Posts tagged ‘Corrado Passera’

11 ottobre 2012

Nuoto a rendere

In attesa di un monito del Quirinale contro la traversata dello Stretto di Messina a nuoto da parte di Grillo, fomentatrice di qualunquismo e antipolitica a causa dell’allusione subliminale a un Paese che fatica a stare a galla, ma soprattutto per via dei rimandi a precedenti infausti come le nuotate di Mussolini, Mao, Le Pen e Putin, giunge molto opportuno il titolo di Repubblica.it  : “Grillo è approdato a Messina: ‘Vittoria’. Ma è già polemca sulla traversata”. Ora si attendono le traversate degli altri leader politici e non, che giustamente riceveranno ben altra accoglienza per il loro alto valore patriottico e riformista. Mario Monti solcherà sobriamente la piscina attigua alla Bocconi indossando il sobrio slippino color verde-loden, seguito a breve distanza da Corrado Passera aggrappato al tavolo della crescita. Vivo plauso della stampa tutta per l’ennesimo miracolo di SuperMario. Silvio Berlusconi camminerà sulle acque del laghetto di Milano2 con i cigni numerati, a bordo di un galleggiante più che sicuro, Giuliano Ferrara; per l’occasione i maestri truccatori di Arcore sperimenteranno un toupet, un fard e un cerone a tenuta idrica; il Cavaliere indosserà le tradizionali pinne col rialzo e nuoterà in stile “dorso”, in linea – spiega il portavoce Bonaiuti – “con il passo indietro necessario a unire i moderati”. Prevista anche la presenza di Nicole Minetti nella parte della boa, anzi delle boe. Vivo compiacimento dall’intero centrodestra, a parte Alfano che era già pronto a una nuotata, ovviamente in stile rana. Roberto Formigoni organizzerà una sua personale traversata ai Caraibi, sempreché Piero Daccò riesca a far partire il bonifico dal carcere. Nel centrosinistra si attende l’esito delle primarie per conoscere il nome del protagonista della traversata democratica: Pier Luigi Bersani vorrebbe tuffarsi in una pozzanghera della natia Bettola (Piacenza); Nichi Vendola preferirebbe invece le salubri acque delle vasche di raffreddamento dell’Ilva di Taranto; Matteo Renzi deve ancora chiedere a Giorgio Gori, poi farà sapere. Restano da concordare le regole sull’obbligo di pre-iscrizione al Pd per eventuali pesci, rane, girini, rospi, plancton presenti all’evento. Viva soddisfazione ha espresso Rosy Bindi, mentre Veltroni tace e D’Alema fa sapere che solo lui sa nuotare e tutti gli altri, chiunque vinca, affogano. Pier Ferdinando Casini comunica che una sua traversata, in questa delicata fase politica, potrebbe pregiudicare il Monti-bis, quindi passa. Luca Cordero di Montezemolo vorrebbe traversare anche lui qualche specchio d’acqua, ma appare incerto su quale e intanto si contenta dello specchio. Oscar Giannino, per i Traversatori Liberaldemocratici, sfoggerà un costume intero ascellare color fucsia-verde pisello col papillon giallo e pochette rosa shocking. Anche Alessandro Sallusti farà la sua traversata dalla spiaggia viareggina del Twiga verso una località sconosciuta, ma priva di estradizione, affiancato da un canotto o in alternativa dalla Santanchè. Totò Cuffaro e Franco Fiorito han chiesto alle autorità penitenziarie di poter attraversare anche loro qualcosa di liquido a nuoto, ma poi hanno rinunciato per via dei rischi dovuti alla palla al piede. Alla fine anche Napolitano attraverserà a nuoto lo stagno di Castelporziano, amorevolmente assistito da donna Clio che ne seguirà l’impresa a bordo di un pedalò capitanato da Nicola Mancino munito di telefono subacqueo non intercettabile. Al termine il Capo dello Stato lancerà un monito per una balneazione condivisa. A riva troverà ad attenderlo Eugenio Scalfari in compagnia del cinghialotto e dell’upupa, da cui ormai è inseparabile. Vivo apprezzamento dalle massime cariche civili, militari e religiose.

di Marco Travaglio, IFQ

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5 ottobre 2012

Start-up significa 4 anni senza garanzie

Potrebbe essere il primo stravolgimento della riforma Fornero del mercato del lavoro la parte del Decreto Crescita 2.0 dedicata ai contratti. Nelle norme ideate dal ministro Passera, infatti, si ritrovano ampie semplificazioni in materia di contrattualistica del lavoro riservata alle “start-up” per i primi quattro anni di vita. E si tratta di semplificazioni piuttosto pesanti.

Il contratto di lavoro a tempo indeterminato , nei primi 48 mesi di vita delle aziende, è di fatto abolito e sostituito da un “contratto tipico”, cioè un contratto di lavoro a tempo determinato. Il primo contratto ha una durata minima di almento 6 mesi mentre nel periodo tra i 6 mesi e i primi tre anni si procede con rinnovi contrattuali successivi anche senza soluzione di continuità. Dopo il terzo anno, infine, è possibile un solo rinnovo e per un solo anno. Al termine dei 48 mesi l’assunzione deve essere necessariamente a tempo indeterminato “altrimenti è espressamente vietato che la collaborazione possa continuare con altre fattispecie di lavoro subordinato o anche “?ttiziamente” autonomo” . Insomma, sembra un vantaggio per i lavoratori che, però, nel frattempo si sono fatti quattro anni di impiego senza alcuna garanzia. La norma, poi, sembra confliggere con quella comunitaria che indica in 36 mesi il periodo di tempo in cui poter stipulare contratti di lavoro a tempo determinato successivi tra un’azienda e il medesimo lavoratore. I piani di Ichino, paragonati a questo, sembrano estremisti.

LE IDEE DI PASSERA, in ogni caso, sono ancora più elastiche. Per quanto riguarda la remunerazione, infatti, si introduce una nuova possibilità per le aziende. Determinare una parte fissa, che segue i minimi tabellari, e una parte variabile “che può essere remunerata anche con quote della società (stock options)”. Sia chiaro, però, che non stiamo parlando di remunerazioni alla Marchionne (che con le stock options è diventato più che ricco) ma di quote di salario elargite legando il dipendente alla società. Che magari, visto che è una società innovativa, dopo 48 mesi è costretta, per difficoltà oggettive, a chiudere i battenti.

Le società in oggetto, infatti, sono società di capitali “non quotate” detenute e controllate almeno al 51% da persone fisiche con un fatturato annuo inferiore ai 5 milioni di euro e che non distribuiscano utili. “Un Paese cresce se ha imprese così” ha spiegato ieri Corrado Passera.

di Salvatore Cannavò, IFQ

2 ottobre 2012

Tutte le riforme dei tecnici che però non sanno attuarle

Operai Irisbus e politici in catene sotto al Quirinale

Le leggi finanziarie della Prima Repubblica in confronto erano un modello di chiarezza ed efficienza. Le celebrate riforme del governo Monti si rivelano essere tutto fuorché un esercizio di sobrietà. Verbose, misteriose, incomprensibili nel loro latino-rum, in definitiva vane come gride manzoniane.

L’analisi del Sole 24 Ore è impietosa. Il complesso della decretazione d’urgenza prodotta dal governo dei tecnici (Salva Italia, Cresci Italia, Semplificazione, Spending Review, riforma del lavoro e via dicendo) prescrive la produzione di 420 decreti attuativi. Ne sono stati fatti finora 40. Ne mancano 380. Le severe riforme finora sono scritte sull’acqua.    STAREBBE FRESCO chi si aspettasse da questi strumenti normativi quella frustata da tutti invocata per la stagnante economia nazionale. Da una parte si dichiara che la voglia di fare delle imprese è frenata dall’eccesso di norme e burocrazia. Dall’altra si inonda la società civile con tonnellate di nuove norme. E a farla da padrone è, più che mai, la burocrazia. Ampiamente rappresentata nella compagine governativa, dove solo due ministri non sono funzionari pubblici, la falange dei dirigenti statali fa il bello e cattivo tempo, infilando nei decreti le misure più stravaganti.    Il decreto per la semplificazione e lo sviluppo del 9 febbraio scorso argomenta la propria necessità con l’urgenza di “assicurare, nell’attuale eccezionale situazione di crisi internazionale, una riduzione degli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese e la crescita”. In nome della crescita, dunque, al capo II, intitolato “semplificazioni per i cittadini”, c’è un articolo 4 che al comma 5 assegna un finanziamento di 6 milioni alla partecipazione italiana alle Paralimpiadi di Londra. Misura lodevole, finalizzata a semplificare la vita del Comitato italiano paralimpico.

MA QUANDO MAI un imprenditore potrà sapere che cosa c’è davvero dentro un decreto che per semplificargli la vita impiega 150 mila caratteri? Perché poi non basta leggersi i 150 mila caratteri, come potrebbe pensare una mente semplificata. Essi non significano niente se non si ha piena contezza della legge di conversione: è lunga circa 200 mila caratteri, e non contiene il testo del decreto come modificato dal Parlamento, ma solo le modifiche. Volete sapere che dice l’articolo 12, che prevede la “semplificazione procedimentale per l’esercizio di attività economiche”? Prendete il testo nel decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, e intarsiatelo con le modifiche scritte nell’allegato alla legge di conversione 4 aprile 2012, n. 35. Un paio d’ore dovrebbero bastarvi.

IL DECRETO sulla Spending Review, con cui il severo commissario Enrico Bondi doveva sfoltire la giungla degli sprechi, è un tomo di 516 mila caratteri, tra testo originario e legge di conversione con modifiche. L’articolo 1 dice: “I    di Salvatore Cannavò    Volevano l’attenzione di Giorgio Napolitano, un segnale qualsiasi, anche solo l’impegno a un incontro un po’ più in là nel tempo. E così si sono incatenati davanti al palazzo della Presidenza della Repubblica. Gli agenti di polizia sono intervenuti quasi subito, hanno tagliato le catene e li hanno fercontratti stipulati in violazione dell’articolo 26, comma 3 della legge 23 dicembre 1999, n. 488 (…) sono nulli, costituiscono illecito disciplinare e sono causa di responsabilità amministrativa”. Quell’articolo della Finanziaria per il 2000, prodotta dal governo guidato da Giuliano Amato, dicemati . Sono gli operai dell’Irisbus, circa una trentina, organizzati in Resistenza operaia e accompagnati per l’occasione dal sindaco di San Sossio Baronia, Francesco Garofalo, il vice-sindaco di Flumeri, sede della fabbrica, Giuseppe Meninno e un assessore di Castel Baronia, Michele Capobianco comuni dell’avellinese. L’Irisbus è la fabbrica del gruppo Iveco che la va come andavano fatti i contratti di fornitura alle pubbliche amministrazioni. Ma il sottile giurista socialista, oggi chiamato dal governo Monti a fare la spending review ai partiti, si era dimenticato di dire che cosa sarebbe accaduto a chi non rispettava la legge, che quindi non era una legge ma solo un severo monito. Naturalmente il diktat di Bondi non può essere retroattivo, e quindi equivale a una liberatoria per chi ha fatto il furbo nei 13 anni precedenti.

LE CENTINAIAdi decreti attuativi sono l’acqua in cui è dolcissimo, per il dirigente ministeriale, naufragare. Sono talmente tanti da concedere di fatto a ministri e burocrati la più ampia discrezionalità su cosa attuare e cosa dimenticare. Esempio: il decreto Cresci Italia prevedeva che finalmente la Chiesa avrebbe pagato l’Imu sugli immobili non destinati al culto. Ancora non c’è il decreto attuativo. E la super anagrafe dei conti correnti bancari che doveva aiutare la lotta all’vasione fiscale? Si attenda un parere dell’Autorità per la Privacy. E i decreti attuativi della semplificazione? Prima devono essere formulate le linee guida.

Però, quando vogliono, corrono. Il decreto attuativo per i cosiddetti project bond è arrivato alla velocità della luce. Serve a chi costruisce grandi opere di cemento per indebitarsi più facilmente procurandosi una bella garanzia di qualche ente o società statale, come la Cassa Depositi e Prestiti o la Sace. Se le cose vanno male, paga Pantalone. È il provvedimento che apre la strada a miliardi di nuovo debito pubblico. Sobriamente il ministro dell’Economia Vittorio Grilli e il vice ministro per le Infrastrutture, Mario Ciaccia, si sono precipitati a firmarlo, sfidando la calura del 7 di agosto.

di Giorgio Meletti, IFQ

Il commissario per la spesa pubblica, Enrico Bondi    LaPresse

2 ottobre 2012

In onda l’idillio tra Fazio e Passera

Il buongiorno si vede dal mattino, l’idillio si intuisce da Filippa Lagerback. Non ha fatto in tempo a introdurre Corrado Passera, due sere fa, che l’amore era già scoppiato. Anzi mai sopito. Fabio Fazio (scattando in piedi): “Benvenuto, abbiamo molte cosa da chiedere e da dirci” (che ovviamente nessuno chiederà e dirà). “Si ricorda del nostro ultimo incontro?”. E Passera: “Come potrei dimenticarmi quella serata?”. Due innamorati. Share discreto (12.6%). Ritmo catacombale. Per ventitre minuti.    Che tempo che fa non cambia, al di là dell’esperimento al lunedì sera. Il conduttore è incalzante come il Pulcino Pio, l’ospite un amico da mettere a suo agio. In ogni modo. Anche glissando sugli aspetti scabrosi che eventualmente lo riguardano. Come quello di essere indagato per evasione fiscale. Imbarazzante, ancor più se si è Ministro per lo Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti. Dell’accusa non si è parlato: per educazione, beninteso.    Ieri l’Apocalisse, oggi il Bengodi. Passera: “Abbiamo rischiato di perdere indipendenza e libertà, sotto il controllo di entità esterne che avrebbero fatto macelle (testuale). Il paese, grazie al governo Monti, si è messo in sicurezza”.    Agende digitali e balbetti. Esigendo da se stesso l’impossibile, ovvero passione, Passera ha cercato di esaltarsi. Dissertando di agende digitali (wow). Solo che ha cominciato a balbettare , forse per osmosi, data la vicinanza con Fazio (che, ogni tanto, qualche domanda provava a farla). “Pensi alle ist.. inc… strutt… alle informazioni sanitarie”. “Un sistema per com…con…conc…compensare”. Ist. Inc. Umpf.    Gioca Jouer. Se Passera si sentiva (senza motivo) in difficoltà, soleva rifugiarsi nel “prenda e pensi”. “Prenda la Borsa, pensi alla recessione”. “Prenda la Fiat, pensi all’Alcoa”. Prendere, pensare. Nuotare, sciare, spray, macho: il Gioca Jouer dei Tecnici.    Buoni sentimenti. Aderendo con sobrio giubilo al clima da Frank Capra, Passera ha parlato di “certificazioni e trasparenza”. “Spero e penso che la legge elettorale si farà”. “La Fiat sta molto meglio di qualche anno fa e ha successo negli Stati Uniti, di questo dobbiamo essere contenti”. “Non può esistere alternativa tra salute e lavoro”. “Dobbiamo ricostruire il nostro paese, l’Italia se la può giocare alla grande”. E vissero felici e contenti: Passera, quantomeno.    Non siamo come loro. Passera: “Berlusconi su Euro e Germania? Dire due cose così sbagliate è raro da sentire” (ovazione). “(La brutta politica) va oltre la mia immaginazione”. E il governo Monti, invece? “Ha segnato la fine di un periodo non buono per il nostro paese e l’inizio di un nuovo paese, ehm, di una nuova fase. E adesso deve partire la Terza Repubblica”. Minaccia?    Il mio amico Sergio. Ecco lo sketch. Passera parlava di Squinzi e Marchionne chiamandoli per nome: “Giorgio, Sergio”. Fazio: “Chi è Sergio?”. Passera: “Marchionne”. Fazio: “Ah ecco, credevo fosse un mio amico di nome Sergio, mi stavo chiedendo come faceva a conoscere il Ministro”. Passera: “Ah ah, mi scusi”. Ah ah.    Ilvia Libera. Passera: “L’Ilvia deve trovare il modo di andare avanti”. L’Il-via, forse. L’Ilva, no.    É stato meraviglioso. Quando Fazio ha dato (garbati) segni di insofferenza, Passera se n’è accorto: “Vedo che ha fretta”. Fazio: “No no, abbiamo trascorso meravigliosi 20 minuti piacevolissimi”. E chi ha un superlativo, qui, lo aggiunga. Purchè trasudante gioia e candor.

di Andrea Scanzi, IFQ

É di nuovo in onda la trasmissione “Che tempo che fa” Domenica di fronte Fazio e Passera  ( LaPresse) 

15 luglio 2012

Passera, l’Opus dei e le azioni in famiglia

   La scelta di Nappi pare proprio essere stata il frutto di un suggerimento da parte della prelatura, ovviamente interessata a parcheggiare in mani amiche le azioni di cui Passera voleva disfarsi. Nel suo profilo personale reperibile in rete, Nappi si definisce “vicedirettore presso Elis.org   che poi sarebbe un centro di formazione professionale targato Opus.

NEI MESI scorsi questa sigla è salita alla ribalta delle cronache per lo scandalo delle assunzioni facili all’Ama, l’azienda municipalizzata per la nettezza urbana di Roma. Nel 2011, il pm Alberto Caperna ha aperto un’inchiesta per indagare sulle modalità con cui la società reclutò ben 900 dipendenti. La formazione dei neoassunti era stata appunto affidata al Consorzio Elis, il cui presidente, Sergio Bruno, è finito nella lista degli indagati, assieme ai vertici dell’Ama, tra cui l’ex amministratore delegato Franco Panzironi.    Il Consorzio dell’Opus Dei, che si è ovviamente sempre chiamato fuori da ogni irregolarità legata alle assunzioni facili, resta comunque una delle più importanti realtà nella Capitale nel campo della formazione professionale, con importanti agganci negli enti locali. Partendo da Elis, con il biglietto regalato dal ministro, Nappi è così riuscito ad avere accesso al parterre degli azionisti del campus Biomedico. Un parterre molto selezionato, a cui negli anni scorsi si erano conquistati un posto imprenditori e manager, banche e fondazioni. Certo, tutto per pure “finalità filantropiche”, come a suo tempo spiegò anche Passera. Il socio più famoso della lista si chiama Francesco Totti, di anni 36. Sì, proprio lui, il pupone, il capitano della Roma, con una quota di 527 azioni, quasi pari a quella di Passera. Ma nel capitale dell’ospedale romano, che riceve anche importanti finanziamenti pubblici, troviamo compartecipazioni ben più rilevanti, anche grandi istituti di credito come il Monte dei Paschi di Siena e il veronese Banco Popolare, l’ex europarlamentare di Forza Italia Luisa Todini e il deputato Pd Matteo Colaninno, l’ente previdenziale dei medici (Enpam) e quello degli architetti (Inarcassa), il banchiere Carlo Salvatori e Carlo Monorchio, già ragioniere generale dello Stato. Insomma, quando l’Opus Dei chiama difficile non rispondere all’appello. Tutto per pure finalità filantropiche. Ovviamente.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Relazioni    Il ministro Corrado Passera e i suoi rapporti con l’Opus Dei (illustrazione di E.Fucecchi)

29 febbraio 2012

Anche con Monti sulla Tv decidono gli amici di B.

A 75 anni l’emozione è un sentimento usurato. E il sottosegretario Massimo Vari, a un convegno su televisioni locali e riforme di governo, ha diluito le parole di circostanza: “Questa è la mia prima uscita pubblica con le deleghe per le Telecomunicazioni”. Ormai il segreto non funzionava più, il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico) ha sempre inviato il sottosegretario Vari ai complicati e infiniti incontri per cambiare un sistema televisivo che appare immodificabile.    All’annuncio inaspettato di Vari, un avvocato e magistrato di poche e concise dichiarazioni, qualcuno in platea si è guardato intorno per cercare uno sguardo di conforto, e poi riflettere: “A questo punto, potevano lasciare Paolo Romani, – dice un editore di un gruppo televisivo importante – il fantasioso inventore del beauty contest”, il concorso di bellezza che regalava le frequenze a Mediaset, momentaneamente congelato (non cancellato).

Massimo Vari, ex vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai occupato di televisioni, tralicci, canali, digitale terrestro o tecnologia analogica. Ma ha il curriculum giusto per la poltrona, secondo i parametri italici: sei anni fa era tra i favoriti di Forza Italia per la nomina al vertice di Agcom, l’Autorità garante per le Telecomunicazione distrutta in questi anni da inchieste e manipolazioni. Tra i suoi innumerevoli incarichi, durante una carriera nei posti di potere in cui apparire conta quasi zero, Vari è stato consigliere di Stato per il Vaticano. Anche Giancarlo Innocenzi, considerato da molti un suo carico amico, godeva di ottimi uffici con la Chiesa (tant’è che a Roma abitava in una casa di Propaganda Fide, il braccio immobiliare del Vaticano, che affaccia su piazza San Pietro). Vari e Innocenzi si sono conosciuti in Vaticano, potevano continuare il sodalizio all’Autorità, ma poi Silvio Berlusconi preferì Corra-do Calabrò. Mentre Innocenzi, esattamente due anni fa, lasciò l’Agcom perché coinvolto nell’inchiesta di Trani in cui si svelava il sistema di pressioni del Cavaliere per chiudere Annozero, la trasmissione di Michele Santoro. Quando Mario Monti e Corrado Passera l’hanno chiamato al ministero per lo Sviluppo economico, Vari aveva appena finito il suo servizio alla Corte dei Conti di Lussemburgo. Nessuno pensava, ma molti sospettavano, che il costituzionalista potesse avere un ruolo decisivo nella partita televisiva, quella che Berlusconi e i suoi collaboratori guardano con attenzione: mancava un pezzo del racconto, però. Vari è l’uomo indicato dal Pdl per presidiare il ministero strategico di Passera, è amico di vecchia data di Gianni Letta e Fedele Confalonieri .

A parte le relazioni pubbliche e private, Vari non ha competenze specifiche in materie televisive, eppure il Pdl ha insistito affinché Passera gli affidasse la delega. Sarà una coincidenza del calendario governativo, ma nei prossimi mesi Passera e Monti dovranno decidere se riformare davvero la Rai oppure allestire l’ennesimo Consiglio di amministrazione emanazione dei partiti e, soprattutto, del Cavaliere. Capitolo frequenze televisive: il beauty contest è stato fermato per tre mesi, tra qualche settimana il governo dovrà prendere una decisione definitiva.    Ieri Vari si è presentato dagli agguerriti editori televisivi con un foglio di appunti ben scritti e ben studiati, ma prima si è voluto presentare: “Sono io il sottosegretario alle Telecomunicazioni”.

di Carlo Tecce, IFQ

Massimo Vari e Silvio Berlusconi (FOTO LAPRESSE E ANSA)

29 febbraio 2012

Tecnici ad alta voracità

La violenza, oltre a essere sempre sbagliata, è il miglior regalo che i No Tav possano fare al partito trasversale Pro Tav: che aspetta soltanto il morto per asfaltare l’intera Valsusa e farne tre, di Tav, non solo uno. Per fortuna la manifestazione di sabato è stata l’ennesima presa di distanze del movimento dalla violenza. Non a parole (anche se qualche parola dei leader non guasterebbe, per rimediare al danno fatto con gli assalti al procuratore Caselli), ma nei fatti. Detto questo, c’è un però: gli ordini che il partito trasversale Pro Tav impartisce alle forze dell’ordine. Non sta scritto da nessuna parte che queste debbano cingere d’assedio un’intera valle, braccare i contestatori fin sui tralicci situati a casa loro (infatti si vogliono espropriare i terreni), accogliere nelle stazioni in assetto antisommossa i manifestanti reduci da un corteo pacifico. Chi dà questi ordini compie una scelta precisa: quella di provocare. La provocazione non giustifica la violenza, ma ne attenua le responsabilità: infatti il codice penale prevede l’attenuante della provocazione. Qualche settimana fa alcuni cittadini accolsero una manifestazione secessionista della Lega a Milano srotolando un tricolore: subito intervenne la Digos intimando loro di ritirarlo per non provocare i leghisti. Il mondo alla rovescia, visto che, fra la bandiera nazionale e i vessilli secessionisti, sono i secondi a essere illegali e non la prima. Però si può capire il gesto della Digos, per evitare inutili incidenti. Ora la domanda è: il dovere della polizia è evitare gli incidenti, o provocarli? Nel caso della Lega, li ha evitati. Nel caso del movimento No Tav, sembra volerli provocare. E non per colpa dei singoli poliziotti, che (eccetto quelli che aggiungono gratuitamente condotte violente, difficili da individuare e punire perché nascosti sotto i caschi) obbediscono agli ordini. Ma per colpa di chi dà gli ordini. Cioè della politica. La militarizzazione della Valsusa, a protezione di un cantiere che non esiste, dura da almeno dieci anni e accomuna centrodestra e centrosinistra. Governi politici di segno opposto, ma non sul Tav, che ha sempre messo tutti d’accordo (compresi i grandi costruttori e le coop rosse, già noti alle cronache giudiziarie). Ora però c’è un governo tecnico. Formato cioè, almeno sulla carta, da “esperti”. La domanda è semplice: con quali argomenti tecnici hanno deciso di continuare a finanziare quell’opera? Da anni si attende che qualche autorità spieghi ai valsusini e a tutti gli italiani perché mai imbarcarsi in un’opera da megalomani, concepita negli anni 80, quando ancora il modello di sviluppo si fondava su una gigantesca invidia del pene e inseguiva la grande muraglia e la piramide di Cheope. Oggi tutti i dati descrivono la Torino-Lione come una cattedrale nel deserto, inutile per il traffico merci e passeggeri, anzi dannosa per l’ambiente e le casse dello Stato. Il governo tecnico, con motivazioni tecniche, ha respinto l’assalto dei forchettoni olimpici di Roma 2020: operazione che sarebbe costata ai contribuenti almeno 5 miliardi. Il Tav, anche nell’ultima versione “low cost”, dovrebbe costarne 8: ma i preventivi, in Italia, sono sempre destinati a raddoppiare o triplicare (il Tav Torino-Milano è costato 73 milioni di euro a km, contro i 9,2 della Spagna e i 10,2 della Francia). Il gioco vale la candela, a fronte di un traffico merci e pesseggeri Italia-Francia in calo costante? Gli economisti de lavoce.info, l’appello di 360 docenti universitari e persino il Sole 24 Ore rispondono che no, l’opera non serve più a nulla. Sono tecnici anche loro, anche se non stanno al governo: tutti cialtroni? Se i tecnici di governo han qualcosa di serio da ribattere, lo facciano, dati alla mano: altrimenti i cialtroni sono loro. Rispondere, come l’ineffabile Passera, che “i lavori devono continuare” punto e basta, in omaggio al dogma dell’Immacolata Produzione, è roba da politicanti senz’argomenti. E, per come si sono messe le cose, è la peggiore delle provocazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

27 gennaio 2012

Passeraset

Casomai qualcuno pensasse che le frequenze televisive le porta la cicogna, è bene rinfrescarci la memoria. Nel 1990, con 15 anni di ritardo sul resto d’Europa, anche l’Italia ha la sua legge sull’emittenza: la Mammì, detta anche “Polaroid” perché fotografa lo status quo (tre reti Rai, tre Fininvest) e lo santifica. Il piano di assegnazione delle frequenze lo scrive il portaborse del ministro delle Poste Oscar Mammì, Davide Giacalone, che incassa pure le tangenti dalle aziende che lavorano al ministero (lo confesserà lui stesso, salvandosi per prescrizione). Degli aspetti tecnici del piano si occupa una mini-ditta che fa capo a Remo Toigo, sempre in cambio di mazzette. Ma la Fininvest non gradisce come lavora Toigo: Galliani lo convoca nel suo ufficio e lo prende a male parole, sostenendo che il ministero non è d’accordo col suo lavoro. Toigo trasecola: che c’entra la Fininvest col ministero? Galliani telefona a Letta, vicepresidente Fininvest, e lo prega di organizzare un incontro al ministero. Detto, fatto. Galliani carica Toigo su un aereo privato della Fininvest e vola da Milano a Roma. Al ministero Galliani e Toigo trovano non il ministro, ma Giacalone e Letta. I quali dicono a Toigo di fare come dice la Fininvest. Toigo capisce che Fininvest e ministero sono la stessa cosa e obbedisce. La Procura di Roma indaga Letta, Galliani e Giacalone per concussione e corruzione, ma poi il gip li assolve: i fatti sono “pressoché indiscussi”, ma non costituiscono reato, perché il ministero era libero di dar ragione alla Fininvest e le minacce a Toigo non erano poi così minacciose. Nel ‘94 però la Consulta boccia la Mammì: nessun privato può possedere più di due reti. Dunque Rete4 va spenta o trasferita su satellite. Nel ‘97 la legge Maccanico (Ulivo), anziché eseguire la sentenza, concede una proroga. Ma nel ‘99 Rete4 perde la concessione, vinta da Europa7. Il governo D’Alema, col nuovo piano frequenze, le lascia a Rete4 e le nega a Europa7. Nel 2002 la Consulta boccia anche la Maccanico: Rete4 ha un anno di vita. Ma nel 2003 B. sistema la faccenda col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri. La scusa è che il digitale terrestre moltiplicherà i canali e priverà Mediaset della posizione dominante. Oggi i canali sono tanti, ma il duopolio Raiset si pappa l’80% della pubblicità (24% Rai, 56 Mediaset) e gli altri non hanno i mezzi per fare concorrenza. Nel 2009 B. fa la legge “beauty contest”, che regala a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio al digitale. I gestori telefonici invece le pagano care: 4 miliardi. Solo che queste non sono libere: bisogna espropriarle alle tv. Al duopolio Raiset? No, alle tv locali, che saranno risarcite con 175 milioni a pioggia, senza distinguere le grandi dalle piccole (o finte). Due mesi fa la patata bollente passa al governo Monti. Il ministro Passera tentenna fino al 21 gennaio, poi sospende per tre mesi il beauty contest, dicendo che così gli ha suggerito l’Agcom. Ma l’Agcom fa sapere di aver suggerito di abrogare la legge beauty contest, non di congelarla. Solo così si evita l’annunciato ricorso di Mediaset e si liberano le frequenze per darne alcune alle tv locali espropriate e mettere le altre all’asta. Chi mente? Passera o l’Agcom? Il Fatto è in possesso di una lettera del 12 gennaio 2012, indirizzata al gabinetto di Passera e firmata dal capo di gabinetto dell’Agcom Guido Stazi: “L’argomento è importante, complesso e delicato e merita… un colloquio diretto tra il vertice dell’Autorità e, personalmente, il ministro” (dunque Passera non ha parlato con l’Agcom). Conclusione: “Occorrerebbe un intervento legislativo chirurgico che non tocchi le altre parti della delibera 181” dell’Agcom, quelle che han “reso disponibili le frequenze assegnate alle telecomunicazioni con l’asta recentemente conclusa”. Cioè: la legge beauty contest va abolita. Perché Passera ha detto di aver seguito l’indicazione dell’Agcom, mentre ha fatto il contrario? Chi comanda al ministero dello Sviluppo e Comunicazioni? Gli stessi che nel ‘92 facevano il bello e il brutto tempo al ministero delle Poste? È cambiato qualcosa, in questi vent’anni?

di Marco Travaglio, IFQ

19 gennaio 2012

I beauty contest è vivo e lotta insieme a Passera

Una truffa che si rispetti è dura a morire. E il beauty contest, la gara che regala le frequenze televisive, riappare a sorpresa mentre dicono sia spacciata. Il ministro Corrado Passera pronuncia poche e indefinibili parole a Montecitorio, che i partiti di centrosinistra accolgono con giubilo interpretando male le sue dichiarazioni: “È mia intenzione rendere partecipe il Consiglio dei ministri, previsto per venerdì (domani, ndr), delle decisioni che intendo assumere”. Soltanto che il ministro per lo Sviluppo economico, per adesso, ancora deve prenderle queste decisioni. Fonti del ministero precisano: “Non è detto che il beauty contest sia sospeso, è solo una delle ipotesi. In queste settimane abbiamo raccolto numerosi pareri valutando la procedura d’infrazione europea che resta aperta, non sappiamo che tipo di provvedimenti saranno presi né i tempi previsti”.    Il beauty contest che resiste è una cattiva notizia per le casse pubbliche con i 4 miliardi che si possono ricavare con un’asta al rialzo, ma è un buon segnale per le aziende (Mediaset, Rai, La7) che aspettano di ricevere nuovi canali del digitale terrestre senza spendere un euro. Sarà felice Pier Silvio Berlusconi che, per puro caso o per felice coincidenza, è intervenuto qualche giorno fa su La Stampa per ammonire il governo: “Pensare a un’asta non solo sarebbe ingiusto e iniquo, perché in tutta Europa si è proceduto con assegnazione gratuita. Ma sarebbe anche non realistico: per il business televisivo il vero problema non sono le frequenze, ma i pesanti investimenti per creare contenuti competitivi di livello. Lo dice il mercato, non noi”. E quel che dice Berlusconi junior si riflette nel continuo tergiversare del ministero che, a parte una dozzina di annunci pubblici, non ha mai ufficialmente bloccato le procedure di assegnazione. Che vanno avanti, che stanno per toccare il punto di non ritorno: la commissione che deve giudicare le candidature di Mediaset, Rai e La7 aspetta la relazione dei periti dell’Istituto Bordoni, dopodiché la graduatoria, che indica chi sceglie per primo i multiplex (pacchetti di frequenze), sarà consegnata al ministero. Come farà Passera, poi, a comunicare che quei documenti sono carta straccia?    L’avvocato Giorgio D’Amato è uno dei tre giudici che presiedono il beauty contest,    per mesi ha lavorato a vista, cercando di interpretare il governo Monti che prometteva di smontare il concorso truffa, ma indugia sempre per qualche motivo. Adesso che i partiti di centrosinistra organizzano il funerale del beauty contest, l’avvocato D’Amato conferma al Fatto che il meccanismo ideato dall’ex ministro Paolo Romani è ancora vivo e vegeto, funziona perfettamente: “Noi stiamo svolgendo il compito per cui siamo stati nominati. E stiamo per ricevere il parere dell’advisor (l’istituto Bordoni), l’ultimo passo prima di trasmettere i nostri giudizi al ministero”. Domani in Consiglio dei ministri arriva il pacchetto liberalizzazioni, se il beauty contest ne uscirà illeso, si scoprirà immortale. Dopo sarà troppo tardi. E per Mediaset troppo bello per crederci.

di Carlo Tecce, IFQ

Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera (FOTO LAPRESSE)

20 dicembre 2011

Il nuovo vecchio Fabio

Domenica sera, per la prima volta nella vita, Fabio Fazio mi ha fatto tenerezza. L’ho visto invecchiato, d’improvviso, anzi, di colpo. Stava lì, nel suo studiolo di “Che tempo che fa” (Rai3), stava lì di profilo a scrutare l’ospite, un po’ provato. Sappiamo, invecchiare, in molti casi, significa mostrarsi più umani, meno convinti, e devo dire che nell’esatto momento in cui ho avuto modo di intuire sul suo volto le rughe, e perfino un certo grugno bruegheliano da creatura definitivamente adulta, ho provato un senso di soddisfazione. Per lui, solo per lui. Insomma, mi è sembrato che il nostro “buttadentro” nella stanza dei luoghi comuni culturali di sinistra avesse finalmente detto a se stesso un bel “mo’ basta”. Intendiamoci, si tratta di sfumature, eppure è bastato nulla, l’increspatura lieve fra naso e guancia, per comprendere che ci troviamo a un punto di svolta. Da qui a poco la retorica “civile” che Fazio ha propalato insieme ai suoi ospiti speciali, anime belle garantite fra molto altro dagli uffici stampa editoriali, dovrà lasciare il posto al disincanto, all’abbiamo già dato. (E anche ottenuto, perfino economicamente parlando). Non è però ancora tutto. Poco dopo, volati via i convenevoli d’inizio (insieme all’ormai intollerabile stacco sonoro rubato a De André), Filippa Lageback, l’oggetto più misterioso della seconda repubblica televisiva, ha introdotto appunto l’ospite, Corrado Passera.    Non è proprio necessario conoscerlo, e tuttavia, per amor di completezza, diremo che si tratta di un banchiere-manager divenuto ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti del governo da poche settimane in carica. Uno dei nuovi padroni della cosa pubblica, insomma.    Adesso, i più implacabili immagineranno un conduttore prono, al meglio del suo animo “doroteo”, elegantemente timoroso di sembrare troppo esigente dal punto di vista della completezza giornalistica, perché come ha ben insegnato Walter Veltroni a un’intera generazione di ambiziosi di sinistra, l’ipocrisia con prenotazione obbligatoria, sebbene sia un delitto sanzionato perfino nelle Sacre Scritture, paga più della soddisfazione di non tenere conto del quinto comandamento, cioè non uccidere. Tu mi credi se aggiungo che quando ho visto Fabio incalzare Corrado sulla questione della vendita delle frequenze televisive mi sono cacato sotto al posto suo? Sulle prime il ministro ha cercato di svicolare, e allora Fazio gli è andato addosso con la stessa tenacia dei bull-terrier, a pretendere una parola netta, dirimente. Al punto da ottenere una risposta verosimilmente netta: “Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani, pensare che un bene di Stato possa esser dato gratuitamente non è tollerabile e, verosimilmente, non lo tollereremo”. A quel punto il conduttore, eroico, ha chiesto se c’è da ipotizzare un’asta, e quell’altro: “Può essere una cosa un po’ diversa, dobbiamo trovare nuovi modi”.    Fossi nei panni di Fazio mi farei dono di questo finale di carriera. Un ultimo fotogramma all’insegna del riscatto, quasi come l’Alberto Sordi di “Una vita difficile”, un ultimo schiaffo al principale, e via verso il paese di Dignità. Sai che soddisfazione?

di Fulvio Abbate, IFQ

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