziaria. Un’altra cosa è un disavanzo di bilancio senza un piano credibile per ridurre le spese future, in un paese ad alto debito pubblico, con una storia di politiche di bilancio irresponsabili e con governi tradizionalmente deboli.

Per un tale paese, l’unica alternativa possibile per raggiungere lo scopo più importante – ridurre le tasse – è di tagliare le tasse insieme alla spesa. Questo processo richiede tempo, efunzionerà incrementalmente, miliardo di risparmi di spesa dopo miliardo. Ma è l’unico approccio realistico. L’alternativa non raggiungerebbe il proposito di aumentare la domanda.

di Roberto Perotti – Lavoce.info

(1) Si veda R. Perotti, (2012): The “Austerity Myth”: Gain without Pain?, in A. Alesina and F. Giavazzi, eds.: Fiscal Policy after the Financial Crisis, pp. 307-354,  National Bureau of Economic Research, scaricabile anche qui

Roberto Perotti

16 settembre 2014

L’espressione che piace agli autistici

ExprGli autistici sono in grado associare stati mentali alle espressioni facciali che osservano, purché queste non siano statiche e neutre.

I bambini autistici sono stati a lungo considerati come affetti dalla difficoltà di interpretare gli stati mentali delle altre persone sulla base delle espressioni facciali, e in particolar modo delle espressioni che coinvolgono principalmente l’area intorno agli occhi. Secondo alcuni ricercatori proprio questa difficoltà sarebbe al centro di molti dei problemi sociali con cui si trovano a confrontarsi. Ora uno studio condotto da ricercatori dell’ Università di Nottingham e pubblicato sull’ultimo numero diChild Development – organo della Society for Research in Child Development – mostra invece che i bambini autistici sono in grado di interpretare gli stati mentali quando stanno osservando un’espressione facciale animata.

Nel loro esperimento i ricercatori hanno mostrato ai loro soggetti immagini dinamiche in cui diverse parti del viso, come gli occhi o la bocca, potevano venire però “congelate”, in modo da restare statiche e neutre. In una prima prova, diciotto bambini e ragazzi autistici sono stati in grado di attribuire un certo spettro di stati mentali alle immagini osservate, ma con minore efficienza rispetto ai soggetti normali, e con migliori esiti quando occhi e bocca non erano “congelati” e neutri. Contro le aspettative, in un secondo test, in cui venivano mostrati soltanto gli occhi, isolandoli dal resto del viso, i bambini autistici riuscivano peraltro a uguagliare le prestazioni dei soggetti normali.

“Sorprendentemente, i bambini autistici sembrano particolarmente sensibili agli occhi, e anche alla bocca”, ha detto la direttrice della ricerca Elisa Back, ora all’Università di Birmingham.

“Le conclusioni dei precedenti studi erano ampiamente basate sulla presentazione di fotografie, cioè di immagini statiche. Il nostro studio indica che una più accurata misurazione delle capacità delle persone con autismo

può essere ottenuta con sofisticate tecniche di animazione digitale che movimentano le espressioni facciali.”

Le Scienze – Edizione italiana di Scientific American

Expr1

31 marzo 2014

La difesa del più debole e le origini dell’egualitarismo

Anche nelle società umane meno complesse, come quelle di cacciatori-raccoglitori, si osservano comportamenti che tendono a mitigare le disuguaglianze tra individui nella competizione tra i membri del gruppo per ottenere maggiori risorse. Un nuovo modello di teoria dei giochi mostra che la tendenza a prendere le parti del più debole porta a massimizzare i vantaggi per tutti i membri del gruppo, ponendo le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo (red).

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo

© Ikon Images/Corbis

L’origine dell’egualitarismo, vale a dire dell’adozione da parte dei nostri antenati di comportamenti destinati a ridurre l’iniquità nella distribuzione delle risorse tra i membri di un gruppo, è una questione dibattuta da tempo. Benché si tratti di una tendenza evidente nella specie umana, osservata anche in società meno complesse, come quelle dei cacciatori-raccoglitori, nessuna delle spiegazioni avanzate finora, che fanno riferimento all’altruismo e alla cooperazione, risulta soddisfacente se applicata a gruppi gerarchizzati come quelli dei nostri antenati.

Partendo da queste constatazioni, Sergey Gavrilets, del Dipartimento di ecologia dell’Università del Tennessee a Knoxville, negli Stati Uniti, ha indagato sulla possibile origine dell’egualitarismo usando una simulazione al computer secondo le regole della teoria dei giochi, di cui riferisce sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.  Per quanto parziali, i suoi risultati dimostrano che in alcune condizioni evitare la prevaricazione del più forte sul più debole può portare a un vantaggio per tutto il gruppo, facendo sì che ciascun membro goda di maggiori risorse con meno costi.

La difesa del più debole e le origini dell'egualitarismo
Manifestazione del movimento Occupy Wall Street a New York:
una delle più recenti forme di richiesta di una più equa distribuzione
delle risorse nella società (© Bo Zaunders/Corbis)

Gavrilets ha posto come condizione iniziale l’esistenza di una gerarchia all’interno del gruppo che rispecchia la forza dei singoli individui e di una relazione a due in cui un soggetto incarna la figura del “prevaricatore” e l’altro quella della “vittima”. I due ruoli possono o meno contendersi un bene: nel primo caso la vittima può combattere per mantenere il possesso (in questo caso la probabilità di vittoria è in funzione della differenza di forza tra i contendenti ed entrambi pagano un “costo”) oppure cedere senza combattere. Gli individui, inoltre, possono trovarsi in entrambi i ruoli un certo numero di volte durante la vita. Dopo un certo intervallo di tempo, il successo riproduttivo viene valutato in base alle risorse accumulate. Infine, un terzo individuo, lo “spettatore”, può intervenire in favore del più debole.

Al termine della simulazione, sono emersi alcuni dati importanti, per quanto non conclusivi, che pongono le basi per una spiegazione evoluzionistica dell’egualitarismo. Il primo è che pressoché tutti gli individui del gruppo traggono vantaggio da meccanismi che inibiscono il passaggio delle risorse dal più debole al più forte, perché ciascuno ottiene mediamente più risorse con meno costi. L’egualitarismo in definitiva, porta a una società in cui le iniquità tra i membri sono fortemente ridotte. In una successiva elaborazione della simulazione, inoltre, si è visto che in un arco di tempo ampio l’evoluzione porta a un raffinamento di questi comportamenti di aiuto, fino all’emergere di schemi comportamentali di cooperazione e di altruismo più elaborati.

31 marzo 2014

Anche un tiranno può essere altruista

Anche un tiranno può essere altruista

© Chris Hellier/Corbis

In molte specie sociali, alcuni membri di un gruppo possono arrivare in una posizione dominante grazie a tratti caratteriali aggressivi e prepotenti, pur mostrando comportamenti in apparenza altruisti. Ma la presunta dedizione al bene comune di questi soggetti tiranni si manifesta solo perché l’attenzione vessatoria viene spostata a gruppi esterni concorrenti, una volta consolidata una struttura gerarchica caratterizzata da forti disuguaglianze.

In una società gerarchia con forti squilibri sociali, il tiranno può apparire – e in un certo senso anche essere – un campione di altruismo. È il risultato di uno studio che getta nuova luce sulle radici evolutive della cooperazione e dei conflitti di gruppo, effettuato dall’antropologa Laura Fortunato, ricercatrice italiana all’Università di Oxford, e dal matematico Sergey Gavrilets, dell’Università del Tennessee.

I due hanno elaborato un modello matematico che offre una soluzione al cosiddetto problema dell’azione collettiva: se il raggiungimento di un obiettivo comune è costoso sul piano individuale e un membro del gruppo può beneficiare dell’azione degli altri, ha di fatto un incentivo a ridurre il proprio sforzo o addirittura ad astenersi dal compierlo, mettendosi in una posizione da “parassita”. Se però diversi membri del gruppo si conformano a questa logica, l’obiettivo non viene raggiunto e ne risente l’intero gruppo.

Anche un tiranno può essere altruista
I meccanismi della cooperazione sono fra i più complessi da spiegare in termini puramente evolutivi. (© Nigel Pavitt/JAI/Corbis)

Questo problema si presenta sia in un singolo gruppo sia nei conflitti fra gruppi. In un articolo pubblicato su “Nature Communications”, Gavrilets e Fortunato mostrano che nei gruppi caratterizzati da forti disuguaglianze e da una struttura gerarchica consolidata questa difficoltà può essere superata su basi puramente biologico-evolutive, facendo cioè riferimento ai tratti comportamentali geneticamente determinati, detti istinti sociali, trasmessi e selezionati di generazione in generazione.

Se la situazione sociale è instabile o i soggetti di alto rango non godono di privilegi particolarmente significativi rispetto al resto del gruppo, concentrano la loro azione all’interno della comunità di cui fanno parte, finendo per vessare gli altri membri.

Invece, quando gerarchia e disuguaglianza nel gruppo son ben stabiliti, i soggetti dominanti, o “alfa”, e la loro cerchia più stretta tendono a spostare la competizione verso i loro omologhi di altri gruppi. In questo caso il comportamento di questi soggetti alfa assume un carattere apparentemente altruistico verso i membri del proprio gruppo, dato che gli individui di alto rango si sobbarcano maggiori fatiche, pagano costi più elevati, e alla fine ottengono un beneficio netto inferiore a quello dei loro compagni di gruppo di rango più basso.

Anche un tiranno può essere altruista
Lotta fra due scimpanzé per la posizione di dominanza nel gruppo.
(© Konrad Wothe/Minden Pictures/Corbis)

I risultati sono coerenti con le osservazioni in natura in un svariate  specie sociali (dai suricati a molti primati, esseri umani inclusi). Fra gli scimpanzé, per esempio, i pochi maschi di alto rango svolgono gran parte del compito di pattugliamento dei confini del territorio e della difesa attiva; e fra i lemuri catta, che hanno una struttura sociale matriarcale in cui le femmine dominano anche sui maschi, sono le femmine di alto rango a difendere i territori di alimentazione comuni.

Gli autori sottolineano che il comportamento umano non è certo controllato solo dai geni, ma anche da altri fattori come la cultura, l’ambiente e la scelta razionale. Tuttavia, sulla base del loro modello, ipotizzano che gli esseri umani possano avere una preferenza innata per una struttura sociale ugualitaria quando il livello di conflitto tra gruppi è basso, e una preferenza innata per una struttura sociale gerarchica quando quel livello è elevato. Nel corso della storia umana, d’altra parte, gli esempi di appello all’unità intorno a un capo per fronteggiare un vero o presunto nemico esterno o di politiche del divide et impera certo non mancano.

Le Scienze

31 marzo 2014

“Il partito della polizia”, il libro sul lato violento delle forze dell’ordine

Torino G8 Università
Il water boarding a Totò Riina. Il capo di Cosa Nostra sottoposto a trattamenti non proprio ortodossi da parte della polizia. Parliamo degli anni ‘60, quando Riina era un picciotto a inizio carriera. Una storia inedita, svelata dal libro Il partito della polizia, edizioni Chiarelettere, in libreria da oggi (vai al sito), scritto da Marco Preve, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta di Repubblica. Per rispolverare quella vecchia pagina, il cronista ha scovato un breve passaggio nelle carte di un processo di Perugia. È il 15 ottobre del 2013. Al banco dei testimoni c’è Salvatore Genova, funzionario di polizia in pensione, ma ex commissario della squadra che liberò il generale Dozier rapito dalle Br nei primi anni ‘80. Genova è stanco di portare il peso dei ricordi degli abusi di quel periodo e racconta la sua storia nel processo che si concluderà con una pesante verità: l’ex brigatista Enrico Triaca venne torturato. Genova però aggiunge altro.

Riferendosi a un colloquio sulla pratica del water boarding (versando acqua sul volto del torturato si induce una terribile sensazione di annegamento) con il capo della squadretta di torturatori, il funzionario Nicola Ciocia soprannominato De Tormentis, spiega: “Lui stesso (De Tormentis-Ciocia) diceva ‘non tutti parlano, perché ricordava quando era stato in Sicilia negli anni ’60. Avevano preso Totò Riina e un altro… E a quei tempi si usava proprio da tutte le parti questo sistema’. E allora Ciocia disse: ‘Vedi, le persone quando hanno le palle non parlano, ed era Totò Riina’”. Preve ricostruisce gli anni delle torture. E gli episodi di violenza che costituiscono una delle pagine più nere della storia recente della polizia.

Un filo unisce le vicende: il disprezzo nei confronti di alcune vittime considerate drogati o balordi come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva. Per l’avvocato dei famigliari Fabio Anselmo (assiste anche i Cucchi), è un atteggiamento tenuto con metodo per denigrare chi ha subìto gli abusi e renderlo così “meno vittima” agli occhi dell’opinione pubblica. Ma il cardine del Partito della polizia è rappresentato dalla ricostruzione del gruppo di potere che ruota attorno a Gianni De Gennaro. Molte pagine sono dedicate ai rapporti con la politica e il legame con esponenti della sinistra come Luciano Violante (non è l’unico, però, a coltivare amicizie a prova di condanna con i super poliziotti).

Preve non si ferma qui. Racconta le carriere di poliziotti incappati in clamorosi incidenti professionali. Tratteggia la sorprendente rete di protezione di cui hanno goduto i super poliziotti condannati per la macelleria messicana e le false molotov nella Diaz del G8; gli appalti da centinaia di milioni gestiti da detective con scarsa dimestichezza con la matematica. Fino al capitolo dedicato alle opacità nella scelta dei membri della Direzione investigativa antimafia. Una sentenza inedita rivela un lato nascosto della Dia. È quella che dopo vent’anni riconosce a un commissario dei primi anni ’90 un risarcimento per non essere entrato nei ranghi dell’Fbi italiana nonostante avesse vinto il concorso.

Gli vennero preferiti altri colleghi scelti con un metodo che i giudici del Consiglio di Stato definiscono poco trasparente. Un’inchiesta scomoda, quella di Preve, ma non contro la polizia. Anzi. Il riconoscimento dell’importanza e della delicatezza del suo ruolo esige particolare rispetto, ma anche trasparenza. Un libro che è un contributo per trasformare la polizia e ridare fiducia ai tanti commissari Montalbano che lavorano in tutte le questure d’Italia.

di

Police

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9 dicembre 2013

Gli effetti perversi della privatizzazione del welfare

A dispetto di luoghi comuni molto in voga il settore pubblico italiano non è né sovradimensionato né improduttivo. Così come non è vero che le politiche di “privatizzazione del welfare” contribuiscono a generare crescita: ciò che riescono a fare davvero bene è redistribuire il reddito dal lavoro al capitale.

Private

L’Italia è un Paese corporativo, con una incidenza eccessiva del settore pubblico: un Paese nel quale il “merito” non viene premiato e che, per questa ragione, non riesce a riprendere un percorso di crescita economica. Un settore pubblico sovradimensionato è la principale causa del declino dell’economia italiana. E’ questa l’opinione dominante, ed è sulla base di questa convinzione che si è attuato – e si sta attuando – il progressivo smantellamento delle residue reti di protezione sociale derivanti dal residuo di welfare rimasto in Italia. In parte l’obiettivo è stato raggiunto: nell’ultimo Rapporto Eurostat, si legge che il blocco del turnover nel pubblico impiego, combinato con una consistente ondata di pensionamenti, ha prodotto, nel solo 2012, una riduzione del numero di dipendenti pubblici nell’ordine del 4%. La riduzione della spesa corrente nel settore pubblico è un fenomeno che si accentua progressivamente a decorrere dall’inizio degli anni Duemila (v. Fig.1)[1].

Figura 1: Variazioni cumulate della spesa complessiva per retribuzioni (massa), delle retribuzioni medie pro-capite (media) e del personale in servizio (occupati). Base 100=2001 (Fonte: ARAN)

L’attacco al settore pubblico – giacché di attacco si tratta – è sostenuto da motivazioni di dubbia validità.

1) Il settore pubblico è considerato, per sua stessa natura, “improduttivo”. I dipendenti pubblici sono, quasi per definizione, fannulloni che godono di garanzie eccessive, tutelati da organizzazioni sindacali “corporative”, dove la connotazione “corporativo” è ipso facto associata a un giudizio di valore di segno negativo, essendo la negazione della “meritocrazia”. Il senatore Ichino si è espresso, a riguardo, a chiare lettere: “perché nessuno propone di liberare gli uffici dai fannulloni, che nel settore privato sarebbero già stati licenziati da un pezzo?” (http://www.pietroichino.it/?p=24).

In questa visione, il mercato del lavoro assume una configurazione duale: da un lato, i dipendenti pubblici con eccesso di protezioni; dall’altro i dipendenti del settore privato meno protetti e, per questa ragione, più produttivi. Giacché l’inamovibilità non incentiva l’impegno, che è, per contro, incentivato solo da credibili minacce di non rinnovo del contratto. Il conflitto viene, così, traslato in senso “orizzontale”, spostandosi dal conflitto capitale-lavoro (relegato nell’archeologia marxista) al conflitto fra lavoratori.

E tuttavia, la convinzione che i dipendenti pubblici siano ben retribuiti e godano di eccesso di protezioni è palesemente smentita sul piano empirico. L’ISTAT registra un aumento della retribuzione oraria netta del 21% su base annua per i lavoratori del settore privato, a fronte di incrementi pressoché nulli nel settore pubblico. E si calcola che la gran parte dei contratti a tempo determinato sono somministrati dalla pubblica amministrazione. Dunque, i dipendenti pubblici, in media, guadagnano meno dei loro colleghi del settore privato e sono più frequentemente assunti con contratti precari[2]. In più, si registra che l’Italia, per quanto attiene all’incidenza degli occupati nel settore pubblico, sul totale degli occupati, è nella media dei Paesi OCSE e che, dunque, il nostro settore pubblico non può considerarsi sovradimensionato. (http://www.aranagenzia.it/araninforma/index.php/marzo-2013/164-focus/572-focus-3).

Per quanto riguarda la produttività del lavoro nel settore pubblico, pure a fronte delle rilevanti difficoltà di misurazione (http://keynesblog.com/2013/06/21/ma-e-proprio-vero-che-gli-italiani-lavorano-poco-e-male/), e pur volendo accettare la tesi che questa è più bassa rispetto al settore privato, occorre ricordare che l’operatore pubblico svolge, di norma, le proprie funzioni in quelle che William Baumol definiva “attività stagnanti”, ovvero attività nelle quali (si pensi ai servizi alla persona) risulta impossibile generare avanzamento tecnico e, dunque, incrementi di produttività. In tal senso, se anche si ritiene i) che la produttività del lavoro è misurabile; ii) che lo è anche nei servizi e che è bassa nel settore pubblico, da ciò non si può immediatamente dedurre che questa conclusione discende dal basso rendimento degli occupati, potendo più realisticamente dipendere dalla bassa accumulazione di capitale.

2) Se il settore pubblico genera solo sprechi e inefficienze, e se si ritiene non derogabile il rispetto del vincolo del bilancio pubblico[3], è evidente che i risparmi dello Stato non possono che derivare innanzitutto dalla riduzione dei trasferimenti al settore pubblico. Le spending review sono lo strumento che si utilizza per raggiungere questo obiettivo, ovvero operazioni finalizzate a “razionalizzare” (si legga ridurre) la spesa pubblica. Lo sono apparentemente perché non si tratta di ridurre la spesa pubblica “improduttiva”, ma semmai di ridurre i trasferimenti ai segmenti della pubblica amministrazione con minore potere contrattuale nella sfera politica e, dunque, con minore possibilità di contrastare i tagli, indipendentemente dalla loro produttività.

Quali sono gli effetti di queste misure? Come certificato dall’INPS, il primo (ovvio) effetto prodotto è la riduzione delle entrate fiscali. Si tratta di un effetto ovvio e, dunque, ampiamente prevedibile, dal momento che dalla riduzione dell’occupazione nel settore pubblico (e dal blocco degli stipendi) non ci si poteva certamente aspettare di raccogliere un gettito in aumento. Il secondo (altrettanto prevedibile) risultato consiste nell’accentuazione della caduta della domanda interna, per il tramite dei minori consumi derivanti dalla decurtazione dei redditi nel pubblico impiego. Il terzo risultato è il peggioramento della qualità dei servizi offerti, come conseguenza (anch’essa ovvia) della riduzione del numero di occupati.

A fronte dell’opinione dominante, si può sostenere che la cura dimagrante imposta al settore pubblico non risponde a criteri di efficienza, né all’obiettivo di generare avanzi primari. Lo scopo primario è fornire quote di mercato al capitale privato in settori protetti dalla concorrenza: tipicamente formazione e sanità. Non essendo competitive sui mercati internazionali, e scontando una continua restrizione dei mercati di sbocco interni, le nostre imprese hanno necessità di riposizionarsi in mercati “nuovi”, che la politica si occupa di aprire mediante misure di snellimento del settore pubblico. Occorre chiarire che la privatizzazione del welfare non solo non contribuisce a generare crescita (trattandosi della cessione di attività dal pubblico al privato, in condizioni monopolistiche) ma contribuisce semmai a peggiorare ulteriormente la distribuzione del reddito, a ragione del fatto che i prezzi e le tariffe praticate da imprese private in mercati monopolistici sono più alti rispetto a quelli che si otterrebbero se gli stessi servizi fossero erogati da imprese pubbliche[4].

Si è, così, in presenza di un’operazione di redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, che passa attraverso la privatizzazione del welfare e che si legittima con il luogo comune secondo il quale il settore pubblico italiano è sovradimensionato, improduttivo, paradiso dei nullafacenti.

di Guglielmo Forges Davanzati- Micromega

NOTE

[1] Il blocco degli stipendi nel pubblico impiego, motivato con l’esigenza di attuare politiche di austerità, spiega la rilevante flessione della spesa complessiva per retribuzioni nel settore pubblico a partire dal 2008-2009.

[2] E sono licenziabili in forza della natura privatistica del contratto di lavoro (http://www.astrid-online.it/Riforma-de1/Valutazion/Studi–ric/MEF_n–2-2008—La-produttivit–nel-settore-pubblico.pdf). Si può osservare che l’aumento delle assunzioni con contratti precari nel settore pubblico dipende dai vincoli finanziari sempre più stringenti per gli Enti pubblici.

[3] Ci si riferisce ai vincoli posti in sede europea relativi al rapporto disavanzo pubblico/PIL e debito pubblico/PIL. E’ opportuno chiarire che si tratta di vincoli che non rispondono ad alcun criterio scientifico. Sul tema, si rinvia a L.L.Pasinetti (1998). “The myth (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht ‘parameter’”. Cambridge Journal of Economics, 22: 103-116.

[4] Sul tema si rinvia a E.S. Levrero e A.Stirati (2005), Distribuzione del reddito e prezzi relativi in Italia: 1970-2002, “Politica Economica”, 3: 401-434. E si può aggiungere che il peggioramento della distribuzione del reddito derivante dalla riduzione dei salari reali (diretti e indiretti) può semmai ulteriormente contribuire ad accentuare la recessione, tramite la riduzione della domanda interna in termini reali.

di Guglielmo Forges Davanzati – Micromega

Pri

9 dicembre 2013

Giornata contro la corruzione. Parte la campagna per aziende sanitarie “trasparenti”

Campagna “riparteilfuturo”: in tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche “entro gennaio nomina del responsabile locale anticorruzione, stesura del Piano triennale e pubblicazione delle informazioni sui vertici”. Al via la raccolta firme, nelle piazze e sul web

Cor

Da oggi 9 dicembre, nella Giornata mondiale contro la corruzione, sul sito www.riparteilfuturo.it sarà la società civile ad attribuire a ogni azienda sanitaria un punteggio, partendo da un monitoraggio compiuto dalla rete “Illuminiamo la salute” promossa da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe. E prende il via in questi giorni una nuova petizione (nelle piazze e sul web), promossa da Libera e Gruppo Abele: obiettivo è che tutte le 237 aziende sanitarie pubbliche presenti sul territorio italiano raggiungano al più presto il 100% di trasparenza e legalità. Gli indicatori sono tutti contenuti nella legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione. “Con la nuova raccolta di firme chiediamo che tutte le aziende sanitarie si adeguino a quanto previsto dalla legge 190/2012 in materia di trasparenza e contrasto alla corruzione”, dicono i promotori.

 

Solo nel triennio 2010- 2012, in Italia sono stati accertati reati per oltre 1 miliardo e mezzo di euro, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello. “La tutela della salute è un diritto fondamentale per tutti i cittadini e gli elevati costi della corruzione corrispondono in questo specifico settore a minori fondi per ospedali, medicine, assistenza sanitaria e sociale – sostiene la campagna -. Da 35 anni il Servizio sanitario nazionale offre a tutti senza discriminazioni cure e assistenza ed è fondamentale preservarlo. Ma i dati recenti sono allarmanti: nel 2012 il 5,6% delle risorse investite in Europa per la sanità è andato perso in illegalità e tangenti (fonte: Rete europea contro le frodi e la corruzione nel settore sanitario)”.

 

Da qui la raccolta di firme sui temi della trasparenza e della lotta alla corruzione nella sanità, in tanti luoghi d’Italia (qui l’elenco delle piazze con iniziative fino al 22 dicembre e in continuo aggiornamento) e sul web. La campagna monitorerà e vigilerà affinché entro il 31 gennaio 2014, senza ulteriori proroghe e rinvii, tutte le aziende nominino il responsabile locale dell’anticorruzione, predispongano il Piano triennale dell’anticorruzione e rendano pubbliche le informazioni sui vertici (cv, atto di nomina e compenso). E’ l’impegno “per un sistema sanitario pubblico trasparente e libero dalla corruzione, un sistema integro e efficace che renda conto di come spende le risorse pubbliche”. (ep)

© Copyright Redattore Sociale

Corr

9 dicembre 2013

Nel 2025 il 6 per cento dei pensionati sarà straniero

Studio Idos per il ministero dell’Interno. Tra 12 anni aumenteranno i pensionati stranieri, ma contemporaneamente salirà anche la popolazione immigrata, che infatti nel 2015 sarà il 12,3 per cento della popolazione

Anche i suoi contributi

Anche i suoi contributi

Fino al 2025 i lavoratori stranieri continueranno a versare al nostro paese in termini di contributi molto più di quanto ricevono in prestazioni previdenziali. I versamenti contributivi degli immigrati, infatti, ammontano a circa 7 miliardi di euro l’anno cifra che solo marginalmente viene utilizzati per pagare le loro pensioni, trattandosi di una popolazione giovane. Lo dice uno studio realizzato dal Centro studi e ricerche Idos per il ministero dell’Interno, presentato oggi a Roma in occasione del convegno dell’European migration network Italia (Emn) che quest’anno ha scelto come tema di studi proprio la copertura previdenziale degli immigrati.

Nello specifico il rapporto sottolinea che tra dodici anni aumenteranno i pensionati stranieri, ma contemporaneamente salirà anche la popolazione immigrata, che essendo tendenzialmente più giovane di quella italiana, inciderà in positivo in termini previdenziali. Tenuto conto della nuova normativa (che ha elevato l’età pensionabile e il requisito contributivo), i pensionati stranieri in Italia, che nel 2010 erano l’1,5 per cento, saliranno al 2,6 per cento nel 2015, fino ad arrivare al 4,3 nel 2020 e al 6 nel 2025. Anno in cui si stima che ad entrare in età pensionabile saranno 43 mila stranieri e 747 mila italiani, per cui il rapporto tra pensionandi immigrati e italiani passerà da 1 ogni 46 (all’inizio del periodo) a 1 ogni 19. Ma anche se il differenziale pensionistico tra le due popolazioni andrà riducendosi, rimarranno tuttavia significativi margini che vanno a beneficio della gestione pensionistica. Per il 2025 si stima, infatti, che la percentuale degli stranieri sul totale dei residenti sarà pari al 12,3 per cento.

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Imm

9 dicembre 2013

Il teatro del mondo e gli ignoti sovrani

Ue

La recente indomabile crisi ha definitivamente portato al governo della globalizzazione nuove ambigue élite economiche, le quali si sono andate via via imponendo con alterne priorità alle élite politiche.
Politica ed economia, insieme con capitalismo e democrazia, diritti, interessi e privilegi, hanno da qualche tempo subìto pericolose e devastanti derive, le quali ne hanno intaccato i valori fondamentali. Il cittadino è stato così degradato a protagonista ignaro nel teatro di un mondo governato da registi, “ignoti sovrani”. Questa realtà ha purtroppo favorito un’invasata estraneità e un incosciente distacco del cittadino nei confronti della politica e dell’esercizio dei suoi diritti, cosicché l’impeto mediatico di un becero populismo va sempre più favorendo gli “ignoti sovrani”.

Una scossa, sia pur estremamente tardiva, a tentare di risvegliare, nel nostro Paese, una democrazia politica, istituzionalmente in coma, è giunto dalla recentissima sentenza della Corte Costituzionale, che ha finalmente bocciato una legge elettorale antidemocratica, con l’adatto nome di “Porcellum”, invitando il Parlamento a rifare una legge elettorale in grado di restituire ai cittadini i loro diritti politici e democratici. Pur con tutte le riserve del caso, è una forte spinta – da parte della Corte Costituzionale che come le altre istituzioni del nostro Stato è rimasta sovente assente – contro il disinteresse verso la politica, spinta diretta soprattutto ai giovani, indotti quotidianamente a sottovalutare il loro fondamentale diritto di voto ed il loro ruolo politico.

Tuttavia, una parte meno occulta degli ignoti sovrani sta emergendo con estrema importanza e qualche trasparenza. È la nuova aristocrazia delle banche centrali, quelle che avevo qualche mese fa individuato su questo giornale come “i nuovi alchimisti”. Le banche centrali sono divenute sempre più determinanti nell’economia dei vari Paesi e nella vita di ciascuno di noi. E ciò è avvenuto con una sorta di automatismo, questo certamente non sempre trasparente, ma confermato dalle soventi ambigue clausole statutarie, che indicano come funzione principale delle banche centrali il controllare, o meglio nevroticamente tenere a bada, l’inflazione – oggi considerata corretta sotto il limite del 2% – ideologicamente ritenuta il peggior male dell’economia.

Si tratta tuttavia di un’ideologia decisamente antiquata, poiché il maggior problema che questa nuova aristocrazia deve affrontare, quanto meno nei Paesi meno poveri, è che l’inflazione è troppo bassa (con una media Ocse inferiore all’1,5% e 1,2% negli Usa), con conseguente irrimediabile caduta dei prezzi, scomparsa degli investimenti e aumento della disoccupazione. Ne è conferma la recentissima dichiarazione di Christine Lagarde, presidente dell’Fmi, che questa situazione ha avvantaggiato grandemente le banche a danno delle imprese.

Un primo importante cambiamento di rotta è preannunciato a breve dalla grande banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), che per decenni è stata il maggior sovrano della politica economica e mondiale dai tempi di Bretton Woods. Ebbene, dopo un’importante immissione di moneta nel sistema, oltre che coi tassi di interesse sempre più vicini allo zero e con l’abbondante acquisto dei titoli di Stato, che ha invero finora favorito il sistema bancario palese ed occulto (“Shadow banks”), sembra vicino un radicale cambiamento. La politica della Fed pare pronta a cambiare rotta a breve con l’entrata in carica, in sostituzione di Ben Bernanke, il 1° gennaio 2014, con Janet Yellen. L’attenzione si sta spostando dalla nevrosi inflazionistica all’opportunità di porre in essere decisivi stimoli per la crescita, considerato che fra l’altro il tasso di disoccupazione è diminuito al 7%, cioè al livello più basso degli ultimi cinque anni, e si è affiancato a un contemporaneo consistente aumento del Pil, dovuto alla produzione.

Su una scia solo parzialmente analoga, ma sostanzialmente diversa, pare presentarsi la situazione giapponese. Haruhiko Kurada, il governatore della Bank of Japan, ha di recente dichiarato che la banca centrale è pronta a una fase monetaria di quantitative easing, per facilitare la nuova politica del governo Abe, al fine di uscire definitivamente da quindici anni di penosa deflazione, aumentando finalmente i salari e incoraggiando spese ed investimenti.

Con specificità particolari dovute a una politica monetaria e bancaria autonoma, che più di ogni altra è influenzata dalla finanza globale, si presenta la situazione del Regno Unito, che sta attraversando una fase di ripresa sia pure accompagnata da vari timori.

S’innesta peraltro pesante nella operatività delle banche centrali lo sviluppo tecnologico dei mercati, nonché la considerazione che tutti gli operatori, dalle grandi banche agli Hedge funds e ai fondi di ogni altro genere, nonché i prodotti finanziari, sono per loro natura sempre più internazionali e internazionalmente operano. Ed è questa stessa tecnologia che ha tolto credibilità alle pretese scientificità delle élite economiche, soppiantate dai matematici, dagli ingegneri ed ora persino dai fisici, come tante altre volte ho già ricordato.

È pur vero, giova ripeterlo, che gli animal spirits degli imprenditori difficilmente possono essere racchiusi in un algoritmo ed è bene ricordare alle élites che la durata del loro potere è limitata, in ragione di quel che ha sostenuto Pareto che: “la storia è un cimitero di aristocrazie”. Ed è proprio la combinazione fra internazionalizzazione e tecnologia a tenere anche gli alchimisti delle banche centrali in continuo ambiguo rapporto con la politica dei singoli Stati, nei confronti della quale rivendicano spesso, a torto o a ragione, la loro indipendenza.

Tra queste élites e aristocrazie dei banchieri centrali, la Bce ha il compito di gran lunga più difficile, poiché è l’unica a dover svolgere una politica monetaria per tutti i Paesi dell’Eurozona senza essere legittimata da rapporti e istituzioni fiscali, economiche e politiche unitarie. Le continue pressioni sulla Bce da parte del Governo, della Bundesbank e della Corte Costituzionale tedesca, le hanno imposto una esclusiva politica di austerity favorevole, sì all’economia tedesca, ma disastrosa per i Paesi debitori dell’Eurozona, sempre più spinti verso la palude di una persistente deflazione.

È così che giovedì scorso il governatore Mario Draghi ha confermato che i tassi di interesse praticati alle banche, dello 0,25 e dello zero per i depositi overnight rimarranno invariati almeno fino al 2015, né cambierà il tasso di inflazione, che a novembre ha toccato lo 0,9%, ben al di sotto del limite del target del 2%. È pur vero che la Bce due anni fa ha fornito al sistema bancario dell’Eurozona mille miliardi di euro di prestiti triennali. E fu questa operazione che certamente salvò l’euro e gran parte delle banche europee – che stanno già ripagando il prestito – ma non fornì nessuno stimolo a prestiti alle imprese e ai cittadini di Europa, con una domanda aggregata sempre decrescente ed una ripresa lontana.

Una conferma più chiara della continuazione indiscriminata di una politica di austerity, imposta ai Paesi debitori, fra cui il nostro, e voluta soprattutto dalla Germania e dalla troika, sembrano porre la Bce in una posizione nettamente opposta a quella delle altre principali banche occidentali. Queste non univoche politiche monetarie si rivelano sempre più incerte nell’affrontare le scorribande del capitalismo finanziario globale, che aumenta le sue ricchezze speculando nei confronti degli Stati debitori e provoca effetti pericolosi sui loro assetti democratici, soffocati dal populismo da un lato e dalla povertà dall’altro. Val forse allora la pena, in conclusione, di comparare l’attuale confusissima situazione a quella che si presentò negli anni dell’immediato dopoguerra. Gli effetti del sistema sovranazionale di Bretton Woods e la politica egemonica degli Stati Uniti furono, anche attraverso le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza con le altre istituzioni internazionali, un forte strumento di stabilizzazione economica e di straordinaria crescita.

Ma proprio l’incerta e incompleta situazione dell’Unione Europea, con la cui cultura e civiltà nessun altro può competere, debbono oggi far comprendere che l’unico coordinamento sovranazionale possibile è ancora quello di completare l’Unione politica europea, dando legittimazioni democratiche alle varie istituzioni, compresa la Bce, e prendendo finalmente coscienza da parte dei cittadini europei che l’Europa, che costituisce nell’insieme una delle grandi potenze mondiali, è l’unica che ha ancora davanti a sé un processo di democrazia politica da completare, per il cui impegno singolarmente nessuno può alimentare o indurre ad alimentare l’abbandono o il distacco dei diritti politici di ciascuno

di Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2013

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8 luglio 2013

Salvate i soldati della libertà


Alcuni li chiamano talpe, o peggio spie. Altri evocano le gole profonde che negli anni ’70 permisero ai giornali di scoperchiare il Watergate. Sono i tecnici dei servizi segreti o i soldati o gli impiegati che rivelano, sui giornali, le illegalità commesse dalle proprie strutture di comando, dunque dallo Stato.

Oggi tutti questi appellativi sono inappropriati. Non servono a indovinare uomini come Edward Snowden o Bradley Manning: le loro scelte di vita estreme, inaudite. Non spiegano la crepa che per loro tramite si sta aprendo in un rapporto euroamericano fondato sin qui su silenzi, sudditanze, smorte lealtà.

Continuare a chiamarli così significa non capire la rivoluzione che il datagate suscita ovunque nelle democrazie, non solo in America; e il colpo inferto a una superpotenza che si ritrova muta, rimpicciolita, davanti alla cyberguerra cinese. Già nel 2010 fu un terremoto: i tumulti arabi furono accelerati dai segreti che Manning e altri informatori rivelarono a Wikileaks sui corrotti regimi locali, oltre che sui crimini di guerra Usa. Ora è il nostro turno: senza Snowden, l’Europa non si scoprirebbe spiata dall’Agenzia nazionale di sicurezza americana (NSA), quasi fossimo avversari bellici. Perfino il ministro della Difesa Mario Mauro, conservatore, denuncia: «I rapporti tra alleati saranno compromessi, se le informazioni si riveleranno attendibili».

In un’intervista su questo giornale a Andrea Tarquini, il direttore del settimanale Die Zeit Giovanni di Lorenzo è più esplicito: “Snowden ha voluto mostrare all’opinione pubblica come i servizi segreti possono mentire, e le reazioni positive dei tedeschi al suo tentativo sono un cambiamento fondamentale per il mondo libero. Un terzo dei cittadini si dice disposto a nascondere Snowden. Un terzo, fa un grande partito”.

Chiamiamoli dunque con il nome che Snowden e Manning danno a se stessi: whistleblower, cioè coloro che lavorando per un servizio o una ditta non smettono di sentirsi cittadini democratici e soffiano il fischietto, come l’arbitro in una partita, se in casa scorgono misfatti. La costituzione è per loro più importante delle leggi d’appartenenza al gruppo.

Sono i cani da guardia delle democrazie, e somigliano ai rivoluzionari d’un tempo. Vogliono trasformare il mondo, rischiano tutto. Snowden dice: “Non volevo vivere in una società che fa questo tipo di cose. Dove ogni cosa io faccia o dica è registrata”. Sono convinti che l’informazione, libera da ogni condizionamento, sia la sola arma dei cittadini quando il potere agisce, in nome del popolo e della sua sicurezza, contro il popolo e le sue libertà. Come i rivoluzionari sono ritenuti traditori, da svilire anche caratterialmente. Infatti sono liquidati come nerd: drogati da internet, narcisisti, impolitici, asociali.

Ben altra la verità: le notizie date a Wikileaks usano entrare nella filiera «tradizionale», trovando sbocco su quotidiani ad ampia diffusione, attraverso articoli di giornalisti investigativi (è il caso di Glenn Greenwald del Guardian, cui Snowden s’è rivolto). Non sono rivelati, inoltre, i documenti altamente confidenziali. Siamo nell’ambito dell’atto di coscienza per il bene collettivo, non di gesti isolati di individui fuori controllo.

È utile conoscere il tragitto dei moderni whistleblower. Il soldato Manning a un certo punto non ce la fece più, e passò al fondatore di Wikileaks Assange documenti e video su occultati crimini americani: l’attacco aereo del 4 maggio 2009 a Granai in Afghanistan (fra 86 e 147 civili uccisi); il bombardamento del 12 luglio 2007 a Baghdad (11 civili uccisi, tra cui 3 inviati della Reuters. Il video s’intitola Collateral Murder, assassinio collaterale).

Accusato di alto tradimento è l’informatore, non i piloti che ridacchiando freddavano iracheni inermi. Arrestato e incarcerato nel maggio 2010, Manning è sotto processo dal 3 giugno scorso. Un “processo-linciaggio”, nota lo scrittore Chris Hedges, visto che l’imputato non può fornire le prove decisive. I documenti che incolpano l’esercito Usa restano confidenziali; e gli è vietato invocare leggi internazionali superiori alla ragione di Stato (princìpi di Norimberga sul diritto a non rispettare gli ordini in presenza di crimini di guerra, Convenzione di Ginevra che proibisce attacchi ai civili).

Gli stessi rischi, se catturato, li corre Snowden, ex tecnico del NSA: ne è consapevole, come appunto i rivoluzionari. A differenza delle vecchie gole profonde, i whistleblower militano per un mondo migliore. Sono molto giovani: Snowden ha 30 anni, Manningne aveva 22 quando mostrò il video a Wikileaks. Sono indifferenti a chi bisbiglia smagato: «Spie ce ne sono state sempre». Non fanno soldi. Alcuni agiscono all’aperto: Snowden ha contattato Greenwald, che da anni scrive sul malefico dualismo libertà-sicurezza. Altri rimangono anonimi finché possono, come Manning. Daniel Ellsberg, il rivelatore dei Pentagon Papers che nel ’71 accelerò la fine dell’aggressione al Vietnam, può essere considerato il capostipite dei whistleblower. Per lui Snowden è un eroe. Quel che ci ha dato è la conoscenza: esiste un’Agenzia, che nel buio sorveglia milioni di cellulari e indirizzi mail in America e nel mondo.

È vero quello che dice il direttore della Zeit: il giudizio dei cittadini tedeschi su Snowden segnala mutamenti profondi, il cui centro è un nuovo tipo di informazione, che passa attraverso la stampa ma nasce in internet. Il giornalista Denver Nicks, autore di un libro su Manning, sostiene che lo spartiacque fu il video Collateral Murder: “È l’inizio dell’era dell’informazione che esplode su se stessa”.

L’era dell’informazione sveglia il mondo libero, e non libero. Grazie a Snowden, e a giornalisti come Greenwald, l’Europa s’accorge di essere terra di conquista per l’America, trattata come Mosca trattava i paesi satelliti. Leggendo i rapporti dei servizi Usa pubblicati da Spiegel, i tedeschi scoprono di esser chiamati “alleati di terza classe”: non partner, ma infidi subordinati. La crisi dell’euro ha spinto Obama non a promuovere la federazione europea come l’America postbellica, ma a spiare i Paesi, le loro liti, le comuni istituzioni.

Indignarsi per l’intrusione imperiale non basta. Né basta rifiutare gli F-35. È su se stessa che l’Europa deve gettare uno sguardo indagatore, trasformatore, se vuol svegliarsi dal sonno che l’imprigiona in un atlantismo degenerato in dogma, e che la condanna a restare sempre minorenne. Un’Unione priva di una sua politica estera e di difesa, viziata per decenni dalla tutela americana: questo è sonno dogmatico. Come ipnotizzati, gli europei hanno partecipato alle guerre Usa anti-terrorismo senza mai domandarsi se avessero senso, se fossero vincibili.

Senza mai ridiscuterle con l’alleato. Senza chiedersi – oggi che regna Obama – se i droni che uccidono a sorpresa (i targeted killing in zone belligeranti e non: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia) siano internazionalmente legali. Dogmaticamente digeriscono una Nato che serve solo gli Usa, quando serve. È stato necessario Snowden per capire che gli Usa offendono la legalità che pretendono insegnare al mondo, e screditano le democrazie tutte.

Il 4 luglio, tanti americani celebreranno la Dichiarazione d’indipendenza manifestando in difesa dell’articolo 4 della Costituzione, che vieta allo Stato di interferire nelle vite dei cittadini. Anche per l’Europa è ora di dichiarare l’indipendenza dall’alleato-segugio. Se avesse coraggio, esaudirebbe il desiderio di quel terzo di cittadini tedeschi che vuol offrire rifugio a Snowden, e protesterebbe contro il linciaggio giuridico di Manning.

Non troverà questo coraggio. Ma potrebbe accorgersi che i suoi cittadini, tutt’altro che minorenni male informati, la pensano diversamente. Orfani di una sinistra che trasforma il mondo, gli europei sono privi di propri whistleblower. È sperabile che ne avremo anche noi.

di Barbara Spinelli, La Repubblica

Barbara Spinelli

8 luglio 2013

L’ufficio a doha e la vittoria dei taliban in Afghanistan

Dopo 12 anni di conflitto, i guerriglieri del mullah Omar partecipano alle trattative sul futuro di Kabul e sono pienamente legittimati. Come in Vietnam, gli Usa seguono l’exit strategy di Kissinger. L’impotenza di Karzai, il ruolo chiave del Pakistan, la preoccupazione dell’India.


[Carta di Laura Canali]

L’apertura dell’ufficio dei Taliban a Doha ha ottenuto il solo effetto di “fare apparire i Taliban più forti, gli americani disperati e rendere furibondo Karzai”.

 

 

A sintetizzare così la vicenda dai contorni ormai tragicamente farseschi è Kate Clark, rispettata analista del think-tank Afghanistan Analyst Network. E non è la sola a pensarla così. È opinione quasi unanime, difatti, che a beneficiare dall’apertura dell’ufficio e dagli eventuali colloqui sia una parte sola, che politicamente ha già di fatto vinto: i Taliban.

 

 

Dopo 12 anni di guerra il mullah Omar e soci si ritrovano ad aver decisamente vinto sul campo, checchè ne pensino gli americani e le forze Nato, e a beneficiare della ritirata strategica travestita da vittoria inscenata da Washington.

 

 

Il riconoscimento politico implicitamente ottenuto a Doha, nonostante la Casa Bianca abbia decisamente negato che di ciò si tratti, ha proiettato sulla scena internazionale i Taliban come parte legittima del cosiddetto ‘processo di riconciliazione nazionale’ . L’etichetta di ‘terroristi’ che ha per anni giustificato l’occupazione militare dell’Afghanistan è stata di fatto cancellata.

 

 

In pratica, impantanata ormai da troppo tempo tra i monti e i complessi meccanismi sociali e politici dell’Afghanistan, Washington ha deciso di ricorrere alla teoria del buon vecchio Kissinger elaborata ai tempi della debacle vietnamita. Dichiarando vittoria a Kabul, dove l’Occidente ha portato democrazia e libertà, annunciando di conseguenza il ritiro delle truppe ormai inutili dell’operazione Enduring Freedom e sponsorizzando un processo di ‘riconciliazione nazionale’ nel travagliato paese.

 

 

Traduzione: riportando nelle intenzioni i Taliban al governo a Kabul all’interno di ‘un processo democratico’. I colloqui di pace con mullah Omar e compagni sono, secondo Washington e secondo alcuni analisti, un passo fondamentale per assicurare la definitiva pacificazione del paese. Le trattative, condotte segretamente da un paio d’anni, sono infine sfociate nell’apertura dell’ufficio di Doha come sede dei colloqui a cui dovrebbero partecipare gli Usa, il governo afghano e gli stessi Taliban.

 

 

L’ufficio di Doha è stato aperto giorni fa tra le fanfare dei media di tutto il mondo ma, non appena le immagini hanno cominciato ad apparire sugli schermi televisivi, a Karzai è venuto un colpo apoplettico: sull’edificio, moderatamente lussuoso, sventolava la bandiera del governo dei Taliban e la targa d’ottone all’ingresso recitava: “Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

 

 

Come se si trattasse, e di fatto si trattava, dell’ambasciata di un governo in esilio. Il governo dei Taliban, appunto, quello guidato dal Mullah Omar e compagni. Kabul si è affrettata a rilasciare dichiarazioni di fuoco, ritirandosi dai colloqui fino a quando la bandiera dei Taliban e la targa fossero rimaste al loro posto.

 

 

Dal punto di vista di Karzai, il ragionamento non fa una piega: la legittimazione di fatto dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan delegittima il governo di Kabul, eletto in modo più o meno democratico sotto l’occhio benedicente dell’Occidente tutto. Il presidente dichiara inoltre che i colloqui devono essere condotti dal governo democratico dell’Afghanistan, sottolineando che Washington ha mancato agli accordi presi in via preventiva con il suo esecutivo.

 

 

Dopo frenetiche trattative e lunghe telefonate tra Washington e Kabul e Washington e Doha, i Taliban hanno accettato di ammainare la bandiera: prima per finta, tagliando l’asta a metà in modo che non si vedesse da fuori. Poi davvero, minacciando però di ritirare la loro disponibilità ai colloqui.

 

 

Dopo un lungo braccio di ferro, i Taliban hanno infine ottenuto ciò che volevano: intavolare trattative dirette con gli Usa e non con Karzai, che disprezzano perchè lo considerano un “burattino di Washington”. Non solo: hanno ottenuto di arrivare al tavolo delle trattative senza condizioni.

 

 

Non hanno deposto le armi, non si sono dissociati dalle posizioni di al Qaida, non si sognano neanche di rinunciare all’uso della violenza, prova ne sia che lo stesso giorno dell’apertura dell’ufficio di Doha hanno ucciso 4 americani a Baghram. Si sono limitati a generiche quanto ambigue dichiarazioni sulla “rinuncia a usare l’Afghanistan come base per attacchi verso altri paesi” e ad aderire al processo di riconciliazione nazionale qualora i colloqui si dimostrino fruttuosi.

 

 

Inutile ricordare qui che i Taliban non hanno mai attaccato altri paesi. Da Doha, forti della vicinanza fisica oltre che politica ormai dei loro principali sponsor, fanno sapere che gli Usa hanno mancato agli accordi presi alla vigilia e che l’uso della famosa bandiera e della targa era stato concordato con Washington. Che a sua volta cerca di fare la voce grossa riuscendo però soltanto ad apparire sempre più disperata. L’inviato speciale per l’Afghanistan Dobbin vola a Doha ufficialmente per incontrare John Kerry e le autorità del Qatar. John Kerry, che ufficialmente era a Doha per incontrare i ribelli siriani e non i Taliban, minaccia a sua volta la chiusura dell’ufficio-ambasciata se i colloqui, come sembra al momento, non cominceranno davvero.

 

 

Al tavolo delle trattative, però, c’è un altro giocatore, nemmeno tanto occulto: il Pakistan. L’annuncio che i Taliban potrebbero ritirare la loro disponibilità ai colloqui viene infatti dato per telefono da un portavoce che parla da Quetta, in Baluchistan. Non è un segreto, d’altra parte, che Islamabad tiene sottochiave (o meglio, sotto protezione) da qualche anno i Taliban disposti a intavolare trattative dirette con Kabul. Il mullah Baradar in testa, arrestato si dice perchè aveva cominciato a parlare con il fratello di Karzai.

 

 

Il governo afghano domanda al Pakistan il rilascio dei Taliban prigionieri, ma Islamabad fa sapere, per via più o meno ufficiosa, che Baradar è più utile da prigioniero che a Doha e che ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere i suoi compagni a partecipare ai colloqui e a far sedere al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del network Haqqani, fino a ieri odiatissimo dagli Usa.

 

 

D’altra parte, gira voce che trattative personali e segrete tra John Kerry e Kayani (il capo di Stato maggiore dell’esercito pakistano), per una volta tanto d’accordo sulle reciproche convenienze, hanno fatto ottenere al Pakistan la posizione strategica giudicata fondamentale: il processo di riconciliazione dovrà passare per Islamabad, che riuscirà così ad assicurarsi un certo numero di posti chiave nel governo di Kabul all’indomani dell’abbandono delle truppe americane. Queste stanno attualmente trattando con Karzai, e probabilmente anche con Islamabad, l’ottenimento di un certo numero di basi permanenti nella regione.

 

 

Il fatto che sia il Pakistan, alla fine, a gestire le trattative non fa piacere a Karzai e preoccupa non poco l’India. Delhi non ha nessuna intenzione di vedere ancora una volta a Kabul i pupilli dell’Isi e dell’esercito pakistano. Intanto Tayyeb Agha, che guida le trattative per conto del mullah Omar, è volato in Iran per rassicurare Tehran sulla sicurezza degli sciiti hazara nel momento in cui i Taliban rientreranno al governo. E rilascia dichiarazioni che fanno intuire un ammorbidimento delle posizioni nei confronti dei diritti delle donne.

 

Non gli crede nessuno, ovviamente, men che meno i cittadini afghani, ma tutti fanno finta di credergli. La farsa continua e i cittadini pakistani e afghani aspettano, con una buona dose di cinismo mista a disperazione, la comica finale.

di Francesca Marino

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8 luglio 2013

L’Egitto e il rebus arabo

In Egitto i Fratelli musulmani hanno fallito, ma quelli che secondo noi sono meno distanti dai valori democratici si sono affidati a un golpe militare per rimuovere i vincitori di tutte le elezioni democratiche dell’era post-Mubarak.


[Carta di Laura Canali]

Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista.

Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla.

Questa regola, sperimentata nel 1991-92 in Algeria, quando dittatori più o meno utili alla causa occidentale punteggiavano la galassia araba, è confermata oggi in Egitto. Dove il fallimentare esperimento dei Fratelli musulmani, incarnato dal presidente Mohammed Morsi, è stato liquidato per vie brevi dal potere militare, invocato da Piazza Tahrir e dintorni.

Paradosso: coloro che – con qualche ottimismo – consideriamo meno distanti dai valori democratici, si affidano al colpo di Stato per affermarsi sui vincitori – certo non inclini al modello Westminster – di tutte le elezioni più o meno democratiche tenute in Egitto dopo la caduta di Mubarak.

Ma il generale Abdel Fatah al-Sisi, capo delle Forze armate e quindi del massimo conglomerato economico nazionale, non intende intestarsi la responsabilità di un paese ingovernabile. Dal suo cappello ha quindi estratto il presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, cui è stato affidato ad interim il portafoglio di Morsi, in vista della formazione di un altrettanto provvisorio governo che dovrebbe preparare nuove elezioni.

Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza. Magari adottando il suggerimento del celebre scrittore dentista Ala al-Aswani, icona degli intellettuali “liberali”, per il quale conviene negare il diritto di voto agli analfabeti, ossia a un egiziano su quattro – una donna su tre.

Ciò che ai militari interessa è il controllo del vasto apparato produttivo di cui sono i capofila, la gestione in perfetta autonomia del proprio bilancio e la garanzia del supporto finanziario americano: quasi un miliardo di dollari e mezzo all’anno.

Ma per intascare questa tangente – il prezzo che gli americani pagano per potersi considerare azionisti di riferimento dei militari egiziani, a tutela della sicurezza di Israele – ad al-Sisi occorre che il governo sia presentabile al peraltro assai geopolitico vaglio di legalità del Congresso Usa. Di qui lo sbarramento semantico del generale, che mentre metteva agli arresti domiciliari il primo presidente democraticamente eletto del suo paese e colpiva d’interdetto la Fratellanza musulmana, lanciava i blindati nelle piazze e censurava i media ostili, curava di comunicare che non era in corso alcun colpo di Stato.

Il golpe che non si può definire tale non elimina certo le cause che l’hanno originato. Il rebus egiziano resta insoluto nelle sue componenti economica, politica e socio-culturale.

L’Egitto è sull’orlo del collasso, con la lira in picchiata, le casse dello Stato vuote, la disoccupazione galoppante, turismo e rimesse degli emigrati ai minimi termini. Non sono bastati i pelosi oboli dell’emiro del Qatar – interessato a mettere le mani sul Canale di Suez – e di altri finanziatori affini alla galassia della Fratellanza musulmana a impedire che la crisi precipitasse, finendo per esasperare buona parte della popolazione, insofferente per la mala gestione di Morsi e associati.

Il campo politico è polarizzato e paralizzato. I Fratelli musulmani, dopo 85 anni di opposizione semiclandestina, si sono rivelati incapaci di convertirsi in forza di governo. Si sono illusi che bastasse vincere le elezioni per governare. E nelle componenti più conservatrici, di cui Morsi è espressione, hanno immaginato di poter non troppo gradualmente imporre la propria agenda al resto del paese.

Quanto alle opposizioni, che vanno dalla sinistra radicale agli ipernazionalisti, dai (pochi) liberali occidentalizzanti agli avanzi (corposi) del vecchio regime – le notizie sulla sua morte si confermano premature – non hanno mai considerato Morsi un presidente legittimo, o con il quale si potesse comunque stipulare un compromesso. Per tacere della galassia salafita, che conta di profittare della sconfitta dei Fratelli per ingrossare le proprie file.

L’eco del golpe egiziano risuona in tutta la regione e nel mondo. Esulta il presidente siriano al-Asad, contro il quale Morsi, in uno dei suoi molti gesti inconsulti, aveva chiamato alla guerra santa. Protesta inquieto il leader turco Erdoğan, finito a suo tempo in galera nell’ultimo “golpe bianco” delle Forze armate kemaliste, vieppiù allarmato dal rimpallo non solo mediatico fra Piazza Taksim e Piazza Tahrir.

E gli americani, che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purché sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi, per dedicarsi alla sola priorità: la Cina.

I prossimi mesi ci diranno se dall’intervento delle Forze armate egiziane potrà scaturire la pacificazione fra le principali componenti politico-religiose, islamisti inclusi. Oppure se le opposizioni approdate al governo sull’onda della piazza anti-Morsi e dei carri armati di al-Sisi vorranno continuare nella prassi dei Fratelli, solo a segno rovesciato: il potere è tutto nostro, guai a chi lo tocca.

In tal caso, la reazione violenta degli islamisti frustrati è scontata. Battesimo ideale per l’ennesima leva jihadista.

di Lucio Caracciolo

Limes articolo pubblicato su la Repubblica il 5/7/2013

13 marzo 2013

Il ritorno del giardino dei finti cretini: la scala di Penrose

Chissà se un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo. Mentre il nostro paese è allo sfascio, ci sono due Messi che giocano la stessa partita dell’economia globale.


[Foto Ansa]

Quando è caduto il Muro di Berlino l’allora governo di Bonn aveva promesso di trasformare in cinque anni l’ex Germania Est comunista in un modello di prosperità; questo avrebbe portato a un secondo miracolo economico in tutto il paese, dopo il primo del dopoguerra, facendo sì che i tedeschi diventassero il popolo più ricco del mondo e non solo dell’Europa.

Come ciliegina sulla torta il cancelliere tedesco Helmut Kohl aveva promesso che ciò sarebbe stato possibile senza nuove tasse, roba da fare invidia all’avventuristica politica economica di George Bush Sr.

Presto i tedeschi si resero conto di aver sbagliato tutti i calcoli perché per pagare i costi della riunificazione e alzare lo standard di vita dell’Est allo stesso livello dell’Ovest sborsarono somme enormi, centinaia e centinaia di miliardi di dollari. Per ottenere questi soldi furono costretti a chiedere prestiti esorbitanti – anche agli Stati Uniti, peraltro mai restituiti – che mantennero alti i tassi d’interesse.

Sfortunatamente le misure non furono capienti e Kohl dovette infrangere la sua promessa e aumentare le tasse, ma il vero problema era che nonostante tutti i prestiti e le tasse non ci fu alcun miglioramento nell’Est mentre nella Germania Ovest l’economia si piantò nella peggiore recessione dopo la depressione dei primi anni Trenta.

Il livello di scontento in Germania fu il più alto dalla seconda guerra mondiale, tanto che i tedeschi occidentali sono tuttora convinti che quelli dell’Est siano un mucchio di pigri vagabondi che hanno sempre vissuto a spese dello Stato e che non abbiano la minima idea di cosa significhi lavorare per vivere. I tedeschi orientali pensano che quelli dell’Ovest siano zoticoni arroganti, avidi e senza cultura, interessati solo a fare soldi. Così il tessuto sociale e politico lentamente ma inesorabilmente si sgretolò; esattamente come l’ultima volta che i tedeschi erano entrati in una delle loro fasi maniaco-depressive, dipendeva anche da una situazione economica molto difficile che nel primo dopoguerra portò a una completa disillusione nei confronti del governo democratico della Repubblica di Weimar con le conseguenze che tutti conosciamo benissimo.

Lasciando molto a parte per totale indifferenza la robusta silhouette della signora Merkel, la Germania soffre più che mai ancestrali sentimenti di egocentrica egemonia visto come tratta greci, italiani e spagnoli che a parole sono gente degnissima seppure bisognosa di aiuto, ma dentro il proprio ego li ritiene poveri peones del Sud Europa destinati a fare la pessima fine dei miserabili immigrati in Svizzera o Belgio degli anni Cinquanta.

Probabilmente per atavica vergogna, la cancelliera non ama affatto ricordare che suo padre era confidente di Markus Wolf e che di conseguenza la sua infanzia fu resa molto più facile di tanti altri a cui era impedito il passaggio da est a ovest. Ma tant’è: a una che parla correttamente il russo e che però si mette in casa Jens Weidmann come presidente della Deutsche Bundesbank – un vero instancabile nostalgico insieme a tanti altri compatrioti del glorioso e poderoso marco, defunto a favore di una moneta unica annacquata da economie deboli e inette – meglio opportunamente ricordarle di “arbeit macht frei” e forse pure di Seneca e del circolo della grazia: “emanatio, raptio, remeatio; dare, ricevere, restituire”.

Come dire: le ideologie non sono negoziabili, gli interessi si.

Chissà se mai un giorno si scopriranno i principi razionali per i quali un grigio professore e opaco funzionario in un battibaleno è diventato capo del governo della Repubblica italiana e con scatto record da centometrista pure senatore a vita. Povero presidente Napolitano: in cuor suo si sarà pentito, ma purtroppo cosa fatta capo ha.

Mario Monti sembra il carpentiere della tragedia di Shakespeare che fa vedere agli spettatori la metà del suo viso attraverso la criniera del leone e intanto sussurra lento, ponderato, suadente “se voi pensate che sono venuto come un vero leone sarebbe increscioso, non tremate; la mia vita garantisce per la vostra”. Intanto ha guidato per tredici mesi un incompetente governo tecnico, che a parte rarissime eccezioni ha compiuto efferati disastri ai danni del paese e della società civile, fermo restando che il governo di una nazione democratica non è e non sarà mai tecnico, sarebbe un controsenso negazionista esattamente come affermare che la politica non esiste e invece purtroppo esiste eccome. Cosa ha fatto Monti durante questo periodo di mandato, supportato da una inusitata maggioranza incestuosa però prona ai suoi voleri e a quelli del capo dello Stato?

Ha aumentato le imposte fino al limite della fisiologica sopravvivenza o della morte per inedia, ristabilito una tassa iniqua sulla proprietà immobiliare fuori da ogni parametro di logica economica e messo in atto tramite uno dei suoi ministri una nuova legge sul lavoro a dir poco calamitosa che offende profondamente sia i giovani che i meno giovani. E tutto questo per che cosa? Per ottemperare agli inquietanti dogmi dell’Unione Europea dettati dalla Germania. Di riforme istituzionali e costituzionali, niente; di riforme sulla legge elettorale, niente; di rilancio dell’economia e dei consumi, niente; solo il tormentone dello spread. Lo spread sta a un governo sovrano come la pagella a uno studente: se hai 6 o 7 in tutte le materie è complicato raggiungere la media similvirtuosa dell’8 o del 9.

Guardiamo per un attimo i numeri, che poi sono sempre gli stessi. Un pil inchiodato intorno ai 1.600 miliardi di euro; un costo della pubblica amministrazione che prosciuga la metà del medesimo pil per circa 800 miliardi; un costo del servizio al debito pubblico vicino ai 100 miliardi annui il cui principal ha superato abbondantemente i 2.000 miliardi e che ogni anno deve provare a rinnovare più o meno 400 miliardi di titoli di Stato – tanto che lo sforamento è dovuto proprio a emissioni che non tutti accettano di sottoscrivere; debiti della pubblica amministrazione verso fornitori privati pari a quasi 20 miliardi, cercando di pagarli poco a poco con bond “scontabili” ovviamente a spese del creditore. Ma la cosa divertente, si fa per dire, è che i componenti del suo mitico gabinetto di altolocati ministri, viceministri e sottosegretari – tutta gente di rango e con la puzza sotto il naso – sono rimasti comodi ma passivi figuranti nascondendosi a fatica sotto la foglia di fico che per l’appunto rappresentare il bene dell’amata patria era ottemperare a quanto richiesto dall’Ue, altrimenti tutti nel baratro.

Infatti ci siamo nel baratro: i conti dello Stato non sono a posto neppure secondo criteri alieni dal contesto e in compenso il paese è terminato in una maledetta recessione/stagflazione dalla quale forse si risolleverà con grande sforzo e se la globalizzazione aiuta solo nel 2014/’15. Bel colpo veramente, come pulirsi il qui si siede con la carta vetro che dopo un poco irrita.

Evidentemente sessanta milioni di italiani sono considerati amebe ignoranti con l’anello al naso, tutti lì aggrappati al televisore a guardare affamati e vogliosi di panem et circenses il festival di San Remo e l’abdicazione del Santo Padre. In momenti di profonda crisi economica e sociale bisogna pensare alla propria gente, essere egoisti e non genuflessi sui “charter” Ue o dell’Fmi che incalcolabili distorsioni hanno creato in giro per il mondo nelle ultime due decadi – basta vedere le statistiche e i danni al riguardo. Qualunque mezza cartuccia di economista americano avrebbe detto che bisognava manovrare esattamente l’inverso di quanto deciso, abbassare prepotentemente l’imposizione fiscale, tagliare i costi dello Stato non con il bilancino del farmacista ma con l’accetta del boscaiolo, rinegoziare l’enorme debito pubblico esistente e tremendamente presente trovando una soluzione alternativa e meno costosa; ad esempio uno zero coupon bond a trent’anni, ovvero raggruppi e immetti sul mercato titoli a lungo termine con una aliquota calcolata anticipatamente e ti dimentichi degli interessi fino alla loro scadenza e chi può dire che non si può fare laddove ci sono adeguate garanzie? Altrimenti si potrebbe supporre che il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia siano d’accordo nel dare guadagni illeciti a tipologie illecite. Mettere in atto una legge rigorosa sulla corruzione, eliminare una quantità di enti inutili, contenere al massimo i costi della politica, le duplicazioni e triplicazioni di comuni, provincie e regioni, pagare i fornitori dello Stato velocemente con soldi e non a babbo morto con carta straccia, attuare un programma efficace ed efficiente di rapide opere pubbliche e non da barzelletta, da destinare a imprese private capaci e non amiche degli amici e infine lasciare alla popolazione la libertà nel disporre di soldi per rilanciare lavoro, consumi, compravendite immobiliari e quanto altro necessario per risanare definitivamente non le profonde ferite lasciate dai precedenti governi bensì il marcio di un sistema di gestione nazionale tanto pericolosamente desueto quanto un obsoleto kamikaze giapponese.

Invece cosa si è inventato Monti? Un’inutile spending review di facciata, la classica esca populista per i finti cretini e chi ha chiamato come consulente? Proprio quel vetusto Enrico Bondi al quale deve tante personali cortesie. E cosa ha fatto il mitico Enrico Bondi che nella sua longeva carriera ha dato così grande prova di sé? È riuscito (forse) a tagliare meno dell’1% degli 800 miliardi di euro che ogni anno che Dio manda sulla terra la pubblica amministrazione italiana si succhia dal pil, ovvero dalle tasche dei contribuenti. Visto l’ottimo lavoro svolto lo hanno successivamente nominato Commissario per sanare – è proprio il caso di dirlo – la Sanità fallita della Regione Lazio, facendo girare le balle a una quantità impressionante di medici, paramedici e pure pazienti. “What else?” domanderebbe il mezza cartuccia economista americano: pochissimo e quasi niente sarebbe la risposta appropriata, proprio come le vecchie pagelle degli studenti: poteva fare di più ma è vago e non si applica. Però la ministra Fornero, madre di una nuova spettacolare legge sul lavoro votata per totale incompetenza del parlamento deliberante, va a comprarsi le scarpe accompagnata dalla scorta, magari per evitare che le tirino pomodori e uova marce.

Se non esiste credito per nessuno, tutti si trovano in difficoltà a parte i soliti ricchi noti e meno noti, evasori, truffatori e criminali tutti ossequiosi verso le discriminazioni, perché gli operatori delle forze dell’ordine guadagnano miserie ma i loro capi stipendi d’oro, i responsabili dei ministeri e dei massimi organismi dello Stato tuttavia godono di privilegi tipo gli hidalgos spagnoli del XIX secolo, ma non coloro che lavorano subordinati: la classe media è stata calpestata e nessuno dei così detti poteri forti ha alzato un dito. La disoccupazione giovanile appare come una piaga peggiore di una pandemia perché se non si mette riparo rapidamente a questa incontrollata fissione nucleare salterà tutta una nuova generazione, la linfa vitale di ogni ciclo economico, produttivo e immaginifico a tutto tondo, non perché ha fatto la guerra ma perché non ha potuto lavorare e beneficiare dei propri risultati, una cocente vergogna che porterà fra venti anni e fra le tantissime cose negative a che non si potranno più pagare le pensioni. Ma il professor Monti è riuscito a fare molto di più: con impegno ha permesso che i partiti che lo sostenevano e pure quelli contrari non avessero la minima intenzione di approvare una nuova legge elettorale – l’attuale consente ai segretari di scegliersi i candidati e le primarie sono fumo negli occhi per gli stolti, democrazia da bassa cucina a basso costo (per non parlare dell’inutile e costosissimo voto degli pseudoitaliani all’estero – e ancora insiste nell’affermare che la sua presenza personale in Europa risulta fondamentale per gli interessi nazionali. Però nel frattempo si è costruito un paranoico paradosso onirico sotto gli occhi di tutti e per “salire” in politica sta usando la scala di Penrose, che sale sempre con la virtuale distorta ottica dalla quale la si mira, senza pensare che una dismisurata autostima fuori controllo può portare a impensabili trabocchetti, quindi incurante del ridicolo azzardo. Per finire in bellezza, ha pensato bene di candidarsi nuovamente premier alla testa di un movimento che ancora non si capisce bene da che parte sta e cosa vuole fare da grande.

Magari avesse il successo di Christopher Nolan e gli incassi dei suoi film, sicuramente molte famiglie italiane avrebbero da mangiare dignitosamente senza essere obbligati alla quotidiana mensa della Caritas. Cosa sono Berlusconi, Bersani, Casini, Di Pietro, Fini, Grillo, Monti, Vendola e tutto il resto della sparsa marmaglia fatta per la stragrande maggioranza da avvocati, magistrati, giornalisti, professionisti di vario generone e umanità, imprenditori e inquietanti ricandidati da circo equestre? È questo il nuovo che avanza? Comprereste un’auto usata da questi furbetti del quartierone? Leggete gli sms che arrivano alle ore più improbabili del giorno e della notte da oscuri politicanti che decantano l’agognato sondaggio da 2% riferito al loro inutile partito? La facoltà del voto è un profondo esercizio di grande democrazia ma certo l’esistente contorno di futuri ipotetici programmi di governo che sembrano redatti da cerebrolesi fa rimpiangere l’avanspettacolo dell’Ambra Jovinelli degli anni Cinquanta. Eppure è quello che passa il convento e, come si diceva un tempo, “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Pessima intuizione, si spera sempre in un quantum leap, quel colpo d’ala che apra una nuova finestra e vento fresco; con questa gente il paese non andrà da nessuna parte, non c’entra l’Ue o l’Fmi (che Dio li abbia in gloria questi inutili costosissimi baracconi), qui è in gioco il pesante destino del popolo italiano e non serve un giudizio superiore, solo quello umano cosciente.

Vogliamo parlare dei remuneratissimi banchieri senza merito e senza qualità? Non prestano soldi, non erogano mutui e vivono alla giornata lucrando sul famoso spread grazie alle emissioni di estremo salvataggio fatte dalla Bce. Questa manica di bricconi incompetenti ancora in vita e liberi di intendere e volere perché solo grazie a una legge non scritta le banche in Italia non possono fallire, ma visto anche solo l’ultimo caso – uno dei tantissimi quello del Monte dei Paschi di Siena – ci starebbe per una volta una rapida riflessione. Questo pregiato Istituto acquista per quasi 10 miliardi di euro una banca tecnicamente in default e parecchio compromessa anche dal punto di vista dell’immagine, assumendosi inoltre con imperturbabile nonchalance altri dieci miliardi di potenziali passività e da chi compra? Dagli spagnoli del Santander – che notoriamente non attirano la tripla A delle agenzie di rating internazionali – che l’avevano comprata per somma assai inferiore solo pochi mesi prima. Da qui la prima considerazione: o gli spagnoli sono degli assi, o i senesi sono dei pirla, o qualcuno ha ciurlato nel manico con la connivenza di tutti gli attori in gioco. Ma a parte questi esiziali dettagli il Monte, storico emblema della senesità, aveva come presidente uno stimato avvocato calabrese con scarsa conoscenza del mestiere di banchiere; fin qui nulla di male – contenti loro, contenti tutti – ma cosa si inventa lo staff dirigenziale dopo qualche anno per provare a tappare buchi incolmabili di bilancio? Operazioni sintetiche di derivati su pronti contro termine aventi come regolamento titoli di Stato italiani trentennali. E chi scelgono come controparte? La banca d’affari Nomura, ovvero come volersi suicidare scegliendo fra una Glock 45 GAP oppure una Sig Sauer P228. Visto il disastro dell’operazione, nel dubbio decidono pure di cambiare presidente e chi chiamano? Un altro ex presidente cacciato da Unicredito che con le sue manie di grandezza tra fusioni e acquisizioni miliardarie verso l’Est europeo aveva quasi ridotto in fin di vita uno dei gruppi bancari più importanti del paese.

Vogliamo parlare degli strapagati capi azienda e relativo top management delle poche imprese italiane multinazionali private e pubbliche malati di uno smisurato senso del potere relativo? La maggior parte sono inquisiti, alcuni in galera, altri per non sbagliare non fanno niente e lasciano che la deriva del tempo porti da qualche parte il naviglio che timonano svogliatamente, come degli intoccabili che perdono denaro a palate e tanto nessuno gli dice niente. Ma per cercare di fare quegli affari che in qualunque altra parte del mondo civile comunemente si pagano con estrema irreprensibilità, tutte queste teste d’uovo ragionano in forma complessa nelle stanze ovattate degli inutili consigli d’amministrazione usando ancora i vecchi mezzi, le mazzette, le consulenze di cortesia, gli amici di fiducia, i partiti politici che li hanno messi sullo scranno, faccendieri, portaborse e perché adesso va di moda, i commerciali o le relazioni esterne che male non fanno all’immagine. Sono inclini alla meritocrazia verso qualcuno che sa fare il proprio mestiere con professionalità, correttezza e trasparenza e che cerca di salvaguardare il perimetro degli interessi strategici dell’impresa in tema di competitività, di affidabilità dei prodotti, di business intelligence, di protezione del brand oltre che di rispetto verso azionisti grandi e piccoli? Affatto, non gliene frega niente di niente, tanto in Italia nessuno paga di tasca propria, i processi penali e civili se ci sono si trascinano per decenni e non esistono dimissioni spontanee, l’azienda ti manda via ma carico di soldi, proprio come l’asino di Filippo il Macedone.

Last but not least, come scriveva seppure con velo d’ironia Luigi Barzini Jr., gli italiani sono brava gente, persone generalmente serie anche pazienti e dotate di storica persuasiva intelligenza e civiltà, ma esiste un limite sensibile anche al cattivo gusto. Il passaggio del capitalismo al socialismo non può avvenire sulla base di un pluralismo economico, politico e ideologico, esso deve avere luogo con la rivoluzione del proletariato e chi sono oggi i proletari? Tutte le classi sociali massacrate dalla scure di stolte e distorte politiche economiche che hanno fatto arricchire il 3% e impoverire il restante 97% della popolazione grazie a personaggi omnicomprensivi di tutto l’arco costituzionale il cui livore, l’arroganza, la presunzione e delirio di onnipotenza verso i comuni mortali é arrivato a livelli tanto parossistici quanto insostenibili, da porre una severa questione non giustizialista e neanche populista semmai evidente sulla validità di una politica ridotta allo stremo delle forze ma sempre pronta a far pagare le proprie croniche nefandezze a scapito del comune lecito benessere.

Possono esserci due Lionel Messi che giocano la stessa partita? Assolutamente no, improbabile almeno per il momento. Invece sì, ce ne sono due che si confrontano quotidianamente in una partita altrettanto interessante sul campo dell’economia globale e con eccellenti attributi: Ben Bernanke capo della Fed e Mario Draghi della Bce. Il primo è stato discepolo e con che risultati di Sir Alan Greenspan, il secondo si è fatto da solo e guarda caso da quando presiede la Bce è diventato anche più simpatico, dall’atteggiamento rude vecchia maniera di Clint Eastwood con cappello e senza cappello adesso ha imparato anche a sorridere malgrado le regole asfissianti e tutti i trappoloni tesi dai suoi colleghi atti a mettergli i bastoni tra le ruote. Ma Draghi non si dà per vinto, anzi: è riuscito a farsi autorizzare abbastanza risorse economiche per mettere al riparo i sistemi bancari dei paesi più deboli – anche se nessuno degli aderenti all’Ue è indenne da questa crisi; ha erogato a tassi infimi agli istituti che ne avessero fatto richiesta i denari da rimettere in circolo, per poi capire che le banche se li sono tenuti per colmare bilanci da formaggio groviera e per lucrare qualche soldo sulla differenza dei tassi. In ogni caso si merita un 10 con lode, alla faccia di Mario Monti – uno pseudoeconomista bocciato in pieno.

Il suo collega d’oltreoceano è invece diventato abilissimo a esportare altrove i prodotti tossici. Insieme ai colleghi Tim Geithner e Henry “Hank” Paulson, nel 2008, in una crisi che rischiava di travolgere tutto e tutti indistintamente, si inventò il sistema too big to fail: cose che si possono fare solo negli Usa, ovvero come annientare rapidamente i virus letali, consolidare con le buone o le cattive interessi spesso contrapposti per costruire colossi bancari invincibili a tutto campo, dargli una quantità esagerata di soldi dei contribuenti e farseli rimborsare con tempi da primato proprio perché ai privati americani non piace per niente avere il fiato sul collo del governo, a differenza di quanto accade in Europa o nel resto del mondo. La Federal Reserve continua a stampare dollari per immettere liquidità nel sistema, una media di 40 miliardi al mese fino a tutto il 2013, ma il dollaro rimane integro nel suo intrinseco valore facciale verso le altre divise, i cittadini godono di ragionevole credito e l’economia seppure non nel suo migliore stato appare un’araba fenice nei confronti delle altre nazioni del G8. Tutto questo grazie anche al secondo mandato del presidente Obama vinto in forma limpida e autorevole, poche idee ma chiarissime e un programma di governance fatto di cose sensibili, tangibili, serie, fattibili, concrete e obiettivi raggiungibili proprio come piace al suo popolo, visto che oramai gioca in souplesse senza dover vivere troppi compromessi con il Congresso, il Senato e le lobby, inoltre capace di scegliersi ottimi collaboratori, quindi 10 con lode a tutti e due.

Di questi tempi non ci si trova mai di fronte al classico “o la va o la spacca”, oggi si parla semmai di “o la spacca adesso o la spacca più tardi”. Pertanto, molto sovente il grande nemico della verità non è la menzogna – deliberata, studiata, disonesta – ma il mito persistente, persuasivo, irreale. Troppo spesso ci teniamo attaccati ai cliché dei nostri antenati, sottomettiamo tutti i fatti a interpretazioni prefabbricate e godiamo del conforto di avere delle opinioni senza avere la noia di pensare. Non possiamo capire e affrontare i problemi attuali se siamo affascinati da etichette tradizionali e da slogan consunti di un’epoca passata. La sfortuna è che l’abituale noiosa retorica non tiene il passo con la velocità dei mutamenti economici e sociali e i dibattiti politici, i discorsi pubblici sui problemi interni, sociali ed economici troppo spesso non hanno alcuna relazione o ne hanno troppo poca con le reali tematiche che sarebbe necessario affrontare con coraggio e determinazione. Le nuove circostanze nelle quali ci troviamo e che dobbiamo sfidare richiedono parole nuove, espressioni diverse, oltre che l’adattamento delle parole vecchie agli oggetti innovativi.

di Marco Savina, Limes.com

13 marzo 2013

Tobin Tax, l’imposta controproducente

La Commissione Europea ha proposto di adottare la famosa tassa sulle transazioni finanziarie, che ostacola il buon funzionamento dei mercati. In Italia l’abbiamo appena introdotta, penalizzando gli investitori.

[Foto Ansa]

Le transazioni finanziarie sono piuttosto “voluminose”. Nasce così la tentazione di tassarle per avere un gettito cospicuo che può servire ad altri scopi.

Poiché – si teorizza – le troppe transazioni finanziarie sono “sterili”, ecco che si può prelevare una quota di denaro da queste senza procurar danni per degli scopi che siano, al contrario, “fertili”.

Il nome che viene dato a questa tassa è “Tobin tax”, dal nome dell’economista che la teorizzò 40 anni fa ma per il solo mercato delle valute. La tassa è molto bassa (di molto inferiore all’1% del valore della transazione), ma, poiché gli scambi sono cospicui, il gettito non è spregevole: in Europa, secondo i conti di Bruxelles, sarebbe intorno ai 30 miliardi di euro.

Saggiamo l’idea che le transazioni finanziarie possano essere facilmente classificate come “sterili” oppure “fertili”.

L’impresa X vara un aumento del capitale – emette azioni – per aprire un megaimpianto con annessi occupati. È un’operazione che si potrebbe definire subito come “fertile”. Chi sottoscrive l’aumento del capitale può ragionevolmente temere che il titolo possa un giorno registrare un prezzo inferiore, perché l’impianto potrebbe andare peggio delle previsioni. Preferisce “coprirsi”, ossia accendere un’operazione finanziaria che, nel caso di una caduta del prezzo dell’azione, non gli faccia perdere denaro.

Trova chi pensa che le cose, invece, andranno bene, e quindi accetta di comprargli le azioni a un prezzo definito a una data definita. In questo modo scende il “premio per il rischio”, perché chi compra non chiede un prezzo minore per le azioni, perché ha paura di poter perdere. Riducendosi il premio per il rischio, l’impresa emette azioni a un prezzo maggiore, e quindi riduce il costo del capitale. Altrimenti detto, l’impresa affronta gli investimenti “reali” con maggiore tranquillità. Le transazioni “sterili” – come quelle di copertura dei rischi – aiutano l’economia “fertile”.

La Tobin Tax applicata alle transazioni finanziarie se riduce gli scambi – perché costa di più comprare e vendere – non favorisce il buon funzionamento dei mercati, perché li rende meno liquidi.

È questa l’obiezione maggiore che fanno quelli che sono contrari alla Tobin Tax. Poi vi sono le obiezioni minori, che assomigliano alle critiche che si rivolgono quando si alzano le tasse (le accise) sui carburanti. Costando molto di più il carburante alla pompa, si usa meno l’auto. La riduzione della domanda di carburante alla fine riduce il gettito delle accise. Invece di incassare di più, ecco che si incassa lo stesso. Altra obiezione minore è che le transazioni si sposterebbero su altri mercati se si alzano le imposte in uno o alcuni mercati.

Per quel che riguarda l’applicazione della Tobin Tax in Italia, si resta perplessi quando si scopre che la tassa scatta sulla variazione della posizione netta giornaliera dell’investitore e non sulle transazioni nel corso della giornata, come dovrebbe essere nello “spirito” della Tobin Tax. Ossia, se compro mille azioni e me le tengo, ecco che pago la Tobin Tax sul controvalore delle stesse (mille euro allo 0,1% sono un euro di Tobin Tax). Se, invece, compro e vendo nel corso di un giorno mille euro, ecco che non pago nulla.

Insomma le transazioni continue non pagano la tassa, mentre la pagano quelli che comprano le azioni per scopi di portafoglio. Il mercato resta quindi liquido, il che, per le ragioni suesposte va bene, ma si penalizza, seppur molto marginalmente, chi investe.

di Giorgio Arfaras, Limes.com

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