Posts tagged ‘Democrazia’

8 luglio 2013

L’Egitto e il rebus arabo

In Egitto i Fratelli musulmani hanno fallito, ma quelli che secondo noi sono meno distanti dai valori democratici si sono affidati a un golpe militare per rimuovere i vincitori di tutte le elezioni democratiche dell’era post-Mubarak.


[Carta di Laura Canali]

Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista.

Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla.

Questa regola, sperimentata nel 1991-92 in Algeria, quando dittatori più o meno utili alla causa occidentale punteggiavano la galassia araba, è confermata oggi in Egitto. Dove il fallimentare esperimento dei Fratelli musulmani, incarnato dal presidente Mohammed Morsi, è stato liquidato per vie brevi dal potere militare, invocato da Piazza Tahrir e dintorni.

Paradosso: coloro che – con qualche ottimismo – consideriamo meno distanti dai valori democratici, si affidano al colpo di Stato per affermarsi sui vincitori – certo non inclini al modello Westminster – di tutte le elezioni più o meno democratiche tenute in Egitto dopo la caduta di Mubarak.

Ma il generale Abdel Fatah al-Sisi, capo delle Forze armate e quindi del massimo conglomerato economico nazionale, non intende intestarsi la responsabilità di un paese ingovernabile. Dal suo cappello ha quindi estratto il presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, cui è stato affidato ad interim il portafoglio di Morsi, in vista della formazione di un altrettanto provvisorio governo che dovrebbe preparare nuove elezioni.

Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza. Magari adottando il suggerimento del celebre scrittore dentista Ala al-Aswani, icona degli intellettuali “liberali”, per il quale conviene negare il diritto di voto agli analfabeti, ossia a un egiziano su quattro – una donna su tre.

Ciò che ai militari interessa è il controllo del vasto apparato produttivo di cui sono i capofila, la gestione in perfetta autonomia del proprio bilancio e la garanzia del supporto finanziario americano: quasi un miliardo di dollari e mezzo all’anno.

Ma per intascare questa tangente – il prezzo che gli americani pagano per potersi considerare azionisti di riferimento dei militari egiziani, a tutela della sicurezza di Israele – ad al-Sisi occorre che il governo sia presentabile al peraltro assai geopolitico vaglio di legalità del Congresso Usa. Di qui lo sbarramento semantico del generale, che mentre metteva agli arresti domiciliari il primo presidente democraticamente eletto del suo paese e colpiva d’interdetto la Fratellanza musulmana, lanciava i blindati nelle piazze e censurava i media ostili, curava di comunicare che non era in corso alcun colpo di Stato.

Il golpe che non si può definire tale non elimina certo le cause che l’hanno originato. Il rebus egiziano resta insoluto nelle sue componenti economica, politica e socio-culturale.

L’Egitto è sull’orlo del collasso, con la lira in picchiata, le casse dello Stato vuote, la disoccupazione galoppante, turismo e rimesse degli emigrati ai minimi termini. Non sono bastati i pelosi oboli dell’emiro del Qatar – interessato a mettere le mani sul Canale di Suez – e di altri finanziatori affini alla galassia della Fratellanza musulmana a impedire che la crisi precipitasse, finendo per esasperare buona parte della popolazione, insofferente per la mala gestione di Morsi e associati.

Il campo politico è polarizzato e paralizzato. I Fratelli musulmani, dopo 85 anni di opposizione semiclandestina, si sono rivelati incapaci di convertirsi in forza di governo. Si sono illusi che bastasse vincere le elezioni per governare. E nelle componenti più conservatrici, di cui Morsi è espressione, hanno immaginato di poter non troppo gradualmente imporre la propria agenda al resto del paese.

Quanto alle opposizioni, che vanno dalla sinistra radicale agli ipernazionalisti, dai (pochi) liberali occidentalizzanti agli avanzi (corposi) del vecchio regime – le notizie sulla sua morte si confermano premature – non hanno mai considerato Morsi un presidente legittimo, o con il quale si potesse comunque stipulare un compromesso. Per tacere della galassia salafita, che conta di profittare della sconfitta dei Fratelli per ingrossare le proprie file.

L’eco del golpe egiziano risuona in tutta la regione e nel mondo. Esulta il presidente siriano al-Asad, contro il quale Morsi, in uno dei suoi molti gesti inconsulti, aveva chiamato alla guerra santa. Protesta inquieto il leader turco Erdoğan, finito a suo tempo in galera nell’ultimo “golpe bianco” delle Forze armate kemaliste, vieppiù allarmato dal rimpallo non solo mediatico fra Piazza Taksim e Piazza Tahrir.

E gli americani, che tanto avevano puntato sui Fratelli musulmani allo scoppio delle “primavere”? A Obama va bene tutto, purché sia scongiurato il fantasma dell’ennesima guerra civile, a massacro siriano ancora in corso, che rischierebbe di risucchiare gli americani nei conflitti mediorientali da cui cercano in ogni modo di districarsi, per dedicarsi alla sola priorità: la Cina.

I prossimi mesi ci diranno se dall’intervento delle Forze armate egiziane potrà scaturire la pacificazione fra le principali componenti politico-religiose, islamisti inclusi. Oppure se le opposizioni approdate al governo sull’onda della piazza anti-Morsi e dei carri armati di al-Sisi vorranno continuare nella prassi dei Fratelli, solo a segno rovesciato: il potere è tutto nostro, guai a chi lo tocca.

In tal caso, la reazione violenta degli islamisti frustrati è scontata. Battesimo ideale per l’ennesima leva jihadista.

di Lucio Caracciolo

Limes articolo pubblicato su la Repubblica il 5/7/2013

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18 gennaio 2013

Chi ha dimenticato l’Europa dei diritti

“È l’Europa che ce lo chiede”: quante volte abbiamo sentito questa frase? A causa di essa, negli ultimi anni, l’Europa è diventata sinonimo di sacrifici e compressione dei diritti. Ma l’Europa non è solo questo: è la custode della democrazia pluralista, più che dell’ortodossia finanziaria. E’ la madre della Carta dei diritti e del trattato di Lisbona, oltre che dei parametri del Fiscal compact.

Da lontano Castello che era, affidato a guardiani poco visibili, l’Europa è divenuta in questi anni presenza più che mai tangibile. e più del previsto soverchiante. È entrata nel linguaggio di ciascuno, insediandosi imperiosa nelle nostre menti: sotto forma di incubo purtroppo, anziché di speranza. Chissà, forse il Nobel le è stato attribuito proprio per questo: perché davvero è nostra patria, anche se fatta nascere col forcipe, forza che coarta senza sostenere. Perché ci è diventata, come il dolore, in Rilke: luogo, campo, suolo, dimora, nostro cupo sempreverde. Forse era tanto più apprezzata quando era lontana dalle sue genti, quando era assente nel discorso pubblico e i popoli non la percepivano ancora come madre matrigna, ma madre pur sempre. Se c’è un vantaggio, nella crisi che sperimentiamo, è questo nostro entrare, obtorto collo, nel Castello fino a ieri così impenetrabile.

È un vantaggio perché finalmente possiamo discuterla, quest’Unione che d’un colpo irrompe nelle nostre vite e di continuo ci fa ripetere, come automi: “Ce lo dice l’Europa”. Lo abbiamo visto in Grecia, Spagna, Francia; lo constatiamo in Italia, in Germania: non c’è elezione, ormai, dove il linguaggio dei politici non sia costretto a farsi europeo. In Italia lo dobbiamo alla fine del berlusconismo, alla biografia di Monti. Ma non siamo gli unici a vivere questa trasformazione, che tanti subiscono con risentimento.
Il cambio di pelle non sembra far altro che impoverire le genti, e perfino le loro Costituzioni. Discutere l’Europa vuol dire non considerare fatale, indiscutibile, questo chiudersi di orizzonti.

Chi sente con dolore tale metamorfosi non ha tutti i torti, perché è vero che l’euro e i suoi custodi non sono affiancati da un potere politico egualmente comune, che raddrizzi squilibri e disuguaglianze fra nazioni e dentro le nazioni, che eviti la riduzione dei governi a comitati d’affari. Resta che l’Unione non è solo la moneta, come pretendono le agende dei partiti nazionali; né è solo una storia di conti da tenere in ordine, di debiti pubblici da abbattere con l’ascia fredda della Signora morte. Fin da ora essa è più ricca, vasta. Ha un Parlamento dove ci si esercita a parlare europeo. È custode della democrazia pluralista, più che di un’ortodossia finanziaria. Ha strumenti come la Carta dei diritti fondamentali, approvata nel 2000 e divenuta pienamente vincolante nel 2009, quando entrò in vigore il Trattato di Lisbona.

Sono anni che Stefano Rodotà insiste su questa realtà, volutamente negletta, se non sprezzata, dai singoli governi. Ancora di recente, il 12 gennaio su Repubblica, lo ha ricordato, parlando del diritto degli omosessuali a unirsi e adottare figli: la Carta europea dei diritti ha lo stesso valore giuridico dei trattati, dei Fiscal compact, ed esiste per proteggere ogni minoranza etnica, religiosa; ogni stile di vita che non offenda la collettività. Corregge le indiscipline democratiche, non solo quelle contabili. È colpa dei politici nazionali se tale realtà è occultata; se solo i lacci economici sono l’obbligazione che ci lega. Se la lunga, complessa storia europea si riduce a un Decalogo finanziario.

Questo significa che l’Europa ci soverchia, sì, ma in maniera selettiva. Che il suo potere è troppo debole, non troppo forte. Che ancora deve nascere e imporsi come Stato di diritto, come garante sovranazionale della laicità, chiamato a proteggere i cittadini da interferenze di chiese e sette che si nutrono della fatiscenza dei vecchi Stati nazione. In Francia tutte le religioni, esclusa la buddista, si mobilitano compatte contro un disegno di legge sul matrimonio gay. È segno che gli Stati, meno sovrani, fronteggiano più faticosamente le ingerenze di lobby e chiese. Di qui l’importanza della Carta dei diritti, adottata non a caso nel mezzo della crisi.

L’Europa è un’impresa incompiuta ma non priva di forza, se solo volesse usarla e difendere un pluralismo gravemente danneggiato. Potrebbe farsi sentire sui matrimoni gay, sui nuovi modelli di famiglia: l’articolo 9 della Carta dei diritti non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso. Potrebbe obbligare a rispettare i diritti delle proprie minoranze etniche: in particolare i 10-12 milioni di rom e sinti che abitano l’Unione. Siamo in un’epoca di transizione, come ai tempi di Dante: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Nel maggio scorso l’Europa ha ordinato agli Stati di integrare meglio i rom, e predisposto fondi a questo scopo. Ben poco è stato fatto, disattesi sono gli articoli 15, 18, 52 della Carta, e i rom continuano a soffrire discriminazioni, soprusi, deportazioni forzate, nell’Occidente europeo e soprattutto in Est Europa.

La fine dell’impero sovietico non ha messo fine alle loro pene. Le ha enormemente acuite. In Slovacchia, Romania, Ungheria, i rom e i sinti sono trattati come reietti, man mano che dilaga la crisi, ed esposti a violenze crescenti. Risale all’inizio del 2013 un articolo di Zsolt Bayer, amico personale del Premier Viktor Orbán e fondatore con lui del partito Fidesz, che commentando una rissa di Capodanno scoppiata presso Budapest ha concluso che i rom “sono un’etnia inadatta a coesistere con le persone. Sono zingari che sfruttano i ‘progressì di un occidente idiotizzato. Sono animali e si comportano da animali. Animali che non dovrebbero avere il diritto di esistere. Una soluzione s’impone: immediatamente e quale che sia il metodo”. Il partito di governo non ha pronunciato una sola parola di condanna della soluzione finale proposta dall’amico Bayer.

Ma non solo in Est Europa i rom sono ritenuti liquidabili. Indagini europee descrivono maltrattamenti anche in Italia, Francia. Nel nostro paese già conosciamo la xenofobia della Lega: siamo i precursori di un fenomeno ormai continentale. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, in una lettera pastorale del settembre scorso. Chiedendosi se sapremo garantire diritti e dignità alla più numerosa minoranza europea ha detto: “Sento la vergogna di campi più o meno autorizzati che sono al di sotto della soglia di vivibilità, in cui crescono violenza e delinquenza”. La “sempre più bassa aspettativa di vita dei Rom, in un Paese longevo come il nostro”, è indice del loro stato di abbandono e povertà. Decerebrata, l’Europa dimentica perché decise di unirsi, dopo la guerra: lo fece perché non si ripetesse l’annientamento degli ebrei, dei Rom e Sinti, dei gay, dei malati di mente. L’Europa non può, senza perdersi, fare il muso duro con Atene e non con Budapest. Minacciare di cacciare l’una, non l’altra.

Il 2013 è stato proclamato Anno europeo dei cittadini, dunque dei diritti-doveri che comporta per ognuno l’acquisizione della cittadinanza europea, accanto a quella nazionale. Bruxelles ne è consapevole quando negozia l’adesione degli Stati, ponendo condizioni democratiche stringenti. Grecia, Spagna, Portogallo, e poi tutto l’Est Europa, entrarono nella Comunità quando si liberarono delle dittature. È il dopo-ingresso che non viene seguito, vigilato. Una volta dentro tutto diventa possibile: il ritorno dell’intolleranza, le Costituzioni democratiche offese, le chiese che reclamano nuovi poteri che non dovrebbero avere (sui corpi dei cittadini in primis: nascita, sesso, morte).

La Carta dei diritti, il trattato di Lisbona, i parametri del Fiscal compact: l’Europa è tutte queste cose insieme. Solo così vien tolta centralità assoluta all’economia, e rimesso al centro quel che tocca a ogni costo salvare: lo Stato di diritto. Altrimenti non ci resta che l’Europa matrigna, e l’accidiosa rinuncia di cui parla Karl Popper: “Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti. Anche se fossero mantenuti certi vantaggi economici goduti dai governati, essi lo sarebbero solo sulla base della rassegnazione”.

di Barbara Spinelli, da Repubblica

27 aprile 2012

Morin: «Con i tecnici meno democrazia»

Edgar Morin.

Edgar Morin.

Gli altri si indignano, il grande filosofo francese Edgar Morin, invece, 90enne, indica la via per il futuro del mondo.
Lo fa nella sua ultima opera, pubblicata di recente in Italia da Raffello Cortina dopo l’uscita nel 2011 in Francia, dal titolo La via, per l’avvenire dell’umanità (297 pagine, 26 euro), un vero manifesto del cambiamento globale, in tutti i campi dell’esistente. Può farlo alla luce di un’esistenza spesa a spiegare le ambivalenze e le contraddizioni di svolte epocali, quelle del nostro periodo storico, segnato dalla progressiva unificazione mondiale a opera della tecnica e del liberismo. Ma anche dalle crescenti regressioni e chiusure che la globalizzazione ha creato, trascurando il vero nesso transnazionale: l’appartenenza a una patria terra che ora è estremamente in pericolo.
VERSO UN NUOVO UMANESIMO. Per concepire una svolta che ci salvi, il filosofo si spinge a elaborare un nuovo umanesimo, di difficilissima costruzione, ma non privo di indicazioni pratiche. A patto però di rivedere le categorie politiche, cognitive, di potere in cui ci hanno scaraventato decenni di «cecità, di un modo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare».
SERVE UNA RIFORMA DELLA MENTE. Non meno importante poi la critica all’«occidentalo-centrismo che ci arrocca sul trono della razionalità e ci dà l’illusione di possedere l’universale».
Il riformismo insomma è urgente, in tutti i campi, a patto di mettere in connessione i saperi, i poteri, e le volontà, senza più riservarsi quote di competenze esclusive. Perché non può esserci la riforma dell’educazione se non vi è una riforma della mente. E non può esserci una riforma politica senza una riforma del pensiero che richiede un cambiamento etico. Che a sua volta ripristina uno spirito di responsabilità, di solidarietà.
DECIDONO SEMPRE GLI ESPERTI. In un passaggio, l’autore spiega perché viviamo in un mondo in cui il cittadino, apparentemente informato e libero, è privo di punti di vista inglobanti e pertinenti sui grandi problemi. Poi, per contrappasso, fa decidere esperti «la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a un’incompetenza quando questo campo è parassitato da influenze esterne o da un nuovo evento».
Insomma, scrive il geniale pensatore, «se è ancora possibile discutere al Caffè Commercio della guida del carro dello Stato, non è più possibile comprendere cosa inneschi il crac di Wall Street, né cosa impedisca che questo provochi una crisi economica peggiore».
IGNORANZA BUONA E NECESSARIA. Viene alla mente la famosa scena del film di Michael Moore, Capitalism, in cui il regista interroga un accademico sul concetto economico di derivato e non riesce a ottenere risposta.
Eppure, ha riflettuto Morin, «ogni mente coltivata poteva, fino al XVIII secolo, assimilare le conoscenze su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società e nutrire così l’interrogazione filosofica, che è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta non lo adulterano. Oggi si chiede a ciascuno di credere che la sua ignoranza sia buona e necessaria».

Con i tecnici diminuisce la competenza democratica

Il presidente del Consiglio, Mario Monti.(© Ansa) Il presidente del Consiglio, Mario Monti.

La resa politica di un tale discorso, in Italia, farebbe fischiare le orecchie a molti e sbalordirebbe la stampa che incensa il nuovo governo: «Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce».
Una chiave di lettura che vale a prescindere in un mondo in cui le scelte sono sempre in mano a pochissimi, salvando l’apparenza con i meccanismi annacquati della democrazia classica: voto e rappresentanza.
BUROCRAZIA INIBISCE LA SOLIDARIETÀ. Le svolte del pensatore, anche quelle più fattive, come la riforma della burocrazia, sono utopiche, perché chiedono cose in cui troppi hanno smesso di credere, asserviti a logiche, fintamente, funzionali.
Esempio eccellente: la burocrazia che «si traduce in una rigida dicotomia dirigente-esecutore, rinchiude la responsabilità di ognuno in un piccolo settore, ma inibisce la responsabilità e la solidarietà di ognuno nei confronti dell’insieme del quale fa parte».
TEMPO PER GUADAGNARE RAZIONALITÀ. Un meccanismo esemplificato bene dall’esempio, nel libro, dell’utente che viene rimbalzato di telefono in telefono, di ufficio in ufficio, perché la cosa non si sa a chi spetti. Non basta razionalizzare i numeri e i meccanismi se poi viene meno la capacità di valorizzare anche le qualità creative e strategiche del singolo impiegato.
A chi lo dimentica, Morin lo ricorda, quasi con forza monumentale: «Una piena comprensione esige apparenti perdite di tempo, che in realtà sono guadagni di razionalità».

di Maria Rosaria Iovinella, Lettera43

17 gennaio 2012

Scalfarendum

Noi stimiamo Eugenio Scalfari, anche quando ci chiama “editorialisti qualunquisti, demagoghi” con “un disperato bisogno di ‘audience’ e quindi di avere sempre e comunque un nemico sul quale sparare. Prima avevano Berlusconi, adesso Monti e Napolitano. E anche il Pd”. Gradiremmo sapere da Scalfari quando mai abbiamo “sparato su Monti”, ma lo stimiamo lo stesso. E, proprio perché lo stimiamo, ci ha meravigliato leggere domenica su Repubblica queste sue parole: “I referendum elettorali andrebbero esclusi come lo sono quelli relativi ai trattati internazionali e alle leggi di imposta”. Ohibò, ci siamo detti: vuoi vedere che Scalfari la pensava così già vent’anni fa per gli altri due referendum elettorali, quelli promossi e vinti da Mario Segni il 9 giugno 1991 per la preferenza unica e il 18 aprile 1993 per l’uninominale al Senato? E invece, doppio ohibò: lo Scalfari di allora non andava proprio d’accordo con lo Scalfari di oggi. Anzi li sponsorizzò entrambi con gran trasporto contro l’odiato Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). Nel ’91 cominciò attaccando (anzi, sparando su) Craxi che voleva il referendum per il presidenzialismo e sabotava quello elettorale: “Proprio quella parte che reclama a gran voce un referendum non previsto dalla Costituzione fa vibrata campagna contro la celebrazione di un referendum che la Costituzione invece prevede e che la Corte costituzionale ha dichiarato legittimo e ammissibile… Di una cosa c’è urgente bisogno in questo paese: di una nuova legge elettorale che dia alla maggioranza il diritto di governare e all’opposizione la possibilità di subentrarle… Questa è la Riforma. Il resto si chiama demagogia… Per bloccarla si ricorre alla gazzarra, al veto e alla minaccia di elezioni anticipate. E si usano le istituzioni contro le istituzioni” (la Repubblica, 26-5-‘91). Poi il referendum fu vinto e Scalfari, invece di proporne l’abolizione, esultò: “Questo 10 giugno è un giorno di festa della democrazia repubblicana. Il risultato… è stato ottenuto dal popolo, non porta l’etichetta di nessun partito, non è stato fiancheggiato da nessuna delle grandi reti televisive anzi è stato ignorato e trattato come una fastidiosa perdita di tempo. È un grande fatto di democrazia… Il popolo si è riappropriato della politica… Questo è il fatto nuovo, al quale siamo lieti d’aver contribuito… 30 milioni di elettori… e 27 milioni di sì… Non saranno gli Azzeccagarbugli insediati nei vari palazzi a poterne diminuire la valenza politica. C’era un quesito referendario cui rispondere: riguardava la riforma della legge elettorale della quale i partiti discettano da anni senza cavare un ragno dal buco, paralizzandosi con continui veti incrociati. I promotori dei referendum ne avevano presentati tre, ben altrimenti efficaci se fossero stati messi in votazione. Essi avrebbero dato, se approvati, una spinta robusta verso una legge maggioritaria fondata su collegi uninominali, dove è più stretto il rapporto tra elettori ed eletti… La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili due di quei tre referendum e ne ha lasciato in piedi uno solo; ma il popolo ha molta più intelligenza e saggezza di quanto i finti democratici non gli attribuiscano: ha capito la posta in gioco e ha deciso di conseguenza… La grande maggioranza dei cittadini vuole cambiare la legge elettorale in senso maggioritario e uninominale… vuole decidere questi problemi da sola, visto che il Parlamento è paralizzato dalla partitocrazia. Questo è il voto che sale dal popolo sovrano” (11-6-‘91). Ahiahiahi, avete capito bene: Scalfari criticava la Consulta che aveva bocciato due referendum elettorali su tre e diceva che, in materia elettorale, deve decidere il popolo e non il Parlamento. Infatti passava subito a sponsorizzare il referendum fissato per il ‘93. E auspicava che i partiti promotori dessero vita a una Lega Nazionale (“il partito che non c’è”) alle elezioni politiche del ’92.

Questa maggioranza è quella che pochi mesi fa votò il referendum di Segni contro l’espresso parere di Craxi e di Bossi… Ma bisogna che si manifesti e si faccia sentire, che si organizzi e si presenti al corpo elettorale. Bisogna insomma che nasca una Lega nazionale con un programma di riforme” (1-12-‘91). “Una grande forza trasversale, come quella che ha vinto il referendum del 9 giugno e ha già dato un milione di firme per i referendum del ’93” (5-1-‘92). Poi Scalfari avvertì la Consulta di guardarsi bene dal bocciare il referendum: “Può darsi che gli apparati riescano a bloccare la riforma… La scadenza referendaria è ormai alle porte, sempre che la Corte costituzionale non blocchi il referendum. Tutto è ancora possibile, ma sarebbe assai grave perché una dose supplementare di rabbia verrebbe inoculata nella cittadinanza. Speriamo vivamente che il Parlamento deliberi correttamente o che la Corte proclami il referendum. Se entrambe queste ipotesi fossero frustrate, la democrazia avrebbe perso una battaglia campale” (31-12-‘92). Ahiahiahi, par di leggere gli editorialisti demagoghi di oggi: se la Corte boccia il referendum è una sconfitta per la democrazia. “Il referendum del 18 aprile segnerà il punto di svolta e tanto più numerosi saranno i ‘sì’ tanto più netta sarà la condanna e il taglio nel passato. Bisognerà poi fare la legge elettorale per la Camera… ma avremo comunque profondamente riformato il metodo di elezione del Senato e reso manifesta la volontà popolare… Per questo bisogna smascherare le insidiose manovre in corso che tendono… all’affossamento del referendum e alle elezioni anticipate con la vecchia legge proporzionale” (14-3-‘93). Poi l’appello finale: ”Fate attenzione, cittadini elettori: dal referendum di domani nascerà direttamente, dal vostro ’sì’, la nuova legge elettorale per il Senato. Nascerà direttamente dalle urne così come il 2 giugno ‘46 nacque la Repubblica… Avete già delegato troppe volte il vostro potere sovrano, ma questa volta non fatelo poiché sarebbe fatale alle sorti di un paese già molto traballante… Qui non è in gioco la sorte dei partiti; qui è in gioco un sistema che sarà poi la regola dei nostri comportamenti politici per gli anni a venire. Perciò Repubblica raccomanda ai suoi lettori di votare ‘sì’” (17-4-‘93). Il 18 aprile fu un nuovo plebiscito e Scalfari giustamente lo cavalcò con un filino di enfasi, neppure sfiorato dall’idea di abolire i referendum elettorali: “È stata una marcia trionfale… Il paese ha ritrovato in un voto quasi plebiscitario le ragioni della sua unità; il ‘sì’ ha superato tutti gli steccati, geografici, sociali e di fedeltà ai partiti; esso è diventato da ieri l’elemento fondante d’una nuova nazione, la fonte di legittimità d’una democrazia che aveva visto crollare quasi tutti i suoi ancoraggi ideologici e politici. Il popolo è saggio, sa capire e decodificare anche problemi apparentemente astrusi, bada al sodo, semplifica non per superficialità ma per profondità di giudizio… Il popolo voleva voltare pagina sugli ultimi vent’anni di malcostume, degrado, inefficienza, ruberie… Esprimendo questo voto, che configura una vera e propria legge per il Senato e indica nettamente l’orientamento per la Camera, essi hanno votato ancora una volta, come già avevano fatto il 9 giugno ‘91, per la liquidazione della vecchia nomenklatura e del regime partitocratico. L’uninominale maggioritario imporrà nuovi soggetti politici… e un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Indicazioni cogenti, che non potranno essere disattese dal Parlamento” (20-4-‘93). Chi l’avrebbe mai detto che 19 anni dopo lo stesso Scalfari avrebbe chiesto di abrogare i referendum elettorali, per appaltare la materia alle nomenklature del regime partitocratico. Qualche malpensante potrebbe insinuare che allora i referendum facessero comodo contro il Caf e Cossiga, mentre oggi disturberebbero Napolitano e Monti. Ma noi che stimiamo Scalfari non vogliamo nemmeno pensarci. Certo non vorremmo che Scalfari-2 sparasse su Scalfari-1 dandogli dell’“editorialista qualunquista e demagogo con un disperato bisogno di ‘audience’ e quindi di un nemico su cui sparare sempre e comunque”. Questo no, sarebbe troppo.

di Marco Travaglio,  IFQ

16 febbraio 2011

Prepariamoci a tutto

Ripeterlo è perfino inutile. In qualsiasi altra democrazia al mondo un premier indagato per prostituzione minorile non sarebbe restato un minuto di più al suo posto. Pensate a Cameron, a Sarkozy, a Zapatero. Come avrebbero potuto tirarla in lungo accusando di qualsiasi cosa magistratura e informazione senza rischiare una rivolta di piazza? Figuriamoci se rinviati a giudizio con una motivazione di un giudice terzo, il gip, che parla di “evidenza delle prove”. Ma in Italia c’è Berlusconi e anche in queste ore di marasma e di vergogna, mentre tutti i notiziari del globo aprono con la notizia che è senza precedenti, a Palazzo Grazioli il partito del tanto peggio può ancora alzare la voce. Fregatene, resisti, vai avanti: così lo consiglia la corte dei venduti e dei parassiti che pur di non essere ricacciati nel nulla da   cui sono stati tirati fuori (il vero miracolo italiano) lo sospingono di nuovo sul ring disposti a farlo massacrare pur di salvarsi. Un uomo con un residuo di lucidità avrebbe già capito dal rumoroso silenzio di Bossi che perfino il più fedele alleato ne ha le scatole piene. E quella gelida frase del cardinal Bagnasco: “Occorre trasparenza” non suona forse come la campana a martello del Vaticano? Con il Caimano ferito tutto è possibile. Ma se non darà ascolto alle voci del buon senso che gli indicano come unica via d’uscita le dimissioni immediate per poi giocarsi l’intera posta sul tavolo delle elezioni anticipate. Se, insomma, tenterà l’ultimo disperato arrocco trincerandosi dentro Palazzo Chigi con la sua maggioranza gonfiata da deputati comprati un tanto al chilo, allora toccherà all’opposizione   uscire allo scoperto con un gesto forte, drammatico, senza precedenti come lo è il momento che viviamo. Se n’è già parlato: le dimissioni in blocco di tutti i gruppi e di tutti i parlamentari dell’opposizione. Camera e Senato già ridotte a enti inutili dall’inettitudine del governo non potrebbero sopravvivere. Un gesto estremo. Ma prepariamoci a ogni evenienza.

di Antonio Padellaro – IFQ

27 ottobre 2010

Turchia: nuova democrazia?

Sì per me No per voi

Il vento del referendum è appena soffiato sulla Turchia. Nell’anniversario dell’ultimo Colpo di Stato è stato fissato un referendum che ha avviato diversi cambiamenti nella Costituzione della Repubblica Turca.

Il partito del governo (l’AKP – Partito per la giustizia e lo sviluppo), nel 2007, ha presentato al Parlamento la proposta di una serie di trenta modifiche da apportare alla Costituzione. La Corte Costituzionale ha respinto questo pacchetto di proposte attraverso il voto della maggioranza assoluta. In seguito a ciò, verso il mese di Maggio, dopo lunghe discussioni, questi 30 punti sono stati nuovamente sottoposti al voto dei Parlamentari e, poiché la Costituzione turca prevede che la Corte Costituzionale non possa respingere una proposta di modifiche alla Costituzione per più di una volta, si è deciso di chiedere il parere del popolo. La data del referendum, stata stabilita dalla Commissione Elettorale Suprema (il CEA), oltre a coincidere con l’anniversario dell’ultimo colpo di stato militare (12 Settembre 1980), corrispondeva, quest’anno, al primo giorno dopo la Festa conclusiva del Ramadan.

Immediatamente dopo la decisione della CEA, il Vice del Presidente del Consiglio, Bulent Arinc, aveva definito questa “coincidenza” come “un gioco del destino ed un’occasione che arriva, insieme al Ramadan, per cessare il periodo delle giunte e dei colpi”. Il referendum si è concluso con il 58% dei Sì, contro il 42% dei No. Su 68 città governate dal partito di maggioranza, l’AKP, in 56 ha vinto il “Sì” ed in dodici il “No”; nelle cinque città governate dal partito di opposizione principale di centro-sinistra, il CHP (Partitorepubblicano del popolo), ha vinto il “No”; in una delle due città governate dal partito nazionalista MHP(Partito del movimento nazionalista) gli abitanti hanno deciso di accettare i cambiamenti sulla Costituzione mentre nell’altra hanno dato parere negativo. Nelle restanti sei città non interamente governate dal BDP(Partito democratico della pace), ma con una presenza massiccia curda, grazie alle campagne di boicottaggio messe in atto dallo stesso BDP, la popolazione ha quasi interamente disertato le urne. I pochi voti raccolti in queste città sono stati attribuiti al “Sì”.

Questo è il bilancio statistico del referendum. Purtroppo, però, esiste anche un bilancio che definirei etico ed umano, legato a questo evento: un morto e più di dieci feriti, le vittime delle campagne propagandistiche organizzate da vari partiti, piccoli e grandi, in quasi tutte le città della Turchia; inoltre, secondo gli osservatori del Partito Comunista Turco, in vari seggi sono stati identificati poliziotti che hanno votato per più di 1 volta; in diverse occasioni, poi, gli amministratori locali appartenenti all’AKP hanno accelerato la costruzione di parchi, strade, acquedotti ed hanno distribuito aiuti tramite i servizi sociali poco prima del voto; In alcune città, infine, le manifestazioni propagandistiche a favore del voto “no” sono state vietate oppure semplicemente ostacolate, impedite.

Scontri verbali, insulti vicendevoli, ed un’aria molto fortemente romantica. Forse spolverare il ricordo degli errori ed orrori passati ha costituito un momento storico per la Turchia, concentrata quasi completamente ed esclusivamente sulle proposte di cambiamento che avrebbero potuto influire sull’ultimo Colpo di Stato e sulle sue conseguenze nel Paese.

C’era chi parlava del disagio che ha subito in quel periodo (negli anni ’80), c’era chi commemorava orgogliosamente l’intervento dei militari, chi svelava segreti sui legami tra militari e governi statunitensi, chi sperava nella possibilità di processare i militari coinvolti per poter curare, anche parzialmente, le proprie ferite.

Le discussioni ruotavano anche intorno alla cosiddetta “questione” curda, alla parità dei sessi e all’indipendenza tra giustizia ed organi di esecuzione. Sulla questione curda c’era chi si pentiva di non aver detto di sì all’impiccagione di Abdullah Ocalan e c’era chi aveva deciso di boicottare il referendum. Poiché l’AKP, il partito di governo, ha sottoposto questo referendum al giudizio del popolo promettendo un futuro più democratico e di parità, anche le associazioni LGBTTQ ed i movimenti per i diritti delle donne hanno espresso i propri pareri in merito. Insomma un crogiolo di temi e sensazioni: rivelazioni, pentimenti, diversissimi punti di vista e tanta ma tanta bugia.

Vedere le piazze maggiori del paese piene di gente ingannata ed osservare i media nazionali ed internazionali riportare informazioni quasi totalmente superficiali ed errate ha fatto sì che vedessi oscurarsi un po’ la mia speranza di vivere in un mondo fatto di informazioni trasparenti e puntuali e uomini e donne consapevoli.

Ma, tornando al referendum, quali erano le proposte e perché votare sì o perché votare no?

Secondo il Presidente del Consiglio Recep Tayyip Erdogan ed il suo partito AKP i principali cambiamenti sottoposti al voto del popolo riguardano: la composizione del Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (CSGPM), l’elezione dei suoi membri, pari opportunità per favorire la presenza delle donne nel mondo del lavoro, riduzione delle

limitazioni per l’espatrio, il diritto alla privacy, l’abolizione dell’articolo 15 che non permette l’apertura di processi nei confronti dei militari coinvolti nell’ultimo Colpo di Stato e l’articolo 125 che riguarda la limitazione del potere giudiziario nei confronti delle esecuzioni ed azioni amministrative.

Per più di 3 mesi, il Presidente, i suoi Ministri, gli iscritti al partito e migliaia di volontari e non solo hanno girato di città in città, di quartiere in quartiere per convincere la gente che questi cambiamenti avrebbero aperto una nuova epoca verso un futuro “democratico e libero” per il Paese. Ovviamente le cene per spezzare il digiuno nel periodo del Ramadan spesso offerte dai parlamentari del governo o dai sindaci dell’AKP si sono facilmente trasformati in momenti ipocriti, opportunità per fare propaganda politica in previsione del referendum. In questo frangente è doveroso anche sottolineare l’appoggio politico e personale fornito da Fettullah Guven, leader storico del movimento fondamentalista dal quale prende forza l’AKP, che vive da più di 7 anni negli USA per i motivi di salute, mentre in Turchia è già stato emesso un mandato d’arresto. Guven, pochi giorni prima delle elezioni aveva affermato: “Questa è una grande occasione per il futuro della Turchia…magari pure i morti potessero votare e dire di sì!”.

Secondo la Costituzione del 1982 cioè sottoscritta dalla giunta militare, per l’articolo 140/6, il Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (CSGPM) è un organo del Ministero della Giustizia. Tra i punti del referendum non compare nessuna proposta volta a cambiare questa relazione, cosa che, ovviamente, è stata fortemente voluta dalla giunta militare al fine di continuare a limitare l’autonomia del CSGPM in tutti i sensi.

Sempre secondo la Costituzione, il Presidente del CSGPM è il Ministro della Giustizia. Il referendum, in merito, enuncia “la gestione e la rappresentanza del Consiglio sono compiti che deve assolvere totalmente il Presidente del CSGPM”.

Quale Ministro della Giustizia si comporterebbe diversamente dal suo Presidente e dalle politiche del suo partito?

Un altro punto del pacchetto di modifiche messo al voto del popolo enuncia: “Secondo la decisione e la volontà del Ministero della Giustizia, un giudice o un ispettore oppure un pubblico ministero può essere perseguitato”. Quindi il potere di giustizia anche nel mondo della giustizia passa quasi totalmente nelle mani del partito del governo.

Il referendum prevede anche la creazione di una segreteria all’interno del CSGPM, fermo restando che il Segretario Generale venga scelto e nominato dal Ministro della Giustizia.

Oltre a ciò, è anche il potere per convocare una riunione del CSGPM ad essere nelle mani del Ministro della Giustizia e affinché si possa convocare effettivamente una riunione del CSGPM è necessaria la presenza di tutti i membri (tra i membri del CSGPM, oltre al Ministro della Giustizia, compare anche il sottosegretario del Ministro).

Il CSGPM, prima del referendum, era costituito da 7 membri principali e 4 membri di riserva. La modifica della Costituzione alzerebbe il numero dei membri a 22 principali e 12 di riserva. Quattro dei membri principali sarebbero eletti dal Presidente della Repubblica tra i Docenti o gli Amministratori delle Facoltà di Giustizia, Economia e Scienze Politiche delle Università turche, tre membri principali e tre di riserva dalla Corte Suprema, due membri principali e due di riserva dal Consiglio di Stato, un membro principale ed un membro di riserva dall’Assemblea Generale dell’Accademia della Giustizia (AGAG), sette membri principali e quattro di riserva tra i giudici e pubblici ministeri giudiziari, tre membri principali e due di riserva tra i Giudici ed i Pubblici Ministeri della giurisdizione amministrativa, in carica quattro anni. Questo significa che saranno sei i membri molto probabilmente vicini al punto di vista delle politiche del Governo: quelli eletti dal Presidente della Repubblica (che è attualmente l’ex leader dell’AKP e, secondo la Costituzione, ha ancora il diritto di scegliere e cambiare i Rettori delle Università), e quelli eletti dall’AGAG (che è anche un organo del Ministero della Giustizia). Anche in questo caso, quindi, la politica invade l’autonomia della giustizia.

Un punto del referendum riguarda anche la Corte Costituzionale che sarà ormai costituita da diciassette membri, tre dei quali saranno eletti dal Parlamento con la maggioranza assoluta, quattro tra i restanti quattordici saranno eletti direttamente e liberamente dal Presidente della Repubblica ed altri tre saranno eletti dai candidati della Commissione dell’Istruzione Suprema (il CIS è un organo creato dalla giunta militare che assegna gli incarichi ai Decani, decide i piani di studio, regolarizza gli esami d’ammissione, i sistemi di voti ed ha il diritto di aprire delle inchieste sulle attività politiche degli studenti e dei Professori). Va da sé che almeno dieci tra questi diciassette membri saranno scelti dal Partito del Governo. Una grossa differenza rispetto a quanto accade nella gran parte dei Parlamenti europei ove, per eleggere i membri della Corte Costituzionale, sono necessari i due terzi dei consensi ed i candidati devono obbligatoriamente essere avvocati.

I militanti del partito di Governo AKP ed il Presidente Erdogan hanno promosso in modo piuttosto equivoco un altro aspetto di questo pacchetto di modifiche, quello riguardante la cosiddetta “discriminazione positiva”. Il punto cita: “ Le misure prese per favorire i bambini, gli anziani, i disabili, le vedove e gli orfani dei caduti di missione di guerra non possono  essere considerate contrarie al principio di uguaglianza”. Secondo la Professoressa di giurisprudenza Neval Ogan Balkiz il punto in questione non porterebbe a nessun miglioramento. Balkiz asserisce: “I divieti continuano ad esserci, sono solo i modi di dire a cambiare. Le proposte sono totalmente astratte e non creano le circostanze adatte ai cittadini per assicurare i loro diritti fondamentali e per permettere che essi avanzino ulteriori pretese. I cambiamenti, principalmente, devono essere fatti nel diritto penale e devono riguardare il diritto al lavoro”. Secondo Balkiz, la Costituzione dovrebbe in primis enunciare: “La parità davanti alla legge prevede il diritto di essere trattati ugualmente e di essere tutelati dalle leggi in modo eguale e senza alcuna forma di discriminazione” e continua: “Non si fa nessun tipo di riferimento alle convenzioni internazionali delle quali fa parte lo Stato turco e non si fa parola in nessun punto del fatto che lo Stato turco abbia la responsabilità di sorvegliare e garantire, rispettando queste convenzioni internazionali, i diritti di parità di tutti i cittadini.”

Durante la propaganda per il referendum, il Presidente Erdogan ha spesso espresso la propria soddisfazione per la proposta di cambiamento riguardo alle limitazioni per uscire fuori dal Paese. Ovviamente il fulcro di questo punto sta nella volontà di creare più “libertà” per i cittadini e meno “muri per ostacolare libera circolazione e viaggi”. Pochi mesi prima del referendum, sono stati firmati patti di abrogazione del visto di ingresso con Libano, Giordania, Siria, Grecia e Russia, una mossa che è diventata chiaramente focale nella campagna a favore del referendum quando si promuoveva questa voce del pacchetto;  ovviamente, però, il Governo non ha mai ammesso pubblicamente che queste libertà di circolazione riguarderanno, per la maggior parte, gli uomini e le donne d’affari, in trasferta per motivi lavorativi. Secondo il Presidente quanto enuncia questo punto permetterebbe al cittadino di ottenere più libertà: “La limitazione della libertà di uscire fuori dal Paese può  essere indotta solo da un’indagine oppure da un’azione penale per decisione di un giudice”. Come si nota, la dichiarazione cerca di creare una specie di nuova “libertà”. Alcune, però, tra le limitazioni all’espatrio, sollevano qualche dubbio: ovviamente esiste una lunga lista di motivi amministrativi, penali e di reati, internazionalmente condivisi, tuttavia, in Turchia, esistono ancora due leggi che riguardano l’obbligo del servizio militare:  l’obiezione di coscienza non è assolutamente riconosciuta dalla legge né dallo Stato.

Attualmente, in Turchia, esistono 150 obiettori di coscienza condannati per questo a diversi anni di prigione attraverso i tribunali militari (Amnesty International ha rilevato vari casi di tortura e maltrattamento ai danni degli obiettori di coscienza presso carceri e caserme). Esiste, infatti, il “reato di demotivazione del popolo ad assolvere l’obbligo del servizio militare”. Ogni obiettore di coscienza viene condannato non tanto perché si rifiuti ad andare a fare il servizio militare, quanto perché “demotiva altri cittadini maschi ad eseguire il servizio militare”. Il referendum non prevede nessuna modifica a questa legge, per questo, essere obiettore di coscienza continuerà a causare l’impedimento ad allontanarsi dal Paese e i cosiddetti disertori dovranno continuare a marcire nelle prigioni e subire atti di violenza solo per una scelta politica, umana ed antimilitarista. Un altro punto del referendum riguarda la privacy dei cittadini. La proposta di cambiamento cita: “I dati personali possono essere trattati solamente secondo le condizioni previste dalla legge oppure dietro chiaro consenso personale del cittadino. Le condizioni per salvaguardare i dati personali sono regolamentate dalla legge”. Una delle prime cose che il governo dell’AKP ha approvato al Parlamento dopo l’ultima vittoria elettorale è il pacchetto sicurezza che dà alle forze dell’ordine permessi straordinari partendo dal regolamento delle intercettazioni arrivando alla perquisizione delle abitazioni senza necessità del permesso del giudice e senza l’obbligo di avere un processo in atto. Dunque, è evidente che in Turchia, in diverse circostanze, la legge permette e prevede che le forze dell’ordine salvaguardino i diritti e la sicurezza dei cittadini ed applichino le leggi, spesso senza il consenso dei cittadini. A riprova di ciò, si ricordino a titolo esemplificativo, i cambiamenti forzati dei nomi curdi attuati dalle forze dell’ordine tramite suoi agenti presso le anagrafi oppure le inchieste spesso affossate sugli omicidi causati dall’odio nei confronti di membri LGBTTQ commessi dalle stesse forze dell’ordine. A questo punto è chiaro che sarebbe necessario apportare una modifica all’articolo 20 della Costituzione che, secondo la Balkiz dovrebbe enunciare: “Il trattamento dei dati personali è concesso esclusivamente nei casi previsti dalla legge, dietro specifici consenso e richiesta del cittadino, oppure per decisione dell’autorità giudiziaria o amministrativa. Questi dati non possono assolutamente essere utilizzati al di fuori degli scopi previsti dal trattamento. Nel caso in cui accadesse il contrario, sono previste sanzioni giuridiche, penali ed amministrative stabilite secondo la legge…”

Il punto che è stato maggiormente discusso e promosso dal Governo dell’AKP e che, conseguentemente, ha attirato l’attenzione di tutti i media internazionali di un certo schiarimento e del main stream è stata l’abrogazione dell’articolo 15 della Costituzione, voluto e creato appositamente dai militari e dai loro collaboratori negli anni in cui la giunta possedeva il potere politico, giuridico, esecutivo ed addirittura economico nel Paese.

L’articolo 15 impedisce l’apertura di ogni tipo di indagine e persecuzione nei confronti dei militari coinvolti nell’ultimo Colpo di Stato sopratutto riferendosi al fatto che abbiano preso in mano il controllo del potere con i metodi militaristi. L’articolo, oltre a garantire l’immunità ai militari per tutti gli atti considerati come reati per i civili, “protegge” anche tutti i cittadini che hanno ricoperto il ruolo di Parlamentare, Ministro ed altre alte cariche durante la giunta militare. Di primo acchito, questa modifica sembra costituire una svolta fondamentale per poter avviare processi contro tutti i colpevoli di questo atto militarista ed ispirato a movimenti fascisti e nazisti che è costato la vita a tanti cittadini. Purtroppo la realtà è diversa, perché? Innanzitutto una parte dei personaggi coinvolti non è in vita (Alparslan Turkes, ad esempio, uno dei colonnelli maggiormente coinvolti, fondatore del Movimento Nazionalista Turco) per i superstiti, invece, come l’ex Presidente della Repubblica Kenan Evren, non sussiste effettivamente la possibilità di avviare un processo poiché la proposta del Governo dell’AKP non prevede l’introduzione di un articolo che impedisca l’amnistia per coloro che sono stati coinvolti nel Colpo di Stato e non esiste una voce che blocchi la caduta in prescrizione per gli stessi reati. Sarebbe necessario, in effetti, introdurre un comma che specifichi che i reati commessi contro l’umanità non possono in alcun caso cadere in prescrizione e che devono altresì essere presi in considerazione, all’atto del processo, i reati commessi durante il periodo nel quale gli imputati godevano dell’immunità come previsto dall’articolo 15 della Costituzione.

Durante la propaganda del Governo volta a promuovere il pacchetto di proposte di modifica di alcuni punti della Costituzione, soprattutto per ciò che concerneva il suddetto articolo 15, i partiti all’opposizione (soprattutto il CHP ed il BDP) avevano cercato di proporre un cambiamento più radicale per poter eludere la possibilità che cavilli legali permettessero l’amnistia oppure la caduta dei reati in prescrizione. Il partito AKP, in particolare il Presidente Erdogan, continuava ad incolpare questi due partiti tacciandoli di lavorare allo scopo di impedire cambiamenti che avrebbero portato la Turchia ad essere un Paese più “democratico e libero”. L’Avvocato Noyan Ozkan (ex Presidente dell’Albo dei Giudici e degli Avvocati di Smirne) ricorda che lo Stato turco è uno dei firmatari della Convenzione ONU contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti e che i Giudici della Repubblica avrebbero avuto, in virtù di ciò, il permesso di aprire, in qualsiasi momento, un indagine a scopo processuale.

L’ultimo punto, promosso fortemente dal Presidente Erdogan, promuove una limitazione ai poteri degli organi giudiziari (come il Consiglio di Stato) nei confronti di decisioni ed azioni commesse dagli organi amministrativi e riduce questi poteri al solo diritto di verifica. La modifica all’articolo recita: “Questo potere non può assolutamente essere utilizzato per verificare la perfetta fedeltà delle azioni e delle decisioni rispetto ai regolamenti ed alle leggi”. Quindi, un organo giudiziario così autoritario ed importante come il Consiglio di Stato non avrà più il potere di aprire un’indagine o consigliare ad altri organi giudiziari di avviare una persecuzione nei confronti di enti amministrativi che eseguono azioni oppure prendono decisioni in conflitto con le leggi ed i regolamenti. L’articolo è perfettamente  coerente con le intenzioni del Presidente Erdogan e del suo Governo nei confronti del potere giudiziario ed economico di questo Paese. Sono circa 7 anni che l’onda delle privatizzazioni violente stravolge la Turchia ed i risultati delle privatizzazioni sono ingenti macigni per la cassa dello Stato e per i lavoratori. Più di una volta, il Consiglio di Stato ha bloccato le privatizzazioni o ha aperto indagini che si sono trasformate in processi nei confronti di individui o aziende che non sono rimasti fedeli ai regolamenti stilati dalla Presidenza Amministrativa delle Privatizzazioni. La produzione degli alcolici della Tekel (l’ente statale di alcool e tabacchi) è stata ceduta al consorzio Mey Içki il 24 Febbraio 2004 per 292 milioni di dollari. Dopo soli due anni, senza che la Mey Içki avesse fatto nessun tipo di investimento a causa della crisi economica, il 92% dell’azienda viene venduto all’American Texas Pacific Group per 810 milioni di dollari. In pochi anni un ente statale è passato quindi da un consorzio nazionale ad un gruppo straniero ricavando un profitto incredibile ed inspiegabile. Durante il periodo amministrativo della Mey Içki sono state chiuse più di 10 fabbriche della Tekel e migliaia di lavoratori sono rimasti senza impiego. Il Consiglio di Stato ha seguito le due fasi di vendita della Tekel sino ad ora, ma con questi cambiamenti non avrà più diritto ad effettuare l’indagine.

Nel 2009 anche la produzione del tabacco della Tekel viene venduta per 1.72 miliardi di dollari alla British American Tobacco (BAT). L’anno successivo, il Governo decide di rimuovere la tassa di importazione del tabacco, fissata in 3 mila dollari a tonnellata. Questo agevola incredibilmente le aziende che comprano il tabacco dall’estero, compreso il nuovo proprietario parziale della Tekel, BAT, ma causa altresì molte difficoltà per chi acquista il tabacco dal mercato interno. Secondo Oktay Celik (Presidente dell’Associazione degli Esperti del Tabacco) questo cambiamento ha abbassato il prezzo del tabacco d’importazione a 60 centesimi mentre il prezzo di tabacco nazionale resta superiore ai 75 centesimi. Durante la privatizzazione della Tekel diversi terreni dell’ente,  sopratutto ad Istanbul, sono stati concessi gratuitamente al Ministro della Finanza per la costruzione di Università e di ospedali privati. Ovviamente anche la causa aperta dal Consiglio di Stato nei confronti del Governo in merito non avrà ormai nessun seguito.

Secondo la ricerca sulle privatizzazioni realizzate nel campo delle energie La Turchia non rimanga al buio, realizzata dall’Albo Nazionale degli Ingegneri Elettrici, lo Stato turco ha, fino ad oggi, perso 7 miliardi 51 milioni e 315 mila dollari. Anche in questo caso, un’eventuale indagine da parte di un organo giudiziario non avrà alcun seguito.

La Türk Telekom (per il 55%) ed il Tupras (l’ente statale per la produzione e la distribuzione del gas) sono state svendute dal Governo dell’AKP a privati: Oger Telecoms (senza partecipare ad aste o bandi di concorso) ha rilevato la Türk Telekom per 6 miliardi e 550 milioni di dollari ottenendo un profitto, dopo l’acquisto, tra il 2006 ed il 2009, di 8 miliardi e 79 milioni di dollari. Il consorzio Koc-Shell, l’acquirente del Tupras, ha ottenuto  un profitto superiore al prezzo d’acquisto in soli 2 anni. I profitti ottenuti dai privati dimostrano l’incapacità di gestione degli enti statali, ma non escludono che ci sia stata una reale svalutazione all’atto della vendita, avvenuta dietro cifre molto inferiori rispetto alle possibilità di guadagno per le casse statali a favore di cittadini. Non si dimentichino, inoltre, le migliaia di lavoratori licenziati dopo le privatizzazioni con il pretesto della crisi economica (dopo la privatizzazione della Telekom più di 20 mila persone hanno perso il posto di lavoro e con la privatizzazione del Tupras invece il 15% dei lavoratori sono stati obbligati alla   pensione anticipata ed i posti di lavoro sono diminuiti del 20%). Le indagini aperte dalla Corte Suprema e da alcuni membri della Presidenza Amministrativa delle Privatizzazioni sono ormai senza scopo.

Mentre la Corte Costituzionale si occupava prevalentemente delle privatizzazioni, il Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri e, soprattutto, la Corte Suprema, sono gli organi giudiziari che hanno cercato di combattere i fondamentalismi e le corruzioni perpetrate e sostenute dal Governo dell’AKP. La costruzione di una centrale nucleare nelle aree protette dall’Unesco sulla costa del Mar Nero, l’introduzione del contratto 4-C (simile al Co.Co.Pro) per alcuni tipi di impiegati statali e la distruzione totale del sito archeologico Allaniou per realizzare di una diga ad uso di un’azienda privata sono soltanto alcuni esempi che dimostrano quanto sia importante prendere in mano il controllo totale della Giustizia per il governo dell’AKP per realizzare precisamente un piano economico e politico a favore del capitale nazionale e straniero ed a discapito dei lavoratori.

L’aumento del controllo da parte del Governo nel Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri ha ovviamente lo scopo di controllare l’andamento (e l’esito) delle indagini aperte dai Pubblici Ministeri contro organizzazioni religiose clandestine. Per esempio, nella città di Erzincan il PM Ilhan Cihaner, dopo 2 anni di indagini in collaborazione con gli amministratori locali e le forze dell’ordine, ha intentato una causa per chiarire il rapporto tra il Governo centrale (ad Ankara) ed alcuni gruppi locali clandestini fondamentalisti in città. Il PM, poche ore dopo questa decisione, ha provocato la reazione di Tayyip Erdogan che l’ha definito come “un uomo di politica che si comporta secondo le proprie ideologie” e l’ha accusato di deviare gli scopi principali del proprio lavoro. Pochi giorni dopo questa dichiarazione il PM di Erzurum, Osman Sansal, con un mandato straordinario ha fatto evacuare e perquisire la casa di Ilhan Cihaner dalle forze dell’ordine e ha fatto condurre Cihaner in carcere per un interrogatorio. Di conseguenza il  CSGPM ha deciso di rimuovere dal proprio incarico il PM Sansal per abuso di potere. Un giorno dopo la decisione del CSGPM all’uscita della riunione avvenuta tra il Ministro della Giustizia Sadullah Ergin e Tayyip Erdogan, il Ministro ha rivolto le sue accuse al CSGPM ed il vice presidente del CSGPM Kadir Ozbek ha dichiarato in merito che queste dichiarazioni avessero l’intenzione di distruggere il CSGPM. Secondo le indagini fattedurante il processo a Cihaner, risultava che egli stesse lavorando a documenti che svelano il rapporto tra Fettullah Gulen (leader sprituale dell’AKP) ed il gruppo clandestino fondamentalista Ismailaga che, oltre avere il controllo economico di diverse associazioni che servono a raccogliere finanziamenti e donazioni in vari punti della Turchia, è anche una delle fortezze del fondamentalismo del quartiere di Fatih che ospita noti gruppi clandestini fondamentalisti conosciuti per il proprio sostegno ideologico all’AKP. Cihaner progettava operazioni in 16 diverse città turche. La sua teoria consisteva nel ritenere che questi gruppi clandestini, oltre a possedere armi, costituissero una minaccia alla Costituzione. Oggi il Ministero della Giustizia chiede 26 anni di carcere per Cihaner mentre, d’altro canto, ogni indagine nei confronti del gruppo clandestino Ismailaga è stata sospesa.

La dichiarazione pubblica del presidente dell’AKP in realtà riassume perfettamente la situazione: “In Turchia sia il potere Legislativo che il potere Esecutivo sono nelle mani del potere Giudiziario. Ci fanno sputare sangue. Come potrebbe un comune lavorare in queste condizioni considerando le realtà economiche? Se volesse la Corte Suprema

potrebbe venire a gestire un comune… potremmo vedere come lo fa!”. Una dichiarazione  forte poiché compito della Corte Suprema era prendere decisioni a favore dei cittadini nei casi necessari, basandosi sul principio del bene pubblico garantito dalla Costituzione. È evidente che da molto tempo il Governo fosse in conflitto con il CSGPM, la Corte Suprema e, ovviamente anche con la Corte Costituzionale.

Non si dovrebbe inoltre dimenticare che, nonostante i molti cambiamenti proposti, permarranno limitazioni alla libertà di usare, studiare ed esprimersi in madre lingua per alcuni popoli; lo sbarramento elettorale resterà fissato al 10 percento; gli articoli 28 e 29, ereditati dal regime militare, che limitano la libertà di stampa non verranno abrogati né modificati (secondo Giornalisti senza Frontiere, la Turchia rimane un Paese dalle forti limitazioni sulla libertà di stampa); tutte le persone legate alla Repubblica Turca per cittadinanza verranno ancora considerate etnicamente turche; l’istruzione religiosa rimarrà esclusivamente islamica ed obbligatoria per la scuola dell’obbligo che dura ben 11 anni; la Presidenza degli Affari Religiosi (un organizzazione statale ed indipendente) e l’articolo 89 della Costituzione che può causare la chiusura di un partito politico che esprime la sua contrarietà all’esistenza del Ministero degli Affari Religiosi continueranno ad essere presenti ed in vigore; l’articolo 81 della legge elettorale tutelato dalla Costituzione che vieta l’uso di un’altra lingua oltre a quella turca durante le propagande elettorali non è stato messo in discussione con questo referendum; l’articolo 53 della Costituzione che non permette agli impiegati statali di avere un contratto nazionale resterà in vigore e gli impiegati statali continueranno a non avere il diritto allo sciopero (articolo 128); con il mantenimento dell’articolo 51 si continuerà a vietare sia ai pensionati che ai dipendenti pubblici di potersi iscrivere al sindacato; l’Alto Consiglio Arbitrario (creato dalla giunta militare) composto dai Parlamentari del Governo e dai rappresentanti delle associazioni dei datori di lavoro resterà il più potente organo statale con il potere decisionale sui contratti nazionali per i lavoratori e per i dipendenti statali; il mantenimento dell’articolo 125, che garantisce l’immunità all’Alto Commissariato Militare (il cui Presidente è il Presidente della Repubblica) continuerà a rendere impossibile la verifica delle sue decisioni da parte degli organi giudiziari.

Il 6 settembre, sei giorni prima del referendum, gli U2 sono giunti in Turchia, ad Istanbul, per una tappa della loro tournée mondiale. Da anni, il gruppo irlandese aveva arbitrariamente deciso di non includere la Turchia tra i Paesi nei quali tenere concerti per protestare contro le condizioni dei diritti umani dei cittadini turchi di origini curde. Bono Vox, voce del gruppo, dopo aver spettacolarmente attraversato uno dei ponti sul Bosforo  accompagnato da diversi uomini ricoprenti alte cariche dello Stato (bloccando il traffico per ore) è andato ad incontrare pubblicamente Erdogan. Durante il suo incontro, Bono ha espresso la sua totale solidarietà al Presidente per i suoi impegni nell’affrontare il passato di golpe della Turchia. La decisione degli U2 di fissare una tappa del concerto dopo anni di “boicottaggio” proprio in questo periodo stride con il fatto che nel sud est del paese, da alcuni mesi, sono in consistente aumento le oppressioni verso i cittadini turchi di origine curde. Ancor più bizzarro l’incontro con il Presidente che, stranamente, cade pochi giorni prima del referendum e le continue dichiarazioni di apprezzamento di Bono nei confronti di Erdogan durante la performance ampiamente fischiate dai fan del gruppo che, in centinaia, hanno abbandonato lo stadio.

Proprio il giorno del referendum la squadra nazionale di pallacanestro è arrivata alle finali del Campionato Mondiale che si è disputato in Turchia. La nazionale turca non è riuscita a battere gli Statunitensi ma la serata è stata una grande opportunità mediatica per il Presidente. Erdogan, con i suoi Parlamentari ed i Ministri era in tribuna sin dall’inizio della partita e, nelle interviste televisive, lanciava messaggi sull’importanza sia dell’evento  sportivo che del referendum. Un momento di imbarazzo quando il Presidente è salito sul palco per assegnare le medaglie ai giocatori dopo la partita: in quel momento, un nutrito gruppo di spettatori ha iniziato a protestare. I manifestanti sono stati subito allontanati dalla palestra dalle forze dell’ordine e, il giorno seguente, sono stati identificati tramite le telecamere di sicurezza e si sono state aperte delle inchieste.

La chimera di una nuova epoca più democratica e libera per la Turchia ha già iniziato a mostrare i suoi frutti: il Presidente dell’Amministrazione per la Costruzione delle Case Popolari, Erdogan Bayraktar (uno dei più grandi collaboratori a livello internazionale della Nasa Constructions&Trade Inc che costruisce in Iraq, Afghanistan e Turchia le basi militari degli USA), in un’intervista rilasciata pochi giorni fa al quotidianoS o l riguardo a vari dubbi sulla qualità e legittimità delle sue opere edilizie ad Istanbul afferma: “Questo è il periodo migliore per costruire le case ad Istanbul. È difficile trovare delle aree libere per costruire dei nuovi palazzi, quindi la cosa migliore è distruggere quelli già esistenti. Abbiamo dato case pure agli zingari. Il nostro lavoro non può essere più ostacolato da nessuno anche perché noi abbiamo l’appoggio del nostro Presidente del Consiglio, Recep Tayyip Erdogan”.

di Murat Cinar – muratcinar.net

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