Posts tagged ‘Università’

7 aprile 2011

Morire di Universìtà a Catania: chiuse le indagini sui trenta morti del laboratorio “tossico” di Farmacia

“In quel laboratorio c’erano odori sgradevoli, tossici e molto fastidiosi”. Così scrisse Emanuele Patanè, giovane ricercatore della Facoltà di Farmacia di Catania, in un file memoriale ritrovato nel suo pc, salvato poco prima che morisse per cancro al polmone. Sono trascorsi otto anni dalla morte di Emanuele Patanè, una delle decine di potenziali vittime del laboratorio di Farmacia, finito nel mirino della Procura etnea. Alcuni giorni fa il sostituto procuratore della Repubblica di Catania Lucio Setola ha chiuso l’indagine per disastro colposo che coinvolge una decina di indagati, fra cui spicca il nome dell’ex Rettore dell’Università e attuale deputato Mpa Ferdinando Latteri.    Al centro dell’inchiesta il sottosuolo del laboratorio dal quale provenivano quei miasmi maleodoranti di cui scriveva il giovane Patanè. Sotto accusa per discarica abusiva e disastro colposo sono finiti oltre a Latteri, l’ex direttore amministrativo dell’Università Nino Domina e il presidente e i componenti della commissione sicurezza. Secondo la Procura sarebbero state violate le norme contro gli infortuni e quelle a tutela dell’ambiente. Scrive il pm a proposito dell’ipotesi di reato di disastro colposo: “Gli indagati, pur essendo consapevoli della situazione di contaminazione del sottosuolo dei laboratori del dipartimento di Scienze farmaceutiche, pur sapendo che tale situazione era collegata allo scorretto sversamento dei reflui delle attività di laboratorio e del possibile collegamento tra tale situazione e i malesseri patiti dal personale in servizio, omettevano di attivare le competenti autorità al fine di prendere i provvedimenti dovuti”.

SECONDO IL PM quei laboratori andavano chiusi subito e non ci sono dubbi sulla natura di quel cattivo odore che si sprigionava dal sottosuolo. È per questo motivo che il pm procede anche per falso ideologico nei confronti dell’ex direttore amministrativo, del Rettore del tempo Latteri e del dirigente dell’ufficio Lucio Mannino. Quest’ultimo scrisse in una relazione che quel cattivo odore era solo un problema di umidità. “Latteri e Domina, presenti alla lettura della relazione – sostiene il pm Setola – pur essendo consapevoli della falsità di quanto indicato nella stessa non ne contestavano il contenuto e anzi la approvavano”. In quel laboratorio Emanuele Patanè ci passava almeno 8 ore al giorno e nel suo memoriale descrive condizioni di lavoro da incubo: “Le reazioni dove venivano utilizzati reattivi molto nocivi venivano eseguite sui banconi e quindi fuori dalle cappe di aspirazione”. Secondo il giovane dottorando non c’erano i minimi requisiti di sicurezza per lavorare in quell’ambiente. Addirittura in un frigorifero gli ispettori avevano trovato sostanze altamente radioattive. Rimosse qualche mese dopo la diagnosi di tumore che poi condannò a morte Patanè. Nell’incidente probatorio disposto dal Gip Antonino Fallo-ne è stata depositata la perizia effettuata nell’edificio di Farmacia da tre professionisti torinesi che in via preliminare hanno accertato una circostanza singolare: lo stato dei luoghi e in particolare dei sistemi di scarico era mutato rispetto a quello esistente al momento in cui si sono verificati i fatti incriminati. Andando alle conclusioni della perizia, i tre professionisti sostengono che non è stato valutato bene il rischio chimico previsto dalle norme sulla sicurezza. Per i tecnici dell’Università si trattava di un rischio moderato.

NON SONO d’accordo i periti, i quali giungono alla conclusione opposta, sia per la presenza di numerose sostanze chimiche ad elevata tossicità, sia per le numerose segnalazioni di alcuni docenti sul cattivo funzionamento del sistema di aspirazione dei locali. Emblematico l’auspicio dei periti a proposito della ripresa dell’attività: “L’utilizzo dei laboratori venga attuato mantenendo in esercizio il nuovo impianto di ventilazione”.    Potrebbero essere molto più di trenta i casi di morte sospetta legati al laboratorio di Farmacia di Catania e, in generale, i numeri ufficiali delle persone che si sono ammalate per aver frequentato quel posto potrebbero aumentare se altri studenti colpiti da tumore denunciassero il loro caso, superando la paura di subìre conseguenze negative sul completamento dei propri studi. È ciò che spera l’avvocato Santi Terranova, difensore della famiglia di Emanuele Patanè e di altre persone che hanno lavorato in quel laboratorio, che aggiunge: “Sono trenta i casi di morte sospetta ma il numero potrebbe essere riduttivo. Per quel che riguarda le patologie in atto ci sono molti casi di donne con tumore alla tiroide e di uomini con tumore ai testicoli. Tra le persone colpite che sono in vita, c’è un soggetto che ha fatto il ricercatore nel periodo cruciale e ha contratto la leucemia a cellule capellute, causata dal benzene presente in quei locali”.    In un procedimento parallelo la Procura di Catania ha aperto un’inchiesta anche per strage colposa. Saranno acquisiti i vetrini delle vittime per trovarvi tracce di materiale radioattivo e potere stabilire il nesso di causalità tra quei decessi e il laboratorio dei veleni.

di Giuseppe Giustolisi, IFQ

 

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15 marzo 2011

Per scegliere l’Università giusta tutti in processione al santuario

Don Lorenzo Leuzzi

Un prato sterminato, un mare di fango, 5000 ragazzi. No, non è Woodstock, ma il santuario del Divino Amore, a Roma. Le note che accompagnano la giornata non sono quelle di Jimi Hendrix, ma del musical della Star Rose Accademy, fondata dalle suore orsoline e guidata da Claudia Koll, ormai lontanissima dalla versione “Tinto Brass”. Il tutto sotto l’occhio vigile di monsignor Lorenzo Leuzzi, direttore della pastorale e universitaria e neo cappellano di Montecitorio. Anche lui infangato fino ai polpacci. E no, non è nemmeno la giornata mondiale della gioventù promossa dal Vaticano, ma un appuntamento organizzato dall’ufficio scolastico regionale col vicariato di Roma per orientare i maturandi di tutte le scuole del Lazio (pubbliche   e private) alla scelta universitaria.

IL LUOGO, aveva comunicato il ministero a tutti i dirigenti scolastici, non è scelto a caso, ma “sottolinea l’intento” del convegno. Perché “il santuario del Divino   Amore è meta tradizionale di pellegrinaggi che si svolgono soprattutto di notte (…). Il pellegrinaggio, lungo cammino attraverso la notte, è evocativo di un messaggio simbolico per i nostri giovani: la vita che viviamo e che costruiamo incontra momenti di buio e sforzo, soprattutto quando si affrontano scelte importanti”. La circolare si concludeva prevedendo addirittura che “le istituzioni scolastiche, nella loro autonomia, valutino l’opportunità di riconoscere la partecipazione degli studenti come credito formativo”.    Ieri, sul prato del santuario, i ragazzi più che a un pellegrinaggio   sembravano in gita. Gli stand allestiti erano sei. Il primo, riservato all’accoglienza, dove i presenti potevano ritirare il loro pacco “dono”: borsa, maglietta e cuscino. Infatti la struttura più grande, quella sotto la quale si sono rifugiati appena ha cominciato a piovigginare, non aveva sedie. Poi quattro gazebo, divisi per settore, dove gli studenti trovavano informazioni sull’ambito scientifico-tecnologico, artistico-letterario, giuridico-economico e bio-antropologico. Insieme alle università pubbliche (anche se i cartoni di depliant della Sapienza erano quasi tutti chiusi) quelle private. In prima fila, naturalmente, la Luiss. Poi l’università lateranense, la Cattolica, la pontificia salesiana, la pontificia auxilium, il campus bio-medico. Private battevano pubbliche almeno 6 a 3. Vicino un’altra sola struttura, per la pastorale universitaria. Nessuna informazione sull’ente per il diritto allo studio o su altre associazioni studentesche.

GLI ARTISTI dell’accademia della Koll si sono esibiti nel pomeriggio, ed erano ormai solo poche centinaia di ragazzi attenti allo spettacolo. Gli altri, sparsi nelle poche parti asciutte del prato. “La mia vita ha senso? – cantava una ragazza dal palco – credo che Dio abbia un progetto sulla mia vita”. Qualche gruppo si è allontanato. Subito dopo la celebrazione della messa, presieduta dal rettore dell’università lateranense, monsignor dal Covolo. Del resto, per  romaset   te.it  , giornale on-line della diocesi di Roma, l’evento è promosso “dall’Ufficio scuola cattolica, pastorale scolastica, pastorale universitaria e pastorale giovanile del Vicariato di Roma”. Il ministero non è mai citato.    Impossibile, tramite l’ufficio   scolastico regionale, ricevere una risposta per capire a quanto ammonta la spesa per un evento di queste proporzioni e in che parte lo Stato lo abbia finanziato. Quindi ci siamo rivolti a una società di organizzazione eventi, la Goodlink, per capire quale può essere la cifra in ballo. “Considerando che organizza lo Stato e non un privato, quindi ipotizzando   numerose convenzioni – spiegano – possiamo stimare una spesa sicuramente superiore ai centomila euro. Ma se non ci fossero accordi, crescerebbe ancora”.

ECCO CHE, senza vedere con i propri occhi lo sviluppo dell’evento, molti genitori dopo aver letto le informazioni sulla giornata si sono opposti all’obbligo di far seguire ai propri figli l’orientamento. E in molti licei, come il Plauto per esempio, chi non è andato al Divino Amore oggi dovrà giustificare l’assenza. “A mia figlia – spiega la madre di un’alunna – hanno negato anche il diritto allo studio, perché è dovuta restare a casa. E ora avrà solo altre due ore per l’orientamento in una unica facoltà. É incerta ma non potrà vederne due”.    Un nutrito gruppo di genitori del liceo Tasso ha definito l’iniziativa “una vergogna”. “Ma vi rendete conto di quello che hanno   avuto il coraggio di fare? – dice un genitore – si tratta di un evento con una forte impronta confessionale pagata con soldi pubblici. Esclude chi appartiene ad altre confessioni religiose o chi religioso non lo è. E vale anche come credito formativo. Uno scandalo”.    La regione Lazio, con l’assessore alla Formazione e Lavoro, Mariella Zezza, ha messo il cappello all’iniziativa spiegando che “l’orientamento per noi è un aspetto fondamentale del sistema dell’istruzione che forma per il mondo del lavoro”. A rispondergli la consigliera Idv, Giulia Rodano: “C’è sicuramente da chiedersi perché la Regione Lazio e il ministero abbiano promosso una giornata di orientamento scolastico con un taglio quasi confessionale o senz’altro non caratterizzato dalla laicità che dobbiamo esigere dall’istruzione pubblica. Chiederemo spiegazioni ufficiali agli assessori regionali competenti”.

di Caterina Perniconi – IFQ

Il musical della Star Rose Academy. Sopra, Claudia Koll.

28 dicembre 2010

La Riforma Gelmini e la fine della Storia dell’Università di massa

Ha ragione Mariastella Gelmini a celebrare l’approvazione della sua riforma dell’Università come “la fine del Sessantotto”. Con questa espressione però la ministro non intende quello che ogni buon conservatore associa al cosiddetto Sessantotto: antiautoritarismo, antimilitarismo, liberazione sessuale, rottura della morale borghese, equilibrio nel conflitto tra capitale e lavoro.

No, per Mariastella Gelmini il Sessantotto rappresenta innanzitutto un aborrito “egualitarismo”, da combattere con le armi dello sfuggente concetto di “meritocrazia” che la nuova legge si propone di incarnare. La Riforma di oggi è “la fine del Sessantotto” in quanto fine di quel fattore cardine di coesione e perequazione sociale rappresentato dall’Università di massa che Berlusconi e Tremonti, attraverso Gelmini, si erano promessi di eliminare.

 

L’equilibrio tra capitale e lavoro raggiunto dalle socialdemocrazie europee si protrasse per tutto il decennio successivo finché il primo, con la spallata thatcheriana, non prevalse sul secondo. La svolta neoliberale e neoconservatrice, che in Italia prese la forma simbolica della “marcia dei 40.000” prima e del berlusconismo poi, oggi, trent’anni dopo, è tra i fattori che stanno determinando la caduta di coesione sociale che è alla base dell’eclisse dell’Occidente. La Riforma Gelmini approvata oggi dal Senato è quindi epocale perché è il compimento di un lungo percorso che rompe in Italia un altro equilibrio fondamentale: quello tra la Costituzione, che ancora elementi, come il diritto allo studio, di forte perequazione sociale in un’economia di mercato, e gli interessi delle classi dirigenti. Gli ottimati pensano di incarnare il “merito” per censo e con Gelmini hanno l’occasione, nel tardo neoliberismo incarnato dal governo Berlusconi, di rafforzare e rinnovare privilegi antichi. Quindi, al contrario di quanto dice il ministro, solo i figli dei farmacisti continueranno a fare i farmacisti, i figli degli architetti gli architetti e i figli dei baroni… i baroni. Ciò perché la riforma Gelmini rappresenta la caduta dell’architrave democratico della nostra società rappresentato dall’Università di massa come percorso di ascensione sociale prima precluso ai più, poi dalla fine degli anni ‘60 aperto a tutti (che roba Contessa!), da oggi di nuovo ristretto.

I numeri parlano chiaro. Alla metà degli anni ‘60 gli studenti universitari in Italia erano 400.000. Oggi sfiorano i due milioni. Riscontriamo dati simili per tutti i nostri paesi di riferimento, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna. Nell’Europa occidentale, nel quarantennio che ci separa dal “maggio francese” il numero delle persone che hanno potuto spendere sul mercato del lavoro un titolo universitario è quadruplicato. Ovvero: con l’Università di massa i figli del popolo vanno all’Università, senza Università di massa i figli del popolo, anche i capaci e i meritevoli, ne sono esclusi.

Prima di proseguire, allora, è bene che il lettore si interroghi se i propri studi universitari sarebbero stati possibili se fosse nato una generazione prima. Basta interrogarsi sulla propria classe sociale di provenienza e sul percorso formativo dei propri genitori per avere un’approssimazione di risposta. Basta dare un’occhiata al registro del personale docente universitario, in particolare dei 27.000 ricercatori. Altro che “parentopoli”! Nella maggior parte dei casi troverete cognomi umili (vogliamo dire proletari?) che per la prima volta nella storia accedono alla docenza universitaria. Lo stesso l’Università di massa ha garantito in altri campi, dalla medicina all’avvocatura. Che l’operaio abbia visto il proprio figlio dottore non vuol dire che i dottori di oggi siano migliori di quelli di ieri. Vuol dire che lo studiare come privilegio elitario, sia pure in un contesto dove permangono mille problemi, è stato abbattuto da quell’Università egualitaria della quale oggi Gelmini rivendica lo scalpo.

L’Università di massa della quale si celebra il funerale era figlia della lotta generazionale e di classe per permettere ai molti di sfuggire sia a un lavoro subalterno che a una subalternità culturale. Tale destino subalterno aveva cominciato ad essere superato quando la costruzione delle nazioni dopo la Rivoluzione francese aveva teorizzato e praticato l’educazione di massa come passaggio ineludibile per il benessere della società. In Italia però, con la riforma Gentile, della quale Gelmini si considera erede, in epoca fascista, l’avviamento al lavoro subalterno di chi non apparteneva alla classe dirigente era rigidamente incanalato fin dalla pre-adolescenza e solo nel periodo dell’odiato Sessantotto le masse ruppero gli argini e conquistarono il diritto a studi e carriere superiori.

Certo, l’ultimo quarantennio ha mostrato tutte le difficoltà della costruzione di un modello democratico di Università. Gli studenti che provengono dalla classe lavoratrice beneficiano di meno opportunità e stimoli di quelle offerte dalle famiglie borghesi. Hanno in casa biblioteche meno capienti, hanno fatto meno viaggi, visitato meno musei. Sono stati meno sorretti nelle difficoltà e più portati all’abbandono degli studi. Allo stesso modo un’Università che ha bisogno di circa centomila docenti tra strutturati e precari non può garantire lo stesso livello medio di didattica di un’università elitaria. I saperi di massa si sono per loro stessa natura massificati e in qualche caso sviliti. Arrivano alla laurea studenti con basi culturali traballanti che faranno ben poco con il “pezzo di carta”. Ciò non è un bene ma l’unica alternativa sostenibile, come sa per esempio il cancelliere Angela Merkel, è continuare a investire in educazione, borse di studio, aiuti, che permettano di liberare le forze di ragazzi altrimenti destinati all’abbandono. Alla logica del “merito” teorizzato da Gelmini e supportato dal taglio del 90% delle borse di studio, che comporta lo stigma del “demerito”, va contrapposta la logica del sostegno a chi ne ha bisogno come unica possibilità di progresso della società.

E’ vero, l’Università di massa è piena di sclerosi e di malfunzionamenti, difetti, sprechi e si basa su un modello piramidale dove il servilismo rende di più del pensiero critico. Ma la risposta non può essere quella neo-elitaria della Gelmini e di Francesco Giavazzi, mai osteggiata seriamente dal centro-sinistra. Valgano due dettagli per tutti: il citato taglio anticostituzionale del 90% delle borse di studio e l’allungamento di ulteriori sei anni del precariato per accedere ai ruoli universitari. Questo domani porterà ad un ingresso molto oltre la soglia dei 40 anni. Chi ne sarà colpito non saranno i figli della classe medio-alta, che possono con crescente difficoltà pagare, o quelli della classe dirigente, che già oggi vanno a studiare all’estero come nella miglior tradizione dei paesi sottosviluppati.

Chi ne sarà naturalmente colpito saranno quegli studenti vittime del “demerito indotto” dalle loro condizioni sociali e che si interrogano quotidianamente se vale la pena continuare a studiare rispetto ai sacrifici che ciò comporta. Chi si beneficerà dell’allungamento ulteriore del precariato universitario voluto dalla Gelmini con i contratti da ricercatore a tempo determinato, saranno i figli di professori, i figli della classe dirigente. E’ questa la vera parentopoli! La vera parentopoli, la parentopoli sociale rafforzata dalla Gelmini, è quella del classismo del quale è intrisa la vita universitaria a ogni livello e del quale se ne comprendono i meccanismi solo dall’interno. Lo scandalo non si gioca sui cento metri piani di un concorso più o meno combinato. Si gioca sulla lunga distanza di una maratona dove i capaci e i meritevoli, anche se in testa alla corsa, vengono costretti ad abbandonare per mancanza di acqua prima di un traguardo posto ogni giorno più lontano.

Sbagliano dunque gli studenti che temono la “privatizzazione” dell’Università. In Italia tutte le privatizzazioni si sono sempre fatte con soldi pubblici e non è questo il caso. Il progetto continentale, che possiamo far partire dal “processo di Bologna” del 1999 è quello della dismissione dell’Università di massa per preservarne solo gli spazi elitari. E’ quello di un’Università che autoriducendosi esce dalla sfera del diritto allo studio per entrare nel mercato come “public company” e dalla quale pertanto sono espulsi quelli che nell’Università cercavano un luogo per sfuggire ad un destino sociale di subalternità. Nel 2020, quando la riforma Gelmini sarà a pieno regime e il blocco del turn-over avrà impedito la sostituzione dei quadri entrati in ruolo nei primi anni ‘80, l’Università pubblica avrà docenti solo per 5-600.000 studenti con la conseguente espulsione dei tre quarti degli studenti attuali. Un bel risparmio per il quale oggi incroceranno i calici Gelmini, Giavazzi e Tremonti.

È un risparmio che nasconde il disinvestimento nel paese nel suo complesso che torna ad essere identificato nella propria classe dirigente escludendo tutte le altre. La riforma Gelmini accelera dunque un processo che costituisce un salto indietro (graduale, mascherato) di 50 anni, ai numeri dei primi anni ‘70, nel quale un numero limitato di clienti-studenti troveranno soddisfazione alle loro esigenze di imprenditoria individuale. Tutto il resto, tutto quanto non smerciabile, sapere critico, cultura, dovranno essere marginalizzati in piccole nicchie perché, per i criteri di economicità e di profitto con i quali funzionerà l’Università “public company” non c’è posto per loro come non c’è posto per quelle classi popolari e medio-basse che in questi 40 anni avevano beneficiato dell’Università in un processo di ascensione sociale.

Il problema è che se il modello su cui si basa la Riforma Gelmini poteva essere vendibile 15 o 20 anni fa, al momento di auge del modello neoliberale, è palesemente antistorico oggi che la crisi ne mette a nudo l’impraticabilità. Oggi chiunque ha avuto occasione di confrontarsi con gli studenti sa che questi non lottano per sfuggire solo ad un destino subalterno ma anche per sfuggire ad un modello di sviluppo capitalista che ha eretto la precarietà come nuova, più avanzata e più pervasiva forma di costringerli a tale subalternità nonostante gli studi universitari. Se oggi un titolo universitario non garantisce più progressione sociale la risposta del governo è quella di indurre a rinunciare all’educazione superiore chi acquisirebbe un titolo svalutato. Al contrario la richiesta degli studenti è di una politica che riqualifichi e renda nuovamente spendibili tali titoli.

Venti anni fa si poteva ancora far finta di non esserne coscienti, ma oggi è evidente che la precarietà non è solo un miglior modo di controllo sociale, di coercizione sindacale e di massimizzazione degli utili ma anche l’unica maniera di creare lavoro che questo modello di sviluppo riesce a concepire. Paesi come l’India, in grado di laureare 700.000 ingegneri l’anno, sanno che dai grandi numeri si può scremare l’eccellenza. L’Italia (e pezzi dell’Europa) sta scegliendo un cammino opposto, convogliando decrescenti risorse su numeri via via più ristretti che tornano a coincidere con le élite tradizionali. Dal rifiuto della riforma Gelmini all’ “intuizione” di un destino subalterno e precario che ha portato gli studenti, a Londra come a Parigi come a Roma, a scendere in piazza, all’elaborazione di un modello alternativo di Università e di società che rimetta al centro, in una società dei saperi rivalorizzati, la lotta all’esclusione, il passo è ancora lungo. Per colmarlo ci vorrebbe la politica.

di GennaroCarotenuto.it

27 dicembre 2010

Le omissioni di Quagliariello

Bisogna dare atto al professore-senatore Quagliariello (e ringraziare Il Fatto per aver promosso l’iniziativa) di aver fatto ciò che il ministro Gelmini non ha fatto per due anni: confrontarsi con gli studenti e i ricercatori. Per il resto, però, non è andato oltre una serie di luoghi comuni e slogan governativi sull’università. Insomma come accademico, ha dimostrato ciò che vent’anni fa diceva Sabino Cassese: “Molti professori non scriverebbero una riga nelle loro discipline senza aver fatto mille ricerche di archivio, ma, per il solo fatto di essere all’università, ritengono di esprimersi da esperti sull’università stessa”. Questo limite si aggrava combinandosi con la retorica e   le parole d’ordine politiche che poco hanno a che fare con un discorso serio e fondato sull’università. Insomma, il professore-senatore non sa o non dice una serie di cose che dovrebbe invece sapere e dire.    Uno degli argomenti principali cavalcati tanto dalla Gelmini quanto da Quagliariello è quello secondo cui l’università italiana versa in un pessimo stato e ciò è certificato dai ranking internazionali   : nessuna università italiana è tra le prime 200. Questo basta e avanza per giustificare la riforma “epocale”. Tutto chiaro allora? Per niente, siamo in piena mistificazione. Nel 2008 il Times Higher Education Supplement, accanto ai ranking per singola istituzione, ha fatto anche quelli dei sistemi di istruzione superiore. Sorpresa! L’Italia si piazza all’ottavo posto nel mondo e primo in Europa per la probabilità che   uno studente ha di ricevere una buona istruzione e al dodicesimo posto nel mondo in termini di qualità complessiva del sistema. Il professore ignora, o vuol ignorare, questo dato proveniente da una delle fonti che cita per screditare l’università. Ma mica finisce qui. Il nostro accademico-senatore non sa, o non vuol sapere, che è appena uscito un rapporto UNESCO, secondo cui il sistema americano, per quanto riguarda la didattica, è uno dei peggiori al mondo, sebbene le sue istituzioni di vertice egemonizzino i ranking internazionali. Perché? Perché ha ottimi e ben finanziati centri di ricerca, ma per il resto e nel complesso non è che se la sfanghi bene. C’è un’altra mistificazione presente nel Quagliariello-pensiero e nel non-pensiero gelminiano: la ricerca italiana se non è pessima   poco ci manca, gli accademici italiani passano il tempo a scrivere di cose eccentriche e irrilevanti, si produce poco e con scarsissima rilevanza internazionale. Una recente ricerca del CNRS francese ci dice tutt’altro. La ricerca italiana si piazza all’ottavo posto nel mondo e al quarto   in Europa per numero di pubblicazioni; è al settimo posto nel mondo per numero di citazioni; le eccellenze sono nei campi della medicina, matematica, fisica, biologia molecolare e genetica, scienze spaziali, neuroscienze e scienze del comportamento; i giovani ricercatori italiani si piazzano al secondo posto in termini di successo nell’ottenimento dei finanziamenti del Consiglio Europeo della Ricerca; delle 45.000 pubblicazioni prodotte nel 2007 il 40% sono frutto di collaborazioni internazionali. Va sottolineato che i Paesi che ci precedono sono quelli in cui il finanziamento dell’università e della ricerca è nettamente più alto del nostro. E a proposito di finanziamento, il professore-senatore non dice che l’Italia si trova al trentaseiesimo posto dei paesi OCSE relativamente alla spesa   per l’istruzione universitaria sul PIL, al ventiseiesimo posto per quanto riguarda il rapporto docenti-studenti e tra gli ultimi relativamente al numero di studenti che beneficiano di sussidi e borse di studio. Infine, ma ci sarebbe ancora molto altro da dire, il professore-senatore dice che   “L’Inghilterra era uscita da qualsiasi classifica di merito e grazie a quei tagli [epoca Thatcher, nda] ha ripreso a scalare le classifiche mondiali”. A parte il fatto che le “classifiche di merito” esistono dal 2003 e che al tempo dei tagli non ve ne era traccia, quello che il professore non sa è che negli anni ’90 la politica universitaria britannica si accorge del disastro prodotto da quei tagli in termini di qualità della didattica e della ricerca. A partire dalla metà degli anni ’90 il sistema viene fortemente finanziato e questa politica è continuata fino a quest’anno (governo Cameron). Giusto per dare l’idea, tra il 2000 e il 2007 la spesa pubblica in istruzione superiore britannica è cresciuta del 50% contro il nostro 12% dello stesso periodo (dati OCSE). Se la Gran Bretagna oggi è in alto nelle classifiche è   perché il suo sistema è stato ben finanziato, non de-finanziato. E lo stesso si deve dire della Germania e la Francia che hanno immesso miliardi extra per finanziare le rispettive politiche per l’eccellenza dell’istruzione superiore.

di Massimiliano Vaira Università di Pavia – IFQ

17 dicembre 2010

Università usa e getta

All’indomani di Roma messa a ferro e fuoco, partecipo a un’assemblea alla Sapienza come moderatore. Mi hanno invitato per il documentario che sto producendo dal titolo Autobiografia dell’Università, realizzato in prima persona da studenti ed ex studenti. All’assemblea partecipano centinaia di giovani, ricercatori e docentii. È convinzione comune che gli episodi di violenza siano il frutto non tanto della rabbia dei manifestanti, quanto piuttosto della decisione di blindare il centro città, impedendo la protesta e alimentando la presenza di provocatori e infiltrati. Questi episodi vengono stigmatizza-ti con convinzione: servono a criminalizzare l’intero movimento, a far emergere le frange estreme anziché la maggioranza pacifista. Cui prodest? Le veglie sui tetti, i cortei gioiosi, il coinvolgimento dei familiari… tutto ciò che abbiamo visto in questi mesi rischia di essere infangato da una giornata tutta ancora da   chiarire. È opinione corrente che la riforma Gelmini passerà, specie ora che il governo ha incassato la fiducia. Lungi dal ritenersi sconfitto, il movimento pensa che la legge avrà vita dura per essere attuata, perché priva di adeguate risorse finanziarie e perché fondata su slogan e “loghi” da marketing, anziché su basi sostanziali. Il movimento è agguerrito.    IL PRIMO SLOGAN della Gelmini: “Studenti non fatevi fregare dai baroni” dovrebbe servire a separare gli uni dagli altri. Invece mai c’è stata tanta unità e coesione tra corpo accademico e studentesco. Il secondo slogan è: “Battersi per la meritocrazia”.   Passa invece la certezza che proprio la meritocrazia verrà azzerata, perché nessuno studente e nessun ricercatore di valore vorrà restare in un paese dove, dopo circa quindici anni di attesa tra borse di studio, assegni di ricerca e dottorati vari, la sola speranza è un misero stipendio di 1.200 euro mensili, tra i più bassi d’Europa. Basta rovistare tra le righe della proposta di legge e tra i conti della Finanziaria per rendersi conto che questo è lo stato delle cose. Nessuno intende difendere i baroni, né parentopoli: fanno parte di una patologia endemica. Non è la loro riduzione l’obiettivo della riforma. È semmai vero il contrario: riducendo il turnover e al tempo stesso il numero dei concorsi per introdurre nuove leve, sarà proprio il dominio dei baroni a rafforzarsi ulteriormente. Agli slogan da campagna pubblicitaria della ministra, gli studenti oppongono uno slogan ben più veritiero: ci aspetta un futuro senza futuro. E citano le cifre: meno 86% nei   fondi destinati al diritto allo studio. Una cifra mostruosa. Dati falsi, replica la Gelmini. Ma se vai a leggere la Finanziaria appena approvata, vedi che la realtà è un’altra. Gli studenti non si lasciano blandire. Citano gli stanziamenti per il fondo integrativo destinato alla borse di studio: 25.731.000 di euro nel 2011, 12.939.000 euro nel 2013. Nel 2011 la copertura su scala nazionale di borse di studio sarà del 54% contro l’82% del 2008. In pratica solo un idoneo su due avrà la borsa di studio che gli spetta. Ministro Gelmini, non le   basta? Allora senta queste altre cifre, sul rapporto di investimento tra Italia, Francia e Germania. I due paesi hanno una popolazione studentesca simile alla nostra, ma negli ultimi due anni mentre in Italia si sono spesi circa 481 milioni di euro l’anno, in Germania e in Francia ne sono stati spesi 1.400. Dicesi quasi 3 volte tanto.    Non sfugge all’assemblea della Sapienza che gli errori dei nostri governi vanno equamente divisi tra centrodestra e centrosinistra. Quest’ultimo, con Berlinguer ministro, pochi anni fa ha progettato la riforma del cosiddetto 3+2, finalizzato a ridurre la morìa di laureati. Scarsi sono stati i risultati e poco o nulla si fece allora per rinnovare davvero l’università. Fu una riformicchia, dice un ricercatore. Di questa scarsa lungimiranza ne paghiamo oggi le conseguenze. Il ministro Tremonti, che Brunetta ancora di recente ha definito giurista e non economista, sottintendendo che di economia non sa abbastanza, ha convinto la Gelmini che la riforma dell’Università è tra le più importanti. Non le ha spiegato però che le riforme non   si possono fare a costo zero. Incurante di questa verità, Tre-monti ha poi aggiunto con toni trionfalisti che è stata varata una riforma “a metà strada tra il modello continentale e quello americano”. Studenti e ricercatori irridono queste affermazioni, perché la frase “a metà strada” avrebbe un senso se si indicasse quale strada. Invece, di percorsi la riforma Gelmini non ne imbocca nessuno, restando in mezzo al guado tra statalismo accentratore e liberalismo di mercato. Una delle proposte che genera maggiore indignazione è l’ingresso dei privati nel consiglio di amministrazione. Dovrebbero mettere soldi in cambio di servizi e prodotti. Si cita l’esempio americano, dimenticando che laggiù le industrie investono nelle università non per far scappare, ma per far restare. Da noi si riducono gli stipendi ai ricercatori, incoraggiando i migliori di loro a migrare verso paesi più acculturati. In America invece si fa a gara a pagare di più per avere i   migliori cervelli, non per mortificarli. Stando a questa indiscutibile differenza, quale potrebbe essere la ricaduta conseguente all’ingresso dei privati nei nostri atenei? Semplice: l’acquisto di forza lavoro a prezzi stracciati, di gran lunga inferiori ai valori di mercato, sfruttando un esercito di precari sottopagati.    PRESTO LA RIFORMA Gel-mini passerà al vaglio del Senato. La prova di forza di martedì scorso dovrebbe scoraggiare nuove dimostrazioni. Il prefetto di Roma ha già assicurato maggiore durezza. L’assemblea odierna non si lascia intimidire. Studenti e ricercatori scenderanno per le strade ancora più numerosi. Sono uniti da una convinzione comune: basta con la precarizzazione delle future generazioni.   Non vogliono finire come un laureato a pieni voti in Fisica, che per sopravvivere fa il potatore a 900 euro al mese, salendo sugli alberi dieci ore al giorno per tagliare i rami in quel di Viterbo. Uno studio della Banca d’Italia ha dimostrato, dati alla mano, che l’investimento nella formazione giovanile è più redditizio di qualsiasi investimento finanziario   in titoli sia pubblici che borsistici. Di fronte a questi dati, la cecità dei nostri governanti è doppiamente responsabile. Da una parte ignora dove corre la modernità. Dall’altra prefigura una scuola e un’università pubbliche impoverite ed emarginate, rispetto a quelle private. Non a caso l’attuale riforma toglie alle prime per dare alle seconde. Vedi la scandalosa equiparazione delle università telematiche, in molte delle quali ci si laurea “a distanza”, facendo gli esami su una chiavetta da computer, anziché confrontarsi con i docenti e gli altri studenti. Il disegno ultimo di questo progetto di riforma è creare un’università “usa e getta”, di nessun peso, di nessun valore. Per il ministro l’università non è un investimento. È un costo. Come tale, va abbattuto e ridotto quanto più possibile.      Del resto, l’ha detto anche Tre-monti, la cultura non si mangia. Dunque perché rafforzarla? A che serve studiare, formarsi, crescere intellettualmente? Non a sistemarsi, né tantomeno a trovare lavoro. L’ha ripetuto Berlusconi alle ragazze che gli chiedevano consiglio. Care ragazze, volete sistemarvi? Cercatevi un bel partito, magari uno ricco come mio figlio Pier Silvio. E se non arrivate a tanto, allora guardatevi attorno. In giro è pieno di tanti Lele Mora che possono sempre darvi un passaggio verso Arcore.

di Roberto Faenza – IFQ

 

1 dicembre 2010

Si sentono assediati e bloccano il paese: studenti contro la Gelmini

Piazza Montecitorio ieri era deserta. Piazza Colonna e via del Corso, vuote. Nel centro di Roma era impossibile incontrare un cittadino. Solo polizia in tenuta antisommossa e camionette a difesa dei palazzi. Un clima di tensione degno di altri tempi. Dall’altra parte, 20 mila studenti. La causa del blocco della città è stata l’enorme zona rossa ritagliata intorno ai responsabili dell’approvazione di una riforma che peggiorerà il futuro degli universitari. Le proteste hanno unito tutto il paese nel giorno del via libera della Camera al disegno di legge che riformerà gli atenei italiani. Futuro e Libertà, dopo aver fatto inciampare il governo su due emendamenti, dimostrando la sua importanza per la tenuta parlamentare dell’esecutivo, ha votato a favore del testo proposto dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Adesso la riforma   deve tornare al Senato per l’approvazione definitiva. Ma l’accelerazione del ministro, che vorrebbe licenziarla entro il 13 dicembre, prima del voto di fiducia, è stata contestata dal gruppo del Pd e l’esame potrebbe slittare.

LA GELMINI non ha parlato per tutto il giorno, ha ascoltato distrattamente le notizie che arrivavano dall’esterno, si è agitata sulla sua poltrona, attendendo l’esito, ormai scontato, del voto. A difenderla, e minimizzare la protesta, ci ha pensato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: “L’approvazione è la dimostrazione che siamo il governo del fare. Gli studenti veri sono a casa a studiare — ha dichiarato il premier – quelli in piazza sono fuori corso e dei centri sociali”. Ma nella sua coalizione non sono tutti d’accordo. Per Umberto Bossi, “gli studenti in parte hanno anche qualche ragione, ma non si devono fare strumentalizzare”   . La Lega, infatti, ha sempre criticato la legge, ma ha rinnovato la fiducia a Berlusconi. “Il 14 ce la faremo sia al Senato che alla Camera” ha detto il ministro per le Riforme. Di altro parere i finiani: “Immagino che questa riforma dell’Università sia una delle ultime cose che questo governo farà” ha dichiarato Benedetto Della Vedova che però, contraddicendo la sfiducia promessa al governo, ha indicato al gruppo parlamentare di votare a favore della legge. E per il presidente della Camera “gli estremisti che hanno bloccato Roma e causato gravi incidenti non hanno reso un buon servizio alla stragrande maggioranza di studenti scesi in piazza con motivazioni, anche non totalmente condivisibili, ma con la volontà di migliorare”. Sulla gestione dell’ordine pubblico si è aperto un duro scontro tra il leader di Sinistra e libertà, Nichi Vendola, e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. “Roma è stata assediata e sequestrata da una vera   e propria tenaglia militare, che ricorda Santiago del Cile ai tempi di Pinochet” ha detto il governatore della Puglia, definendo “criminale” la gestione dell’ordine pubblico. “Io ho il compito di evitare incidenti e l’assalto ai luoghi sacri della democrazia – ha dichiarato Maroni – E mi pare che tutto sta avvenendo con grande responsabilità delle forze dell’ordine”.

DOPO IL SÌ della Camera la Gel-mini ha espresso la sua soddisfazione “per la riforma più importante della legislatura” e si è dichiarata “dispiaciuta” del clima di tensione sociale creato, secondo lei, “da posizioni ideologiche”. Mentre il premier in serata si è “venduto” l’emendamento su parentopoli, inizialmente proposto dall’Idv (che alla fine non l’ha votato) e poi modificato e fatto proprio dall’esecutivo. “Non potranno ora partecipare ai concorsi i parenti fino al quarto grado”.    Il Parlamento ha avuto il tempo di   bocciare l’emendamento proposto da Alleanza per l’Italia che mirava a finanziare contratti di ricercatore a tempo indeterminato ricorrendo ai fondi per il finanziamento pubblico ai partiti. Il Pd si è spaccato, l’ex tesoriere dei Ds,   Ugo Sposetti, ha definito la norma “indecente e strumentale, perché permetterebbe solo a Berlusconi di avere i soldi per le campagne elettorali” e l’alleanza Fli-Api non è bastata per coprire le spalle ai ricercatori.

di Caterina Perniconi IFQ

30 novembre 2010

Riforma Gelmini, da Torino a Palermo si riaccende la protesta

A Roma uova e bottiglie contro i blindati della polizia. A Bologna escrementi in una sede del Pdl. A Milano scontri con i carabinieri. A Palermo traffico paralizzato. Gelmini accolta in Consiglio dei ministri da un applauso. Sacconi: ”Vadano a scuola a studiare”.

A Pisa gli studenti hanno occupato i binari della stazione, mentre a Milano ci sono i primi scontri con le forze dell’ordine, a Bari i manifestanti hanno occupato il teatro Petruzzelli e a Bologna bloccata l’autostrada A14. La protesta dunque non si ferma. E mentre a Roma piazza Montecitorio è presidiata da Carabinieri e Polizia, nelle altre piazze d’Italia, da Venezia a Palermo si registrano cortei e proteste.

Torino. Uno dei più trafficati accessi alla tangenziale di Torino, in corso Regina Margherita, è stato bloccato nel primo pomeriggio da alcune centinaia di studenti che protestano contro la riforma Gelmini. Ma sulla tangenziale la circolazione non è interrotta, precisa la Polizia stradale. Si tratta di uno spezzone del corteo che si è diviso in due tronconi: il secondo si è diretto verso la stazione ferroviaria di Porta Nuova con lo scopo di bloccarla. In numerosi punti della città il traffico è fermo. Vi sono stati anche diversi momenti di tensione tra i manifestanti e gli automobilisti. In mattinata alcune decine di studenti si sono staccati dal corteo per effettuare un blitz negli uffici del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur), in via Pietro Micca. Prima hanno colpito il portone d’ingresso dell’edificio con un lancio di uova, poi lo hanno sfondato e sono saliti al secondo piano, dove hanno si trovano gli uffici, e hanno sfondato un altro portone rompendo una sbarra. Si sono fermati soltanto davanti ai vetri antiproiettile che proteggono i dipendenti del ministero. Subito dopo sono scesi e si sono ricongiunti al corteo. Sul posto sono presenti gli agenti della Digos che stanno facendo accertamenti e indagini.

Milano. Scontri tra studenti universitari e Carabinieri. Un lancio di oggetti contro i Carabinieri ha costretto i militari a rispondere con una carica. L’episodio è avvenuto in Via dell’Orso, in pieno centro. Dopo gli scontri di via dell’Orso gli studenti si sono diretti in via Manzoni, all’altezza di Montenapoleone, una delle strade del quadrilatero della moda a Milano. Studenti da una parte, carabinieri e polizia in assetto antisommossa dall’altra, si stanno fronteggiando ma senza scontri. Il tentativo degli studenti è quello di raggiungere Piazza Duomo, ma le forze dell’ordine impediscono di arrivare al salotto buono della città. Gli studenti stanno bloccando una delle strade principali provocando gravi disagi alla circolazione del centro.  Sono almeno 5mila gli studenti milanesi scesi in piazza. Il corteo principale, partito da piazza Cairoli, ha attraversato il centro della città, poi si è più volte separato in diversi spezzoni che hanno messo in difficoltà le forze dell’ordine. Dopo una breve occupazione della stazione Cadorna e della stazione Garibaldi, dopo il lancio di uova contro una sede distaccata dell’università Cattolica, parte degli studenti ha fronteggiato polizia e carabinieri in corso di Porta Romana, ma non si sono registrati scontri. Intanto, altri studenti hanno tentato in mattinata di avvicinarsi a Palazzo Marino, ma sono stati prontamente allontanati.

Brescia. Scontri in piazza Loggia e nell’aula magna della facoltà di Economia e Commercio occupata. Intorno alle 10 il corteo degli studenti ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che si trovava di fronte a palazzo Loggia, per entrare nella sede dell’amministrazione comunale. Ne sono nati dei tafferugli in cui i manifestanti hanno lanciato bottiglie contro le forze dell’ordine e gli agenti hanno fatto ricorso al manganello. Un giovane è stato fermato. Poco dopo, gli studenti si sono spostati nella facoltà di Economia dove attualmente si trovano.

Venezia. In centro storico, sulla terrazza (altana) di Palazzo Cappello che si affaccia sul Canal Grande è stata occupata da una ventina tra ricercatori, precari e studenti. Palazzo Cappello, sede degli studi euroasiatici di Cà Foscari, è stato sede della protesta già ieri. Sulla facciata è stato steso lo striscione “Ddl gelmini no riforma sì”, scritto in rosso e blu come la vecchia matita per correggere i compiti in classe. Verso il tetto, invece, è comparsa su un lenzuolo bianco la scritta che recita “difendiamo la ricerca”. In terraferma, lungo il Corso del Popolo di Mestre, circa 200 studenti delle scuole medie superiori hanno sfilato con musica a tutto volume, slogan e striscioni. Tra le scritte “blocchiamo la riforma” e “rovinate la scuola, distruggete il futuro”.

Genova. Momenti di tensione, manganellate e brevi scontri con le forze dell’ordine davanti alla Prefettura di Genova, un ferito tra gli studenti. Occupato simbolicamente Palazzo Ducale. I manifestanti hanno gridato “dimissioni”, “Berlusconi mafioso” e altri insulti al governo davanti alla prefettura e lanciato oggetti, uova e fumogeni contro poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa. Alcuni tra gli organizzatori hanno cercato di riportare la calma, bloccando i manifestanti più esagitati, mentre le forze dell’ordine tiravano qualche manganellata. Quindi il corteo proveniente da piazza Caricamento ha ripreso la strada andando verso piazza Corvetto. Tra gli slogan del corteo “Contro la crisi del padrone lotta di classe rivoluzione” e “sciopero generale”. In tarda mattinata nel cortile del rettorato verrà seguita la diretta della discussione alla Camera della riforma Gelmini, grazie a un megaschermo installato dai ricercatori precari.

Bologna. La protesta anti Gelmini ha bloccato l’autostrada, l’obiettivo dei contestatori ora è la Stazione Centrale per invadere i binari. Le Forze dell’Ordine schierate davanti all’ingresso hanno impedito il tentativo degli studenti respingendoli. Sono volati degli oggetti e qualche manganellata. Il tentativo per ora è andato a vuoto. Nella mattina una trentina di chili di escrementi, portato in sacchetti di plastica, sono stati gettati da un gruppo di manifestanti all’interno della sede del Pdl di via Santo Stefano, nel pieno centro di Bologna, di cui era stata rotta la vetrina. L’episodio, secondo alcuni manifestanti, sarebbe stato compiuto dallo Spazio sociale studentesco. Il corteo, alcune migliaia tra universitari e studenti delle superiori è entrato, passando dal casello della Fiera, nel tratto cittadino dell’A14, invadendo entrambe le carreggiate. La circolazione era stata precedentemente deviata dalla polizia. Il serpentone, un’unione di due cortei, era partito dal centro della città. Poi ha deviato dai viali di circonvallazione su via Stalingrado e poi su via Aldo Moro transitando davanti agli uffici della Regione. Da lì la manifestazione si è diretta decisamente verso il casello dell’autostrada. Dopo un breve presidio, appena entrati in direzione nord (lungo la cui direzione si è diretto in marcia), in attesa che il corteo si ricompattasse, al grido di «blocchiamo tutto» è scattata l’invasione.

Pisa. Gli studenti hanno occupato i binari della stazione, bloccando i treni in arrivo e in partenza. Da stamani in migliaia, si parla di 7.000, stanno percorrendo in corteo i lungarni cittadini per protestare contro il disegno di legge di riforma universitaria. In più punti della città il traffico risulta paralizzato o fortemente rallentato a causa del lungo serpentone di manifestanti. Intanto, alcune centinaia di studenti medi superiori hanno raggiunto il Ponte delle Bocchette, alla periferia nord est della città bloccando una delle principali vie d’accesso a Pisa.

L’Aquila. Prosegue, da ieri, l’occupazione in tre facoltà dell’Università dell’Aquila (Scienze, Ingegneria, Lettere e Filosofia); intanto gli studenti hanno elaborato e condiviso nelle ultime ore un documento per mettere in evidenza i punti di criticità del Ddl Gelmini in discussione alla Camera. La piattaforma, discussa nel polo scientifico di Coppito, definisce “inaccettabili” i contenuti del Ddl riguardo alla governance degli atenei e contesta i tagli, “l’ingresso dei privati nei Cda accademici” o il ricorso al prestito d’onore. Le assemblee denunciano anche la difficile situazione del diritto allo studio nel capoluogo abruzzese, che vive ancora le difficoltà del post terremoto. Tante le adesioni, nonostante la neve caduta copiosa stanotte e le temperature rigide. Circa 500 persone sono transitate a Ingegneria, tanto da spingere i rappresentanti a limitare gli accessi ai soli studenti della facoltà. Per la città dell’Aquila, l’occupazione di facoltà universitarie rappresenta un evento straordinario: gli ultimi episodi, ad eccezione di qualche caso sporadico, risalgono a quindici anni fa.

Roma. Gli studenti, provenienti dal Pantheon, hanno trovato la strada per Montecitorio sbarrata dai blindati della Polizia e hanno iniziato a lanciare bottiglie vuote e uova contro le forze dell’ordine. Esplosi anche alcuni petardi. La polizia non ha reagito. Ma i contestatori minacciano: “Se non sarà la Camera, se non raggiungeremo Montecitorio, allora colpiremo altri palazzi del potere”. In mattinata un migliaio di studenti,  ha riempito la scalinata del Campidoglio. Centinaia di dimostranti provenienti da alcuni istituti superiori della capitale, tra cui Ilaria Alpi, il Gassman, il Visconti, il Virgilio, stanno urlando slogan per protestare contro l’approvazione della riforma proposta dal governo Berlusconi. Tra i cori intonati dagli studenti: “La nostra cultura a noi non fa paura”, “Come nasce la dittatura, con i tagli alla cultura”, “Noi non moriremo precari”. Tra i dimostranti iniziano ad arrivare anche alcuni ricercatori e universitari, oltre a sindacalisti della Cgil.

Napoli. E’ partito, da piazza del Gesù il corteo degli studenti delle scuole medie superiori e universitari. Sacchetti di immondizia sono stati gettati davanti all’ingresso del palazzo della Provincia di Napoli e il lunotto posteriore di un’auto della polizia sfondato dai dimostranti dinnanzi all’ingresso della Questura in via Medina. Mentre in via Chiatamone alcuni contestatori hanno lanciato vernice rossa contro l’insegna del Cepu. Lanci di uova, sacchetti d’immondizia e vernice rossa contro il portone della sede dell’Unione degli industriali di Napoli, in piazza dei Martiri. Il portone è chiuso ed è presidiato dalla polizia in assetto antisommossa. I manifestanti si sono spostati da piazza dei Martiri alla vicina piazza Vittoria dove è in corso un blocco stradale.

Bari. “Gelmini cala il sipario”: è quanto scritto sullo striscione srotolato da un balcone del teatro Petruzzelli di Bari, da una delegazione di studenti dell’Università di Bari che ha occupato simbolicamente il politeama. “Lo stesso striscione  lo abbiamo srotolato ieri dall’interno del teatro Piccinni di Bari, ma alcuni esponenti del centrodestra al Comune lo ha strappato: sono ancora visibili – sottolineano – i lembi dello striscione che sventolano”. Fuori dal teatro Petruzzelli ci sono numerosi studenti e ricercatori baresi. “Eravamo partiti in 600 da centro città – dicono gli organizzatori – e poi ci siamo incontrati con altri gruppi di studenti del Campus al ponte di corso Cavour”, che successivamente, dopo poco, hanno liberato.

Palermo. La città è paralizzata. Il centrostorico, la zona dei palazzi della Regione e dell’Ars, le principali arterie commerciali, sono percorse dai vari cortei degli studenti medi e degli universitari che stanno realizzando il “blocchiamo tutto day”. Il traffico è in tilt. Migliaia di studenti si trovano in via Volturno, a Palazzo d’Orleans e stanno confluendo verso la Cattedrale per percorrere corso Calatafimi con l’intenzione di andare a bloccare l’autostrada Palermo-Messina-Catania-Trapani. Il coordinamento degli studenti medi afferma che per le strade ci sono circa 50 mila studenti. Stime delle forze dell’ordine parlano di diecimila persone. I giovani di “Azione Universitaria” sostengono invece che “la stragrande maggioranza degli studenti non va ai cortei guidati dai baroni e soltanto mille studenti, su oltre sessantamila iscritti all’ateneo di Palermo, hanno aderito alla manifestazione di questa mattina”. Azione Universitaria annuncia “una campagna capillare in tutte le facoltà dell’ateneo di Palermo per spiegare agli studenti i veri effetti che la riforma avrà sull’università.

Catania. La stazione ferroviaria di Catania è rimasta bloccata per un’ora, dalle 11.20 alle 12.20. La circolazione ferroviaria è tornata alla normalità dopo che i manifestanti hanno abbandonato i binari. Il blocco del traffico, secondo quanto hanno comunicato le ferrovie dello Stato, ha causato ritardi medi di 25 minuti per due treni a lunga percorrenza.

Il Fatto Quotidiano

13 ottobre 2010

Arrivederci, Italia: Why Young Italians Are Leaving

It’s not the type of advice you would usually expect from the head of an elite university. In an open letter to his son published last November, Pier Luigi Celli, director general of Rome’s LUISS University, wrote, “This country, your country, is no longer a place where it’s possible to stay with pride … That’s why, with my heart suffering more than ever, my advice is that you, having finished your studies, take the road abroad. Choose to go where they still value loyalty, respect and the recognition of merit and results.”

The letter, published in Italy’s La Repubblica newspaper, sparked a session of national hand-wringing. Celli, many agreed, had articulated a growing sense in his son’s generation that the best hopes for success lie abroad. Commentators point to an accelerating flight of young Italians and worry that the country is losing its most valuable resource. And with reforms made all but impossible by Italy’s deep-rooted interests and topsy-turvy politics — a schism in the ruling coalition seemed this summer to threaten Silvio Berlusconi’s government once again — many are starting to wonder if the trend can be reversed. “We have a flow outward and almost no flow inward,” says Sergio Nava, host of the radio show Young Talent and author of the book and blog The Flight of Talent, which covers the exodus. (See pictures: “Silvio Berlusconi and the Politics of Sex.”)

The motives of those leaving haven’t changed much since the last wave of economic migrants struck out to make their fortunes a century ago. But this time, instead of peasant farmers and manual laborers packing themselves onto steamships bound for New York City, Italy is losing its best and brightest to a decade of economic stagnation, a frozen labor market and an entrenched system of patronage and nepotism. For many of the country’s most talented and educated, the land of opportunity is anywhere but home.

Take Luca Vigliero, a 31-year-old architect. After graduating from the University of Genoa in 2006 and failing to find satisfying work at home, he moved abroad, working first for a year at Rem Koolhaas’ Office for Metropolitan Architecture in Rotterdam and then accepting a job in Dubai in 2007. In Italy, his résumé had drawn no interest. At Dubai’s X Architects, he was quickly promoted. He now supervises a team of seven people. “I’m working on projects for museums, villas, cultural centers, master plans,” he says. “I have a career.” Escape from Italy has also allowed Vigliero to fast-track his life plans. He and his wife had a son in September; had they remained in Italy, he says they would not have been able to afford children this soon. “All my friends in Italy are not married, they have really basic work, they live with their [parents],” he says. “Here, there’s a future. Every year, something happens: new plans, new projects. In Italy, there’s no wind. Everything is stopped.” (See pictures of the world’s tallest building in Dubai.)

Italy doesn’t keep track of how many of its young professionals are seeking their fortunes abroad, but there’s plenty of anecdotal evidence that the number is rising. The number of Italians ages 25 to 39 with college degrees registering with the national government as living abroad every year has risen steadily, from 2,540 in 1999 to about 4,000 in 2008. The research-institute Censis estimates that 11,700 college graduates found work abroad in 2006 — that’s one out of every 25 Italians who graduated that year. According to a poll by Bachelor, a Milanese recruitment agency, 33.6% of new graduates feel they need to leave the country to take advantage of their education. A year later, 61.5% feel that they should have done so.

It’s not hard to see why. Italy’s economic woes have fallen hard on the shoulders of the country’s youth. According to figures published in May by the National Institute of Statistics, 30% of Italians ages 30 to 34 still live with their parents, three times as many as in 1983. One in 5 young people ages 15 to 29 has basically dropped out: not studying, not training, not working. “We’re condemning an entire generation into a black hole,” says Celli. (See pictures of immigration in Europe.)

Jobs for the (Old) Boys
Italians without college education often get by working in the black economy, doing all sorts of jobs, but university graduates — or more generally, those with higher aspirations — have a tougher time finding work that fits their qualifications. The unemployment rate among Italian college graduates ages 25 to 29 is 14%, more than double the rate in the rest of Europe and much higher than that of their less-educated peers.

Italians have a word for the problem: gerontocracy, or rule by the elderly. Too much of the economy is geared toward looking after older Italians. While the country spends relatively little on housing, unemployment and child care — expenditures the young depend upon to launch their careers — it has maintained some of the highest pensions in Europe, in part by ramping up borrowing. This imbalance extends into the private sector, where national guilds and an entrenched culture of seniority have put the better jobs out of reach for the country’s young. (See pictures of Carpigiani Gelato University.)

Italy has always suffered under a hierarchical system, with the young deferring to authority until it’s their time to take the reins. “You are not considered experienced based on your CV, on your ability or according to your skills, but just based on your age,” says Federico Soldani, 37, an epidemiologist who left Pisa in 2000 and now works in Washington, D.C., for the Food and Drug Administration. “When you are under 40, you are considered young.”

The system worked — to a certain extent — as long as the economy was growing. Patience paid off as jobs opened to whoever was next in line. But with the extended slump, the labor market has seized up. “The queue is not moving forward anymore,” says Soldani. Entry to some professions — like the lucrative position of public notary — is so limited that the job has become all but hereditary. In a country where success is built on relationships and seniority, only the friends and children of the elite have a chance to cut the line.

For the rest, it means that jobs are scarce, underpaid and stripped of responsibility. When Filippo Scognamiglio, 29, secretary of the Italian MBA Association NOVA, compared net salaries for the same position at the same multinational in the U.S. and Italy, he found that an Italian with an M.B.A. who chose to stay home would earn just 58% of what they would abroad. “It’s easier to be successful in the United States if you have the talent and the desire to put in the effort than it is in my country,” he says. As a consequence, Scognamiglio, who graduated from Columbia Business School this year, chose to pay off the Italian company that had sponsored his degree in order to accept a job in the U.S. “It’s a 70,000-euro ($90,000) vote [for the prospects of a career abroad],” he says.

But it’s not just better pay that attracts Italy’s young emigrants: it’s also the opportunity to escape dull jobs that involve mainly rote tasks and flattened career trajectories. “If you’re young in Italy, you’re a problem; in other countries, you’re seen as a resource,” says Simone Bartolini, 29, a creative copywriter in Sydney. He left Rome in 2007, following a change of management at his advertising firm, when his new boss told him, “We will put sticks in your spokes.” He was good to his word. “Every idea was turned down,” says Bartolini. “Everything was a no. As soon as I made a mistake, I was under the light.” In comparison to Australia, where Bartolini has launched a successful career, Italy simply had no use for his drive. “They need executors,” says Bartolini. “They don’t need thinkers.” (See pictures of Rome.)

Old Problems, Old Solutions
Young Italians know better than to look to the state to solve their problems: the country’s politics is if anything even more stagnant. A long succession of ruling coalitions have been too busy wrestling among themselves to take on entrenched interests. The current regime is a case in point. Prime Minister Berlusconi came to power in 2008 after the previous left-wing government tried to institute a raft of reforms that would have passed without comment in just about any other country: deregulating the country’s taxicabs, allowing supermarkets to sell nonprescription drugs, permitting private companies into public transport. The reforms foundered on a series of strikes, setting the government on a path to failure a year and a half later. (Comment on this story.)

Now Berlusconi’s government is facing a crisis of its own, a power struggle between the Prime Minister and his former ally, Gianfranco Fini, the speaker of Italy’s lower house. Fini, who commands a breakaway faction of parliamentarians, has been clashing with Berlusconi over a series of reforms. For now, the two men seem to have put aside their differences — Fini supported the government in a vote of no confidence last month — but tensions between the two are already rising over proposed changes to the criminal-justice system that would free Berlusconi from tax-fraud and corruption trials. In the meantime, Italians are stuck with a government that could collapse at any moment and leaders consumed with positioning themselves for the next election. (Read: “Berlusconi Keeps Government Afloat — For Now.”)

Italy’s political culture is sclerotic. It has failed to produce young reform-minded leaders like Barack Obama, David Cameron or Nicolas Sarkozy. Berlusconi is 74 years old and serving his third term as Prime Minister, and the country’s crop of political players hasn’t been updated since the early 1990s, when a series of corruption and Mafia scandals upended the electoral landscape. No wonder young Italians want no part of it.

No Way Home
The Italian exodus wouldn’t be so damaging if the departed could be persuaded to return with their foreign experience. And indeed, after years of ignoring the problem, the government has begun to try to do just that. “It’s like judo: you transform a risk into a strength,” says Guglielmo Vaccaro, a parliamentarian who has promoted a bill that would offer tax breaks to Italians who return after spending at least two years abroad. Vaccaro estimated that the state spends well over $130,000 to provide a young person with a college education, money that can be recouped if its citizens can be persuaded to invest their skills at home.

It’s not like the country’s young want to stay away: Italians are famously attached to their homeland. Most of the people interviewed for this story said they would love dearly to go home. “Your DNA, your self, everything you breathe, everything you eat is very tied to the city where you’re born,” says Giovanni Chirichella, 34, a native Milanese who works as a human-resources manager at GE Energy in Houston. “Many Italians across the world, they’re basically homesick for the rest of their lives.” (Read: “Denial and Anger in Italy — Southern Europe’s Immigration Test.)

But while Italy’s young migrants usually set out with the intention of returning with a few years of foreign experience on their résumés, they often find the re-entry more difficult than they imagined. Over the past year, Elena Ianni, 32, a marketing manager at the Royal Bank of Scotland in London, has sent her résumé to the top 100 companies and recruitment agencies in Italy. She spent her Easter break knocking on doors in Milan. Every night, when she gets home from work, she checks the online job listings. In London, where she receives unsolicited calls from headhunters, Ianni has turned down two job offers during the same period. But her country doesn’t seem to want her. “I’ve been told exactly these words,” she says. “‘You’re a young woman, and you won’t be taken seriously here.'”

So the country is caught in a vicious circle. The economy will continue to fade as long as it stifles innovation by excluding its young. Meanwhile, every young person driven away is one less voice calling for reform. Silvia Sartori, 31, tried returning to Treviso after working in Asia for four years. After a fruitless year of job-hunting, she went back to China, where she now manages a $3 million European Commission grant for green construction. “It’s something in Italy I would never get, unless I was 45 and somebody’s daughter or cousin or mistress,” she says. “I gave Italy a second chance,” she says. “They burned it.” Italy may not have many more chances to preserve its most precious resource.

By Stephan Faris – Time

Reason for leaving: After spending four years in China, Sartori returned to Treviso and invested an entire year in search of work. Finding few opportunities for a young professional woman in Italy, she returned to China, where she now runs a $3 million greenconstruction project funded by the European Commission Photograph by David Hogsholt / Reportage / Getty

11 ottobre 2010

“ Politecnico strangolato dai tagli”

A Torino i Presidi scrivono agli studenti: “In gioco il vostro futuro”.

Il Politecnico è bloccato, le lezioni sono rinviate ed è necessario avvertire gli studenti che potrebbe essere solo l’inizio di un periodo nero. Allora i presidi delle Facoltà di Ingegneria e Architettura di Torino hanno preso carta e penna e scritto a tutti gli universitari con due lettere distinte.

“CARI STUDENTI, come Presidi delle tre Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino dove state per cominciare o per proseguire gli studi – si legge nella prima missiva pubblicata anche sul sito web dell’ateneo – ci sentiamo in dovere di informarvi su ciò che sta avvenendo nell’Università e che riguarderà da vicino il vostro futuro in questa istituzione. Le difficoltà   e le incertezze che hanno provocato il rinvio dell’inizio delle lezioni (…) del quale comunque ci scusiamo, sono dovute alla delicata situazione dell’Università italiana, strangolata da fortissimi e insostenibili tagli ai finanziamenti ordinari in   attesa dell’ennesimo e problematico tentativo di riforma”. Sarà difficile per il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ignorare anche questa volta il grido di dolore che arriva da 5 presidi di una delle eccellenze del paese. Non potrà dire che sono stati “indottrinati dalla sinistra” come ha fatto venerdì con i trecentomila ragazzi scesi in piazza per manifestare contro i tagli alla scuola e all’università. Perché le parole di Paolo Camurati, Donato Firrao, Sergio Rossetto, Ferruccio Zorzi e Rocco Curto condannano senza mezze misure una riforma fatta con le forbici in mano e che   incide soprattutto sull’università pubblica .

“ll progetto di riforma in discussione al Parlamento – scrivono infatti i presidi – sembra essere prevalentemente condizionato dalla preoccupazione che la riforma non comporti maggiori oneri finanziari, senza fare intravedere convincenti linee guida di futuro sviluppo del sistema universitario. Anzi, i provvedimenti governativi in materia finanziaria degli anni più recenti rischiano di pregiudicare la funzionalità dell’Università pubblica già dal 2011, comportando l’impossibilità di far fronte alle spese correnti e un’intollerabile riduzione delle prestazioni didattiche e dei servizi agli studenti”.

“COME SAPETE – si legge ancora nella lettera – il corpo docente è formato da professori ordinari e associati e da ricercatori, coadiuvati dal personale tecnico-amministrativo. Tutti sono stati colpiti dai tagli in un modo che non trova eguale nel comparto pubblico e particolarmente danneggiati sono   risultati i ricercatori, privi di uno stato giuridico chiaro e con prospettive di carriera molto incerte”.    La protesta a Torino riguarda il 30 per cento dei ricercatori delle facoltà di Ingegneria e la quasi totalità di quelli delle facoltà di Architettura in cui il corpo docente ha una maggiore incidenza di ricercatori. Il Rettore, Francesco Profumo   , ha annunciato la necessità di ricorrere a “professori a contratto” esterni se i ricercatori non riprenderanno a fare didattica (dato che per contratto non sono tenuti a farlo).

“TUTTO  CIÒ premesso – spiegano i presidi di Ingegneria – è comunque doveroso da parte nostra sottolineare   che, nonostante le grandi difficoltà incontrate, i professori e i ricercatori del Politecnico di Torino proseguono nel loro impegno per mantenere gli eccellenti livelli di formazione, ricerca e servizi riconosciuti a livello internazionale. Condividono senza riserve l’obiettivo di migliorare l’attuale Università secondo principi meritocratici e di efficienza, ma giudicano inaccettabile l’uso strumentale di tali principi a difesa di tagli indiscriminati e di provvedimenti legislativi che mettono in pericolo il funzionamento stesso dell’istituzione universitaria pubblica, invece di renderla sempre più competitiva a livello internazionale e in grado di offrire strumenti di crescita per il Paese e per i giovani”. Che guardano al futuro disegnato per loro dalla Gelmini con sempre meno fiducia.

di Caterina Perniconi IFQ

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