Archive for luglio, 2008

31 luglio 2008

Preti e pedofilia: le foto che piacevano a don Mologni.

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E’ giunto il momento di mettere alla prova le dichiarazioni di Ratzinger. E, a metterle alla prova, basta l’ultimo fatto di cronaca, quello che riguarda don Pierpaolo Mologni, ex parroco di Lombardore, un paesino di 1.500 abitanti a una ventina di chilometri da Torino, trasferito da un paio di mesi ad un’altra parrocchia, quella di Ozegna.

A carico del sacerdote sono partite due denunce per abusi sessuali, da due famiglie della parrocchia di Lombardore. Gli inquirenti hanno perquisito i suoi alloggi di Ozegna e hanno rinvenuto migliaia di foto compromettenti, alcune risalenti al 1979.

A padre Mologni piacevano i ragazzini. Con alcuni si limitava a semplici carezze, con altri andava oltre. Il metodo era sempre lo stesso: conquistare la fiducia del ragazzo, per garantirsi il suo silenzio, e poi passare agli abusi. Era un percorso lungo, che richiedeva tempo. Cominciava con le carezze, e se le vittime non si ritraevano, passava a richieste più pesanti. Convinceva i ragazzini a fare la doccia a casa sua, e mentre erano sotto la doccia li fotografava. Oppure li convinceva ad indossare un succinto costume da Tarzan, confezionato da lui stesso, e li fotografava in pose inequivocabili. Alcuni li faceva distendere sul letto o sul tappeto e li masturbava. Talvolta si masturbava anche lui. Il tutto testimoniato dalle migliaia di foto rinvenute, oltre che dalle deposizioni di diversi ragazzi. Decine di testimonianze. Troppe, in un paesino di 1.500 anime.

I carabinieri hanno consegnato a padre Mologni un avviso di garanzia. Poco tempo dopo, il sacerdote è stato colpito da setticemia e, da qualche giorno, è in coma profondo. E in ospedale è stato raggiunto da un provvedimento della Procura di Torino, che disponeva gli arresti domiciliari. In via precauzionale, la stessa Procura ha disposto il sequestro della sua cartella clinica.

Questi i fatti, così come si sono svolti. Sorgono però gli interrogativi: le foto testimoniano di abusi avvenuti fin dal 1979, possibile che nessuno si sia mai accorto di nulla? in paese giravano, da parecchio tempo, strane "voci" sul conto del sacerdote, possibile che la Curia non fosse informata? possibile che nel corso degli anni nessuna vittima si sia rivolta al Vescovo? e allora perchè l’improvviso trasferimento da Lombardore a Ozegna due mesi fa?

 

PapaRatzingerPedofili

 

30 luglio 2008

Liberta’ per gli assassini

Borsellino

Pochi minuti fa mi è arrivata la notizia della scarcerazione di Contrada, sotto la forma di arresti domiciliari per motivi di salute. Non posso accettarla, il mio animo si rivolta, il constatare che agli assassini di mio fratello non è bastato ucciderlo ma che stanno anche completando l’opera mi ripugna, mi sconvolge.
Ho voglia di farmi giustizia con le mie mani dato che la Giustizia in questo nostro sciagurato paese non esiste più.
Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso lo considero io e per gli assassini non ci può essere ne perdono ne pietà.
Non è una mia idea, Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "solo a fare il nome di quell’uomo si può morire".
Contrada era in carcere, il solo finora a pagare per quei pezzi deviati dello Stato che con la criminalità mafiosa hanno trattato e per portare avanti questa trattativa hanno fatto uccidere Paolo Borsellino e con lui tutta la sua scorta, ragazzi mandati a morire senza nessuna difesa ne possibilità di salvezza da chi sapeva che il carico di tritolo, anzi di Semtex, l’esplosivo usato per le stragi di Stato, era già stato depositato in Via D’Amelio.
Contrada era un simbolo, il simbolo di una Giustizia che qualche volta, solo qualche volta, riesce ad inchiodare i colpevoli.
Adesso quelli che lui ha servito e che sono rimasti fuori dalla galera, che non sono mai stati finora indagati perchè i pochi giudici che hanno tentato di farlo sono stati subito ridotti al silenzio, come ha detto l’altro giorno il giudice Scarpinato al Palazzo Steri di Palermo, sono riusciti a tirarlo fuori come gli avevano promesso per evitare che potesse parlare e trascinare in galera anche loro.
Avrei potuto accettare che finisse i suoi miseri giorni a casa sua, se anche gli altri avessero pagato, se fossero partite quelle indagini che non andranno mai avanti sui mandanti occulti della strage, su quelli che non si possono chiamare "mandanti esterni" perchè sono "interni" allo Stato ed alla stessa magistratura.
Ma, come disse Sciascia, "lo stato non può processare se stesso" e quello che c’era scritto sull’Agenda Rossa di Paolo consente di tenere in piedi una rete di ricatti che consente di mettere tutte le pedine al posto giusto, di manovrare i pezzi necessari, ed arrivare alla fine della partita.
Se venissero portate avanti le indagini sulle telefonate partite dal centro del Sisde sul Castello Utveggio, Contrada ed tanti altri insieme a lui potrebbero andare in carcere non per concorso esterno in associazione mafiosa  ma per concorso in strage e forse sarebbe allora più difficile tirarli fuori dal carcere, sarebbe più difficile concedere anche a loro l’immunità come per le alte cariche dello Stato, se ne potrebbe salvare uno ma non tutti.
Ho eliminato dal mio vocabolario due parole, la speranza ma anche la disillusione, lo scoraggiamento.
Ce ne sono rimaste solo due la parola rabbia e la parola lotta e a gridare la mia rabbia e a lottare continuerò finche avrò voce, finchè avrò vita.

di Salvatore Borsellino per www.antimafiaduemila.com

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29 luglio 2008

Mafia: Perché tante opere pubbliche sono Cosa Loro. E anche l’Expo di Milano rischia.

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In Sicilia sono giorni di scadenze fiscali. A Ferragosto (festa dell’Assunta) le aziende devono infatti versare la terza rata della “messa a posto”, la percentuale di denaro dovuta alla mafia sugli appalti pubblici in cambio della sicurezza sui cantieri. La cifra, ormai fissata dalla consuetudine, è del 3% e ne sono escluse solo quelle imprese che a Cosa nostra hanno affidato direttamente parti importante della realizzazione dell’opera. Perché la criminalità organizzata, come dimostrano numerose inchieste della magistratura, tende sempre di più ad acquisire in proprio i lavori, con il duplice scopo di ripulire grandi quantità di denaro sporco e di avere il controllo capillare del territorio attraverso la gestione dell’occupazione. “Questo sistema” dice  Francesco Forgiane, presidente della Commissione parlamentare antimafia nella scorsa legislatura e autore di ‘Ndrangheta (Baldini Castaldi Dalai, pp. 320, euro 17,50) “non vale solo al Sud. Da indagini e intercettazioni sappiamo che l’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria è stata divisa in tanti lotti, ognuno controllato da un gruppo criminale, e che per il Ponte sullo Stretto la criminalità delle due sponde sta già trovando degli accordi di spartizione. Ma anche per la Tav Torino-Lione e per l’Expo di Milano i boss si stanno preparando a entrare nella fornitura di materiale ai cantieri”. Per questo nei giorni scorsi il sindaco di Milano Letizia Moratti ha proposto di istituire una Commissione antimafia comunale mentre i primi cittadini di Cesano Boscoso, Corsico e prezzano sul Naviglio (nell’hinterland milanese) con una lettera aperta hanno chiesto un incontro al pm della direzione antimafia Vincenzo Macrì.

L’anello debole del sistema è costituito dai tanti “subcontratti” per i quali la legge non prevede né la richiesta di autorizzazione né la certificazione antimafia. A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto del Cnel dedicato al  Contrasto dei fenomeni di illegalità e della penetrazione mafiosa nel ciclo del contratto pubblico, curato dal gruppo Itaca coordinato da Ivan Cicconi. La fornitura di materiali (ghiaia, sabbia, calcestruzzo, ferro), gli scavi, il movimento terra, le mense e la vigilanza sono tutti i servizi che non rientrano nella tipologia di subappalto per il quale sono previste norme di controllo. Fanno eccezione i cosiddetti “noli a caldo” (mezzi e personale) e la “fornitura con posa in opera” che devono rispondere alle disposizioni sui subappalti (con certificato antimafia), ma solo se hanno un importo superiore al 2% dell’intero appalto e se la manodopera supera il 50%.

“Così” dice Cicconi “basta scrivere nel contratto che il numero di lavoratori equivale al 49% e non serve certificazione”.

“In alcuni settori delle opere pubbliche” spiega Lino Busà, presidente Sos Impresa, “la criminalità ha il monopolio assoluto”.

“Le cave sono tutte in mano a noi” ha rivelato il pentito Leonardo Messina. Le cave, così come i mezzi per il movimento terra, lo scavo e i servizi collegati. “Ē il core business dell’imprenditore illegale” ha detto il generale Cosimo Sasso della Direzione investigativa antimafia. E a questo sistema sottostanno tutti, piccole aziende e multinazionali.

Tra i casi più eclatanti c’è quello della Calcestruzzi Spa, un colosso europeo del gruppo Italcementi. Secondo la procura di Caltanissetta, la società, che sta ricostruendo mezza Sicilia, attraverso alcuni suoi dipendenti legati al boss mafioso Tommaso Cannella (per anni “ministro dei lavori pubblici” di Bernardo Provenzano) avrebbe fatto accordi con Cosa nostra per la cogestione di grandi appalti. L’azienda, che ha licenziato gli indagati, ha fermamente respinto l’accusa. Le indagini hanno riguardato però anche l’uso di un cemento scadente e non conforme agli standard: i soldi risparmiati, dicono i magistrati, servivano per alimentare fondi neri da destinare alla mafia. La società, dopo l’arresto del suo amministratore delegato Mario Colombini (ora rilasciato), è gestita da un’amministrazione giudiziaria e sotto sequestro sono finite opere già completate, dallo svincolo di Castelbuono della Palermo-Messina al Palazzo di giustizia di Gela: ora bisogna fare i test, perché il calcestruzzo con poco cemento e tanta sabbia potrebbe crollare.

Altra azienda leader elle costruzioni finita sotto inchiesta è la Condotte Spa, che fa parte del raggruppamento di imprese che dovrebbe realizzare il Ponte sullo Stretto. A giugno il Tar del Lazio ha sospeso la decisione dell’Anas di revocare appalti per 800 milioni, provvedimento preso dopo che il prefetto di Roma le aveva ritirato il certificato antimafia per una sua presunta collusione con la ‘ndrangheta nella realizzazione di alcuni tratti della A3. Ma la società è finita in una nuova inchiesta della Dda, Direzione distrettuale antimafia, di Reggio Calabria. Per i magistrati, Condotte avrebbe favorito il subappalto per l’ammodernamento della Statale 106 Ionica 2° una impresa evidentemente <gradita> ai gruppi di criminali operanti nel territorio”.

Un altro sistema che le mafie utilizzano per aggiudicarsi direttamente i lavori è quello delle “cordate”. Più imprese si mettono d’accordo su chi far vincere alla gara d’appalto e presentano, durante la gara, offerte più alte. Il tornaconto è duplice: le aziende si spartiscono a turno i lavori pubblici e, a gara persa, rientrano in gioco con i subappalti. Dice Ivan Cicconi: “Bisognerebbe introdurre, nelle aree e nei settori a rischio, l’obbligatorietà dell’autorizzazione del prefetto per ogni azienda che entra nel ciclo delle opere pubbliche. E si dovrebbero stimolare in tutta Italia sistemi informativi provinciali finalizzati alla trasparenza dell’esecuzione dei contratti pubblici”. Progetti pilota sono il registro delle aziende pulite, introdotto al Comune di Gela dal sindaco Rosario Crocetta, e il Cantiere trasparente della Provincia di Bergamo.

Ma il tempo stringe, perché i lavori del Ponte di Messina stanno per partire. E il rischio è, come ha detto il governatore della Puglia Nichi Vendola, di “unire non due coste, da due cosche”.
 
di Marco Romani per "Il Venerdì"
 
 

28 luglio 2008

Informazione e mafia : nuove intimidazioni a direttore emittente

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"E’ un vero e proprio stillicidio criminale quello che si sta perpetrando contro il direttore di Tele Jato e della sua redazione. Una nuova intimidazione mafiosa è stata subita, infatti, dal direttore della coraggiosa emittente di Partinico che da mesi è nel mirino della criminalità organizzata".

E’ la reazione della Federazione Nazionale della Stampa alle ulteriori intimidazioni mafiose ai danni del direttore dell’emittente che gia’ fu picchiato il 29 gennaio dal figlio 16enne di un boss mafioso di Partinico, irritato per le ricorrenti denunce del giornalista sulle stalle appartenute anche al padre dell’aggressore.

TeleJato è nata 19 anni fa ed e’ stata rilevata dieci anni dopo da Maniaci che la dirige, nell’emittente lavorano anche moglie e figli. La Tv copre un territorio di 20 comuni, con un bacino di circa 150 mila telespettatori. Il palinsesto si contraddistingue per continue inchieste giornalistiche sulla mafia e sul comprensorio di Partinico. La redazione del tg ha ricevuto oltre 250 querele.

"Non se ne può più. – continua l’FNSI – La libertà di stampa sembra essere sotto attacco non solo da parte della criminalità organizzata, come si è visto recentemente anche in Puglia ed in Calabria, ma anche a causa di goffi tentativi di restringere una libera informazione con la scusa di proteggere la privacy dei cittadini".

"Se, infatti, il disegno di legge sulle intercettazioni, in discussione martedì prossimo in commissione Giustizia della Camera dovesse passare – conclude il sindacato dei giornalisti – sarebbe persino difficile far sapere come procedono le indagini sulle intimidazioni subite da chi, come il direttore di Tele Jato Pino Maniaci, fa correttamente il proprio dovere di giornalista".

Solidarieta’ a Maniaci anche dall’Unione Nazionale Cronisti – che a febbraio aveva organizzato proprio a Telejato una tavola rotonda per discutere della libertà di informazione – dall’Assostampa Sicilia.

di Mauro W. Giannini www.osservatoriosullalegalita.org

Telejato

25 luglio 2008

Turchia, Iran e studenti in fuga: Ankara scelga da che parte stare

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La recente scoperta che la Turchia, in barba al Diritto Internazionale, rispedisce sistematicamente a Teheran gli studenti iraniani che riescono a sfuggire alla mannaia dei Mullah e che si trovano a dover transitare sul proprio territorio per raggiungere l’Europa, ha aperto un contenzioso non da poco che vede interessati diversi trattati internazionali firmati proprio dalla Turchia ma che, nella loro essenza, si contrappongono.

Uno dei trattati più controversi è quello firmato con Teheran che riguarda la sicurezza reciproca, un trattato che fa a pugni con le convenzioni sui Diritti Umani, con quelle sui richiedenti asilo e, in ultima battuta, con l’adesione della Turchia alla NATO.

Lasciamo stare l’adesione alla NATO, quello che interessa a noi di questo trattato è l’aspetto umanitario. Secondo la Turchia e l’Iran il trattato di sicurezza reciproca firmato lo scorso anno dai due Paesi serve essenzialmente a stabilire una cooperazione militare per quanto riguarda la lotta ai movimenti separatisti Kurdi, il PKK in Turchia e il PDKI in Iran. In effetti questo trattato è articolato in un certo modo specialmente per quanto concerne gli eventuali richiedenti asilo i quali, stando a quanto stabilito nel trattato, non hanno alcun Diritto a richiedere l’asilo sia da una parte che dall’altra. Il punto è che non viene specificato che questa clausola vale solo per i Kurdi considerati terroristi e quindi l’applicazione di questa clausola è totale e la si applica anche nel caso di studenti iraniani in fuga dal regime che nulla hanno a che spartire con la ribellione kurda.

E’ il caso per esempio di Wahid Valizadeh, membro della redazione del Khak, un noto giornale studentesco, di Mazdak Tusinejad, studente attivista arrestato alcuni anni fa per la sua connessione e il suo sostegno ai sindacati degli autotramvieri iraniani, di Davood Bagheri, uno studente attivista ed editore del Khak e di Hooman Kazemian, uno studente attivista e affermato artista di sinistra, che è stato arrestato, detenuto e torturato diverse volte dalla polizia segreta del regime. Questi studenti insieme a decine di altri sono rifugiati in Turchia dove hanno chiesto asilo politico, un asilo che viene loro negato proprio in base al trattato di assistenza reciproca firmato tra Teheran e Ankara.

Fino ad oggi la Turchia ha sistematicamente e in silenzio rimandato al mittente gli studenti condannandoli praticamente a lunghissime pene detentive, a torture inimmaginabili e in alcuni casi a morte (leggi l’articolo di Londei). Così facendo Ankara viene meno agli impegni presi in termini di rispetto dei Diritti Umani e di concessione di asilo politico ai dissidenti che nel loro Paese d’origine rischiano la vita.

Noi, come organizzazione per la difesa dei Diritti Umani, chiediamo alla Turchia di rispettare gli accordi presi in materia di Diritti Umani e di interrompere immediatamente le deportazioni di studenti iraniani in fuga dal regime di Mullah. Naturalmente, nel chiederlo, non ci limiteremo a queste poche righe ma chiederemo l’intervento degli organi preposti, dal Consiglio d’Europa all’alto commissariato per i Diritti Umani dell’Onu. Negli ultimi tempi stanno emergendo troppe connivenze da parte di diversi Stati europei con l’Iran. Questa è una situazione che deve finire. Almeno sul rispetto del Diritto devono essere prese apertamente le distanze da Teheran e devono essere garantiti i Diritti dei richiedenti asilo provenienti da quel Paese.

Noemi Cabitza per www.secondoprotocollo.org

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24 luglio 2008

Howard Zinn: Memorandum per Obama e McCain: nessuno vince in guerra

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Barack Obama e John McCain continuano a discutere sulla guerra. McCain dice che bisogna tenere le truppe in Iraq fino a quando non avremo vinto, e mandare altre truppe in Afghanistan. Obama dice che bisogna ritirare in parte, non tutte, le truppe e mandarle a combattere in Afganistan.
Per quelli, come me, che hanno combattuto nella II Guerra mondiale, e da allora hanno lottato contro la guerra, è necessario chiedersi: i nostri leader politici sono impazziti? Non hanno imparato niente dalla storia? Non hanno capito che nessuno esce vincitore da una guerra, ma che centinaia di esseri umani muoiono, soprattutto civili e bambini?
 
Abbiamo forse vinto la guerra in Corea? In realtà ci siamo trovati di fronte ad una situazione di stallo, e abbiamo lasciato tutto come era prima, con una dittatura nel Sud Corea e una nel Nord Corea. Per giunta più di 2 milioni di persone – moltissimi civili – sono morte, gli Stati Uniti hanno scaricato napalm sui bambini e 50.000 soldati americani hanno perso la vita.
 
Possiamo dire di aver vinto in Vietnam? Siamo stati costretti a ritirarci, dopo che sono morti 2 milioni di vietnamiti, ancora una volta soprattutto civili, ci siamo lasciati dietro bambini ustionati o senza arti, e 58.000 soldati americani morti.
Abbiamo vinto la prima Guerra del Golfo? Non direi proprio. Si è vero abbiamo cacciato Saddam Hussein fuori dal Kuwait, le vittime americane sono state soltanto poche centinaia, ma sono morti forse 100.000 iracheni. Per giunta le conseguenze sono state disastrose per gli Stati Uniti: Saddam era sempre al potere, e l’America è stata costretta ad imporre sanzioni economiche. Questo ha provocato la morte di centinaia di migliaia di iracheni, secondo l’ONU, e preparato il terreno per un’altra guerra.
 
In Afghanistan, gli Stati Uniti hanno dichiarato “vittoria” sui Talebani. Adesso i Talebani sono tornati e gli attacchi sono aumentati. Il numero dei soldati americani morti in Afghanistan è maggiore rispetto alle vittime americane in Iraq. Che cosa fa pensare Obama che aumentare il numero delle truppe in Afghanistan porterà alla vittoria? E se anche così fosse, da un punto di vista militare, quanto durerebbe, e a quale prezzo di vite umane da entrambe le parti?
 
Il fatto che gli attacchi in Afganistan si siano intensificati dovrebbe far riflettere su com’è iniziata questa guerra. Dovrebbero essere più cauti coloro che affermano che era sbagliato attaccare l’Iraq ma giusto attaccare l’Afghanistan.
 
Torniamo indietro, all’11 settembre. I dirottatori fanno schiantare gli aerei sul World Trade Center e sul Pentagono, uccidendo 3.000 persone. Un atto terroristico imperdonabile da qualunque codice morale. La nazione si è infiammata. Il presidente Bush dichiara guerra all’Afghanistan, con l’approvazione del pubblico americano trascinato da un’ondata di paura e rabbia. Bush dichiara “guerra al terrorismo”.
 
A parte i terroristi, tutti siamo contro il terrorismo. Per cui una guerra al terrorismo poteva sembrare giusta. Ma è proprio questo il problema, che non è stato considerato dalla maggior parte degli americani nella foga del momento: il presidente Bush, nonostante la sua arrogante sicurezza, non aveva la più pallida idea di come fare una guerra al terrorismo.
 
Sì, Al Qaeda – un gruppo di fanatici relativamente piccolo ma spietato – era responsabile degli attacchi. E sì, c’erano le prove che Osama bin Laden e altri fossero in Afghanistan. Ma gli Stati Uniti non sapevano esattamente dove, cosi hanno invaso e bombardato tutto il paese. La gente ha pensato che fosse giusto, “Dovevamo fare qualcosa” si diceva in giro.
Sì, dovevamo fare qualcosa. Ma qualcosa di sensato, non un atto temerario ed incosciente. Approveremmo un capo della polizia che per colpire un pericoloso criminale, sapendo che si nasconde in un certo quartiere ordina che tutto il quartiere sia bombardato? Ben presto il numero delle vittime ha superato i 3.000, quindi ha superato il numero delle vittime dell’11 settembre. Centinaia di afghani sono stati costretti a fuggire dalle loro case e sono diventati profughi erranti.
Due mesi dopo l’invasione dell’Afghanistan, un articolo sul Boston Globe descriveva un bambino di 10 anni sul letto d’ospedale: “Ha perso gli occhi e le mani a causa di una bomba che ha colpito la sua casa durante il pranzo della domenica”. Il dottore che lo curava ha detto: “Gli americani avranno pensato che fosse Osama altrimenti perché ridurlo così?”
Dovremmo chiedere ai candidati alla presidenza: la nostra guerra in Afghanistan sta vincendo il terrorismo o lo sta provocando? E la guerra stessa non è forse terrorismo?
di Howard Zinn per www.peacereporter.net
Autore di
Zinn
23 luglio 2008

China: Beijing Olympic Games 2008

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When the International Olympic Committee assigned the 2008 summer Olympic Games to Beijing on 13 July 2001, the Chinese police were intensifying a crackdown on subversive elements, including Internet users and journalists. Seven years later, nothing has changed. But despite the absence of any significant progress in free speech and human rights in China, the IOC’s members continue to turn a deaf ear to repeated appeals from international organisations that condemn the scale of the repression.

From the outset, Reporters Without Borders has been opposed to holding the Olympic Games to Beijing. Now, one month before the opening ceremony, it is clear the Chinese government still sees the media and Internet as strategic sectors that cannot be left to the “hostile forces” denounced by President Hu Jintao. The departments of propaganda and public security and the cyber-police, all conservative bastions, implement censorship with scrupulous care.

Around 30 journalists and 50 Internet users are currently detained in China. Some of them since the 1980s. The government blocks access to thousands for news websites. It jams the Chinese, Tibetan and Uyghur-language programmes of 10 international radio stations. After focusing on websites and chat forums, the authorities are now concentrating on blogs and video-sharing sites. China’s blog services incorporate all the filters that block keywords considered “subversive” by the censors. The law severely punishes “divulging state secrets,” “subversion” and “defamation” – charges that are regularly used to silence the most outspoken critics. Although the rules for foreign journalists have been relaxed, it is still impossible for the international media to employ Chinese journalists or to move about freely in Tibet and Xinjiang.

Promises never kept

The Chinese authorities promised the IOC and international community concrete improvements in human rights in order to win the 2008 Olympics for Beijing. But they changed their tone after getting what they wanted. For example, then deputy Prime Minister Li Lanqing said, four days after the IOC vote in 2001, that “China’s Olympic victory” should encourage the country to maintain its “healthy life” by combatting such problems as the Falungong spiritual movement, which had “stirred up violent crime.” Several thousands of Falungong followers have been jailed since the movement was banned and at least 100 have died in detention.

A short while later, it was the turn of then Vice-President Hu Jintao (now president) to argue that after the Beijing “triumph,” it was “crucial to fight without equivocation against the separatist forces orchestrated by the Dalai Lama and the world’s anti-China forces.” In the west of the country, where there is a sizeable Muslim minority, the authorities in Xinjiang province executed Uyghurs for “separatism.”

Finally, the police and judicial authorities were given orders to pursue the “Hit Hard” campaign against crime. Every year, several thousand Chinese are executed in public, often in stadiums, by means of a bullet in the back of the neck or lethal injection.

The IOC cannot remain silent any longer

The governments of democratic countries that are still hoping “the Olympic Games will help to improve the human right situation in China” are mistaken. The “constructive dialogue” advocated by some is leading nowhere.

The repression of journalists and cyber-dissidents has not let up in the past seven years. Everything suggests that it is going to continue. The IOC has given the Chinese government a job that it is going to carry out with zeal – the job of “organising secure Olympic Games.” For the government, this means more arrests of dissidents, more censorship and no social protest movements.

This is not about spoiling the party or taking the Olympic Games hostage. And anyway, it is China that has taken the games and the Olympic spirit hostage, with the IOC’s complicity. The world sports movement must now speak out and call for the Chinese people to be allowed to enjoy the freedoms it has been demanding for years. The Olympic Charter says sport must be “at the service of the harmonious development of man, with a view to promoting a peaceful society concerned with the preservation of human dignity.” Athletes and sports lovers have the right and the duty to defend this charter. The IOC should show some courage and should do everything possible to ensure that Olympism’s values are not freely flouted by the Chinese organisers.

The IOC is currently in the best position to demand concrete goodwill gestures from the Chinese government. It should demand a significant improvement in the human rights situation before the opening ceremony on 8 August 2008.

And the IOC should not bow to the commercial interests of all those who regard China as a vital market in which nothing should be allowed to prevent them from doing business.

No Olympic Games without democracy!

Reporters Without Borders calls on the National Olympic Committees, the IOC, athletes, sports lovers and human rights activists to publicly express their concern about the countless violations of every fundamental freedom in China.

After Beijing was awarded the games in 2001, Harry Wu, a Chinese dissident who spent 19 years in prisons in China, said he deeply regretted that China did not have “the honour and satisfaction of hosting the Olympic Games in a democratic country.”

Russian dissident Vladimir Bukovsky’s outraged comment about the holding of the 1980 Olympics in Moscow – “Politically, a grave error; humanly, a despicable act; legally, a crime” – remains valid for 2008.

by http://www.rsf.org

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21 luglio 2008

Microcredito e turismo responsabile.

Il dossier sul turismo responsabile di recente pubblicazione ha messo in luce come, sia nei paesi in via di sviluppo, primo bacino di espansione di questa modalità di turismo, sia in Italia, nei vari esempi che sono stati riportati, la realtà intorno a cui il turismo responsabile ruota è la comunità. Comunità indigena, che un viaggio in America Latina o in Africa può permettere di avvicinare; comunità di piccolo paese, di borgo, che in Italia viene valorizzata tramite nuove forme di soggiorno e iniziative eno-gastronomiche. Il microcredito, anch’esso declinato a seconda del territorio e del luogo, segue lo stesso principio: nel primo caso, nei paesi in via di sviluppo, si innesta direttamente nella comunità locale, per la natura aggregativa intrinseca di questi posti; nel secondo caso, in Italia, sembra avere, tra i molteplici scopi, anche quello di tentare di ricreare o far rivivere un concetto di comunità di auto aiuto e collaborazione reciproca.

LE ORIGINI DEL MICROCREDITO

microcredito2Il microcredito è quello strumento finanziario grazie al quale vengono erogati prestiti solitamente di piccola entità a persone considerate “non bancabili”, ossia non solvibili e quindi impossibilitate ad accedere ai servizi delle banche tradizionali, non avendo modo di offrire garanzie economiche sufficienti e di far fronte a tassi di interesse spesso troppo elevati. Il paradosso è lampante: coloro che avrebbero maggiormente bisogno di un aiuto finanziario non hanno accesso al credito, che viene invece concesso a chi di denaro già ne ha e ne chiede ancora per aumentarlo. Ad andare controcorrente e sfidare questo meccanismo è stato Yunus Muhammad, professore di Economia all’Università di Chittagong (Bangladesh), che ha fondato la Grameen Bank nel 1977, dimostrando come i poveri, e soprattutto le donne, cioè le più povere tra i poveri, una volta ottenuto un prestito, ne sanno far buon uso, investendolo in un’attività generatrice di reddito e quindi poi restituendolo. Quest’approccio ha rivoluzionato il modo di pensare l’aiuto allo sviluppo nei programmi di cooperazione internazionale, perché l’aiuto non viene più regalato ma “prestato” e le persone passano dal ruolo di “pazienti” a quello di agenti. L’esperienza di microcredito della Grameen Bank, dato il successo riscosso, ha trovato una facile ed immediata via di diffusione in molti altri paesi in via di sviluppo, ed è divenuto uno strumento adottato dalle Organizzazioni Non Governative, che in questi paesi prestano la loro opera.

IL MICROCREDITO NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

microcreditoSi parlava all’inizio di turismo responsabile, perché esso può essere una delle fonti del microcredito, creando così una sinergia tra operatori turistici e ONG. Prendiamo un caso concreto: Viaggi Solidali, uno degli operatori turistici con più larga esperienza in ambito di turismo responsabile, e CELIM, ONG di Milano attiva in Africa, nei Balcani e in Medio Oriente, cooperano con il fine comune di contribuire al progresso e al benessere delle comunità locali.
In sostanza, i tour di conoscenza organizzati da Viaggi Solidali per esempio in Mozambico o in Zambia prevedono la possibilità per noi viaggiatori di entrare in contatto con comunità indigene nelle quali opera CELIM con programmi di microcredito, che vengono finanziati attraverso una parte della quota di partecipazione (chiamata “quota di solidarietà”) del viaggio responsabile. Queste quote vanno a costituire il
Fondo per lo sviluppo, rivolto a sostenere progetti concreti in tutti quei luoghi in cui Viaggi Solidali è presente.
Insomma, fa sicuramente piacere sapere che il mio
viaggio in Zambia, non ha solo dato modo a me di scoprire una realtà così diversa, ma ha anche contribuito alla distribuzione da parte di CELIM di più di 300 crediti che hanno dato la possibilità agli abitanti del distretto di Siavonga di avviare piccole attività produttive, generatrici di reddito e tali da permettere la restituzione del prestito al 90%.
Il microcredito nei paesi del terzo mondo è tendenzialmente concesso non a singoli individui ma a gruppi di persone, chiamati solidarity group nel modello della Grameen Bank, o più semplicemente gruppi o comitati; il principio è quello di creare una pressione e un aiuto reciproco tra i membri, in quanto ciascun membro del gruppo risponde vicendevolmente del prestito ricevuto e l’insolvenza anche di uno soltanto determina l’esclusione di tutti dal credito. Il microcredito, quindi, ha l’effetto di agire sulla comunità rendendola ancora più coesa e inspirando un senso di solidarietà diffusa; infatti, sebbene siano singoli gruppi a gestire il prestito, è la comunità tutta che partecipa alle attività produttive e ne trae benefici.

IL MICROCREDITO IN ITALIA

microMa oggigiorno il microcredito è uno strumento di aiuto che funziona non solo nei paesi del Sud del mondo, ma anche in quei paesi che fanno parte della metà del mondo cosiddetta ricca e progredita.
In Italia, per esempio, il numero dei “non bancabili” è altissimo, il potere di acquisto della moneta continua a perdere terreno, e questo determina un paese industrializzato con l’11% della popolazione (più di 7 milioni di cittadini) rappresentato da lavoratori poveri, da precari, a cui è impedita la partecipazione al mercato del lavoro e quindi a rischio di esclusione sociale. Anche in Italia quindi hanno iniziato a sorgere enti ed organizzazioni che si occupano di microcredito. E sono ormai numerosi; da Banca Etica, prima istituzione bancaria di finanza etica in Italia, che offre crediti non solo a coloro che si collocano tra le fasce deboli della popolazione, ma anche a quelle organizzazioni che si occupano di turismo sociale, di promozione culturale e artistica nelle aree di maggior degrado sociale; a Micro.Bo, associazione onlus di microfinanza operante a Bologna e Provincia, che offre servizi di microcredito a lavoratori atipici, disoccupati, persone fuoriuscite dal mercato del lavoro che desiderano avviare un’attività autonoma; alle sei MAG (Mutua di risparmio AutoGestito) di Milano, Torino, Verona, Reggio Emilia, Venezia e Roma.
Il tratto che differenzia il microcredito in Italia da quello nei paesi in via di sviluppo è che, considerato il forte spirito individualista occidentale, difficilmente è possibile applicare il modello dei prestiti di gruppo; il credito è quindi concesso in prevalenza a singoli individui per attivare imprese autonome. Ma quello che emerge è che anche nei paesi industrializzati il microcredito cambia per una volta prospettiva e raggio d’azione spostando l’attenzione dal “grande” al “piccolo”, dal capitale alla persona, dal patrimonio all’idea. Quello che si tenta di ricreare attraverso il microcredito è la ricostruzione di un tessuto sociale del territorio, di una comunità più compatta, solidale, in cui ci si viene incontro per permettere una qualità di vita migliore per tutti.
E con il microcredito è stato possibile per esempio aprire un esercizio di vendita di prodotti locali pugliesi, un negozio di frutta e verdura biologica, o di commercio equo e solidale, riagganciandosi in un certo modo alla tendenza a riavvicinarsi ad un tipo di attività più naturale, sostenibile, diretta, etica.

Lara Moro per http://www.yeslife.it/

Microcre

18 luglio 2008

Indios, è l’ipocrisia a ucciderli.

A São Gabriel da Cachoeira, nel nord est dell’Amazzonia, il presidente del Brasile Inácio Lula ha presentato l’Agenda sociale dei popoli indigeni, un insieme di azioni interministeriali concepite per migliorare la qualità di vita dei popoli indigeni brasiliani, e il Programma di accelerazione della crescita sociale indigena (meglio conosciuto come Pac indigeno). Entro il 2010, il Pac indigeno prevede di spendere quasi 200 milioni di euro per numerosi interventi tra cui la protezione delle aree indigene, la demarcazione di 127 aree nuove, il trasferimento di novemila famiglie di lavoratori rurali che attualmente occupano i territori indigeni, nonché il recupero delle zone degradate e la tutela di 20 lingue a rischio di estinzione. Ma nonostante i toni trionfalisti del governo, i leader indigeni sono scettici e preoccupati.

Sciamano guarani in preghiera (Survival)

sciamano_guarani

I principi e le iniziative previste dal Pac Indigeno contraddicono quelli più generali del Pac nazionale, lanciato all’inizio dell’anno come un ambizioso progetto di crescita economica del paese sostenuto dalla costruzione di strade e impianti idroelettrici in tutta l’Amazzonia. Per di più, in agosto, il senatore Romero Jucá ha annunciato il varo di una legge che, se approvata dal Congresso, potrebbe aprire vaste aree di foresta allo sfruttamento minerario.

Secondo il governo brasiliano, tra l’agosto 2005 e il luglio 2006, il tasso di deforestazione nazionale sarebbe sceso del 25 per cento rispetto ai 12 mesi precedenti per effetto del "Progetto governativo anti-deforestazione" lanciato nel 2004. I dati raccolti dalle associazioni ambientaliste, tuttavia, dimostrano che durante il primo mandato del Governo Lula, sono stati abbattuti oltre 53mila chilometri quadri di foresta, portando il tasso di deforestazione del paese a livelli record, mai toccati dai governi precedenti. Gli attivisti sono unanimi nell’attribuire la momentanea flessione registrata tra il 2005 e il 2006 alla diminuzione dei prezzi della soia e al rafforzamento della valuta brasiliana (che hanno reso economicamente meno redditizio l’abbattimento della foresta a favore delle piantagioni) piuttosto che alle azioni governative, che resterebbero largamente inadeguate e inefficienti anche contro i tagliatori illegali.

Da mesi, popoli indigeni e Ong si riuniscono per discutere i progetti su larga scala annunciati dal governo e cercare di arginare il degrado crescente delle loro terre, della loro salute e della loro sicurezza. In numerosi documenti collettivi hanno espresso la loro preoccupazione utilizzando toni fermi e drammatici. In gioco non c’è solo la salvaguardia dell’ambiente e della foresta amazzonica, ma anche la capacità delle comunità indigene di autosostentarsi e garantire un futuro ai loro figli.

 

In generale i popoli indigeni brasiliani denunciano di non essere stati consultati al momento dello studio dei progetti. E affermano che mancano informazioni sui progetti stessi, che non si sa chi ne saranno i responsabili e nemmeno quale tipo di coinvolgimento gli indigeni potranno avere al momento della loro implementazione. Tra le loro principali preoccupazioni c’è anche l’assistenza sanitaria. «Gli Yanomami hanno bisogno di salute per sopravvivere», ha spiegato il loro portavoce Davi Kopenawa al Ministro della Salute José Gomes Temporã che affiancava Lula a São Gabriel da Cachoeira insieme a numerose altre autorità, «e l’assistenza sanitaria fornita dalla Funasa non funziona. Il ministero della salute deve usare direttamente il denaro e non deviare i fondi erogati. Tutto questo succede perché la Funasa è un’istituzione molto disorganizzata».

E in effetti, una delle situazioni più drammatiche con cui i popoli indigeni si sono dovuti confrontare sotto il governo Lula è il grave peggioramento della loro situazione sanitaria. Le piccole strutture locali sono state progressivamente desautorate e private di risorse vitali, mentre la Funasa (Fondazione sanitaria nazionale), ha continuato a disperdere il denaro e le sue responsabilità in una rete di appalti e subappalti che hanno facilitato irregolarità amministrative e ingiustificati aumenti di costi.

Affidata a istituzioni lontane dal territorio e prive di capacità operativa d’intervento, come la Fondazione universitaria di Brasilia, dal 2004 l’assistenza ha cominciato a degradarsi in modo generalizzato nonostante l’assegnazione di un budget di 3 volte superiore a quello degli anni precedenti. Dal 2006, l’incidenza della malaria nel territorio yanomami è ripiombata ai livelli endemici degli anni 90 tornando ad essere causa di morte; la mortalità infantile si è elevata e la prevenzione a mezzo di vaccini, che nei bambini sotto l’anno non supera il 20 per cento, è diventata una delle più basse del Brasile e del mondo intero. Per contrasto, prima del 2004, la cura dell’oncocercosi, una malattia infettiva conosciuta anche come «cecità fluviale», aveva raggiunto il livello di successo più alto mai registrato nelle Americhe.

La situazione più scioccante è quella in cui versano i bambini guarani, che muoiono di fame e malnutrizione ai margini delle strade. Ammassati in minuscole riserve dove regnano alcolismo e violenza, e dove sono frequenti i tentativi di suicidio, i Guarani lottano da anni per poter tornare nelle terre ancestrali, già riconosciute come territori indigeni, tra le violenze e le persecuzioni delle guardie armate al soldo dei latifondisti. «Senza terra, la nostra economia collassa e non possiamo più sostentare noi e le nostre famiglie», avevano scritto in un appello toccante i leader delle comunità nel 2004. Ma per tutta risposta, all’inizio 2007 il governo ha tagliato loro anche gli aiuti alimentari (http://italia.survival-international.org/news.php?id=2260).

Manifestazione degli indio davanti alla sede della Funasa (Survival)

indios_funasa

Il governo ha annunciato e pubblicizzato il Pac indigeno in modo altisonante e capillare. Tuttavia, se non sarà supportato dalla volontà politica di attuarlo nel pieno rispetto dei diritti dei popoli interessati, i suoi fondi finiranno ancora una volta per dileguarsi o essere dirottati verso altri scopi. I popoli isolati sono i più vulnerabili del mondo interno e si stima che in Brasile ne sopravvivano almeno 50. Il Pac indigeno prevede la formazione di 11 squadre per la loro protezione, ma nel paese regna ancora un’impunità generalizzata verso chi commette crimini contro gli Indiani, soprattutto nelle aree più remote.

Lungo il confine tra gli stati del Mato Grosso e di Amazzonia è stata individuata una piccola tribù conosciuta con il nome di «Indiani del Rio Pardo». Di loro si sa molto poco se non che, con ogni probabilità, si tratta degli ultimi superstiti del loro popolo. Negli ultimi dieci anni, il loro territorio è stato invaso illegalmente da accaparratori di terra e da compagnie per il taglio e il trasporto del legname. La Funai (Fondazione nazionale per gli affari indiani) possiede prove inquietanti del fatto che gli invasori, armati fino ai denti, stiano conducendo una vera e propria caccia all’indio sparando contro di loro con il fucile, allo scopo di ucciderli.

Grazie ad una massiccia protesta internazionale, alla fine del 2005 il governo ha dato il via ad una vasta indagine per genocidio. Il loro territorio è in fase di demarcazione, ma più volte i giudici locali hanno sospeso gli ordini di protezione emessi sull’area consentendo ai taglialegna di costruire strade e intensificare il disboscamento. La salvezza degli Indiani del Rio Pardo, che vivono in una delle aree più violente del paese, è una corsa contro il tempo che potrà essere vinta solo se il governo saprà proteggere con efficacia le terre indigene e se vorrà mettere fine all’impunità attraverso uno snellimento e un’accelerazione dei processi giudiziari (http://italia.survival-international.org/news.php?id=1206).

Da oltre un anno, i popoli indigeni della valle dello Xingu e numerose Ong nazionali si sono coalizzate per fermare una serie di dighe e centrali idroelettriche che il governo vorrebbe costruite lungo il fiume, uno dei maggiori affluenti del Rio delle amazzoni, distruggendo l’ecosistema del parco e inondando ampie aree del loro territorio. Nell’aprile 2006 hanno denunciato la compagnia elettrica Eletronorte e il presidente Lula per aver taciuto l’effettiva estensione del progetto (http://italia.survival-international.org/news.php?id=1609). Nel 2005 gli Enawene Nawe del Mato Grosso hanno lanciato una campagna internazionale per fermare la deforestazione massiccia delle loro terre e l’inquinamento dei loro fiumi da parte dei coltivatori di soia (http://italia.survival-international.org/tribes.php?tribe_id=198).

Nel 2006, la malaria ha colpito il 90 per cento degli indiani che vivono nella valle Javari. Uno studio recente, condotto dall’Istituto socioambientale del Brasile su un campione di 306 Indiani, ha rivelato che il 56 per cento è portatore del virus dell’epatite B; il livello considerato «accettabile» dall’Organizzazione mondiale della Sanità è il 2 per cento. Uno sconcertante 85 per cento degli indiani avrebbe avuto contatti col virus dell’epatite A, mentre il 25 per cento sarebbe portatore dell’epatite di tipo C.

La valle Javari è il secondo territorio indigeno del Brasile per grandezza, e vi abitano le tribù dei Kanamari, dei Kulina, dei Marubo, dei Matsés, dei Matis, dei Korubo e dei Tsohom Djapá; si ritiene inoltre che nella regione più remota, vicino al confine peruviano, vivano almeno sei gruppi incontattati. In una lettera indirizzata al governo brasiliano in aprile, l’organizzazione indigena locale ha dichiarato: «La situazione degli indiani isolati della regione è più che preoccupante. Invasioni illegali e predatorie aggravano la condizione sanitaria e rendono le tribù ancor più vulnerabili. Questi fattori minacciano la loro sopravvivenza fisica e culturale, contravvenendo all’articolo 231 della Costituzione federale che sancisce che lo Stato deve difendere i costumi, le lingue e i territori occupati tradizionalmente dagli indiani».

Cercando di difendersi dalle accuse rivoltigli a São Gabriel da Cachoeira dai leader indigeni, Lula ha spiegato che l’attenzione che il suo governo rivolge oggi alla causa indigena costituisce un momento di svolta nella storia sociale del paese, che sta cercando di «riparare» il suo difficile rapporto con le popolazioni indigene, «dimenticate» dalle precedenti politiche pubbliche: «I vostri problemi sono molto lontani dal Palazzo di Planalto (il palazzo del governo, ndr), e per un presidente che non riceve indio o neri, così come invece fa con le altre persone, è molto difficile. Se un presidente non prende un aereo per venire qua ad ascoltare la voce di voi indigeni, il Brasile non saprà mai che i vostri problemi esistono».

Mi chiedo come un governo possa impunemente fingere di ignorare le petizioni dei Guarani, degli Enawene Nawe, dei popoli dello Xingu e le altre migliaia di lettere di protesta che da quarant’anni inondano senza sosta i suoi uffici. Non so come Lula possa aver dimenticato le sue promesse elettorali e le condanne che gli organi internazionali gli hanno inflitto per la negligenza e l‘incapacità del suo governo nel garantire il rispetto dei diritti umani dei suoi cittadini più minacciati. E come possa non averr udito l’eco delle manifestazioni, delle proteste e delle preghiere pronunciate ripetutamente sotto le finestre di Planalto da uomini e donne giunti da ogni parte del paese per chiedere solo di essere ascoltati.

Giovani guarani costretti, per sopravvivere, a lavorare nei campi di canna da zucchero in condizioni di semi-schiavitù

guarani_schiavi

Oltre che essere privo di studi di impatto socioambientale per le infrastrutture previste all’interno delle terre indigene, il Pac nazionale di Lula manca di citare l’obbligo di consultazione con i popoli indigeni interessati dai progetti di sviluppo, così come imposto anche dalla Convenzione Ilo 169 già ratificata dal paese ma costantemente violata. I bisogni e le aspirazioni dei popoli indigeni, generalmente diversi da quelli degli altri componenti della società brasiliana, potranno trovare realizzazione solo se gli indigeni non verranno esclusi dai processi decisionali che li riguardano. E la loro sopravivenza, fisica e spirituale, sarà garantita solo quando sarà finalmente rispettato il loro diritto alla proprietà collettiva della terra, anch’esso sancito dalla Convenzione Ilo 169, ma mai riconosciuto dal governo.

Stanchi di promesse mai mantenute, i popoli indigeni del Brasile chiedono un intervento ora, prima che sia troppo tardi, e vogliono essere protagonisti attivi in tutti i processi previsti dal Pac indigeno.

  di Francesca Casella per http://musibrasil.net

L’autrice è responsabile di Survival Italia. La missione di Survival è di aiutare i popoli indigeni del mondo a difendere le loro vite, le loro terre e i loro fondamentali diritti umani contro ogni forma di persecuzione, razzismo e genocidio. Apartitica e aconfessionale, per mantenere la sua indipendenza Survival si autofinanzia completamente con le donazioni dei sostenitori e le attività di raccolta fondi dei volontari. Attualmente sta lavorando a casi di abuso perpetrati contro 80 popoli. Ha pubblicato uno speciale dossier sui popoli indigeni del Brasile dal titolo "Diseredati". Per informazioni e aiuti: 02 8900671.

16 luglio 2008

Il controllo di ricchi giacimenti di rame e oro dietro gli scontri in Mongolia.

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E’ tornata la calma a Ulan Bator, due giorni dopo gli scontri e le proteste. La dichiarazione di vittoria da parte del già al governo Partito popolar-rivoluzionario (PPR, a cui i risultati ufficiali hanno assegnato 46 dei 76 seggi) ha provocato l’ira degli avversari del Partito democratico (PD). Solo l’introduzione dello stato d’emergenza ed il massiccio intervento delle forze dell’ordine sono riusciti a calmare i seguaci dell’opposizione sconfitta dopo che i disordini da questi innescati nella capitale hanno causato cinque vittime (incluso un reporter giapponese) ed oltre duecento feriti (fra cui 97 poliziotti).

Gli avvenimenti di Ulan-Bator rappresentano qualcosa d’inaudito, un terremoto all’interno di un quadro politico che dalla fine del sistema comunista si era distinto per il suo sviluppo più che pacato. Caso unico nei sistemi post-sovietici – data la massiccia influenza di Mosca sulla vita del paese, la Mongolia veniva considerata la sedicesima repubblica dell’URSS – quello mongolo aveva finora costituito un esempio di "transizione civile" con alternanza fra blocchi elettorali contrapposti.
Tutto indica come al cuore del precipitare degli eventi mongoli stia la recente scoperta di alcuni consistenti giacimenti di rame, i quali si aggiungono a miniere d’oro e uranio già in sfruttamento. Essendo il settore estrattivo la principale attività della non fiorente economia mongola, la gestione della nuova ricchezza è divenuta un tema centrale della campagna elettorale per entrambi gli schieramenti. Osteggiato dal PD, il PPR ha sostenuto una modifica dell’attuale legge, la quale fissa un tetto del 50% per la partecipazione pubblica alle imprese, in modo da introdurre un controllo di maggioranza degli appalti strategici.

La liberalizzazione economica ha favorito un afflusso di capitali esteri, fra cui si distinguono quelli di provenienza anglo-americana. In particolare nel progetto Oyu Tolgoi – stimato a 78 miliardi di pounds di rame e 45 millioni d’once d’oro, la più grande miniera inesplorata al mondo – si è esposto per miliardi il conglomerato basato in Canada Ivanhoe Mines Ltd. L’affare è solo uno dei motivi alla base dell’inquietudine delle alte sfere finanziarie mondiali di fronte agli sviluppi mongoli. Preoccupante è l’esempio che da Ulan-Bator potrebbe espandersi alle altre capitali centrasiatiche, anch’esse orientate – in primo luogo il Kazakistan con i suoi campi petroliferi – a riaffermare il controllo dello Stato sulle ricchezze nazionali.

Non solo. Londra e Washington sono in allarme per il rinnovato attivismo di Mosca presso il suo ex-vassallo. Il premier e leader del PPR, Sanjaagiin Bayar, è ritenuto avere legami privilegiati con Mosca, dove si è laureato ed ha servito quale ambasciatore fra il 2001 e il 2005. A fronte di una diffusa sinofobia dei mongoli, la Russia esercita un’influenza decisiva sul paese attraverso le forniture petrolifere e il controllo dei principali sbocchi sul mondo esterno, ciò che le dà un vantaggio incomparabile sugli anglo-americani.

Da qui una probabile tentazione di questi ultimi di ricorrere a metodi poco ortodossi per mantenere la loro presa sul paese – con il quale fra l’altro, hanno intessuto legami sul piano militare, con la Mongolia che partecipa con 200 militari all’occupazione dell’Iraq. Gli avvenimenti in corso in Mongolia richiamano perciò da vicino le "rivoluzioni colorate" che scossero lo spazio post-sovietico fra 2003 e 2005: a esercizio elettorale concluso il capo dell’opposizione al regime accusa quest’ultimo di falsificazioni mobilitando la piazza. Anche allora in Georgia ed Ucraina erano in gioco assetti politici che andavano contro gli interessi anglo-americani. A riferma di tale scenario, il leader dell’opposizione in rivolta, Tsahiagiin Elbegdorzh, spicca all’interno di una classe dirigente che ha fatto in maggioranza i suoi studi nell’URSS-Russia quale l’unico a essersi formato negli Stati Uniti.

Se non la mano anglosassone, potrebbe esserci quella del Giappone, il quale vede tradizionalmente nella repubblica un terreno d’azione per controbilanciare Russia e Cina. In ogni caso dall’inizio dell’anno i think-tank dell’"impero" hanno lanciato una serie di allarmi affinché Washington si attivasse per arrestare la deriva di Ulan-Bator –  l’ultimo sul The Wall Street Journal, a firma di un esponente dell’American Enterprise Institute, il quale evocava lo spettro di una Mongolia "satellite della Russia di Gengis-Putin".

 

di Fabrizio Vielmini da www.mongolia.it

 

(a supporto dell’articolo: La notizia è che i presunti rivoltosi, in realtà gruppi di giovinastri, sono stati pagati 1 milione di tugrug (circa 600 euro a testa) per operare l’attacco alla sede del Partito Rivoluzionario (vincitore delle elezioni ed ex comunisti).

Dietro la rivolta popolare che ieri ha messo a ferro e fuoco la capitale della Mongolia, Ulan Bator, c’è lo zampino di George Soros, il filantropo statunitense che per mezzo della sua organizzazione mondiale – l’Open Society Institute – ha pianificato e finanziato tutte le ‘rivoluzioni colorate’ che nei paesi ex-comunisti hanno prodotto cambi di regime a vantaggio degli interessi economici e geopolitici occidentali.  Tratto da www.peacereporter.it)

fisica

14 luglio 2008

I Misteri dal salto di Quirra

quirra

Da oltre vent’anni gli abitanti di Escalaplano vivono nel terrore di bimbi che nascono con gravi malformazioni e di adulti decimati da tumori del sistema emolinfatico. Un recente articolo di Piero Mannironi sul quotidiano La Nuova Sardegna getta nuove ombre e sospetti sul poligono interforze del Salto di Quirra.

"ROMA. Riaffiora la tragedia di Quirra. E dopo cinque anni ritorna in superficie anche il dramma di Escalaplano e dei suoi bambini deformi, che sembrava annegato silenziosamente nel tempo e nell’indifferenza. Li ha riportati alla superficie la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, che ha spedito in Sardegna i suoi consulenti per indagare su quanto è accaduto e sta accadendo nei poligoni militari sardi. L’équipe di scienziati e di tecnici ha cominciato a raccogliere dati e testimonianze che ora verranno interpretate attraverso modelli statistici e protocolli medici e chimici per tentare di spiegare la lunga catena di tumori del sistema emolinfatico e la nascita di bambini con gravi malformazioni. Se non una risposta definitiva, la Commissione parlamentare d’inchiesta sarà comunque in grado di fornire ipotesi supportate da robusti puntelli scientifici. I consulenti hanno illustrato alla Commissione d’inchiesta a che punto è arrivata la loro indagine che, a quanto pare, dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Si è intanto scoperto che gli accertamenti fatti finora nel Sarrabus, intorno al poligono interforze del Salto di Quirra presentano molte lacune. Oppure sono incompleti. Nel caso di Escalaplano non sarebbero neppure stati fatti. Ma ecco cosa ha riferito in Commissione la dottoressa Antonietta Gatti, ricercatrice di Scienza dei materiali al policlinico universitario di Modena, ma soprattutto autorevole studiosa di nanopatologie. Cioé una categoria di patologie che si sospetta siano provocate da particelle inorganiche di dimensione nanometrica. Malattie finora classificate come criptogeniche, ovvero di eziologia ignota. LA TESTIMONIANZA. Ma ecco cosa dice la Gatti: «C’è una dottoressa, la dottoressa Aru, che ha svolto attività di pediatra nella zona di Escalaplano dal 1981 al 1983. Ci ha detto che nella sua esperienza di medico non le è mai capitato di osservare la tipologia di malformazioni che ha invece riscontrato in quegli anni e in quella determinata area, nonostante successivamente abbia lavorato in un grosso ospedale di Cagliari». Continua la Gatti: «La dottoressa Aru ha ipotizzato quindi che, dal 1981 al 1988 nel territorio di Escalaplano si sia verificato qualcosa di molto particolare che ha causato malformazioni che lei ha avuto modo di osservare solo nei libri. Ha anche ricordato che i colleghi consultati manifestarono analoga sorpresa. Ha quindi ribadito l’ipotesi che nell’area si sia verificato qualcosa di eccezionale, di cui al momento sembra non esserci più traccia nella zona, anche se personalmente ho trovato una malformazione in un bambino già morto, sempre nella zona di Villaputzu». Il “caso Escalaplano” scoppiò cinque anni fa grazie a un’inchiesta del nostro giornale, mentre si diffondevano a macchia d’olio polemiche roventi sulla “sindrome di Quirra”, cioé l’altissima incidenza di tumori del sistema emolinfatico tra la popolazione che vive intorno al poligono interforze. Troppe analogie riportavano alla catena di malati e di morti tra i soldati italiani inviati in missione in teatri di guerra, soprattutto nei Balcani, dove si era fatto largamente uso di proiettili all’uranio impoverito. L’inchiesta della Nuova riuscì a documentare che negli anni Ottanta erano nati a Escalaplano ben undici bambini con gravi deformità o con seri handicap fisici. A questi undici, per la verità, se ne dovrebbero aggiungere altri due sui quali però non fu possibile trovare una documentazione certa. Si tratta comunque di un numero abnorme di casi, che fa saltare qualsiasi fisiologia statistica. I dati di riferimento, per capire meglio l’entità del fenomeno, sono questi: Escalaplano contava circa 2.600 abitanti e il tasso di natalità viaggiava su un trend medio di 19-21 nascite l’anno. Il 1988 è l’anno maledetto: ben sei nascite “anomale”, tra le quali anche un caso di ermafroditismo. L’ANNO MALEDETTO. Facile pensare a un’unica causa, a una radice comune del dramma. E la forte concentrazione dei casi in un arco di tempo tanto limitato, non può non far pensare all’intervento nefasto di fattori esterni, che potrebbero aver drammaticamente condizionato la gravidanza di molte donne di Escalaplano. Escluso l’uso di farmaci dannosi durante la gestazione perché lo stesso tipo di malformazioni erano state osservate anche sugli animali. «I maiali – diceva la gente – nascevano senza occhi e senza orecchie». Ma ci si ricorda soprattutto della nascita di un capretto mostruoso, che venne spedito all’università di Sassari per essere esaminato. «Pensavamo che fosse colpa della nube radioattiva di Chernobyl» dicevano a Escalaplano. Cinque anni fa furono in tanti a mettere apertamente in relazione il dramma dei bambini deformi con la vita segreta della base. «Ci fu un periodo, il 1988, – ci dissero – in cui nel poligono si verificavano esplosioni in continuazione. Soprattutto i ragazzi e i bambini correvano sulla collina per vedere quelle enormi nuvole di fumo che si levavano dalla valle dove avvenivano le esercitazioni. Erano esplosioni fortissime,, che facevano addirittura tremare i muri delle case del paese». «E poi – ci dissero ancora – quelle nuvole di polvere venivano trasportate dal vento verso il paese. Era uno spettacolo che, in qualche modo, aveva un suo fascino: il paese diventava bianco, come se fosse caduta la neve». Ma la spedizione degli esperti della Commissione parlamentare d’inchiesta ha consentito di mettere a fuoco una serie di altri dati inquietanti. Sempre la dottoressa Antonietta Gatti: «Il comune di Villaputzu è collocato a sud rispetto al poligono del Salto di Quirra ed è vicinissimo ad altri due paesi, Muravera e San Vito, che hanno più o meno gli stessi abitanti: c’è un fiume che divide il territorio in due zone: al di là del fiume le patologie riscontrate sono in misura otto volte maggiore rispetto a quelle verificate al di qua del fiume. Esiste quindi un dato locale che, a mio avviso, non può essere mediato sulla realtà industriale della Sardegna». Ma i consulenti della Commissione hanno parlato anche di forti discrepanze tra il numero dei malati certificato dalle statistiche ufficiali e le informazioni invece raccolte da comitati spontanei di cittadini. E che dire, poi, della testimonianza di un geologo che ha parlato di tre sorgenti «di tre colori diversi: marrone, verde e giallo» all’interno del poligono? Un rilevamento fatto a seicento metri d’altezza. «Essendo i paesi molto più in basso rispetto al poligono – ha detto la Gatti – è possibile che ci sia stato un inquinamento delle falde acquifere. Considerato inoltre che sull’altipiano sono stati e continuano a essere distrutti armamenti – ho camminato su una discarica a cielo aperto, credo che questo sia il termine che meglio chiarisce la situazione – è possibile che l’inquinamento delle falde sussista tuttora». STATISTICHE PAUROSE. E ancora: come interpretare il fatto che «il trenta per cento dei pastori sia stato colpito da leucemia»? Un dato sicuramente unico in Italia. E poi: il 25% degli ammalati «è costituito da lavoratori di una ditta che presta servizio nel poligono interforze; quindi si tratta di civili, ai quali si devono aggiungere anche due militari». Si è parlato anche di Teulada. La presidente Lidia Menapace ha riferito infatti il parere del generale Luigi Ramponi, membro della stessa Commissione, secondo il quale si tratterebbe di una «zona contaminata». Secondo due consulenti, Armando Benedetti e Domenico Leggiero, merita una grande attenzione anche il poligono di Capo Frasca dove si sono esercitati gli aerei americani A-10 Shark face, detti anche le cannoniere volanti. Si tratta di micidiali aerei anticarro capaci di “vomitare” fino a 4.200 proiettili all’uranio impoverito grazie al cannone rotante GAU-8 Avenger. Intanto, ieri mattina il presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu ha accolto la richiesta avanzata dal capogruppo di Rifondazione Luciano Uras di inserire nell’ordine del giorno la discussione sulla proposta di istituire una commissione regionale d’inchiesta «sullo stato di salute dell’ecosistema sia nei territori direttamente interessati dall’attività militare sia nei territori vicini». La proposta venne fatta da un gruppo di consiglieri regionali nel dicembre di due anni fa. Primo firmatario, il consigliere di Rifondazione Paolo Pisu. "

Piero Mannironi per La Nuova Sardegna

Per saperne di più:

http://gettiamolebasi.wordpress.com/ 

http://www.peacelink.it/disarmo/a/22353.html   

http://youtube.com/watch?v=XKxmCKboyWQ&feature=Responses&parent_video=174jh72I9xE&index=0

http://youtube.com/watch?v=r33igm1NjRM&feature=related

  

 

11 luglio 2008

Matrimonio: Annullamenti a pagamento della Sacra Rota anche per Renzo e Lucia

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Renzo e Lucia si amavano nonostante le cattiverie e le difficoltà, frapposte da don Rodrigo, alla fine si sposarono felicemente. Fin qui lo sanno tutti. Ma se Lucia fosse stata diversa? Se si fosse innamorata di don Rodrigo, suo capufficio, e ci fosse andata a letto e avesse continuato a mandargli valanghe di sms anche durante il viaggio di nozze con il povero Renzo Tramaglino? Qui don Lisander Manzoni ha poco da dire. Ma qui si inserisce per un sequel ambientato negli anni Duemila Luigi Barolo. Che non è uno scrittore, che non è nemmeno uno sceneggiatore di ammiccanti commedie televisive, ma un serissimo sacerdote, addirittura vicepresidente del Tribunale ecclesiastico regionale di Lombardia.
Don Luigi su è riallacciato ai (com)promessi sposi per scrivere un libretto che si potrebbe chiamare "Annullamenti: istruzioni per l’uso" e che più pacatamente lui ha intitolato "Dove sta la Sacra Rota?" (Ed.Ancora, pp.78, 10 euro). Ma l’effetto è lo stesso. Per dieci euro e in sole settantotto pagine il lettore impara che i processi di nullità del matrimonio non sono affatto riservati ai ricchi e ai potenti, ma accessibili a tutti. La Conferenza episcopale italiana ha opportunamente calmierato i prezzi. (cinquecento euro per le spese processuali, tra i 1500 e i 2800 euro è l’onorario dell’avvocato, più le spese vive sostenute da legale. Insomma il tutto dovrebbe rimanere entro limiti accessibili. E per i bisognosi, patrocinio gratuito.
Va detto, però, come spiega il giornalista Enzo Romeo nel suo brillante "Come funziona il Vaticano" che l’ottanta per cento delle cause trattate sono "fuori tariffa" e allora la musica cambia: si va dai 15.000 ai 45.000 euro con una media di trentamila.
Il grimaldello per tornare liberi e felici e potersi risposare davanti al sacerdote e purefare la comunione (come Berlusconi vorrebbe tanto) esiste. Una dichiarazione dell’infedele Lucia (o del mascalzone Renzo, se i ruoli, fossero, invertiti) che il matrimonio è stato fatto soltanto per convenzione e che soprattutto al’atto di pronunciare il fatidico sì la trasgressiva Lucia (o lo sciupafemmine Renzo) non intendeva assolutamente onorare l’impegno alla "fedeltà coniugale".
Così impostata, la causa va liscia come l’olio. L’avvocato presso il foro ecclesiastico, dove sono state celebrate le nozze, prepara il libello da presentare al Tribunale ecclesiastico per la causa di nullità. Ai giudici Lucia confesserà il suo peccato, qualche amica confermerà che se l’intendeva con don Rodrigo e che aveva l’intenzione  di continuare a spassarsela con lui, e l’istruttoria è conclusa. Le parti presentano le memorie difensive e il collegio giudicante decide. In questo caso la sentenza è "nullità del vincolo". Lucia però non potrà fare furbetta.  La sentenza l’obbligaa ottenere il consenso del vescovo competente qualora volesse sposarsi nuovamente in chiesa. Renzo, invece, tornerà signorino. Non prima però del processo di appello, che nella Chiesa cattolica è obbligatorio, e che sonlo in casi particolari si svolge dinnanzi alla Sacra Rota.
Qui è fondamentale la posizione del "Difensore del vincolo", una specie di pubblico ministero incaricato di elencare tutti i motivi contrari allo scioglimento del matrimonio (più esattamente, alla dichiarazione di nullità). Ma don Barolo assicura che la bugia di Lucia il giorno delle nozze garantiscono che anche l’appello vada a buon fine.
Altri motici frequenti di nullità , ci spiega il vicepresidente del Tribunale ecclesiastico regionale lombardo, sono la volontà di non avere figli, pressioni familiari che hanno "costretto" un partner alle nozze, distrubi di personalità, malattie psichiche, omosessualità radicata che può anche manifestarsi in una fase successiva. Nel 2007 il tribunale lombardo ha trattato duecento cause  di prima istanza e trecento di appello. Nell’ottanta per cento dei casi il verdetto è stato di nullità. I tempi non sono lunghissimi, certo più rapidi della giustizia civile che per concedere il divorzio richiede in partenza tre anni di separazione.
Tutti contenti? Forse i coniugi. Sicuramente non i papi che di anno in anno protestano perché nei cinque continenti i giudici ecclesiastici si mostrano di manica abbastanza larga. Troppo comodo dire "non volevo essere fedel". In passato non avrebbe funzionato. Ammettere questa scappatoia è il segno di un evolversi dei tempi e di un adattarsi della giustizia ecclesiastica alla concezione (mascherata) del divorzio.
Il matrimonio è un’"unione per tutta la vita" e non può essere sciolto per semplici difficoltà, tuonava papa Wojtyla.  "La nullità non è il divorzio, non la si può fondare sull’arbitrio" ha ricordato seccamente quest’anno Benedetto XVI ai giudici rotali. Invano. In Italia le richieste di nullità sono già 8.000 l’anno e crescono al ritmo del venti per cento.
Ormai tra le cause di nullità vengono prese in considerazione, bugie, tradimenti, narcisismo, abuso di alcol.
Insomma, lentamente ci si avvicina molto alla famosa "incompatibilità di carattere" Ma sst. non bisogna dirlo!
 
di Marco Politi per "Il Venerdì"
 
Per saperne di più:
sacrarota
9 luglio 2008

C’è rapporto tra etica e finanza

Aristotele

Epidermicamente, leggendo due parole come “etica” e “finanza”, saremmo portati a definirli termini lontani fra loro. Eppure, ad una più attenta riflessione, procedendo ad una sorta di anatomia della parola grazie all’etimologia, ci accorgiamo che non è così. Etica trae origine dal termine greco ethiké, che significa ciò che è relativo al costume, alla condotta dell’uomo, mentre finanza proviene dal tardo latino finalis, traslato poi nel francese finance, finale di un’operazione di transazione. Se le transazioni sono operazioni compiute dagli uomini, allora l’elemento che accomuna etica e finanza è appunto la persona: l’uomo.

Ma, come tutte le azioni umane, anche etica e finanza devono avere un loro fine. Riesumiamo i pensatori greci per

una prima analisi. Nell’Etica Nicomachea di Aristotele, Eutidemo pone una domanda apparentemente banale. Eutidemo chiede a Clinia: “Non è vero che, in quanto uomini, noi tutti vogliamo star bene?”

La risposta di Clinia è: “Certo che sì”. Eutidemo allora insiste: “Ma se vogliamo la felicità, come possiamo?” Rispondere alla domanda di Eutidemo non è affatto facile o, almeno, si può rispondere in molti modi. Alcune risposte appaiono, però, di tipo egoistico, che altro non è se non l’amore vizioso di sé. L’impresa che a parole si vanta di essere socialmente responsabile e che poi considera come centrale solo uno dei suoi stake holder, l’azionista, non tende al benessere collettivo.

I lavoratori di queste società egoistiche assurgono al ruolo di soci solo nel caso in cui l’impresa conosca un trend negativo, per precipitare nuovamente al ruolo di salariati quando tutto va bene.

L’aristocrazia finanziaria che si autoalimenta distribuisce reddito solo a se stessa, non considerando le esigenze né dei lavoratori, né – tanto meno – del paese.

La spremitura della forza lavoro genera peraltro tutta una serie di problemi di tipo anche psicologico, e di conseguenza fisico, che la società civile non dovrebbe affatto minimizzare. Fenomeni come il burnout, perdita di identità, così intensi nelle aziende che subiscono profonde trasformazioni e fusioni, si accoppiano con il cosiddetto hidden cost of reward, che comporta un ridotto controllo delle proprie azioni, perdita di autostima e limitazioni ad esprimere motivazioni estrinseche.

Tutti problemi, questi ultimi, davvero complessi, ma che l’egoismo vizioso impedisce di affrontare per risolvere e

che privano molte persone di quel benessere al quale pure vorrebbero tendere. Seguendo un’altra teoria filosofica del tutto condivisibile, quella di Kant, possiamo affermare che l’impresa dovrebbe essere una comunità morale e che lo stake holder lavoratore dovrebbe a pieno titolo partecipare alla determinazione delle regole organizzative.

Purtroppo questo tema, quello della partecipazione, è stato sovente minimizzato, preferendo seguire la logica del conflitto, ovviamente sindacale o sociale. Sono certo che i numerosi conflitti succedutisi nel tempo, seppure forieri di apprezzabili conquiste, non hanno prodotto felicità, né hanno profondamente modificato le regole della convivenza fra le parti.

Il moderno feudalesimo dell’aristocrazia finanziaria e la sua lontananza dalla società reale ci inducono, infatti, ad attente riflessioni ed a cercare di fornire per il futuro risposte diverse.

Cercando, infine, di rispondere alla domanda di Eutidemo– come possiamo star bene– per la parte  del sindacato, credo che potremmo, realizzando contratti che siano lettera viva e non elenchi di norme superate.

Ossia, contratti che tutelino realmente i lavoratori, non costringendoli a forme di negoziazione individuale, che sono sempre fenomeni negativi rappresentando forme deboli di presunta autotutela.

L’etica non è un fatto soggettivo, come teorizzava assai bene Lèvitas, bensì responsabilità per l’altro.

Se i lavoratori sono responsabili del loro lavoro verso l’impresa e verso la collettività, i manager lo devono essere verso la forza lavoro e verso il paese. L’etica della co-responsabilità appare, invece, quasi sconosciuta e purtroppo non solo nella finanza, ma spesso anche nella politica, che dovrebbe sovrintendere ai fenomeni sociali.

Se la politica non risponde sempre al suo compito, e neppure lo fa l’impresa, è dunque possibile realizzare un mondo diverso tendente al conseguimento del bene collettivo?

La risposta personale è sì, purché si accetti di uscire dagli schemi consueti, abbandonando la deprecabile furbizia e l’egoismo vizioso. In fondo, in questi tempi così confusi, si va affermando il concetto ed il termine, peraltro deprecato dalla cultura anglosassone, del compromesso come vero bene.

Il compromesso equivale un po’ al Purgatorio teorizzato dai medioevalisti, un luogo dove non si sta né troppo male né troppo bene. Un luogo dove la felicità è da qualche parte ed arriverà solo con il tempo, un tempo però eterno,

perché delle anime. Accettare il compromesso ed i principi del compromesso, che si poggiano sulla mediocrità, è come rispondere “no” alla domanda di Eutidemo se gli uomini vogliano la felicità, non sapendo che lo stesso, nel porla, aggiunge che solo gli stupidi non risponderebbero “sì”.
 
di Enrico Gavarini tratto da www.fabi.it
 
Purgatorio

8 luglio 2008

La pedofilia

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Si calcola che, in tutto il mondo, siano due milioni e mezzo i bambini sfruttati sessualmente Secondo una stima del Censis in Italia ci sono 21 mila casi di pedofilia ogni anno (e si parla solo di violenze carnali e molestie gravi). Le denunce pero’ sono soltanto 600 l’anno. La giustizia comunque va avanti e sono circa 1000 i processi ogni anno per bambini abusati o maltrattati. Il 35 per cento riguarda bambini sotto i tre anni. Un particolare terribile e’ che in piu’ del 60 per cento dei casi sono stati giudicati colpevoli i parenti delle vittime. Gli abusi, dunque, avvengono in famiglia. La regione dove si sono registrati l’anno scorso il maggior numero di casi e’ la Lombardia, con 157 casi. Seguita subito dopo dal Lazio (121) , Piemonte (72), Sicilia (69), Toscana (65) e via via Campania, Puglia, Emilia Romagna e Veneto. (Fonte: direzione centrale polizia criminale). Il giro d’affari che ruota intorno alla pedofilia e’ gigantesco. Qualcosa come 8000 miliardi l’anno soltanto con Internet. Ci sono, pensate, 50 mila siti dedicati alla pedofilia in tutto il mondo con 2 milioni di bambini coinvolti e 12 milioni di immagini e foto. Ci sono 40 mila chat-room per pedofili. Oltre al mercato tradizionale, non line, ingrossato da 25 milioni di cassette e cd-room per pedofili. I baby-navigatori negli Stati Uniti sono 25 milioni, cioe’ i bambini che navigano ogni giorno per ore nella rete.  (Fonte: Disney) In Italia sono un milione e mezzo i bambini in eta’ scolare che usano il computer. Quelli che navigano in Internet sono 350 mila(65,4%). Quelli che navigano in Internet sono 350 mila. Il 73% ha dichiarato di navigare da solo, ossia senza adulto vicino..  (Fonte: Eurispes)
 
"Noi siamo fiabe. Siamo fatti di fiabe. I percorsi delle nostre vite possono essere visti come fiabe, cosi’ come le paure da superare, i mostri e le streghe da combattere, le prove da affrontare".
Per troppi anni la societa’ ha preferito non vedere, non sapere. Volevamo credere che il lato oscuro, malvagio, malato dell’uomo non coinvolgesse i bambini. Eppure le fiabe, che da sempre accompagnano l’infanzia, raccontano che la vita spesso e’ rischiosa, che esistono orchi e lupi cattivi pronti a sedurre, blandire i piccoli, per poi ghermirli e ucciderli. Negli ultimi tempi assistiamo turbati a una brusca inversione di tendenza: le segnalazioni e denunce delle situazioni di abuso sessuale all’infanzia sono notevolmente aumentate, compaiono forme nuove, tecnologiche e virtuali del problema e probabilmente siamo ancora lontani dal conoscerne le reali dimensioni. Prevenire l’abuso sessuale dei minori significa prevenire tutte le conseguenze a medio e lungo termine che da esso derivano.
 
di  Maria Rita Parsi per www.pinoscaccia.com
 
Per saperne di più:
 
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7 luglio 2008

La globalizzazione liberista? Qualche giorno con le gambe guarite, tutta la vita con le braccia mozzate!

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Potremmo limitarci a disperate proteste contro il caro benzina come fatto dai pescatori, dai camionisti e dagli agricoltori di Parigi, dai tassisti di Madrid, dai motociclisti di Manchester, dagli allevatori in Germania, Olanda e Svizzera, dai pescatori ad Ancona e Bruxelles, dagli allevatori a Cremona. Da noi per fortuna non è ancora giunto il tempo di scendere in rivolta per le strade per il caro cibo come avvenuto già in oltre 40 nazioni. I media oscurano tali fatti ma il fallimento della globalizzazione liberista è sempre più sotto i nostri occhi.
Invece, è preferibile riflettere sulla natura della tragedia dovuta al globalizzarsi della truffa del liberismo, nonchè sulle soluzioni da attivare per ridare un futuro all’umanità.

L’ideologia liberista attraverso il metodo delle liberalizzazioni tratta l’economia allo stesso modo del medico che nell’immediato guarisce le gambe malconce (il disavanzo finanziario) del paziente, ma per farlo necessita di tagliargli gli arti superiori (i settori produttivi dell’economia reale, attraverso i tagli indiscriminati di bilancio, dalle infrastrutture, alla ricerca, alla sanità, all’istruzione, alla previdenza, impoverendo così l’intero settore produttivo). Così il paziente in un primo momento pare avere le gambe pronte all’uso, ma non ha più le braccia. Adesso come si nutrirà?

Si pensi ai continui tagli di bilancio in Italia, Francia e Germania (le locomotive dell’euro): di anno in anno qualcuno si è illuso, attraverso l’abbassamento della spesa pubblica, di essere sulla retta via per lo sviluppo economico e dunque per il risanamento finanziario, invece non è stato raggiunto né l’uno né l’altro obiettivo; l’indebitamento complessivo (in rapporto al pil) dei tre paesi è passato dal 1992 al 2008 dal 98% al 104%[1] per l’Italia, dal 40,31% al 67,54%[2] per la Germania e dal 35,28% al 64,19% per la Francia.

Di anno in anno l’illusione è stata che tenendo sotto il 3% il rapporto deficit/pil, le cose sarebbero migliorate. Invece l’indebitamento complessivo è andato sempre più peggiorando.

E con la ratifica del Trattato di Lisbona verremo ad avere la radicalizzazione ulteriore di questo distruttivo processo.

La politica dei tagli ha comportato per l’Italia il risultato di ridurre di circa il 70% la crescita della produzione industriale (passata da una media del +1,5% del 1991 a quella attuale del +0,5%); nel 2007 è stato registrato il record di mortalità imprenditoriale dal 2000, record tanto più negativo se non vi fosse stato l’apporto degli unici che ancora riescono a fare imprenditoria in Italia: cinesi, tunisini ed albanesi. Se è da vedere positivamente il fatto che questi cittadini extracomunitari si integrano nella nostra comunità attraverso l’iniziativa economica, è invece preoccupante il fatto che soltanto le loro condizioni lavorative ed i loro più bassi tenori di vita, consentono di ritenere meritevoli i bassi margini che il fare impresa in Italia oramai consente. In particolare la mortalità ha riguardato la piccola imprenditoria italiana. Ora, in presenza di una costante delocalizzazione e chiusura di fabbriche, quegli ex piccoli imprenditori cosa andranno a fare?

L’ideologia liberista e le liberalizzazioni che anche in sede di Conferenza FAO i paesi più forti si sono ostinati a voler richiedere, sono una truffa; i malconci lavoratori del mondo occidentale, così come i poveri affamati dei paesi in via di sviluppo, lo hanno capito da tempo. Mentre gli yes men, politici od intellettuali che siano, si ostinano a richiedere mercati sempre più liberi, la gente comune pare avere compreso il “giochetto”: i processi di liberalizzazione aprono i mercati ad una concorrenza sfrenata; da essa ne esce vincitore chi è finanziariamente più forte, chi può permettersi di sopportare fasi di bassi guadagni; gli altri spariscono. Non è un caso che alla recente Conferenza FAO i paesi ricchi volessero liberalizzare i mercati agricoli, mentre i paesi più poveri si siano opposti imponendo che dalla dichiarazione finale fosse tolto il divieto di adozione di politiche protezionistiche.

Vi sono poi quei settori di megaoligopolio dove di concorrenza non si è mai sentito parlare: banche, petrolio, sementi. Di fronte all’esplosione del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, provocato dalle politiche speculative rafforzate dalle banche centrali, gli yes men continuano spudoratamente a chiedere la concorrenza per i promotori finanziari, per i benzinai o per gli agricoltori (cosa diversa rispetto a Mr. Morgan, Mr. Shell, o Mr. Monsanto). Sarebbe comunque fumo negl’occhi parlare di concorrenza in questi settori; è da ripetere: le liberalizzazioni in un’economia finanziarizzata agevolano i concentramenti di settore nelle mani del più forte.

Le politiche economiche liberiste, così come imposte dal Fondo Monetario Internazionale o dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), o dal Trattato di Maastricht attraverso i parametri del “patto di stabilità”, sono l’applicazione in economia dell’ideologia del liberismo.

Si crede di risolvere i problemi economici creando una sfrenata concorrenza in settori del terziario tipo quello commerciale o quello dei servizi di trasporto. Torte che già erano in fase d’impoverimento a causa del costante aumento dei costi di gestione, si pretende che vengano spartite tra un nuovo indeterminato numero di operatori, la cui quantità la decide il “libero” mercato, piuttosto che una valutazione intelligente degli organi preposti al perseguimento ed alla tutela del bene comune con primo riguardo al lavoro, così come sancito dall’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Lo sviluppo economico non lo si crea spartendo torte tra un sempre maggior numero di operatori, ma aumentando il numero delle torte dove impiegare la nuova forza lavoro. Per farlo è necessario tornare a politiche economiche dirette dallo Stato e non dal “libero” mercato. Solo con il ruolo propulsivo statale nel campo infrastrutturale, dell’industria e della ricerca è possibile avere un tessuto imprenditoriale privato in constante sviluppo e la creazione di posti di lavoro dignitosi.

La stessa questione dell’evasione fiscale, oltre alla demagogia, mostra tutta la distruttività delle liberalizzazioni. La mortalità imprenditoriale registrata dimostra che il livello di concorrenzialità radicale creato ha trasformato l’evasione nell’unico modo per sopravvivere (non per arricchirsi!). Se si colpisce quella, il piccolo imprenditore chiude! Per esempio in una città turistica come Firenze, nel 2006 vi è stato un saldo negativo delle attività di commercio al dettaglio di -253, e nel 2007 questo dato si è aggravato con -521 unità! La tanto declamata lotta all’evasione mette fuori dal mondo del lavoro i piccoli, mentre nel frattempo si prevedono forme di defiscalizzazione per i megaprofitti delle banche!

L’Eurosistema introdotto col Trattato di Maastricht ha cementato il sistema economico del “doppio standard” avviato nel ’71 con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods: concorrenzialità estrema nei settori ad alto tasso di piccola imprenditoria; protezione di fatto per le megaconcentrazioni oligopolistiche.

Nel settore dei taxi le influenze liberiste stanno verificandosi nel seguente modo: a cospetto di una riduzione del lavoro (-9% annuale in maggio) e di un aumento iperinflazionistico del prezzo del diesel del 30,8% su base annuale, le amministrazioni più irresponsabili hanno provveduto ad emettere licenze di noleggio con conducente in modo indiscriminato, e non in base alle effettive esigenze. (E l’Anci o le Regioni invece di coordinare che fanno?). Mancando il lavoro, stiamo assistendo a fenomeni di illegalità costante da parte dei noleggiatori. Il fenomeno oltre che sui lavoratori si ripercuote sui consumatori a cui, proprio a causa della carenza di lavoro, vengono praticati prezzi arbitrari con ricarichi anche di oltre il 300% (!) sulle tariffe ufficiali. Chi dovrebbe essere preposto a controllare, a fronte di un fenomeno che sta dilagando, può fare ben poco vista la carenza di personale. D’altra parte assumere nuovi agenti di polizia amministrativa non si può, perché la spesa pubblica non può essere incrementata (!).

Questa nefasta idea per cui i processi relazionali umani siano guidati dalla sola libertà e dai suoi derivati (liberismo, liberalizzazioni, libertarismo, ecc.) è in realtà l’apologia dell’arbitrio del più forte; in economia come in altri settori della vita. Lo stesso problema sicurezza è conseguenza del medesimo approccio liberticida ai flussi migratori, a cui si affianca l’ispirazione liberista degli Accordi di Schengen. Maree di cittadini extracomunitari e non, in cerca di lavoro, si spostano dove vi è domanda di lavoro. E visto il deficit demografico dei paesi industrializzati l’immigrazione rappresenta una risorsa, ma se controllata in funzione delle opportunità lavorative che possiamo offrire. Senza controllo alcuno però la grande impresa trae vantaggio dall’enorme offerta di manodopera che si crea, per assumere alle condizioni che più gli aggrada. Coloro che non trovano lavoro “devono” dedicarsi all’illegalità. Anche per questa gente in difficoltà nelle loro terre, la soluzione non passa per un approccio liberista alla questione, quanto per autentici accordi internazionali che mirino al bene comune.

Se ci rifacciamo al dettato della nostra Costituzione, ed all’approccio che fu del grande presidente americano Franklin Roosevelt, abbandonando immediatamente l’ideologia liberista che rimette alla “legge del mercato” piuttosto che all’ingegno umano la risoluzione dei problemi dell’umanità, possiamo risolvere il problema di fondo della dittatura della speculazione su tutta la società, dell’iperinflazione su alimenti ed energia, della carenza di lavoro dignitoso.

Abbiamo dunque bisogno che il Governo si adoperi per:

  1. lo scioglimento dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che attraverso la sola legge del libero commercio prevarica i diritti della persona umana;
  2. la celere convocazione di una “conferenza finanziaria mondiale” (o Nuova Bretton Woods così come ideata e proposta da quasi vent’anni dall’economista americano Lyndon LaRouche) per un nuovo sistema monetario e finanziario ed il ripristino dei sistemi di banca nazionale che si riapproprino della funzione sovrana del credito pubblico, attraverso cui porre la base per lo sviluppo economico di tutti i popoli del pianeta;
  3. il rigetto del ratificando Trattato di Lisbona;
  4. il raddoppio della produzione agricola globale;
  5. il riavvio delle politiche energetiche alternative compatibili con l’ambiente per superare i diktat “della legge del mercato fatta dai petrolieri” e risolvere il problema energetico globale;
  6. il lancio di progetti infrastrutturali al più alto livello tecnologico-scientifico compatibili con l’ambiente nei settori delle vie di comunicazione, dell’agricoltura, della sanità, dell’istruzione, affinché intorno ad essi possa riprendere vita l’iniziativa economica.

Tutto ciò vorrebbe dire risanare dalle fondamenta l’attuale modello economico imperiale (l’impero dei controllori della finanza, l’impero dei controllori dell’energia), e reinstaurare una comunità di popoli dediti alla sempre più efficiente produzione di beni, al fine di poter ridare spazio alla vera natura umana che è quella che ci inclina alla conoscenza ed alla creazione.

di Claudio Giudici per http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it


[1] Per quanto riguarda l’Italia 8 punti percentuali di riduzione del debito complessivo sono derivati dagli introiti ottenuti dagli smobilizzi e privatizzazioni del periodo 1992-2000, di perle dell’imprenditoria pubblica come Eni, Enel, Telecom, Imi, Credit, Comit, piuttosto che dal complessivo aumento della produttività nazionale. Quel debito sarebbe altrimenti di almeno il 113%!

[2] I dati di Germania e Francia si riferiscono al 2006.

Neolib

 

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