Archive for febbraio, 2012

29 febbraio 2012

“Walter? Un conservatore”

Quando chiedi a Matteo Orfini, giovane leone della segreteria di Pier Luigi Bersani, se nell’ultima polemica nominalistico-cartesiana che attraversa la sua coalizione intende collocarsi “a destra” o “a sinistra” di Walter Veltroni, la prima risposta è una battuta affilata: “Non so dire se Walter sia più a destra o piu a sinistra. Di sicuro è più conservatore di me”.    Orfini, che fa, sparge    sale sulle ferite?    Ma perché? Direi che è un dato di fatto: in questi giorni Veltroni pensa davvero che riproporre idee e ricette vecchie di venti anni sia moderno, nuovo o di sinistra?    A quali proposte si riferisce?    È inutile girarci intorno: ad esempio all’articolo 18.    Ovvero al cuore della battaglia veltroniana…    Dice? Veramente io prendo atto con piacere che dalla Annunziata Veltroni ha già fatto una mezza marcia indietro rispetto all’intervista in cui diceva che era un totem da abbattere. Ne sono contento.    Veltroni direbbe che conservatore è lei che vuole mantenere l’articolo 18, riformatore è lui che lo vuole cambiare.    Ecco, l’equivoco è qui: se la Fiat discrimina gli operai che sono iscritti alla Fiom, se Marchionne sbullona le bacheche dell’Unità, se Marchionne si rifiuta di reintegrare i lavoratori che vincono la causa, se Bombassei dice che nella sua fabbrica per fortuna quel giornale non si legge, se l’azienda denuncia Formigli perché critica una macchina…    Se succede tutto questo?    Se succede, credo che un uomo di sinistra debba, come accade a me in queste ore, porsi delle domande e preoccuparsi.    Ad esempio?    Che quando in un clima come questo un lavoratore viene licenziato, a essere colpito è un suo diritto, non un totem.    Veltroni non lo fa?    Forse mi sono distratto, ma non ho sentito grida di allarme su questo. Vede, se tre operai vengono cacciati con un’accusa di sabotaggio che un tribunale reputa ingiusta, l’articolo 18 non è un concetto astratto, ma una garanzia per i loro diritti negati.    Quindi quelle critiche di Veltroni allo statuto dei lavoratori non le sono piaciute?    Non sono parole belle da usare.    E l’altro pilastro dell’intervista? L’idea che il Pd debba stringersi intorno a Monti per non lasciarlo alla destra?    Guardi, non mi convince nemmeno quel ragionamento.    Perché?    Il Pd ha preso una posizione responsabile e allo stesso tempo difficile: deve sostenere il governo, ma non deve appiattirsi sulle sue posizioni quando sbaglia. Dobbiamo essere quelli che difendono la gente che soffre.    Ad esempio?    La riforma delle pensioni nasce iniqua. Il nostro compito è correggerla.    Le diranno che difende i garantiti.    Difendo i giovani emigranti: un tempo chi partiva portava soldi a casa, adesso deve essere mantenuto da casa nella sua emigrazione. D’altra parte questi ministri sono rappresentanti di un ceto sociale diverso dalla media degli italiani…    Che c’è Orfini, anche    lei fa battute pauperistiche sui redditi?    Più che una battuta mi pare un dato di fatto. Ha detto bene Bersani: Passera deve verificare se alla Fiat ci sono state discriminazioni. A me pare evidente. Vediamo se il ministro se ne accorge. Il compito del Pd è vigilare sull’operato del governo per impedirgli di sbagliare . Loro sono distanti dalla gente, un partito popolare come il nostro non può permettersi di esserlo.    Per stare alla battuta di Vendola nemmeno lei mi pare che ami molto il loden…    Io? Guardi, io porto un giubbino sportivo verde, collezione autunno inverno di Decathlon… ho speso 39 euro. Sa, guardo le offerte.    Si sente alla sinistra di Bersani?    Assolutamente no. Abbiamo presentato la nuova campagna del Pd: lo slogan è Italia bene comune. Mica abbiamo scritto ‘governo bene comune…’.

di Luca Telese, IFQ

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29 febbraio 2012

Anche con Monti sulla Tv decidono gli amici di B.

A 75 anni l’emozione è un sentimento usurato. E il sottosegretario Massimo Vari, a un convegno su televisioni locali e riforme di governo, ha diluito le parole di circostanza: “Questa è la mia prima uscita pubblica con le deleghe per le Telecomunicazioni”. Ormai il segreto non funzionava più, il ministro Corrado Passera (Sviluppo economico) ha sempre inviato il sottosegretario Vari ai complicati e infiniti incontri per cambiare un sistema televisivo che appare immodificabile.    All’annuncio inaspettato di Vari, un avvocato e magistrato di poche e concise dichiarazioni, qualcuno in platea si è guardato intorno per cercare uno sguardo di conforto, e poi riflettere: “A questo punto, potevano lasciare Paolo Romani, – dice un editore di un gruppo televisivo importante – il fantasioso inventore del beauty contest”, il concorso di bellezza che regalava le frequenze a Mediaset, momentaneamente congelato (non cancellato).

Massimo Vari, ex vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, non si è mai occupato di televisioni, tralicci, canali, digitale terrestro o tecnologia analogica. Ma ha il curriculum giusto per la poltrona, secondo i parametri italici: sei anni fa era tra i favoriti di Forza Italia per la nomina al vertice di Agcom, l’Autorità garante per le Telecomunicazione distrutta in questi anni da inchieste e manipolazioni. Tra i suoi innumerevoli incarichi, durante una carriera nei posti di potere in cui apparire conta quasi zero, Vari è stato consigliere di Stato per il Vaticano. Anche Giancarlo Innocenzi, considerato da molti un suo carico amico, godeva di ottimi uffici con la Chiesa (tant’è che a Roma abitava in una casa di Propaganda Fide, il braccio immobiliare del Vaticano, che affaccia su piazza San Pietro). Vari e Innocenzi si sono conosciuti in Vaticano, potevano continuare il sodalizio all’Autorità, ma poi Silvio Berlusconi preferì Corra-do Calabrò. Mentre Innocenzi, esattamente due anni fa, lasciò l’Agcom perché coinvolto nell’inchiesta di Trani in cui si svelava il sistema di pressioni del Cavaliere per chiudere Annozero, la trasmissione di Michele Santoro. Quando Mario Monti e Corrado Passera l’hanno chiamato al ministero per lo Sviluppo economico, Vari aveva appena finito il suo servizio alla Corte dei Conti di Lussemburgo. Nessuno pensava, ma molti sospettavano, che il costituzionalista potesse avere un ruolo decisivo nella partita televisiva, quella che Berlusconi e i suoi collaboratori guardano con attenzione: mancava un pezzo del racconto, però. Vari è l’uomo indicato dal Pdl per presidiare il ministero strategico di Passera, è amico di vecchia data di Gianni Letta e Fedele Confalonieri .

A parte le relazioni pubbliche e private, Vari non ha competenze specifiche in materie televisive, eppure il Pdl ha insistito affinché Passera gli affidasse la delega. Sarà una coincidenza del calendario governativo, ma nei prossimi mesi Passera e Monti dovranno decidere se riformare davvero la Rai oppure allestire l’ennesimo Consiglio di amministrazione emanazione dei partiti e, soprattutto, del Cavaliere. Capitolo frequenze televisive: il beauty contest è stato fermato per tre mesi, tra qualche settimana il governo dovrà prendere una decisione definitiva.    Ieri Vari si è presentato dagli agguerriti editori televisivi con un foglio di appunti ben scritti e ben studiati, ma prima si è voluto presentare: “Sono io il sottosegretario alle Telecomunicazioni”.

di Carlo Tecce, IFQ

Massimo Vari e Silvio Berlusconi (FOTO LAPRESSE E ANSA)

29 febbraio 2012

Tecnici ad alta voracità

La violenza, oltre a essere sempre sbagliata, è il miglior regalo che i No Tav possano fare al partito trasversale Pro Tav: che aspetta soltanto il morto per asfaltare l’intera Valsusa e farne tre, di Tav, non solo uno. Per fortuna la manifestazione di sabato è stata l’ennesima presa di distanze del movimento dalla violenza. Non a parole (anche se qualche parola dei leader non guasterebbe, per rimediare al danno fatto con gli assalti al procuratore Caselli), ma nei fatti. Detto questo, c’è un però: gli ordini che il partito trasversale Pro Tav impartisce alle forze dell’ordine. Non sta scritto da nessuna parte che queste debbano cingere d’assedio un’intera valle, braccare i contestatori fin sui tralicci situati a casa loro (infatti si vogliono espropriare i terreni), accogliere nelle stazioni in assetto antisommossa i manifestanti reduci da un corteo pacifico. Chi dà questi ordini compie una scelta precisa: quella di provocare. La provocazione non giustifica la violenza, ma ne attenua le responsabilità: infatti il codice penale prevede l’attenuante della provocazione. Qualche settimana fa alcuni cittadini accolsero una manifestazione secessionista della Lega a Milano srotolando un tricolore: subito intervenne la Digos intimando loro di ritirarlo per non provocare i leghisti. Il mondo alla rovescia, visto che, fra la bandiera nazionale e i vessilli secessionisti, sono i secondi a essere illegali e non la prima. Però si può capire il gesto della Digos, per evitare inutili incidenti. Ora la domanda è: il dovere della polizia è evitare gli incidenti, o provocarli? Nel caso della Lega, li ha evitati. Nel caso del movimento No Tav, sembra volerli provocare. E non per colpa dei singoli poliziotti, che (eccetto quelli che aggiungono gratuitamente condotte violente, difficili da individuare e punire perché nascosti sotto i caschi) obbediscono agli ordini. Ma per colpa di chi dà gli ordini. Cioè della politica. La militarizzazione della Valsusa, a protezione di un cantiere che non esiste, dura da almeno dieci anni e accomuna centrodestra e centrosinistra. Governi politici di segno opposto, ma non sul Tav, che ha sempre messo tutti d’accordo (compresi i grandi costruttori e le coop rosse, già noti alle cronache giudiziarie). Ora però c’è un governo tecnico. Formato cioè, almeno sulla carta, da “esperti”. La domanda è semplice: con quali argomenti tecnici hanno deciso di continuare a finanziare quell’opera? Da anni si attende che qualche autorità spieghi ai valsusini e a tutti gli italiani perché mai imbarcarsi in un’opera da megalomani, concepita negli anni 80, quando ancora il modello di sviluppo si fondava su una gigantesca invidia del pene e inseguiva la grande muraglia e la piramide di Cheope. Oggi tutti i dati descrivono la Torino-Lione come una cattedrale nel deserto, inutile per il traffico merci e passeggeri, anzi dannosa per l’ambiente e le casse dello Stato. Il governo tecnico, con motivazioni tecniche, ha respinto l’assalto dei forchettoni olimpici di Roma 2020: operazione che sarebbe costata ai contribuenti almeno 5 miliardi. Il Tav, anche nell’ultima versione “low cost”, dovrebbe costarne 8: ma i preventivi, in Italia, sono sempre destinati a raddoppiare o triplicare (il Tav Torino-Milano è costato 73 milioni di euro a km, contro i 9,2 della Spagna e i 10,2 della Francia). Il gioco vale la candela, a fronte di un traffico merci e pesseggeri Italia-Francia in calo costante? Gli economisti de lavoce.info, l’appello di 360 docenti universitari e persino il Sole 24 Ore rispondono che no, l’opera non serve più a nulla. Sono tecnici anche loro, anche se non stanno al governo: tutti cialtroni? Se i tecnici di governo han qualcosa di serio da ribattere, lo facciano, dati alla mano: altrimenti i cialtroni sono loro. Rispondere, come l’ineffabile Passera, che “i lavori devono continuare” punto e basta, in omaggio al dogma dell’Immacolata Produzione, è roba da politicanti senz’argomenti. E, per come si sono messe le cose, è la peggiore delle provocazioni.

di Marco Travaglio, IFQ

7 febbraio 2012

Il grande gelo del credito

Per le imprese italiane l’accesso al credito è sempre più selettivo e sempre più costoso. I dati pubblicati in questi giorni non lasciano dubbi: da quando è stata lanciata l’ampia indagine qualitativa sul mercato del credito nell’area dell’euro, cioè dal 2003, la situazione delle imprese italiane non è mai stata così difficile e soprattutto peggiore rispetto alla media degli altri paesi di Eurolandia. Neanche nei mesi bui del crac di Lehman gli indicatori avevano toccato livelli di pericolosità così elevati. Un dato per tutti: in Italia, la percentuale di coloro che a gennaio valutano le condizioni di offerta più restrittive supera di 87,5 quella di chi ha una visione opposta. In ottobre era pari a 50 e un anno fa a 25. In Europa, l’analoga percentuale è pari a 35. Coloro che valutano una situazione di restrizione sono in Italia più del doppio della media dell’area monetaria.

IL COSTO DEL CREDITO sta aumentando: i dati della Banca d’Italia dicono che tra marzo e dicembre il costo medio dei prestiti a breve termine alle imprese, è passato da 3,7 a 5 per cento con un aumento di livello di oltre un terzo. Ed è aumentato in modo ancora più vistoso il differenziale con il tasso praticato alla clientela migliore: un modo pudico per dire che la generalità dei clienti paga tassi ben superiori a quello medio. Il credit crunch è quindi ormai un dato di fatto. Non era difficile prevedere che anche le imprese sarebbero state trascinate nel gorgo della crisi che ha investito il debito sovrano e le banche. Come più volte messo in evidenza dal Fatto Quotidiano, quando gli spread sul debito pubblico arrivano a livelli così elevati e per un periodo di tempo prolungato come nel caso italiano, le banche raccolgono sul mercato meno fondi e a costi più cari. Anche perché fra i tanti miti spazzati via dalla crisi c’è anche quello del risparmio italiano abbondante come in pochi altri paesi: il reddito disponibile delle famiglie italiane continua a diminuire e il risparmio è ormai al di sotto di molti altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania.

E INFATTI nell’indagine citata l’87,5 per cento (un valore mai toccato) ritiene che la causa dell’attuale situazione sia da attribuire alla difficoltà della banca di finanziarsi sul mercato. L’analoga percentuale per l’intera area dell’euro è del 28 per cento. Dunque, le nostre banche stanno restringendo il credito alle imprese in modo molto più netto rispetto a quanto accade negli altri paesi e fanno molta più fatica a procurarsi i capitali necessari.    Eppure la Bce non è mai stata così generosa con le banche. A dicembre le operazioni straordinarie a tre anni decise da Mario Draghi hanno immesso liquidità in Europa per quasi 500 miliardi, di cui 116 sono andati alle banche italiane. Per fine febbraio è attesa un’offerta ancora più abbondante. Possibile che alle imprese non arrivi nemmeno una goccia? E invece è proprio così. Le banche italiane dipendono ormai dalla Bce per la loro attività corrente: l’attuale finanziamento della Banca centrale equivale al 10 per cento dei loro depositi totali, ma la destinazione non è nuovo credito alle imprese e alle famiglie e neppure nuovi acquisti di titoli di Stato, almeno in forma massiccia. Semplicemente, le banche stanno sostituendo passività a costo elevato come le obbligazioni collocate sul mercato con debiti verso la Bce al prezzo “politico” dell’1 per cento. In questo modo rimettono in piedi i loro conti un po’ traballanti e possono promettere ai loro azionisti (i cui nervi sono un po’ scossi, soprattutto dopo le recenti ricapitalizzazioni) una remunerazione accettabile. Infatti, i 116 miliardi di dicembre rappresentano il 61 per cento delle obbligazioni in scadenza nei prossimi 24 mesi. Dunque, per il credito al settore produttivo, si è pregati di ripassare quando le banche avranno adeguatamente rimpinguato i loro conti. Il disegno perseguito dalla Bce di Mario Draghi è realista al limite del cinismo: poiché l’Europa non è in grado di dare una risposta organica alla crisi europea e asseconda la fobia tedesca per soluzioni più drastiche, utilizziamo l’arma indiretta dei finanziamenti a pioggia della Bce per salvare almeno le banche. Questo dovrebbe portare a poco a poco il sereno sui mercati e alla fine la crisi sarà superata. Il problema è che questo processo è lento, tanto che siamo costretti a salutare come un successo il ritorno dello spread sotto quota 400. C’è un forte rischio che il peggioramento dell’economia reale sia più veloce del miglioramento dei conti dello Stato e delle banche e che dunque la strategia dei due tempi della Bce (condivisa da tutti i governi europei) non abbia successo.

PER PROTEGGERSI da questo rischio non si sta facendo abbastanza. Anche le misure di liberalizzazione del governo Monti possono dare un contributo nel medio periodo, ma non risolvere il problema immediato di un’attività produttiva sempre più stagnante e che rischia di non avere finanziamenti adeguati. Nei limiti purtroppo stretti della finanza pubblica, occorre utilizzare tutti i canali possibili di sostegno all’attività produttiva ed evitare di sprecare tempo prezioso su temi (l’art. 18, tanto per fare un esempio ) che non sono certo le cause fondamentali della mancata crescita economica italiana e della distanza che sempre più ci separa dagli altri grandi paesi europei.

di Marco Onado, IFQ

Elsa Fornero e Mario Monti (FOTO LAPRESSE)

7 febbraio 2012

Vita da ‘ndrangheta in Liguria

Un apicoltore, un blogger e una consigliera comunale. La lotta contro la ‘ndrangheta in Liguria la combattono persone così. Più delle istituzioni, almeno fino a poco tempo fa, quando finalmente sono cominciate le inchieste. Gente comune, che ha tutto da perdere. Uomini e donne lasciati spesso soli dallo Stato, ma anche dai concittadini. Marco, Christian, Donatella, tre vite a guardarsi le spalle, magari a girare con la scorta, a vivere come pariah in una Liguria a un passo dal baratro. Sta finendo il tempo in cui bastava senso civico, magari un po’ di coraggio per dire no. Tra poco ci vorranno gli eroi. La ‘ndrangheta ha il controllo del territorio. Basta camminare per le vie di Ventimiglia vecchia per rendersene conto. Intorno a te senti soltanto un dialetto: il calabrese. Chiedi ai passanti di parlarti della ‘ndrangheta e piombi in un libro di Scia-scia, con quelle frasi smozzicate, quei “non so”.    La comunità calabrese (che non significa automaticamente ‘ndrangheta, niente equazioni pericolose) controlla saldamente anche le sale della politica. Racconta Marco Ballestra, un apicoltore che da Internet è stato il vero oppositore dell’amministrazione di centrodestra appena sciolta per infiltrazioni mafiose: “Nella giunta di Gaetano Scullino (fedele di Scajola, Pdl), il sindaco, il vicesindaco , il presidente del consiglio comunale, il capo dell’opposizione, il city manager erano tutti di famiglia calabrese. Che non vuol dire malviventi, attenzione.

I CALABRESI qui sono arrivati per fare i floricoltori, sono gente che si spacca la schiena. Di parola. Tra loro c’è chi rischia la pelle per combattere la criminalità organizzata. Ma c’è anche chi vede la ‘ndrangheta come una sorta di patronato e un elemento di identità”, racconta Ballestra. Aggiunge: “Se siamo arrivati a questo punto è colpa anche di noi liguri che stiamo zitti. Di architetti e geometri, di imprenditori che fanno affari con i criminali. Di direttori di banca che spingono i debitori nelle mani degli strozzini” . Già, tanti a Ventimiglia sono stati zitti per decenni. Liquidavano la questione con quella frase sprezzante: “Cose da calabresi”. Eh no, ormai sono cose da liguri.    “Ho fatto solo quello che in un Paese normale farebbe un qualsiasi cittadino”, racconta Marco, 50 anni, apicoltore, blogger per passione, “Spulciavo le delibere del consiglio comunale, volevo filmare le sedute per metterle online, ho presentato esposti… per mettere i bastoni tra le ruote alla ‘ndrangheta basta un foglio di carta”. Poi, però, resti solo, ti becchi querele a raffica per aver denunciato con anni di anticipo quello che le inchieste scoprono adesso. Marco chiamava “Tano seduto” il sindaco Scullino; veniva minacciato, additato come un “matto”. Avrà un modo di fare irruente, ma aveva ragione.    “Io mi sono permessa di presentare un’interpellanza contro l’apertura di una sala giochi gestita dalla famiglia Pellegrino”, racconta Donatella Albano, presidente provinciale del Pd e consigliera comunale di Bordighera (altro comune di centrodestra sciolto per ‘ndrangheta). Risultato: “Un giorno nella posta mi arrivò una fetta di limone, credevo in uno scherzo. Poi ecco un’immaginetta bruciata di Sant’Arcangelo…”. Intanto diversi membri della famiglia Pellegrino finiscono in galera. E cominciano le telefonate: “Ti ricordiamo che hai dei figli”. Donatella, ferma, risponde: “Anche voi li avete”. Da allora vive sotto protezione. Intanto i processi vanno avanti, ma alcuni naufragano perché i testimoni d’accusa cambiano versione. Succede nella Liguria dove è nata la Resistenza ai tedeschi, che però sta cedendo alla ‘ndrangheta.    Christian Abbondanza ha 37 anni e vive a Genova, è presidente della Casa della Legalità e blogger (nel silenzio di molti giornali le voci scomode arrivano da Internet). Con la barba lunga, i vestiti neri sembra una specie di sacerdote. Passa le giornate avvolto nel fumo delle sigarette, tra manifestazioni, incontri pubblici e montagne di fascicoli di inchieste da spulciare. Il suo sito ( http://www.casadellalega  lita.org  ) è una banca dati unica sulla criminalità organizzata in Liguria e nel resto d’Italia. “Da anni denunciamo le infiltrazioni mafiose. Da un nostro esposto è partito il procedimento che ha portato allo scioglimento di Ventimiglia”. Ma come è stato accolto il vostro lavoro? “Silenzio. I partiti, tutti, dal centrodestra al centrosinistra, ci hanno denigrato e calunniato”. Christian non ha fatto sconti a nessuno. Rischia grosso, ma la pratica per valutare se dargli una scorta è in discussione da mesi. Alla manifestazione per dimostrargli solidarietà di politici se n’è visto uno.

INTANTO Giacomo Chiappori, sindaco di Diano Marina, deputato leghista e vicepresidente della Commissione Difesa (un fedele di Bossi) nomina presidente della società controllata dal Comune un ex assessore (centrodestra) citato nel dossier della Prefettura per la Commissione Antimafia. Si parla di “soggetti riconducibili a organizzazioni di stampo mafioso”. Si legge anche il nome di Domenico Surace, non indagato ma forse non nella condizione ideale per un incarico pubblico. Chi ha sollevato il caso? Christian Abbondanza.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Qui sopra il Comune di Ventimiglia sciolto per infiltrazioni mafiose.

7 febbraio 2012

Lazio, altre balle di neve: “Non ci sono paesi isolati” firmato Polverini

La passione per il volo in elicottero potrebbe aver indotto in errore Renata Polverini, Governatore del Lazio, che ieri in un’agenzia delle 16,30 assicurava: “Non ci sono più Comuni isolati come a Rocca Santo Stefano dove non avevamo avuto nessun contatto fisico”. Come e con chi l’abbia avuto il contatto fisico non si sa e noi tendiamo a credere a Mario Ceci che parla proprio (sfortuna vuole per la Polverini) da Rocca Santo Stefano: “Qui tutte le strade d’accesso al paese sono impraticabili. È impossibile comunicare con i telefoni perché quelli fissi rimangono muti e per usare i portatili bisogna mettersi in un unico posto nel paese dove c’è copertura”. Taglia corto Mario nel suo fermo immagine di una casa al freddo (madre di 84 anni) che rispecchia più o meno ciò che è la realtà subito dopo il raccordo anulare di Roma capitale. Persone e    famiglie abbandonate a se stesse da quando è iniziato a nevicare.    Migliaia gli isolati, senza corrente, riscaldamento e acqua potabile. Così mentre in città – dove la normalità, tutto sommato, sembra tornare – i dirigenti e i capi giocano al rimpallo delle responsabilità a Olevano Romano (60 chilometri da Roma) Anna Callori sta sciogliendo la neve: “Beviamo quella al posto dell’acqua potabile che manca da sabato. Di sera, mi vergogno a dirlo, accendiamo i lumini dei morti per avere un po’ di luce. Siamo senza corrente e al freddo da venerdì nell’indifferenza assoluta da parte delle istituzioni e di chi dovrebbe garantire la fornitura dei servizi”.    Il racconto post-bellico da Olevano continua. I negozi aprono quando inizia ad albeggiare e chiudono al sopraggiungere del buio anche se ormai non hanno più nulla da vendere. Niente più candele o olio per lampade. Il solo negoziante del paese che ha un generatore lo ha messo a disposizione di tutti. “L’Enel non ha mai risposto al telefono – assicura Anna – limitandosi a quel disco che annunciava che tutta la zona è interessata dal maltempo. Lo vediamo anche noi che c’è maltempo ma vi sembra normale rimanere    completamente isolati e nelle condizioni in cui siamo?”.    Da Roma partono i commenti come quello del direttore della divisione infrastrutture reti Enel Livio Galli che in un’intervista su Rai News ha fatto sapere di essere: “Molto dispiaciuto per il disagio”. Al buio e senza acqua anche Ria-no 20 chilometri da Roma. Ecco un altro flash: da un lato le beghe e lo scaricabarile dei palazzi del potere, dall’altro Olevano e Anna mentre fa da spola da casa sua a quella degli anziani genitori di 83 e 89 anni. “Ci consideriamo ancora fortunati perché anche se a piedi possiamo raggiungerli. Ma qui ci sono molte persone che abitano in campagna la cui vita è in pericolo”. Chi gira in paese deve stare attento a cornicioni e rami carichi di neve. Il rischio è di venire travolti. Macchine sfasciate sotto i tronchi. “Da venerdì il primo aiuto esterno è arrivato domenica con un’autobotte dell’Acea. Ci hanno detto che l’acquedotto del Simbrivio non ha un generatore di emergenza che in caso di interruzione di energia possa pompare acqua”.    L’acqua potabile, in alcune case, è arrivata ieri sera mentre c’è ancora da aspettare – non si sa fino a quando – per la corrente, perché anche i quattro generatori arrivati ieri mattina non funzionano. A Morlupo, 20 chilometri da Roma, senza corrente e acqua parlano di “desolata landa siberiana abbandonata all’indifferenza”. Il sesto reggimento genio Pionieri è intervenuto a Rocca Canterano, Mazzano Romano, Rieti e Bellegra e sono arrivati i Granatieri di Sardegna a Montelanico, Carpineto e Gorga. Il sindaco del comune di Campagnano Romano ha adottato delibere per il divieto di circolazione dei mezzi privati e la requisizione degli stessi (trattori e pale) così come del carburante. Se gli aiuti ci sono stati è stato merito dell’iniziativa privata e dei volontari locali. Pure il sale da spargere se lo sono comprati i cittadini fino a quando hanno potuto e ne hanno trovato nei negozi pagandolo, manco a dirlo, di tasca propria.

di Elisabetta Reguitti, IFQ

Militari della caserma di Cesano a Roma Nord.

7 febbraio 2012

Passami il sale

Siete assiderati in un tir o in un igloo di fortuna sul raccordo anulare di Roma? Su col morale. Non è colpa di nessuno. È la neve, bellezze. “Basta polemiche, è solo colpa dell’inverno”, ammonisce il Giornale di Sallusti. “La caccia al colpevole – scrive Feltri – è in pieno svolgimento benché se ne conosca l’identità: è la neve, che quando è troppa attecchisce e sono cavoli nostri”. Certo, “Alemanno poteva fare di più” e “dispiace per i romani”, ma è “assurdo che i politici si dannino l’anima in un patetico scaricabarile”. Non è colpa di nessuno, “mettetevi il cuore in pace. Sarà così anche in futuro”. In futuro, forse. Ma in passato mica tanto. L’inverno scorso nevicò a Firenze. Il neosindaco Renzi si mostrò impreparato: pochi mezzi, poco sale. Fu giustamente massacrato dai giornali e dal centrodestra, anche se le autorità autostradali e ferroviarie si erano impegnate a peggiorare la situazione, chiudendo i caselli e la stazione e paralizzando la città. “Se Renzi è un rottamatore, cominci a rottamare i responsabili o se stesso”, tuonò l’udc Bosi. Il Pdl, che ora “fa quadrato” intorno al camerata Alemanno, esperto in catene ma quelle sbagliate, sparò su Renzi a palle di neve incatenate. Il berlusconiano Toccafondi strillò: “Saranno molte meno del previsto le persone che stasera verranno alla cena d’auguri del Pdl anche perché Comune, Provincia e Regione non hanno avuto nemmeno la decenza di leggere i bollettini meteo che da giorni segnalavano nevicate”. Il ministro Matteoli, seduto a tavola, rincarò la dose. “Per il mondo Renzi è il sindaco che ha pedonalizzato piazza Duomo, ma ora è riuscito a pedonalizzare la città di Firenze”, sbraitò il capogruppo Galli, ex portiere. Alla fine Renzi ammise: “Anch’io ho sbagliato. Me ne assumo l’intera responsabilità”. Sallusti sul Giornale (“Se la neve è rossa il disastro non ha più padri”) lo fulminò: “Se la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco Renzi e il governatore Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti… Renzi passa ore in tv a rottamare Bersani e D’Alema. Il successo mediatico l’ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa, Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto. Se piove, il governo è ladro, ma solo se è di centrodestra”. Proprio in quei giorni, Feltri passava a Libero, che titolava: “Ora Renzi vuole rottamare anche l’Anas”. E ironizzava, per la penna di tal Borgonovo: “Flop da neve, Firenze vuole rottamare Renzi”. Un anno dopo, lo stesso Borgonovo minimizzava il flop da neve del governo B.: “Diluvia, nevica, c’è vento, il clima cambia, fa freddo, fa caldo: tutto a causa del Biscione. Cari compagni, per liberarci dalla pioggia, urge la rivoluzione. Abbattete il Cavaliere, così tornerà a splendere il sole. Quello dell’avvenire, magari”. Quindi funziona così: se nevica sul Pd, è colpa del Pd. Se nevica sul Pdl, è colpa della neve. Che, anzi, è manna dal cielo. “Roma – scrive l’elegiaco Paolo Guzzanti sul Giornale – era magnifica e spettrale. Tutto ciò che è servizio era in tilt, ma non si può pretendere miracoli e ripetere la solita tiritera sulla Capitale in ginocchio. In compenso tutto ciò che è immagine, panorama, emozione, era fantastico, fuori dalla portata della memoria… Abbandono la mia 500 su una strada in salita perché le auto davanti a me danzano la quadriglia. Addio cara macchinetta, ti ritroverò in letargo sotto un calco di marmo friabile. Sono contento di assistere alla nevicata perché mi ero persa l’ultima veramente seria, quella del 1986”. Ecco, se l’era persa. Ma ora ha recuperato. E voi che da venerdì aspettate nel vostro tir o nel vostro igloo, con le gavette di ghiaccio, qualcuno che venga a salvarvi, fatevi leggere al telefono il pezzo di Feltri o di Guzzanti come ultima preghiera. Vi sentirete subito meglio.

di Marco Travaglio, IFQ

3 febbraio 2012

Forza Nuova e Altan al rogo

Forza Nuova invoca roghi per Altan. Attraverso il profilo Twitter di FN Milano, è giunta la scomunica virilmente fascistissima: “Il piccolo uovo di Altan, odiosa cultura omosessuale insegnata ai bambini, roghi in piazza”. Sembra uno scherzo, o l’ennesimo delirio politico, ma la questione arriverà il 9 febbraio in consiglio comunale. Da mesi il centrodestra presenta mozioni di censura, rivelandosi stranamente coincidente con le posizioni di Forza Nuova, da sempre paladina di tolleranza e libertà. Il piccolo uovo di Francesco Tullio Altan, talento tra i più puri d’Italia, racconta la storia di un pinguino che trova la famiglia ideale in una coppia di suoi simili omosessuali.

PIERFRANCESCO Majorino, assessore Pd alle Politiche sociali e noto eversivo, aveva criminosamente proposto a settembre di adottare il libro negli asili e nelle scuole, per spiegare ai bambini le diverse tipologie di famiglie esistenti. Derubricare la querelle a prova tangibile di una preoccupante (nonché ennesima) deriva destrorsa italica, sarebbe riduttivo. Peggio ancora: banale. Per almeno due motivi. Il primo è che il riferimento al rogo è assai significativo. Ne esistono di letterari (Ray Bradbury) e di nazisti. Quello odierno, più che Goebbels, ricorda per portata caricaturale l’illuminato e rubizzo Calderoli, quando si impose di incenerire tutto ciò che reputava inutile. Dimenticandosi di ardere – metaforicamente s’intende – l’unica cosa davvero pleonastica di quel fuoco fatuo: se stesso. Il secondo motivo è che il problema esiste. E non va sottovalutato.

Quella di Altan è una deliberata e reiterata propaganda bolscevica. Leninista. Trotzkista. I suoi pinguini gay non sono che i cattivi maestri contemporanei: li si bruci, ordunque. Non solo: forti della meritoria condanna di Forza Nuova, occorre vietare anche la Pimpa, il cui manto a pois (rossi, guarda caso) è pur’esso un chiaro rimando sovversivo. Urge poi mandare al rogo Minnie (nota fiancheggiatrice di Stalin), Pingu (palesemente effeminato), Nonna Papera (verosimilmente lesbica) e soprattutto Cipputi, l’operaio paradigmatico altaniano, i cui continui accenni all’ombrello conficcato nelle natiche vanno trattati per quel che sono: biechi incentivi alla più torbida perversione. È tempo di porre fine a cotanto scempio morale. Confidiamo che il sindaco Pisapia si farà carico di una tale battaglia, opponendo la serietà che gli è consona a questa inaccettabile Sodoma&Gomorra in salsa cartoon, di cui Altan è imperdonabile – e si direbbe compiaciuto –- artefice.

di Andrea Scanzi, IFQ

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3 febbraio 2012

1.500 immigrati morti in mare

Nessuno si impressiona per un dato spaventoso: 1500 fantasmi del mare. Uomini, donne e bambini partiti dalla Libia nel 2011 e mai arrivati in Europa. Una cifra calcolata dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati, per difetto, sulla base dei racconti dei parenti e dei superstiti.

“O PEGGIO ancora – spiega la portavoce italiana dell’Unhcr, Laura Boldrini – persone che ci hanno telefonato dai barconi, e che poi non sono mai sbarcate”. Un numero, 1500, che tiene conto soltanto di coloro che sono partiti dai porti della Libia, prevalentemente intorno a Tripoli, e non invece dalla Tunisia. “Questi ultimi – ancora Boldrini – venivano in Europa per lavoro e non avevano i nostri riferimenti”. La distinzione serve a comprendere meglio il fenomeno migratorio. Nel 2011 sono partite dalla Libia, e sono giunte per lo più a Lampedusa, 28 mila persone: si tratta di rifugiati (eritrei, so-mali, ivoriani) o di lavoratori. I primi non potevano certo rientrare nei paesi d’origine, i secondi – travolti dalla caduta del regime di Gheddafi – sono partiti in cerca di un altro impiego. Entrambi i gruppi hanno presentato anche nel nostro Paese richiesta d’asilo. I tempi sono i soliti: le venti commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale devono riunirsi e valutare caso per caso. “In molti si sono visti respingere la domanda – racconta Boldrini –. Per loro il governo dovrebbe trovare soluzioni alternative, altrimenti si rischia di aver moltissimi irregolari in più. Si potrebbe pensare al rimpatrio volontario assistito, magari con un incentivo economico che superi i 200 euro prospettati finora”. Il secondo gruppo, quello dei tunisini, partiti in numero uguale, ha lasciato il proprio Paese nella speranza di poter trovare lavoro in Europa. E infatti non si sono fermati tutti in Italia. “Il governo precedente ha enfatizzato il fenomeno, creando un allarmismo ingiustificato – prosegue Boldrini –. Addirittura si è parlato di ‘tsunami umano’ e la comunicazione istituzionale ha rischiato di influenzare l’animo delle persone , che si sono impaurite. In realtà si è trattato di un numero di arrivi fisiologico, considerando che si parlava di guerra”.

Il numero dei cadaveri sepolti nel Mediterraneo potrebbe essere molto più alto della stima dell’Unhcr. Perché anche tra le odissee tunisine ci sono stati molti naufragi. Mancano all’appello, per esempio, circa 500 uomini, tutti giovani, partiti e mai arrivati. I loro parenti sono giunti nei giorni scorsi in Italia: visitano i Cie, nella speranza di trovare qualche volto familiare. Nelle stesse ore in cui la Concordia speronava uno scoglio, si perdevano le tracce di un’imbarcazione partita dalla costa tra Zlitan e Khums, a est di Tripoli. A bordo c’erano 55 migranti, sono stati recuperati 15 cadaveri, tra cui quello di una neonata. Ma questi sono morti che non fanno notizia.

di Silvia D’Onghia, IFQ

3 febbraio 2012

“Il lavoro non è una questione privata”

Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna e direttore della Fondazione Gramsci, ha firmato l’appello di MicroMega a sostegno della manifestazione della Fiom.    Professore, cosa significa il tentativo di scambio tra diritti e lavoro?    Il lavoro si sta privatizzando, passa come una faccenda del singolo lavoratore nei suoi rapporti con il datore di lavoro. Sta venendo meno l’idea che il lavoro abbia a che fare con la categoria dei diritti soggettivi pubblici. È l’ideologia neoliberista, in cui il lavoro diventa malleabile, flessibile e disponibile. Ma è in contraddizione con la Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quest’affermazione trasforma il lavoro in un pilastro costituzionale rispetto al quale bisogna adattare le logiche del profitto.    Non è un caso che l’affermazione sia l’incipit della    Carta fondamentale, in una parte ritenuta intoccabile.    Sono i principi fondamentali che orientano l’ordinamento. Dalla Costituzione non si evince che l’Italia è un regime socialista. Ma nemmeno che il lavoro è una questione privata.    Per anni abbiamo sentito sciocchezze tipo “La Costituzione non mi consente di lavorare”. Si ricorda le parole dell’ex premier?    Berlusconi diceva la verità. La Costituzione effettivamente imbriglia le imprese: non impedisce loro di lavorare però non consente che l’Italia diventi un paese regolato dalla logica delle imprese.    E oggi?    Il governo Monti è un governo moderato. Credo che anche a questo riguardo ci sarà qualcuno che capirà il rilievo simbolico-politico dell’articolo 18.    Il premier ha detto che non è un tabù…    Quando s’inizia un negoziato non si può dar immediatamente ragione alla controparte. Il risultato credo sarà che l’articolo 18 verrà in qualche modo confermato e svuotato di significato operativo. Sta già capitando. Ma l’articolo 18 non impedisce il licenziamento a causa della congiuntura economica. Magari.    Tra l’altro si applica solo alle imprese con più di 15 dipendenti.    Appunto: non è una difesa tout court dal licenziamento. È una questione politica. Dire che va conservato vuol dire riconoscere al lavoro una valenza pubblica. Al contrario abrogare le affermazioni di principio è un passo terribile. Non c’è da illudersi che questo esecutivo sia animato da una logica progressista, però credo si renderanno conto che l’articolo 18 ha un valore importante. Cancellarlo significa, di fatto, uscire dallo spirito della Costituzione.    Cosa pensa dell’ostracismo della Fiat nei confronti della Fiom?    La Fiat è guidata da un signore che dice: per me il valore supremo è la salvezza dell’azienda. Quali limiti ha incontrato? Una totale passività da parte del governo di allora e di due sigle sindacali su tre. Non mi scandalizza il fatto che lui ci provi.    Un conto è provarci, un altro è non dare scelta ai lavoratori.    È riuscito a far passare l’idea “a casa mia io faccio quello che voglio”. Se non volete lavorare a questi patti state a casa. È il modello americano.    Lo Statuto dei lavoratori e la Costituzione sono vissuti non come garanzie, ma come intralci. Perché?    Sono gli inconvenienti della democrazia. Pagare le tasse non piace, ma bisogna accettarlo. Quando il più grande imprenditore, cioè Fiat, riesce a sfondare è il segnale di una debolezza. La controparte, in questo caso, era la Costituzione: c’era un governo “volutamente disattento” alla Costituzione.    A quale rischio andiamo incontro?    La Costituzione disegna una società che contiene elementi di mercato, ma è democratica. Se diventiamo una società di mercato, il capitale diventa superiore alle leggi. Ho l’impressione che non sarebbe un mondo stabile.

di Silvia Truzzi, IFQ

Carlo Galli (FOTO ANSA) 

3 febbraio 2012

Legge Lega-Pdl-Violante

Ma sì, forse è meglio così. Ben venga il voto della Camera sull’emendamento leghista che costringerà i magistrati a pagare di tasca propria i “danni” a ogni persona indagata e poi assolta. Ben venga perché, anche se fosse approvato anche dal Senato e diventasse legge, non entrerebbe mai in vigore, visto che è contrario alla Costituzione e alla normativa europea: serve soltanto a spaventare i magistrati che si lasciano spaventare. Ben venga perché ci sveglia dal sogno che basti un governo tecnico per ripulire una politica marcia dalle fondamenta e cancellare vent’anni di berlusconismo bipartisan. Ben venga perché così è chiaro a tutti che, sulla giustizia e sulla tv, continua a comandare B. E che il Parlamento che dovrebbe “fare le riforme”, cambiare la legge elettorale, combattere corruzione, mafia ed evasione è sempre quello che dichiarò Ruby nipote di Mubarak, varò una dozzina di leggi ad personam e salvò dal carcere Cosentino (due volte), Tedesco e Milanese. Ben venga perché costringe il governo Monti a uscire dalla comoda e ambigua “continuità” col precedente e a scegliere non fra destra e sinistra (etichette giurassiche), ma fra i due partiti trasversali che si fronteggiano da tempo immemorabile: quello dell’impunità e quello della legalità. Per fortuna, mentre il Parlamento si arrocca a difesa dei suoi delitti come quello spazzato via vent’anni fa da Mani Pulite, il partito della legalità cresce: lo testimoniano le oltre 16 mila firme raccolte in poche ore dalla legge del Fatto sulla responsabilità giuridica dei partiti dopo il caso Lusi. Ora la ministra Severino non può cavarsela con frasette alla vaselina per deplorare l’“intervento spot” che “rende poco armonioso il quadro complessivo”, auspicare “qualche miglioramento in seconda lettura”, previa “riflessione sul tema per riaprire il dialogo”, e annunciare “una seconda fase” (la solita, mitologica “fase 2”). Prendersela soltanto col Pdl e con la Lega è troppo facile: erano anni che tentavano di farla pagare (nel vero senso della parola) ai giudici per le indagini sui loro leader-lader. Ieri, fra i 261 sì alla porcata padan-berlusconiana, si annidavano – nascondendo la mano grazie al voto segreto avventatamente concesso da Fini – almeno 50 deputati dell’altro fronte (Pd, Udc, Fli e Idv). Del resto i partiti maggiori (Pdl, Pd e Lega) e qualcuno minore (tipo l’Api di Rutelli) hanno a che fare con la giustizia e, nel segreto dell’urna, non è parso vero a qualche furbastro di assestare una bella legnata ai magistrati, o almeno di metter loro paura. L’idea malata e somara che l’errore giudiziario scatti ogni qual volta un cittadino finisce sotto inchiesta o sotto processo o agli arresti e poi venga assolto, dunque debba pagare direttamente il magistrato, accomuna trasversalmente la gran parte del mondo politico e di quello intellettuale retrostante. Proprio in questi giorni l’Unità, tornata a essere l’organo ufficiale del Pd, s’è lanciata in una delirante campagna in difesa di Ottaviano Del Turco, arrestato nel 2008 per tangenti, poi rinviato a giudizio e ora a processo. Anticipando la sentenza, l’Unità ha deciso che Del Turco è innocente a prescindere. Poi l’ha intervistato per fargli chiedere “un atto riparatore dalla politica” per un’assoluzione che non c’è. Poi ha interpellato Violante, il quale ha sostenuto che siccome “non si è trovato il denaro”, Del Turco    dev’essere per forza innocente (uno come lui i    soldi non li farebbe mai sparire). E s’è portato    avanti col lavoro, dimenticando che gli arresti e i    rinvii a giudizio non li fa il pm, ma il gip e il gup: “Se Del Turco dovesse risultare innocente, è chiaro che il magistrato inquirente dovrebbe risponderne direttamente”. E certo: siccome i processi servono a stabilire se uno è innocente o colpevole, se tutti gli assolti potessero rivalersi sul pm, non si troverebbe più un pm disposto ad aprire un’indagine. Un’idea talmente demenziale che Polito l’ha subito elogiata sul Corriere. E ieri, Lega e Pdl l’hanno tradotta in legge. Per una questione di Siae, la chiameremo “legge Violante”.

di Marco Travaglio, IFQ

2 febbraio 2012

Abbasso il posto fisso

Stando al fallace termometro web di Facebook e Twitter, la frase di Mario Monti è stata accolta con più rassegnazione che rabbia: “’I giovani si abituino all’idea di non avere più il posto fisso a vita. Che monotonia. É bello cambiare e accettare delle sfide”. Lo dice a Matrix, su Canale5, nella puntata trasmessa nella notte e anticipata ieri sera dalle agenzie. “Stare a Roma forse dà alla testa ai nordici”, commenta una certa Eleonora su Twitter. Un altro incidente di comunicazione, a pochi giorni da quello del viceministro Michel Martone sugli “sfigati” che non si laureano prima dei 28 anni. Per essere uno che come obiettivo per il 2013 ha di “portare, con il governo e il Parlamento, l’Italia ad essere tranquilla economicamente e avviata”, il premier non usa toni pacifici. Sull’articolo 18, tema che interessa soprattutto i genitori di quei giovani senza posto fisso, Monti ripete che “non è un tabù”. E dice addirittura che “può essere pernicioso per lo sviluppo dell’Italia e il futuro dei giovani”. Non è la premessa migliore per l’incontro di oggi tra il ministro del Welfare Elsa Fornero e i sindacati.

Ma è il ragionamento sul posto fisso quello che avrà la scia più corposa di polemiche. Poco più di due anni fa, il 19 ottobre del 2009, l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti sorprese tutti dicendo: “La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. Seguì dichiarazione programmatica dalla tipica vaghezza tremontiana: “C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”. Parole che stupirono non tanto per la base culturale di Tremonti, mai stato liberista e da sempre alfiere di una personale economia sociale e di mercato cui si richiama anche Monti, quanto perché il governo Berlusconi non ha certo messo i precari in cima alle priorità. La memoria è corta in Italia, ma la prima legge respinta dal Quirinale in questa legislatura (marzo 2010) riguardava proprio il lavoro e di fatto imponeva ai nuovi assunti di rinunciare a esercitare i propri diritti davanti al giudice in caso di controversie (il famoso collegato lavoro).

MONTI NON HA MAI nascosto di preferire la tutela del lavoratore a quella del lavoro: meglio investire per sviluppare competenze e su ammortizzatori sociali pensati per facilitare la transizione da un posto all’altro, invece che per assicurarsi che il dipendente non lasci mai l’azienda che l’ha assunto. Come ai tempi della polemica sulla battuta di Tremonti, i dati raccontano che i giovani non possono scegliere tra la “monotonia” del posto fisso e il dinamismo della flessibilità. Secondo l’osservatori di Datagiovani, in Italia ci sono 1,6 milioni di giovani precari (tra contrattini e finte partite Iva). I giovani sono quasi tutti precari, ma non tutti i precari sono giovani: gli under 35 sono soltanto il 43 per cento. Per questo Monti dice che “ci vogliono sia politiche specificatamente indirizzate ai giovani, sia politiche indirizzate alla rimozione dei vincoli che tengono fuori i giovani dal lavoro”. É nota la distanza tra il dire e il fare, però. Al momento la piega che sta prendendo il negoziato sulla riforma del mercato del lavoro è la seguente: i giovani potranno aspirare a un apprendistato lungo, 3 anni durante i quali saranno dipendenti di serie B che incrociano le dita sperando (senza alcuna garanzia) di essere assunti al terzo anno. Cambieranno anche gli ammortizzatori sociali, si vuole riformare la cassa integrazione straordinaria (che riguarda poche minoranze ed è assegnata con criteri arbitrari), ma il reddito minimo di cittadinanza che dovrebbe sostituirla non può partire perché non ci sono soldi. E quindi? C’è il solito rischio: costruire contratti flessibili rimandando al futuro le tutele che distinguono flessibilità da precarietà.    In fondo Monti una certa continuità con il passato la deve perfino rivendicare: “Trovo che l’appoggio che Silvio Berlusconi dà al governo sia fondamentale come quello del Pd e del Terzo Polo”, dice il premier. E Berlusconi nel pomeriggio aveva fatto la sua parte: “Con senso di responsabilità sosteniamo questo governo e sarebbe da irresponsabili farlo cadere”. Le carinerie abbondano, da parte del professore: “Se mi sono avvicinato alla cosapubblica è perchè nel 1994 Berlusconi, appena nominato presidente del Consiglio mi ha chiesto se volevo fare il commissario europeo”. Ma poi rivendica il valore della discontinuità: lo spread continua a scendere, anche se lentamente. Ed è distante 200 punti da quando Giorgio Napolitano chiamò Monti a Berlino per offrigli un posto fisso, quello di Senatore a vita. Ma non si può dire che si stia rivelando monotono.

di Stefano Feltri, IFQ

2 febbraio 2012

Le Ferrovie del terzo millennio: treno bloccato per ore nella neve

Sembravano scene di ordinario disagio legato al maltempo: neve, ghiaccio, vento forte. In realtà, tra Forlì e Cesena, un treno si è fermato poco dopo le 14.30, in aperta campagna, nella zona di Forlimpopoli. Da quel momento i passeggeri sono rimasti senza riscaldamento e successivamente senza luce, per ore. Seicento persone secondo Trenitalia, poco precisa anche sull’orario in cui sarebbe avvenuto il guasto, almeno il doppio secondo i passeggeri intrappolati nei vagoni che si sono affidati a Twitter per comunicare con l’esterno.    Un treno, l’Intercity 615, in servizio da Bologna a Taranto, che la Protezione civile si è persa per qualche ora e che ha avuto problemi a recuperare, anche una volta dato l’allarme. “Ora stiamo per recuperarlo”, ha detto al Fatto Quotidiano Demetrio Egidi, responsabile della Protezione civile in Emilia Romagna. “Lo porteremo agganciato ad altri locomotori nella stazione di Forlì e da lì le persone verranno ospitate a Rimini”. Il recupero è avvenuto in realtà solo in serata. Il problema tecnico avrebbe riguardato un guasto ai freni del locomotore, probabilmente a causa del gelo.

Ma nonostante gli appelli che sono arrivati per l’intera giornata dall’interno dei vagoni, la centrale operativa regionale di Ferrovie dello Stato dice di non registrare alcuna situazione critica tra i passeggeri. “Complimenti a Trenitalia per la risposta”, hanno commentato alcuni passeggeri raggiunti attraverso Internet e i cellulari. “Noi siamo bloccati da ore al freddo e senz’acqua. E qui è il delirio, c’è gente seduta per terra da 4 ore. Il treno ha raccolto i pendolari e ci sono almeno il doppio delle persone che dovrebbero esserci. Hanno finito i panini, continuando a venderli a 4 euro l’uno”.

E ANCORA: “Vediamo una strada a un centinaio di metri con dei lampeggianti. Per fortuna sono passati i vigili del fuoco a verificare che non ci fossero persone che stessero male. Nell’altra direzione i treni passano. Ora stiamo cercando di calmare alcuni ragazzi che sono un po’ irrequieti, ma immaginate di essere chiusi su un treno fermo dalle 14.40 senza poter uscire, è una situazione claustrofobica anche per persone che non sono depresse o ansiose”, questo il racconto di Nicoletta Polliotto.    Trenitalia in serata ha riprogrammato tutte le partenze di oggi per garantire i collegamenti tra nord e sud del Paese. Anche se la situazione, soprattutto al nodo di Bologna, resterà critica per l’intera giornata di oggi. “Se le nevicate sono in fase di attenuazione”, dice la Protezione civile, “abbiamo timori per il ghiaccio, visto che le previsioni parlano di temperature in picchiata”. Ma la situazione continua a essere critica in tutto il Paese. Oltre all’Emilia Romagna, dove a Bologna è rimasto chiuso per tutta la giornata di ieri l’aeroporto Marconi, ci sono problemi e disagi anche in Piemonte, dove fino al 5 febbraio resterà chiuso l’ospedale Molinette, il terzo più importante d’Italia a causa di un guasto al riscaldamento. Dal nosocomio assicurano che “nessun ricovero è stato respinto, il riscaldamento funziona e al momento non si registrano situazioni critiche”. Ma i carabinieri dei Nas sono stati inviati dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello per compiere accertamenti e per acquisire informazioni sulla struttura.

CRITICA la situazione anche in Toscana (la Firenze-Pisa-Livorno è rimasta chiusa per ore a causa del ghiaccio) e in Lombardia, dove negli ospedali sono stati presi d’assalto gli ospedali e i reparti di astanteria sono praticamente senza posti letto. A Roma, invece, è scesa invece molta pioggia. Soprattutto nella matti-nata di ieri. Ma la temperatura rimane bassa. La Protezione civile del Campidoglio ha perfezionato il dispositivo di intervento e si prepara ad affrontare l’ondata di maltempo che, secondo le previsioni , interesserà la Capitale tra questo pomeriggio e la giornata di domenica con la possibilità che la pioggia diventi neve anche a quote basse comprese fra 300 e 100 metri, fino a livello di pianura.    Insomma, quella di ieri sembra solo la prima giornata di un lungo weekend dove la tenuta di viabilità e trasporti verranno messi a dura prova.

di Emiliano Liuzzi, IFQ

In tutta Italia (qui, Perugia) strade chiuse (FOTO ANSA).
 

2 febbraio 2012

Nel nome del padrino

Ci sono, nella storia dell’Italia, problemi che gran parte degli storici e dei mezzi di comunicazione di massa evitano con molta cura di affrontare. Tra di essi, a mio avviso, ha un posto di rilievo una questione che si incontra più volte se si ha a che fare con il Novecento, quello che lo storico inglese Eric Hobsbawm volle definire, nel 1989, il secolo breve. E, se si affrontano in particolare, le vicende che riguardano nello stesso secolo l’Italia meridionale e le isole maggiori della Penisola. Stiamo parlando, per chi non lo avesse ancora capito, dei rapporti che la Chiesa cattolica ha intessuto da molto tempo con le associazioni mafiose. In un saggio apparso presso le edizioni Baldini, Castoldi, Dalai (I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafie e Chiesa cattolica pagg. 367, euro 18.50) Isaia Sales ripercorre – sulla base di fonti tratte dalla stampa nazionale e locale, ma anche relative a processi penali – una storia tormentata che gli italiani (o la maggior parte di loro) sembrano aver dimenticato e che pone ancora oggi problemi di difficile soluzione.

PADRE Bartolomeo Sorge, che più volte è intervenuto su questioni ardue della politica italiana, disse una volta: “Mi sono chiesto perché questo sia potuto accadere: il silenzio della Chiesa sulla mafia. Non si potrà mai capire come mai i promulgatori del Vangelo e delle beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione. Il silenzio, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni”. E Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica a Palermo nei primi anni Novanta, dopo le stragi di Falcone e Borsellino e delle loro scorte, ha di recente aggiunto: “Se Falcone, Borsellino, don Puglisi sono morti è perché lo Stato, la Chiesa, tutti noi non siamo stati ciò che dovevamo essere”.    L’affermazione del magistrato torinese non contrappone la Chiesa cattolica, istituzione di grande rilievo nella società italiana , allo Stato nazionale ma mette in luce, senza ipocrisia, i problemi che l’esistenza, e addirittura l’espansione delle associazioni mafiose (la ‘ndrangheta calabrese, anzitutto negli ultimi anni, ma anche la mafia siciliana e la camorra campana) ha provocato nel nostro paese.    Gli esempi che Sales nel suo libro riferisce, traendoli da una casistica solo in parte nota alla pubblica opinione, sono molto numerosi e paiono in certi casi addirittura incredibili a chi non si sia mai avvicinato al tema della presenza mafiosa nella nostra vita economica e sociale.    Il primo aspetto impressionante è costituito dalla fervida fede cattolica che mostrano di avere alcuni tra i più noti boss delle maggiori associazioni mafiose: nei covi di Bernardo Provenzano, catturato dopo 43 anni di latitanza, di Michele Greco noto come il “papa” della cupola palermitana, di Pietro Aglieri e di Benedetto Santapaola o ancora di Raffaele Cutolo, re della nuova camorra, o di Momo Piromalli, sono stati ritrovati Bibbie, libri religiosi, immagini di Santi e di madonne, addirittura altari su cui celebrare la messa.

COME SI spiega un simile atteggiamento e quale significato ha una vicinanza così grande tra quelle associazioni e la Chiesa meridionale, che pure ha avuto anche frati e sacerdoti che si sono spesi con generosità fino al martirio nella lotta contro le mafie? A un simile interrogativo, nel suo libro, l’autore cerca più volte di rispondere indicando “la lunga sedimentazione degli insegnamenti della Chiesa meridionale sul costume, sulla mentalità, sul senso civico, sui valori privati e pubblici della società meridionale. La Chiesa non ha fatto da argine alle mafie e ai mafiosi sia perché essa è stata parte fondamentale delle classi dirigenti meridionali, condividendone tutti i limiti e le compromissioni in quanto coinvolta pienamente nelle proprietà e nel controllo della terra. E questo sia perché la sua teologia morale ha permesso a degli assassini di sentirsi quasi dei privilegiati, essendo le pecorelle da recuperare e non avendo l’obbligo di legare la propria confessione dei delitti a una espansione sociale, pubblica, riparatrice dei danni provocati al singolo e alla società”.    È una spiegazione quella di Sales che attribuisce alle classi dirigenti italiane, e a quelle meridionali non meno che alle altre, le responsabilità maggiori per un problema storico che nel Ventunesimo secolo, a quanto pare, non siamo ancora riusciti a eliminare (e neppure a circoscrivere) insistendo esclusivamente sulla pur indispensabile repressione e non attivando invece per nulla il pedale fondamentale della lotta culturale e politica contro i metodi delle associazioni mafiose. C’è da sperare che gli italiani ritrovino (come è successo altre volte nella loro storia) l’energia e la forza per rovesciare il processo e liberarsi finalmente di un cancro che rischierebbe persino di distruggere la nostra giovane democrazia.

di Nicola Tranfaglia, IFQ

1 febbraio 2012

Primarie, la primavera è finita

Il centrosinistra rompa gli indugi e dia il via a una campagna elettorale che continui la straordinaria opera di cambiamento incarnata da un grande sindaco”. È tutta qua, nell’appassionata dichiarazione di Nichi Vendola a favore di Ippazio Stefàno, sindaco di Taranto uscente, la chiave per capire che le primarie sono gravemente malate. Sì, perchè Vendola, proprio lui, quello che impose le primarie per la guida della Puglia, nonostante il niet del Pd, e vinse in maniera schiacciante contro Francesco Boccia, il candidato democratico, sta dicendo che a Taranto, dove si vota a maggio per scegliere il Sindaco, le primarie non si devono fare. Perché il candidato c’è, ed è il suo.    Taranto, però, è solo uno dei casi in cui le consultazioni rischiano di saltare. Se è per Brindisi, la coalizione di centrosinistra si sta affidando a “un candidato unico”. Se è per Palermo, le consultazioni sono state congelate per l’impossibilità di mettersi d’accordo pure sullo schieramento di riferimento dei partecipanti. A fronte di questo, ci sono casi, come quello di Genova, in cui le consultazioni assomigliano di più a una guerra interna (in questo caso al Pd) che a un’occasione di scelta per i cittadini. Città importanti, che danno il segno dei tempi, anche se poi in tante realtà minori le consultazioni si fanno e la gente a votare ci va.    E dunque, c’erano una volta i gazebo, i volontari, le file per indicare prima Prodi e poi Veltroni candidati leader del centrosinistra. C’erano una volta le consultazioni che rovesciarono quelle che sarebbero state le scelte dei partiti: la vittoria di Giuliano Pisapia contro Stefano Boeri a Milano, la più plateale, oltre quella dello stesso Vendola. Ora è di nuovo tempo di tavoli, di accordi di segreterie, di patti (e ricatti) incrociati tra partiti. D’altra parte, il bipolarismo sembra già un ricordo e un’utopia: si ragiona in termini proporzionali, di alleanze, compromessi e schieramenti.

Il triangolo pugliese e il veto del Governatore

A LECCE in realtà delle primarie ci sono state: il 23 gennaio havintoLoredanaCapone,candidata del Pd, vicepresidente della giunta Vendola con il 49 per cento dei consensi. E ha battuto Carlo Salvemini, sostenuto da Sel, che ha ottenuto il 42 per cento. Un colpo inaspettato per il Governatore. Da qui, il teorema del suo braccio destro, Nicola Fratoianni: “Organizziamo le primarie soltanto nelle città guidate dalla destra e per i sindaci che sono al secondo mandato”. Vizio del centrosinistra, quello di trovare una regolaperognioccasione.ATaranto, dove, appunto, Stefàno è il sindaco uscente, le primarie in realtà le ha chieste a gran voce un Comitato appositamente costituitasi, e composto da elettori del Pd, dell’Idv e del Movimento Ionico per la legalità. Il coordinatore del MIJ, Antonio Asaro, così scriveva a Vendola: “In questi quattro anni di amministrazione Stefà no ne abbiamo visto di tutti i colori: dall’accordo con Cito per piazzare un suo autorevole consigliere comunale nel Consiglio di amministrazione dell’AMIU alla distruzione della maggioranza con cui aveva vinto le elezioni del 2007, alla rimozione di ben 13 assessori senza dare motivazioni o dandole assolutamente risibili. Le forze che lo avevano portato alla vittoria ora sono all’opposizione”. Il Pd, nel frattempo, avrebbe individuato il suo candidato alle primarie, Mi-chele Pelillo. Che allarga le braccia: “Sono candidato alle primarie? Mah, se ce le fanno fare…”. Sergio Blasi, coordinatore regionale dei Democratici, non perde occasione: “Non ci voglio credere e non ci posso credere, mi sembra che si sia capovolto il mondo. Ma come, chi chiede le primarie ovunque, non vorrebbe farle in Puglia?”. Sulle posizioni di Vendola, sta però anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano, anche lui del Pd. Spiega Blasi: “Noi le vorremmo per allargare la coalizione”. Più o meno la stessa motivazione con la quale si dice che però a Brindisi è meglio non farle. “Non le chiama nessuno”, precisa Blasi. In realtà il Pd ha giàstrettounaccordoconMimmo Consales come “candidato unitario” per le elezioni. Dopo aver chiesto il ritiro al suo candidato naturale, Giovanni Carbonella, il presidente provinciale del partito. Nel frattempo, Vendola sarebbe pronto ad offrire una contropartita all’appoggio di Stefànoa Brindisi: la rinuncia di Giovanni Brigante (sostenuto non da tutta Sel, ma da Puglia per Vendola) a sfidare alle primarie appunto Consales. Da due possibili primarie a zero, insomma.

Il congelamento  in Sicilia

A PALERMO, le primarie ci sarebbero dovute essere domenica scorsa. Poi, si era indicata la data del 18 febbraio. Adesso sono state congelate. Impossibile mettersid’accordo,stavolta sullo schieramento di riferimento. I candidati ufficiali erano Leoluca Orlando per l’Idv, Rita Borsellino, candidata ufficiale del Pd, Davide Faraone, il renziano (quindi di nuovo vicino al Pd) e Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale Idv, in rotta col suo partito, sostenuto dall’ala più vicina al governo Lombardo dei Democratici, rappresentata dal senatore Beppe Lumia e dal capogruppo all’Ars Antonello Cracolici, e in grado di attrarre nella propria orbita il Terzo polo. E proprio nel nome del no a Lombardo è saltato il tavolo. Ovvero, sono saltate le primarie, in favore di un tavolo che dovrà decidere quale sarà la coalizione di riferimento per le primarie. In realtà, a questo punto le consultazioni non le vuole nessuno. E Orlando (che ci tiene a precisare “sono candidato alle elezioni”) spera in un ticket con la Borsellino (anche lei candidata).

di Wanda Marra, IFQ

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