Archive for febbraio, 2010

26 febbraio 2010

La politica della prescrizione

Il Complice
Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Davvero il testimone inglese David Mills è stato corrotto dal premier, Silvio Berlusconi, per mentire in tribunale. Per questo Mills dovrà versare 250.000 euro allo Stato e non andrà in prigione solo perché la prescrizione (abbreviata da una legge approvata dal centrodestra nel 2005) ha cancellato il suo reato. La sentenza potrebbe avere effetti imprevedibili sul processo in corso a Milano, dopo lo stop dovuto al Lodo Alfano, contro il solo Berlusconi. Il dibattimento rischia infatti diventare brevissimo. I giudici potrebbero far proprio il contenuto del verdetto definitivo sulla corruzione giudiziaria di Mills (che ha valore di prova) e chiudere tutto, o almeno il primo grado, entro il prossimo gennaio 2011, il mese in cui la prescrizione scatterà anche per il Cavaliere. Un esito paradossale che spiega bene l’ondata d’insulti rivolti in ottobre contro la Corte costituzionale, da quasi tutto il centrodestra, quando il Lodo fu bocciato. Ieri, il presidente della Consulta, Francesco Amirante, ha definito quelle contumelie una “bizzarria” di una classe politica che finge di meravigliarsi se i giudici della Corte fanno il loro lavoro e dichiarano illegittime norme in contrasto con i principi fondanti della Repubblica. Per Amirante si tratta di un gioco pericoloso. Perché “quando   si delegittima un’istituzione, a lungo andare si delegittima lo stesso concetto di istituzione e, privo di istituzioni rispettate, un popolo può anche trasformarsi in una massa amorfa”. Tutto vero. Anche se in Italia la situazione è ancora peggiore. Le   istituzioni qui da noi si delegittimano da sole. Prendete, ad esempio, il Senato. Due anni fa i magistrati scoprono che Nicola Di Girolamo, il parlamentare Pdl oggi accusato di essere un uomo della ‘Ndrangheta, è un abusivo. Per farsi eleggere all’estero aveva falsificato il suo certificato di residenza. Bè, cosa fanno i suoi (momentanei) colleghi? Dicono di no al suo arresto. E poi, sebbene le prove della truffa elettorale siano documentali, non lo fanno nemmeno decadere. Tutto viene rimandato all’eventuale sentenza definitiva. Poi arriva la seconda richiesta di manette, spuntano le sue foto abbracciato a un boss, e il presidente del Senato, Renato Schifani, ha una trovata: non pronunciamoci sull’ordinanza di custodia, dice, ma limitiamoci a togliere a Di Girolamo la poltrona abusivamente occupata a Palazzo Madama. Il tutto con due anni di ritardo, mentre il disgusto per la Casta cresce e le istituzioni si trascinano da sole nel fango.  
di Peter Gomez Il Fatto Quotidiano
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 La Cassazione: corruzione in atti giudiziari per aver favorito B. ma prescrizione grazie alla ex Cirielli. Tutto perfetto
David Mills salvo grazie alla prescrizione, stabilita dalle sezioni unite della Cassazione ieri sera . Ma resta un corrotto per aver testimoniato il falso a favore di Berlusconi, quando era imputato ai processi Fininvest-Gdf e All Iberian, a novembre ’97 e a gennaio ’98. Ma per il suo ex coimputato, nonché premier – sotto processo a Milano – le cose si complicano: rischia di dover affrontare una sentenza di primo grado. Perché se c’è un corrotto, necessariamente deve esserci un corruttore. E questa sentenza sarà recepita dai giudici che stanno processando il Cavaliere. Proprio Mills ammise   di aver ricevuto 600 mila dollari per quelle false testimonianze, con il suo fiscalista. In una lettera – terrorizzato su come giustificare al fisco britannico quella somma – confessò che era un “regalo”, “per aver tenuto mister B fuori da un mare di guai”. E lo ha ripetuto, nell’unico interrogatorio del luglio 2004: “Sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il Gruppo Fininvest e pur non avendo mai detto il falso ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere laddove possibile una certa riservatezza sulle operazioni che ho compito per lui. E’ in questo quadro che nell’autunno   del ’99, Carlo Bernasconi ( manager Fininvest, defunto, ndr), mi disse che Silvio Berlusconi a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro. Cerco di ricordare le parole che usò Bernasconi per indicare chi aveva preso questa decidel   reato e per la conferma del risarcimento di 250 mila euro alla presidenza del Consiglio da parte di Mills. Perché, paradosso di questo processo l’altro imputato, il presunto corruttore, Berlusconi, è il presidente del Consiglio. Ma quando Palazzo Chigi si costituì parte civile, era premier Prodi. Il pg ieri mattina aveva chiesto la prescrizione per Mills perché, diversamente dal pm De Pasquale, dai giudici del Tribunale e della Corte d’Appello di Milano, a suo avviso il reato si è consumato l’11 novembre ’99 e non il 29 febbraio 2000. Per il pm, per i giudici di primo e secondo grado, i 600 mila dollari, frutto di corruzione, invece sono entrati nella disponibilità di Mills effettivamente solo nel 2000, quando l’avvocato si è fatto intestare le quote del fondo Torrey global, per un valore proprio di 600 mila dollari, che invece l’11 novembre erano intestate   alla società Struie. Ma secondo Ciani, nel ’99 Mills ordina l’investimento non a suo nome, ma per “suo conto”, in modo da mascherare “il regalo” di Berlusconi: “Il ritardo del passaggio finale nella intestazione delle quote , spiega il Pg, non incide sul momento consumativo”, del reato, “ma trae origine dalla volontà di Mills di rendere difficoltosa la ricostruzione di questo illecito passaggio di soldi”. Inoltre il pg ha ricordato che, anche nella lettera-confessione, Mills ha parlato di autunno   ’99. E siccome per la corruzione in atti giudiziari la prescrizione è prevista dopo 10 anni, Mills l’ha fatta franca. La prescrizione nel suo caso, calcolando una sospensione di 42 giorni dovuta a un’ordinanza del Tribunale, è scattata il 23 dicembre del 2009. Se la Cassazione avesse potuto pronunciarsi 62 giorni prima, non ci sarebbe stata impunità.

   Ma soprattutto Mills deve ringraziare una delle 18 leggi ad personam, la ex Cirielli. In base alla quale i tempi di prescrizione per la corruzione in atti giudiziari sono dopo 10 anni e non più dopo 15 anni. Ieri sera Berlusconi ha dichiarato di essere “soddisfatto a metà”. In realtà sa che da suo punto di vista questa sentenza è un grosso guaio . Il processo riprende a Milano domani e per lui la prescrizione scatta – calcolando la pausa lodo Alfano – nel febbraio 2011. Quindi i giudici fanno in tempo ad emettere una sentenza   di primo grado. Il legittimo impedimento in dirittura di approvazione non gli risolve il problema perché i temi di prescrizione si congelano. Quindi se il premier vuole evitare un verdetto, sia pure solo di primo grado, avrà bisogno del cosiddetto processo breve.   sione all’interno della famiglia: ritengo che abbia usato l’espressione ‘il dottore’, che era il modo con cui abitualmente chiamava Silvio Berlusconi”. Questa versione dei fatti Mills l’ha confermata nel complesso 11 volte. Invece pochi mesi dopo l’interrogatorio alla procura di Milano, ha ritrattato con una memoria ritenuta totalmente inattendibile dai giudici di ogni grado. Anche per la Cassazione, che non lo ha prosciolto, ma prescritto il suo reato. Colpevole dunque di corruzione in atti giudiziari, reato per cui in primo grado e in appello era stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere. In appello, a differenza che in primo grado, non per corruzione in atti giudiziari “antecedente”, ma per corruzione in atti giudiziari “susseguente”, prevista quando l’accordo tra corrotto e corruttore avviene dopo “l’atto contrario ai doveri d’ufficio”, in questo caso dopo le false testimonianze. La difesa aveva sostenuto   che “la susseguente” non è reato, come ha stabilito una sola volta la Cassazione (sentenza Battistella). Invece per le sezioni unite la corruzione in atti giudiziari susseguente esiste, così come aveva sostenuto la sesta sezione della suprema Corte nel 2007 e nel 2009. Si dovranno attendere le motivazioni dei giudici, per approfondire il senso di una sentenza che farà giurisprudenza. Ma dal dispositivo prodotto ieri sera, che ha confermato anche il risarcimento a Palazzo Chigi, sembra che i giudici abbiamo accolto in toto le richieste del procuratore generale, Gianfranco Ciani che si era espresso per la conferma della “susseguente”, per la prescrizione.  
 di Antonella Mascali  Il Fatto Quotidiano
 
25 febbraio 2010

Bangladesh: esercito e coloni attaccano gli Jumma. Villaggi bruciati e almeno sei morti

Fonti autorevoli riferiscono che sabato scorso almeno sei membri del popolo degli Jumma sono stati uccisi, e che centinaia di case sono state ridotte in cenere nel corso di un assalto condotto dai militari e dai coloni ai danni dei villaggi tribali delle Colline Chittagong, in Bangladesh. L’attacco ha avuto luogo nella regione di Sajek dove i coloni bengalesi hanno esteso i loro insediamenti nella terra jumma con l’appoggio dell’esercito.

Rapporti locali riferiscono che i soldati hanno sparato indiscriminatamente sugli abitanti dei villaggi jumma dopo il ferimento di un loro compagno avvenuto durante gli scontri. Gli Jumma feriti sono stati molti. Con l’aiuto delle forze di sicurezza, i coloni hanno incendiato e distrutto cinque villaggi e almeno 200 case. Sono stati ridotti in cenere anche un tempio buddista e una chiesa. Per salvarsi da soldati e coloni, migliaia di Jumma sono fuggiti nella giungla.

L’amministrazione locale ha imposto un ordinanza, nota come sezione 144, che proibisce raduni di cinque o più persone e lo svolgersi di riunioni pubbliche. Questo divieto rende difficile le operazioni degli Jumma che stanno cercando di ritrovare i dispersi e confermare il numero dei morti. Sono stati recuperati due corpi crivellati di pallottole (quello di Mr Lakkhi Bijoy Chakma, 40 anni, e di Ms Buddhapati Chakma, 36), ma i leader tribali riferiscono che l’esercito ha rimosso i corpi di numerosi altri Jumma uccisi.

Negli ultimi sessant’anni, nelle Colline Chittagong si sono trasferiti centinaia di migliaia di coloni che hanno sfrattato undici tribù Jumma e le hanno assoggettate a una violenta repressione con il sostegno dei vari governi che si sono succeduti.

Nel 1997, il governo e gli Jumma hanno firmato un accordo di pace che impegnava il governo a smantellare i campi militari dalla regione e a porre fine al furto della terra jumma da parte dei coloni e dell’esercito L’accordo faceva sperare, ma nelle Colline Chittagong i campi militari permangono e la violenza e il furto della terra continuano.

“Questo orribile incidente è solo l’ultimo di una lunga serie di brutali attacchi contro il popolo degli Jumma” ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore di Survival International. “Gli Jumma sono stati uccisi, torturati, violentati e derubati delle loro terre per già troppo tempo. Chiediamo al governo del Bangladesh di mettere fine alle violenze che l’esercito compie nelle Colline e di smantellare i campi militari, così come promesso nell’accordo di pace. I responsabili di queste atrocità devono essere assicurati alla giustizia.”

Gli Jumma

Come vivono?

Le tribù più numerose, i Chakma e i Marma, che contano circa 350.000 persone, sono entrambe di fede buddista; le altre tribù praticano l’Induismo, il Cristianesimo o le loro religioni tradizionali.

Gli Jumma sono gli abitanti originari delle Chittagong Hill Tracts, e sono etnicamente, culturalmente e linguisticamente distinte dal resto della popolazione del Bangladesh.

Le Hill Tracts sono colline ripide e scoscese, dove la coltivazione è difficoltosa. Per utilizzare al meglio le risorse del terreno, le tribù praticano l’agricoltura a rotazione: coltivano ogni volta piccoli appezzamenti del loro territorio, per poi trasferirsi in altre aree, consentendo così alla terra di rigenerarsi.

Questo metodo di coltivazione è conosciuto a livello locale come “Juhm”, da cui il nome collettivo “Jumma” assegnato alle tribù. Il popolo Mru abita invece sulle cime delle colline, lontano dagli altri popoli jumma, generalmente su alte palafitte.

Quali problemi devono affrontare?

Il governo del Bangladesh considera le CHT come terre disabitate in cui trasferire i coloni bengalesi poveri, senza alcuna preoccupazione per le zone popolate dagli indigeni.

Sebbene fino a cinquant’anni fa fossero gli unici abitanti delle Hill Tracts, a seguito dell’arrivo dei coloni, gli Jumma sono diventati una minoranza nella loro stessa terra.

Oltre ad essere sfrattati dagli invasori, ai quali vengono assegnate le terre migliori, gli Jumma sono anche stati sconvolti dalla violenta repressione dell’esercito bengalese.

Dal 1971, anno in cui il Bangladesh ha conquistato l’indipendenza, gli Jumma vengono sistematicamente assassinati, torturati, stuprati, e i loro villaggi bruciati.

Per difendersi dagli attacchi di questa politica genocida, gli Jumma hanno dato vita ad un partito politico (Jana Samhati Samiti) dotato di una propria ala militare.

Sebbene nel 1997 gli Jumma abbiano firmato con il governo un accordo di pace che ha messo fine alle atrocità peggiori, in realtà continuano ad essere espropriati delle loro terre e a subire violenze.

Cosa fa Survival?

Survival ha lavorato con le tribù Jumma per molti anni, facendo conoscere le violazioni dei loro diritti umani e la violenta repressione di cui sono vittime. Survival ha esercitato pressioni anche sul governo del Bangladesh, favorendo il raggiungimento dell’accordo di pace siglato nel 1997.

Un portavoce jumma ha dichiarato a Survival: “È solo grazie ai vostri sforzi che oggi intravediamo un raggio di speranza nel nostro futuro. Avete portato molti cambiamenti: finalmente possiamo sperare di sopravvivere e reclamare la nostra terra natale.”

Nonostante la situazione sia parzialmente migliorata, i problemi non sono stati risolti, e Survival continua a sostenere i diritti dei Jumma chiedendo la restituzione delle terre sottratte loro, la fine dell’occupazione militare delle CHT, e un grado di autonomia per questi popoli, così da garantire loro maggiore controllo sulla loro terra e sul loro futuro.

www.survival.it

22 febbraio 2010

Anna Politkovskaja: la realpolitik del gas.

 
Qui Anna Politkovskaja è ancora viva e non si arrende. Un’associazione milanese continua la sua battaglia.
Quando la uccisero qualcuno fece i conti: è la duecentoduesima. Un numero da brividi. Con lei, con Anna Politkovskaja, erano saliti a duecentodue i giornalisti uccisi in Russia dal 1991 al 2006. Da allora sono aumentati. I casi più conosciuti sono quelli di Natalia Estemirova e di Anastasia Babulova. L’Europa più sensibile osserva oggi inorridita. Ma per fortuna c’è chi non si limita a guardare e a far di conto. C’è “Annaviva”, l’associazione nata proprio nel nome della giornalista che smascherò le menzogne del Cremlino sul genocidio in Cecenia.  

   L’OBLIO DI PUTIN
 Incominciò tutto un sabato di settembre del 2007, a Milano. Mancavano pochi giorni al 7 ottobre, primo anniversario dell’assassinio. Un gruppo di giovani, in gran parte russofoni, si riunì sotto la spinta di Andrea Riscassi, un giornalista Rai da sempre impegnato sui diritti civili. E in tanti decisero di ricordare ovunque la testimone straordinaria che aveva resistito a minacce, arresti e avvelenamenti. Di non farla inghiottire dall’oblio del regime di Putin. Di farla vivere nella memoria, appunto. Da allora, da quel pomeriggio e da quella scelta generosa, il ricordo di Anna ha originato in Italia un vero movimento di opinione. Il 9 maggio del 2008 (altro anniversario, quello della vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale) è nata   l’associazione intitolata a lei. Zeppa di under 30 di entusiasmo e di talento. Come Matteo Cazzulani, che di anni ne ha venticinque e sta facendo un Erasmus a Cracovia. E che ne è il presidente. Perfetto anche dal punto di vista logistico, visto che parla polacco, russo e ceco. O Anna Agliati, la vicepresidente, anche lei amante della cultura russa.

   L’OBIETTIVO
 Il grande obiettivo dell’associazione? Nel nome della Politkovskaja battersi per i diritti umani e civili nell’est e in tutta l’area ex sovietica compresa quella caucasica. Manifestando con e per le minoranze senza voce di quei paesi anche nei giorni più scomodi, come a ferragosto, quando cade l’anniversario dell’aggressione della Russia alla Georgia. O promuovendo iniziative di qualche rischio, come la   partecipazione al rally delle opposizioni del 31 agosto scorso a Mosca. Il 31: una data sulla quale regna il più rigoroso silenzio anche all’estero, ma che rappresenta un appuntamento mensile fisso per i dissidenti. I quali simbolicamente invocano quel giorno il rispetto dell’articolo 31 della Costituzione della Federazione russa, che proclama solennemente la libertà di associazione. Annaviva ci è andata con una sua delegazione e ha fornito finalmente una preziosa documentazione su quel che il regime russo ha deciso non si possa sapere. Andrea Riscassi ne ha un ricordo traumatico. “Per la prima volta capisci che la tua vita è nelle mani di qualcun altro. Che basta un cartello o una chitarra per farti finire in cella. Lo decidono loro. E dopo la cella, per i russi, c’è la perdita del lavoro. E infatti una   cosa che mi ha colpito è che lì, come un’altra volta anche a Minsk, c’erano quasi solo studenti e pensionati, gente che non ha nulla da perdere”.

   REALPOLITIK
 Per i giovani di “Annaviva” è intollerabile l’accidia dell’occidente liberale e democratico di fronte alle violazioni dei diritti nei paesi dell’est. Intollerabile che vinca su tutto la realpolitik del gas russo (e perciò hanno polemicamente promosso un convegno dal titolo “Contro gli zar del gas”, con la figlia di Andrej Sacharov e con Garri Kasparov). Intollerabile che il governo italiano sia il più oltranzista di tutti nel riconoscere i dittatori, fino al pubblico abbraccio di Berlusconi a Lukashenko in Bielorussia. “La verità è chiara”, continua Riscassi, autore fra l’altro di “Anna è viva. Storia di una giornalista non rieduca-bile   ” (introduzione di Ottavia Piccolo). “E’ in corso un annientamento dei diritti in una parte del pianeta con la pavida complicità proprio degli Stati che hanno teorizzato l’esportazione della democrazia. Sai che cosa ti lascia senza fiato a Mosca? L’ingresso della Novaja Gazeta. Lì, sulla sinistra di chi entra, c’è una teca con dentro i computer e le agende dei giornalisti uccisi in dieci anni di vita del giornale. Sono cinque: uno ogni due anni, e tutti sostanzialmente assassinati   nell’impunità dei mandanti”.

   L’ALBERO DI ANNA
   Nasce anche da questi incontri con la Storia la spinta a far sapere, a commemorare, ad andare in delegazione agli appuntamenti più significativi. A fare piantare nel Giardino dei Giusti di Milano l’albero di Anna, il 5 maggio dello scorso anno. A fare quasi politica estera civile per conto delle minoranze senza diritti. A tenere un sito (  www.annaviva.com  , curato da Svitlana, una giovane ucraina) che offre le traduzioni di articoli sull’impero di Putin e dintorni grazie a diverse volontarie (Anna. Lorenza, Marina…). A moltiplicare le sedi: Milano, Roma, Trieste e Carrara, più la sede di Cracovia, aperta il 7 gennaio scorso grazie all’entusiasmo incontenibile di Matteo Cazzulani. E a programmare il salto per il prossimo   maggio, quando “Annaviva” diventerà un’associazione europea. Per gridare a tutti i paesi dell’Unione che non si può fare politica estera alla faccia dei diritti umani.  
di Nando Dalla Chiesa
 
22 febbraio 2010

Paolo Berlusconi: chi trova un Tutor trova un tesoro.

L’affare con la cricca 

Paolo Berlusconi ha ottenuto quello che desiderava dalla “cricca” che governava la Protezione Civile. Non solo quando chiedeva la nomina di un architetto amico ma anche quando premeva per l’autorizzazione di un apparecchio che schiude un mercato che vale milioni di euro. Stiamo parlando del tutor, l’odioso sistema di rilevazione della velocità automobilistica, che costa molti soldi agli automobilisti indisciplinati ma salva molte vite. Finora l’unico sistema esistente è il Sicve della Autostrade Spa dei Benetton, installato su 1.500 chilometri di autostrade. Restano fuori 500 chilometri di rete più il grande mercato delle statali, provinciali e superstrade dove oggi regna incontrastato l’autovelox. Le società che producono e offrono questi apparecchi in affitto ai comuni e agli altri enti pubblici guadagnano milioni di euro fatturando una percentuale delle multe.   Per entrare in questo mercato bisogna prima disporre della preziosa omologa dello Stato. L’operatore che si presenta per primo a proporre il suo dispositivo omologato è in pole position per guadagnare milioni mentre gli altri dovranno accontentarsi dei resti. Uno dei passaggi fondamentali per l’approvazione è il via libera del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, presieduto proprio da Angelo Balducci. Il braccio destro di Guido Bertolaso nella gestione dei grandi eventi, per i quali è stato arrestato dal gip di Firenze, anche grazie alla stima di Bertolaso era stato nominato a presiedere il massimo organo tecnico del ministero. E ovviamente quando nell’autunno del 2008 lo chiama Paolo Berlusconi per un affare che gli interessa, quello del “Celeritas”, come si chiama questo sistema di rilevazione della velocità, si mette a disposizione.   La questione è riportata ai pm di Firenze dal Ros dei Carabinieri in un’informativa dell’ottobre 2009: “il primo pomeriggio del 30 ottobre, Paolo Berlusconi chiede ad Angeo Balducci di interessarsi presso la quinta Sezione del Consiglio Superiore dove deve essere esaminata la proposta di un dispositivo Tutor presentato dall’impresa Engine Srl con sede a Viterbo e amministrata da Dionisi Angelo nato a Vetralla nel 1975”. Ecco quello che dice Paolo Berlusconi a Balducci: ‘Senti, oggi dal Ministero dei Trasporti un certo ingegner Mazziotta fa il relatore al Consiglio Superiore, alla quinta sezione di una proposta per un dispositivo tipo Tutor presentato dalla Società Engine. Ecco,. è possibile   guardarlo, diciamo, non rinviarlo’. 
   Balducci assicura il suo interessamento: ‘Sì adesso io chiamo e vedo come sta la cosa e ti richiamo subito’”. Paolo Berlusconi è raggiante: “perfetto! Grazie molte…ciao, grazie”. 
   Paolo Berlusconi richiama altre tre volte ma risponde l’autista di Balducci perché il suo capo è impegnato alla Protezione civile. A quel punto Berlusconi jr pensa bene di rivolgersi a un altro presunto corrotto che poi sarà arrestato dal Gip di Firenze. Continua il Ros: “alle 20 e 31 Paolo Berlusconi richiama l’ingegnere Fabio De Santis (soggetto attuatore dei cantieri del G8 nei quali lavorava un architetto raccomandato da Paolo Berlusconi, Giovanni Facchini, ndr) e premettendo che non riesce a mettersi in contatto con Angelo Balducci, gli chiede di interessarsi: ‘senti ti pregherei di incaricarti di questa cosa .. io ci tengo … ma con Angelo non riesco a mettermi in contatto ed avere una risposta …fra una settimana   va in quinta Commissione l’esame di alcune omologazioni, ne ho parlato con lui … ma mi ha detto che avrebbe cercato di farla discuetere, girarla fuori dal mazzo e discutere la settimana scorsa – ma poi appunto non mi ha detto nulla – l’omologazione di questa società che si chiama Engine se puoi prendere nota’”. Ma a Paolo Berlusconi non basta. Visto che c’è, ricorda anche a De Santis l’incarico dell’amico architetto: “allora lì ti chiedevo di sottolineare ad Angelo che Giovanni non ha avuto ancora nessun incarico per quanto riguarda quel lavoro che sta già facendo”. E De Santis pronto: “guarda questo lo curo personalmente ma considera come se ce l’avesse già in tasca”.   La solita efficienza della banda Balducci. Scarsi nella consegna dei lavori ma precisi come svizzeri quando si parla di raccomandazioni. Ecco come continua la ricostruzione del Ros, “Nel primo pomeriggio del giorno successivo l’ing. De Santis informa Paolo Berlusconi che ha avuto assicurazione dal presidente Balducci, che entrambe le questioni (quella riguardante la Engine e quella riferita all’arch. Giovanni Facchini sono assolutamente sotto controllo“: ‘ciao Paolo… allora ti volevo rassicurare che ho parlato con il Presidente e mi ha detto che quando vi siete sentiti quel giorno alle due 2 … lui non ha fatto in tempo … perchè la riunione era già iniziata ha preso sotto tutela tutto e quindi mi    ha detto di dirti …<stai tranquillo perché> ce l’ha lui sotto controllo tutto quanto … per la questione Giovanni ti avevo già rassicurato … quindi veramente tutto a      posto”. Paolo Berlusconi non molla l’osso. Il 18 novembre spedisce un sms a De Santis: “Caro fabio ti ricordo la v commissione … per omol. .. Mi fai sapere…? Grazie e scusa … Paolo”. De Santis risponde a stretto giro: “tutto a posto domattina ti faccio sapere immediatamente”. Mai come in questo caso il tempo è denaro e il Ros annota:   “Paolo Berlusconi richiama ancora per dire che vi è la necessità di far esaminare dalla commissione la richiesta della societa Engine”. Passano tre settimane e la questione torna di grande attualità. Ancora il Ros: “Il 12 dicembre De Santis informa Paolo Berlusconi che la commissione si riunirà entro pochi giorni e che la situazione è seguita ‘senti volevo avvertirti che la prossima settimana ci sono sedute e. che è tutto sotto controllo’. E Paolo Berlusconi risponde: ‘se mi fa la cortesia, è una piccola cosa ma urgente’”. Da quel momento segue tutto De Santis. Il grande giorno arriva il 18 dicembre: “Paolo Berlusconi ricontatta De Santis: ‘ho saputo adesso dai miei informatori che oggi ci dovrebbe essere un altro consiglio in cui esaminano quelle omologhe’. La risposta di De Santis, sebbene sempre tranquillizzante, è ancora interlocutoria ‘comunque tu stai tranquillo perché…stai tranquillo …stai tranquillo che   ti aggiorno’”. I Carabinieri non hanno seguito fino alla fine la storia. Lo ha fatto “Il Fatto Quotidiano” scoprendo che, ovviamente, il sistema di controllo della velocità che tanto interessava a Paolo Berlusconi è stato approvato. Qui sotto pubblichiamo il decreto del ministero delle infrastrutture del 12 marzo del 2009 nel quale si legge “l’approvazione del dispositivo Celeritas della Engine Srl ha validità ventennale”. Un decreto   che schiude per 20 anni alla società degli amici di Berlusconi jr un grande business che può valere milioni di euro. E che non sarebbe stato ottenuto se il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici diretto da Angelo Balducci non avesse dato il suo via libera. Il direttore generale che firma il decreto, infatti, premette che lo fa “visto il parere reso nell’adunanza del 18 dicembre 2008, trasmesso a questo Ufficio in data 19 febbraio 2009”. Proprio la   riunione di cui parlano De  Santis e Berlusconi jr al telefono. Il decreto era stato seguito fino alla sua venuta alla luce con amorevole attenzione da parte di Paolo Berlusconi. Lo racconta sempre il Ros: “nel pomeriggio del 27 gennaio gennaio 2009, Paolo Berlusconi chiede che venga risolto un problema procedurale sempre riferito alla omologazione del tutor: ‘bene innanzi tutto complimenti … congratulazioni … (per la nomina a Provveditore della Toscana Ndr) bene bene bene sono contento che sei   contento…senti una piccola questione sempre relativa a quel discorso dell’omologa che mi hanno detto è    stata … diciamo… deliberata … adesso c’è questo problema… era non hanno raccolto la firma di un facente parte della Commissione che l’aveva approvata … diciamo nella volta precedente … adesso siccome mancava un documento glielo hanno chiesto e glielo mandano e però loro dicono ‘be’ adesso prima del prossimo consiglio passa un mese’”. De Santis ovviamente risponde di non preoccuparsi: “no, no… io l’ho intercettata per cui stai tranquillo che non è così… già ci siamo mossi in questo senso per cui stai tranquillo … è sbloccata assolutamente’”. E infatti il decreto arriva. Peccato che qualcun altro, intercettava lui.
di Marco Lillo IFQ 
22 febbraio 2010

I buoni propositi senza fatti.

 “Corrotti e mafiosi: B è pronto a fare il pieno”

I buoni propositi valgono per le parole sì, ma durano due giorni. Silvio Berlusconi, uno: “Via gli indagati dalle liste delle Regionali”. E due: “Denis Verdini è un galantuomo”, e anche un indagato per corruzione nell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile. L’etica a doppio risvolto nei territori è chiara: “Ma quale pulizia? – e s’irrita Angela Napoli (Pdl), membro della Commissione antimafia – In Calabria fanno il gioco dei partiti finti a sostegno del presidente. Lasciano immacolato il Pdl e infilano i rinviati a giudizio e condannati, gente che aveva rapporti con la malavita dall’altra parte, nelle liste collegate. Anche ex consiglieri e assessori della giunta Loiero di centrosinistra   . Non si lascia nulla per strada. Un bel salto della quaglia…”. Amedeo Laboccetta, collega della Napoli, aveva altri sospetti: risparmiano i padri, candidano i figli. “Attenzione ai comuni sciolti per infiltrazioni mafiose o camorristiche – dice Laboccetta – perché i parenti potrebbero sostituire chi è stato coinvolto nelle indagini della magistratura”. Oppure: “Fatta la norma dell’Antimafia – spiega Luigi Li Gotti (Idv) – trovata la scappatoia”. Per Rocco Palese, in Puglia preparano il rientro di un Cito, di Mario, l’erede di Giancarlo, l’ex sindaco di Taranto condannato in Appello e che ha scontato quattro anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. In Campania, Stefano Caldoro avrà con sé Nicola Cosentino (indagato), dimissionario per un giorno: “Faremo un check up a 360 gradi sulle lista e poi   invieremo tutto a Roma". I fax arriveranno, ma il contenuto sarà opera di altri: “Non mi occupo della compilazione – ha aggiunto Caldoro – ma è chiaro che il nostro contributo, così come richiesto dal presidente Berlusconi. 
   Con Verdini affaccendato in altre faccende, il ministro Ignazio La Russa in polemica (“Pronto a fare un passo indietro”   ) e Sandro Bondi più defilato, il procacciatore di voti e volti è Maurizio Gasparri, inviato in Calabria per sostenere Giuseppe Scopelliti: “Sono della Calabria, ma Gasparri mi ha esautorato, non mi interpellano mai: lui sta facendo le selezioni, lui che viene da Roma. La Commissione antimafia voleva un codice, non un regolamento, tra i più scettici c’era Antonino Caruso, capogruppo del Pdl, l’uomo di fiducia di Gasparri”. Per le assoluzioni veloci, anche se il disegno di legge sulla corruzione può aspettare, c’è il   presidente del Consiglio che, all’ora di pranzo, riceve a palazzo Grazioli il coordinatore Verdini e il ministro Matteoli (che compare nelle intercettazioni dei Ros). 
   Finito l’incontro, ecco gli elogi: “Pur avendo in passato criticato il malvezzo dei giornali di attribuirmi virgoletta-ti e pensieri mai espressi, credo che la responsabilità non sia più solo della stampa ma di chi la usa per giochi di potere personali, per cercare di indebolire chi, proprio come l’on. Verdini, si è speso e si spende giorno per giorno per costruire la struttura   del Pdl, difendendolo con determinazione dagli attacchi esterni e, magari, interni. Cercano di colpire un galantuomo come l’onorevole Verdini si rischia di incidere negativamente su un risultato elettorale che si annuncia in ogni caso come ampiamente positivo. Confermo a Denis Verdini la mia amicizia”. E Gianfranco Rotondi avverte i tutori delle liste pulite: “Se il Pdl perde voti sulle liste, il progetto va in crisi. Tra il risultato del Popolo delle Libertà e l’opposizione c’é una prateria di consenso   e sarei disonesto se non dicessi che è possibile un’iniziativa politica nuova dopo le elezioni regionali”. 
   Commissari nelle regioni (Gasparri), igienisti e geometri (in Lombardia), Angeline Jolie (Graziana Capone) a Bari, il Pdl è ormai immune al “ciarpame senza pudore” di Veronica Lario che travolse gli aspiranti europarlamentari. Manca una settimana alla presentazioni dalle liste e, oltre la preoccupazione della Napoli, c’è un messaggio criptato di La Russa: “Sono molto soddisfatto – ha detto, – del lavoro compiuto con Bondi e Verdini. Credo che il lavoro fatto nel partito dalla squadra sia ottimo. 
   Berlusconi me lo dice sempre. È strano che io mi trovi sui giornali questa specie di alone di imperfezione. Cosa mi contestano? La Russa è troppo bravo, deve fare un passo indietro. Pronto a farlo”. Malumore. O c’è di più?  
di Carlo Tecce IFQ

19 febbraio 2010

Quando l’immigrato è imprenditore

I ministri dell’Interno e del Welfare annunciano il permesso di soggiorno a punti. Una idea condivisibile perché responsabilizza gli immigrati nella costruzione del percorso di integrazione. Ma non mancano i problemi nella attuale formulazione della proposta. Ad esempio, non è chiaro cosa accade allo straniero che non raggiunga i punteggi richiesti. Perché ancora una volta, le politiche parlano di immigrazione, ma in realtà ricercano il consenso degli elettori italiani, senza troppo curarsi né della fattibilità, né delle conseguenze delle misure annunciate.

È esploso nei giorni scorsi il caso di via Padova a Milano: scontri interetnici in un quartiere ad alta densità di immigrati. Proprio il quartiere che per primo aveva sperimentato la presenza delle pattuglie militari per le strade.
A seguito di questi fatti, il ministro Maroni ha promesso il varo di “progetti di integrazione” entro due settimane. È come se avesse ammesso che finora non erano stati previsti. Va ricordato che in precedenza il fondo ministeriale per i progetti di integrazione, istituito dal governo Prodi, era stato trasferito quasi per intero alle politiche di controllo ed espulsione. Tutto il discorso governativo aveva puntato sulla repressione dell’immigrazione irregolare e sullo stretto controllo di quella regolare. Nelle interviste ai Tg, va aggiunto, perché tentare sul serio di realizzarlo è un’altra storia. Infatti a settembre è arrivata la sanatoria, a sancire la distanza tra le retoriche, le capacità organizzative della macchina dello Stato, la realtà di un mercato del lavoro in cui gli immigrati sono necessari. Ora si scopre che per governare i processi migratori occorrono risorse e politiche di integrazione.

UNA BUONA IDEA…

Pochi giorni prima il ministro degli Interni, d’intesa con il collega del Welfare, Maurizio Sacconi, aveva annunciato il varo di un nuovo strumento di regolazione dell’immigrazione: quello che è stato definito “permesso di soggiorno a punti”. Il dispositivo si applicherà ai nuovi entrati in Italia, che dovranno firmare un “contratto di integrazione” in cui si impegneranno a raggiungere nell’arco di due anni una serie di obiettivi: lavoro, iscrizione al sistema sanitario nazionale, situazione abitativa regolare, padronanza della lingua italiana, attestata da un esame, conoscenza della Carta costituzionale. Se non soddisferanno le condizioni, avranno un altro anno di tempo per arrivare ai traguardi assegnati. Allo scadere del terzo anno, se non ce la faranno scatterà l’espulsione. Eventuali reati comporteranno la perdita di punti e quindi maggiori difficoltà o l’impossibilità di rinnovare il permesso di soggiorno.
Vorrei proporre qualche prima riflessione sull’iniziativa, avvertendo che, come sempre accade in questi casi, siamo in una fase preliminare di una proposta dai dettagli ancora ignoti, e che dovrà in ogni caso passare al vaglio del Parlamento per essere convertita in legge.
Mi sembra apprezzabile anzitutto l’impegno preso dal ministro per un’offerta istituzionale di corsi di lingua italiana su tutto il territorio nazionale, senza costi per gli immigrati. La conoscenza della lingua è il primo strumento di integrazione ed è necessario che le istituzioni se ne facciano pubblicamente carico. Bisognerà poi vedere come i corsi si combineranno con gli orari di lavoro degli immigrati (penso per esempio alle donne occupate nell’assistenza di anziani a domicilio), ma se c’è una seria volontà politica, le difficoltà si potranno superare.
Sono anche favorevole, in linea di principio, all’idea di responsabilizzare gli immigrati nella costruzione del loro percorso di integrazione. Credo che vadano trattati da persone adulte, in grado di assumere diritti e doveri. Si tratta del resto di una linea che si sta affermando anche in altri paesi europei (Francia, Olanda), sebbene i test di integrazione più esigenti siano legati piuttosto all’acquisizione della cittadinanza (Gran Bretagna, Germania).

…CON TRE LATI OSCURI

I problemi invece mi sembrano tre.
Primo: il mancato raggiungimento di determinati obiettivi può non essere dovuto alla cattiva volontà delle persone. Gli immigrati vanno responsabilizzati, non incolpati per le difficoltà di integrazione che possono incontrare. Per esempio, ottenere un regolare contratto d’affitto può risultare assai arduo (lo è anche per molti italiani) per degli immigrati stranieri che già incontrano seri ostacoli nel trovare sistemazioni abitative di qualunque genere. Il rischio, come in altri casi, è quello di far prosperare un mercato di finti contratti d’affitto. Oppure di far precipitare nell’illegalità persone che lavorano e pagano le tasse. Con la conseguenza, fra l’altro, di trascinare nella marginalità anche eventuali coniugi e figli incolpevoli.
Secondo: il provvedimento non prevede meccanismi di incentivazione. Non premia gli immigrati che fanno più di quanto è loro richiesto dalle disposizioni normative: per esempio, frequentare un corso di formazione professionale, donare sangue, partecipare all’attività di associazioni di volontariato, magari nella protezione civile. Sarebbero queste in realtà le attività più idonee a promuovere l’integrazione effettiva delle persone nella società in cui hanno scelto di vivere. Si dovrebbero premiare quanti si impegnano volontariamente a beneficio della società italiana, e questo principio di buon senso dovrebbe valere anche per accorciare i tempi di concessione della cittadinanza.
Terzo: che cosa succederà a chi non raggiunge il punteggio richiesto? Il ministro ha parlato di espulsione. In realtà, la nostra capacità di espellere gli immigrati non autorizzati, una volta entrati sul territorio nazionale, è scarsissima (meno del 3 per cento del volume stimato dell’immigrazione irregolare), e fra l’altro è in calo anche la percentuale di espulsi fra gli immigrati internati nei centri di identificazione ed espulsione: da un già modesto 46,2 per cento dei tre anni precedenti al 41 per cento del 2008. Centri che, va sempre tenuto presente, dispongono in tutto di 2.220 posti. Se può consolare, nessun paese democratico brilla su questo scomodo terreno: le espulsioni sono complicate, costose, esposte a molte critiche, spesso inefficaci. Il risultato pratico sarà molto probabilmente quello di una crescita della popolazione invisibile, formalmente espulsa, ma in realtà ancora circolante sul territorio. La maggior parte continuerà a lavorare in nero, senza diritti e senza tutele, ma senza neppure pagare tasse e contributi. Fabbricheremo altre Rosarno e altre via Padova, anziché svuotarle. Se poi gli immigrati divenuti irregolari si ammaleranno o si feriranno, saranno curati in ospedale a carico dei contribuenti italiani. Qualcuno, spinto ai margini della società, ingrosserà le fila della criminalità. Insomma, si rischia di ottenere esiti opposti a quelli voluti, o quanto meno dichiarati.
Ancora una volta, le politiche parlano di immigrazione, ma in realtà ricercano il consenso degli elettori italiani, senza troppo curarsi né della fattibilità, né delle conseguenze delle misure  annunciate.

di Maurizio Ambrosini

19 febbraio 2010

L’insostenibile inadeguatezza

Giorgia Meloni, le foibe e gli insegnanti
Il giudizio è secco e non ammette repliche: gli insegnanti che rifiutano di celebrare la giornata delle Foibe sono inadeguati". Lo afferma Giorgia Meloni, 33 anni spesi sui libri e donna di indiscussa cultura: diplomata con 60/sessantesimi presso l’ex istituto alberghiero "Amerigo Vespucci", studentessa alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi Roma tre e, "dulcis in fundo", ministro della Repubblica.
A nessuno risulta che la giovane e "studiosa" studentessa abbia mostrato una uguale passione per il 25 aprile, ma va bene così: ognuno coltiva la memoria che più sente vicina e Giorgia Meloni è legata a Predappio, dove rende omaggio alla tomba del duce e, se le chiedi di Mussolini, si esprime con indiscussa competenza: "è un personaggio complesso e va
storicizzato. Chi potrebbe negarlo?
Sul tema delle foibe, senza entrare nel merito della competenza specifica, non ci sono dubbi; la questione è un vespaio da cui non esce indenne nemmeno il fior fiore degli storici professionali. Certo, se la "studentessa-ministro" si fosse malaccortamente avventurata sul terreno metodologico e didattico per criticare i docenti, il passo sarebbe risultato a dir poco "più lungo della gamba" e ci saremmo trovati davvero di fronte alla necessità di fare una scelta complicata tra i due corni del dilemma: che si fa? Si piange o si ride?
Le cose invece non stanno così e occorre essere onesti. L’attacco del ministro prova ad aggirare l’ostacolo e non entra nel merito della libertà d’insegnamento. Non è un intervento particolarmente sottile, questo è vero, non è colto non è articolato e, sul piano politico, è decisamente malaccorto per le mille contraddizioni che si porta dentro; a leggerlo però onestamente, si sente lontano un miglio che tende semplicemente a riaffermare un principio: "di fronte a una legge nazionale che esiste ed è stata votata dal parlamento", gli insegnanti e i dirigenti "che si rifiutano […] sono francamente inadeguati". Il fatto è che, affermato un principio, è necessario avere l’onestà intellettuale per ricavarne le conseguenze. Come il ministro non può ignorare, la Costituzione è lapidaria: la sovranità appartiene al popolo che la esercita in maniera diretta eleggendo i suoi deputati. La domanda perciò non è oltraggiosa: chi ha eletto Giorgia Meloni e tutti gli altri membri della Camera? Lei e i suoi colleghi, il ministro sa bene, sono entrati in Parlamento solo perché "nominati" dai segretari dei partiti politici cui appartenevano. Essi, quindi, non hanno ricevuto deleghe dagli elettori e rappresentano perciò esclusivamente se stessi e i loro partiti. Rispettando il principio che la nostra scienziata del diritto applica agli insegnanti, è impossibile negarlo: di fronte a una legge costituzionale che esiste ed è stata votata dall’Assemblea Costituente, il ministro e i suoi colleghi avrebbero avuto le carte in regola per entrare a far parte della Camera fascista dei Fasci e delle Corporazioni, ma, per usare la sua parola, sono del tutto "inadeguati" al ruolo di deputati al Parlamento della Repubblica.
17 febbraio 2010

I politici corrotti fanno quadrato. Diciotto anni dopo “mani pulite” si ruba come prima e più di prima.

Intervista al giudice Piercamillo Davigo: “Si ruba di più ma i partiti non mandano a casa nessuno”
Lei oggi è giudice di Cassazione, ma 18 anni fa era una delle punte di diamante del Pool Mani Pulite. Si respira di nuovo l’aria di quel momento magico? 
   Segnali ce ne sono, ma è presto per dirlo. In fondo, quando fu arrestato Mario Chiesa il 17 febbraio 1992, non era la prima volta che veniva preso un pubblico amministratore in flagranza di tangente. Mani Pulite ci insegnò che la corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo: quando ne trovi uno con le mani nel sacco, di solito alle sue spalle ce ne sono molti altri e non è la prima volta che lo fa. Poi, se si riesce o meno a risalire al sistema che c’è dietro, dipende dalle circostanze storiche. 
   Quelle attuali sono propizie?   
   Nel 1992 uno dei fattori decisivi fu che erano finiti i soldi e gli imprenditori non potevano più pagare un sistema politico che non dava più nulla in cambio. I vincoli europei di Maastricht erano strettissimi e impedivano allo Stato di fare altri debiti per mantenere la spesa pubblica con acquisti di beni e servizi. L’Italia era alla bancarotta, la lira svalutò (o le altre monete rivalutarono, come disse il premier Amato) e uscì dal Sistema monetario europeo. Oggi mi pare che la spesa continui a crescere dilatando il debito con la scusa della crisi internazionale. Diciotto anni fa la crisi era solo italiana e non si poteva dare la colpa agli altri. 
   Altre differenze fra allora e oggi?
  All’inizio i partiti scaricavano i soggetti che venivano via via arrestati, descrivendoli come mariuoli isolati, singole mele marce. E quelli, sentendosi mollati, ci dissero: “Ah sì, mela marcia io? Allora vi racconto il resto del cestino”. E venne giù tutto. Oggi mi pare che i partiti continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai, o almeno il sistema nel suo complesso. La casta fa ancora quadrato, nessuno   viene scaricato. 
   Eppure i partiti sono tanto arroganti nell’occupare il potere quanto deboli e dilaniati all’interno e lontani dalla gente. 
   Non so, non mi occupo di politica. Ma nel ’92 era entrata in crisi la forma-partito come strumento di aggregazione del consenso. Oggi non sono più i partiti ad aggregare il consenso, ma l’informazione, o meglio la disinformazione a essi sottostante. Nel ’92 giornali e tv raccontavano i fatti, e i fatti superavano i commenti perché parlavano da soli; oggi molto spesso i fatti vengono nascosti, filtrati e manipolati da un sistema mediatico ferreamente controllato. Il commento fuorviante prevale sulla cronaca, relegata in posizioni marginali per consentire ai media di parlar d’altro.    Si riferisce a qualche episodio in particolare?  
   Ci vorrebbe un’enciclopedia. Ultimamente, dopo 18 anni passati a sentirmi dare della toga rossa e del comunista, ho scoperto di essere un agente della Cia e di aver fatto Mani Pulite per ordine degli americani. Almeno nelle diffamazioni ci vorrebbe un po’ di coerenza. 
   Nel 1992 la corruzione costava agli italiani 5 miliardi di euro all’anno. Oggi 40 per la Banca Mondiale e 60 per la Corte dei Conti. Si ruba di più?
   Sicuramente più di quanto risulti dalle statistiche. La corruzione ha alcune caratteristiche della mafia, fra cui la sommersione. E’ nella sua natura. Non si consuma di fronte a testimoni; è un reato a vittima diffusa, non viene subita da una persona fisica che abbia l’interesse a denunciarla; e le pratiche comprate sono proprio le più “a posto”, le più curate; se a ciò aggiungiamo le leggi fatte apposta per impedirci di scoprirla e di reprimerla, il clima in cui operano i magistrati e lo sfascio della giustizia non impedito e talora accentuato da parte di tutti i legislatori che si sono trasversalmente avvicendati in questi 18 anni, mi domando perché mai la corruzione dovrebbe emergere. 
   Ecco, il clima. La magistratura sembra molto più pavida, rispetto al ’92.   
   No, tutto sommato, nonostante i violentissimi attacchi, ha tenuto. Anzi negli anni Ottanta, quando subì il referendum sulla responsabilità civile dopo le prime indagini sulla corruzione e il crimine organizzato, ne uscì a pezzi. Oggi è molto più corazzata. Grazie a Dio, gli attacchi hanno investito non solo i pm, ma tutti i giudici di ogni grado, fino alle sezioni unite della Cassazione. E ci hanno tenuti uniti. Poi certo, ci sono quelli che non cercano rogne. Ma sono controbilanciati da altri che si impegnano molto. Il fatto che in tutta Italia ci siano ancora tante inchieste e processi sui reati dei colletti bianchi, nati quasi sempre da iniziative dei pm e quasi mai dalle forze di polizia (che non hanno le nostre guarentigie di indipendenza dal potere politico) dimostra che siamo riusciti nell’intento che un giorno mi enunciò Mario Cicala: tenere insieme le pattuglie dei samurai e il resto della truppa, rallentando un po’ i primi e spingendo avanti la seconda. 
   Infatti vogliono staccare la polizia giudiziaria dal pm. 
   Incostituzionale. L’articolo 109 della Costituzione dice che “l’Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”. L’avverbio “direttamente” vuol dire senza la mediazione del governo. Ma a certuni non va bene nemmeno il verbo “dispone”… 
   Come si ripercuote sulle indagini il clima creato dai politici? 
   La corruzione, come la mafia, crea relazioni con altissime capacità di inquinare le prove: basta un’occhiata per indurre qualcuno a raccontare le cose in un modo anziché in un altro   e modificare così le ipotesi di reato fino a renderle non penalmente perseguibili, viste le norme farraginose che abbiamo. Una normativa chiara e semplice potrebbe venire dal recepimento della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla corruzione, ma l’Italia, dopo averla   firmata nel 1999, non l’ha mai ratificata. Per tutti questi motivi, non si può indagare su un caso di corruzione se i protagonisti comunicano fra loro. Ma le campagne contro le presunte “manette facili” hanno sortito l’effetto che oggi si arresta molto meno, dunque molte indagini vengono irrimediabilmente inquinate e muoiono lì. Gli indagati fingono di collaborare, ti dicono solo quel che non possono negare e spesso te lo raccontano a modo loro, dopo aver concordato versioni di comodo con i complici. Nel sistema ci sono meno smagliature in cui infilarsi per scoprire la verità. 
   Quali sono le leggi più dannose degli ultimi anni? 
   Le sole che rendevano più facile la scoperta e il perseguimento di questi reati derivano da convenzioni internazionali. Però in sede di ratifica sono state comunque depotenziate.   Esempio: è stata introdotta la confisca per equivalente del prezzo, ma non del profitto di reato. La legge, come ha confermato una recente pronuncia della Cassazione a sezioni unite in materia di peculato, non consente la confisca dei beni per l’equivalente del profitto sottratto (a meno che, si capisce, non si trovi il bottino). Si può soltanto confiscare l’equivalente del prezzo del reato. Come portar via al rapinatore l’equivalente della paga avuta per compiere una rapina, ma non la refurtiva. Le leggi più dannose sono quella del centrosinistra   sui reati fiscali e quella del centrodestra sul falso in bilancio. 
   La prima è quella varata sotto il governo Amato nel 2000? 
   Esatto: punisce l’uso di fatture per operazioni inesistenti solo se superano una certa soglia e se si riverberano sulla dichiarazione dei redditi: basta portare spese gonfiate o inventate fra i costi non deducibili, e non fra quelli detraibili, e si ottengono risorse fuori bilancio senza più commettere reato. 
   Poi c’è la riforma del falso in bilancio del 2001, governo Berlusconi. 
   Hanno abbassato le pene e dunque la prescrizione: impossibile fare i processi in tempo utile. Poi hanno introdotto soglie di non punibilità altissime: la “modica quantità” di fondi neri, come per la droga. Ma soprattutto, per le società non quotate, il reato è perseguibile se la parte offesa, creditore o azionista, sporge querela contro gli amministratori. Mai visto processi per falso in bilancio scaturiti dalla denuncia del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato (altrimenti, invece di denunciare l’amministratore, lo caccia). Quanto al socio di minoranza, se anche sporge denuncia, è facile fargliela ritirare risarcendogli il danno subìto, o anche di più. Stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a querela dell’azionista è come stabilire   la perseguibilità del furto a querela del ladro. E il creditore, l’unico che potrebbe denunciare, come fa a sapere che i bilanci sono falsi? 
   Niente processi per falso in bilancio, niente   processi per corruzione? 
   Bè, chi vuol corrompere qualcuno deve avere dei fondi neri, cioè deve truccare i bilanci. Dietro un falso in bilancio molto spesso si nascondono tangenti. Poi hanno depenalizzato l’abuso d’ufficio non patrimoniale e abbassato le pene per quello patrimoniale, vietando la custodia cautelare. Raramente un pubblico amministratore tarocca una pratica così, per sport: se lo fa, spesso, è perché qualcuno lo paga per essere favorito. Ai tempi di Mani Pulite dicevamo che gli abusi d’ufficio erano spesso corruzioni di cui non avevamo ancora scoperto la tangente. Quel reato era utilissimo per mettere le mani nelle pratiche abusive e di lì iniziare a indagare su quel che c’era dietro. Ora è impossibile. 
   E i danni dell’ex Cirielli? 
   Oltre a ridurre le prescrizioni e a mandare in fumo decine di migliaia di processi in più, ha sortito un effetto spesso ignorato: prima, se un corrotto prendeva tangenti per 10 anni, tutte le mazzette rientravano in un unico disegno criminoso e l’istituto della continuazione gli dimezzava la pena: ma la prescrizione decorreva   dall’ultima tangente intascata. Con l’ex Cirielli invece ogni tangente fa storia a sé ed evapora dopo 7 anni e mezzo. Se anche il processo comincia subito dopo l’ultima, quelle dei primi due anni e mezzo sono già prescritte e le altre si prescrivono a scalare. Alla fine non   rimane praticamente nulla. 
   Ora il Parlamento tenta di blindarsi con l’immunità parlamentare. S’è convertito anche Luciano Violante. Dice che la Legge rischia di abbattere il Voto, la magistratura di alterare l’equilibrio democratico-elettorale. Paragona i magistrati ai leoni che vogliono scalare il trono del re. 
   Mi pare una sciocchezza. Noi non abbiamo scalato un bel nulla. E poi è la Legge che dà il Voto. Senza Legge non c’è Voto. Non ho mai capito che senso abbiano i discorsi sul primato della politica: il primato, in uno Stato di diritto, è della Legge. Sopra tutto c’è la Costituzione. Non si cambiano le regole contro la Costituzione. 
   Infatti vogliono cambiare la Costituzione. 
   E devono fare molta attenzione, perché non possono cambiarla come pare a loro. I principi generali scritti nella prima parte non si toccano. Prendiamo l’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” eccetera. Li riconosce perché sono preesistenti, dunque anche se a qualcuno   viene in mente di scrivere il contrario in un nuovo articolo 2, non bastano le procedure e le maggioranze previste dal 138 per farlo. 
   Possono esistere leggi costituzionali incostituzionali? 
   Certamente, la Corte costituzionale l’ha affermato   più volte. E comunque l’Europa certe sconcezze non le consentirebbe. 
   Vale anche per l’immunità parlamentare? 
   Certo: anche l’articolo 3, cioè il principio di eguaglianza, è un principio immutabile. Eventuali deroghe devono essere eccezionali, ben definite, limitate e basate su altri principi di rilievo costituzionale. Non si può stabilire nemmeno con legge costituzionale che qualcuno è più uguale degli altri. L’autorizzazione a procedere come la immaginano certuni riprenderebbe non lo spirito del vecchio articolo 68, ma la lettura che se ne fece per quarant’anni fino al ‘93: non come una difesa dell’autonomia del Parlamento, ma come scudo spaziale per qualunque delitto della casta. E poi, là dove ha senso, cioè per le opinioni espresse e i voti dati, l’immunità c’è già (e viene fin troppo dilatata, abbracciando anche   gli insulti che questo o quel politico lancia in tv o per strada). Non c’è bisogno di altro. I Padri costituenti non avevano certo concepito l’autorizzazione a procedere per fermare indagini e processi per reati gravi, comuni ed   extrafunzionali. Ma solo per eventuali fattispecie delittuose legate alle funzioni, all’attività politica. Non pensavano certo alla corruzione, alla truffa, alla mafia.
   Si spieghi meglio. 
   Io trovo giusto che non si possa arrestare un parlamentare prima del processo senz’autorizzazione della Camera di appartenenza. Trovo invece irragionevole l’autorizzazione del Parlamento per le intercettazioni e le perquisizioni: sono atti a sorpresa, come si fa ad avvertire prima l’intercettando o il perquisendo? Tanto vale dire che i parlamentari non si possono intercettare né perquisire. 
   Dunque niente ripristino dell’autorizzazione a procedere? 
   Gliel’ho detto, non mi occupo di politica. Se la maggioranza pensa di avere la forza di reintrodurla, lo faccia. Invece stanno cercando i voti dell’opposizione per raggiungere i due   terzi ed evitare il referendum popolare. Il che la dice lunga su quanto credono nella condivisione dei loro propositi da parte dei cittadini. 
   Il legittimo impedimento le pare legittimo? 
   Da un lato mi pare inutile: come può un giudice negare la legittimità di un impedimento del premier? Sempreché esista davvero, è ovvio. Se invece significa un rinvio automatico per ordine del governo, la legge è incostituzionale: i giudici non possono prendere ordini dal governo. 
   Dicono: non si può fare l’imputato e governare. 
   Giusto. Allora i casi sono due: o si concordano le date delle udienze nei momenti liberi da impegni di governo, almeno per quelle in cui si trattano questioni legate alla posizione del governante; oppure basta dimettersi. Quando Clinton fu tratto in giudizio da Paula Jones, che sosteneva di avere subìto molestie, lui chiese alla Corte Suprema di esentarlo dal sottoporsi all’ispezione corporale su un suo particolare anatomico. La Corte gli disse di scordarselo: poteva fare l’esame alla Casa Bianca, ma doveva farlo come ogni altro imputato. E non si può dire che il presidente degli Stati Uniti abbia   meno da fare del presidente del Consiglio italiano. In altri paesi questi discorsi sono inimmaginabili. Non è questione di regole, ma di costume. 
   Obiettano che un politico viene bloccato da un processo e poi magari risulta innocente. 
   A parte che non ricordo politici bloccati da processi, i processi si fanno appunto per stabilire se uno è colpevole o innocente. Si sa dopo, non prima. Spesso però i processi evidenziano fatti che dovrebbero bastare e avanzare perché l’imputato si metta da parte. Le scelte politiche ed etiche sono molto diverse dai nostri criteri di valutazione della prova. Se vado al ristorante e mi avveleno, non aspetto la condanna del ristoratore: cambio subito ristorante. Se un tizio viene rinviato a giudizio o condannato “solo” in primo grado per pedofilia, non vedo perché dovrei fargli accompagnare mia figlia a scuola.   La prudenza non c’entra con la presunzione di non colpevolezza. In casi simili la Chiesa usava un brocardo: “Nisi caste, saltem caute”. Se non riesci a essere casto, sii almeno cauto. Qui invece si fa l’apologia dei reati. Una volta, nei partiti, valeva la regola che si perdonava di tutto in camera caritatis, ma quando si veniva scoperti si andava a casa: per mancanza di cautela. Ora non va più a casa nessuno, nemmeno se viene preso con le mani nel sacco, nemmeno se viene condannato in via definitiva. L’unica reazione è: “Embè?”. Poi qualcuno si meraviglia se continuano a prendere mazzette: e perché dovrebbero smettere? 
   Dicono: così fan tutti. 
   Ugo Tanassi quando fu pizzicato nello scandalo Lockheed: parlò di “delitto politico”. Io ero molto giovane e rimasi di sasso. Poi capii: lo facevano in tanti. Ma almeno non gli perdonarono di essersi fatto scoprire e lo misero da parte. 
   L’hanno ripetuto per la beatificazione di Craxi: rubano tutti. 
   Quando sento questa frase, mi vien voglia di ribattere: “Ah sì, ruba anche lei?”. Quello risponderà: “No”. ”Ecco, vede? Siamo almeno in due che non rubiamo”…  
 
 Tutte le bugie sulle inchieste del pool     
ABUSI. Anche chi esprime apprezzamento per Mani Pulite non rinuncia mai a denunciarne gli “abusi”. Ma non ne indica mai alcuno, per la semplice ragione che non vi fu alcun abuso. Del resto nel 1994 Berlusconi tentò di portare nel suo primo governo i due pm simbolo del Pool: Di Pietro e Davigo. Poi ben tre ministri di centrodestra – Biondi, Mancuso e Castelli – inviarono una mezza dozzina di ispezioni alla Procura di Milano, nella speranza di individuare qualche abuso. Ma non ne saltò fuori nemmeno uno. Anzi, le ispezioni si rivelarono altrettanti boomerang. Scrissero gli ispettori di Biondi (primo governo Berlusconi nella relazione depositata il 5.5.1995): “L’inchiesta [Mani pulite] resterà una pietra miliare nella storia giudiziaria del nostro paese… Le doglianze del dr. Berlusconi, non meno dei rilievi del procuratore generale Catelani che quelle doglianze fa proprie, appaiono prive di qualsiasi pregio… Le censure ai magistrati del pool mosse dal dottor Berlusconi, alla luce degli accertamenti esperiti, sono risultate pretestuose… È gratuita l’affermazione secondo cui si sarebbero pretese per evidenti scopi politici chiamate in correità calunniose nei confronti del presidente   del Consiglio… Il lamentato accanimento investigativo, espressione di una pretesa strumentalizzazione politica del potere giudiziario, non ha trovato alcun riscontro”. 
   Errori giudiziari. L’indagine viene presentata come una sequela interminabile di errori giudiziari.   In realtà Mani Pulite vanta una percentuale minima di imputati assolti nel merito: il 5-7%. Per il resto, su quasi 5 mila indagati, 1300 sono stati condannati in via definitiva o hanno patteggiato la pena, mentre gli altri sono stati prosciolti perché il reato si è prescritto (anche in seguito alla legge ex Cirielli che ha dimezzato la prescrizione), o è stato depenalizzato per legge, o per riforme che hanno cancellato le prove ex post (nuovo articolo 513 del Codice di procedura), o perché le tangenti sono state dimostrate ma gli imprenditori che le avevano pagate sono stati ritenuti concussi. Partiti cancellati. Berlusconi e altri ripetono che Mani Pulite “cancellò cinque partiti dalla vita pubblica”. In realtà furono gli elettori a cancellarli, come lo stesso Cavaliere riconobbe il 26 gennaio ’94, nel discorso della discesa in campo: “La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal debito pubblico e dal finanziamento illegale dei partiti, lascia il paese impreparato…”.   Comunisti salvati. E’ anche falso che Mani Pulite abbia risparmiato l’ex-Pci. Le presunte toghe rosse del pool hanno praticamente raso al suolo il Pds milanese, controllato dai “miglioristi” fedeli a Napolitano e da sempre alleati con i socialisti. I primi politici veri e propri arrestati furono proprio due dirigenti Pds: Epifanio Li Calzi (assessore comunale ai Lavori pubblici) e Sergio Soave (vicepresidente della Lega coop lombarda). Dopodiché finirono sotto inchiesta e/o in manette i maggiori   esponenti del partito in Lombardia: l’on. Cervetti, la segretaria regionale Pollastrini, il segretario cittadino Cappellini, l’ex vicesindaco Camagni, l’assessore Ferlini, gli amministratori di municipalizzate Carnevale e Cremascoli, i segretari amministrativi nazionali Stefanini e Pollini, il responsabile immobili di Botteghe Oscure Marco Fredda, il consigliere Enel Zorzoli, il consigliere Ffss Caporali, il deputato dalemiano De Piccoli, l’allora vicesegretario D’Alema. Alcuni sono stati condannati per le tangenti della Metropolitana e dell’Enel, molti altri sono stati assolti: ma non dai pm, bensì dai giudici del Tribunale (per esempio Ferlini e la Pollastrini) e della Corte d’Appello (per esempio Cervetti, condannato in primo grado). Primo Greganti, uomo-chiave dei fondi illeciti dell’ex Pci, fu arrestato il 1° marzo ’93, rilasciato dopo 90 giorni, riarrestato il 19 settembre e scarcerato (dal Tribunale della libertà, contro il parere del pool) dopo 25 giorni: in tutto rimase in carcere quattro mesi (una delle custodie più lunghe), senza confessare nulla.   Se fosse vero che il pool usava le manette per estorcere confessioni, quello di Greganti sarebbe un caso di scuola: 118 giorni in cella per strappargli nomi eccellenti. Si dirà: i comunisti prendevano soldi da Mosca. Vero. Ma erano coperti dall’amnistia del 1990, varata dal pentapartito coi voti del Pci. 
   Manette facili. Altro luogo comune contro Mani Pulite: il presunto abuso del carcere preventivo per estorcere confessioni. Ma anche questo è smentito dalla relazione degli ispettori di Biondi:   “Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri… Non si è riscontrata un’apprezzabile e significativa casistica di annullamenti delle decisioni che hanno dato luogo a quelle detenzioni… I provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati… dall’ulteriore e decisiva prova della confessione dell’indagato. Né è risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché rese sotto la minaccia dell’ulteriore protrarsi della detenzione… Non è possibile ascrivere quelle confessioni alle ‘condizioni fisiche e psicologiche disumane’ in cui si sarebbero venuti a trovare molti indagati, alcuni dei quali suicidatisi…: non è stata mai segnalata l’applicazione di regimi detentivi differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi”. Suicidi in carcere. Checchè se ne dica, nemmeno un personaggio detenuto per Mani pulite si è suicidato in carcere a causa della mano dura dei giudici. L’unico che l’ha fatto, il presidente socialista dell’Eni Gabriele Cagliari, era già stato scarcerato col consenso del pool, ma restava in cella per l’inchiesta Eni-Sai, condotta da un pm estraneo al pool. Tutti gli altri suicidi, meno di una decina su 5   mila indagati, riguardano indagati a piede libero, tutti poi risultati responsabili di condotte illecite (come Gardini, Moroni e Amorese) e furono dovuti alla vergogna di essere stati scoperti o alla sensazione di essere stati scaricati o alla paura delle conseguenze delle proprie azioni.
di Marco Travaglio IFQ
16 febbraio 2010

Italiani disinformati e in mano ai media. L’informazione al tempo dei Longobardi.

LA SICUREZZA IN ITALIA. SIGNIFICATI, IMMAGINE E REALTA’ (SINTESI)

Il terzo rapporto sulla Sicurezza in Italia, realizzato da Demos per la Fondazione Unipolis, in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, evidenzia come l’”allarme criminalità” osservato nel 2007 sia in larga misura rientrato, nella percezione dei cittadini ma anche sui media. Emergono, tuttavia, due aspetti particolarmente significativi. Il primo è la sotto-valutazione dei problemi del lavoro – soprattutto: la disoccupazione – nei notiziari televisivi, rispetto al peso che assumono fra le preoccupazioni della società. Il secondo riguarda lo specifico formato dell’informazione televisiva in Italia, rispetto al resto d’Europa, caratterizzato da una presenza della criminalità comune costante e massiccio, ma anche dalla sua traduzione “romanzesca”.

L’indagine utilizza una doppia prospettiva: lo studio condotto da Demos, mediante un sondaggio su un ampio campione rappresentativo della popolazione nazionale, ricostruisce gli atteggiamenti dei cittadini (inquadrandoli nel panorama continentale); la rilevazione dell’Osservatorio di Pavia studia la “notiziabilità” del tema nei Tg prime time Rai e Mediaset, allargando per la prima volta il confronto ai principali Tg europei.

 

LA SICUREZZA NELLA PERCEZIONE DEI CITTADINI

Nel corso del 2009, gli italiani hanno percepito un ulteriore rallentamento dei fenomeni criminali. Il 77% degli intervistati pensa che la criminalità sia cresciuta in Italia (contro l’88% del 2007). Scende al 37% il numero di quanti percepiscono un aumento della criminalità nella propria zona di residenza (tre punti in meno rispetto al 2008, quindici in meno rispetto al 2007).

Si abbassano anche tutti gli indicatori che misurano il timore di venire coinvolti nei reati. La quota di soggetti che si dicono preoccupati per l’eventualità di subire un furto in casa è sceso dal 23% al 16% nell’arco di due anni. Ma la riduzione è addirittura di sette punti per quanto riguarda le paure di subire un’aggressione, una rapina (oggi al 13%), oppure di “essere vittima di furti come scippi o borseggi” (14%). Quasi due persone su tre (64%) pensano inoltre che i reati legati alla criminalità organizzata superino, per gravità, quelli della cosiddetta micro-criminalità.

Nonostante tutto, però, otto persone su dieci ritengono opportuno incrementare la presenza di polizia sulle strade e nei quartieri (79%). Soprattutto, rispetto al passato appare cresciuta la disponibilità a sacrificare parte della propria privacy al fine di mantenere l’ordine e la sicurezza.

Quasi la totalità degli intervistati accetta di esporsi al controllo di telecamere su strade e luoghi pubblici (86%). Il 29% renderebbe più facile per le autorità leggere posta, e-mail o intercettare le telefonate senza il consenso delle persone.

Messi a confronto con le altre fonti di insicurezza, i diversi aspetti della criminalità tendono però a passare in secondo piano. Le preoccupazioni di tipo economico, sebbene in calo, coinvolgono il 57% degli intervistati. La crisi internazionale delle borse e delle banche continua a destare preoccupazioni: coinvolge circa un terzo degli intervistati (32%, contro il 39% del 2008). Anche la paura di “non avere abbastanza soldi per vivere” si contrae: dal 38% al 31%. In controtendenza rispetto agli altri indicatori economici è invece il dato riferito alla disoccupazione, che sale al 37%.

L’insicurezza globale vede invece crescere (seppur di pochi punti) il relativo indice, che passa dal 74 al 77%. Svettano su tutte le altre forme di insicurezza i timori di natura ambientale (dal 59 al 62%). Tornano a salire i timori suscitati dalla globalizzazione (37%), ma anche quelli connessi agli attentati terroristici (33%). Sale, soprattutto, il livello d’allarme per l’insorgere di nuove epidemie (35%). Rimane stabile il “senso di angoscia”: il numero di persone che, nella propria quotidianità, si sentono angosciate e preoccupate senza conoscere il preciso motivo sono 32% della popolazione.

Nell’opinione pubblica dei 27 paesi membri dell’Ue (dati Eurobarometro) l’attenzione è catalizzata, in questa fase, soprattutto dalle questioni economiche. Oltre la metà dei cittadini europei indica la disoccupazione tra le prime due emergenze per il proprio paese. La lista delle questioni segnalate dagli italiani è in linea con la media europea. Anche per quanto riguarda il tema della criminalità, largamente oscurato dalla preminenza dei temi economici.

Utilizzando un’altra fonte giungiamo però a conclusioni non molto diverse da quelle suggerite dai dati della nostra inchiesta. Nella seconda parte del 2007, l’”allarme criminalità” conosce, in Italia, una crescita prepotente. Una impennata della reattività su questo tema che porta il nostro paese ad avvicinare altre realtà (come Regno Unito e paesi nordici) dove i tassi (effettivi) di criminalità sono molto più elevati.

La presenza degli immigrati continua a suscitare sentimenti contrastanti tra gli italiani. Il 37% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, il 35% come una minaccia per l’occupazione. Tale sostanziale riequilibrio, rilevato per la prima volta in questa edizione dell’indagine, si deve, molto probabilmente, all’attuale congiuntura economica. Complessivamente, circa il 48% degli italiani mostra una qualche forma timore al cospetto dei fenomeni migratori.

Va tuttavia sottolineato che gli italiani, in larga misura anche coloro che mostrano una certa diffidenza nei confronti degli stranieri, continuano a sostenere il riconoscimento dei diritti di cittadinanza sociale e politica per gli immigrati regolari. Per il 76% degli intervistati, dovrebbero avere il diritto di votare alle elezioni amministrative del comune dove abitano, secondo l’81% avere accesso alle case popolari. Il 96% pensa debba essere garantito l’accesso all’assistenza sanitaria.

 

L’IMMAGINE DELLA SICUREZZA NEI TG ITALIANI

L’analisi delle notizie sulla criminalità proposte dai Tg prime time nel periodo 2005-2009, condotta in base al numero, fornisce alcune indicazioni interessanti:

− non esiste correlazione tra l’andamento dei reati denunciati e il numero di notizie sulla criminalità;

− esiste, invece, una forte correlazione tra il numero di notizie di reati e la percezione della criminalità;

tra il 2007 e il 2008 si è assistito ad una “bolla dell’insicurezza mediatica” prodotta da una forte crescita della percezione della criminalità e delle notizie di reati, anche se in presenza di una loro leggera diminuzione;

− nel 2009 si torna alla “normalità”; cioè, ai dati della fase 2005-2006, precedente alla bolla criminalità.

A partire dal secondo semestre 2009, si allenta nell’informazione dei telegiornali il nesso tra criminalità ed immigrazione, caratteristico invece della fase 2007-primo semestre 2008.

► Le strategie comunicative dei diversi telegiornali attribuiscono un’attenzione diversa al fenomeno criminalità. Esse sono il risultato di molteplici fattori: la diversa considerazione dell’appeal del tema della sicurezza, e dell’impatto sugli ascolti; le diverse strategie palinsestuali e

la diversa sensibilità “politica” verso l’argomento del contrasto alla criminalità.

Quanto al numero di notizie sulla criminalità, nelle reti Rai il Tg1 sopravanza nettamente gli altri canali, tra i quali il Tg2 supera a sua volta il Tg3. Diversa la situazione in Mediaset: il Tg di Rete 4 dà lo spazio minore alle notizie di reati e presenta una notevole stabilità. Sono invece Tg5 e Studio Aperto che, a partire dal I semestre 2007, presentano un atteggiamento di grande attenzione verso la criminalità, tanto da spiegare, con le loro scelte editoriali, buona parte della variabilità del fenomeno complessivo. I due principali Tg, Tg1 e Tg5, sembrano peraltro inseguirsi, “tenendosi d’occhio”: si rileva una forte correlazione nell’andamento del numero delle notizie tra i due telegiornali.

L’agenda dei telegiornali nei tre anni presentati (2007-2008-2009) vede sempre la criminalità al primo posto, a conferma di un dato strutturale: circa la metà dell’informazione “ansiogena” è da attribuire all’insieme delle notizie dedicate ai reati. Le altre forme di insicurezza sono fortemente congiunturali. Se nel 2007 erano l’economia (15,6%), gli incidenti stradali (11%) e lo scoppio di nuove guerre (10,7%) a occupare principalmente la rimanente parte dell’agenda dei telegiornali, nel 2008 è stata la crisi economica (26,8%) a essere sotto la lente dei notiziari, mentre nel 2009 lo scoppio della pandemia dell’influenza A ha fatto la parte del leone con il 26,9%. Vale la pena di sottolineare un contrasto evidente. Mentre la criminalità ottiene sempre un grado di visibilità molto elevato, per quanto variabile, indipendentemente dalle realtà e dalle percezioni dei cittadini, la disoccupazione e l’insicurezza economica continuano a occupare uno spazio informativo marginale, nonostante generino preoccupazioni crescenti.

 

L’IMMAGINE DELLA SICUREZZA NEI TG EUROPEI

Dal confronto sulla criminalità tra i principali telegiornali pubblici e privati europei di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna nel periodo 2008-2009 si ricavano alcune significative peculiarità :

− la quantità di notizie relative alla criminalità in Italia è superiore a quella degli altri paesi europei, soprattutto nelle reti pubbliche. Il Tg1 ha il doppio di notizie del Tg spagnolo e venti volte in più rispetto al telegiornale tedesco;

− la pagina della criminalità in Italia è costante, l’agenda dei telegiornali francesi, inglesi, tedeschi e spagnoli non rileva la presenza quotidiana di notizie criminali. L’agenda di quelli italiani, invece, prevede almeno due notizie di criminalità tutti i giorni;

− la copertura mediatica della criminalità “comune” è una peculiarità dei telegiornali italiani; nei telegiornali degli altri paesi europei, notizie di furti, rapine, incidenti automobilistici non trovano rappresentazione, viceversa in quelli italiani i reati comuni occupano circa il 60% di tutta la pagina dedicata alla criminalità.

La pagina della criminalità nei telegiornali italiani appare dunque molto (rispetto al telegiornale tedesco o francese) o abbastanza (rispetto al telegiornale spagnolo) diversa. Tale differenza non riguarda solo la densità della criminalità, ma anche la sua modalità di rappresentazione. In Italia i casi criminali hanno una copertura giornalistica che prosegue nei giorni e in alcuni casi anche negli anni (il delitto di Garlasco o quello di Perugia), negli altri paesi europei importanti eventi di cronaca nera occupano nei telegiornali il periodo coincidente con l’evento criminoso. La serialità dell’evento criminoso è quindi un tratto tipicamente italiano che contribuisce alla creazione di un caso criminale con evoluzioni, colpi di scena, interviste a protagonisti e comprimari che ne fanno appunto un serial appassionante.

www.osservatorio.it

 

NOTA METODOLOGICA

Il terzo rapporto sulla Sicurezza in Italia, diretto da Ilvo Diamanti, è realizzato da Demos, in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, per la Fondazione Unipolis. Il rapporto si basa due distinte ricerche. Lo studio condotto da Demos, mediante una inchiesta campionaria sulla popolazione nazionale, ricostruisce gli atteggiamenti dei cittadini (inquadrandoli nel panorama continentale). Lo studio dell’Osservatorio di Pavia studia la “notiziabilità” del tema nei Tg prime time Rai e Mediaset, allargando per la prima volta il confronto ai principali Tg europei.

L’analisi demoscopica si basa su un sondaggio telefonico svolto, nel periodo 2-12 novembre 2009, dalla società Demetra di Venezia. Le interviste sono state condotte con il metodo CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing – supervisione: Claudio Zilio). I dati sono stati successivamente trattati e rielaborati in maniera del tutto anonima. Il campione, di 2600 persone, è rappresentativo della popolazione italiana di età superiore ai 15 anni, per genere, età e zona geopolitica. L’indagine è stata diretta, in tutte le sue fasi, da Ilvo Diamanti. Fabio Bordignon, con la collaborazione di Martina Di Pierdomenico, ha curato la parte metodologica, organizzativa e l’analisi dei dati. Per collocare i risultati nel panorama dell’opinione pubblica europea, sono stati utilizzati i dati di Eurobarometro. Documento completo su http://www.agcom.it.

L’analisi sulla “notiziabilità” si basa sull’indicizzazione dei telegiornali e la conseguente classificazione di ogni notizia riguardante la criminalità secondo le categorie di reato usate nelle rilevazioni del Ministero degli Interni. Tutte le notizie che contengono un riferimento esplicito a una delle categorie di reato sono state considerate pertinenti. Per la parte italiana sono stati considerati i telegiornali del quinquennio 2005-2009 mentre nel confronto europeo sono stati analizzati i telegiornali di maggior ascolto del servizio pubblico di Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna in tre settimane (luglio 2008 e settembre 2008-2009). Nella stessa settimana di settembre 2009 sono stati analizzati i principali telegiornali degli stessi paesi in termini di ascolto delle reti private. Le elaborazioni relative alla parte italiana sono state svolte da Antonio Nizzoli;  quelle relative al confronto europeo da Paola Barretta.

Le notizie sulla criminalità: confronto tra le reti pubbliche (2008-2009)

15 febbraio 2010

Carnevale di Rio de Janeiro. Chi finanza le scuole di samba

Il Sambodromo: la pista realizzata nel 1984, è lunga quasi un chilometro.

 

Così, con bingo e lotterie, il Carnevale balla con la mafia.

Che stia per esplodere il Carnevale, al tizio seduto all’angolo (chiamiamolo “camicia bianca””), tra due viuzze intasate del centro di Rio, non importa un granché. “Arrivo qui alle nove del mattino” dice “e me ne vado che è sera, tutto l’anno, da quarant’anni”.

Eppure, senza quelli come lui, il Carnevale di Rio de Janeiro, “la festa più grande del Pianeta”, semplicemente non si farebbe. O, come minimo, non esisterebbe bella forma faraonica che conosciamo. “Camicia bianca” è un bicheiro, un bookmaker del gioco del bicho, la lotteria clandestina. Lui, però, è il pezzo più piccolo dell’ingranaggio, perché i veri bicheiros sono altri, quelli che la nomenclatura del millieu carioca definisce banqueiros, i padroni della piazza. Sono loro, “patroni” delle scuole di samba, che, per sdebitarsi con la comunità e ottenere popolarità, finanziano il Carnevale. Più guadagnano, più i carri saranno ricchi: pachidermi barocchi di cartongesso, ferro, cristallo, passamanerie, fontane di luce, chilometri di cavi elettrici e, soprattutto, litri di sudore.

Solo nel gruppo speciale, quello che si sono sfidate nelle notti di domenica 14 e lunedì 15, entrano dodici scuole. Ognuna porta sulla pista otto carri e tra i quattromila e cinquemila partecipanti. Costo? Nessuno ha i numeri esatti, ma, ovviamente, una follia. Stime raccolte dai giornali parlano di ottanta milioni di reais (circa trenta milioni di euro). La Riotour, l’azienda turistica della città, ammette un investimento pubblico di 27 milioni (tra cui la popstar Madonna) e un giro d’affari, tra hotel, ristoranti e commercio, di 528 milioni di dollari (381 milioni di euro, circa).

La festa, però, ha un cuore nero. Il legame delle scuole ai bicheiros è motivo di scandalo e eterna polemica, ma non da oggi. Già neglio anni Trenta, la prima celebre scuola di samba, Portela, apparteneva a Natalino José de Nascimento, detto Natal, il quale divenne il boss del bicho in tutto il suburbio nord di Rio. D’altra parte, insieme al calcio, il samba è l’altro grande amore dei brasiliani. Mettere le mani sul samba vuol dire stare in mezzo alla gente, essere amati. “I bicheiros erano popolari nei loro quartieri, spesso poveri, dove lo Stato era assente e talvolta lo è ancora oggi” spiega l’antropologo Niton Santos, autore del libro sul Carnevale A Arte do Efêmero (L’arte dell’effimero). E prosegue: “Un tempo o bicheiros pagavano tutto il costo della sfilata, oggi si fanno aiutare dagli sponsor. Per questo è cambiato anche lo spirito del Carnevale, perché spesso i carnevalescos devono adattarsi al volere delle aziende che mettono soldi e marche”.

E poi, comincia la stagione del sangue e degli affari sporchi, i tempi cambiano. Dice Santos: “Con la scomparsa di alcune figure storiche, come Castor de Andrade, patrono della Mocidade Indipendente de Padre Miguel, le scuole entrano in crisi”. Nel 1997. la morte del vecchio Castor, figura leggendaria della malandragem (la malavita carioca), scatena una sanguinosa guerra per l’eredità della scuola . Il comando passa al figlio Paulinho che però viene assassinato dal cugino Rogerio, condannato a parecchi anni di carcere.

La storia del bicho comincia nel 1892, quando un eccentrico barone carioca decise di costruire un giardino zoologico nel vecchio quartiere di Vila Isabel e per mantenerlo creò una lotteria, dove i numeri erano legati agli animali (bichos). Ebbe successo, in breve superò i confini delle gabbie e si sparse come una febbre in tutta Rio e nel resto del Brasile. È un gioco d’azzardo ed è sempre stato illegale, ma una legge del 1939 lo definisce “contravvenzione”.  “Nel ’46 chiudono i casinò e così il bicho acquista ancora più popolarità” racconta Michel Misse, sociologo, studioso di criminalità all’Università Federale di Rio de Janeiro “sebbene all’inizio non si sapesse chi fossero i banqueiros: Natal fu il primo a diventare una figura pubblica. Ma attenzione: il legame con le scuole di samba è autentico, Natal amava la Portela. Però tra gli anni Quaranta e Cinquanta la guerra tra bicheiros si fa più violenta e con gli anni Sessanta emergono le figure che domineranno interi quartieri, come Castor de Andrade per la zona di Bangù e soprattutto Anisio Abraão David nel suburbio di Nilopolis, ancora oggi padrone della scuola di samba Beija-Flor. L’errore però, per me, è stato mantenere il bicho nell’illegalità”. Spiega ancora Niton Santos: “Lapice dei bicheiros è negli anni Ottanta, una sorta di pacificazione: non a caso nel 1984 viene costruito il Sambodromo (la pista più lunga un chilometro dove si svolge la competizione del Carnevale) e nell’85 nasce la Liesa, la Lega Indipendente della scuola di samba, della quale facevano parte tutti maggiori bicheiros”.

Antonio Carlos Biscia è il magistrato che nel 1993 organizzò il primo maxiprocesso alla mafia del bicho. Oggi è parlamentare del Pt (Partito dos Trabalhadores) e ricorda: “Ho iniziato ad indagare proprio quando nacque la Liesa, ma allora era quasi impossibile fare le inchieste, perché la polizia era molto corrotta. Solo nel ’91, con la nuova Costituzione, come pubblico ministero potevo fare indagini indipendenti. Infatti, trovammo le prove che la sede della Liesa era la cupola del bicho. Grazie alla perseveranza della giudice Denise Frossard, nel ’93 arivammo alle prima condanne a sei anni per associazione a delinqure. C’erano tutti, Andrade, Anisio, il Capitão Guimaraes, Luizinho Drummond, Carlinhos Maracanã, tutti i padroni di scuole di samba. Fu un duro colpo per il bicho” ricorda ancora Biscia. “Anche perché nel ’94 entrammo nella fortezza di Andrade a Bangù e, grazie a una soffiata, trovammo una lista di giudici, poliziotti e politici, tutti a libro paga. Per me dire bicho equivale a dire crimine organizzato, perché con il passare del tempo alla lotteria si sono aggiunti contrabbando di macchinette mangiasoldi, corruzione e altri crimini, tra cui anche omicidi”. E legalizzare il bicho? “Sono contrario, significherebbe legalizzare il riciclaggio di denaro sporco: chiunque conosca il funzionamento di casinò, bingo e via dicendo sa che non è possibile seguire il flusso di quei soldi”.

Dopo quei processi, i bicheiros sono usciti ed entrati dal carcere, ma potere e popolarità non sono diminuiti. Nel 2007 una grossa operazione della Polizia Federale, chiamata Ciclone, ha riportato in carcere Anisio della Beija Flor (mentre la scuola trionfava al Sambodromo) e altri insieme a lui. Un’inchiesta che si è sommata a quella chiamata Gladiatore e che ha visto finire dietro le sbarre l’ex capo della Polizia civile di Rio, Alvaro Lins, accusato di gestire lo schema di protezione della mafia delle macchinette dei bar.

E per strada? “Camicia bianca” si guarda intorno con circospezione: “È appena passato un olheros, l’uomo che il gerente manda a controllare la piazza. Una volta i banqueiros venivano per strada, ora che hanno fatto i soldi non li vedi più, il mio capo non è neppure a Rio”.

Ma è vero che il business è diminuito? “Io incasso al giorno anche novecento, mille reais (trecento o quattrocento euro, ndr) e hai visto quanti bicheiros ci sono solo in queste quattro strade? Fai un rapido calcolo…Sono qui seduto da quant’anni, ne avevo diciassette, ora ne ho 57. Io dico che dovrebbero legalizzare, a quest’ora sarei impiegato statale con la pensione. Ma la verità è che c’è un sacco di gente che guadagna con il bicho illegale”.

Il Carnevale dura pochi giorni, è come un lampo che brucia tutto, piume di struzzo e poveri cristiani, ma per lui, “camicia bianca”, è un gioco che non finisce mai il mercoledì delle ceneri.

di Alberto Riva
12 febbraio 2010

La Società Stretto di Messina ha aumentato del 28% il compenso agli amici degli amici.

PONTE: la madre di tutte le Grandi opere è ferma. Il prezzo invece corre.

In silenzio, la società Stretto di Messina ha aumentato di oltre un miliardo (il 28% in più) il compneso previsto per il consorzio guidato da Impregilo. Risultato? Le penali da pagare all’impresa se l’opera non si farà saranno più alte. E per ora. dopo la posa della prima pietra, la seconda non l’ha mai messa nessuno.

 

Vinci un superappalto e cinque anni dopo ti ritrovi con un contratto nuovo. Ancora più “super”. Che il Ponte sullo Stretto sia un’opera dal costo faraonico è noto. Ciò che ancora non si sa è che Eurolink, il consorzio capofila Impregilo che dovrà unire Scilla e Cariddi, s’è visto riconoscere a settembre dalla società Stretto di Messina una maggiorazione sul compenso altrettanto faraonico: un miliardo e 90 milioni in più al corrispettivo pattuito nel 2005. Che è lievitato da quasi 4 miliardi di euro (3.879.600, per l’esattezza) a 4.969.530. E tutto questo senza aver mosso una pietra. Con l’effetto non solo di annullare il ribasso del 12% con cui il cartello di imprese – che comprende anche Condotte, Cmc, la spagnola Ishigawa – si era aggiudicata la gara, ma addirittura di accrescere il compenso in misura più che doppia rispetto allo stesso ribasso.

Il nuovo corrispettivo è fissato nella relazione di aggiornamento del piano finanziario dell’opera, firmato dall’amministratore delegato della Stretto di Messina e presidente dell’Anas Piero Ciucci e inviato per conoscenza al governo. Nella relazione, Ciucci sdogana la maggiorazione con la necessità di adeguare il valore di base definito con la gara alla dinamica dei prezzi e dei costi intervenuta e prevista tra il 2002 (chiusura del progetto preliminare) e il 2011, data presunta dell’approvazione del progetto definitivo. Che, è bene ricordare, non c’è ancora. Nel documento, non mancano i punti che lasciano perplesso più di un economista. A partire da Guido Signorino, ordinario di Economia applicata all’Università  di Messina e membro del Centro studi per l’area dello Stretto Fortunata Pellizzeri. Che osserva: “In poco tempo, mentre non si è mossa una ruspa, la commessa è lievitata del 28%, anche se, nello stesso periodo, la dinamica dei prezzi ha raggiunto record secolari di stabilità”. Che cosa hanno fatto, invece, alla Stretto di Messina? Un esempio utile è quello dell’acciaio: l’accordo giustifica l’aumento del corrispettivo citando anche “l’eccezionale aumento dei prezzi registrato tra il 2003 e il 2004” e l’andamento dell’inflazione intervenuta attesa nel periodo 2002-2011. Curioso che la valutazione dei prezzi proietti al 2011, mentre quella dei costi si fermi al 2004. Se la Stretto di Messina avesse considerato l’andamento del costo dell’acciaio fino al 2009, avrebbe scoperto che questo è calato di molto, e che le stime del trend di domanda e offerta fino al 2011 dovrebbero far prevedere un assestamento su un valore molto più basso di quello del 2004.

Le perplessità, però, non finiscono qui. Stranamente, il corrispettivo dei lavori cresce di oltre un miliardo, mentre la stima del valore finale dell’opera – che include gli oneri finanziari – aumenta di soli 200 milioni, passando da 6,1 a 6,3 miliardi. Insomma, se da un lato è aumentata del 28% la somma da versare all’impresa, dall’altro il valore stimato del Ponte è cresciuto solo del 3,3. Una contraddizione che si può spiegare così: aumentare il valore dell’opera oltre i 6,3 miliardi avrebbe significato esporsi alle critiche di chi sostiene già adesso che l’investimento è troppo costoso e non remunerativo. Resta poi da spiegare per quale motivo in questi anni la Stretto di Messina non abbia ridotto il valore finale dell’opera, proporzionando al ribasso offerto dalla cordata vincitrice. La Corte dei Conti informa, infatti, che nel 2008 la società indicava ancora un costo finale pari a circa 6 miliardi, quando il ribasso offerto da Impregilo avrebbe dovuto far scendere il valore attorno ai 5 e mezzo. Secondo Signorino, questa scelta potrebbe significare che il ribasso col quale il consorzio ha vinto la gara era eccessivo. “Stretto di Messina ha tenuto invariata la stima del costo finale dell’opera, quando avrebbe fatto meglio a rifiutare l’offerta”. In proposito, è il caso di ricordare  che l’appalto fu impegnato al Tar da Astaldi, che aveva partecipato alla gara, e che il suo presidente Vittorio Di Paola dichiarò come “sul maxi ribasso di Impregilo” bisognasse riflettere. Ma il ricorso non andò avanti, perché il governo Prodi dichiarò il ponte opera non più prioritaria, facendo venire meno l’oggetto del contendere.

Un altro aspetto da ricordare è che per anni si è paventato di dover pagare a Eurolink penali pesantissime nel caso in cui l’opera fosse stata fermata dal governo senza mai arrivare al progetto definitivo. IN realtà, afferma Ciucci, al consorzio non sarebbero dovute penali qualora venisse intimato l’alt anche dopo aver ricevuto il progetto definitivo e quello esecutivo: le penali sono invece dovute se lo stop avvenisse anche un solo giorno l’inizio dei lavori.

E qui si apre un’altra questione. Per il governo, i lavori del Ponte sono ufficialmente iniziati il 23 dicembre, con la prima pietra del progetto di spostamento di un binario nella frazione Cannitello di Villa San Giovanni. Si tratta di un’opera che avrebbero dovuto eseguire le Ferrovie e che, invece, il Cipe ha dichiarato a luglio di competenza dello Stretto di Messina, “calandola” nel progetto Ponte. Il 23 dicembre le ruspe hanno iniziato a lavorare, fermandosi subito dopo per la pausa natalizia. Da allora il cantiere non è avanzato. Né poteva essere altrimenti, visto che dell’opera non esiste il progetto definitivo né la relativa variante urbanistica è mai stata approvata. Anzi, la Regione Calabria ha fatto ricorso al Tar e alla Corte costituzionale, lamentando di non essere stata sentita prima che il Cipe classificasse l’opera come preliminare al Ponte (al quale la giunta Calabria di centrosinistra si oppone).

Ma c’è di più: il terreno su cui le ruspe hanno lavorato per qualche giorno non è ancora stato espropriato, come confermano i proprietari. Eppure, su questo bluff Eurolink potrebbe fondare la futura pretesa di penali. Calcolati sul nuovo corrispettivo astronomico.

di Paolo Casicci Il Venerdì

 

 

Per saperne di più,  su questo blog:

Mafia: Il Ponte sullo stretto di Messina e gli amici degli amici

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12 febbraio 2010

Haiti: la ricostruzione a misura d’uomo.

I diritti umani devono essere al centro delle operazioni di soccorso e della ricostruzione

Due settimane dopo il terremoto che ha provocato enormi perdite di vite umane e la distruzione di vaste aree di territorio, la comunità internazionale continua a mobilitarsi per portare il soccorso necessario e l’assistenza umanitaria alla popolazione di Haiti. Negli ultimi giorni il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha tenuto una sessione speciale sulla crisi umanitaria seguita al terremoto e il governo canadese ha ospitato la prima conferenza internazionale per avviare la prima fase della ricostruzione.
Amnesty International ritiene che in questa fase di crisi umanitaria, la protezione dei diritti umani sia un elemento essenziale per l’efficacia dei soccorsi e l’avvio di una ricostruzione sostenibile.
I diritti umani sono in pericolo nelle situazioni di crisi e di emergenza ed è pertanto fondamentale che tutti gli organismi coinvolti adottino misure appropriate per impedire che vengano commesse violazioni dei diritti umani e assicurare il rispetto e la piena realizzazione dei diritti umani sanciti dagli strumenti internazionali sui diritti umani.
La situazione sul posto vede gli haitiani non solo trovarsi di fronte a una delle più gravi catastrofi umanitarie che abbiano mai afflitto una nazione, ma anche doversi confrontare con una crisi dei diritti umani.
La perdita di decine di migliaia di vite non può essere attribuita solo alla forza della natura. La povertà endemica che affligge la popolazione ha contribuito in maniera significativa all’ampia devastazione. Nell’incoraggiare e sostenere la ricostruzione di Haiti, è fondamentale che la comunità internazionale non ricrei analoghe condizioni che mettano le persone a rischio di violazioni dei diritti umani e perpetuino l’ineguaglianza e la povertà.

Gli sforzi per il soccorso e la ricostruzione ad Haiti devono essere basati sul rispetto e sulla promozione di tutti i diritti umani. Le autorità di Haiti e la comunità internazionale dei donatori devono assicurare che la cooperazione internazionale e l’assistenza necessarie siano in linea con gli standard internazionali sui diritti umani. Pertanto, è indispensabile che la cooperazione internazionale e l’assistenza siano fornite in modo da assicurare la non discriminazione; che sia opportunamente data la massima priorità all’accesso di ogni persona ai livelli minimi essenziali di cibo, acqua, servizi sanitari, educazione, salute e alloggio; che ci si concentri su coloro che sono in più grandi condizioni di bisogno. Inoltre, le autorità di Haiti e gli stati donatori devono agire con la dovuta diligenza per assicurare che i soccorsi e l’assistenza allo sviluppo non causino o favoriscano violazioni dei diritti umani e che siano introdotti meccanismi efficaci per una significativa partecipazione di tutte le comunità colpite, incluse quelle più marginalizzate.
Nelle operazioni di soccorso e assistenza così come nelle prime tappe della ricostruzione, Amnesty International chiede a tutti i soggetti coinvolti di affrontare immediatamente e globalmente le seguenti questioni.

Protezione dei bambini dagli abusi, sfruttamento e dal traffico di esseri umani

I bambini sono tra le più vulnerabili componenti della società e in una crisi umanitaria la loro vulnerabilità aumenta significativamente a causa di violenze, abusi, separazione dalle famiglie e disabilità. La separazione dalla famiglie e la distruzione di scuole e comunità ha lasciato migliaia di bambini privi dell’ambiente che li proteggeva. Ora rischiano di cadere nelle reti dello sfruttamento e del traffico di esseri umani, che esistevano ad Haiti prima del terremoto.
I bambini soli che possono essere erroneamente ritenuti orfani rischiano di rimanere vittime delle adozioni illegali. Secondo la Convenzione dell’Aja sulle adozioni internazionali, queste devono essere ritenute l’ultima risorsa dopo che le alternative di adozione locale siano state esplorate in maniera esaustiva e dopo che le autorità competenti abbiano appurato che non ci sono parenti o tutori che possano prendersi cura di loro. Questo rischio esisteva già prima del disastro ma ora è aumentato, dato l’interesse delle famiglie di altri paesi a reagire alla triste situazione dei bambini orfani di Haiti attraverso la loro adozione. L’incapacità delle istituzioni haitiane di determinare in molti casi l’opportunità o meno di un’adozione e di tutelare i diritti dei bambini può spingere le organizzazioni che gestiscono le adozioni illegali ad agire. Le autorità del paese, con il supporto della Missione Onu per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), deve assicurare adeguata protezione e la predisposizione di meccanismi per impedire che i bambini siano portati fuori dal paese senza il compimento delle procedure legali per le adozioni internazionali.
Individuare spazi sicuri per i bambini soli e rintracciare le famiglie devono essere le priorità per la comunità internazionale, per le autorità haitiane e le agenzie internazionali di soccorso.

Proteggere i diritti degli sfollati

Centinaia di migliaia di persone sono rimaste senzatetto e non possono ritornare a vivere in mezzo alle macerie delle loro case se non a rischio della loro salute, sicurezza e benessere. In migliaia stanno già lasciando le aree devastate. Il governo di Haiti e le autorità comunali, così come le agenzie umanitarie e di sviluppo internazionali devono rispettare i Principi Guida sugli sfollati per far fronte alle esigenze di sicurezza e umanitarie della popolazione di Haiti.
In un paese dove, prima del terremoto, l’insicurezza alimentare colpiva 1,8  milioni di haitiani (dati del dicembre 2009), e dove il 40 per cento della popolazione non aveva accesso all’acqua potabile, l’ampio numero di sfollati accresce la dimensione della crisi umanitaria.
Amnesty International sottolinea la necessità di proteggere i diritti delle persone sfollate sia all’interno che all’esterno dei campi e di fornire loro tutte le informazioni necessarie affinché possano autonomamente decidere del loro futuro.
In linea con gli standard internazionali contenuti nei Principi guida sugli sfollati, ogni trasferimento di sfollati dai campi o da aree disastrate deve essere volontario, a meno che la sicurezza e la salute di coloro che sono stati colpiti non ne richiedano l’evacuazione. Le persone sfollate non devono essere forzate in alcun modo, come attraverso la minaccia della sospensione dell’assistenza. Il diritto delle persone sfollate a ritornare volontariamente e con dignità alle loro ex abitazioni o terre deve essere rispettato e le autorità devono assisterle sia nel ritorno sia nell’insediamento in altre zone del paese.

Protezione delle donne e delle ragazze dalla violenza di genere, inclusa quella sessuale

Durante una crisi umanitaria e nella fase successiva al disastro, le donne e le ragazze rischiano spesso di subire violenza sessuale, di essere sfruttate da trafficanti e di vedersi ridurre o negare l’accesso ai servizi di salute materna e riproduttiva. Queste situazioni sono state documentate dentro e fuori i campi per sfollati nei paesi in cui erano in atto crisi umanitarie.
Tutti gli attori coinvolti nei soccorsi e nella ricostruzione devono integrare nei loro programmi misure atte a prevenire e a rispondere a tutte le forme di violenza basate sul genere, in particolare la violenza sessuale. Le agenzie delle Nazioni Unite e gli altri attori hanno sviluppato le "Linee guida per gli interventi sulla violenza di genere nelle emergenze umanitarie: l’attenzione alla  prevenzione alla risposta nei confronti della violenza sessuale". Queste Linee guida rappresentano  un approccio coerente e partecipativo per prevenire e rispondere alla violenza di genere e prevedono una serie di azoni per venire incontro alle esigenze delle persone che hanno subito violenza sessuale. Amnesty International chiede a tutti gli attori coinvolti nei soccorsi e nella ricostruzione ad Haiti di usare le Linee guida come un quadro di riferimento essenziale nello svolgimento delle loro operazioni.

Sicurezza e mantenimento della legge

Il terremoto ha ulteriormente limitato la capacità delle autorità haitiane di assicurare lo stato di diritto e fornire sicurezza. Ci sono stati episodi di violenza, ma finora sono stati limitati a poche aree di Port-au-Prince, principalmente alla città vecchia. Le autorità haitiane devono dare massima priorità alla creazione di un sistema di giustizia funzionante per affrontare prontamente i crimini più gravi.
Cresce nel frattempo il timore che i prigionieri condannati per crimini violenti che sono evasi dal Penitenziario nazionale della capitale stiano tentando di rientrare nelle comunità più disagiate e vulnerabili per riprenderne il controllo. Per fronteggiare la minaccia, all’interno di queste comunità sono sorti gruppi spontanei che intendono impedire il ritorno delle bande criminali. Amnesty International teme che questo possa innescare una spirale di violenza. L’organizzazione ha ricevuto informazioni su linciaggi e su casi di giustizia sommaria, nel corso dei quali sarebbero stati uccisi presunti saccheggiatori.
La polizia nazionale haitiana, con l’assistenza della Minustah, deve garantire la sicurezza, in particolare nelle aree dove in passato la violenza delle bande era endemica. Questo è fondamentale per assicurare che le attività di soccorso non siano ostacolate dalle minacce alle comunità e ai soccorritori. Coloro che sono coinvolti nei linciaggi e in altre forme di violenza devono essere condotti dinanzi alla giustizia.
Le autorità haitiane devono agire immediatamente per istituire un centro di detenzione provvisorio, visto che il principale carcere del paese è stato distrutto e gli altri centri di detenzione nel paese sono sovraffollati. Deve essere assicurato, inoltre, che tutti i detenuti abbiano accesso all’assistenza umanitaria e siano trattati umanamente.
Dalle informazioni provenienti da Haiti, emerge l’uso della forza letale da parte degli agenti di polizia, in particolare nei confronti di presunti saccheggiatori. Amnesty International sollecita le autorità haitiane e le forze internazionali presenti nel paese ad attuare e ad assicurare una stretta osservanza dei "Principi base delle Nazioni Unite sull’uso della forza e delle armi da parte degli agenti di polizia", secondo i quali le armi da fuoco devono essere usate dalla polizia solo per autodifesa o in caso di minaccia imminente di morte o di grave ferimento. È necessario intraprendere indagini indipendenti, imparziali e approfondite sulle notizie di uccisioni illegali e di altre gravi violazioni dei diritti umani e i presunti responsabili devono essere portati davanti alla giustizia.

Responsabilità delle forze internazionali

Le forze internazionali sono arrivate nel paese su richiesta del governo haitiano per garantire la sicurezza nella distribuzione degli aiuti umanitari. Sono stati schierati ad Haiti oltre 10.000 militari statunitensi, 150 della Repubblica Dominicana e 800 del Canada. Ulteriori truppe dovrebbero essere dispiegate nelle settimane prossime, comprese quelle provenienti da altri paesi.
Le questioni relative alla responsabilità di una così ampia presenza internazionale militare e di polizia devono essere chiarite dall’inizio. Le modalità in cui questo personale verrà impiegato e le  regole di ingaggio istituite nell’occasione dovranno essere in linea con il diritto internazionale dei diritti umani e dovranno essere previsti meccanismi efficaci per assicurarne il rispetto da parte di tutti i membri delle forze internazionali e in ogni momento.
L’esperienza di altre operazioni di peacekeeping ha dimostrato che lasciare la possibilità di incriminare autori di violazioni alla discrezione dei paesi che hanno contribuito all’invio di truppe, conduce all’impunità per le gravi violazioni dei diritti umani.

Cancellazione del debito di Haiti

 Nel 2009, le istituzioni finanziarie internazionali e gli altri creditori hanno cancellato 1,2 miliardi di dollari del debito estero di Haiti. Malgrado questo, Haiti ha ancora un debito di centinaia di milioni di dollari. Nelle attuali circostanze, il suo rimborso rappresenta un carico inaccettabile sulla popolazione di Haiti e sull’economia nazionale. Amnesty International chiede alle istituzioni finanziarie internazionali e agli altri creditori di fare tutti i passi necessari per cancellare il debito del paese, dal momento che insistere nel chiedere il rimborso ostacolerebbe la capacità di Haiti di rispettare i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani, incluso il rispetto del livello minimo essenziale di diritti economici, sociali e culturali. La cancellazione del debito non può essere accompagnata da condizioni che possono avere un impatto negativo sui diritti umani.
Tutte le risorse finanziarie destinate ad Haiti negli anni a venire devono essere indirizzate a programmi di ricostruzione che assicurino il benessere della popolazione, l’accesso ai servizi di base e uno sviluppo equo e sostenibile.

www.amnesty.it

12 febbraio 2010

Protezione Incivile

Ecco, per esempio quando leggi questa intercettazione: "Sono Guido, buongiorno…Sono atterrato in questo istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se Francesca potesse…Io verrei volentieri, una ripassatina". Ecco, proprio quando leggi queste parole: come mai non ti viene mai in mente che si riferiscano a una "massaggiatrice di mezza età", come ha provato a spiegarci con la sua proverbiale genialità inventiva Silvio Berlusconi? Perché resti perplesso quando Bertolaso ti racconta di "una grande professionista che mi aiutava a risolvere quell’enorme stress dal lavoro che facevo?".
Perché persino il nome dell’imprenditore che fa da intermediario – Anemone – assume una sonorità da teatro plautino, una suggestione da tragedia greca, da maschera grottesca? Poi di contorno arrivano altre figure mitologiche: le brasiliane, le vergini rallegratrici, persino qualche mediatrice che riaffiora dall’immaginario arcaico del Cacao meravigliao.
Se quello che i magistrati ipotizzano fosse vero, se le risate sciacallesche sulle macerie e sui cadaveri non sono un incubo, la domanda che ritorna, ancora una volta è: perché il potere ha questo frenetico bisogno di infilarsi dentro il letto del sesso mercenario?
C’è qualcosa che si ripete sempre uguale, da qualche anno a questa parte: donne pagate, donne offerte, donne (ma se serve anche trans e uomini) usate come benefit, come antistress, come carne da macello.
Inchiesta di Vallettopoli, anno di grazia 2006. Un certo Giuseppe chiama il portavoce del ministro degli Esteri: "Ti mando Stella: piccola ma carina. Compatta. Come una Smart. 22 anni. È roba fresca”. Altra telefonata. Il direttore delle risorse umane della Rai, Giuseppe Sangiovanni parla di Maria Monsè: "Una bella porcella".
E poi la trans Natalie che racconta gli incontri di Piero Marrazzo con Brenda: "Era una cosa a tre, io non andai".
Estate 2009, il sistema Tarantini. Dalle indagini risulta che una escort Terrì De Nicolò, è pagata per prostituirsi con gli amici di "Gianpi". Sia con il vicepresidente della regione Puglia Sandro Frisullo (di centrosinistra) sia a Palazzo Grazioli. A Frisullo la casa la offre – gentilmente – un collaboratore: un territorio amico. Negli altri casi ecco i centri benessere, che diventano subito le nuove oasi ristoratrici della contemporaneità.
È un cerchio strano che si chiude ogni volta. Il tarantinismo, ben prima di Patrizia D’Addario (leggersi il suo Gradisca, presidente per credere) restituisce una nuova vita alla figura del procacciatore, e all’idea della preda sessuale che viene consegnata al sovrano già doma. Allora la prima domanda che ti fai è: perché i potenti ci dovrebbero stare? Quale bisogno soddisfano, e quale debolezza scandagliano le arti dei procacciatori? Molti ripetono l’argomentazione difensiva prediletta: "Ma come! Sono uomini così belli e desiderati, che bisogno hanno di una prostituta?".
E invece un bisogno c’è. Hai sempre fretta, sei terribilmente stressato, hai pochi tempi morti nell’agenda del palmare. Devi riempirli appena si liberano. Non devi lasciare tracce. Non devi avere implicazioni sentimentali, strascichi. Non devi accendere una relazione con una figura autonoma, che confligge con la famiglia di riferimento, che spesso – anche in contemporanea – deve essere impegnata nella rappresentazione della drammaturgia istituzionale.
Escort è una parola più comoda, asciugata al senso etimologico: la scorta, l’estrema protezione del segreto, la corroborazione curativa del corpo. Non più il corpo del politico, il sottosegretario, il presidente. Ma il capo, il sovrano che deve ristorarsi.
Se è così, però, il capo-semidio, non può sporcarsi le mani con il denaro. Non può distruggere il sogno mettendo mano al portafoglio. Il ruffiano che paga, diventa essenziale perché cancella la traccia e il senso di colpa.
Perché ricostruisce l’illusione del dono sessuale-votivo offerto al principe in virtù del suo carisma. La Protezione virile si sostituisce a quella civile. Meno male che ci sono le intercettazioni: ancora per un po’ Anemone resta un cognome, e non un mito.
di Luca Telese IFQ
 
Balducci e i suoi amici, la cricca degli appalti. Ville, escort, assunzioni e auto di lusso
Una "cricca dei banditi". Il gip di Firenze racconta la corruzione che ha governato gli appalti della Maddalena e la ricostruzione a L’Aquila. Le escort di Bertolaso e gli imprenditori che la notte del 6 aprile ridono pensando agli appalti.
Il sistema, scrive il gip Rosario Lupo, funzionava così: "Angelo Balducci e Fabio De Santis, pubblici ufficiali presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri, incaricati della gestione dei "grandi eventi" (Mondiali di nuoto di Roma 2009, G8 della Maddalena, 150° anniversario dell’Unità d’Italia) insieme a Mauro Della Giovanpaola, pubblico ufficiale della struttura di missione per il G8 della Maddalena hanno asservito la loro funzione pubblica (alquanto delicata, attesi gli enormi poteri a loro concessi e i rilevantissimi importi di denaro e risorse a carico della collettività) in modo totale e incondizionato agli interessi dell’imprenditore Diego Anemone (e non solo). Tale asservimento veniva ben retribuito con vari benefit di carattere economico e non, anche di grande rilevanza patrimoniale: utilità indirizzate o direttamente ai tre pubblici ufficiali o a loro parenti o a soggetti a loro amici (in particolare Anemone e i suoi collaboratori si mettevano a disposizione dei tre, in particolare di Balducci per risolvere loro qualsiasi tipo di esigenza, anche la più banale)".
E il sistema, scrive ancora il gip, aveva un nome: "Gelatinoso". "Il caso in questione che ben potrebbe essere definito "storia di ordinaria corruzione" viene qui definito "gelatinoso". E non dagli investigatori ma dagli stessi protagonisti di tale inquietante vicenda di malaffare in una delle tante conversazioni telefoniche intercettate: "Il mio ragionamento è questo… Loro evidentemente stanno immersi in un liquido gelatinoso che è al limite dello scandalo" (…). Ma "sistema gelatinoso" non è l’unica definizione del Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri. Infatti la struttura cosiddetta della Ferratella (luogo dove ha sede il Dipartimento e di cui fanno parte Balducci, De Santis e Della Giovanpaola) viene definito – senza mezzi termini – dalle molto istruttive conversazioni telefoniche intercettate: "Cricca di banditi", "Banda di banditi", "Task force unita e compatta", "squadra collaudatissima", "combriccola", e i suoi componenti "bulldozer", "veri banditi", "gente che ruba tutto il rubabile", "persone da carcerare"".

Anche l’imprenditore Diego Anemone, del resto, a giudizio del gip, si dimostrava all’altezza della qualità della corruzione assicurata dal sistema in ragione del suo network di rapporti, a cominciare da quello con il Capo della Protezione civile e sottosegretario Guido Bertolaso: "È alquanto inquietante – si legge – che sussistano rapporti di collusione (che definire sospetti è mero eufemismo retorico) tra l’introdottissimo (nonostante la giovane età) Diego Anemone e il potente sottosegretario e capo della Protezione civile Guido Bertolaso (coinvolto nella gestione economica degli appalti aggiudicati con la normativa cosiddetta dei "grandi eventi") che, come risulta inequivocabilmente dalle intercettazioni telefoniche, frequenta spesso e volentieri Anemone e le sue strutture, per così dire, di "relax"".
Gli appalti e il prezzo della corruzione. Nell’elenco che ne fa il gip, sono almeno cinque gli appalti pilotati da Balducci e la sua "combriccola" della Protezione civile: "Lo stadio centrale del tennis del Foro Italico (Mondiali di nuoto Roma 2009); il Nuovo museo dello sport italiano di Tor Vergata (Mondiali di nuoto); il completamento dell’Aeroporto internazionale dell’Umbria Sant’Egidio di Perugia (Celebrazioni 150 anni Unità d’Italia); la realizzazione Palazzo della conferenza e area delegati (G8 Maddalena); la residenza dell’Arsenale (G8 Maddalena)". Il prezzo della corruzione sono ristrutturazioni di immobili, auto di lusso a sbafo, assunzioni di domestici e figli, favori sessuali con pagamento di escort a domicilio.
Scrive il gip: "Angelo Balducci: utilizzo di due utenze cellulari; personale di servizio nella proprietà di Montepulciano; uso di autovettura Bmw serie 5; messa a disposizione di Rosanna Thau (moglie di Balducci) di una Fiat 500; fornitura di mobili (un divano e due poltrone) per la proprietà di Montepulciano; esecuzione di lavori di manutenzione e riparazione negli immobili di Roma e Montepulciano; assunzione di Filippo Balducci (figlio di Angelo e della sua compagna Elena Petronela Buchila); messa a disposizione di Filippo Balducci di autovettura Bmw del valore di 71mila euro; lavori di ristrutturazione per l’appartamento di Filippo Balducci in via Latina a Roma con fornitura di materiali di arredo in legno e tessuti; viaggi a bordo di aerei privati; numerosi soggiorni su sua richiesta all’hotel Pellicano di Porto Santo Stefano; assunzione, su sua richiesta, di Anthony Smith e messa a disposizione di un’abitazione.
"Fabio De Santis: affidamento di lavori pubblici in subappalto a Marco De Santis; utilizzo di un’utenza cellulare; fornitura di mobili destinati alla sua abitazione; prestazioni sessuali a pagamento a Venezia (17 ottobre e 28 agosto 2008) e Roma (13 novembre 2008).
"Mauro della Giovanpaola: prestazioni sessuali a pagamento a Venezia tra il 17 e il 18 ottobre 2008; uso di un immobile con personale di servizio all’isola della Maddalena; messa a disposizione di tre autovetture Bmw; fornitura di mobili per la sua abitazione".
Bertolaso, il giovane Anemone, i contanti e i favori sessuali. L’iscrizione di Guido Bertolaso al registro degli indagati per concorso in corruzione ha – a giudizio del gip – un fondamento probatorio evidente. "Sono emerse dalle intercettazioni telefoniche conversazioni nelle quali il Bertolaso viene menzionato o è uno degli interlocutori (…) È emerso che lo stesso Bertolaso intrattiene rapporti diretti con l’imprenditore Diego Anemone con il quale si incontra spesso di persona e in previsione dei quali Anemone di attiva di persona alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza supporre che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso".
Il 23 settembre 2008 Anemone si sbatte per cercare 50mila euro in contanti in vista dell’incontro con il capo della Protezione civile, previsto per quella stessa sera. È l’unica traccia dell’ordinanza su un possibile passaggio di denaro. Ma non è chiaro, o quantomeno, gli investigatori non sono riusciti ad accertarlo, se effettivamente i due si vedano e se ci sia o meno consegna di contanti.
È certo al contrario che Guido Bertolaso goda dei favori sessuali messi a disposizione da Anemone. Il 21 novembre 2008 Bertolaso è al telefono con Simone Rossetti (il lenone di Anemone): ""Sono Guido, buongiorno… Sono atterrato in quest’istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se Francesca potesse… io verrei volentieri… una ripassata". "Perfetto". "Perché so che è sempre molto occupata… siccome oggi pomeriggio sono abbastanza libero, ti richiamo fra un quarto d’ora"". L’appuntamento viene fissato per le 16.
Una seconda prestazione sessuale è del 14 dicembre 2008 e ha luogo nel centro sportivo che è riconducibile Anemone ed è stato aggiudicatario della fetta più importante degli appalti per i Mondiali di nuoto 2009. "Tale prestazione – scrive il gip – è comprovata da intercettazioni con dialoghi del tutto espliciti e fortemente eloquenti e ha avuto luogo con una ragazza brasiliana presso il centro Salaria Sport Village".
Il 17 febbraio 2009, dalle 15 alle 16, Bertolaso è ancora allo Sport Village, per "fare terapia con Francesca", "per riprendermi un pochettino", "per uno dei soliti massaggi". Anemone lo aspetta fuori dalla cabina e al telefono si lamenta con il suo lenone perché il capo della Protezione civile tarda a congedarsi dalla massaggiatrice: "Mannaggia sto a morì de freddo".
Anemone, Balducci e la ricostruzione dell’Aquila. Le indagini – documenta l’ordinanza – accertano che Anemone "è di casa all’interno della Ferratella, dove oltre a Balducci, De Santis e Della Giovanpaola, ha rapporti con altri funzionari di rango minore che pure hanno piena consapevolezza dell’esistenza del "sistema gelatinoso": Maria Pia Forleo, Francesco Pintus e Fabrizio Ciotti. Fino al punto di alimentare una sorta di "cassa comune" per le piccole spese di rappresentanza". Naturalmente c’è dell’altro. A cominciare – scrive il gip – dai rapporti che si intrecciano tra Anemone e Balducci nella Erretifilm srl, società di produzione cinematografica che – come aveva scoperto un’inchiesta firmata da Fabrizio Gatti sull’Espresso del gennaio 2009 – vede come soci la moglie di Balducci (Rossana Thau) e la moglie di Anemone (Vanessa Pascucci).
L’11 aprile 2009, a pochi giorni dal sisma che ha devastato L’Aquila, Balducci, in una lunga conversazione con Anemone "fa pesare il fatto che si è fatto promotore per l’inserimento delle imprese di Anemone nei lavori post terremoto ("Ti rendi conto? Chi oggi al posto mio si sarebbe mosso?") ed esce allo scoperto pretendendo in cambio che il figlio Filippo goda di qualche ulteriore beneficio ("Tra qualche giorno compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per lui? Un cazzo")". Filippo troverà una sistemazione.
D’altro canto, già il 6 aprile, in una conversazione tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi si capisce che c’è attesa per le mosse di Balducci sugli appalti: "Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno". "Lo so", e ride. "Per carità, poveracci". "Va buò". "Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto".
Le pressioni sulla stampa e il procuratore Toro
Nelle intercettazioni della primavera 2009 Anemone e Balducci discutono con grande preoccupazione delle inchieste di Fabrizio Gatti e dell’interesse di Annozero e di Milena Gabanelli (Report). Per provare a contenerle – si legge nell’ordinanza – muovono tale "Patrizio La Bella, amico del giornalista Gatti", che a sua insaputa li informa di quello che il cronista ha in animo di fare. Ma "i contatti tra gli indagati si fanno frenetici e fitti il 28 gennaio 2010, quando il quotidiano "La Repubblica" pubblica un’inchiesta a firma di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci".
Gli indagati si muovono anche con Camillo Toro, commercialista e figlio del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, responsabile del pool dei reati contro la pubblica amministrazione (entrambi sono indagati). Il contatto con il magistrato e suo figlio è l’avvocato Edgardo Azzopardi ("Devo parlare con lui", dice a Camillo, che risponde: "Lascialo perdere che ce la vediamo noi"). Azzopardi il 17 dicembre 2009 parla con Toro e fissa un incontro di persona. Il 10 gennaio scorso parla con il figlio Camillo e lo esorta: "Assumi informazioni". Il 30 gennaio l’avvocato, al telefono, sembra aver avuto le informazioni: "Ci sono grossi problemi giudiziari in arrivo".
Malinconico e Masi
Il giovane Anemone rendeva felice anche Carlo Malinconico, in quel momento segretario generale alla presidenza del Consiglio e poi presidente della Fieg. "Su richiesta di Angelo Balducci l’imprenditore contribuiva all’organizzazione e pagamento di più soggiorni vacanza presso l’hotel "Il Pellicano" di Porto Santo Stefano". Naturalmente Malinconico non deve pagare un euro: "Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno il conto". Anemone asseconda anche le richieste di Balducci perché assuma tale Anthony Smith, un tipo di Anacapri che Mauro Masi, direttore generale della Rai, gli aveva chiesto di sistemare.
di Carlo Bonin Repubblica.it

Balducci e i suoi amici, la cricca degli appalti Ville, escort, assunzioni e auto di lusso

Angelo Balducci

10 febbraio 2010

L’illegittimo impedimento

L’avvocato Niccolò Ghedini
 
Il costituzionalista Pace: “Il legittimo impedimento è incostituzionale”
Il testo del disegno di legge sul legittimo impedimento del premier e dei ministri, approvato dalla Camera mercoledì scorso, suscita, già a una prima lettura, numerose, fortissime perplessità d´ordine costituzionale.
Di queste perplessità se ne possono contare almeno sei.

1) Il primo comma dell´articolo 1 sancisce una presunzione "assoluta" di "legittimo impedimento" con riferimento non già a talune specifiche situazioni, bensì con rinvio a varie disposizioni che genericamente prescrivono quali sono le attribuzioni del premier. Ma queste attribuzioni, singolarmente analizzate, non implicano affatto la sussistenza di un impedimento a comparire dinanzi al magistrato in quel preciso giorno e a quella data ora, il che urta contro l´enunciato dell´articolo 420 ter del codice di procedura penale, esplicitamente richiamato dal ddl approvato dalla Camera. Quella norma del codice dispone infatti che l´impedimento dell´imputato a comparire dinanzi al giudice, per essere rilevante, deve essere "assoluto": presuppone cioè uno specifico accertamento di fatto, che invece il ddl omette.

2) L´articolo 2 del disegno di legge, come già il lodo Schifani e il lodo Alfano, esclude l´applicabilità della presunzione assoluta di legittimo impedimento ai giudizi penali per reati commessi dal premier (e dai ministri) nell´esercizio delle loro funzioni. Di qui la palese incongruenza, già rilevata dalla Corte con riferimento alle citate due leggi Schifani e Alfano. Viene prevista in favore del premier, imputato di un reato comune (nella specie, la corruzione in atti giudiziari o la frode fiscale) una prerogativa di cui invece lo stesso premier non potrebbe godere con riferimento a reati eventualmente da lui compiuti nell´esercizio delle sue funzioni di governo.
Ma se tale prerogativa non esiste per i reati funzionali (la cui disciplina di base è prevista nella legge costituzionale numero 1 del 1989, modificabile solo con un´altra legge di pari grado), a maggior ragione non se ne può sostenere l´applicabilità con riferimento a processi per reati comuni, nei quali viene in gioco «il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione»: un principio che, costituendo un principio supremo dell´ordinamento, dalla maggioranza della dottrina è ritenuto addirittura inderogabile ancorché previsto con legge costituzionale.

3) Nella sentenza 262 del 2009, relativa al lodo Alfano, la Corte costituzionale ha statuito che le prerogative (insindacabilità, scriminanti in genere, condizioni di procedibilità) di cui godono i titolari di organi costituzionali «sono sistematicamente regolate da norme di rango costituzionale», e quindi la loro previsione richiede che sia seguita la procedura di cui all´articolo 138 della Costituzione. Di qui la conferma: solo una legge costituzionale potrebbe prevedere una presunzione assoluta di legittimo impedimento del premier e dei ministri (sempre che – come già si è detto – non si ritenga che tale presunzione assoluta finisca per ledere – come in effetti lede – «il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione»).

4) È bensì vero che la Corte costituzionale, sempre nella sentenza 262 del 2009, ha affermato che la «deducibilità del legittimo impedimento a comparire nel processo penale (…) non costituisce prerogativa costituzionale», e quindi è disciplinabile dal legislatore ordinario. A tale conclusione la Corte è però giunta sul presupposto che il legittimo impedimento «prescinde dalla natura dell´attività» e costituisce una norma «di generale applicazione». Per contro il legittimo impedimento disciplinato dal ddl 889 non è norma di generale applicazione. Riguarda solo il premier e i ministri, e contro di essa non è ammissibile la prova contraria. Costituisce perciò una prerogativa del premier e dei ministri, per la cui previsione è perciò necessaria, come già detto, una legge costituzionale.

5) Secondo il disegno di legge il regolare corso del processo penale verrebbe legittimamente ostacolato poiché verrebbe in gioco il doveroso esercizio delle funzioni di governo. Ammesso pure che ciò sia vero (e non si ritenga invece che il provvedimento intenda tutelare «l´aspetto psicologico, individuale e contingente, della soggettiva serenità del singolo titolare della carica», come tale non tutelabile), deve però essere sottolineato che se è vero che la Corte costituzionale ha già deciso, in passato, nel caso Previti (sentenza 225 del 2001), che l´esercizio della funzione giurisdizionale non prevale aprioristicamente sulla politica, è altrettanto vero che, a sua volta, la politica non può prevalere aprioristicamente sull´esercizio della funzione giurisdizionale. Pertanto il bilanciamento tra i due valori costituzionali non può essere effettuato una volta per tutte dal legislatore ordinario facendo prevalere un potere dello Stato sull´altro. Ad esso dovrà provvedere solo il competente magistrato, di volta in volta e secondo le comuni regole (così, ancora, la sentenza 225/2001).
Il che – si badi bene – è stato affermato all´unanimità anche dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, allorché respinse all´unanimità la tesi – sostenuta dal presidente Clinton, nel processo intentato contro di lui da Paula Jones – secondo la quale i suoi gravi impegni istituzionali non gli consentivano di occuparsi d´altro (e quindi il processo dovesse essere sospeso fino alla scadenza del mandato presidenziale). La Corte Suprema rilevò allora, non diversamente da quanto ha fatto la nostra Corte costituzionale nel caso Previti, che rientra nella competenza del giudice valutare l´opportunità o meno di concedere, di volta in volta, eventuali rinvii del dibattimento.

6) L´articolo 2 del ddl approvato dalla Camera prevede che le disposizioni sul legittimo impedimento si applicano fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri (e cioè del cosiddetto lodo Alfano "costituzionalizzato"). È allora evidente che il ddl 889 è una mera "legge-ponte" che tenta di bloccare lo status quo in attesa dell´auspicata legge costituzionale. Con ciò i proponenti di quel testo finiscono però implicitamente per ammettere che, per disciplinare il legittimo impedimento del premier e dei ministri, occorre una legge costituzionale; e che il tentativo di anticiparne l´efficacia con una legge ordinaria è palesemente incostituzionale.

di Alessandro Pace Docente di Diritto costituzionale all´Università di Roma La Sapienza
Repubblica.it
L’intoccabile
la Camera ha votato l’ennesima legge scritta apposta per B.: il legittimo impedimento. In realtà si tratta di una nuova versione di una norma di procedura penale vecchia come il cucco (ma quanto è vecchio il cucco, dicevamo noi da bambini alla nonna che ci raccontava le favole?): tutti i Codici di procedura penale successivi a Torquemada hanno sempre previsto che “quando l’imputato non si presenta all’udienza e risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice deve rinviare il processo”.

Ciò perché, siccome l’imputato ha diritto di difendersi nel processo che lo riguarda (non DAL processo, come hanno sempre fatto B&C e come teorizzato da Bersani e Letta, quello del Pd, non quello del Pdl), è ovvio che ha anche diritto di essere presente; e, se non gli riesce perché è caduto e si è rotto una gamba, celebrare il processo in sua assenza non si può. Anche questo tutte le Costituzioni successive a Gengis Khan lo hanno detto a chiare lettere.

Le parole chiave del legittimo impedimento così com’è oggi sono: “Quando risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire”: sarà anche vero che ti sei rotto una gamba, però, cortesemente, fammi avere un certificato medico che lo provi; così io giudice rinvio il processo senza timore di essere stato preso per … i fondelli. E così si è fatto per alcune centinaia di anni.

Poi è arrivato l’iper imputato, l’imputato uguale agli altri ma diverso, l’imputato diverso dagli altri, insomma l’imputato politico; e per lui questo secolare legittimo impedimento non va più bene. Il fatto è, dicono B&C, che il politico è un imputato impedito per natura; che non vuol dire che è un politico impedito, anche se in realtà su questo si potrebbe concordare per molti, moltissimi di loro; vuol dire che la sua qualità di politico costituisce in sé e per sé un legittimo impedimento a presentarsi nei processi in cui è imputato.

Il politico può andare in vacanza, al cinema, al ristorante, alle prime teatrali e cinematografiche, alle partite di calcio, di tennis e di qualsiasi altro sport gli piaccia (magari utilizzando gli aerei di Stato se si tratta di luoghi lontani o anche solo lontanucci); il politico può andare a feste organizzate da lui o per lui, cantare con fanciulle giovani, meno giovani e giovanissime, assoldare menestrelli e scrivere canzoni per loro; può fare tutto quello che vuole ma, ecco, presenziare e difendersi nel processo che lo riguarda, quello proprio no.

È impedito a farlo dalla sua natura di politico; e, quel che più conta, con la legge approvata dalla Camera, se passerà anche al Senato (e se il presidente della Repubblica la firmerà) è legittimamente impedito. Tutto questo naturalmente è incostituzionale: che ci siano qualifiche personali e corrispondenti impegni professionali incompatibili con il processo penale e altre qualifiche e impegni che non lo sono, tranne casi da valutare volta per volta, è in evidente violazione dell’art. 3 della Costituzione. Per esempio, perché i ministri sì e i sottosegretari no? E poi, i presidenti delle regioni, per dire, forse hanno meno da fare del ministro delle Pari opportunità?

E il suddetto ministro ha davvero un’incompatibilità ontologica con il processo che il grande chirurgo oncologo, in ospedale a salvare vite dalle 6 di mattina alle 10 di sera, invece non ha?; perché lui lo deve provare, come tutti, il legittimo impedimento.

Per la verità uno dei promotori di questa splendida legge, l’onorevole Vietti (che sembrava appartenere all’opposizione, come il suo partito, l’Udc) lo ha pure detto, un po’ fra i denti: “Bè, anche se fosse, così guadagniamo tempo fino a quando il lodo Alfano costituzionale (altro fulgido esempio di riforma legislativa) sarà approvato; è l’uovo di Colombo”.
Eccola rivelata la spudorata tecnica di B&C: emanare in serie leggi incostituzionali che comunque impediscano ai Tribunali italiani di processare B.; quando una cadrà sotto la mannaia della Corte costituzionale, ne sarà pronta subito un’altra; e quando anche questa cadrà, ancora un’altra; e via così fino alla soluzione naturale del problema: nessuno è eterno e nemmeno l’archetipo prototipo di razza superiore quale si considera B.

Un’ultima riflessione. Uno che di diritto ne capisce, l’onorevole Pecorella, ha detto (Corriere della S e ra , 3/2) “Spetta solo al popolo decidere chi deve governare e non a qualche magistrato”. Considerazione assolutamente condivisibile.
A “qualche magistrato” spetta solo di stabilire se B. è o no un delinquente; poi, se il popolo decide di essere governato da un delinquente, fatti suoi. Il problema del nostro paese, in realtà, sta proprio qui: B. si è beccato numerose “assoluzioni” per prescrizione; che vuol dire che era colpevole ma che non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo. Evidentemente il “popolo” di questo fatto, del fatto che B. aveva commesso reati, se ne è sovranamente (è proprio il caso di dirlo) sbattuto; e B. presidente del Consiglio era e presidente del Consiglio è rimasto.

Sicché i magistrati con il diritto di governare di B. nulla “c’azzeccano”. In realtà, quello che B&C (tra cui evidentemente va annoverato l’onorevole Pecorella) vogliono non è che B. continui a governare; quello lo sta facendo da molto tempo, nonostante tutto; e continuerà a farlo anche dopo la condanna per corruzione dell’avvocato Mills.
Quello che vogliono è che non vi sia una sentenza che dica che B. ha commesso l’ennesimo reato. Ma, onorevole Pecorella, questo che c’entra con la sovranità popolare?

di Bruno Tinti   IFQ

Il Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Torino Bruno Tinti

La verità su B. raccontata dal suo ex avvocato

«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».

Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.
Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».
Mi spieghi meglio.
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».
E perché?
«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimentoı».
E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?
«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».
Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?
«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».
Come fa a esserne così certo?
«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».
Tipo?
«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».
Che all’epoca era Presidente della Repubblica.
«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».

Quindi?
«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».
Pentito?
«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.
A chi si riferisce?
«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».
Prego?
«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».
Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…
«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».
E perché?
«Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».
Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?
«È quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».

di Alessandro Gilioli da Piovonorane
L’avvocato Carlo Taormina
9 febbraio 2010

Le bufale campane di De Luca e chi non le vuole.

 Delitti a fin di bene
Nel “processo breve” a se stesso celebrato da Enzo De Luca al congresso Idv, mancavano la pubblica accusa e un’informazione decente che conoscesse le carte. C’era solo l’imputato, che infatti si è assolto fra gli applausi, raccontando al popolo dipietrista quel che aveva già fatto credere al suo partito, il Pd. E cioè che è stato rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso per un’opera buona: aver consentito agli ex lavoratori dell’Ideal Standard di continuare a godere della cassintegrazione. Naturalmente è una superballa. Quei lavoratori sono disoccupati. Che cosa è successo davvero? Non si tratta delle accuse di un pm impazzito (Gabriella Nuzzi, cacciata da Salerno dopo aver osato indagare su De Luca e sulla fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, vedi caso De Magistris). Si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio firmate da due gup, due giudici terzi. Lo stabilimento altamente produttivo dell’Ideal Standard di Salerno fu chiuso, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi dell’Emilia Romagna (terra cara all’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani).   Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione irrealizzabile, fittizia – il parco marino Sea Park – e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici. Uno dei beneficiari dell’operazione – come han ricostruito i giudici – fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici. I modenesi della Sea Park avrebbero versato a Grieco fondi neri per 29 miliardi di lire e promesso al comune di Salerno di versarne altri 22 di oneri concessori non dovuti, con garanzia fideiussoria. I 29 miliardi sarebbero finiti sui conti della famiglia di Grieco e da questo prelevati in contanti per distribuirli un po’ in giro. Il gruppo Sea Park fu poi costretto a sputare altri 6 miliardi extra-bilancio, con assegni bancari girati per l’incasso a un collaboratore di Grieco, che li parcheggiò su un conto Unicredit per essere poi prelevati in contanti o girati su conti della famiglia Grieco. Nonostante il salasso, la Sea Park non riuscì a ottenere la proprietà dei terreni di Grieco, che, oltre a tutti i soldi incamerati, seguita pure a lucrare sull’aumento della rendita fondiaria dei terreni, gentile omaggio della giunta De Luca. Intanto il gruppo emiliano, spolpato dai salernitani, è ridotto sul lastrico.   Gli subentra un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti capitanato da un faccendiere bresciano pregiudicato, Angelo Tiefenthaler. De Luca appoggia anche lui per un fantomatico programma di “riconversione industriale”, utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard. Al posto del parco marino, si dice, nascerà un centro turistico-commerciale e, al posto dell’Ideal Standard, un bell’inceneritore. Invece spunta una centrale termoelettrica, opera della multinazionale svizzera Egl e gemella di quella di Sparanise (raccontata dal Fatto a proposito delle liaisons fra finanza rossa emiliana e clan Cosentino). Per queste vicende la pm Nuzzi aveva chiesto al gip l’arresto di De Luca e al Parlamento l’autorizzazione a usare certe sue intercettazioni indirette. Richieste respinte. Il gip distrusse addirittura le bobine gettandole nell’inceneritore, anziché attendere la decisione della Consulta (che di lì a poco ne decretò la piena utilizzabilità); subito dopo il fratello del gip, Luca Sgroia, diventò segretario dei Ds di Eboli e aprì la campagna elettorale per De Luca sindaco di Salerno. E ora chi ha stomaco forte lo elegga pure governatore della Campania.
di Marco Travaglio IFQ 
 
La denuncia: appoggiare De Luca è un gravissimo cambio di rotta sulla questione morale
Il congresso dell’Idv ha segnato un passo indietro rispetto a principi irrinunciabili come la questione morale infrantasi con la decisione di appoggiare in Campania il candidato del Pd De Luca. Decisione che ha lasciato sul terreno forti delusioni e amarezze che non risparmiano Luigi De Magistris, anima pura dell’Idv. 
   Sconfitto, amareggiato?  Qual è il suo stato d’animo? 
   Sconfitto? Assolutamente no. Il rifiuto della candidatura in Campania mi è stato dettato dalla mia coscienza di uomo e dalla convinzione politica della necessità della coerenza e del rispetto per gli elettori. La coerenza è alla base della credibilità politica. Il mio posto è dove mezzo milione di persone hanno voluto che andassi per condurre battaglie sulle mafie, sui fondi pubblici, sul riciclaggio.   Sarebbe stato davvero squallido rinunciarvi dopo sei mesi per candidarmi a Governatore ed io con lo squallore non so rapportarmi. Il fatto che l’Idv non sia riuscito a proporre un candidato che non fosse in conflitto con la questione morale per me prioritaria deriva dal fatto che il Pd ha posto veti sulla rosa di nomi da noi proposta: magistrati come Cantone, Maggi, l’ex deputato dei Ds Villone e professori universitari. 
   La decisione di Di Pietro di appoggiare De Luca le crea imbarazzo? De Luca che dice: ”Rivendico con orgoglio le mie vicende giudiziarie e non accetto lezioni morali da De Magistris” 
   A De Luca rispondo che non sono io a dargli lezioni morali ma ci sono le inchieste della magistratura che delineano scenari gravi e inquietanti rispetto alle condotte tenute come amministratore e come politico. Nessun imbarazzo. Io sono coerente, non esiste contraddizione   tra ciò che dico, in cui credo e ciò che faccio 
   Non sente su di sé la responsabilità di una scelta del partito perché è stato eletto come indipendente? Seppure abbia detto che si sarebbe iscritto. Ci ha ripensato? 
   Ero d’accordo con Di Pietro che prima, durante o subito dopo il Congresso mi sarei iscritto all’Idv ricoprendo un ruolo che si confacesse al mio profilo politico e che sarebbe avvenuto attraverso un evento pubblico significativo. Ad oggi non è accaduto. La domanda: perché non mi sono iscritto andrebbe girata a Di Pietro.   
   Parole che se non raccontano una sconfitta lasciano trasparire una forte amarezza… 
   Sì sono amareggiato. Ma anche gratificato dal calore e dalla condivisione con cui è stato accolto soprattutto dai giovani il mio intervento al Congresso nonostante sia stato inspiegabilmente anticipato a venerdì pomeriggio quando c’era meno gente. Il cambiamento di rotta sulla questione morale non va letta come una mia sconfessione politica. Semmai la delusione nasce dal fatto di non essere stato coinvolto nella decisione, che non avrei condiviso, di appoggiare De Luca, che ho appreso al Congresso. Ma resta una scelta strategica dettata dalla realpolitik di Di Pietro, responsabilità gravissima dalla quale non potrà sottrarsi, ma che non mina la mia coerenza. Seppure non mi abbia lasciato indifferente il constatare che è stata fatta passare facendo fare a De Luca dichiarazioni spontanee come se fossimo a Porta a   Porta: i processi si fanno nelle aule di Giustizia non ai congressi. Io non sono entrato in politica per alimentare quel metodo che si fonda sulla convenienza del momento ma per cambiarla quella politica costruendo un progetto fatto di ideali di valori di principi non contrattabili.
   Amarezza che cresce guardando alle Marche dove l’Idv sta con il Pd alleato con   l’Udc che ha chiesto la fuoriuscita della sinistra presente nel Governo uscente? 
   Certamente. Ripeto: non condivido l’alleanza con l’Udc di Cuffaro ma anche di Cesa di De Mita. Così come mi fa rabbrividire l’idea di un dopo Berlusconi con Casini. Ai giovani dico: comprendo i vostri sentimenti di sconforto, resistete continuando   a battervi per quei valori, quegli ideali che ci vedono dalla stessa parte della barricata. Sappiate che in me potrete continuare a vedere un faro che rischiara la notte in attesa dell’alba che verrà, ne sono certo.
   Donadi le ricorda che a stare contro De Luca si favorisce la camorra… 
   Voglio una Campania libera dalla camorra e dall’illegalità ecco perché di fronte al crollo morale del centrosinistra occorrevano altre candidature e non imputati   di processi gravissimi. 
   L’alternativa politica in cui crede comprende anche il Pd? 
   Anche con il Pd certo se rinuncerà al laboratorio con l’Udc. L’alternativa a Berlusconi è la costruzione di una sinistra plurale, con l’Idv e con i movimenti. 
   Sinistra plurale equivale a Federazione della Sinistra di Nichi Vendola? 
   Sì. Vendola è un interlocutore privilegiato, serio non populista. Stiamo lavorando assieme    per un’unità a sinistra contro il male che è la frammentazione. Che è poi la sintesi del mio intervento al Congresso accolto con grande entusiasmo e calore soprattutto dai giovani. La speranza è accelerare in questa direzione e non fare passi da gambero in nome del tatticismo politico. Tengo la barra dritta in vista delle politiche: nessun cedimento in termini di coerenza su questioni fondanti e costruzione   di una politica nuova non nelle sigle ma nei contenuti.
   Nel frattempo non vede la  necessità di un rinnovamento del partito a livello territoriale? 
   Il problema esiste ed è un problema di chiarezza di intenti e di modalità per raggiungerli. L’Idv è speranza e la speranza non può essere tradita. Invece molti si stanno allontanando proprio in virtù di questo scollamento tra il dire e il fare. Non abbiamo bisogno di un partito che seleziona la sua classe dirigente solo con le tessere ma attraverso il coinvolgimento della rete, delle piazze che non possono essere strumentalizzate. Una svolta significativa al Congresso è stata l’elezione di Rudi Russo a coordinatore nazionale dei giovani che saprà mantenere il collegamento con   quella piazza che sembra essere divenuta un ingombro. Un partito vero si deve fondare su un patto serio tra chi sta dentro e chi sta fuori in un costante rapporto rispettoso dei ruoli che poi altro non è che democrazia partecipativa.  
di Sandra Amurri e Paola Zanca IFQ
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