Posts tagged ‘Lombardia’

14 ottobre 2012

A 100 passi dal letamaio nascon fiori

Pavia e Daccò. Pavia e la Maugeri assatanata di soldi. Pavia e i voti di ‘ndrangheta. Che bello scoprire a cento passi dai letamai i campi di fiori. Pavia e i giovani, Pavia e il ricordo di un Maestro in nome del quale parlare di diritto e di giustizia, di mafia e di cultura. Lo hanno fatto questa settimana per tre giorni gli allievi di Vittorio Grevi, il giurista cattolico intransigente e rigoroso, che mai si piegò alle mode e ai venti e che per questo mai fu candidato alla Corte Costituzionale come il suo prestigio avrebbe suggerito. “Mafie: legalità e istituzioni” si intitolava la rassegna, nata nel 2005 proprio per impulso di questo professore di procedura penale che per tenere la dottrina lontana dagli interessi non volle mai esercitare da avvocato.

GRAZIE A LUI l’università di Pavia è stato uno dei pochi luoghi dell’accademia italiana in cui per decenni si è discusso di mafia con profondità e continuità. Qui fece il suo ultimo intervento pubblico Giovanni Falcone su invito del professore, che non perdeva occasione di elaborare o difendere dottrina contro gli strafalcioni di un Palazzo in cerca perenne di impunità. Gli allievi di giurisprudenza sciamano nell’aula magna dell’università, nella bellissima chiesa sconsacrata di largo La Pira. Il Coordinamento per il diritto allo studio e l’Osservatorio antimafia come organizzatori. E “Jaromil” , rivista “per rabbia e per amore”. C’è chi ha conosciuto il prof nei corsi, chi lo ha appena sentito nominare ma è rimasto affascinato dalla sua fama. C’è chi ci ha lavorato insieme, come Giulia Cometti, il viso da adolescente, che con lui ha preso il dottorato di ricerca e si illumina di nostalgia al solo parlarne (“mi illudo che ci veda”). C’è anche l’ex ministro dell’interno e vicepresidente del Csm Virginio Rognoni che ne fu amico più anziano. Dirige Marco Magnani, un giovane alto e straripante boccoli da fare invidia a una signora. “Sub-comandante” sta scritto di lui sulla rivista nel tamburino redazionale, per dire che ne è il direttore vero. Distribuisce domande. “Scrivere di mafia” è il titolo della serata, che vince la sfida con la partita della nazionale, nonostante la sera prima ci sia già stato l’incontro con il sostituto procuratore Nicola Gratteri. L’aula magna si incanta nel sentire parlare Francesco La Licata della sua esperienza alla gloriosa “L’Ora” di Palermo, la foto di Liggio messa in prima pagina e la bomba contro il quotidiano a stretto giro di posta. Sente Biagio Simonetta, blogger calabrese, raccontare storie della sua terra. E i film e le fiction aiutano la mafia o la combattono ? E le scuole? E i voti, quei quattromila voti comprati dall’assessore lombardo Domenico Zambetti?. Quattromila persone hanno comunque venduto il loro voto. Le responsabilità del singolo. Ognuno deve fare il suo dovere, anche se può sembrare banale e semplice, dice Marco. Ad esempio questi imprenditori del nord che non si fanno troppe domande quando trovano qualcuno che gli smaltisce i rifiuti a un quarto o un quinto dei costi. Ascoltano Arianna e Luca, dell’Osservatorio. Ascolta Anna Dichiarante, il viso da attrice del cinema muto, una delle ultime allieve del prof, che venerdì si laureerà in suo ricordo in procedura penale e che l’anno scorso aprì “Mafie” leggendo una stupenda lettera dedicata al prof per la prima volta assente. Su “Jaromil” c’è una sua incalzante intervista al sindaco di Pavia a proposito di mafia e corruzione. Ci sono quelli del circolo Arci di Radio Aut. Ci sono anche due professoresse di Mazara del Vallo giunte qui con la loro classe in gemellaggio. Uno stage sul giornalismo. Ragazzi si parla di “scrivere di mafia”, andiamoci. Michele di Scienze politiche, Bernardo del coordinamento. La pizzeria Amalfitana diventa alla fine il luogo del ritrovo, gli allievi del prof vengono sempre qui.

LI GUARDI MENTRE ridono, mentre fanno progetti per il futuro, mentre ricordano. Hanno raccolto gli scritti giuridici del Maestro, una fatica di un anno, spiega Giulia. Tre volumi per la Cedam: uno sul vecchio codice, uno su quello nuovo, e uno sull’ordinamento penitenziario. Ci hanno lavorato tutti insieme, a decine. Molti saggi li hanno dovuti ribattere. Osservi tutto e pensi a quanto rimane di ciò che un intellettuale libero ha seminato. Al lascito di un professore che amava l’università più di se stesso. Che al medico che gli diagnosticava la leucemia fulminante chiese una cosa sola: se ce l’avrebbe fatta a iniziare le lezioni. Giulia dal viso di adolescente dice sotto voce: “Ho capito che nella vita si muore un po’ per volta, si incomincia quando ci lasciano certe persone”. Girando sugli acciottolati inumiditi si passa per corso di Strada Nuova al 65, dipartimento di procedura penale “Cesare Beccaria”, dove i ragazzi lo trovavano a ogni ora. Per questo sul sito dell’università di Pavia c’è uno spazio dedicato a lui, per icona una finestra con la luce accesa, disegnata dalla sua allieva-docente, Li-via Giuliani. No davvero, Pavia non è solo corruzione. A cento passi dal letamaio arriva il profumo notturno di gelsomini lontani.

di Nando dalla Chiesa, IFQ

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5 ottobre 2012

Palazzo Lombardia, 400 milioni buttati per grandeur celeste

L’eliporto di Palazzo Lombardia funziona regolarmente. Almeno quattro atterraggi (e decolli) al giorno. Sarebbero vietati: il Tar, a fine luglio, ha accolto il ricorso dei residenti della zona e deciso lo stop ai velivoli per il “troppo rumore”. Ma siamo nell’efficientissima Lombardia formigoniana e sono bastati pochi giorni per individuare l’escamotage. “La sentenza del Tar si riferisce all’uso del palazzo come elisuperficie, ma noi abbiamo anche il certificato di eliporto. Per questo gli elicotteri possono regolarmente alzarsi in volo”, ha dottamente spiegato Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde, la società (voluta e creata dal Celeste) che gestisce la nuova sede.

IL RUMORE è lo stesso, ovviamente. Ma tant’è, questa è la cattedrale del potere formigoniano, quella creata radendo al suo-lo il Bosco di Gioia: un polmone verde di diecimila metri quadri di alberi sostituito con 30 mila metri quadri di cemento e vetri in verticale, con un grattacielo di 39 piani da cui il Celeste, che si è riservato il 35esimo, domina indiscusso. Dopo sedici anni di egemonia al governo della Regione, Formigoni è riuscito a coronare uno dei suoi sogni: realizzare “un’opera straordinaria che ci invida il mondo, avveniristica”. Sublime, unica: “Dai tempi degli Sforza è il primo palazzo milanese pensato con funzioni di governo”, disse inaugurandolo a marzo al fianco di Giorgio Napolitano. Un gigante di 161 metri d’ altezza, progettato da Henry Cobb di Boston, realizzato in tempi record per gli standard italiani (4 anni) e costato 400 milioni di euro. Una cifra enorme. “Ma ce ne fa risparmiare 25 all’anno di affitti che pagavamo per ospitare i nostri uffici che ora porteremo qui”, garantì lo Sforza da Lecco. Di fatto, nella nuova sede, sono stati trasferiti 2850 dipendenti: ma oltre un terzo della struttura è ancora vuota. Quasi deserti invece gli uffici che ospitavano il consiglio regionale in via Fabio Filzi spostati nel Pirellone (la vecchia sede realizzata da Giò Ponti) quando Formigoni ha “aperto” Palazzo Lombardia, pur conservando il suo vecchio ufficio in caso di eventuali interventi in aula. I palazzi distano appena ottocento metri, ma il Pirelli non ha l’eliporto. Il passaggio di consegne è avvenuto a fine febbraio. Prima ha tentato di affibbiare la vecchia sede al governo, proponendo di portare qui i famosi ministeri al Nord di Roberto Calderoli. Inascoltato ha deciso di consegnare le chiavi al presidente del consiglio Davide Boni. Dopo dieci giorni indagato per corruzione: secondo i pm ha ricevuto tangenti per oltre un milione di euro.

AFFIDATO il Pirelli in buone mani, Formigoni ha attraversato due strade, raggiunto il suo castello e si è attivato per popolarlo. Ai piedi del grattacielo, sulla piazza centrale coperta (creativamente battezzata piazza Città lombarde) sono affacciate decine di vetrine di negozi: fino a pochi mesi fa vuote. Ancora prima dell’estate c’erano appena due bar, ma la piazza si sta animando. Ora c’è anche una palestra, un paio di negozi, una tavola calda. E la piazza, spesso, si riempie: la protesta degli agricoltori non è andata sold out, grande successo ha invece avuto il “libera la sedia”, la manifestazione organizzata per invitare Formigoni ad andarsene.

Il Celeste qui ha ospitato anche The apprentice, il programma condotto da Flavio Briatore, e la finale del Grande Fratello. Criticato, si difese piccato, paragonando l’evento con i concerti organizzati da Obama alla Casa Bianca e il festival della musica promosso da Sarkozy all’Eliseo. Per coinvolgere la popolazione e portarla nel castello, Formigoni ha anche aperto il belvedere e la terrazza al 39esimo piano. In occasione di San Valentino, ad esempio, invitò tutti gli innamorati: “Ditevi di sì nel cielo di Milano”. Accorse in massa la comunità gay, desiderosa di baciarsi nel tempio ciellino più che nel cielo meneghino. Perché anche su questo Formigoni è stato smentito dai fatti: “Abbiamo realizzato il grattacielo più alto d’Italia”, ha orgogliosamente dichiarato. In realtà è stato superato dal vicino palazzo di Cesar Pelli: 230 metri dal suolo alla cima della guglia. Formigoni ha dato battaglia: “Non vale, avete la guglia”. Il battibecco è andato avanti per settimane.    È intervenuta anche Daniela Volpi, presidente dell’ordine degli architetti lombardi. “È una querelle buffa, gli americani giocano da un secolo con le antenne per realizzare il grattacielo più alto, dall’Empire al Chrysler Building”, ha detto. Ma se non basta il Tar a fermare il Celeste, figurarsi un architetto.

di davide Vecchi, IFQ

14 aprile 2012

Sanità e fondi neri, la Lombardia fa il bis

É finito in carcere a Milano un uomo di punta di Comunione e liberazione, molto vicino a Roberto Formigoni. É Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità, democristiano. L’inchiesta della procura milanese è una costola di quella sul quasi crac dell’ospedale San Raffaele. Riguarda fondi neri per 56 milioni, 11 volte superiori a quelli contestati agli ex vertici della fondazione di don Luigi Verzè. Un flusso di denaro “trasferito indebitamente all’estero”, finito a Daccò e a Simone e proveniente dalla Fondazione Umberto Maugeri, un colosso della sanità.    Simone è accusato di “associazione per delinquere aggravata dal carattere trasnazionale e finalizzata al riciclaggio, appropriazione indebita pluriaggravata, frode fiscale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti” insieme al mediatore Piegangelo Daccò (in carcere da novembre per l’inchiesta San Raffaele), Umberto Maugeri, presidente dell’omonima fondazione, Costantino Passerino direttore amministrativo della Fondazione, Gianfranco Mozzali e Claudio Massimo, rispettivamente consulente e commercialista della Fondazione.

ECCETTO Umberto Maugeri, per cui sono stati disposti gli arresti domiciliari per motivi di età, ma che fino alle 21 di eri sera non erano stati eseguiti perché si trova all’estero, gli altri indagati sono stati arrestati dalle sezioni della polizia giudiziaria della procura di Milano. Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Vincenzo Tutinelli, si fa il nome di Formigoni. Nei mesi scorsi, quando i pm Orsi-Pedio-Pastore-Ruta hanno chiesto all’amministratore Passerino, allora non ancora indagato, come mai la Fondazione Maugeri aveva rapporti con Daccò, il manager ha risposto: perché Daccò ha solidi legami con il presidente Formigoni, legami utili per la Fondazione che aveva bisogno di convenzioni e rimborsi dalla regione Lombardia. Oltre agli arrestati ci sono altri cinque indagati, tra i quali l’ex direttore amministrativo del San Raffaele, Mario Valsecchi, per la gestione di un immobile. La Fondazione Maugeri, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe creato fondi neri per 56 milioni di euro a partire dal 2004, grazie a quella che un investigatore definisce “una lavatrice di società estere”. Dal 2004 al 2009 attraverso un sistema di intestazione fittizia di beni e false fatturazioni sarebbero stati creati fondi neri per 30 milioni di euro finiti a società di Daccò. Quei soldi, Daccò li ha divisi con Simone. Sempre secondo l’accusa, dal 2009 al 2011 c’è un altro flusso di denaro “nero” verso Daccò e Simone, che ammonta a 26 milioni di euro. Questo filone d’inchiesta nasce quando i pm, che stanno indagando sul San Raffaele, si imbattono in un’operazione che vede coinvolto l’imprenditore Pierino Zammarchi (indagato). È lui che vende alla Fondazione Maugeri, nel luglio 2011, la Fondazione Ombretta, una casa di riposo che aveva avuto una concessione dalla Regione Lombardia per l’assistenza ad anziani. Per questa operazione Simone, secondo l’analisi della polizia giudiziaria, avrebbe incassato 5 milioni di euro che finiscono prima in Irlanda, poi in Canada e infine arrivano alla società di Daccò, Mtb. La stessa società alla quale, secondo la procura, arrivano decine di milioni di euro anche da altre Fondazioni.

A DARE UNA SPINTA    102alle indagini è stato Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero di Daccò, anche lui indagato per il buco milionario del San Raffaele. È Grenci che spiega il giro dei soldi tra i conti di Lussemburgo, Madeira, Malta, Svizzera, Austria e Stati Uniti con fatture fittizie. Per esempio, a un certi punto la Fondazione Maugeri, avrebbe fatturato a Daccò 200 mila euro, invece dei reali 20 milioni per una serie di contratti di ricerca fasulli. Tra questi, anche uno studio sulla presenza di vita su Marte. Questo enorme flusso di denaro, 56 milioni, a cosa è servito? Al momento i magistrati non lo sanno. La cosa che avevano già verificato con l’inchiesta sul San Raffaele, è che Daccò ha molti interessi in Sudamerica (Cile, e Argentina in particolare ); in Italia possiede case in Sardegna e yacht. Su uno di questi, fu fotografato Formigoni. Non si sa neppure se i soldi finiti a Simone si fermano all’ex assessore oppure vanno altrove. Anche Simone è coinvolto nell’indagine sul San Raffaele. Nel dicembre scorso, Grenci spiega ai pm quali sono le società offshore riconducibili a Daccò. E viene fuori il suo nome “… Harmann fu costituita nel 2007 per svolgere consulenze in favore della Fondazione San Raffaele (…). In realtà l’unica fattura fu quella di 510 mila euro… Quasi tutto di questo importo (500 mila euro) Harman l’ha girato a Euro Worlwide (società nordamericana)… Mi ricordo che Daccò ci indicò di trasferire quella somma su un conto nominativo di Antonio Simone”. L’esponente di Comunione e liberazione e Formigoni erano stati citati, nel settembre 2011, anche dalla testimone Stefania Galli, segretaria di Mario Cal, ex vicepresidente del San Raffaele: “Daccò ha usato l’aereo del San Raffaele (…) Ciò è avvenuto di recente in un viaggio in Brasile a cui hanno preso parte anche il dottor Cal (…) e Antonio Simone molto legato a Daccò. (…) Ricordo che una volta mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per San Marteen a bordo del quale ci sarebbero stati Daccò e Formigoni oltre ad altri passeggeri di cui non ho avuto contezza dell’identità”.

di Antonella Mascali, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

7 marzo 2012

Da Abelli a Zunino il sistema tangenti made in Pirellone

Dalla A di Giancarlo Abelli, l’uomo che custodisce i segreti della sanità pubblica e privata lombarda, alla Z di Luigi Zunino, ex immobiliarista e patron del gruppo Risanamento, condannato a 2 anni e 8 mesi nel processo per la tentata scalata Bpi ad Antoveneta e da ieri indagato per il presunto giro di tangenti che ruota attorno a Davide Boni: lettera B. Le Procure lombarde trasformano l’elenco degli uomini del Pirellone in un abbecedario di inquisiti, corruttori, maghi della mazzetta e amici degli amici. Alla lettera C c’è Angelo Ciocca, consigliere della Lega finito nell’indagine sulla ’ndrangheta in Lombardia. C’è poi Piero Daccò (lettera D), faccendiere targato Comunione e Liberazione, proprietario dello yacht su cui Roberto Formigoni si è lasciato immortalare durante le vacanze estive. Daccò è stato arrestato a novembre con l’accusa di essere stato il banchiere nero di don Luigi Verzé: avrebbe fatto sparire all’estero il fiume di soldi che ha provocato al San Raffaele un buco di un miliardo e mezzo di euro. “L’ospedale è un’eccellenza e per questo è stato premiato dalla Regione”, ha detto ieri in un’intervista a Libero Formigoni dicendosi all’oscuro della voragine di bilancio. Eppure, secondo il Corriere della Sera, il Governatore avrebbe risposto con una lettera a Don Verzé, che gli chiedeva fondi per risanare i conti, sostenendo di aver già fatto tanto. Come negarlo. Formigoni (lettera F), a prescindere dal suo coinvolgimento diretto nelle singole vicende, è al centro di una macchina da guerra che per ottenere voti distribuisce potere, cariche, appalti, generando soldi e affari. Il tutto ben lubrificato dalle solite vecchie valigette di contanti. É il sistema Lombardia: una Tangentopoli ben più raffinata di quella scoperta venti anni fa di cui garante massimo e punto di equilibrio è proprio il Governatore. Ogni volta che succede qualcosa lui fa la faccia livida, scuro in volto s’impettisce e garantisce di essere all’oscuro. “Le responsabilità penali sono di tipo personale. Chi ha commesso qualcosa di grave sarà giudicato dalla magistratura”, ha detto ieri commentando il caso Boni. Una versione quasimandata a memoria ormai, tanto la frequenza con cui è costretto a ripeterlo. Boni è il quarto (su cinque) dell’ufficio di presidenza a rimanere coinvolto in storie di mazzette e favori. Proseguendo in ordine alfabetico, e sorvolando su casi non legati alle tangenti (come Nicole Minetti, rinviata giudizio per favoreggiamento della prostituzione minorile nel caso Ruby), si arriva alla lettera G di Angelo Gianmario: ex sottosegretario, oggi consigliere del Pdl, è citato in una intercettazione tra boss della mafia in Lombardia che si preoccupavano di trovare soldi da consegnargli così da ricevere in cambio favori. Esattamente quello che, secondo gli inquirenti, faceva Franco Nicoli Cristiani (lettera N). L’ex assessore all’ambiente nonché componente dell’ufficio di presidenza, secondo i magistrati vendeva i permessi per le cave e la possibilità di buttare sotto i manti stradali lombardi montagne di rifiuti pericolosi. La lettera P avrebbe bisogno di una sotto categoria: ce ne sono tre. Filippo Penati, Massimo Ponzoni e Giancarlo Prosperini. Rispettivamente del Pd, Pdl e Lega. L’ex presidente della Provincia di Milano e segretario politico di Pier Luigi Bersani, è indagato dalla Procura di Monza per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Adottando oltre al metodo della fondazione culturale anche il preliminare immobiliare con caparra a cui non segue il rogito. Stesso sistema adottato da Ponzoni. Recordman di preferenze, due volte assessore nella giunta Roberto Formigoni, nonché vicepresidente del Pirellone finito in manette lo scorso gennaio per bancarotta, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Prosperini , invece, in manette c’era finito nel dicembre 2009: l’assessore si portava a casa dei bei soldi facendosi restituire dalle tv locali una percentuale dei budget della Regione per gli spot turistici. E il 21 luglio 2011 finisce ai domiciliari, questa volta il reato ipotizzato è corruzione ed evasione fiscale su appalti per la costruzione di stand fieristici in occasione della Borsa Internazionale del Turismo. Gli inquirenti avrebbero trovato prova di una tangente da 10 mila euro legata alla promozione di alcuni eventi della Valtellina. Con Prosperini indagati anche due ex collaboratori di Prosperini, il quale risulta indagato a piede libero anche in un altro troncone dell’inchiesta su un traffico di armi dall’Eritrea.

   C’è poi Monica Rizzi, consigliera della Lega Nord e “protettrice” del Trota Renzo Bossi, finita in una storia (ancora tutta da verificare) di finti dossier confezionati per la campagna elettorale. Anche il compagno di Rizzi, Alessandro Uggieri, è stato sfiorato da alcune indagini. Ma l’elenco sarebbe infinito se si considerano anche gli uomini del “secondo cerchio”. Ponzoni, ad esempio, ora è un appestato. Gli ex soci nella premiata ditta immobiliare il Pellicano finita in bancarotta – i colleghi assessori formigoniani Massimo Buscemi e Giorgio Pozzi, l’assessore provinciale Rosanna Gariboldi (arrestata nell’ottobre 2009 assieme al formigoniano re delle bonifiche Giuseppe Grossi) – gli hanno chiesto indietro i soldi investiti. Eppure lo festeggiavano come il golden boy della Brianza berlusconiana, quando portava valanghe di voti al partito.

di Davide Vecchi, IFQ

22 dicembre 2011

Il Presidente Teletubbies

La cosa più divertente – o irritante, a seconda dei punti di vista – è il sorrisino compiaciuto, come a dire: “Sono proprio un mattacchione, vero?”. Roberto Formigoni sa che la comunicazione in politica può essere tutto. Questa volta, però, qualcuno si è divertito alle sue spalle. Il video “Tutti i miei videoclip” sembra uno scherzo fatto da chi gli vuole male. Cinque minuti e 34 secondi (ma sembrano un’ora) per comunicare al mondo che il presidente è uno al passo con i tempi che maneggia con disinvoltura smartphone e tablet. Il set è di un bianco accecante, Formigoni entra in campo con un fioretto in mano, sorriso da mattacchione ed ecco che la spada disegna una “F” sullo schermo, a mo’ di Zorro. Poi cammina a lungo avanti e indietro, si ferma, ammicca, stringe i pugni, alza il pollice, fuori campo scatta un applauso modello sit-com. Seguono altre scenette: Formigoni che sfoglia un finto giornale, che passa in rassegna “le mie interviste” in tre tomi, che compila la sua agenda-lavagna (e di nuovo l’applauso). Quindi, riecco il sorrisetto modello “adesso ti gioco un bel tiro mancino ” e oplà: un gesto dell’avambraccio e compaiono i loghi di Facebook, Twitter e Flikr. Il gran finale dopo 4 minuti: indossa un paio di cuffie, accenna qualche passo di danza con l’aria di chi si diverte un mondo, quindi l’invito (ma sembra una minaccia): “Scarica le mie suonerie!”. Esistono davvero, su formigoni.it  : “Sono Roberto Formigoni, saremo tutti insieme amici!” è l’incipit comune a tutte le dieci varianti di “Insieme per…”. La base musicale si adatta al tema: grunge per i giovani, folk per gli anziani, rock per il lavoro e così via. Formiogoni e il suo staff sembrano andare fieri del prodotto, ma su Youtube i commenti sono spesso irripetibili. Il premio per l’analisi più acutava all’utente gurugugnola: “Sembra un teletubbies!”.

di Stefano Caselli, IFQ

5 aprile 2011

L’ex tesoriere del Pdl lombardo, già avvocato di Ruby, chiama l’uomo delle ‘ndrine. Obiettivo: appoggi politici

Quindici maggio 2009: il cellulare di Paolo Martino inizia a squillare molto presto. Venti minuti dopo le otto, e il presunto boss della ‘ndrangheta, arrestato il 14 marzo scorso per associazione mafiosa, già passeggia nel salotto della sua casa di corso XXII Marzo a Milano. Da mesi ha il telefono sotto controllo. I carabinieri del Ros, infatti, lo considerano il principale referente delle cosche reggine in riva al Naviglio. Condannato a 9 anni per omicidio, col tempo Martino ha fatto carriera. Prima sicario. Poi trafficante. Quindi latitante. E ora, secondo i pm, top manager della mafia più influente del mondo. Dall’altra parte della cornetta c’è, invece, un avvocato milanese. Già nella segreteria regionale del Pdl, ex tesoriere del partito in Lombardia , Luca Giuliante è stato il primo legale di Ruby. Lui le ha fatto da tutor nei mesi successivi alla notte in questura del 27 maggio 2010.

I fondi per l’elezione di Podestà

IN QUELLA mattina di maggio, però, Karima El Mahroug non c’è ancora e Giuliante parla d’altro. L’uomo delle cosche ascolta. Gli investigatori del Ros registrano. Sono carabinieri esperti, abituati a seguire i discorsi a singhiozzo delle intercettazioni. Poi ecco le parole che non ti aspetti. In sequenza l’avvocato snocciola il nome dell’ad di Impregilo e presidente di Bpm Massimo Ponzellini, già assistente personale di Romano Prodi, quindi quello di Berlusconi. L’obiettivo è fare incontrare il banchiere, che piace alla Lega, con l’uomo dei clan. L’occasione, racconta l’avvocato nella telefonata depositata agli atti dell’indagine Caposaldo, sarà una raccolta fondi per la campagna elettorale di Guido Podestà programmata per il 18 maggio. Il tutto officiato nelle sale settecentesche di villa Gernetto a Lesmo, acquistatadalpremierdopoildivorzio con Veronica Lario. Dice Giuliante:“Siccometumiavevichiesto se era possibile creare delle condizioni per conoscerlo, forse questa è la volta buona”. All’appuntamento, riservatissimo, ci sarà anche il Cavaliere. E oltre a lui, il gotha della finanza lombarda: dall’imprenditrice Diana Bracco (già nel Cda della società che gestirà l’Expo) al presidente di Assimpredil Claudio De Albertis. Tutti iscritti nella lista dei sessanta, selezionatissimi, ospiti. Insomma, l’invito è di quelli da non perdere, soprattutto per uno come Martino che sotto la Madonnina ci arriva in cerca di appoggi da spendere sui tavoli dei maxi-appalti lombardi. Anche per questo Giuliante mostra toni entusiasti. Con Martino si conoscono dal marzo 2009. Hanno confidenza. E poi in comune vantano amicizie di peso come quella con Lele Mora. “È stato proprio Mora – racconta Giuliante al Fatto – a presentarmi personalmente Martino”. Il manager della ‘ndrangheta, infatti, entra in contatto con l’imprenditore dei vip amico del Cavaliere grazie a Stefano Trabucco, uno dei tanti factotum di Mora. Giuliante, invece, il Lele lo conosce da tempo. Per amicizia e per lavoro. È, infatti, il suo avvocato per la bancarotta della LG Management e ora lo difende anche nel processo sulle cene di Arcore. Nel 2009, però, i bunga bunga di villa San Martino non c’entrano. Qui si parla di mafia e affari. Politicamente, poi, Giuliante , che non risulta indagato, sta con il Pdl. Nel 2010, ha difeso il listino di Formigoni nell’affare delle firme false per le regionali. Nel2009,invece,èacapodelcomitato elettorale di Podestà che da lì a poche settimane diventerà il nuovo presidente della Provincia. E del resto, con il futuro inquilino di Palazzo Isimbardi, l’avvocato milanese condivide anche certi affari nel settore immobiliare. A Martino, invece, la politica interessa il giusto. Quello che vale è il business. Certo, il suo curriculum un po’ impressiona. Perché, oltre a quell’omicidio compiuto a 16 anni, sul tavolo può mettere parentele di peso, come quella con Paolino De Stefano, capo dei capi della mafia calabrese.    Nel 2009, dunque, il padrino va alla grande. In città gira a bordo di un suv bianco. Mentre sulla sua agenda sono segnati nomi di primo piano. C’è Vito Cardinale, uno dei proprietari della discoteca Hollywood, per anni covo prediletto di Mora. C’è il messinese Natale Sartori, già socio in affari con le figlie di Vittorio Mangano e amico del senatore Marcello Dell’Utri. C’è la cosca Flachi con la quale tratta l’ingresso nella Tnt e partecipa, il 14 maggio 2009, all’apertura del nuovo hub di Linate, alla cui inaugurazione ci sarà anche il sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia Angelo Giammario. L’attività di Martino è vorticosa.    Il fedelissimo di La Russa

E COSÌ lo ritroviamo vicino a piazza San Babila mentre presenta l’imprenditore calabrese Fabio Mucciola a un fedelissimo del ministro La Russa. Si tratta di Pasquale Guaglianone, ex terrorista nero, oggi nel cda di Ferrovie Nord. Insomma, annota il Ros, “Martino si muove in una sfera amplissima di conoscenze”.    La telefonata con Giuliante aggiunge particolari alla scena. Riguardo all’appuntamento del 18 maggio l’avvocato “informa Martino, che in qualità di presidente del comitato elettorale di Podestà, ha organizzato una cena a Lesmo, presso una villa del presidente del Consiglio con quota di partecipazione di 25 mila euro”. Tra gli ospiti ci sarà anche il padrone di casa. L’avvocato insiste: Martino ci deve essere “perché – si legge nell’informativa del Ros – a dire di Giuliante, tale occasione sarebbe favorevole per relazionarsi con l’addi Impregilo , ufficialmente invitato alla cena”. Un’opportunità d’oro per il referente della ‘ndrangheta sotto la Madonnina che, però, alla fine declinerà l’invito. “Martino – chiosa Giuliante – non mi disse né sì né no. Ma alla fine non è venuto. E la cosa mi è dispiaciuta. Di lui conservo il ricordo di una persona garbata e simpatica”. La cena, invece, si farà. Mattatore della serata, naturalmente, il Cavaliere che, dopo aver magnificato le doti di Podestà (“Lui fa i fatti e non le parole”), a fine serata, omaggia gli ospiti con una interpretazione tutta personale di Malafemmena.

di Davide Milosa, IFQ

3 marzo 2011

Cl, affari con la ‘ndrangheta

L’indagine sui clan calabresi nel nord Italia svela gli impressionanti legami tra la macchina di potere di Comunione e Liberazione e la malavita organizzata. Dalla sanità fino ai cantieri edili.

C’è il revisore dei conti della fiera di Milano che “divide i soldi in nero” con il capo della ‘ndrangheta. Il direttore sanitario arrestato per mafia che svende appalti in cambio di “un sacco di voti” per un parlamentare “legato a doppio filo a Formigoni”. C’è il nuovo manager degli ospedali lombardi che è tanto amico dei boss calabresi da farsi definire “il nostro collaboratore”. C’è il vicepresidente del consiglio regionale, già indagato per bancarotta e corruzione, che si vede inserire dai giudici nel “capitale sociale della ‘ndrangheta”. E poi ci sono gli imprenditori mafiosi, che continuano ad avvelenare terre e acque della Lombardia. Mentre la politica reagisce vietando ai tecnici regionali di aiutare le inchieste della magistratura.

Gli atti d’accusa della direzione antimafia di Milano svelano il lato oscuro di Comunione e liberazione. Alla base di Cl c’è un movimento forte di migliaia di persone oneste, laboriose, profondamente cattoliche. Al vertice però, attorno a Roberto Formigoni, governatore-padrone della Lombardia dal 1995, si è creata una macchina di potere con agganci spaventosi. A documentarli è la requisitoria dei pm (3.286 pagine, in gran parte inedite) che nel luglio 2010 ha portato in carcere più di 300 imputati di mafia. Tra tanti reati, i giudici delle indagini hanno ritenuto provati molti fatti al limite della legalità: relazioni di “contiguità e vicinanza”, che non raggiungono gli estremi della complicità penale, ma consentono ai capimafia di “beneficiare di rapporti continuativi con altri poteri, economici e politici”.

Il campionario delle contiguità si apre con la Fondazione che controlla il gruppo Fiera di Milano, storicamente il primo feudo ciellino. Sulla poltrona di presidente del collegio sindacale, che è l’unico organo di controllo interno, siede un commercialista di Palmi, Pietro Pilello. Già intercettato nel 2007 mentre aiutava Berlusconi a reclutare parlamentari per far cadere Prodi, il revisore calabrese è tornato alla ribalta quando si è scoperto che nel 2009 organizzava “cene elettorali con i boss” a favore di Guido Podestà, il presidente della Provincia di Milano. Ora “l’Espresso” può svelare come è nato il suo rapporto con un capomafia del calibro di Pino Neri, un avvocato massone nominato “reggente” delle cosche lombarde direttamente dalla cupola calabrese, per chiudere una guerra di mafia esplosa nel 2008. Tra Neri e Pilello, secondo i magistrati, c’era un patto occulto: “Una compartecipazione ufficiosa alle cause civili, di cui si dividevano i guadagni in nero”. Il problema è che “compare Pino” era uscito dal carcere nel 2007, dopo una condanna definitiva a 13 anni per un colossale traffico di droga, per cui non poteva più comparire come avvocato. Di qui l’accordo tra i due fiscalisti che hanno fatto fortuna al Nord: le parcelle vengono “intestate allo studio di Pilello, presenziato da suo figlio”, ma “il boss Neri incassa il 50 per cento”. Il capomafia intercettato si lamenta perfino che Pilello gli avrebbe “fottuto soldi in nero” e “rubato clienti”, citando “una pratica da un milione di euro” per un centro commerciale. Ora Neri è in cella, mentre Pilello continua a collezionare poltrone, mettendo d’accordo formigoniani e berlusconiani: è revisore dei conti di 28 società, tra cui Finlombarda, Mm, Asm Pavia e Raiway.

Queste e altre rivelazioni dei boss sono state registrate dalle microspie nascoste dai carabinieri sull’auto di Carlo Antonio Chiriaco, un super manager della sanità lombarda arrestato come “mafioso da più di vent’anni”. Rievocando estorsioni, riciclaggi nell’edilizia e tentati omicidi, lo stesso Chiriaco si è autodefinito “fondatore della ‘ndrangheta a Pavia”. Nel 2008, dopo vent’anni di promozioni, la giunta Formigoni lo ha nominato direttore sanitario dell’Asl di Pavia, una delle più importanti d’Italia, con 780 milioni di fatturato. Qui Chiriaco, concludono i giudici, ha “costantemente operato nell’interesse della ‘ndrangheta”. “Questo è il centro di potere più grosso della provincia”, spiegava lui ai boss, “perché da noi dipendono tutti gli ospedali, i medici, i cantieri, la veterinaria… Siamo noi che diamo i soldi e noi che controlliamo… Ho una squadra che funziona che è una meraviglia”. E Neri confermava: “Ha tutta la provincia sotto di lui, ci fa centomila favori… Lui è molto vicino a me, da anni siamo tutt’uno”.

di Paolo Biondani – L’Espresso


18 febbraio 2011

Gara di solidarietà per il bambino sinti senza ossigeno

Donazioni per Tommaso. Il comune aveva tagliato la corrente per costringere gli abusivi a lasciare il campo.

La sua vita è legata alla corrente elettrica che però il Comune gli ha negato. La sopravvivenza di Tommaso, 15 mesi, affetto da una rarissima malattia genetica, è stata a rischio per tre ore; tanto è durato il black-out attuato dall’amministrazione comunale per obbligare alcune famiglie sinti ad abbandonare il campo dove hanno diritto a stare solo alcuni, altri, gruppi familiari con le loro case mobili. Periferia di Brescia, a ridosso della tangenziale, spuntano le casette prefabbricate il cui progetto iniziale – della precedente giunta – doveva essere un villaggio simile a quello voluto a Venezia dal sindaco Cacciari. Ma la storia di Tommaso   è nata nel campo a pochi metri da quelle casette che l’amministrazione del sindaco onorevole Adriano Paroli ha trasformato, sulla carta, in ricovero per l’emergenza freddo. Ma ad oggi quei prefabbricati vengono utilizzati solo in parte e non da senza tetto o sinti, bensì da una cooperativa che si occupa di recupero di tossicodipendenti.    Ma torniamo a Tommaso che per sopravvivere ha bisogno della macchina per l’ossigeno e di un aspiratore per il catarro. Inoltre il suo battito cardiaco va costantemente misurato. Ma tutto questo per tre ore non è stato possibile. Solo un generatore, recuperato 45 minuti dopo l’interruzione dell’energia ha garantito   la copertura elettrica necessaria al bambino. Papà Samuel (30 anni) e mamma Fenni (20) non si sono persi d’animo. In pochi minuti hanno cercato di attaccare una stufetta a gas e poi hanno cominciato a telefonare in giro per   riuscire a recuperare l’apparecchio capace di generare la corrente sospesa. Mentre nel campo si scatenava l’inferno dell’incendio appiccato per protesta al black-out, da parte di alcune persone della comunità nella casa mobile si temeva per Tommaso.    “Lo sapevano che per nostro figlio può essere fatale rimanere senza corrente. Anzi – precisa il padre –, qualcuno aveva persino avvisato mio suocero che il Comune avrebbe provveduto a portarlo in un albergo mentre si sarebbero svolte le operazioni” racconta Samuel, nato e residente a Piacenza e che come tale, secondo quanto scritto in un accordo siglato da tutti i capifamiglia con il comune, non avrebbe diritto a stare in   quello spazio in cui abita un’ altra famiglia con un bimbo cardiopatico che, dopo la sospensione dell’energia, avrebbe denunciato il vice sindaco della Lega Fabio Rolfi.    Samuel e Fanni non deciso di non denunciare nessuno. “Quello che ci interessa è che Tommaso possa avere l’ assistenza che solo l’ ospedale di questa città può assicurargli. Anche se siamo residenti a Piacenza vorremmo vivere qua”.    Fabio Rolfi, interpellato dal Fatto Quotidiano, chiede di essere richiamato salvo poi non rispondere.    Difficile dunque capire perché, pur sapendo della situazione del bambino, sia stata possibile la sospensione di   energia elettrica.    Chi parla è Damiano Galletti, segretario provinciale della Camera del Lavoro, che pur ricordando quanto scritto nell’accordo (che prevede lo spostamento di alcuni gruppi di origine sinti in un’altra area dove abitano nuclei rom) non usa mezzi termini accusando il Comune di “inciviltà” per aver scelto l’interruzione dell’energia sperando di convincere le 15 persone (di cui sei adulti e nove bambini) a trasferirsi.    Intanto si è messa in moto anche la solidarietà. Da Milano, un uomo, avrebbe infatti contattato la Cgil e la famiglia impegnandosi in una sottoscrizione per sostenere le spese delle visite specialistiche di Tommaso.

di Elisabetta Reguitti -IFQ

2 dicembre 2010

Leghisti contro leghisti

Qui al Nord è scoppiato lo strano e imbarazzante caso dei leghisti che denunciano leghisti. “Noi siamo il partito degli onesti”, aveva risposto il ministro dell’Interno Roberto Maroni a Roberto Saviano, che si era permesso di ricordare in diretta tv che un leghista pavese era in contatto con uomini della ‘ndrangheta. Ora però un altro esponente del Carroccio, il capogruppo nel consiglio regionale della Lombardia Stefano Galli, ha scoperchiato una brutta storia in cui, se lui è il “leghista buono”, altri rivestono gli scomodi panni del “leghista cattivo”. La vicenda, già raccontata su queste pagine, è quella di Teleospedale: un sistema tv da installare negli atrii, nei corridoi, nelle sale d’aspetto degli ospedali lombardi. Notizie, programmi, informazione e spot pubblicitari, che pagano tutto. Nei giorni scorsi sono scattate le perquisizioni che hanno svelato che su Teleospedale è in corso un’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta. Sì, perché qualcuno era disposto a pagare, pur di vincere la gara (di cui abbiamo raccontato le stranezze proprio in questa rubrica, già nel novembre 2009). Lo ha dichiarato a polizia e magistrati lo stesso Galli, fiero di essere un leghista onesto, che vive del suo stipendio, “pagato con i soldi delle tasse dei cittadini”. Gli avevano offerto 15 mila euro, tanto per cominciare. E lui, invece di metterseli in tasca, era corso a sporgere denuncia. Ma chi sono i “cattivi”, in questa storia di corruzione tentata (nel suo caso) e forse riuscita (in altri casi)? Il conte Alberto Uva, l’imprenditore che ha offerto a Galli i 15 mila verdoni, forse non ha la tessera del Carroccio, ma di certo è interno al mondo leghista, visto che la sua Global Brain aveva ricevuto da Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, un incarico per stabilire l’efficienza e la   produttività degli uffici giudiziari, per stilare cioè le cosiddette “pagelle ai magistrati”. Un incarico affidato senza gara e così fuori dalle procedure, che alla fine la Corte dei conti aveva condannato Castelli a risarcire all’erario 50 mila euro. Se Uva da questa storia esce con una bella indagine per tentata corruzione e turbativa d’asta, anche l’ex ministro Castelli non ci fa una gran figura: “Io certe persone le denuncio, altri danno a   loro le consulenze”, ha buttato lì Galli, intervistato da Luigi Ferrarella sul Corriere. Non occorre essere dei premi Nobel per capire che “altri” vuol dire nientemeno che Roberto Castelli. Altro leghista dentro questa storia è Simone Rasetti, capo dell’ufficio stampa dell’assessore regionale lombardo alla Sanità, Luciano Bresciani (anch’egli del Carroccio). Uva, respinto da Galli, ci ha riprovato con Rasetti. Questi ha intascato i verdoni promessi? O ha resistito alla tentazione? Non lo sappiamo. Ma di certo non ha denunciato il diavolo tentatore, a differenza di Galli. Ora sarà il pubblico ministero Fabio De Pasquale a dipanare la matassa del caso giudiziario. Dal punto di vista politico, però, è già fin d’ora chiaro che nel “partito degli onesti” di Maroni ci sono anche quelli che parlano con la ‘ndrangheta, quelli che cedono alle tentazioni e quelli che, invece di denunciare i tentatori, li nominano consulenti ministeriali.

di Gianni Barbacetto IFQ

17 novembre 2010

Asl, cantieri e voti: ‘ndrangheta verde

Il ministro Maroni non ci sta. Si indigna, protesta, le parole di Roberto Saviano a Vieni via con me non gli sono piaciute. “Mi guardi negli occhi quando lancia quelle accuse”. Pretende il contraddittorio per rispondere all’autore di Gomorra che ha parlato della ‘ndrangheta e dei suoi molteplici interessi in Lombardia. Ha parlato dei boss che nella regione eletta a patria morale dal Carroccio, fanno proprio come nella vituperata Calabria: hanno politici nelle loro mani, burattini, quaquaraquà che usano come vogliono. Uomini della politica e delle istituzioni anche nell’operoso Nord. Perché “non esiste, per chi è ‘ndranghetista, un diverso dalla Calabria: tutto il mondo è diviso in Calabria e ciò che lo diverrà”. Non sono le parole di Saviano o di un altro scrittore dell’antimafia “da strozzare”, ma quelle degli investigatori del Nucleo operativo dei Carabinieri di Monza nella informativa “Infinito” che fa da base investigativa alla maxi-inchiesta delle procure distrettuali antimafia di Milano e Reggio Calabria. Sotto il Duomo la ‘ndrangheta   aveva organizzato venti “locali” (la struttura base dell’organizzazione detta “La Lombardia”) per 500 affiliati, picciotti ma anche imprenditori impegnati nell’edilizia, nel movimento terra, nel commercio. Figura centrale dell’organizzazione l’avvocato Pino Neri. “Lui era la testa quando gli altri neppure sapevano chi era la testa”, così lo definiscono i   boss. Negli anni Novanta venne arrestato perché sospettato di essere il capo del “locale” di Pavia. Scontò nove anni perché malato di cuore. Scarcerato, riprese i contatti col mondo politico pavese e lombardo. Quando, dopo l’omicidio del boss “scissionista” Nunzio Novella, la ‘ndrangheta ha problemi seri in Lombardia, i boss decidono di affidare a lui la “reggenza” dell’organizzazione. La sua nomina viene fatta durante il matrimonio tra Giuseppe Barbaro, rampollo della cosca più importante di Platì, e Elisa Pelle, dei “Gambazza” di San Luca. L’avvocato incontra tutti i capi dei “locali” il 31 ottobre 2009, in un vertice a Paderno Dugnano.      UN SUMMIT di mafia in un centro per anziani intitolato a Falcone e Borsellino. “Noi dobbiamo pensare a cogghimi (raccogliere, ndr) e non a dividere. E quindi abbiamo riunito questi degni responsabili per dire che tutti siamo uguali, non uno ne ha di più, non uno ne ha in meno. Tutti abbiamo pari responsabilità , perché noi questo vogliamo: questo vogliono gli uomini, questo vuole la logica e le regole”. Un capo vero, l’unico in grado di avere rapporti con i boss di giù e con la politica. Neri è amico di Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario della Asl di Pavia e grande elettore di Giancarlo   Abelli, ras del Pdl, alla Regione. Punta in alto l’avvocato che mette le cose a posto nella ‘ndrangheta lombarda, alla politica: contribuisce alla elezione di Abelli e sponsorizza a Pavia un suo uomo, Francesco Del Prete. Una elezione fortemente contrastata dalla Lega di Bossi. Per superare gli ostacoli l’avvocato Neri si rivolge ad Angelo Ciocca, un leghista della prima ora. All’epoca Ciocca è assessore alla Provincia di Pavia, ma qualche anno dopo sarà eletto alla Regione con 19 mila voti di preferenza. Un boom, una barca di consensi personali che superano finanche quelli ottenuti dall’erede del Senatur, Renzo Bossi, “la trota”. Ciocca viene blandito, Neri gli offre l’acquisto di un appartamento a prezzi vantaggiosissimi, circostanza sempre negata dal consigliere leghista, ma ribadita dal procuratore Ilda Boccassini. Ci sono intercettazioni telefoniche, riprese video e foto che attestano l’incontro   dell’esponente leghi-sta con Neri.    Il ministro Maroni, quindi, ha poco da offendersi, la Lombardia è terra di conquista da anni. “Nell’ultimo quindicennio la ’ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio ‘padano’. Non è vero che al Nord c’è solo la Lega che controlla il territorio; c’è anche la ’ndrangheta che, esattamente nelle stesse località dove c’è un forte insediamento della Lega   , gestisce potere, agisce economicamente, fa investimenti, interviene in vari campi, anche sociali, ha una presenza in   politica. Lo dimostra quello che è successo, per fare un solo esempio, in alcuni comuni come Corsico, Buccinasco e   altri limitrofi, e in alcuni settori economici, come quelli degli appalti e del movimento terra”.    ENZO CICONTE, docente universitario e autore di moltissimi saggi sull’evoluzione della ‘ndrangheta, nel suo ultimo libro (‘Ndrangheta padana, Rubbettino editore) ha raccontato l’ascesa delle cosche calabresi in “Padania”. Ciconte non si è limitato ad analizzare le ultime inchieste delle procure di Milano e Reggio Calabria, ma è andato alle radici del pensiero leghista, alla voglia dei secessione di Bossi e alla base “ideologica” fornita dal professor Giancarlo Miglio nelle sue elaborazioni sulla “costituzionalizzazione” delle mafie. “Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al   modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. “Sono trascorsi undici anni dalle affermazioni di Miglio – conclude Ciconte – sono pochi, ma possono essere davvero tanti. Oggi ancor più di allora, quelle ‘manifestazioni tipiche del Sud’ fanno parte a pieno titolo del Nord, hanno invaso la ‘Padania’, ne sono parte integrante, ne hanno occupato una porzione notevole, non sono ad essa affatto estranee. Se si dovesse costituzionalizzare la mafia, come sognava Miglio, quest’atto non riguarderebbe più solo il Sud ma, rimanendo nel solco del pensiero dell’ideologo della Lega, toccherebbe due macro-regioni, quella padana e quella meridionale”.

di Enrico Fierro IFQ

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