Posts tagged ‘Il Giornale’

28 settembre 2012

Parla il giudice: “La vittima sono io, non Sallusti. Fui minacciato per mesi”

Il carcere? Non sta a me stabilire se la legge sia giusta o la pena adeguata. Mi preoccupa che, nel dibattito di questi giorni, nessuno abbia sentito il bisogno di ricostruire i fatti, perché qui la libertà di stampa c’entra poco o nulla”. Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare di Torino che ha ottenuto la condanna di Alessandro Sallusti, abbandona il riserbo degli ultimi giorni e affronta deciso il momento di notorietà che suo malgrado si trova ad affrontare. Ed eccoli, i fatti: “Era il 17 febbraio 2007. La Stampa – racconta Cocilovo – parla di un giudice che avrebbe ordinato a una minorenne di interrompere una gravidanza. Trovo la notizia assolutamente folle e non posso sospettare che parli di me. Lo capisco poi dalle telefonate dei giornalisti e dal pm che apre subito un fascicolo, a cui bastano poche ore per capire che la notizia di reato è inesistente”.

COCILOVO fa semplicemente ciò che la legge gli consente: “La ragazza aveva 13 anni, per l’interruzione di gravidanza è necessario il consenso di entrambi i genitori, ma sono separati e non si intende informare il padre. Io valuto le ragioni addotte e autorizzo la minore a decidere in autonomia, nulla più. Dopo quell’udienza la ragazza avrebbe potuto anche cambiare idea, chiamare il padre e perfino decidere di non abortire più”. Alle 15,30 del 17 febbraio un’Ansa smentisce la notizia e il giorno dopo La Stampa corregge il tiro: “Libero invece – ricorda Cocilovo – se ne esce con tre pagine dedicate alla vicenda del giudice che ordina alla ragazzina di abortire, tra cui quell’articolo violento a firma Dreyfus”. Un noto avvocato torinese contatta il quotidiano allora diretto da Alessandro Sallusti per chiedere una rettifica: “Risposta: ‘Per noi è tutto vero’ – racconta Cocilovo – e chiudono i contatti”.    Sembra impossibile che si possa pensare che un giudice abbia questo potere, ordinare un aborto e coinvolgere in questo disegno perverso ostetriche e ginecologi. Eppure di questo veniva accusato Cocilovo: “Non potevo far altro che querelare. Sarebbe bastata una rettifica, scrivere ‘la notizia riportata il 18/02/2007 a proposito del giudice che ordina l’aborto è falsa. Ce ne scusiamo con i lettori’, ma così non è stato”. Il processo arriva fino in Cassazione: “Prima dell’udienza – racconta il giudice – gli avvocati di Sallusti mi contattano per arrivare a una transazione. Io propongo di devolvere 20 mila euro in beneficenza a Save the Children. Ora leggo che Sallusti sostiene che avrei chiesto nuovi soldi per me. Sorvolo sul carattere ulteriormente diffamatorio di queste affermazioni, tanto le bugie hanno le gambe corte”.

FA MOLTO discutere che un giornalista rischi la galera principalmente per un articolo scritto da altri: “Vero, ma è credibile che il direttore non abbia coordinato la titolazione delle prime tre pagine? Perché il falso era già nel titolo. Era una chiara scelta editoriale. La violenta diffamazione che mi augurava la pena di morte, poi, era opera di un giornalista già radiato dall’ordine di cui si accettava la collaborazione. Bastava dar conto ai lettori dell’errore e tutto questo non sarebbe accaduto”.    Ma allora il carcere è eccessivo? “Non sta a me dirlo, ma questo non è un reato di opinione, è una diffamazione deliberata. Che la notizia fosse falsa era ormai noto, bastava leggere La Stampa. E poi – conclude Cocilovo – vorrei far notare che in tutta questa storia la vittima sono io. Renato Farina ha scritto nome e cognome, sono sull’elenco telefonico, per mesi sono stato minacciato e ho ricevuto telefonate anonime, per una diffamazione volontaria e deliberata. Cosa c’entra questo con la libertà di stampa”?

di Stefano Caselli, IFQ

28 ottobre 2011

Pm ricusato: è nervoso

Come ampiamente previsto, dopo il Giornale e il Corriere, anche Libero che era rimasto fermo un giro è corso a difendere il codicillo ad personam post mortem contra Veronicam inserito nel decreto sviluppo (di Piersilvio e Marina): “La nuova legge sull’eredità la vogliono le aziende” (soprattutto quelle di B.). Poi tutti a elogiare la pensione baby di madama Bossi, che la percepisce da quando aveva 39 anni, ma anche la proposta del padrone di mandare gli altri in pensione a 67. E tutti a stigmatizzare la grave scorrettezza di Fini, che ha ricordato perché Bossi non vuol alzare l’età pensionabile (anzitutto della sua signora): vergogna, tirare in ballo i parenti, si dimetta. A dirlo sono gli stessi che da due anni lo tirano in ballo per l’alloggio affittato dal cognato. Pur di dare sempre ragione al padrone, qualunque cosa faccia o dica o rutti, i suoi trombettieri si venderebbero madre, moglie, sorella e figlia. Ferrara all’inizio stravedeva per Sarkozy, lo chiamava Berlusarkò o Sarkoni, poi quello s’è messo a ridere alla parola “Berlusconi” e allora dàgli ai francesi, che fra l’altro sono tutti froci. E nuvole d’incenso per le figuracce del padrone in mondovisione. Ieri, sul Foglio, Lanfranco Pace lo paragonava a Kruscev all’Onu con la scarpa in mano: “Non sappiamo che farcene delle buone maniere… Meglio il cucù, l’impulso di farsi fotografare ‘ponendo cuernos a Piqué’ (le mitiche corna al vertice di Caceres, ndr), tirare fuori il kapò… la gaffe, la battuta da caserma, lo scandalo birichino… Viva lo sberleffo, la piazzata… il gesto stravagante, clamoroso”. Un po’ come il rogo di Primavalle e i gesti stravaganti, clamorosi dei Co.co.ri di Pace, Morucci, Piperno, Maccari: le risate. Ora bisogna prepararsi alle future battaglie stravaganti, clamorose. Per esempio quella per giustificare il padrone che al processo Mills non si farà interrogare perché, spiega l’on. avv. Longo, “il Presidente risponderebbe pure, ma non a un pm nervoso come il dottor De Pasquale”. Ecco una nuova regola da inserire nella riforma epocale della giustizia. Non solo il pm non dev’essere comunista, giustizialista, golpista, cancro da estirpare, antropologicamente diverso dal resto della razza umana, né tantomeno animato da accanimento giudiziario (chi indaga su B. deve lavorare svogliatamente, con levità e spensieratezza, usando la mano sinistra, mentre gioca a battaglia navale): ma soprattutto non deve essere nervoso. Altrimenti peggio per lui: non ha diritto di interrogare il premier. Il fatto che i pm possano essere innervositi dalle carrettate di insulti subìti in questi anni, dalle mazzette pagate ai e alle testimoni perché dicano il falso, dalla vagonata di leggi fatte apposta per mandare in fumo indagini e processi, per cancellare i reati, per estinguere i dibattimenti in anticipo con la ex Cirielli, la prescrizione breve e il processo lungo, o per sfuggire alla Giustizia con i lodi Schifani e Alfano, coi legittimi impedimenti e anche con quelli illegittimi, coi conflitti di attribuzioni e così via, non rileva. Il pm dev’essere sereno a prescindere. E come si fa a stabilire se è nervoso? Decide l’unico dominus del processo: l’imputato. Viene in mente lo sketch di Corrado Guzzanti nei panni del mafioso in gabbia che si fa portare i tre giudici: “Chillu altu non mi piace, tiene la faccia di minchia, prevenuta, ha già la sentenza in testa, non mi convince. Fuori. ‘U sigalignu si girasse e facesse vedere i mani… No, non mi piace, tiene le mani prevenute, è un minchia, un quacquaracquà, che mi rappresenta? Fuori. Puro le femmina non mi piace, picchì intantu è fimmina, poi tiene i capelli rossi, prevenuti. Se ne può andare… Ma è proprio l’ambiente che non mi piace, voglio cambiare città, chiedo di essere giudicato a Honolulu”. Era il 2002, ai tempi della legge Cirami sul legittimo sospetto. E Corrado pensava di scherzare. Invece stava solo anticipando di dieci anni il prossimo editoriale unificato di Sallusti, Belpietro, Minzolingua e Ferrara.

di Marco Travaglio, IFQ

14 ottobre 2011

Segugi, dura la vitola

Massima solidarietà ai segugi del Giornale e di Libero, dopo la decisione del gip di Bari di confermare il mandato di cattura per Valter Lavitola. Mestiere usurante quant’altri mai, quello del segugio berlusconiano. Non consente ferie né riposi settimanali, vista l’attitudine a delinquere del padrone, che non si ferma mai, nemmeno di domenica e feste comandate. E impone addestramenti da truppe lagunari, viste le continue piroette, contorsioni, salti mortali carpiati con avvitamento e arrampicate sugli specchi che richiede h24. Ricapitoliamo. A settembre il gip di Napoli Amelia Primavera ordina la cattura di Lavitola e Tarantini, accusati dai pm Greco, Curcio e Woodcock di avere ricattato B. I segugi di B., sentiti i legali di B., si scatenano: il ricatto a B. non sta in piedi perché sia i ricattatori sia il ricattato negano il ricatto. Risate sullo sfondo. I pm convocano B. come testimone-vittima del ricatto e, siccome B. non si presenta e manda un memoriale, minacciano l’accompagnamento coatto. I segugi di B., sentiti i legali di B., strillano: B. non dev’essere convocato come teste, semmai come indagato, dunque con la facoltà di non presentarsi e non rispondere. Risate sullo sfondo. A furia di sentire B. e i legali di B. dire che B. dev’essere indagato, il Tribunale del Riesame l’accontenta: la Procura deve indagarlo per aver pagato Tarantini per indurlo a mentire ai pm di Bari. I segugi di B., sentiti i legali di B., tuonano: abbasso il Riesame che vuole perseguitare B. con un’altra falsa accusa, e comunque del caso non deve occuparsi la Procura di Napoli, ma quella di Roma. Il gip Primavera legge il memoriale di B., lo prende per buono, e stabilisce che i pagamenti a Tarantini e Lavitola sono avvenuti a Roma, dunque l’inchiesta passa a Roma. I segugi di B., sentiti i legali di B., esultano: il gip Primavera, che aveva firmato gli arresti e sposato la tesi del ricatto dunque era stata crocifissa assieme ai pm, diventa un’eroina che dà torto ai pm e manda finalmente l’inchiesta nella Capitale dove, visti certi precedenti, riposerà in pace in saecula saeculorum. Intanto però il Riesame dice che la competenza è di Bari, dove Tarantini prezzolato da B. ha reso le sue deposizioni farlocche. I segugi di B., sentiti i legali di B., spargono altro incenso: viva il Riesame e viva Bari, che adesso è una garanzia, Laudati sii mi procuratore. Bari non tradisce le attese: indaga Lavitola per aver indotto Tarantini a mentire su B., ma si guarda bene dall’indagare anche B. e, quel che è meglio, chiede al gip di revocare il mandato di cattura per Lavitola per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. I segugi di B., sentiti i legali di B., srotolano le lingue felpate, a pennello. Olindo Sallusti, vedovo Rosa, titola sul Giornale: “L’inchiesta su Silvio? Una bufala. Revocato l’ordine di cattura per Lavitola… Sarebbe ora di cacciare certi magistrati e mettere alla berlina certi giornalisti”. Chiocci e Di Meo: “Crolla il teorema Woodcock: Lavitola non va arrestato”. Libero: “Sberla ai pm, Lavitola non va arrestato”. Dunque non era vero niente: B. non ha mai detto a Lavitola di restarsene all’estero, non ha mai allungato 800 mila euro in nero a Gianpi e Valterino, le telefonate intercettate non sono mai avvenute. Tutto è bene quel che finisce insabbiato. Già che ci sono, i segugi di B., sentiti i legali di B., preparano l’elenco delle cose da fare per gli ispettori di Guitto Palma e Arcibaldo Miller, perché prendano meglio la mira sui pm napoletani e sull’ex pm barese Scelsi, quello che osava indagare. Nella foga di leccare il grande capo Culo Flaccido, i poveretti trascurano un piccolo dettaglio: sui mandati di cattura non decide il pm, ma il gip. E ieri che ti fa il gip? Respinge la richiesta del pm di revocare l’arresto di Lavitola. Il pm, come lo scolaretto dietro la lavagna, è costretto a chiedere un nuovo arresto. Come dice Zio Tibia, “sarebbe ora di cacciare certi magistrati e mettere alla berlina certi giornalisti”. Tipo lui, per esempio.

di Marco Travaglio, IFQ

29 giugno 2011

Socrate era un gatto

Proseguono gli scoop degli instancabili segugi di Libero e del Giornale. In stereofonia. Alessandro Sallusti, sul Giornale, attacca i magistrati milanesi che paragonano villa B. a un bordello e accettano come parti civili due miss reduci da un’elegantissima serata arcoriana. “Due ragazze – scrive zio Tibia – una delle quali con precedenti esperienze di sesso a pagamento, riescono a farsi invitare a una serata ad Arcore”. E chissà quanto devono aver penato, le poverette, visto che com’è noto villa San Martino è letteralmente sigillata per impedire l’infiltrazione di belle ragazze. Si saranno intrufolate dal condotto di aerazione. Ma ora Olindo ha la prova del nove che smentisce il “bordello”: una delle due ospiti di Arcore “si prostituiva” quand’era ancora minorenne. Noi, nonostante i nostri rapporti organici con la P4, non sappiamo se sia vero. Ma, se fosse vero, cosa salta in mente a Sallusti di sbattere la notizia in prima pagina? Se non l’ha già fatto Ghedini, ci permettiamo di fargli osservare che la presenza di una prostituta in più ad Arcore non è un alibi, ma un’aggravante per il padrone. Al quale suggeriamo di pregare Sallusti di astenersi dal difenderlo ancora: un altro paio di alibi così, e B. si becca l’ergastolo. Il guaio è che Olindo ha seri guai con la logica aristotelica: per attaccare la Procura di Milano, la chiama “magistratura etica” (forse non sa che etica vuol dire morale, corretta, perbene; o forse, dalle sue parti, questi sono insulti sanguinosi). Poi aggiunge: “Cosa ne sa un magistrato di bordelli? Quando la sera un Pm si ritira a casa sua con l’amica che magari cambia ogni settimana, la sua abitazione come la si definisce? Commette un reato o semplicemente esercita a suo modo le libertà fondamentali e individuali, comprese quelle di divertirsi e fornicare?”. Eppure è tutto molto semplice: il Codice penale punisce chi sfrutta e favoreggia la prostituzione, ma pure gli utilizzatori finali di prostitute minorenni, ai quali un “pacchetto sicurezza” di B. ha persino aumentato le pene. Non sappiamo a quale pm con “amica” alluda Sallusti, ma ce ne sfugge l’attinenza al tema trattato: se una maggiorenne va a letto con un pm senza esservi costretta o pagata, non c’è alcun reato né alcun bordello. Sono concetti elementari, accessibili anche a persone di media intelligenza: ci rifiutiamo di credere che nella redazione del Giornale non ci sia nemmeno un usciere in grado di spiegarli, magari con l’ausilio di qualche disegnino, al direttore. Ma ecco lo scoop di Libero, che non vuol essere da meno del Giornale. L’altroieri Olindo aveva scoperto che la madre di Woodcock e quella di Sandro e Guido Ruotolo erano amiche. Pronta la risposta di Filippo Facci che, tornato in prima pagina dopo la quarantena imposta da Feltri (“cestinare un pezzo di Facci non è censura, è un’opera buona”), sfodera l’argomento decisivo per la “separazione delle carriere dei magistrati”. Un fatto gravissimo: “Un gip di Milano sta per rientrare dalla maternità, e chi è il padre? Un pm di Milano, suo compagno”. Ergo – domanda quel diavolo d’un Facci – “come può un giudice essere indipendente dal padre di suo figlio?”. La stessa questione si pone quando un magistrato si fidanza con un avvocato. E di solito viene risolta evitando che il magistrato si occupi di processi seguiti dall’avvocato. Anche perché le carriere di avvocati e magistrati sono già separate. Invece, per l’aristotelico Facci, contro il fidanzamento fra un gip e un pm non c’è altro da fare che separare le carriere di tutti i giudici da quelle di tutti i pm. Il ragionamento ricorda il falso sillogismo di Ionesco: “Tutti i gatti sono mortali; Socrate è mortale; dunque Socrate è un gatto”. Ora qualcuno potrebbe domandare a Facci, magari sotto il casco del coiffeur: scusa, caro, ma se le carriere di giudici e pm fossero separate, sei proprio sicuro che quel pm non avrebbe messo incinta quella gip? Non è che, niente niente, confondi la separazione delle carriere con la contraccezione?

di Marco Travaglio, IFQ

3 maggio 2011

Il figlio drogato

Non è vero che leggere Il Giornale e Libero sia inutile. Anzi, è un divertente gioco di società: ricchi premi a chi trova una notizia vera. A volte qualcuna scappa anche a loro, per sbaglio. Ma la nascondono bene. L’altro giorno il Giornale pubblica un’impeccabile cronaca sull’indagine aperta dal Csm sul caso Ciancimino. Peccato che il titolo dica: “Anche il Csm sbugiarda Ingroia”. Il Csm, avendo appena iniziato a indagare, non ha sbugiardato nessuno. E quell’“anche” fa intendere che altri abbiano “sbugiardato” Ingroia, che invece non è stato sbugiardato da nessuno, ma è stato proprio lui a sbugiardare Ciancimino facendolo arrestare su due piedi per un documento falso. Altro esempio: Masi incassa una buonuscita supplementare dal Corriere, che in un’intervista imbarazzante (soprattutto per il Corriere) gli lascia raccontare una balla sesquipedale: “Santoro fa lo spiritoso. Ma non lo era l’estate scorsa quando trattava con me un contratto-quadro da 14 milioni”. Naturalmente la cifra non era per Santoro, ma per produrre 14 docufiction di prima serata (che su Rai2 costano in media 1 milione a puntata). Ma né Masi né il Corriere lo precisano. L’indomani Libero rilancia: “Santoro voleva 14 milioni… le pretese del teletribuno”. Pretese? E perché, se le riteneva scandalose, Masi le soddisfece firmando un pre-contratto che sarebbe divenuto esecutivo se Santoro non l’avesse fatto saltare quando Garimberti confermò Annozero? Ormai Libero esce solo per tentar di smentire gli scoop del Fatto (con i risultati che si son visti sul caso Ceroni-ceffoni). L’altro giorno Antonio Massari rivela che Pisanu ha smontato le accuse mosse dal Ros e da un paio di incauti pm romani a Genchi e De Magistris, imputati per aver acquisito tabulati di alcuni deputati, tra cui Pisanu, senz’autorizzazione della Camera: la presunta vittima Pisanu assicura che nessun tabulato di telefoni in uso a lui è stato acquisito in “Why Not”. L’indomani un geniale segugio di Libero scrive che “il Fatto si incarta da solo” perché la moglie di Pisanu ha dichiarato che fu acquisito il tabulato di un cellulare “in uso esclusivo a me”. Ma pensa un po’: hanno acquisito il tabulato della moglie. Embè? A Libero son convinti che le mogli e i parenti dei deputati godano, per contagio, dell’immunità degli onorevoli congiunti. Sempre più nervoso da quando abbiamo ricordato che fu Panorama diretto da lui a prendere per buone le rivelazioni di Ciancimino, Belpietro ci dedica attenzioni degne di miglior causa. Domenica ha recensito il mio nuovo spettacolo senz’averlo visto (l’aveva già fatto sul Giornale il povero Mario Cervi, addirittura prima che andasse in scena). E, non sapendo di che si tratta, ha scritto che è “il solito copione di un Montanelli tenacemente nemico del Cavaliere”, mentre quello anticomunista l’avrei occultato per non esserne “disturbato” (infatti, al centro dello spettacolo, c’è la cronaca montanelliana della repressione sovietica a Budapest, a.d. 1956: ma forse, per Belpietro, anche lì c’entrava il ventenne Silvio). E così, con comprensibili sforzi, “ho deciso di rileggermi i fondi del vecchio Indro, quelli del Giornale e i precedenti” (cioè a ritroso dal 1973 al 1948, quando Montanelli stava al Corriere). L’acuto direttore a sua insaputa ha così scoperto, non senza qualche ernia al cervello, che Montanelli ogni tanto criticava il Csm; una volta se la prese col pm Felice Casson e un’altra con Camilla Cederna; disse che la Costituzione “non è intoccabile” e che il sistema fiscale italiano è “assurdo”. Roba grossa. Ergo “il vero erede di Indro è Berlusconi”. Chissà se, nelle sue titaniche letture, Belpietro s’è imbattuto in quel brano di Montanelli a proposito del suo fu Giornale, allora vicediretto da Belpietro: “Non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere” (Corriere della sera, 12 maggio 1995). Sono soddisfazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

21 aprile 2011

Abrogare Aristotele

Anziché affannarsi a riscrivere questo o quell’articolo della Costituzione, B. e i suoi trombettieri farebbero prima ad abrogare per decreto il principio di non contraddizione. Ciò che li frega è la Logica aristotelica, per cui se A=B e B=C, C=A. Per quanti sforzi facciano, non riescono proprio a starci dentro. Ieri il Giornale di Olindo Sallusti esibiva in prima pagina un sapido commento di Mario Giordano, dal titolo: “Montezemolo ha già scelto: sta con Travaglio”. La tesi è tanto semplice quanto demenziale: “Il Fatto nasconde in una breve il processo per abuso edilizio ad Anacapri a carico del presidente Ferrari, e questi in cambio ‘presenta il suo progetto politico sul Fatto che dimentica il giustizialismo e si traveste da mensile patinato’ trattandolo con ‘affettuosità e magnanimità’”. Il pover’uomo forse ignora che la notizia del processo per i presunti abusi ad Anacapri l’ha data proprio il Fatto, in prima pagina, grazie a uno scoop del nostro Vincenzo Iurillo. Il Giornale intanto non sapeva, o se sapeva dormiva: meglio tenersi buono Montezemolo, vedi mai che entrasse in politica rubando voti al padrone. Ora che pare abbia deciso, la notizia vecchia di mesi finisce in prima pagina sul Giornale, così Montezemolo impara a dar fastidio a B. Segue lezioncina di buon giornalismo a noi che l’abbiamo scovata e svelata per primi. Naturalmente Montezemolo non ha mai “scelto il Fatto” per “presentare il suo progetto politico”. Semplicemente chi scrive, qualche giorno fa a Exit, ha rammentato che il conflitto d’interessi non ce l’ha solo B. Ce l’avrebbe anche Montezemolo, con tutti gli incarichi che ricopre, se entrasse in politica. L’indomani il manager ci ha telefonato in redazione per precisare che “ove mai entrassi in politica, metterei in un blind trust le mie azioni Ntv (la società fondata con Della Valle per treni superveloci, ndr) o le venderei a un altro socio”. L’avrebbe detto a chiunque gli avesse contestato il potenziale conflitto. Se l’ha detto a noi è perché noi gliel’abbiamo contestato. Se non l’ha detto al Giornale è perché al Giornale, comprensibilmente, la parola “conflitto d’interessi” è come “bunga-bunga”: proibita. Se qualche redattore se la lascia scappare, il correttore automatico la cancella. Ma questi ragionamenti semplici, elementari, comprensibili anche da un bambino un po’ tonto, da quelle parti non hanno cittadinanza. Del resto, sono giorni che gli house organ della Banda Larga martellano Fini perché ha incontrato i vertici dell’Anm, autorizzando così il sospetto di “collusione con la magistratura”: finirà che il presidente della Camera dovrà incontrare Totò Riina per dissipare l’infame sospetto e far contento il premier. Gli stessi trombettieri massacrano la Bindi perché ha dato del “piduista” a Cicchitto, tessera P2 n. 2232, fino a farle ammettere di aver un po’ “esagerato”. Intanto Pierluigi Battista, che non ha scritto una riga contro B. che dà dei “brigatisti” ai magistrati milanesi, seguita a massacrare Asor Rosa perché ha invocato la forza pubblica per rimuovere B. e, non contento degli amorevoli moniti di Pigi, ha ribadito il concetto del “golpe democratico”. Il che – per Cerchiobattista – è indice di “sfiducia nelle virtù del voto” e dell’“incapacità della sinistra di comprendere le ragioni delle sue molteplici e reiterate sconfitte” attribuite “alla cattiveria del Nemico o alla decadenza antropologica di un elettorato irretito dal grande ciarlatano”. Forse l’acuto tuttologo del Pompiere dimentica che B. siede abusivamente, illegalmente in Parlamento e dunque al governo da 17 anni, essendo sempre stato ineleggibile in quanto concessionario pubblico. E ciò in virtù di una legge fatta non da Asor Rosa, ma da Mario Scelba (Dc): la n. 361 del 1957. Le elezioni sono una splendida cosa, ma B. non avrebbe mai potuto parteciparvi. Dunque non avrebbe mai vinto, salvo rinunciare alle concessioni tv. Ergo non avrebbe mai vinto, punto. È abbastanza chiaro o serve un disegnino?

di Marco Travaglio, IFQ

11 marzo 2011

L’assalto mediatico a Bocchino, ultimo nemico pubblico di B.

Se per due giorni di seguito sia Libero che Il Giornale ti dedicano la prima pagina (e una intera dentro il quotidiano) qualcosa vuol dire. Se per mesi finisci nel titolone come un bersaglio fisso, un motivo ci deve pur essere. C’è qualcosa di interessante nell’epifania mediatica rovesciata e nell’assurgere di Italo Bocchino a nemico pubblico del centrodestra italiano, in un corollario di polemiche giornalistiche, denunce per stalking (dell’interessato) e nell’appendice collaterale di una disputa d’onore al coltello con (l’ex) amico di un tempo Roberto D’Agostino. Lo stereotipo a cui Bocchino viene crocifisso dalla stampa di ispirazione berlusconiana (la contesa con il sito del re del gossip ha implicazioni diverse e più complesse) è quello del “Giuda”, del “rinnegato”, del “traditore infame” (se non del corrotto arricchito con pubbliche commesse). Un politico che, in questa iconografia dilatata, diventa addirittura artefice del peccato originale, se è vero che Il Giornale   lo imputa persino per essere stato l’uomo che ha “soffiato” a Dagospia (nientemeno!) la notizia delle notizie, quella della festa a Casoria in cui Silvio Berlusconi andò a visitare Noemi Letizia.    PER Il Giornale quella soffiata è come la cacciata dall’Eden, lo sfregio inemendabile al berlusconismo, che già in sé giustifica il calvario successivo. Allo stesso tempo va detto che la denuncia di Bocchino per stalking giornalistico non ha precedenti giuridici, e che se la campagna contro di lui non avesse dei contorni di accanimento quasi grottesco, potrebbe persino suggerire domande sulla liceità di una risposta giudiziaria a una campagna di stampa. Ieri Vittorio Macioce scriveva: “Non nominare il suo nomeinvano”,conilcorredodi36 foto dei cronisti martiri vittima della denuncia. Ma Il Giornale ha pubblicato anche la nota minuziosa dei rimborsi a cui aveva diritto da capogruppo, lo ha accusato di voler fare le scarpe a Fini, lo ha ritratto   come un ras violento e arrogante, scavando nei dissidi interni al partito con metodo. Maurizio Belpietro ha sparato in prima pagina il titolo più surreale probabilmente più scioccante della sua gestione (“Bocchino amaro”), ed entrambi i giornali (a partire dal Giornale quando era diretto da Vittorio Feltri) hanno trasferito ed esteso la battaglia “anti-italica” (nel senso di Italo) all’intera famiglia. Per non essere da meno Chi pubblicò in piena estate una foto di Bocchino in t-shirt che parla sulla piazzetta di Capri con Paolo Mieli nemmeno fossero le prove di un complotto giudaico massonico (“Ecco i consiglieri segreti di Fini!”), il che doveva far presagire che o Mieli o Bocchino erano cortesemente tallonati (o “attenzionati”) da paparazzi volenterosi, il gossip sulla presunta relazione con Mara Carfagna diventa una clava contudente (da cui persino la ministra viene sollecitata a emanciparsi con intervista “riparatrice”   ). E siccome nel sistema di comunicazione berlusconiano tutti i vasi sono comunicanti, persino su Canale 5, nel contenitore apparentemente svagato di Kalispèra, il vicepresidente di Fli è stato irriso – nientemeno! – per una comparsata cinematografica giovanile, quando (poco più che ventenne) accettò di recitare un ruolo da cameriere ne La bruttina stagionata: un cammeo in uno dei film prodotti dalla moglie, e faceva una certa impressione assistere alla spensierata gogna signoriniana che quella particina – a vent’anni di distanza – poteva produrre. Ma siccome Bocchino non ha proprio il physique du rôle della povera vittima, bisogna anche aggiungere che l’uomo macchina di Fini conosce bene questo meccanismo e in parte lo ha anche sfruttato, se è vero che adesso approfitta della sua nuova aura mediatica per fare il   saltoinserieA,eagiornisiprepara a provare la scalata alla classifica con la sua autobiografia politica (“Una storia di destra”) che la Longanesi ha deciso di mandare in Libreria con una tiratura-monstre (20 mila copie, quella da cui di solito parte un ottimo best-seller italiano   ). Vuole diventare primo in classifica e potrebbe persino riuscirci con la sua “Storia di destra”, prefatta dall’amico (oggi separato dall’antifinismo) Pietrangelo Buttafuoco. Ma detto questo, la domanda rimane. Perché proprio lui, e perché con tanta violenza? La prima risposta è semplice: evidentemente perché sta sulle palle a Silvio Berlusconi. Il che non toglie la   libertà di iniziativa dei direttori interessati, ma di sicuro spiega che c’è un mood, un comune sentire su cui riposa l’assalto.    LA SECONDA risposta forse è più complessa. È come se il possente apparato comunicativo del Cavaliere avesse un continuo bisogno di carne fresca. Serve come il pane un nemico pubblico da additare   agli elettori-tifosi, e Bocchino ha la massa critica e la presenza scenica per interpretare il ruolo. Era amico di Belpietro, per dire, ma questo non gli ha risparmiato gli strali. In fondo, il meccanismo di generazione del nemico, nel-l’immaginario berlusconiano, segue degli stilemi molto comunisti e molto “sovietici”. La necessità fisiologica nel nemico esterno per   quadrare le proprie legioni, produce “il Kulako”, il traditore, il servo dei complottatori, esattamente come l’immaginario staliniano aveva bisogno di queste figure fino ad arrivare all’invenzione. L’ultima risposta, invece, è di tipo per così dire “tecnico”. Bocchino viene da dentro il sistema e quindi ne conosce i talloni d’Achille e i punti deboli. Mentre gli uomini del centrosinistra cedono come ricotte ai guastatori del Cavaliere, Bocchino è sempre all’attacco. Restò memorabile la sua battuta sulle povere vittimelle dell’Olgettina a Ballarò (“Ma fra queste beneficiate dalla generosità di Berlusconi non ce n’è nemmeno una che abbia sessant’anni). Non meno ficcante è stato il duello a In Onda (finito ovunque su Youtube) in cui, ospite del mio programma, Bocchino per un’ora esatta ha continuato a bersagliare Sallusti con una domanda (rimasta senza risposta): “Perché non dici quanto ti pagano per fare il killer?”. La polemistica anti-italica (nel senso di Italo), dunque, è destinata a pareggiare   quella anti-finiana. Perché nel duello senza tregua, gli highlander di B. non conoscono la tregua. Come suona bene, in bocca a Sallusti, la belligerante battuta di Cristopher Lambert: “Alla fine ne resterà uno solo”.

di Luca Telese – IFQ

Sallusti e Feltri visti da Manolo Fucecchi mentre si divertono col bersaglio Bocchino. In alto D’Agostino

 

15 febbraio 2011

Bufala Bill

A furia di insistere, gli sconvolgenti scoop del Giornale e di Libero, uniti alle manifestazioni di Mutanda Ferrara e Crudelia Santanchè, sortiscono i primi effetti: secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica, il 59% degli italiani è convinto che B. è colpevole, il 20 che è innocente e il restante 20 non sa. Ma gli sforzi dei signorini grandi firme convinceranno presto anche gli incerti. Un mese fa Belpietro rivelò che una escort era pronta a dimostrare di aver fatto sesso a pagamento con Fini; e che un supertestimone era pronto a giurare che ad Andria si stava organizzando un falso attentato a Fini per incolparne il solito B. Ora la escort è stata incriminata per essersi inventata tutto e il supertestimone ha confessato di essersi inventato tutto. Perché si fossero rivolti proprio a Belpietro, detto anche Bufala Bill dopo la storia tragicomica del presunto attentato sventato dal suo caposcorta, è inutile spiegarlo: si sa che a Libero non si butta via niente. Per non essere da meno, ieri il Giornale ha piazzato altri due colpi da maestro. Dopo “gli amori segreti della Boccassini” (nel 1980 aveva un fidanzato giornalista e, di tanto in tanto, lo baciava, dunque B. è innocente); dopo gli altarini di Catherine Spaak (“esordì diciassettenne nel film La voglia matta vietato ai 14” dove “il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei, la sua frangia e il suo bikini”, dunque non può indignarsi per i   bungabunga, dunque B. è innocente); dopo le foto di Noemi e dell’amica Roberta vestite da orsoline a Villa Certosa (dunque B. è innocente), lo zio Tibia sfoderato un altro titolone coi fiocchi: “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico). Non è Berlusconi”. E chi sarà mai? La foto sfocata di tre giovani con una strisciolina nera sulle pudenda potrebbe ingannare, ma la didascalia non lascia dubbi: “Un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti di Capo Rizzuto”. Uno scoop mica da ridere: “Foto imbarazzante di Vendola… difendeva la libertà sessuale, ora lo acclamano come paladino dell’etica… Sinistra in piazza, ma l’unica foto scandalo è quella del suo Vendola”. Capìta la doppia morale della sinistra in piazza? Un milione di persone difende la dignità della donna e intanto 32 anni fa Vendola se ne stava nudo in una spiaggia di nudisti. Poi dicono che non ci sono più le inchieste di una volta. Ma ecco il secondo scoopone: Claudia Mori, pure lei in piazza, “nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo sotto una cascata d’acqua: trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”. La logica è stringente, non si scappa: la Mori non deve permettersi di manifestare per la dignità delle donne e B. è innocente. E che dire di Francesca e Cristina Comencini che organizzano la protesta delle donne, dimenticando che il padre Luigi pervertì   intere generazioni con un Pinocchio televisivo ad alto contenuto erotico? Che ci faceva la pornofata turchina con quel burattino dal naso di legno che si allungava e si accorciava? Immaginiamo la calca nella redazione del Giornale in questi giorni febbrili: segugi da riporto e da compagnia trafelati davanti all’uscio di Sallusti brandiscono prove sempre più schiaccianti dell’innocenza del padrone e dell’incoerenza della sinistra. Molto richiesta la foto di Rosy Bindi nel giorno della prima comunione con un abitino da suora molto osè che lascia scoperte le caviglie. Vale oro Susanna Camusso ritratta a un corteo di metalmeccanici in una tuta blu che fa intravedere curve molto pericolose e manda in tilt un’intera catena di montaggio, con gravi danni alla produzione. Quotatissimi i dagherrotipi giovanili che immortalano Di Pietro all’asilo con il dito nel naso, il piccolo Bersani sul fasciatoio col pistolino di fuori infarinato di borotalco e un baby D’Alema già baffuto e occhieggiante con sguardo lubrico e la nurse che lo impomata con la pasta di Fissan. Titolo: “Incastrati! I moralisti senza morale della sinistra, ecco le prove. Dov’era la Boccassini?”.

di Marco Travaglio – IFQ

28 gennaio 2011

Il Giornale, disperato, tira fuori le effusioni pubbliche con un suo fidanzato del 1982, “giornalista di sinistra”

Alessandro Sallusti all’attacco di “Ilda la rossa” con la baionetta fra i denti. Ovvero: la saga del giornalismo vendicativo 6.0, l’ennesimo capitolo del “trattamento Boffo” (Stracquadanio dixit) che il direttore più fedele al Cavaliere ama riservare ai suoi nemici. “Amori privati della Boccassini”, strillava Il Giornale ieri in prima, come se avesse sorpreso la pm della Procura di Milano in qualche lupanaio, o in una macchina oscurata dai fogli di giornale. Peccato che solo passando a pagina due e tre, si scopra di quale enorme e ridicola bolla di sapone si tratti, e si può intuire con quale imbarazzo due importanti firme del quotidiano di via Negri si siano ritrovati a rimestare bufale di terza mano. Già, perché il crimine denunciato dal giornale è questo. “Nel 1982 la Boccassini venne sorpresa in atteggiamenti amorosi con un giornalista   di Lotta continua. Davanti al Csm si difese come un paladina della privacy”. Bisogna invece addentrarsi nella giungla di piombo delle due lenzuolate dedicate al caso per scoprire la prima verità che i titolisti si sono sforzati di occultare. Ovvero: la Boccassini a Palazzo de’ Marescialli venne assolta. E subito dopo, che la motivazione della sentenza non lasciava adito a dubbi: la prima sessione   del Csm ritiene che il comportamento della dottoressa Boccassini non abbia determinato alcuna “eco negativa” né all’interno, né all’esterno degli uffici giudiziari, come provano le attestazioni dei colleghi della procura. La terza verità, tanto per non lasciare margini all’ambiguità   , la possiamo raccontare noi. L’altro protagonista delle “effusioni amorose” non era un animatore di serate Bunga Bunga, ma il ragazzo con cui all’epoca la giovane magistrata (oggi ha 62 anni) era ufficialmente fidanzata. E quel giornalista ora lavora al Sole 24 Ore. E basta leggere le stesse carte presentate come prove del misfatto da Gian Marco Chiocci per rendersi conto che tutta l’accusa sembra tratta da qualche commedia di costume della commedia all’italiana: rapporti di marescialli, maldicenze, un pezzo di bacchettonismo del paese bigotto che negli anni Settanta era ancora presente nella Pubblica amministrazione.   Ma allora perché un boomerang di queste proporzioni? Non certo per una mossa sprovveduta, ma piuttosto per un calcolo scaltro, che prescinde anche dall’ondata di solidarietà corale che si è sollevata in difesa della magistrata. In difesa della Boccassini, infatti, ieri c’è stata una difesa fortissima. Luca Palamara ha commentato: ”Il metodo ‘Mesiano’ non ci intimidisce e non ci intimidirà: come Anm esprimiamo solidarietà ai colleghi di Milano e alla Boccassini che ha ricevuto un attacco di inaudita gravità da Il Giornale per la sola ‘colpa di applicare la legge come prevede la Costituzione”. E il Procuratore capo di   Milano, Edmondo Bruti Liberati – il procuratore della Repubblica di Milano ha espresso “pieno sostegno e apprezzamento nei confronti dei colleghi coassegnatari del procedimento”. E ha fatto sapere di aver assunto la “piena responsabilità dell’inchiesta”, denunciando “le campagne di denigrazione e l’attacco personale si qualificano da soli”.

MA IL PRIMO postulato del giornalismo vendicativo è: masciariate, mascariate, qualcosa resterà. Bisogna prima di tutto colpire, e spiegare agli avversari del premier che nulla verrà loro risparmiato. E poi bisogna sollevare una nuvola di polvere grande, perché comunque può confondere le acque. E così dopo le bastonate al direttore di Avvenire Boffo, dopo le bastonate a Fini, dopo le riflessioni sui calzini del giudice Mesiano, dopo quelle a Italo Bocchino e alla sua compagna Gabriella   Buontempo, dopo le stilettate a Di Pietro (per una vicenda poi archiviata), a Veronica Lario (la famosa prima pagina “Velina ingrata” e lo “scoop” del bodyguard), dopo la foto di due soli giorni fa per sputtanare Nichi Vendola (nientemeno che la foto – udite udite! – un bacio sulla guancia ricevuto da un gay con la barbetta al gay pride!) è arrivata l’ultima stoccata. Notizie spesso dopate, o vecchie, o   addirittura non notizie. Ma che tutte insieme puntano a costituire una cornice, un clima, un ammonimento, un rumore di fondo: “Sono tutti   uguali e pretendono di fare la morale a Berlusconi”.    Ebbene, per sfortuna di Sallusti, sarà difficile trovare fra gli avversari di Berlusconi, qualcuno che sia sfortunato quanto lui, circondato di mantenute e di finti-amici parassiti come lui.    E per sfortuna del Giornale, anche la carriera della Boccassini male si presta a mascariazioni, ingiurie e quadri a tinte fosche. Se non altro perché i   giornalisti del quotidiano di via Negri in questo caso sono sfortunati. Solo quattro anni fa, infatti, nel febbraio del 2007, proprio la stessa Pm, oggi accusata di faziosità o di immoralità, fece arrestare (insieme a uno dei migliori giudici italiani, Guido Salvini) un commando di quindici brigatisti che stava organizzando attentati. Contro chi? Contro la sede di Libero, giornale all’epoca diretto da Sallusti e da Vittorio Feltri. E quale era l’altro obiettivo nel mirino? Botteghe Oscure? Macché, la sede di Mediaset. Feltri, che aveva vergato pagine e pagine per dire che “Con la Boccassini non salirei nemmeno in ascensore!”, fu costretto a un repentino voltafaccia: “Il merito della magistratura italiana, nelle persone della Boccassini e Salvini, permette un brindisi al posto di qualche funerale”. Questo non impedì ai quotidiani di centrodestra di archiviare rapidamente   tanta commossa riconoscenza: “È come la Fiom”, “È una ammazza-sentenze”, “Conduce abusivamente l’inchiesta”.    Ha commentato Marco Travaglio su L’espresso: “Ma non era bravissima? Appunto. Ha messo d’accordo le Brigate rosse e quelle azzurre”.

di Luca Telese – IFQ

21 gennaio 2011

Clamoroso: Ruby al Giornale

Caro Cavaliere, non ci siamo. Quali Suoi fedeli consiglieri dell’ultim’ora, vorremmo metterla in guardia dagli spin doctor che lei si ostina a mandare in giro per giornali e tv. Abbiamo letto con sgomento la formazione-tipo dei signorini grandi firme convocati ad Arcore per organizzare “il contropiede micidiale”. Oltre appunto a Signorini, Mulè di Penorama, Sallusti del Geniale, Crippa di Mediaset, Currò di Fininvest, oltre ai figli meno dotati (Pier Silvio, Marina e Luigi). Un trust di cervelli mica da ridere. Un concentrato di neuroni da Accademia delle Scienze. Mancavano persino Fede, Vespa, Vinci, Mimun, Minzolingua, Belpietro e Rossella O’Hara, che è tutto dire. Risultato. Signorini, a Kalispèra, manda in onda l’ostensione di Ruby travestita da Maria Goretti che lacrima come una madonna di Civitavecchia, talmente fedele alla linea del “raccontare cazzate e passare per pazza” che sullo sfondo si sentono le risate dei cameramen. Libero, che bada al sodo, cioè alle vendite, spara venti pagine al giorno di verbali, salvo poi spiegare col povero Facci che c’è “il segreto istruttorio” (abolito nel 1989).   Belpietro chiama B. “vecchio porco” e Feltri definisce le sue gesta “porcellate”, poi incita il Cainano al suicidio, cioè “ad andare subito alle elezioni” (magari a marzo, in contemporanea col rito immediato, mentre in tribunale sfilano le escort). Vespa ospita la Gelmini che giura come alle cene di Arcore si discuta “della salvezza dell’Alitalia” (le hostess stanno sotto coperta), tant’è che alla fine perfino l’insetto è costretto a prendere le distanze. A-lesso Vinci, a Matrix, è talmente prono a tutto da far infuriare financo un ragazzo bene educato come Severgnini. Menzognini, poveretto, pensa di far cosa gradita paragonando B. a Giovanni Leone, senz’accorgersi che il parallelo porta sfiga: Leone non era indagato eppure si dimise lo stesso. Il Tg5 ha la bella pensata di intervistare il medico personale del premier, Zangrillo, che giura: “Ho visitato personalmente il presidente e nulla ho riscontrato che potesse far pensare a una condotta di vita scellerata” (eloquenti le ragnatele nelle mutande).   Altro che “contropiede micidiale”: un disastro mediatico senza precedenti. Completa l’opera lo Zio Tibia, ancora vedovo di Feltri e inconsolabile per aver scoperto che il Principale regala case, gioielli e migliaia di euro alla prima ragazzotta chiapputa, mentre a lui, che ogni giorno ci mette non le chiappe ma la faccia, non è mai toccato più di un paio di cravatte. Il fu Giornale sfodera gli assi dalla manica: “Smentito il teorema dei pm”. Da chi? Da Sabina Began, detta l’Ape Regina, che sostiene una tesi di tutto rispetto: “Bunga Bunga sono io”. E da Ruby, molto credibile anche lei: “Non mi ha mai toccata con un dito” (semmai con tutta la mano). Nell’editoriale Sallusti paragona B. non più a Kennedy (anche il lettore più ebete sa distinguere fra Marilyn Monroe e le gemelle De Vivo), ma a Clinton con la Lewinsky (che però, piccoli dettagli, non era minorenne e non veniva pagata). E svela che nel mirino non c’è solo il Capo, ma tutti “noi moderati e liberali” (compreso Einaudi). Segue commento di Francesco Forte, detto Mezzolitro: “La persecuzione al premier rallenta la giustizia penale” (non l’hanno avvertito che i processi a B. sono tutti sospesi da un anno). No, Cavaliere, con quest’Armata Brancaleone, con questo esercito di Franceschiello che non è ancora riuscito a trovarle uno straccio di fidanzata (pare siano in ballottaggio una russa e una bulgara, per dire), non si va da nessuna parte. S’impone un colpo di reni. Questa Ruby è una ragazza sveglia, e soprattutto buca lo schermo. E come parla bene.   Frasi secche, slogan efficaci, quasi dannunziani: “Lei la pupilla io il culo”, “finché c’è lui si mangia”. E farci un pensierino per la direzione del Giornale? Ovvio che andrebbe sostituita per i bunga bunga e Sallusti non pare adatto alla parte. Ma con qualche cravatta in più e un filo di trucco e parrucco, ci si può provare.

di Marco Travaglio – IFQ

15 ottobre 2010

Campagne d’odio e diffamatori di professione

I sostenitore del capo del governo si lamentano da mesi per la “campagna di odio” e per il “clima di odio” che avvelenano la politica e aprono la strada a nuovi anni di piombo. La destra autoritaria al potere ha sempre cantato questa canzone, ha sempre pagato i violenti per accusare di violenza i suoi avversar.

I fascisti e i nazisti scatenarono le loro guerre coloniali e mondiali organizzando attentati e violenze in  Somalia come in Germania, a Danzica come nell’Africa orientale. La violenza delle parole, della propaganda, può essere altrettanto e più forte di quella delle percosse o delle armi. Ha un suono falso, è una grande ipocrisia il lamento della destra sulla campgna dell’odio che sarebbe in corso, quando è notorio che gli agenti provocatori possono essere infiltrati nelle organizzazioni e nelle manifestazione dell’opposizione. Il metodo di governo è quello dell’attacco preventivo. Così come Berlusconi scese nel campo politico per evitare il fallimento delle sue aziende e i rischi delle condanne penali, csì oggi accusa ogni giorno i partiti avversari e la magistratura di congiurare ai suoi danni equiparandoli a organizzazioni criminali.

La storia è piena di queste manovre propagandistiche e truffaldine di chi possiede i soldi e le armi. E il Cavaliere di Arcore, sia perché si sente debole, sia perché pensi di essere molto forte, è in questi giorni in preda a un’euforia aggressiva: non si accontenta di minacciare i suoi nemici, ma li insulta e deride ricorrendo anche alle barzellette e alle offese. Uno degli slogan che gli sono cari è “meno male che Silvio c’è”, quando purtroppo per il Paese è vero il contrario, perché il Cavaliere ha messo le sue notevoli capacità di propaganda e di organizzazione non a vantaggio della democrazia ma a suo danno, non per rafforzarla, ma per indebolirla giorno dopo giorno. È corso al capezzale della nazione non per curarla, ma per i suoi affari.

Il direttore de Il Giornale, il quotidiano di famiglia, ha ammesso di essere stato chiamato alla direzione per sanare un colossale deficit. Quando si tratta di colpire i suoi niemdi, il nostro non bada a spese: un esponente del suo partito e collaboratore, uno sconosciuto faccendiere che ha comprato l’Avanti e ne infanga la memoria, è stato mandato a organizzare la trappola in cui è caduto Gianfranco Fini nei lontani Carabi. Altro che campgna dell’odio. Questa è la campagna dei diffamatori di professione.

di Giorgio Bocca – Il Venerdì

12 ottobre 2010

Visto si scherzi

L’altra sera, su La7, è apparso Nicola Porro in stato di evidente alterazione.

A un certo punto, riuscendo a stupire persino il conduttore, peraltro aduso a maneggiare casi umani, il Porro lamentava la mancata solidarietà di Napolitano. A che titolo il capo dello Stato dovrebbe tributare solidarietà al Porro, sfugge ai più, compreso probabilmente il Porro medesimo. A meno che il Porro non invochi solidarietà per esser costretto a lavorare con un direttore come Sallusti. Nel qual caso la merita tutta, come del resto Sallusti per essersi ritrovato un vicedirettore come Porro. Uno che, quand’è in vena di scherzi, telefona al portavoce della Marcegaglia per minacciare di “romperle il cazzo per venti giorni”. Che burlone. Feltri, al quale va la nostra solidarietà per avere un direttore e un vicedirettore così, definisce Porro “un pirla”. Ma Porro, a La7, assicura che scherza anche Feltri. Sono tutti dei gran buontemponi. Forse scherza anche una delle penne di punta del Giornale, Antonio Signorini, che dedica un articolo al Pm Woodcock e alle critiche che in passato gli mosse Fini per la sua “fantasia investigativa”. Signorini cita, fra gli insuccessi di Woodcock, le inchieste su Vallettopoli e sull’ex portavoce finiano Salvo Sottile. Forse non sa che Vallettopoli ha portato alla condanna di Corona & C. per estorsione e altro; e che Sottile è stato condannato a 8 mesi in primo grado per peculato, avendo usato l’autoblu per scarrozzare la signorina Gregoraci. O forse anche Signorini, secondo le usanze della casa, è in vena di burle. Solidarietà anche a lui. E pure a Ferruccio de   Bortoli, per essere costretto (ma da chi?) a pubblicare le lenzuolate di Piero Ostellino. L’altro giorno il piccolo Ostello ha riempito mezza pagina di Corriere con un articolo in linguaggio ottocentesco: “Degli ultimi casi d’Italia qui descritti da Piero Ostellino attraverso la libera trasposizione ‘Degli ultimi casi di Romagna’, 1846, di Massimo d’Azeglio”. Ogni tanto Ostellino sprofonda in crisi di identità e si crede Massimo d’Azeglio (ma anche Costantino Nigra, il conte Solaro della Margarita, Quintino Sella, Giovanni Lanza e così via): abbandona il computer, impugna la piuma d’oca, la intinge nel calamaio e verga sapide articolesse a base di lemmi ottocenteschi: “L’arte di murar la casa ad un mattone per volta”, “de’ governi”, “sudditi pontificj”, “a’ sudditi”, “bastante cagione”, “apransi agli Italiani modi liberi e virtuosi”, “vilmente servi all’oro straniero”, “ajutarla”… È la sindrome d’amnesia che coglie il personaggio interpretato da Sordi nel film Troppo forte di Verdone: l’avvocato Gian Giacomo Pignacorelli in Selci che, di punto in bianco, dimentica l’arte forense e diventa un ballerino abbandonando gli attoniti clienti.   Ieri, tornato in sé ma non troppo, Ostellino ha ripreso a scrivere in italiano contemporaneo per lanciarsi al salvamento del Giornale perseguitato dai Pm napoletani. Ce l’aveva con gli italiani, che “non si indignano” per l’inchiesta di Napoli, “come se perquisire un giornale fosse la cosa più normale del mondo” (lo è, se ne faccia una ragione). E, non contenti, rispondono a un sondaggio di Sky che era giusto perquisire il Giornale. Ergo siamo “un paese anormale, incivile, ancora fermo al ‘22”. Cioè al fascismo. L’anomalia, a suo dire, non è la telefonata minatoria di Porro al portavoce della Marcegaglia: anzi, di “conversazioni come quella… ne corrono a centinaia tutti i giorni” (anche lui evidentemente è solito chiamare i portavoce di questo o quello minacciando di “rompere il cazzo per 20 giorni” a questo o quello). E nemmeno il fatto che “il padrone del Giornale” – come dice Feltri – sia Confalonieri, presidente di Mediaset, in barba alla legge Gasparri che vieta a Mediaset di controllare giornali. No, l’anomalia è che la magistratura intercetti Porro. Il poveretto non sa che l’intercettato non era Porro, ma il portavoce della Marcegaglia. Poi però, a sorpresa, Ostellino butta lì che “la madre dei cretini è sempre incinta”. Un’autocritica ferocissima, forse immeritata. Piena solidarietà anche a lui.

di Marco Travaglio IFQ

6 ottobre 2010

Ballusti

Alessandro Sallusti, il rassicurante neodirettore responsabile (si fa per dire) del Giornale, lancia un allarme da far tremare le vene e i polsi.

Titolone a tutta prima pagina: “I pm spiano i telefoni del Giornale”. Svolgimento: “Abbiamo la certezza che almeno due Procure, una al Nord l’altra al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vicedirettori de Il Giornale. Al momento nessuno di noi è coinvolto in procedimenti giudiziari né ha ricevuto avvisi di garanzia né è stato convocato… Eppure ci sono pm che si divertono ad ascoltare le nostre conversazioni”. Ora, a parte il prevedibile sollazzo di ascoltare le telefonate di (ma soprattutto tra) Feltri e Sallusti nel tempo libero, nessuno può sottovalutare la gravità della situazione. Ci sono pm che intercettano qualcuno senza prima dirglielo, il che è già ben strano: di solito, quando si intercetta qualcuno, lo si avverte con largo anticipo, anzi si domanda se abbia nulla in contrario; in caso di diniego, si soprassiede. Ma Sallusti è un uomo fortunato e l’ha saputo comunque. Ora teme che lo vogliano “incastrare”, “non si sa mai, magari qualcosa si scopre”. L’idea che basti comportarsi bene per non aver nulla da temere non lo sfiora proprio. Anzi un altro timore l’assale: forse ai pm nordisti e sudisti che passano notti insonni ad ascoltare lui e Feltri “non interessa quel che diciamo noi, ma sono curiosi di sapere che cosa dicono i personaggi della politica coi quali ogni giorno parliamo”. E qui, una volta tanto, B. non c’entra: è noto infatti che né Feltri né Sallusti   parlano mai con lui, essendo autonomi e indipendenti dal loro editore e dal di lui fratello. Eppure è proprio per B. che Sallusti è angosciato: “Sono anche questi – scrive – gli abusi di cui parla il presidente Berlusconi… La magistratura, violando o piegando norme e leggi a suo vantaggio, vuole tenere sotto controllo altri legittimi poteri che dovrebbero godere di piena autonomia: l’esecutivo, la politica e l’informazione”. Ora, com’è noto, i parlamentari non possono essere intercettati, salvo autorizzazione preventiva del Parlamento. Ma nulla del genere è previsto per i giornalisti, che infatti vengono spesso intercettati: sia quando commettono reati comuni (tipo fare le spie, come l’ottimo Betulla, già collaboratore di Feltri e Sallusti), sia quando violano il segreto investigativo. Non vorremmo togliere la primazia a Feltri e Sallusti, ma capita sovente che giornalisti vengano intercettati: da Carlo Vulpio – che Libero di Feltri e Sallusti sputtanò pubblicando le sue conversazioni con le sue fonti perché aveva il torto di occuparsi delle inchieste di De Magistris – al nostro Antonio Massari, intercettato e pedinato per scoprire le sue fonti sull’inchiesta di Trani. Ed è una fortuna che non sia passata la legge bavaglio difesa da Sallusti, altrimenti si potrebbe incriminare e intercettare anche chi pubblica notizie non segrete. In attesa di svelarci chi e perché intercetta i nostri eroi, magari con qualche prova, il Giornale raccoglie l’illuminato parere del sottosegretario Mantovano: “Non conosco la vicenda, ma il tono del direttore Sallusti non lascia adito a   dubbi”. Eccola la pistola fumante: il tono di Sallusti, meglio del guanto di paraffina. E poi, sottolinea il Giornale, “sulla vicenda è andato in onda un servizio del Tg1 di Augusto Minzolini”: dunque è tutto vero. Il senatore Pdl Gramazio, detto Er Pinguino, chiede al povero Al Fano di sguinzagliare “gli ispettori ministeriali per valutare la regolarità dei fatti denunciati”. Resta da capire dove dovrebbero andare, visto che le due fantomatiche Procure restano ignote. Si procederà così: gli ispettori perlustreranno palmo a palmo l’intero territorio nazionale, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, sottoponendo a stringente interrogatorio chiunque incontrino per strada: “Scusi, lei per caso sta intercettando Sallusti?”. E dinanzi a eventuali dinieghi (“Ma che sta dicendo?”, “Ma è sicuro di stare bene?”) si scuseranno molto: “Ah non è lei? Pardon, come non detto. Tante care cose, ossequi alla sua signora”.

di Marco Travaglio IFQ

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