Posts tagged ‘Pdl’

5 ottobre 2012

Annientata la legge anticorruzione

Finalmente avremo una legge anticorruzione. Anzi, a favore. Dopo gli ultimi emendamenti del governo al ddl, che mercoledì varcherà la soglia dell’Aula del Senato, la sensazione è diventata una certezza: con questo provvedimento le cose cambieranno poco e resteremo lontanissimi da quel che ci chiede l’Europa.

DOPO L’ENNESIMA trattativa con i partiti di maggioranza, il Guardasigilli Paola Severino ha presentato tre modifiche: la prima riguarda la corruzione tra privati. Il ministro propone che si possa procedere solo se la persona offesa sporge querela, “salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nell’acquisizione di beni o servizi”. Tradotto: se io, amministratore di una società, causo un danno alla mia azienda per ricevere un favore personale, verrò punito solo se qualcuno avrà fatto una regolare denuncia perché i magistrati non potranno più procedere d’ufficio.    La seconda correzione riguarda il famoso “traffico di influenze illecite” su cui il Pdl ha fatto le barricate. La Severino ha ceduto a circoscrivere il campo di azione parlando di “atto contrario ai doveri d’ufficio o all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio”. Ovvero: se io chiedo un favore a un pubblico ufficiale che medierà per me in modo illecito, sarà punito solo se verrà meno a doveri d’ufficio, non se è riconosciuta “l’utilità” che ottiene con quel gesto, tipo lo scambi di benefici.    L’ultima modifica riguarda i magistrati fuori ruolo. A Montecitorio, l’ormai famoso emendamento firmato da Roberto Giachetti aveva stabilito che chi lascia la magistratura per ricoprire un incarico amministrativo pubblico lo può fare solo per cinque anni e poi deve tornare alle sue mansioni. Ora la Severino lo vuole allungare a dieci, anche continuativi. Non solo: quel limite ha delle eccezioni. Non si applicherà, infatti, a chi ricopre cariche elettive, o svolge il suo mandato presso gli organi di autogoverno, organi costituzionali come la Presidenza della Repubblica e le Camere o ha in carichi presso istituzioni europee, organismi internazionali, e anche rappresentanze diplomatiche. Quella che fu indicata, all’epoca dell’emendamento Giachetti, come la più penalizzata fu Augusta Iannini, la moglie di Bruno Vespa.

LEI, GIÀ A CAPO dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia e nominata membro dell’Autorità della Privacy, si difende: “Sono totalmente disinteressata alla sorte dell’emendamento governativo sulla durata della permanenza dei magistrati fuori ruolo e sulle relative eccezioni. Ho infatti già maturato i requisiti per essere collocata a riposo, potendo comunque continuare a ricoprire il mio attuale incarico presso l’Autorità Garante”. Insomma, alla Iannini ormai non serve più, ma a qualche suo collega sì, ed è proprio lei a denunciarlo: “Sono quindi altri, tutti facilmente individuabili in ognuna delle eccezioni previste nell’emendamento, di cui i media dovrebbero occuparsi”. Con chiaro riferimento ai magistrati che siedono nelle istituzioni che godranno del beneficio.    Il Partito democratico si è detto soddisfatto della mediazione della Severino e ha deciso di ritirare i suoi emendamenti. Molto meno entusiasmo nel Pdl. Bocciate dall’esecutivo le cinque norme “salva-Ruby” e l’emendamento “anti-Batman”. Le rivedremo mercoledì in aula? “Non lo so – risponde Gasparri – è prematuro parlarne . Stiamo valutando”. Ma i numeri per l’approvazione non ce l’hanno, anche la Lega è contraria a emendamenti a “sorpresa”. Cioè dell’ennesima legge ad personam.

di Caterina Perniconi, IFQ

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5 ottobre 2012

Miliardari con i nostri soldi

Dagli al Fiorito. Tutti addosso al politico ciccione che s’è fatto i comodi suoi con i soldi pubblici. Bersaglio facile, er Batman, e non solo per la corporatura a dir poco massiccia. La lista della spesa è lì, sotto gli occhi di tutti. Case, auto, oggetti di lusso, segno tangibile delle ruberie che hanno portato in carcere l’ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio. I soldi delle banche, invece, si perdono nell’alto dei cieli della finanza. Difficile vedere. Difficile capire. Ma il conto finale è ben più pesante. Un conto miliardario a carico della casse dello Stato e quindi dei cittadini.

Questione di tasse. E di marchingegni contabili studiati da professionisti specializzati in quella che con soave eufemismo viene definito “ottimizzazione fiscale”. Se prendiamo i tre maggiori istituti nazionali, Intesa, Unicredit e Monte dei Paschi, si scopre che negli ultimi tre anni l’Agenzia delle Entrate ha contestato qualcosa come 2 miliardi di euro tra imposte non pagate, sanzioni e interessi. Una montagna di denaro, che in tempi di spending review avrebbe fatto davvero comodo. Se poi paragoniamo questa somma alle ruberie contestate nello scandalo della Regione Lazio, perfino il corpulento Fiorito diventa un topolino.

PUÒ ANCHE CAPITARE che le banche, a causa di una gestione alquanto discutibile, finiscano in cattive acque, tra perdite, debiti e prestiti a vanvera. Niente paura: arriva il pronto soccorso di Stato. Una bella iniezione di denaro fresco giusto in tempo per evitare guai ancora maggiori. È il caso, un’altra volta, del Monte dei Paschi, che si prepara a ricevere 3,3 miliardi dal governo. Un pacco regalo sotto forma di obbligazioni gentilmente sottoscritte dallo Stato. Come dire che il conto finale, sommando tasse e aiuti, supera i 5 miliardi. Il timbro ufficiale sulla penosa storia del Monte è arrivato proprio due giorni fa quando l’Eba, l’autorità europea in materia bancaria, ha certificato che il deficit patrimoniale della banca senese ammonta a 1,7 miliardi. Come dire che per rispettare i parametri fissati dall’ente di controllo, bisogna fare il pieno di capitali freschi al più presto. Solo che il Monte in questi anni ha già chiesto denaro più volte ai suoi azionisti, l’ultima nel 2011. E così, nell’impossibilità di trovare nuovi volonterosi sostenitori, saranno le casse pubbliche a farsi carico del salvataggio.    Verrà rinnovato il prestito di 1,9 miliardi già concesso nel 2009 (i cosiddetti Tremonti bond) a cui si aggiungerà un’altra tranche di obbligazioni da oltre 1,4 miliardi. Il totale, appunto supera i 3,3 miliardi. E per effetto del regolamento di questi prestiti lo Stato nei prossimi mesi potrebbe rilevare una partecipazione vicina al 4 per cento nel capitale della banca. Non c’erano alternative. I soldi, maledetti e subito, erano indispensabili per evitare guai peggiori. I conti del 2011 si sono chiusi con perdite per 4,6 miliardi di euro, dovute in gran parte alle svalutazioni miliardarie di attività, a cominciare dalla Banca Antonveneta, comprate a prezzi d’affezione negli anni del boom della finanza.

Insomma, acquisti incauti. A cui vanno aggiunti investimenti colossali, oltre 27 miliardi, in titoli di stato italiani. Non proprio il massimo, con l’aria che tira. Adesso tocca al governo tappare i buchi. Chi ha guidato la banca negli anni in cui è stato messa in atto questa strategia suicida si gode invece un nuovo incarico di prestigio. Giuseppe Mussari, presidente del Monte da aprile 2006 fino alla primavera scorsa , tre mesi fa è stato riconfermato alla guida dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, in pratica la Confindustria del credito. Domanda: chi ha preso il posto di Mussari sulla poltrona di presidente dell’istituto toscano? La primavera scorsa si è insediato al vertice Alessandro Profumo con il mandato preciso di rilanciare la banca, tagliando, tra l’altro, migliaia di posti di lavoro. A giugno Profumo è stato rinviato a giudizio per dichiarazione fraudolenta dei redditi. Una storia che risale agli anni in cui il banchiere guidava Unicredit, lasciato nel settembre del 2010. Una storia di imposte evase per circa 245 milioni grazie a una complicata operazione col nome in gergo di Brontos. Questa l’accusa della Procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto il processo anche per altri 19 manager di Unicredit. In pratica, secondo i magistrati, i vertici dell’istituto avrebbero camuffato gli utili in dividendi riuscendo così a spuntare un’imposizione più leggera. E questa è soltanto la parte penale di un’indagine ben più ampia sulle acrobazie della banca milanese ai tempi della gestione Profumo. Secondo l’Agenzia delle Entrate, Unicredit avrebbe versato quasi 450 milioni di tasse in meno rispetto a quelle dovute, di cui poco più della metà legate alla cosiddetta operazione Brontos. Alla fine, con l’obiettivo dichiarato di non restare a lungo sulla graticola delle indagini e senza ammettere alcuna responsabilità, la banca ora guidata dall’amministratore delegato Federico Ghizzoni, ha versato al fisco circa 190 milioni.

UNA SCELTA analoga a quella compiuta dagli altri grandi istituti finiti nel mirino degli ispettori tributari. Il Monte ha sborsato 260 milioni. Intesa invece ha chiuso le sue pendenze con una transazione per 270 milioni. Sul piano amministrativo l’inchiesta si è così chiusa. Resta da chiarire la posizione dell’ex numero uno Corrado Passera. Il banchiere ora ministro è indagato dalla procura di Biella per alcune operazioni fiscali sospette varate da una controllata di Intesa con sede nella cittadina piemontese.

di Vittorio Malagutti, IFQ

Il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari Foto Ansa

3 ottobre 2012

Lodo Longo

Libera, Legambiente e Avviso Pubblico rivelano che a più di 1 italiano su 10 è stata chiesta una tangente. Report e il Fatto rivelano che più di 1 parlamentare su 10 è nei guai con la giustizia. L’Istat rivela che più di 1 italiano su 10 è senza lavoro. Se ne potrebbe persino dedurre che, se uno rifiuta una mazzetta a un parlamentare, resta disoccupato. Ma su queste prodigiose coincidenze statistiche si attendono lumi dal sen. avv. Piero Longo, difensore di B, che a Report ha dato spettacolo: “Per me può stare in Parlamento anche un condannato definitivo. Il Parlamento dev’essere la rappresentazione mediana del popolo che rappresenta: perché dovrebbe essere migliore?”. Forse al nostro principe del foro sfugge l’etimologia di “elezione”, che deriva da “eligere”, cioè selezionare, possibilmente il meglio. Se lo scopo fosse riprodurre in scala la società, anziché eleggerli, tanto varrebbe sorteggiare i parlamentari tra le varie categorie, comprese quelle criminali. Anni fa, a Milano, imperversava una gang di cileni dediti al borseggio sui mezzi pubblici. Un giorno ne fu arrestato e processato uno. Il giudice gli chiese di declinare le generalità e gli domandò che lavoro facesse per vivere. Il tizio rispose: “Rubo i portafogli ai passeggeri degli autobus”. Il giudice replicò che quello era un reato, non un lavoro. Lui però insisté: “I miei amici mi hanno convinto a lasciare il Cile e a raggiungerli qui in Italia proprio perché mi hanno assicurato che avrei potuto guadagnare bene borseggiando la gente, sennò non sarei venuto”. Non sappiamo se il suo difensore fosse il professor Longo, ma se lo sarebbe meritato. Perché i due, a loro insaputa si capisce, ragionano esattamente allo stesso modo: rubare è un lavoro come un altro e i ladri han diritto di eleggere i loro bravi rappresentanti in Parlamento come qualunque altra categoria (gli amici del cileno non l’avevano avvertito che nel Parlamento italiano la lobby dei ladri è più nutrita ancora di quella degli avvocati). Ora che gli elettori sono alla disperata ricerca del nuovo che avanza, non resta che lavorare di fantasia. Grande successo avrebbe il Pdo (Partito degli omicidi), magari diviso in due correnti, Pdod (Partito degli omicidi dentro) e Pdof (Partito degli omicidi fuori), con piattaforme programmatiche semplici e comprensibili a tutti: la prima “uscire”, la seconda “non entrare”. Spopolerebbe poi, specie in certe zone del Sud ma pure del Nord, un “Forza Mafia”, coalizzato o apparentato con “Forza Camorra” e “Forza ‘Ndrangheta”. Invece il Pdno (“Partito Delinquenza non Organizzata”) rischierebbe continue scissioni, a causa della rissosità dei dirigenti e soprattutto della base, portatrice di interessi legittimi, ma confliggenti fra loro: difficile mettere d’accordo gli estremisti dell’assassinio con i moderati del sequestro di persona (l’ostaggio, almeno all’inizio, è preferibile vivo: rapire cadaveri non conviene). Per combattere l’astensionismo dilagante è poi consigliabile dare adeguata rappresentanza a categorie criminali colpevolmente neglette nell’attuale panorama parlamentare: se le Camere pullulano di esperti in corruzione, concussione, truffa, peculato, frode fiscale, falso in bilancio e mafie varie, non si vede perché trascurare i legittimi interessi di ricettatori, ladri di bestiame, rapinatori di banche (da non confondere con i banchieri), profanatori di tombe o bracconieri. E chi sono, figli di un dio minore? Fra l’altro, diversificando le tipologie penali, aumenterebbe di gran lunga le probabilità di una rapida approvazione della legge anticorruzione.

di Marco Travaglio, IFQ

3 aprile 2012

TG1, noia e pastoni. Maccari va peggio di Minzo

Squadroni di inviati in viaggio con il Papa, instancabili cronisti al seguito di Mario Monti, pastoni faticosi da masticare (cioè dichiarazioni in fila indiana) con le solite battute che iniziano con i partiti di destra e finiscono con i partiti di sinistra, e intervalli costanti fra dipiestristi e bossiani e presidenti di Camera e Senato. Non ci sono più le previsioni del meteo e le rubriche per punzecchiare i colleghi giornalisti, e nemmeno i servizi che svelano le mutande antiscippo, ma il Tg1 di Alberto Maccari, democristiano convertito al berlusconismo, va peggio di un illustre successore che nessuno rimpiange, Augusto Minzolini. Forse c’è nostalgia per l’editoriale con la coreografica libreria e i pezzi talmente sfacciati che superavano la satira, eppure al pubblico di Maccari, media del 23 per cento di share in 4 mesi, mancano 400 mila telespettatori e 2,3 punti di share rispetto al direttorissimo che esagerava con la propaganda di centro-destra e la carta di credito aziendale.

MACCARI non poteva recuperare la credibilità smarrita in tre anni di epurazioni e censure, e non poteva neanche – nel ruolo di pensionato che vola per l’ultimo giro – rinnovare la struttura ereditata. Ovvio il risultato: Rai1 trasmette un telegiornale stile Minzolini senza Minzolini, molto più sobrio, molto più noioso, molto più equilibrato. I due vicedirettori Fabrizio Ferragni (teoricamente vicino al Pd) e Gennaro Sangiuliano (praticamente aderente agli ex di An nel Pdl), grandi collaboratori di Minzolini, cucinano il giornale (pastone incluso), che poi Filippo Gaudenzi, caporedattore in odore di promozione, corregge con mani sapienti. Mai esagerare con L’Aquila e la ricostruzione dimenticata, in onore all’amico Bertolaso; mai creare imbarazzi in Vaticano, sepolta l’inchiesta del Fatto con le lettera fra cardinali; ottimo riportare il testo in cui Obama cita Monti, a margine di un incontro ufficiale però, per giustificare le beatificazioni sui giornali. Alberto Giorgino, invece, attraversa un momento complicato: fallito l’ammaraggio sui berlusconiani e freddino il rapporto con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, resta in mezzo aspettando che il maltempo passi come quando si vedeva costretto a indicare l’anticiclone delle azzorre in agguato al Brennero. Sempre presente e vigile, Maccari si gode la gloria che arriva in ritardo, proprio mentre stava per andare in pensione. A dicembre fu richiamato in sella per accontentare il centrodestra e salvare le mediazioni del direttore generale Lorenza Lei.

ORAMAI i due sono uniti da un destino incontrollabile: appena il governo Monti nominerà il nuovo Consiglio di amministrazione, lasceranno le rispettive poltrone. Maccari ha un contratto di dodici mesi che scadrà il prossimo 31 dicembre, ma incombe la clausola infilata dal dg Lei per raccattare i voti in Cda: l’azienda può sostituire il direttore senza rischiare ricorsi. Siccome l’ha scelto Silvio Berlusconi insieme con la Lega Nord, e in viale Mazzini le repliche vanno spesso in onda, l’ex vice di Clemente Mimun ha debuttato a una cena del Pdl con il Cavaliere ospite del deputato Melania Rizzoli. Il Tg1 di Maccari ha un sapore neutro. Quando scorrono i titoli di coda è come se non fosse mai cominciato. Ci vuole coraggio a riavvolgere il nastro di una decina di edizioni e scoprire che esiste un unico messaggio per i telespettatori, fra decine di microfoni che ruotano per soddisfare l’intero arco istituzionale e parlamentare: viviamo “una parentesi di pace”. E come la racconta Maccari, questa pace? “Partiti dimostrano responsabilità” oppure “La Cina è interessata al nostro Paese” e ancora “Vasco Rossi incanta la Scala”. In piedi.

di Carlo Tecce, IFQ

Alberto Maccari direttore del Tg1 (FOTO EMBLEMA)

20 marzo 2012

Giustizia, l’inviato Ghedini detta le condizioni

Ecco che il governo sfiora, anzi s’appresta a toccare un tema sensibile per il Cavaliere: la giustizia, e il copione si ripete. Tale e quale. Stavolta è Niccolò Ghedini, deputato e avvocato di Silvio Berlusconi, l’inviato per le trattative ruvide e complicate con il ministro Paolo Severino: “Se decidono di presentare un testo al buio, si prendono i rischi che il buio comporta”, dice ai suoi collaboratori che aspettano a Montecitorio il maxi-emendamento del governo al testo contro la corruzione. Per televisioni e frequenze, direttamente a Palazzo Chigi, B. decise di spedire Fedele Confalonieri per parlare con Mario Monti: cioè il presidente di Mediaset, l’amico di canzoni e affari che protegge l’impero di famiglia. Al segretario Angelino Alfano, che gestisce (teoricamente) il Pdl, restano soltanto le fotografie al caminetto col professore, Bersani e Casini. Forma e sostanza . Sarà Ghedini a dettare le condizioni al ministro Severino, che ascolta di frequente al telefono e che incontrerà in settimana, mentre Alfano riposa in panchina. Ghedini chiede un paio di cose per mettere in sicurezza – e qui le finanze pubbliche non c’entrano – i conti personali del Cavaliere: niente eccessi su corruzione e dintorni; niente aumento per la prescrizione; niente revisione di quell’emendamento del Pd che spezza in tre parti il reato di concussione e può aiutare, dice la Procura di Milano, l’imputato Berlusconi nel processo Ruby. L’Italia dei Valori accusa di inciucio il Partito democratico, e Massimo D’Alema s’immola per l’emendamento firmato Pd che stravolge il reato di concussione “Le modifiche le vuole l’Ocse (un organismo internazionale, ndr). Nessun salvacondotto per Berlusconi, è l’Ocse che, in un suo recente documento, affronta il problema e avanza una serie di richieste per rendere più efficace la lotta alla corruzione”.    FONTI del ministero smentiscono che sia ufficiale, ovvero in agenda, un appuntamento fra la Severino e Ghedini – e invece il Pdl conferma – perché sarebbe imbarazzante spiegare che il ministro negozia la legge per contrastare la corruzione con l’avvocato del Cavaliere. Ma il ministro Severino deve rispettare una domanda e una promessa: entro fine marzo va depositato a Montecitorio il maxi-emendamento con o senza i colloqui. Non senza Ghedini, però. Nessuno può vincere massacrando l’avversario, neppure l’avvocato di B., perché il Senato ha approvato la Convenzione di Strasburgo appena una settimana fa e il governo deve procedere. Questo l’ha capito persino il Cavaliere, e dunque il mandato di Ghedini prevede varie concessioni (quelle che interessano poco o zero): si può discutere di corruzione privata, traffico di influenze (raccomandazioni) e auto-riciclaggio. Una precauzione, però: testi leggeri, pene ridotte. Per rafforzare il patto con il governo, Ghedini suggerirà al ministro di riprendere il disegno di legge, che risponde al nome di Angelino Alfano, per limitare l’utilizzo e la pubblicazione di quelle intercettazioni che innervosiscono il palazzo. Per clemenza, al Pdl va benissimo pure la versione di Mastella. Ora che Ghedini è in missione, il Cavaliere è tranquillo. Ci pensa il ministro Anna Maria Cancellieri (Interni) ad azionare il conto alla rovescia: “Contro la corruzione dobbiamo giocare una partita dura, come una partita di rugby. Quindi ci dobbiamo armare e andare sul campo, non avere paura di prenderle e di darle”. Squadre schierate, fischia Silvio Berlusconi di Arcore.

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

20 marzo 2012

Agrigento, tutti pazzi per Pennica. L’avvocato dei boss

Certo che non è semplice spiegare quel che succede ad Agrigento, in vista delle prossime comunali di maggio, e giurare che è tutto vero. Succede che c’è un candidato che si chiama Totò Pennica, vicino ad Angelino Alfano, ex segretario di Calogero Mannino, buon parlatore e legale di grossi capimafia della zona, che per settimane viene conteso dal Pd e dal Pdl. Alla fine Pennica opta per il Pdl, e qualche giorno fa scrive al Prefetto perché preoccupato che alcuni suoi clienti, momentaneamente liberi, possano partecipare alle sue iniziative elettorali, facendogli fare brutta figura.

E DIRE che il Pd un suo uomo da appoggiare ce l’avrebbe, quel Peppe Arnone, militante di Legambiente, avvocato e consigliere comunale del partito di Bersani, che da una vita mette la faccia nelle battaglie antimafia. Ma forse in questo s’è spinto un po’ troppo oltre per gli equilibri di potere del centrosinistra siciliano, denunciando le collusioni dei suoi uomini più rappresentativi con la mafia e il malaffare isolano. Ed è quindi ritenuto un soggetto poco raccomandabile. Anche perché molto popolare da quelle parti. E infatti il Pd ad Agrigento ha preferito evitare le primarie, che Arnone avrebbe vinto a mani basse, forte di un sondaggio Ipsos da lui stesso commissionato che lo dà vincente su tutti gli altri possibili candidati sindaco di tutti i partiti (ben 5 punti sul sindaco uscente Marco Zambuto). E adesso il partito di Bersani è nel caos. Angelo Capodicasa, ex presidente della Regione Siciliana, storico leader siciliano del Pci e ora del Pd, e da sempre oggetto degli strali di Arnone sulla questione morale nel partito, non lesinava le proprie simpatie per Pennica, al punto che fino a qualche giorno fa lo avrebbe pure appoggiato. Sì perché Pennica era il candidato del Pd, di Grande Sud dell’ex vice-ministro Gianfranco Micciché, del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo e di Futuro e Libertà. Poi però Pennica ha allargato l’alleanza al Pdl ed è saltato tutto. “Alfano gioca a rubamazzo”, tuonò Capodicasa. “Pennica traditore”, gridarono quelli di Fli. Ma per Angelino Alfano, che è riuscito a mantenere l’alleanza con Grande Sud, l’invito a Capodicasa e soci rimane sempre valido. Anche per frenare la corsa di Arnone. E a questo punto, in quella che ormai è diventata una vera e propria commedia degli orrori, tutto può succedere, come recita lo slogan elettorale di Pennica. “Tra l’avvocato delle vittime della mafia e l’avvocato dei capimafia, Capodicasa manifesta la sua netta preferenza in favore di quest’ultimo”, s’era rivolto la scorsa settimana, in una nota accorata, Arnone a Bersani quando l’accordo con Pennica era cosa fatta, sperando in uno scatto d’orgoglio del segretario Pd. Arnone, dal canto suo, tesse la tela alla sua sinistra e potrebbe provare a riproporre, da solo, il modello della foto di Vasto in formato Valle dei Templi, visto che, come lo stesso Arnone tiene a dire, “non corro con l’appoggio di Lombardo”. Finora, però, Idv e Sel, preferiscono puntare su un candidato autonomo.

E INTANTO mentre l’Udc ripropone il sindaco uscente Zambuto – che cinque anni fa ha mollato l’Udc e la giunta di centrodestra di cui era assessore, si candidò sostenuto da Ds, Udeur e dallo stesso Arnone (nell’ultimo periodo fortemente critico verso l’attuale giunta per i programmi disattesi) – e il Movimento per l’Autonomia di Lombardo e il Terzo Polo tutto rimangono per il momento al palo, il segretario nazionale del Pd Bersani, risulta non pervenuto. Come a Palermo, dove per la vicenda dei brogli alle primarie e la scelta definitiva sul candidato sindaco preferisce demandare il tutto alla segreteria regionale, anche su Agrigento glissa. “Chissà se Ponzio Pilato era originario di Bettola, ridente comune alle porte di Piacenza, che ha dato i natali al segretario”, chiosava Arnone nella sua nota.

di Giuseppe Giustolisi, IFQ

2 marzo 2012

Il nome di Verdini nell’affare di via della Stamperia

 Riccardo Conti, il senatore in quota Pdl, noto alle cronache per la vicenda dell’affare d’oro del Palazzo in via della Stamperia 24, a Roma, era anche un uomo di cuore. E non si è mai tirato indietro nell’aiutare gli amici, o meglio i compagni di partito. Tanto da consegnare a Denis Verdini un milione di euro, come penale per un contratto tra privati. E non ha fatto discriminazioni neanche nei confronti di Giovanni Prandini, ex ministro in quota Dc, alla cui figlia avrebbe versato un assegno di 750 mila euro.

   A CACCIARE fuori questa storia di prestiti e accordi tra amici e colleghi è il settimanale “L’espresso”, nel numero in uscita oggi, notizia anticipata nell’edizione serale di La7. In totale ci sono quattro assegni firmati da Riccardo Conti, alcuni versati anche in momenti economici non particolarmente favorevoli . Ma procediamo con ordine. Il tutto inizia a novembre del 2010, quando tra Conti e Denis Verdini, parlamentare e coordinatore nazionale del Pdl, viene firmato un contratto di finanziamento tra privati. E’ un momento particolare: perchè sono i mesi delle inchieste sulla cricca P3 e le fiamme gialle e Bankitalia avevano messo sotto torchio il credito fiorentino di Campi Bisenzio. Conti e Verdini in quei mesi si accordano nel prestito di dieci milioni di euro, ma c’è una clausola che risulta molto particolare in quel contratto: “la mancata erogazione da parte del soggetto mutuante – riporta anche L’Espresso, riprendendo l’accordo – della prima o della seconda tranche darà diritto a Denis Verdini di risolvere il contratto a mezzo di una semplice raccomandata scritta. Il tale ipotesi il soggetto mutuante sarà tenuto a corrispondere a verdini una speciale penale dell’importo di un milione di euro Riccardo Conti però non nuotava in buone acque, perché l’impresa utilizzata per la compravendita d’oro dell’immobile alla fine del 2010, era in negativo per circa due milioni di euro.

   COSÌ il senatore fa un passo indietro e non versa quei 10 milioni di euro, ma come da contratto, paga una penale tramite un assegno intestato alla moglie di Verdini. E dà a Verdini quel denaro quasi nello stesso momento in cui compra in via della Stamperia, per poi rivendere dopo poche ore con una plusvalenza di 18milioni di euro all’ente previdenziale degli psicologi. Ma ci sono altri tre assegni che Conti emette. Quello successivo ammonta a 150 mila euro. Viene firmato a gennaio ed è quello a favore di un nome illeggibile. Poi ne emette un terzo: e questa volta versa 750 mila euro alla Alexa immobiliare Spa, una società che si trova a Roma, e di cui risulta essere amministratore unico Giovanna Prandini, figlia dell’ex ministro Prandini, finito in mezzo a numerosi filoni dell’inchiesta Tangentopoli.

   E poi chiude in bellezza: stacca un quarto assegno che finisce nelle casse della Fondazione Opera per l’educazione cristiana di Brescia, una fondazione di culto e religione fondata a metà anni ’70, ai quali Riccardo Conti dona un altro milione di euro. Ed proprio questi bonifici sono finiti al vaglio degli inquirenti, che dovranno indagare non solo sulla nota compravendita, ma anche su tutti i conti bancari del senatore.

di Valeria Pacelli, IFQ

Denis Verdini   (FOTO LAPRESSE)

7 febbraio 2012

Passami il sale

Siete assiderati in un tir o in un igloo di fortuna sul raccordo anulare di Roma? Su col morale. Non è colpa di nessuno. È la neve, bellezze. “Basta polemiche, è solo colpa dell’inverno”, ammonisce il Giornale di Sallusti. “La caccia al colpevole – scrive Feltri – è in pieno svolgimento benché se ne conosca l’identità: è la neve, che quando è troppa attecchisce e sono cavoli nostri”. Certo, “Alemanno poteva fare di più” e “dispiace per i romani”, ma è “assurdo che i politici si dannino l’anima in un patetico scaricabarile”. Non è colpa di nessuno, “mettetevi il cuore in pace. Sarà così anche in futuro”. In futuro, forse. Ma in passato mica tanto. L’inverno scorso nevicò a Firenze. Il neosindaco Renzi si mostrò impreparato: pochi mezzi, poco sale. Fu giustamente massacrato dai giornali e dal centrodestra, anche se le autorità autostradali e ferroviarie si erano impegnate a peggiorare la situazione, chiudendo i caselli e la stazione e paralizzando la città. “Se Renzi è un rottamatore, cominci a rottamare i responsabili o se stesso”, tuonò l’udc Bosi. Il Pdl, che ora “fa quadrato” intorno al camerata Alemanno, esperto in catene ma quelle sbagliate, sparò su Renzi a palle di neve incatenate. Il berlusconiano Toccafondi strillò: “Saranno molte meno del previsto le persone che stasera verranno alla cena d’auguri del Pdl anche perché Comune, Provincia e Regione non hanno avuto nemmeno la decenza di leggere i bollettini meteo che da giorni segnalavano nevicate”. Il ministro Matteoli, seduto a tavola, rincarò la dose. “Per il mondo Renzi è il sindaco che ha pedonalizzato piazza Duomo, ma ora è riuscito a pedonalizzare la città di Firenze”, sbraitò il capogruppo Galli, ex portiere. Alla fine Renzi ammise: “Anch’io ho sbagliato. Me ne assumo l’intera responsabilità”. Sallusti sul Giornale (“Se la neve è rossa il disastro non ha più padri”) lo fulminò: “Se la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco Renzi e il governatore Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti… Renzi passa ore in tv a rottamare Bersani e D’Alema. Il successo mediatico l’ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa, Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto. Se piove, il governo è ladro, ma solo se è di centrodestra”. Proprio in quei giorni, Feltri passava a Libero, che titolava: “Ora Renzi vuole rottamare anche l’Anas”. E ironizzava, per la penna di tal Borgonovo: “Flop da neve, Firenze vuole rottamare Renzi”. Un anno dopo, lo stesso Borgonovo minimizzava il flop da neve del governo B.: “Diluvia, nevica, c’è vento, il clima cambia, fa freddo, fa caldo: tutto a causa del Biscione. Cari compagni, per liberarci dalla pioggia, urge la rivoluzione. Abbattete il Cavaliere, così tornerà a splendere il sole. Quello dell’avvenire, magari”. Quindi funziona così: se nevica sul Pd, è colpa del Pd. Se nevica sul Pdl, è colpa della neve. Che, anzi, è manna dal cielo. “Roma – scrive l’elegiaco Paolo Guzzanti sul Giornale – era magnifica e spettrale. Tutto ciò che è servizio era in tilt, ma non si può pretendere miracoli e ripetere la solita tiritera sulla Capitale in ginocchio. In compenso tutto ciò che è immagine, panorama, emozione, era fantastico, fuori dalla portata della memoria… Abbandono la mia 500 su una strada in salita perché le auto davanti a me danzano la quadriglia. Addio cara macchinetta, ti ritroverò in letargo sotto un calco di marmo friabile. Sono contento di assistere alla nevicata perché mi ero persa l’ultima veramente seria, quella del 1986”. Ecco, se l’era persa. Ma ora ha recuperato. E voi che da venerdì aspettate nel vostro tir o nel vostro igloo, con le gavette di ghiaccio, qualcuno che venga a salvarvi, fatevi leggere al telefono il pezzo di Feltri o di Guzzanti come ultima preghiera. Vi sentirete subito meglio.

di Marco Travaglio, IFQ

3 febbraio 2012

Legge Lega-Pdl-Violante

Ma sì, forse è meglio così. Ben venga il voto della Camera sull’emendamento leghista che costringerà i magistrati a pagare di tasca propria i “danni” a ogni persona indagata e poi assolta. Ben venga perché, anche se fosse approvato anche dal Senato e diventasse legge, non entrerebbe mai in vigore, visto che è contrario alla Costituzione e alla normativa europea: serve soltanto a spaventare i magistrati che si lasciano spaventare. Ben venga perché ci sveglia dal sogno che basti un governo tecnico per ripulire una politica marcia dalle fondamenta e cancellare vent’anni di berlusconismo bipartisan. Ben venga perché così è chiaro a tutti che, sulla giustizia e sulla tv, continua a comandare B. E che il Parlamento che dovrebbe “fare le riforme”, cambiare la legge elettorale, combattere corruzione, mafia ed evasione è sempre quello che dichiarò Ruby nipote di Mubarak, varò una dozzina di leggi ad personam e salvò dal carcere Cosentino (due volte), Tedesco e Milanese. Ben venga perché costringe il governo Monti a uscire dalla comoda e ambigua “continuità” col precedente e a scegliere non fra destra e sinistra (etichette giurassiche), ma fra i due partiti trasversali che si fronteggiano da tempo immemorabile: quello dell’impunità e quello della legalità. Per fortuna, mentre il Parlamento si arrocca a difesa dei suoi delitti come quello spazzato via vent’anni fa da Mani Pulite, il partito della legalità cresce: lo testimoniano le oltre 16 mila firme raccolte in poche ore dalla legge del Fatto sulla responsabilità giuridica dei partiti dopo il caso Lusi. Ora la ministra Severino non può cavarsela con frasette alla vaselina per deplorare l’“intervento spot” che “rende poco armonioso il quadro complessivo”, auspicare “qualche miglioramento in seconda lettura”, previa “riflessione sul tema per riaprire il dialogo”, e annunciare “una seconda fase” (la solita, mitologica “fase 2”). Prendersela soltanto col Pdl e con la Lega è troppo facile: erano anni che tentavano di farla pagare (nel vero senso della parola) ai giudici per le indagini sui loro leader-lader. Ieri, fra i 261 sì alla porcata padan-berlusconiana, si annidavano – nascondendo la mano grazie al voto segreto avventatamente concesso da Fini – almeno 50 deputati dell’altro fronte (Pd, Udc, Fli e Idv). Del resto i partiti maggiori (Pdl, Pd e Lega) e qualcuno minore (tipo l’Api di Rutelli) hanno a che fare con la giustizia e, nel segreto dell’urna, non è parso vero a qualche furbastro di assestare una bella legnata ai magistrati, o almeno di metter loro paura. L’idea malata e somara che l’errore giudiziario scatti ogni qual volta un cittadino finisce sotto inchiesta o sotto processo o agli arresti e poi venga assolto, dunque debba pagare direttamente il magistrato, accomuna trasversalmente la gran parte del mondo politico e di quello intellettuale retrostante. Proprio in questi giorni l’Unità, tornata a essere l’organo ufficiale del Pd, s’è lanciata in una delirante campagna in difesa di Ottaviano Del Turco, arrestato nel 2008 per tangenti, poi rinviato a giudizio e ora a processo. Anticipando la sentenza, l’Unità ha deciso che Del Turco è innocente a prescindere. Poi l’ha intervistato per fargli chiedere “un atto riparatore dalla politica” per un’assoluzione che non c’è. Poi ha interpellato Violante, il quale ha sostenuto che siccome “non si è trovato il denaro”, Del Turco    dev’essere per forza innocente (uno come lui i    soldi non li farebbe mai sparire). E s’è portato    avanti col lavoro, dimenticando che gli arresti e i    rinvii a giudizio non li fa il pm, ma il gip e il gup: “Se Del Turco dovesse risultare innocente, è chiaro che il magistrato inquirente dovrebbe risponderne direttamente”. E certo: siccome i processi servono a stabilire se uno è innocente o colpevole, se tutti gli assolti potessero rivalersi sul pm, non si troverebbe più un pm disposto ad aprire un’indagine. Un’idea talmente demenziale che Polito l’ha subito elogiata sul Corriere. E ieri, Lega e Pdl l’hanno tradotta in legge. Per una questione di Siae, la chiameremo “legge Violante”.

di Marco Travaglio, IFQ

24 novembre 2011

Pontecagnano un aeroporto per pochi intimi

L’aeroporto di Salerno (o Pontecagnano) è il più comodo d’Italia. Anche se via Olmo è Comune di Bellizzi, anche se il cartello indica destra (sbagliato!) anziché sinistra (corretto!), anche se costeggi una discarica abusiva, anche se l’asfalto è un maglione bucato. L’aeroporto di Salerno è adorabile: parcheggi senza monetine e senza maledire. È accogliente: panchine bianche e larghe, cestini per i rifiuti, carta, cartone, plastica, vetro e misto. È moderno: c’è la scritta enorme Costa d’Amalfi. Peccato che sia completamente deserto.    Cinque minuti a mezzogiorno, t’aspetti traffico, valigie, confusione. E invece avverti soltanto un rumore sordo, due colpettini a bassissima quota: due pacchi di patatine, non unte non fritte, che il custode compra per sé. E mentre sgranocchia, spiega: “Fra 5 ore c’è un volo per Milano oppure domani mattina”. E poi basta, niente. Capodichino (Napoli) è lontano un’ora di autostrada. Vuoi mettere, però, l’ebbrezza di sorvolare la statale Litoranea piena di puttane notte e giorno? “Pure i principi William e Kate volevano atterrare qui!”, racconta fiero Carmine Maiese, persona cortese, presidente del consiglio di amministrazione. E lei? “Ho chiesto: che mezzo avete?”. E quindi? “Nulla. Troppo grande per noi. Rischiavano di schiantarsi con la nostra pista di un chilometro e mezzo”. Che la Regione giura di raddoppiare con 50 milioni di euro.

LA PISTA, benedetta: una striscetta ridicola per il trasporto civile, perfetta per i privati e i paracadutisti. In provincia di Salerno, un paio di curve da Pontecagnano, vola addirittura Alitalia. E come fa? “C’è un accordo”, risponde sconsolato Maiese. Una convenzione strampalata sia per l’aeroporto di Salerno che per la compagnia di bandiera. Il Consorzio Salerno-Pontecagnano, cioè 18 soci fra Provincia, Comune e Camera di Commercio, stacca un assegno di 3,5 milioni di euro l’anno, Alitalia incassa il contributo pubblico e garantisce un servizio 5 giorni a settimana con un vettore di 30 posti: andata a Milano all’alba e ritorno, ancora a Milano e rientro in serata. L’esterofilia è durata sei mesi con una rotta settimanale per Barcellona e Bucarest. Un gioco a perdere: “Nessuno ci guadagna. Perché la tratta costa 5 mila euro – riflette Maiese – e l’aereo conta 15 o 20 persone al massimo”. Come il custode che scopre le patatine nel distributore automatico, facilissimo : trovare un biglietto a 100 euro è un affare se il pezzo medio oscilla fra 200 e 250.    Forse l’Aeroporto di Salerno vanta un primato mondiale: ogni giorno ci sono più dipendenti che passeggeri. Il presidente, preciso: “Eh, spese abbondanti: 50 assunti, 3 squadre di vigili del fuoco, 3 gruppi di sorveglianza. Cento, più o meno”. Semplice intuire che sia un’azienda disastrata, e giovane anche: gran debutto Salerno-Milano il 12 maggio di 3 anni fa.

NON ARRIVA il fallimento perché la cattiva politica è una tassa puntuale per i cittadini: bilancio 2010, passivo di 2,4 milioni di euro; nel 2011, peggio, 3,2 milioni. E così sempre, al ritmo di 2 milioni se l’annata è positiva. Con sofferte e sincere scuse ai cittadini, una società (pubblica) avrebbe licenziato se stessa. A Salerno, però, vogliono l’aeroporto. Come Napoli, più di Napoli, abbasso Napoli. E dunque Edmondo Cirielli (Pdl), il presidente della Provincia, annuncia trionfante vagonate di euro: “Cento milioni! Per il nostro aeroporto, ci pensate? La Regione ha sbloccato i fondi”. Piano. Una delibera regionale, una settimana fa, promette 50 milioni di euro per un progetto vecchio di tre anni: espropriare il terreno (ovviamente privato, perlopiù serre contadine), allungare la pista, sfondare il capannone e farne tre. E poi, semmai, di nuovo 50 milioni per asfaltare le strade e scavare gallerie. La matematica di Cirielli è ineccepibile: se la somma fa il totale, direbbe Totò, siamo esattamente a cento. Maiese gongola: “Non possiamo vivacchiare con milioni di euro sprecati, dobbiamo investire: la pista è l’unica possibilità”. L’unica, certo. E se l’investimento va male? “Nooo. Noi dobbiamo avere un milione di passeggeri per creare mille posti di lavoro”. Di posti, per adesso, ne avete cento: “Quando costruisci una casa mica ti chiedi se funziona? Se non ti piace, la vendi. Basta con la politica che ragiona per i fatti suoi. Noi vogliamo Boeing e Airbus”. Aerei giganti che planano sui centri abitati? “Credo sia distante un chilometro. Come Napoli, che fa?”. A dire il vero: 200 metri. “Sono case agricole”. Non avete paura che l’aeroporto sia inutile? “Nooo. Sai che bello per i vip imbarcarsi per New York con i bagagli a Salerno?”.    Ennesimo rumore sordo, cambio di custode, stavolta sceglie salatini integrali. Almeno si risparmia sui grassi.

di Carlo Tecce, IFQ

L’ingresso dell’aeroporto Salerno-Costa d’Amalfi (ANSA)

21 luglio 2011

Il disfacimento di Berlusconi

“Sono impazziti, è una vergogna!”, grida Silvio Berlusconi, e batte il pugno sul banco e si incazza, e corre inseguito da due ali di ministri nei meandri di Montecitorio, verso la stanzetta del presidente del Consiglio, sguardi attoniti passi di minuetto, la faccia stupefatta di Michela Brambilla e quella costernata di Andrea Ronchi dietro di lui, e rumori di tacchi, forse anche così finisce un’era. Questi sono impazziti: il paese che si congeda dal ventennio di consenso al Cavaliere, i parlamentari che sfuggono al controllo dei capibastone, un blocco di ghiaccio che si scioglie per colpa di un dito.    GIÀ, IL DITO . Il dito indice della Creazione, ma anche quello del voto elettronico. Nel primo pomeriggio questo dito lo roteava Tonino Di Pietro, in pieno Transatlantico, come se fosse un’arma. “Vedi? Se voti con l’indice attaccato alla buca dei tasti di voto, si vede solo quello. E se hai dentro la buca un solo dito, non puoi andare sul tasto del no!”. Intorno deputati, giornalisti, le portavoci del gruppo dell’Italia dei Valori. Di Pietro sorride alla sua capoufficio stampa, Fabiola Paterniti. “Sai che faccio io? Mentre voto mi scatto una foto con il telefonino e poi lo mettiamo sul blog!”.    Esce dall’aula elettrizzato dal dito anche Dario Franceschini, capogruppo del Pd. Per un giorno intero tutti dicevano che il suo gruppo sarebbe crollato, sotto il peso dei franchi tiratori, protetti dallo scudo del voto segreto. È accaduto esattamente il contrario. E adesso Franceschini, mentre corre verso la sala stampa con passo garibaldino sorride: “Se non ci fosse stato il dito la Lega non sarebbe crollata”. Cioè? “Ha avuto un peso di deterrenza, no? Mi pare chiaro. L’idea che il nostro voto fosse trasparente, ha impedito la sommersione di chi voleva votare a favore. Ed è questo che ha spaccato la Lega. Se Papa si salvava, era chiaro che si trattava di loro”. Già, la Lega. Quanto conta quel colpo d’occhio dall’alto della tribuna, la feroce sintesi dei simboli. Umberto Bossi non c’era. E tra i banchi svettava Bobo Maroni, questa volta più vicino ai suoi che al governo. I “Maroniti”, ormai tutti li chiamano così, sono stati quelli che seguendo il grande ventre della base popolare del Carroccio hanno spinto in ogni modo sul sì. Prima in commissione, poi in aula. Più di tutti vale il racconto di Anna Rossomanno, deputata piemontese del Pd, che ha seguito il caso Papa nel dettaglio. “Vedi, già in quei giorni del voto c’erano segnali importanti e stupefacenti, su come stava montando la marea nella Lega”. Ovvero? “Due colleghi del partito di Bossi mi hanno fatto vedere i loro telefonini: mentre noi discutevamo di Papa, erano tempestati di messaggini di militanti che li azzannavano. ‘Mica manderete libero quello lì”. Quello lì. Papa, “il terrone”. Pier Luigi Bersani rilascia interviste sulla rampa del giardino: “È finito il vincolo di maggioranza”. Ci deve essere un mondo che scompare e il sipario di un’epoca che si avvicina all’ultimo atto, anche nella reazione a catena che si potrebbe innescare. Sì a Papa e Sì anche a Milanese, ma poi perché dire No, allora, per i reati del Ministro Saverio Romano?

La grande montagna dell’emiciclo pidiellino rumoreggiava cori e insulti – “Vergogna!” – contro quelli che chiedevano l’arresto, e sommergevano letteralmente di improperi Rita Bernardini che diceva: “Il 40 per cento degli italiani sono in carcere per la custodia cautelare. Ma non abbiamo fatto nulla per loro. Quindi, noi Radicali, riteniamo di dover votare…”. E parte il grido: “Buffona!”. La Bernardini non si scompone: “Votare sì”. Torna a battere sullo stesso tasto, Benedetto Della Vedova di Futuro e libertà: “Il vostro rigore garantista , onorevole Paniz, non l’ho ascoltato quando in gioco c’era la libertà dei poveracci”. Ci deve essere un mondo che finisce nell’ira con cui Silvio Berlusconi in serata, dopo il voto insegue Bossi, con il sospetto del tradimento che gli scava dentro. “Chiarirò con lui. Questo è un gioco allo sfascio, così finisce anche la Lega” In fondo anche il Senatùr è chiuso dentro un paradosso feroce: o è sospettato di aver fatto un gioco delle parti con Maroni. Oppure è sospettato di non controllare più lui il gruppo parlamentare del partito (e forse nemmeno più il partito). Forse c’è un’epoca che finisce nella regolare sfida a duello che si inscena in Transatlantico fra il casiniano Angelo Cera e il pidiellino Vincenzo D’Anna: “Se vuoi usciamo di fuori e la regoliamo come dico io”, grida il deputato dell’Udc. E D’Anna, sarcastico: “Allora facciamo così. Quando arriva l’autorizzazione su Cesa ci divertiamo!!”.

FORSE il mondo che finisce lo puoi leggere anche nelle parole di Roberto Castelli, uomo forte del Carroccio che dice: “Berlusconi è arrabbiato? Mi dispiace perché domani io gli darò un altro dispiacere votando contro la missione”. E come mai l’arringa di Maurizio Paniz questa volta non fa presa? Come mai tutti dicono che l’Udc potrebbe smarcarsi invece non accade nulla? Quando il voto si celebra Rosy Bindi corre via dall’aula, con le lacrime agli occhi: “Piange per Papa?”. E lei: “No. Per quel poveraccio mi dispiace. Ma sto piangendo di gioia perché il voto di oggi è una grande prova per questo paese, un segnale che la politica può cambiare”. Le lacrime della Bindi, e l’ira di Berlusconi. Forse anche così passa un’epoca. Berlusconi ha perso molte battaglie, in questi mesi. Ma è la prima volta che vediamo la sua rabbia indiretta, la sua impotenza, il suo pugno che batte sul tavolo. Forse è la prima volta che vediamo il Cavaliere rappresentare la sua debolezza in diretta televisiva, sotto l’occhio delle telecamere. Una debolezza che potrebbe costargli cara.

di Luca Telese, IFQ

Il premier Silvio Berlusconi, con il ministro Raffaele Fitto, ieri in aula a Montecitorio (FOTO EMBLEMA)

19 luglio 2011

Eugenio Minasso: Il deputato in posa con gli uomini d’onore

Clic, clic. Fotografie del 2005 riemerse quando in Liguria è stato sciolto il Comune di Bordighera per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Ecco gli scatti: Eugenio Minasso, deputato e vice-coordinatore regionale Pdl, festeggia l’elezione con un membro della famiglia Pellegrino (coinvolta nell’inchiesta di Bordighera). Insieme con loro Giovanni Ingrasciotta che, secondo gli investigatori, non rinnega passate frequentazioni con Matteo Messina Denaro.

Minasso è una delle figure emergenti del Pdl, area ex An. Minasso è vicepresidente della Fondazione delle Libertà. Con lui Altero Matteoli, presidente e poi l’onorevole Marco Martinelli, Erasmo Cinque (uomo che lanciò Fini alle elezioni di Roma nel 1993 e che non ha mai negato le sue simpatie per la destra), Giovanni Battista Papello (legato a Gasparri), Roberto Serrentino e il senatore Andrea Fluttero. Nomi noti, alcuni non soltanto alle cronache politiche ed economiche.    Minasso era convinto che quelle fotografie fossero definitivamente archiviate. Invece, a quanto risulta al Fatto da fonti qualificate, gli investigatori stanno approfondendo la natura dei legami tra il parlamentare, Pellegrino e Ingrasciotta. Lui, Minasso, racconta: “Gira voce da giorni che i magistrati vogliano chiedere il mio arresto. Ma alla Camera non è arrivato niente”. E le foto? “Quella con Pellegrino è casuale. Era una festa con centinaia di persone. Mica potevo chiedere a tutti il certificato penale, dal 2005 non l’ho mai rivisto. I suoi guai sono arrivati cinque anni dopo. Io faccio il parlamentare, mica il mago”. E Ingrasciotta? “È stato scagionato dalle accuse. L’ho visto al massimo un paio di volte, e sempre in mezzo a centinaia di persone”.

L’INTERESSE degli investigatori però era già emerso dalla relazione dei carabinieri di Imperia che ha portato allo scioglimento del Comune di Bordighera: “Ingrasciotta Giovanni è persona già a suo tempo sfuggita miracolosamente a un agguato di mafia e dichiaratamente vicino al noto lati-tante Matteo Messina Denaro”.    E poi c’è la famiglia Pellegrino. Per capire la situazione bisogna leggere gli atti dell’inchiesta di Bordighera. I pm di Sanremo partono dallo sfogo di Marco Sferrazza, l’assessore al Turismo: “Dopo aver espresso in giunta la sua contrarietà all’apertura della sala giochi, Sferrazza aveva ricevuto a casa la visita di Giovanni Pellegrino e Francesco Barilaro (anch’egli pregiudicato e noto a questo ufficio) che, pur senza esplicite minacce, gli avevano chiesto conto di quel suo atteggiamento contrario”. Sferrazza da quel giorno dichiara “di dormire con la pistola sotto il cuscino”.    Ma la famiglia Pellegrino era nota da anni per i suoi modi. Nel 2009 i poliziotti chiamati ad arrestare Roberto Pellegrino furono accolti con botte e minacce: “Ti scanno, so dove abiti, ti vengo a prendere quando voglio”. Il fratello Giovanni, tanto per chiarire chi comandava, chiamò lo zio dell’agente e gli disse che “se qualcuno avesse toccato suo fratello Roberto avrebbe sparato al nipote e gli avrebbe staccato la testa”.    Ecco il clima a Bordighera.

I CARABINIERI sottolineano l’affiliazione dei locali dove si esercitava la prostituzione ad associazioni sportive che tra i dirigenti contavano uomini del Pdl e del Comune di Bordighera: “Le indagini della Procura di Sanremo hanno documentato un’attività di meretricio all’interno del Night Arcobaleno… il locale risulta affiliato all’Asi (Alleanza Sportiva Italiana)”.    Ma adesso, dopo le inchieste delle Procure di Sanremo, Imperia, Savona, Torino e perfino Milano, che hanno fatto scoprire la Liguria terra di mafia, gli investigatori vogliono scoprire se i mafiosi hanno legami con imprenditori e politici.    E Minasso non è l’unico inciampato in episodi un po’ imbarazzanti. La Casa della Legalità ha messo online foto scomode. Ecco le immagini della festa calabrese (febbraio 2010) sponsorizzata da enti locali genovesi. Tra gli ospiti Domenico Gangemi, poi arrestato, che parla con Aldo Praticò (consigliere comunale Pdl a Genova). Le foto della Casa della Legalità non risparmiano il centrosinistra: Cinzia Damonte, candidata in Regione dell’Idv ed ex assessore di Arenzano, è ritratta a una cena elettorale della comunità calabrese con Onofrio Garcea, pregiudicato, per la Finanza “ben inserito negli ambienti della criminalità organizzata”. Damonte giura: “Non sapevo”. Altro scatto: settembre 2005, si inaugura una scavatrice da milioni. Proprietaria una società riconducibile alla famiglia calabrese dei Mamone, fortissima in Liguria nelle bonifiche. Il numero uno era Gino Mamone (oggi è la moglie), poi indagato per corruzione e turbativa d’asta (mai per mafia: i legali sostengono che la famiglia Mamone non è la stessa citata dalla Dda). In prima fila, accanto a Mamone, Romolo Benvenuto (poi responsabile Ambiente della Margherita e membro della commissione d’inchiesta sui rifiuti) e uno stuolo di assessori, sindacalisti Cgil e uomini di fiducia di Claudio Burlando. La stessa ditta, titolare di appalti pubblici, ha sponsorizzato incontri dell’associazione di Burlando, il Maestrale.

di Ferruccio Sansa, IFQ

11 maggio 2011

Speculatori del cemento: Sardegna, guerra tra nababbi

Il miliardario Usa Tom Barrack. L’architetto personale di Berlusconi. Il papà della velina Melissa Satta… In Costa Smeralda è scoppiata una battaglia tra chi vorrebbe cementificarla ancora di più e chi no. Con protagonisti eccellenti.

La distruzione sistematica del territorio sardo, arrivano le deroghe di Cappellacci per costruire a pochi passi dal mare. Gli speculatori da quando è arrivato il Presidente di Regione del Pdl fanno a gara per dividersi il territorio. La precedente giunta aveva vietato di costruire entro 300 metri dal mare ed è probabilmente il motivo per cui ha perso (grazie all'aiuto "democratico" dei sardi)

Per le spiagge dorate della Sardegna più esclusiva è stato come un piccolo tsunami, inatteso e silenzioso ma che apre tante domande sul futuro. Bruno Mentasti si è dimesso dal consiglio di amministrazione del Consorzio Costa Smeralda. L’ex re delle acque minerali, oggi attivo nelle mediazioni di petrolio e gas con i russi di Gazprom e da sempre legatissimo a Silvio Berlusconi, ha detto addio, senza lasciare margini di trattativa e senza dare pubbliche spiegazioni sulla sua decisione.

Certo, anche il premier si fa vedere sempre di meno a Porto Rotondo e sogna di vendere Villa Certosa, luogo delle prime feste proibite e delle prove tecniche di bunga bunga, ma l’uscita di Mentasti, figlio del pioniere del turismo di lusso in queste spiagge, ha sorpreso molti osservatori. Un’altra grana di un aprile crudele per Tom Barrack, il patron del fondo Colony Capital che otto anni fa ha rilevato il gioiello sardo inventato da Karim Aga Khan. Tanto da fare apparire le spiaggette di Cala di Volpe sempre più strette per l’uomo da 30 miliardi di euro, che da Los Angeles compra e vende dovunque, e che possiede il Paris Saint Germain e la celebre residenza Neverland creata da Michael Jackson.

A Barrack la Costa Smeralda appare “povera”: poche suite veramente da sogno, nessuna Spa che trasmetta un senso di unicità, insomma un lusso che non è più al passo con i capricci dell’ultima generazione di magnati, arabi o russi. Per questo aveva varato un piano destinato a far decollare alberghi e infrastrutture ben oltre le cinque stelle. Spesa prevista: un miliardo. A partire da 100 milioni dedicati a rendere ancora più esclusivi gli alberghi più famosi, come il Romazzino amato da sceicchi e goleador. A Renato Soru, che faceva della difesa integrale del litorale la sua bandiera di governatore, questi disegni di marmo e cemento non piacevano. Invece con il suo successore, il berlusconiano Ugo Cappellacci, gli accordi per lo sviluppo sono stati firmati in fretta. Ma le impalcature che hanno impacchettato il profilo bianco del Romazzino non sono andate giù ad altri opulenti vicini, gli industriali tessili svizzeri Schoeller, che si sono rivolti al Tar. E i giudici hanno bocciato il via libera di Cappellacci, contestando la possibilità di concedere deroghe ai piani paesaggistici. I cantieri che erano partiti a velocità record sono stati immediatamente bloccati.

Barrack non ha nascosto la sua ira, minacciando di fare i bagagli e abbandonare l’isola. Per lui, abituato a trovarsi al centro del potere – ha avuto persino un incarico di governo nell’ultima amministrazione del presidente Ronald Reagan – quelle italiane sembrano procedure bizantine. Ma lo sfogo, spiegano dal suo entourage, non indicherebbe la volontà reale di lasciare la Sardegna, quanto una richiesta di certezze per gli investimenti, dopo i pareri opposti di Regione e Tar.

Poi è arrivata la mossa di Mentasti, interpretata come un dissidio rispetto alla linea di mister Barrack. E tutto sembra annunciare una prossima resa dei conti a inizio luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Quattro anni fa si confrontarono la lista di Colony – socio di maggioranza – guidata dall’avvocato Renzo Persico e quella del fondatore, Karim Aga Khan. Il principe ismailita aveva fatto scendere in campo André Ardoin, un altro dei fondatori, e l’architetto Enzo Satta, noto come progettista dei primi insediamenti e come padre dell’ex velina Melissa. Satta rappresentava i proprietari delle case di Porto Cervo, ossia il 70 per cento degli immobili. Ma Barrack ebbe facile vittoria. E da allora gli sconfitti hanno creato un’associazione e un bollettino Web per aggiornare i proprietari sulla gestione, cercando così di mobilitarli in vista del rinnovo. E soprattutto criticando l’ultima stagione di opere: alla regia del comitato architettura – il braccio edilizio del Consorzio – c’è Giovanni Gamondi, un esperto di resort turistici ma anche quello che ha disegnato Villa Certosa e che è stato indicato come testimone dalla difesa del Cavaliere nel processo per il caso Ruby.

di Maurizio Porcu, L’Espresso

Questo è il paesaggio che vogliono distruggere

6 maggio 2011

Il sindaco Pdl: “Dopo l’alluvione abbandonati dal partito”

Anna Lazzarin è il primo cittadino di Veggiano, in Veneto: “Siamo in tanti a gestire l’emergenza da soli”

“Davanti alle scelte difficili siamo lasciati soli dai partiti, dobbiamo studiarci le ordinanze e applicarle seguendo l’istinto e le necessità del territorio, nessuno ci dice come”. È la solitudine dei primi cittadini, dei tanti sindaci di piccoli paesi che si sentono lontani dal partito e abbandonati dai politici regionali e nazionali del    loro stesso schieramento. Accade per esempio ad Anna Lazzarin, sindaco di Veggiano, un concentrato di campi arati e villette lungo la statale che collega Padova a Vicenza , e di asili nido ricavati in austere ville venete in mezzo a parchi potati di fresco. A Veggiano abitano molti agricoltori, ma anche famiglie giovani con bambini. Persone piene di progetti rimasti impigliati sotto la piena che i primi di novembre ha danneggiato case, campi, ristoranti e negozi, in un filotto di paesi rovesciati dal fango e dall’acqua. “Prima ero un sindaco come tanti, avevo la mia privacy, poi la mia alluvione ha cambiato tutto”. Lazzarin la chiama “la mia alluvione”, che le fa suonare il cellulare ogni momento, per cui riceve cittadini ogni minuto della giornata. “Vengono a suonare a casa mia, mi chiedono aiuto; io capisco, ma non ho più pace”.

DOPO L’ALLUVIONE uno staff di psicologi dell’Ulss ha preso postazione in municipio per fronteggiare le ansie    di cittadini (e anche del sindaco ). “Io ho una farmacia: le persone vengono a chiedere tranquillanti per calmare l’ansia, qualcuno cova un esaurimento nervoso”. Sì perché Anna Lazzarin, 46 anni e tre figlie da crescere (l’ultima ha 7 anni) è anche la farmacista del paese, un’attività che gestisce in società col fratello. Una signora laureata e benestante, con un impegno nella vecchia Dc confluita poi nel Pdl: “Non mi sono mai tesserata, oggi non mi riconosco più in questo partito e in un governo che non mi rappresenta, né come piccola imprenditrice né come amministratrice pubblica”. La sindachessa è stata eletta nel 2007 grazie a una strana alleanza Pdl-Pd contro la Lega, un sodalizio che tuttora dura. “I leghisti in consiglio comunale mi votano sempre contro, anche se sono direttive dalla Regione e quindi provenienti dai vertici della Lega”.    Dopo l’alluvione la sindachessa manda a memoria le ordinanze del governo sugli aiuti. “Zaia mi prende in giro, dice: allora sindaco so che è un’esperta di ordinanze di B. è vero?”. Una dedizione da cui invece Zaia è lontano, almeno secondo Lazzarin, che ha messo in piedi una squadra di sindaci arrabbiati e agguerriti quanto lei, uniti dallo stesso sentimento di abbandono e solitudine. Sono i primi cittadini dei luoghi più colpiti dall’alluvione, i sindaci di Bovolenta, Casalserugo, Ponte San Nicolò e Saletto.    Il primo aprile dopo molte insistenze sono statiricevuti da Zaia. “Si è presentato con il super dirigente incaricato dell’alluvione Mariano Carraro, l’assessore alla protezione civile, quello all’ambiente e 12 tecnici. Quando li abbiamo visti ci siamo detti: allora gli abbiamo davvero fatto paura”. E quindi? “Mi sono chiesta: c’è qualcosa di peggio dell’alluvione? Si, è trovarsi davanti a un presidente di Regione impreparato e confuso, che non sa nulla e non si è informato per niente di quello che noi e tutti gli altri paesi colpiti abbiamo dovuto sopportare”.    LA SINDACHESSA ha chiesto 13 milioni di danni, ne sono già arrivati 3,9. “Non voglio gli altri soldi subito, vorrei sapere quanti me ne daranno e soprattutto quando”.    Invece dalla riunione non è uscita nessuna certezza, anzi: “Io esponevo i fatti e Zaia continuava a chiedere ai suoi se era vero quello che dicevo perché non ne sapeva nulla”. Alla fine Zaia ha pregato i sindaci di non informare dell’incontro la stampa e Carraro di andare a Roma a chiedere altri soldi. Ha assicurato che sui tempi dei lavori pubblici e sulle erogazioni per quelli privati avrebbe informato i sindaci entro Pasqua. “Siamo a fine aprile e ancora non sappiamo nulla”.

di Erminia della Frattin, IFQ

29 aprile 2011

Il berlusconismo, una dittatura della minoranza

Sondaggio elettorale diffuso martedì scorso a Ballarò

Nella vita tutto mi sarei aspettato, ma non di rimpiangere la “maggioranza silenziosa” democristiana. Quel ventre molle della Prima Repubblica, che inghiottiva ogni slancio ideale nelle acque del calcolo politichese. Eppure quanto civile rispetto alla rumorosa minoranza dei berluscones. Minoranza, sì. Perché la storia del berlusconismo maggioritario, addirittura plebiscitario, è una menzogna propagandistica. Una delle peggiori e quindi più fortunate.

Facciamo due conti veri. Secondo i sondaggi, compresi i suoi, a votare il Pdl oggi andrebbero circa dieci milioni di italiani. Su 48 milioni di elettori: un cittadino su cinque, o quasi. Per fare un paragone, la Dc degli anni Settanta aveva 14 milioni di voti su quaranta milioni di aventi diritto. Quella degli anni Ottanta, in piena crisi, era scesa a 13 milioni di voti su 42 milioni. Sempre uno su tre. Con tutte le tv, i miliardi e il potere accumulato nei più lunghi governi della storia repubblicana, Berlusconi può contare su un seguito del venti per cento reale. Il suo governo è il più minoritario della storia repubblicana. Si regge su una coalizione quotata dai più ottimisti intorno al 41-42 per cento dei voti validi, quindi un terzo del corpo elettorale. Oltre a mantenersi al potere solo in virtù di una vergognosa e ridicola campagna acquisti di parlamentari.

Nonostante questo, il berlusconismo si comporta come se avesse l’ottanta per cento dei consensi. Occupa ogni angolo della Rai, teorizza e pratica uno spoil system da banda della Magliana, fabbrica leggi ad personam per il capo, mira a stravolgere la Carta costituzionale. Non bastasse, colpisce con sistematica violenza le categorie considerate nemiche e “di sinistra” anzitutto gli insegnanti e i magistrati. Sarebbe un regime anche se godesse di un consenso enorme. Ma è un populismo con sempre meno popolo alle spalle. Si tratta dunque di una dittatura della minoranza. Resa possibile da una legge elettorale che è una porcheria, da un illegittimo monopolio televisivo, dall’intolleranza e dall’arroganza dei propri elettori. Più un quarto elemento, il più grottesco, ma decisivo,  che è l’assoluta insipienza delle opposizioni, al limite del masochismo.

Alle prossime elezioni, se si svolgessero domani, le opposizioni, pure concordi nel considerare il berlusconismo un’assoluta emergenza democratica, riuscirebbero nell’impresa di presentarsi divise in quattro poli. Un centro a guida Casini, un centrosinistra con Bersani, Vendola e Di Pietro, più i grillino con Grillo e i post comunisti con Di liberto. Con il risultato di ottenere il 60 per cento dei voti e consegnare la maggioranza, il governo, il Quirinale nelle mani del 40 per cento fedele al fenomeno di Arcore.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

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