Archive for dicembre, 2009

31 dicembre 2009

Benedetto (detto Bettino) Craxi, lo statista mai stato.

 I ragazzi dello zoo di Bettino
Fra le varie balle che circolano su Craxi, la più indecente è quella secondo cui nel 1992-’93 i socialisti erano trincerati nel bunker di Craxi, assediati da toghe rosse e giustizialisti assortiti. La verità è che i primi a scaricare Craxi furono proprio i ragazzi dello zoo di Bettino: quel variopinto caravanserraglio di nani e ballerine, prosseneti e miliardari che si faceva chiamare Partito Socialista. Al primo scossone i topi fuggirono dalla nave, in linea con la tradizione italiota della fuga da Caporetto descritta da Malaparte ne La rivolta dei santi maledetti: “Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i giornalisti, fuggivano i Napoleoni degli Stati maggiori… fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismo e di suppellettili, tutti fuggivano imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro”.   Claudio Martelli, il delfino, prometteva “rinnovamento” per “restituire l’onore ai socialisti”, esaltava “la salutare azione dei giudici di Mani pulite”, strapazzava Craxi per aver rifiutato di “usare la scopa o la spada contro i corrotti”; “Bettino non lo riconosco più, mi ricorda Salò” (30-9-92); “Ha lasciato che il malcostume si diffondesse e ha risposto in modo improvvido alle inchieste sulla corruzione” (28-11-92). Gianni De Michelis, che Biagi chiamava l’Avanzo di Balera, denunciò “la gestione lacunosa del Psi” e la “scarsa attenzione alla degenerazione dei partiti” (19-6-92). Rino Formica, che ora delira di complotti internazionali, non aveva dubbi: “Il Psi era pieno di craxini che, non riuscendo a realizzare il socialismo, cercavano almeno un po’ di benessere” (1-11-92), “Craxi si comporta da stalinista, usa metodi autoritari e dispotici” (11-11-92). Ferocissimo Ottaviano Del Turco: “Non mi stupisco affatto del partito degli affari all’interno del Psi. Ho sempre denunciato quelli che brillano per la luce dei soldi, come Paperon de’ Paperoni” (15-5-92); “Craxi non ha messo a disposizione del partito alcunché. Dei conti esteri non mi disse nulla” (8-11-94). Perfino Paris Dell’Unto, detto Er Roscio, sparava a zero: “Craxi non ne azzecca più una.   Più che un caso politico, è un problema sanitario” (13-11-93); “Bettino non si rende conto che rischia di eliminare non il Psi, ma cent’anni di storia. La gente non ne può più di ville al mare, yacht, feste, notti al night e mignotte” (3-5-93). E perfino il cognatissimo Paolo Pillitteri cannoneggiava: “Io la chiamerei Cupola per rendere l’idea di quel che è successo fra politici e imprenditori a Milano” (3-5-92). Anatemi anche dal cappellano Gianni Baget Bozzo: “Craxi doveva andare a Milano e chiedere perdono. C’è una questione morale, prima che politica. Nel centenario del Psi bisognava chiedere scusa per le tangenti incassate. Persino il Pci ha dovuto dire: ho sbagliato” (11-9-92). Francesco Forte, reduce dai pellegrinaggi in Somalia, tuonava: “Sono stufo di andare a comprare i giornali e sentirmi dire: ‘Ma questo non è ancora in galera?’. Mi vergogno di essere un politico, per giunta socialista” (9-7-92). E Giuliano Amato: “Molti nel partito si sono arricchiti: bisognava buttarne via qualcuno” (26-11-92). Intanto Craxi fuggiva ad Hammamet e Berlusconi fingeva di non conoscerlo: “Io a Craxi non devo nulla” (21-2-94); “Ho sempre riconosciuto il ruolo dei magistrati nella lotta al sistema perverso della Prima Repubblica. Tv e giornali della Fininvest sono stati sempre in prima linea nel difendere i magistrati e in particolare Di Pietro” (6-12-94). La migliore resta quella di Bobo Craxi, che a 25 anni era già segretario del Psi milanese per discendenza diretta: “Non mi sono mai considerato craxiano” (10-9-92). Ecco, per i craxiani vale quello che diceva Montanelli dei Savoia: “Sono come le patate: la parte migliore è sottoterra”.
di Marco Travaglio
 
 Via Craxi, l’esilio della giustizia
 Sicché avremo una via o un parco dedicati a Bettino Craxi; pare che lo abbia deciso Letizia Moratti, sindaco di Milano. E io vorrei provare a spiegarle perché si tratta di un’iniziativa proprio sbagliata.

   Craxi è morto in Tunisia, dove era fuggito per sottrarsi a ordini di cattura, processi e condanne a pesanti pene detentive. In effetti Craxi è stato condannato per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, che erano e sono tuttora reati. Lo stesso Craxi, che non ha voluto difendersi nei processi, ha però confessato le sue responsabilità: ha detto in Parlamento (era la sede giusta per un politico) che, era vero, aveva rubato e che, come lui, tutti avevano rubato. Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della   classe politica italiana; e, da lì, sarebbe partita una stagione di prosperità e rigore che lo avrebbe potuto vedere protagonista, ruolo a cui il suo “pentimento” (mai come in questo caso questa parola sarebbe stata adoperata legittimamente) gli avrebbe dato piena legittimazione. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi.

   Allora perché? Io credo che la ragione stia, ancora una volta, nella miopia della classe politica, nella sua incapacità di identificare correttamente il proprio ruolo. E provo a spiegarmi con un esempio.  

   Qualche anno fa, quando facevo il Procuratore della Repubblica, mi occupai delle indagini del cosiddetto processo Telekom Serbia. A un certo punto fu necessario interrogare l’onorevole Italo Bocchino. Lo citai come persona informata sui fatti, come testimone; e quindi ci incontrammo in Roma, dove mi recai apposta per sentirlo. L’onorevole Bocchino   appariva seccato e perplesso. Mi disse che intendeva, prima di rispondere alle mie domande, conferire con il Presidente della Camera. Obbiettai che questa sua richiesta non era prevista dal codice di procedura penale e che non esistevano norme che attribuissero ai parlamentari un privilegio del genere. Alla fine lo invitai, fermamente, a testimoniare; cosa che lui fece. Ora, perché l’onorevole Bocchino mi rivolse (con insistenza) questa richiesta? Io sono convinto che egli non intendesse sottrarsi alla testimonianza e nemmeno concertarla con altri   . D’altra parte, egli era persona abile e intelligente e conosceva benissimo sia l’argomento su cui lo interrogavo sia le risposte che avrebbe dovuto fornire; e, probabilmente, quelle che era disposto a fornire. Io credo che, all’origine di questo suo atteggiamento, ci fosse l’intenzione di affermare un supposto primato del parlamentare nei confronti del magistrato, uno status che lo differenziava da ogni altro cittadino, una piccola vittoria nella lunga battaglia (che tale non era ma lui non sembrava capirlo) tra giustizia e politica.

   Ecco, io credo che questo sia il fondamento della proposta del sindaco Moratti: affermare il primato della politica, rendere evidente che i reati commessi da Craxi, le condanne   che gli sono state inflitte (nessuno ha mai detto che Craxi fosse innocente, al più si sostiene che si trattava di reati politici, dunque non perseguibili) non hanno nulla a che fare con il suo essere uomo politico di primo piano, con il suo ruolo (molto pubblicizzato, io non sono attrezzato per esprimere un’opinione) di statista eccellente.

   E in questo sta il tragico equivoco della classe politica italiana, quello che ci ha portato qui dove siamo finiti: nel non capire che nessuno è al di sopra della legge; che non ci può essere lotta tra istituzioni e legge, tra cittadini, quale che sia il loro ruolo, e legge; che tanto più un uomo politico è rispettabile, degno di fiducia, grande statista (sì, statista) quanto più si sottopone alla legge e afferma il proprio buon diritto, la sua innocenza, nelle sedi e con i metodi che la legge prevede; nel non capire che anche un uomo politico può commettere   errori, perfino reati; e che ritroverà la sua legittimazione a occuparsi di politica, che vuol dire essere al servizio dei cittadini, accettando la sentenza che sarà emanata nei suoi confronti e rispettando dunque la legge.

   Io non credo che siano state intitolate vie, piazze, corsi e parchi a persone riconosciute responsabili di reati; e sarebbe   importante che il sindaco Moratti si rendesse conto delle conseguenze della sua iniziativa, del disprezzo per la legalità che essa comporta e che induce nei cittadini. Ma la signora è intelligente e a queste cose ci avrà pensato; evidentemente ha deciso di perseverare. Così le propongo un compromesso.

   Nella mia città, Torino, il Palazzo di Giustizia è dedicato a Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica ucciso dalla mafia. L’aula magna del palazzo è dedicata a Fulvio Croce, Presidente dell’Ordine degli Avvocati che fu ucciso dalle Brigate Rosse perché aveva accettato l’incarico di difensore di ufficio, pur minacciato di morte se lo avesse fatto: “accettò consapevole morte”, c’è scritto nella lapide che lo ricorda. Le due strade che delimitano a est e ovest il Palazzo di Giustizia sono dedicate a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. A Milano, il carcere di San Vittore è   delimitato, a nord, da una via dedicata a un sacerdote, Matteo Bandello; non credo che se ne avrà a male se sarà spostato altrove perché questa via possa essere dedicata, in maniera appropriata, a Bettino Craxi.  
di Bruno Tinti
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29 dicembre 2009

Campania: l’emergenza rifiuti finita per decreto

 
 La spazzatura di Napoli inquina le campagne
“È finita l’emergenza rifiuti in Campania”, ha dichiarato in conferenza stampa il sottosegretario Guido Bertolaso il 17 dicembre scorso al termine del Consiglio dei ministri che ha emanato un decreto legge in materia. È vero, se fine dell’emergenza significa il formale passaggio delle competenze dal Commissario straordinario a Regione e Province, come prevede il decreto. Ma questi lunghi 15 anni hanno provocato un tale disastro al territorio campano cui difficilmente, Regione e Province, riusciranno a rimediare.  

   FORMAGGI E RIFIUTI.
Basta andare nelle campagne del casertano per capirlo. E nessuna storia lo chiarisce meglio di quella dell’azienda bufalina “Cesare e Giulio Iemma”, di Pastorano, provincia di Caserta, patria del caratteristico formaggio filante. La famiglia Iemma vanta due primati: quello di gestire il primo caseificio al mondo ad aver trasformato il latte di bufala in mozzarella, ricotta, provola e burro; e quello di prima azienda ad aver introdotto la mungitura meccanica. Un’azienda che esporta in tutto il mondo, con standard di qualità massimi certificati dall’americana Food & Drug Administration, e un fatturato di quasi 8 milioni di euro al 30 novembre 2009. Un’azienda che in altri Paesi e contesti verrebbe trattata con i riguardi che spettano all’eccellenza. Ma in Italia, e in Campania, invece di essere valorizzata e protetta, è costretta a sorvegliare pezzo pezzo il territorio confinante, per evitare che vi installino impianti   di stoccaggio di rifiuti, anche speciali (e quindi più pericolosi) che possono inquinare il terreno, l’aria, l’acqua.

   L’ASSEDIO
 Fra le tante battaglie intraprese, una dura ormai da un anno e mezzo. Da quando gli Iemma hanno scoperto che un sito per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici era stato trasformato in stoccaggio di rifiuti speciali con il beneplacito   di Regione e Provincia e la benedizione della chiesa locale. La storia comincia nel 2000, quando su un terreno vicino, la Curia di Capua ottiene la concessione edilizia per realizzare i capannoni per i fotovoltaici, che nel 2005 cede alla società Esogest Ambienti srl, di Casapulla, che si occupa invece della gestione integrata dei rifiuti liquidi e solidi. La società chiede e ottiene senza tanto penare le autorizzazioni per convertire l’attività. Regione e Provincia infatti esprimono parere favorevole di compatibilità ambientale, senza compiere “alcun sopralluogo tecnico necessario per acquisire una più approfondita cognizione del contesto”. Lo dice il Tribunale amministrativo regionale al quale diciotto mesi fa si sono rivolti gli Iemma insieme ad altri imprenditori bufalini della zona, una volta smascherato l’inganno, ben coperto. Il decreto regionale di autorizzazione dell’impianto, infatti, dopo mesi dall’adozione e fino al ricorso al   Tar, non era stato ancora pubblicato nel Bollettino ufficiale della Regione. Il “contesto” di cui parla il tribunale è quello di “un territorio sin dall’antichità definito felix per la fertilità del terreno” spiega Giuseppe Messina, agronomo, funzionario del ministero dello Sviluppo economico, negli anni Novanta vicesindaco di Caserta. “Una zona che ospita più dell’80 per cento del patrimonio bufalino italiano, prima per la produzione di fragole, di nettarine, seconda per la produzione di ciliege. Conta ben 13 prodotti fra Igp, Dop e Doc, tre marchi di acque minerali conosciute in tutto il mondo” dice Messina. Il Tar ha dato ragione   agli imprenditori annullando i decreti istituzionali, ma per un anno e mezzo (la sentenza del tribunale è del 6 febbraio 2008) è rimasto tutto bloccato al Consiglio di stato che solo l’11 dicembre scorso ha ascoltato la Esogest che aveva proposto appello insieme alla Regione. “La nostra terra – dice Manuela Vigliotta – è preda di continui attacchi concentrici. Qui non è solo un fatto di camorra, ma anche di mala politica, di interessi industriali. Come si fa a competere?”.

   QUINDICI CHILOMETRI
L’obiettivo è scongiurare che si estenda anche a queste terre delicatissime   quella invasione di ecoballe e di tonnellate di rifiuti sversati appena 15 chilometri più in là, nei vari impianti eredità del quindicennio dell’emergenza. Fino alle ultime discariche previste dal governo nel 2008 “per legge, quindi senza alcun accertamento tecnico preventivo – afferma Lorenzo Tessitore del Coordinamento regionale rifiuti (Co.re.ri) – per far fronte proprio all’emergenza, così ci è stato detto”. “Per capirsi – dice l’agronomo Messina – il tutto sta in due Comuni, San Tammaro e Santa Maria La Fossa. Si dice, in un Comune abbiamo fatto un impianto, poi faremo una discarica in un altro. Ma si presuppone   che gli impianti distino fra loro centinaia di chilometri”. Invece sono appena 320 metri quelli che separano il sito di stoccaggio di Ferrandelle nel Comune di Santa Maria La Fossa, da quello di compostaggio di San Tammaro che è affiancato alla discarica “Maruzzella 1” e al sito di stoccaggio “Maruzzella 2”. Alle spalle c’è la nuova discarica “Maruzzella 3”, da un milione 600mila metri cubi. È la più grande in regione, aperta con un’ordinanza del presidente del Consiglio nel 2008, la stessa che sempre a San Tammaro ha previsto anche un sito di stoccaggio delle ecoballe da bruciare nel costruendo inceneritore di Santa Maria La Fossa, su cui la magistratura avrebbe scoperto la longa manus del clan dei Casalesi. Un chilometro e mezzo più avanti ci sono altre due discariche, “Parco Saurino 1” e “2”, e la vasca di “Parco Saurino 3” mai utilizzata. Alle spalle, lo Stoccaggio di ecoballe di Pozzobianco. “Insomma, nel ventricolo sinistro della produzione di   elezione dell’agricoltura casertana – afferma Messina – sono state allocate 6-7milioni di tonnellate di rifiuti che costituiscono un bubbone gravissimo per l’economia, il territorio e l’ambiente”. “È evidente – dice Tessitore – che l’emergenza non è stata affatto risolta, solo spostata dalle città alle campagne”.  
di Valentina d’Amico
 
29 dicembre 2009

Sabaudia: il lago, i clan e la lotta di una famiglia perbene nel disinteresse generale

Imbarcazioni sequestrate sul canale romano
 
Al centro un lago, intorno il malaffare Sabaudia assediata dai clan

In provincia di Latina vogliono trasformare un parco naturale in un porto turistico
 
Strade diritte, strutture basse e geometriche, il palazzo del Comune al centro dell’abitato. Mattoncini a vista. Sabaudia, cento e passa chilometri a sud di Roma, paradigma, piccolo orgoglio dell’architettura fascista, meglio detta “razionalista”; set del film di Daniele Lucchetti “Mio fratello è figlio unico”, dove Riccardo Scamarcio ed Elio Germano fanno rivivere sullo schermo la vita di Antonio e Gianni Pennacchi. Di allora, del Ventennio, c’è ancora un certo gusto nella fede politica, con il “destra-centro” blindato a ogni elezione. In apparenza. In sostanza questa cittadina di circa 20mila abitanti, è inserita in una zona, la provincia di Latina, dove “la voce grossa la fanno i grandi gruppi malavitosi”, spiega Alessandro Panigutti, direttore di “Latina oggi”, il quotidiano locale più diffuso.  

E parliamo dei big di camorra, mafia e ’ndrangheta: dai “cinematografici” Casalesi (gli stessi di “Gomorra”, descritti prima da Saviano e poi da Garrone) ai Bardellino; dai Tripodo agli Alvaro fino a raggiungere gli Sciossionisti. Un quadro forte, dove la stessa Sabaudia dà il suo “piccolo” contributo: basta prendere le vicende di questi ultimi mesi. Uno dei consiglieri comunali di maggioranza, Rosa Di Maio, è attualmente imputata nel maxi processo al clan avellinese dei Cava a seguito di una inchiesta della Dda di Napoli; a suo padre, un mese fa, è stato sequestrato un immobile del centro per gravi abusi edilizi. Infine è stato scoperto un esteso giro d’usura legato ai campani e gestito da un funzionario comunale andato in pensione e poi richiamato dalla stessa amministrazione di Sabaudia.   In questa realtà, incastonato tra le dune, fronte mare, sorge il Lago di Paola: sette chilometri di lunghezza per 440 ettari di acqua, inserito nel Parco Nazionale del Circeo e uno dei quattro elementi costieri   di un complesso detto Zona Umida di Interesse Internazionale. È considerato Sito di importanza comunitaria dall’Europa: all’interno è stata rinvenuta una straordinaria villa Imperiale di Domiziano; alcune chiuse sono d’epoca romana. Bene, vogliono farlo diventare un porticciolo. E intorno edificare, e ancora edificare. Sono anni che ci provano e in parte ci sono anche riusciti: fino a qualche anno fa stazionavano circa 800 imbarcazioni e un cantiere navale aveva iniziato a costruire dei maxi-yacht da 36 metri. Poi marcia indietro.  

   L’ostacolo? La famiglia Scalfati, da generazioni proprietaria del lago, da quando, nel 1883, lo acquista dallo Stato italiano per svolgere delle attività ittiche. Sono loro, Anna e Andrea, madre e figlio, a fronteggiare, a ribattere colpo su colpo, dalla carta bollata, ai tribunali, fino a denunciare le minacce e i tentativi   di alcuni imprenditori e politici locali di portare a termine il progetto. “Ho scoperto sulla mia pelle tutti i modi per esercitare pressione su una persona: è veramente dura – racconta Anna, volto noto del Tg3 -. Pensi un po’, prima hanno provato a coinvolgerci, e ci sono riusciti con mio fratello, ora consigliere della maggioranza, poi quando è stato chiaro il mio no, è partita una campagna di delegittimazione durissima, anche a mezzo stampa. Con gran parte della popolazione del luogo schierata contro di noi, accusati di non voler offrire un rilancio economico della zona”. Ecco le intimidazioni, gli atti vandalici: “Hanno sfondato gli impianti di illuminazione, divelto alberi, insegne, danneggiato una delle chiuse   , ci hanno insultato e aggredito per strada”, incalza Andrea. Poi il provvedimento che ha aperto voragini tanto grandi quanto i dubbi sulla sua legittimità: il 7 agosto del    2009, il Tribunale Superiore delle acque, una branca semi-sconosciuta della Corte di Cassazione, in seguito a un’azione giudiziaria del Comune di Sabaudia, “ha emesso un’ordinanza che non solo non ha alcun precedente in Italia, ma che non trova neppure riscontro in dottrina, scrive Gaetano Benedetto – condirettore di Wwf Italia e presidente dell’Ente Parco del Circeo -. Il Tribunale attribuisce al Comune una podestà d’indirizzo in un ambito, quello del Regolamento del parco, che invece è specificamente dell’Ente gestore dell’area protetta”.

   In sostanza, secondo il Tribunale, il Lago è navigabile e il sindaco di Sabaudia può decidere le sue sorti, con un vincolo: convocare una conferenza di servizi nella quale   intervengono tutti i livelli dello Stato. Ci ha provato, e per ben due volte, ma non si è presentato nessuno, né la Regione né i tre ministeri coinvolti (Politiche Agricole, Ambiente e Beni Culturali). Comunque resta un fatto: “La tesi del Tribunale apre un meccanismo nel quale gli interessi collettivi diventano subalterni ad altri”, interviene Angela Napoli, deputata del Pdl ed esponente della Commissione antimafia. È lei ad aver portato la questione in Parlamento con un’interrogazione: “Sì, perché l’anomala situazione in cui versa il Lago potrebbe essere inquadrata, vista la prossimità dell’area, nelle vicende di abusi e illegalità per la presenza delle varie cosche. Vede, lì la realtà è veramente dura, con parte della magistratura locale che in questi anni ha preferito non vedere o è stata bloccata. L’esempio principe è Fondi (distante appena   40 km da Sabaudia, ndr): un Comune in odor di mafia, non sciolto (dal ministro Maroni, ndr) per infiltrazione e dove i poteri forti condizionano tutto”. Comunque “anche il caso del Lago dimostra – continua la Napoli – come, in questa zona, le istituzioni finiscono per intrecciarsi con un certo sistema affaristico, dove poi gli interessi criminali deturpano e incidono sul bene collettivo: l’altro giorno sono andata a Paola, e le garantisco che sono rimasta allibita da quanto visto e sentito”.

   “La questione criminalità in questa provincia parte da lontano e per anni ha fatto comodo a molti non vedere – interviene Alessandro Panigutti – . Qui prima è arrivata gente inviata al soggiorno obbligatorio, poi i pentiti di mafia a nascondersi, una parte di loro ha messo radici. Uno   per tutti: Frank Coppola, che ha soggiornato ad Aprilia, ha annusato l’aria, si è cresciuto qualche ragazzotto, ed è partito il suo business. Poi c’è un aspetto geografico: non siamo lontani dalla Campania, e la criminalità, si sa, cerca sempre nuovi sbocchi, così sono ‘sbarcate’ le grandi famiglie. Vede, tutti parlano dei Tripodo e dei loro affari su Fondi ma loro, oramai, sono la pagliuzza. La partita è molto più complessa e giocata sul traffico di droga e l’edilizia, ed è una partita trasversale che interessa la Provincia in tutta la sua estensione”.  

   E torna l’edilizia. “L’anno scorso la Provincia ha presentato un progetto di rivalutazione dell’area con in copertina l’immagine di un enorme yacht – racconta Andrea Scalfati -. Un progetto che avrebbe probabilmente aperto la strada a una corsa all’edilizia speculativa. Insomma, senza alcun interesse per gli aspetti naturali, la conservazione ambientale, l’attuale micro-clima. Niente”. Una botta di cemento e via. “La verità è che qui non c’è l’ombra di tessuto sociale – conclude il direttore di Latina Oggi -, non abbiamo radici: Latina ha solo 70 anni, e si vede”.

   A meno che non ci sia qualcuno, ostinato, pronto a dire “no”, e a “muso duro” come cantava Pierangelo Bertoli: “Un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro…”.  
di Alessandro Ferrucci IFQ
Barche a vele sul lago di Paola, a Sabaudia
28 dicembre 2009

La politica delle mafie

Stragi, nuove accuse
Minchiate a orologeria. Secondo lo stato maggiore del Pdl le parole di Gaspare Spatuzza su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi non sono credibili perché arrivate fuori tempo massimo: “I magistrati hanno chiesto per Spatuzza il programma di protezione solo dopo che il pentito ha fatto i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”, ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano davanti a 5 milioni di spettatori ad Anno zero. Mentre per il capogruppo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, Spatuzza non è credibile quando parla di una trattativa tra la mafia e il duo Berlusconi-Dell’Utri perché le sue accuse arrivano 11 anni dopo il suo arresto e ben 15 anni dopo i fatti.

   I due esponenti del Pdl dovranno trovare altri argomenti per smontare le parole di Spatuzza.   Il programma di protezione per Spatuzza, infatti, è stato chiesto dalla Procura di Firenze il 28 aprile 2009 e quella di Caltanissetta ha dato il suo ok solo una settimana dopo. Mentre il primo verbale nel quale il pentito accusa Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri arriva due mesi dopo: il 18 giugno. Il baratto scellerato ipotizzato da Mantovano quindi, per dirla alla siciliana, è una minchiata. Non solo, è una minchiata in mala fede. Il programma di protezione è stato approvato il 23 luglio, un mese dopo le dichiarazioni di Spatuzza su Berlusconi, perché la Commissione ministeriale ha perso tempo per dare il via libera. E, purtroppo per lui, a presiedere quella commissione è proprio il sottosegretario Mantovano. Anche la storia delle dichiarazioni   a orologeria che arrivano all’improvviso dopo 11 anni si rivela una seconda “minchiata” in mala fede per chi conosce gli atti.

   Quando l’attenzione delle televisioni sarà scemata, due pentiti meno famosi di Spatuzza saranno chiamati a confermare le sue parole. Sono Pietro Romeo e Giovanni Ciaramitaro e i verbali delle loro dichiarazioni rese negli anni passati smentiscono la favoletta dell’improvvisa illuminazione di Spatuzza. Purtroppo il direttore del tg1 Augusto Minzolini quel giorno sarà distratto e non dedicherà un editoriale alle loro parole, come ha fatto quando i boss non pentiti Filippo e Giuseppe Graviano hanno fatto semplicemente il loro mestiere smentendo Spatuzza. Eppure le loro parole sono molto più interessanti perché arrivate in tempi non sospetti. Proprio per questa ragione, il pm Antonino Gatto ha chiesto di ascoltarli nel processo di appello a Marcello   Dell’Utri.

   Giovanni Ciaramitaro è un semplice manovale della cosca di Brancaccio guidata dai fratelli Graviano. Nonostante il suo basso livello gerarchico, però la testimonianza di questo killer condannato per le stragi è ritenuta interessante perché risale al lontano 1996. Ciaramitaro ha raccontato che un mafioso di livello più alto, Francesco Giuliano, gli riferì le confidenze ricevute dai boss: “Berlusconi è amico nostro è quello che ci serve per aggiustare le leggi sulle carceri. Quando diventerà presidente del consiglio ci farà le leggi”.

   Ciaramitaro spiega poi che, in quell’occasione con Giuliano parlarono anche della strategia della mafia nel 1993-94. Giuliano gli avrebbe spiegato “noi   dobbiamo fare le stragi e poi Berlusconi proporrà di togliere il 41 bis (il regime carcerario di isolamento per i mafiosi ndr). Io gli chiesi: “Ma allora il politico che avevate in mano è Berlusconi?”. E lui mi rispose: ‘sì è Berlusconi’”. L’altro pentito che il procuratore generale Nino Gatto ha chiamato a deporre nel processo Dell’Utri è   Pietro Romeo. Anche lui è un picciotto di basso livello che aveva il ruolo di artificiere e ladro di auto nel commando che si occupò delle stragi. Ma anche nel suo caso è la data a rendere interessante il suo verbale, depositato al processo Dell’Utri. Il 14 dicembre del 1995, quando Spatuzza non era stato ancora arrestato, Romeo   ha raccontato ai magistrati di Firenze che il boss Giuseppe Graviano già nel 1993-1994 aveva raccontato il vero movente delle stragi ai suoi uomini più fidati, come Francesco Giuliano. Quelle parole poi erano state riportate ai livelli più bassi ed erano così giunte alle orecchie di Romeo.

   Quando Romeo chiese a Giuliano “‘scusa ma perché dobbiamo fare tutti questi attentati al nord?”. Il mafioso che era più vicino di lui ai boss rispose “che prima di essere arrestato Giuseppe Graviano aveva raccontato a Giuliano e ad altri che bisognava fare gli attentati di Roma Firenze e Milano e che un politico a Milano gli diceva che così andava bene e che dovevano mettere altre bombe.   Questo colloquio ci fu mentre eravamo io e Giuliano da soli in auto, dopo il fallito attentato a Contorno del 14 aprile 1994”. Dalla lettura di questo primo verbale è evidente la ritrosia del pentito a entrare nei dettagli su un tema così delicato. Però il 29 giugno del 1996 (un anno prima dell’arresto di Spatuzza e 12 anni prima del suo pentimento) Romeo cita l’uomo che allora era il numero due della cosca. Quando il pubblico ministero Alfonso Sabella gli chiede “lei nel precedente verbale il nome del politico non ce l’ha fatto. Ora ci vuole dire qualcosa di più?”. Romeo risponde: “Io quel nome l’ho sentito da Spatuzza. Un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza in un campo di mandarini a Ciaculli. Quel giorno Giuliano disse:   ‘ma sarà Andreotti il politico che ha fatto mettere tutti questi esplosivi?’ E Spatuzza rispose: ‘no’. Così è nato questo discorso. Allora Giuliano fece il nome di Berlusconi e Spatuzza disse che quel politico era Berlusconi. Il colloquio avvenne intorno a ottobre del 1995”. Poi Romeo ricorda un altro particolare: “Spatuzza alle elezioni mi diede un bigliettino per un candidato di Forza Italia, ma non ricordo chi fosse”. Dopo il pentimento di Spatuzza e il suo primo verbale nel quale il pentito accusa Berlusconi (a giugno 2009) Romeo e Ciaramitaro sono stati risentiti. E hanno confermato le loro accuse. Romeo e Ciaramitaro in quei verbali lontani dicono più di Spatuzza.   Mentre l’ex reggente del mandamento di Brancaccio (che dispone di informazioni di prima mano provenienti dal boss Graviano) non arriva mai a definire Dell’Utri e Berlusconi mandanti delle stragi, i due picciotti sostengono addirittura che “il politico di Milano” aveva deciso persino gli obiettivi da colpire nel 1993.

Le loro informazioni però erano di terza mano e questa imprecisione, secondo i pm, non è una smentita della loro credibilità. Ma una conferma.
 
di Marco Lillo IFQ
Il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri
 
Sicilia, i giovani del Pdl regalano il libro antimafia ai loro big
 Un blitz speciale, alla vigilia di Natale. Giovani col berretto di Santa Claus hanno portato doni ai deputi dell’Assemblea regionale siciliana. Regali provocatori e goliardici per “una classe politica assolutamente inadeguata al momento” come racconta Mauro La Mantia, presidente regionale della “Giovane Italia”, l’associazione giovanile del Pdl. E per tutti i componenti dell’Ars anche una “buona lettura natalizia”: una copia de “I complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez, il libro che ricostruisce le collusioni fra la mafia e la classe politica durante la latitanza di Bernardo Provenzano. “È un libro importante – spiega La Mantia – dove si vede come i partiti, in maniera trasversale, non sono immuni da certe frequentazioni. Questo per dire che bisogna sempre stare con gli occhi aperti, perché la mafia esiste nel quotidiano   . Uno di Milano – continua – in campagna elettorale ci può cascare, ma non un politico del posto che deve sapere con chi ha a che fare. E la classe politica citata nel libro, è la stessa che sta al governo. Poi ci sono certi fatti che, al di là del rilievo penale, dimostrano come chi fa politica non può permettersi di fare affari con certa gente”.

   Quindi mentre all’Ars il presidente dell’assemblea procedeva al consueto scambio di auguri, ecco arrivare i giovani del Pdl. Nei loro pacchi-dono ce n’è per tutti. La camomilla, per riportare alla calma molti politici regionali. Viaggi a Lourdes per i deputati del Pdl perché “solo un miracolo li può cambiare”. Il pallottoliere per il presidente Raffaele Lombardo e l’Mpa, “perché hanno perso il conto delle persone piazzate nel sottogoverno regionale”. Una bussola per il Pd, per orientarsi e capire se fanno opposizione o entrano nel governo   . Ai deputati dell’Udc una camicia di forza, “da buoni vecchi democristiani, avendo perso il potere alla Regione e in ambito nazionale, hanno attacchi di follia”. Poi anche i “Ghostbusters” indirizzati particolarmente ai componenti della commissione statuto, “presieduta da uno dei nostri e finita sui giornali perché non si riunisce mai e ci costa migliaia di euro senza che produca nulla. Noi dovremmo dare – dice La Mantia – l’esempio e non produrre scandali degni della prima repubblica”. Infine anche una lista dei laureati palermitani. “Non c’è più un concorso, hanno piazzato tutte le persone in tutti i posti disponibili. A questo punto, se devono raccomandare qualcuno, che sia una persona valida, invece di lasciare che i giovani vadano via dalla Sicilia”. Poi, come detto, “I complici”, perché della necessità di rottura dei legami con Cosa nostra “se n’è accorta la società civile, la magistratura, le forze   di polizia e anche la classe imprenditoriale, ma la classe politica è in netto ritardo. E un governo debole, come quello che abbiamo, non fa che aiutare la mafia. Oggi più che mai il Pdl dovrebbe darsi da fare e invece litigano e per cosa? Per le poltrone”. A fronteggiarsi i “lealisti” fedeli alla coppia Alfano-Schifani e i “ribelli” di Micciché. “Su cosa si dividono? Sul modo di gestire l’economia in Sicilia? Sulle riforme? No, è un problema di poltrone. Per questo diciamo che è una classe inadeguata al momento”. Mentre loro, i giovani del Pdl, hanno voluto dare una scossa. “Abbiamo voluto prendere in giro tutti i partiti ma abbiamo voluto dimostrare di più, perché scommetto che i giovani del Pd una cosa del genere non l’avrebbero mai fatta: criticare il proprio stesso partito e irriderlo pubblicamente”. Perché – conclude La Mantia – “noi non abbiamo peli sulla lingua”.    
di Andrea Cottone IFQ
Il presidente del Senato Renato Schifani
27 dicembre 2009

I rottweiller della Costituzione

Michele Giuseppe Vietti
 
Qualche tempo fa partecipai a una trasmissione televisiva tra i cui ospiti c’era Giovanardi. Si parlò di immigrazione e sicurezza. Feci osservare che bisognava stare attenti a emanare leggi suggerite da ideologie o calcoli elettorali o anche solo da pulsioni istintive. Ricordai che la legge Bossi-Fini era stata in molte parti dichiarata incostituzionale e che anche la più solida delle maggioranze deve uniformarsi ai principi della Costituzione. Giovanardi quasi non mi fece finire e mi abbaiò contro: e noi dovevamo riproporle quelle norme, con altre parole, in altra forma, questa era la linea del governo e questa doveva essere attuata. Così mi fu chiaro cosa fosse per questa gente la Costituzione: un ostacolo da superare, magari con furbizie semantiche, truffandola. Da allora è passato almeno un anno e le cose sono cambiate. In peggio. Oggi Vietti, entusiasticamente appoggiato non solo da B&C ma da gran parte dell’opposizione (?) fornisce lo strumento che dovrebbe permettere a B di non essere condannato per corruzione dell’avv. Mills: la nuova versione del legittimo impedimento. Non è molto diverso da quello presentato da Brigandì, un po’ meglio scritto (Vietti fa davvero l’avvocato), anch’esso incostituzionale; come tutti gli altri progetti di legge che si stanno misurando con l’art. 3 della Costituzione, quello che dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge; e che, naturalmente, non è facile superare.   Ma non è della evidente incostituzionalità di quest’ultimo progetto che voglio parlare: c’è ben altro. Racconta Luca Telese su “Il Fatto” che Vietti così si sarebbe espresso: “Un testo-ponte…, che dichiarandolo apertamente, costruisce una moratoria di 18 mesi che permetta al premier di svolgere serenamente le sue funzioni, e al Parlamento di fare, nel frattempo, una legge costituzionale”. E se fosse incostituzionale? dice Telese: “Penso di no. Ma in ogni caso, la soluzione politica ci sarebbe comunque. Perché prima che il testo possa essere bocciato dalla Corte, si avrebbe in ogni caso il tempo di fare una legge costituzionale”. Proviamo a dirla con altre parole: “A noi servono 18 mesi per fare un Lodo Alfano costituzionale; inseriamo nella Costituzione l’impunità per Berlusconi e così avremo sventato ogni rischio di processi penali. Però adesso c’è il problema del processo Mills: come lo blocchiamo? Facciamo una legge incostituzionale, tanto, prima che la Corte la dichiari tale e B si ritrovi in mezzo al guano, avremo risolto il problema”. Ecco: un avvocato, un parlamentare della Repubblica, uno che ha   giurato fedeltà alla Costituzione, uno che sa di diritto, consapevolmente propone una legge che dubita possa essere incostituzionale; tanto, dice, poi modificheremo la Costituzione, B sarà definitivamente al riparo da processi e condanne e della mia legge, costituzionale o no che sia, non si avrà più bisogno. Un po’ come se taluno rubasse alla sua vecchia madre; tanto, si giustifica, tra poco morirà e tutto sarà legalmente mio. Tutto questo è possibile perché gente come Letta e Bersani ha spiegato che B&C hanno diritto di difendersi DAI processi; e perché gente come D’Alema ha detto che gli inciuci sono un metodo politico accettabile. Sicché la loro complicità nell’approvazione del Lodo Alfano Costituzionale è stata garantita. L’opposizione (?) dice che si deve superare il clima di contrapposizione etc.; e che si deve iniziare un percorso di riforme condivise etc.; e che quindi bisogna cooperare etc. Dovrebbero ricordare quello che disse Churchill dopo la conferenza di Monaco che, come è noto, regalò i Sudeti a Hitler: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.
di Bruno Tinti Il Fatto Quotidiano
24 dicembre 2009

L’amore vince su tutto: Accuse contro la Chiesa Cattolica per abusi sessuali su minori

Centinaia di abusi sessuali su bambini compiuti per 40 anni da sacerdoti nei riformatori di tutta l’Irlanda e coperti “in maniera quasi ossessiva” dalla Chiesa.

E’ la denuncia di un rapporto pubblicato dalla Commissione di inchiesta dell’Arcidiocesi di Dublino, presentato dal ministro della Giustizia Dermot Ahern, che accusa senza mezzi termini i vertici della Chiesa cattolica di non aver punito le pratiche pedofile di alcuni suoi membri ma, al contrario, “di averli coperti almeno fino a metà degli anni Novanta per evitare lo scandalo e proteggere la reputazione della Chiesa”.

“Tutte le altre considerazioni – prosegue il rapporto – incluso il benessere dei bambini e la giustizia da rendere alle vittime furono subordinate a queste priorità”. “Il rapporto – ha spiegato il ministro – elenca tutti i mali commessi nel nome di ciò che invece era perversamente definito uno dei beni più grandi”.

Il rapporto, di 700 pagine e che si occupa di 46 preti, era stato commissionato dal governo per indagare sugli abusi sessuali commessi tra il 1975 e il 2004.

Secondo quanto anticipato dal ‘Telegraph’ quattro arcivescovi, tra cui il cardinale Desmond Connell, verranno citati per come hanno gestito centinaia di accuse contro i sacerdoti senza allertare in alcun modo la polizia bensi’ nel totale rispetto della politica “non chiedere, non dire”. Al contrario i preti sospettati venivano dalla Chiesa “spostati da una parrocchia all’altra”. “Qualsiasi sia la ragione storica e sociale per questi fatti – ha detto il ministro – il governo, per conto dello Stato, si scusa senza riserve”.

L’indagine, partita nel marzo 2006, è stata completata il 21 luglio scorso per essere mandato per due volte consecutive davanti alla Corte costituzionale per evitare accuse che avrebbero potuto pregiudicare procedimenti già in corso.

Alla base dell’inchiesta anche 320 denunce. Si tratta comunque della terza inchiesta aperta sul caso in quattro anni.

http://www.amicib.org

24 dicembre 2009

L’amore vince su tutto. I terremotati d’Abruzzo e le bugie.

Ancora bugie, ma iniziamo a stancarci sul serio
 
Non ho la televisione a casa, quindi capita che io mi perda perle come quelle pronunciate dall’onnipresente Bertolaso due sere fa al TG2. Con espressione angelica il Berty nazionale ci comunica questi dati:
  • 17.000 persone già alloggiate nelle C.A.S.E.;
  • 18.000 già alloggiate o da finire da alloggiare nei M.A.P.;

Il suo compito è terminato, dice.

Tanto per cambiare noi abbiamo dati differenti…

  • meno di 10.000 persone nelle C.A.S.E. e dopo discuteremo dello stato delle stesse;
  • meno di 5.000 nei M.A.P.;
  • 22.000 persone sfollate al mare, o comunque in località lontane, quasi tutte con case che presentano danni leggeri;
  • emergenza ancora in atto e, date le temperature, ancora più emergenza;
  • economia Aquilana devastata.

Questo post mi risulta ostico da scrivere, non so veramente da dove partire… partiamo allora dalle famigerate C.A.S.E. di cui tanto si parla e di cui molto si è scritto e celebrato a sproposito. Iniziamo con qualche foto:

Queste sono le C.A.S.E. come ci vengono mostrate in tv o sui giornali. Analizziamole da vicino: appartamento per 4 persone, meno di 50 mtq., una camera da letto e un divano letto in soggiorno. Ogni appartamento è arredato in modo identico agli altri, corredato di ogni cosa dalle lenzuola ai piatti, dagli asciugamani ai vasi da fiori. Qualcuno potrebbe pensare che questa è una bella cosa, nessuno può lamentarsi che altri abbiano avuto di più. Invece è la morte della libera scelta. Molte di queste persone avrebbero certamente gradito di più un buono acquisto che gli permettesse, almeno, di scegliersi le suppellettili, magari non tutti amano le lenzuola bianche o i piumoni norvegesi. Qualcuno avrebbe scelto dei coltelli di un tipo, altri diversi. In ogni caso la scelta di un buono acquisto, presso uno o più negozi aquilani, avrebbe favorito, pur in minima parte, l’economia della città stessa.

Ci si ritrova invece in una struttura standardizzata, proveniente da fuori regione, che nulla di buono ha apportato all’economia della città, e che finisce per standardizzare gli stessi occupanti. Il libero arbitrio non esiste più, nemmeno sulla scelta della ciotola per le insalate. Non so nemmeno se valga la pena parlare degli spazi, basta guardare nella foto della camera il passaggio intorno al letto.

Andando oltre vediamo come si comportano queste C.A.S.E. alla prova inverno; in alcune strutture non si può parcheggiare negli appositi posti auto sottostanti la struttura. Perchè? Purtroppo i lavori fatti in fretta spesso sono fatti male, capita quindi che il cemento della struttura coli sulle macchine parcheggiate rovinandole… i più fortunati hanno solo dovuto sostituire i cristalli.

In uno dei complessi di Bazzano, dove a parte i pilastri portanti c’è solo cartongesso, da un appartamento d’angolo è possibile sentire ciò che accade in ogni altro appartamento della palazzina. Le chiamano pareti di cartavelina… la privacy è un optional e pare di essere tornati nelle tende, dove quando uno russava tre tende oltre la tua si resta comunque svegli.

A Preturo ci viene segnalato un appartamento nel quale, con riscaldamento al massimo, non si riescono a superare i 15°; il problema è lo stesso di prima, cartongesso al posto di cemento. Sempre nello stesso condominio ci segnalano infiltrazioni di acqua tra struttura portante e pareti… indovinate di che materiale? Ma sempre il cartongesso!

Un discorso a parte meritano queste foto, che ci arrivano dal complesso di S.Antonio:

Photobucket

Photobucket

Queste sono le immagini di un bagno, nuovo, in un appartamento del progetto C.A.S.E.. Quando le ho viste ho pensato fossero le solite infiltrazioni di acqua che tanti residenti di questi appartamenti strafighi ben conoscono, e invece no. E’ semplicemente l’intonaco fatto male, che si sgretola… li chiamano complessi durevoli, ma stanno già cadendo a pezzi dopo nemmeno un mese.

E teniamo sempre a mente l’economia della città, nella quale il 65% delle vecchie attività commerciali, industriali ed artigianali sono ancora chiuse…

Eh già Berty, l’emergenza è proprio finita…

Edit: lo stavo già per postare, ma leggo sul Il Capoluogo:

“…nel telegiornale di Canale 5 dell’ora di pranzo del 20 dicembre, il cronista nel riportare la notizia dello stile di vita delle città italiane, a conclusione della stessa ha affermato, “…anche a L’Aquila, dopo il sisma, è migliorato il livello di vita”. Stop, fine del servizio.”

Ecco, io non auguro mai il male a nessuno, ma a questa giornalista, al suo redattore e ad ogni persona coinvolta in questa roba abominevole, auguro di passare 15 giorni, sotto la neve, con temperature ben sotto lo 0, in un pollaio, come fa ogni giorno Linda con la sua famiglia, riscaldandosi con una stufetta a gas e vivendo tutto il giorno dentro un sacco a pelo. O in alternativa in un container da cantiere, che con la stufetta al massimo raggiunge i 9°, magari dovendo anche percorrere 40 km per andare al lavoro nel traffico pazzesco de L’Aquila, che ti fa rimpiangere Milano. Così magari capiranno bene la qualità della vita a L’Aquila.

TG5, siete un branco di buffoni, non che mi aspettassi altro, ma un minimo di dignità ritrovatela, per voi stessi, se fossi figlia di uno di voi mi vergognerei come una ladra!

di Monique terremoto09.wordpress.com

Le tasse pagate solo da chi non può pagarle
 
”Le bugie del Governo hanno le gambe corte. La vicenda degli aiuti per le vittime del terremoto in Abruzzo e’ grave e dimostra, ancora una volta, che l’Esecutivo continua a vendere fumo alle spalle dei cittadini abruzzesi”. E’ il commento di Antonio Di Pietro, Presidente dell’Italia dei Valori, all’annuncio di Bertolaso che solo le categorie a rischio potranno beneficiare della proroga della sospensione del pagamento delle tasse.

”E’ la solita presa in giro – spiega Di Pietro – infatti, nella bozza di decreto e’ scritto che le categorie a rischio sono solo i titolari di reddito di impresa o di lavoro autonomo. Per Berlusconi i lavoratori, i cassaintegrati, i precari, i pensionati che sopravvivono con poche centinaia di euro al mese, con la casa distrutta e con i figli disoccupati non sono categorie a rischio”. ”Insomma, anche in questo caso – aggiunge Di Pietro – sul pagamento delle tasse per gli aquilani, Berlusconi si pone al di sopra della legge e della Costituzione. Per questo Governo – prosegue Di Pietro – i cittadini aquilani non hanno la stessa dignita’ sociale e non sono uguali di fronte alla legge rispetto a tutte le altre popolazioni terremotate che hanno beneficiato di anni di sospensione nel pagamento delle tasse e di anni per poterle restituire. Devono arrangiarsi e pagare le tasse per finanziarie il ponte sullo Stretto di Messina o le centrali nucleari. L’Italia dei Valori – conclude il leader dell’IdV – e’ pronta ad assumere a livello locale e parlamentare le iniziative piu’ forti di protesta per impedire che Berlusconi consumi questo ennesimo scempio”.

23 dicembre 2009

L’amore vince su tutto: come una incompetente gestisce il ministero dell’Ambiente

Prestigiacomo: il danno di governare

C’è qualcosa di offensivo nel comportamento  di un ministro dell’Ambiente, in un paese  non secondario come l’Italia, che è  sempre lontano dal suo lavoro, che si occupa   esclusivamente di propaganda politica. C’è  qualcosa di disonesto nel fregiarsi di quell’incarico    solo per andare in televisione ad esaltare i successi  inesistenti del suo ministero e del governo di cui fa  parte.

L’offesa – o meglio ancora lo scandalo – non  sta in ciò che non fa. Questo è un tratto che condivide  con molti altri componenti del gruppo  chiassoso detto “Consiglio dei ministri” di Berlusconi.  Offesa e scandalo sono per l’azione distruttiva condotta,  non si sa con quale visione e in obbedienza a  quali ordini, contro le strutture scientifiche di cui il  ministero italiano dell’Ambiente dispone. Erano, fino  a poco tempo fa, fra le migliori del mondo.

Sto  parlando del ministro Stefania Prestigiacomo, che  ha fatto persino dichiarazioni sul futuro dell’ecosistema, nel suo andare e venire dal Summit di Copenaghen.

E intanto ha lasciato sul tetto dell’Ispra,  senza un incontro, senza una parola, i migliori ricercatori  italiani che cercano di difendere il loro  lavoro. Molti hanno fatto esperienza scientifica nel  mondo. Molti sono ai più alti livelli universitari, in  centri di ricerca italiani e internazionali. Quei ricercatori  sono un patrimonio, quanto a competenza scientifica (dagli oceani ai ghiacciai, dal cielo alla  terra) di ciò che chiamiamo Ambiente, e che, in  realtà è la vita di tutti. Ma l’intero talento scientifico  di cui dispone l’Italia ha perso il contratto, o sta per  perderlo alla fine di quest’anno.

Difficile crederlo,  ma nonostante le qualifiche altissime, sono tutti, da  sempre, precari, molti da più di 10 anni, accumulando  un vero patrimonio di esperienza e conoscenza.  Adesso la decisione di qualcuno (Tremonti?  Brunetta?) è “precari basta”. E’ sempre un’ing iustizia.  In questo caso è un delitto. L’Ispra è “Istituto  Superiore per la Protezione e la Ricerca dell’Ambiente”. Squadre di scienziati sono da 30 notti di  questo loro ultimo inverno professionale sul tetto  del loro istituto a difendere il loro prezioso lavoro.

Ogni sera si sparge la voce che arriverà la polizia per  costringerli ad andarsene. Il ministro non è arrivato e non arriverà. Lei va a “Porta a Porta”dove nessuno   avrà il cattivo gusto di chiederle notizie dello scandalo Ispra. Per lei bisognerà rivedere il giudizio.

Questo ministro dell’Ambiente è inutile se si tratta di competenza nel governare. Ma è attivo ed efficace  quando il compito è distruggere. Dopo di lei,  al ministero dell’Ambiente, non ci saranno che le  rovine delle migliori carriere scientifiche italiane.

di Furio Colombo

23 dicembre 2009

L’amore vince su tutto. Palestina: i “valori” occidentali e i “pezzi di ricambio” che servivano ai soldati israeliani

Il muro voluto dagli israeliani per dividere Isreaele e Palestina

Palestinesi usati come ‘pezzi di ricambio’ dei soldati israeliani

Nazareth. Il deputato palestinese nel parlamento israeliano Ahmad at-Tibi, capogruppo del Blocco Arabo Unito, ha rivelato che negli anni Novanta l’Istituto medico forense israeliano “Abu Kabir” ha "prelevato frammenti di tessuto cutaneo, cornee, ossa, e talvolta valvole mitraliche, dai cadaveri dei palestinesi uccisi dagli israeliani, per trapiantarli ai soldati israeliani".

At-Tibi ha affermato che "nella serata del 18 dicembre 2009, il secondo canale della televisione israeliana ha trasmesso un dossier contenente registrazioni audio del direttore dell’Istituto Abu Kabir mentre raccontava alcune realtà che non sono state rese pubbliche in passato e che confermano che negli anni Novanta dai cadaveri arrivati presso l’Istituto sono stati estratti frammenti di tessuto cutaneo (dalle schiene, in particolare, per trapiantarli a soldati feriti o ustionati), senza il consenso delle famiglie dei defunti".

Egli ha anche detto che il rapporto ha evidenziato che il responsabile di questo progetto era l’ufficiale dell’Esercito Aryeh Eldad, attualmente deputato del Parlamento israeliano.

Nello speciale della tv israeliana è stato confermato che dai cadaveri sono state prelevate le cornee. Nancy Scheper-Hughes, docente all’Università di Berkeley, ha incontrato dieci anni fa il direttore dell’Istituto e ha registrato i suoi discorsi su questi fatti. Ha detto alla televisione israeliana: "È vero che le cornee ed i tessuti cutanei venivano presi dai palestinesi e dagli israeliani, ma il fatto grave è che la pelle veniva presa dai palestinesi e poi applicata ai soldati israeliani loro nemici".

At-Tibi ha dichiarato: "Possono prelevare da israeliani per altri israeliani, ma con il consenso della famiglia, ma come si fa a prelevare gli organi di palestinesi per i soldati che li hanno uccisi?!". “Tuttavia gli israeliani non uccidono un palestinese per prendergli gli organi, ma perché lotta o manifesta contro di loro, poi ne approfittano per prelevare dal suo cadavere gli organi e trapiantarli ai soldati israeliani, come hanno rivelato sia il secondo canale israeliano che gli stessi funzionari dell’Istituto".

Ha poi aggiunto: "Tutto ciò si ricollega all’inchiesta del giornalista svedese pubblicata alcuni mesi fa su fatti simili e che ha fatto infuriare il governo israeliano, il suo ministro degli Esteri Lieberman e tutti i media israeliani”.

At-Tibi ha affermato che, a seguito di fatti simili, qualche anno fa aveva presentato un’interrogazione all’allora Ministro della Sanità israeliano Nissim Dahan: quest’ultimo non confermò né smentì il contenuto dell’interrogazione, ovvero se istituti israeliani prelevavano organi dai cadaveri  palestinesi senza il consenso delle loro famiglie. Vi si riferiva che i tessuti cutanei pelle venivano depositati in un’apposita “banca”, dalla quale venivano poi prelevati per essere trapiantati a soldati israeliani ustionati o feriti durante le operazioni militari contro i palestinesi.

At-Tibi ha chiesto agli israeliani, e in particolare al Ministero degli Affari Esteri, di scusarsi con il giornalista del quotidiano svedese “Aftonbladet” per tutti gli attacchi lanciatigli contro due mesi fa, quando aveva rivelato il turpe fenomeno dello sfruttamento degli organi di palestinesi uccisi da parte degli israeliani.

www.infopal.it

22 dicembre 2009

L’amore vince su tutto. Australia: la civiltà cristiana che non si fermò nemmeno a Natale

Un centinaio di aborigeni si raccoglie davanti al Parlamento di Darwin, la capitale amministrativa del Territorio del Nord. È il Giorno del perdono, il National Sorry Day, celebrato in tutta l’Australia in memoria della «generazione rapita». Per oltre un secolo e fino alla fine degli anni ’60, i piccoli meticci, incrocio tra aborigeni e bianchi, sono stati strappati alle loro madri, per ordine del governo, e consegnati a orfanotrofi, missioni o famiglie affidatarie ritenute capaci di farne «dei perfetti piccoli australiani» (1). «Keep Australia white» – «L’Australia ai Bianchi» – è la parola d’ordine di quegli anni, quando, dopo il genocidio perpetrato dai primi coloni o la semi schiavitù praticata nelle riserve, non resta che l’assimilazione forzata fin dalla culla per vincere la resistenza di quei «sub – umani» e far loro dimenticare da dove vengono e chi sono.
Nel 1937, la Conferenza del Commonwealth sulla situazione degli indigeni si era espressa con molta chiarezza: «Il futuro dei meticci aborigeni consiste nella loro totale assimilazione …». Nel 1951, ribadiva le sue posizioni: «Il fine ultimo è l’assimilazione. Fino a quando tutti gli aborigeni non vivranno come un qualsiasi australiano bianco».
Polizia e «protettori» erano autorizzati a fare incursioni nelle comunità e portare via tutti i bambini di pelle chiara. Non potendo fare altro, le madri aborigene tingevano il viso dei loro piccoli col carbone, o li mandavano a nascondersi nel bush (2)….
Gli chief protectors, nominati da ogni stato, diventavano i tutori ufficiali dei bambini meticci fino a diciotto anni. Alcuni dei loro rapporti sono eloquenti: «Non ci penso due volte a separare un bambino meticcio da sua madre. Passati i primi momenti di disperazione, queste donne dimenticano rapidamente la loro prole (3)» (ispettore James Idell. 1905). «I bambini vengono protetti dalla nefasta influenza degli accampamenti aborigeni, dove regna l’immoralità e si propagano le malattie infettive (4)» (chief protector Cook. 1911)….
A Darwin, si organizza una processione. Con estrema serietà ognuno dei presenti firma il registro contenente i nomi di tutti i bambini rapiti. Una vecchia aborigena singhiozza. Dal microfono viene chiesto un minuto di silenzio per i morti della generazione rapita. Poi si attende. Tutti gli sguardi sono rivolti verso il sontuoso ingresso del Parlamento. Ma nessun bianco ne uscirà, tutti, deputati o ministri che siano, hanno disertato l’appuntamento. Alla tristezza subentra la collera. «Sono nauseata», esplode Marjorie, una bella donna dallo sguardo ardente, figlia di un afgano e di un’aborigena, strappata alla famiglia e alla comunità di Philip Creek – in pieno bush – insieme ad altri quindici bambini d’età variabile da uno a cinque anni ….
Aveva tre anni, era il 1952 e l’Australia andava fiera della sua giovane democrazia…
«Quando si accorgeranno che siamo esseri umani come loro, e che la peggior sofferenza che si possa infliggere a una madre è quella di toglierle il figlio?» Marjorie ha ritrovato le sue compagne di orfanotrofio.
Hanno organizzato un grande picnic a due passi da Dixon Home, dove hanno vissuto fino all’adolescenza. «Erano tutta la mia famiglia.
Ci avevano detto che le nostre madri ci avevano abbandonate, che i nostri genitori erano poveri e analfabeti, incapaci di prendersi cura di noi… Non sapevamo di essere aborigene, non ci rendevamo neppure conto di non essere bianche, che la nostra pelle era colorata: sono stati dei vicini a dirmelo! Al pensionato, hanno cancellato tutto dalla nostra memoria e quando pensavo alla mia prima infanzia, mi trovavo di colpo di fronte ad un buco nero, mi sentivo svuotata…».
È solo all’inizio degli anni ’90 che viene fatta piena luce sul dramma della generazione rapita. Il governo laburista di Paul Keating lancia in quegli anni una grande inchiesta dal titolo inequivocabile, «Bringing Them Home». La ricerca inizia nel 1994 con La Going Home Conference che riunisce a Darwin seicento aborigeni strappati alle loro famiglie.
Nell’aprile 1997, il rapporto è reso pubblico: riconosce che dal 1885 al 1967, dal 30 al 50 % dei piccoli aborigeni – cioè dai 70.000 ai 100.000 bambini – sono stati strappati alle loro madri e affidati alle istituzioni.
Le testimonianze sono schiaccianti e scuotono il paese. Link up, associazione di aborigeni della generazione rapita, che aiuta i suoi membri a ricostruire il proprio albero genealogico, a ritrovare la famiglia e la comunità d’origine, conclude con queste parole: «Ora possiamo tornare a casa nostra, ma non ci è dato rivivere la nostra infanzia. Possiamo ritrovare padri e madri, fratelli e sorelle, zie e zii, il nostro clan, ma non rivivremo mai più i venti, trenta o quarant’anni in cui siamo stati privati del loro amore e delle loro cure; né loro potranno cancellare l’orrore e la disperazione di essere stati separati da noi. Possiamo ritrovare la nostra identità aborigena, ma non si cancelleranno le ferite inflitte al nostro corpo, al nostro cuore e alla nostra anima da chi si è prefisso di eliminarci in quanto popolo».
Tuttavia, nonostante la forza della requisitoria, l’importante per gli aborigeni è che venga loro presentata ufficialmente una richiesta di perdono che riabiliti la storia del loro popolo, ne riconosca l’identità e ne ripristini la dignità. Ma nel 1996, Paul Keating, troppo progressista per il suo paese (caldeggiava la Repubblica e favoriva legami con l’Asia più che con l’Europa) lascia il posto a John Howard e ad un gabinetto molto conservatore, che ha i suoi referenti sociali tra la gente delle campagne, tradizionalisti di ogni tipo e una sonnolenta middle-class.
Cala il silenzio sia sul perdono che sulla creazione di un tribunale speciale incaricato di indennizzare le vittime. Quanto alle somme già stanziate, i due terzi finiscono nelle tasche di burocrati e avvocati bianchi che avviano processi interminabili… e infruttuosi.
L’11 agosto 2000, la Corte federale rifiuta la richiesta di due vittime della generazione rapita. Il giudice non ritiene di dover prendere in considerazione le sessanta testimonianze, i tremila documenti e lo spaventoso trauma dei due querelanti: «Il loro rapimento non contrastava con le leggi allora in vigore».
«Terra di nessuno» Nonostante le reiterate critiche della Commissione dei diritti umani dell’Onu, John Howard – per bocca del suo ministro degli Affari aborigeni – nell’aprile 2000, osa dichiarare: «Non più del 10% dei bambini aborigeni è stato separato con la forza dai genitori – e alcuni per ottime ragioni. Non si tratta dunque di una generazione, ma solo di alcune decine di famiglie da studiare caso per caso». Questa volta la falsificazione della realtà è troppo grossolana e, il 27 maggio, all’indomani del Sorry Day, sul ponte di Sydney viene organizzata una grande marcia. In due ore, una folla di 200.000 persone, neri e bianchi che camminano tenendosi per mano, invade il mitico Harbour Bridge. Lo stupore è generale: nessuno sperava in una tale mobilitazione.
Tuttavia, malgrado gli ultimatum di leader e atleti aborigeni che minacciano di usare i Giochi olimpici per fare valere i propri diritti di fronte al mondo intero, il governo resta impassibile. In realtà, il vero dibattito e le vere poste in gioco sono altrove. Affondano le radici nella storia di questo continente, e nelle zone d’ombra della psiche australiana.
«Per la maggioranza degli australiani, gli aborigeni non sono ancora esseri umani, ma una specie di sotto-razza vicina al regno animale…
Siamo di fronte al razzismo più viscerale e più primitivo del pianeta! Fin dal loro arrivo, i bianchi ci hanno dato la caccia col fucile quasi fossimo conigli. Inoltre, hanno sempre cercato di sradicare la nostra cultura, la nostra lingua, il nostro popolo. Il loro odio è così forte che ancora oggi, ridotti a non più di 300.000, continuiamo ad essere il loro"bersaglio preferito" e la loro spina nel fianco, come se fossimo milioni!» Chi parla con tanta veemenza è Marcia Langton, professore di antropologia all’università di Darwin, e per molto tempo portavoce degli aborigeni presso le Nazioni unite. «Non si può parlare di riconciliazione come in Irlanda, e nemmeno di negoziazione come in Sudafrica. Su 19 milioni di australiani, non più di un milione è interessato alla nostra storia e si pone problemi etici».
La storia recente della colonizzazione condiziona pesantemente i rapporti tra le due comunità. Una storia costellata di massacri, seguiti poi da sconsiderate concentrazioni in riserve, ufficialmente destinate all’integrazione – e nei fatti a un lento genocidio. Eppure nel 1972, con l’arrivo al potere del laburista Gough Whitlam, era nata una speranza. Per rispondere alla richiesta degli aborigeni che reclamavano la restituzione dei territori tribali, Whitlam aveva inaugurato il suo mandato con la consegna simbolica d’una manciata di terra rossa ad uno dei leader aborigeni. Con un discorso lapidario – «Quando rifiutiamo agli aborigeni il loro giusto posto in questa nazione, tutti noi australiani sminuiamo noi stessi» – aveva ufficializzato la restituzione delle terre, ne aveva fatto un movimento irreversibile, aveva restituito agli autoctoni del Territorio del Nord quasi due terzi delle loro terre. Localmente, erano stati organizzati i Land Councils – consigli fondiari aborigeni – con il compito di gestire le rivendicazioni territoriali delle comunità, difendere i loro diritti, trattare con le compagnie minerarie i diritti di sfruttamento e le royalties.
Durante gli anni ’80, i governi che si susseguono riconoscono agli aborigeni, in quanto popolo dotato di valori e di una cultura specifica, il diritto fondamentale «di mantenere la propria identità razziale e il proprio modo di vita tradizionale o adottare uno stile di vita totalmente o parzialmente europeo». Ma la vera critica ai fondamenti della nazione australiana verrà dall’Alta corte di giustizia, nel giugno 1992. Questa riscrive letteralmente la storia pronunciando una sentenza clamorosa, il Mabo Act, che restituisce a Eddie Mabo, un isolano del distretto di Torres, il territorio dei suoi antenati.
È la prima volta che viene riconosciuto il «Native title» – il diritto tribale di proprietà. Per vincere il suo processo, Mabo aveva dovuto provare che le terre da lui rivendicate erano state abitate da sempre dai suoi antenati.
Questa sentenza, confermata da una legge federale ed estesa a tutto il paese (la cosa riguarda solo il 10% degli aborigeni, ma interessa migliaia di chilometri quadrati di terre), annulla molto semplicemente due secoli di giurisprudenza britannica e di convinzioni ben radicate nell’inconscio australiano. Infatti, fino al 1992, la dottrina ufficiale dell’Australia era quella della «Terra Nullius», «Terra di nessuno».
In termini più espliciti, non essendo gli aborigeni esseri umani, i nuovi coloni si erano appropriati delle terre come fossero stati i primi ad aver messo piede su un continente… vergine! Tuttavia, nonostante i progressi degli ultimi vent’anni, le cifre parlano chiaro. La speranza di vita di un aborigeno è di venti anni inferiore a quella di un bianco, la mortalità infantile quattro volte superiore, il tasso di disoccupazione tre volte più alto, il reddito medio inferiore della metà, il tasso di incarcerazione e di suicidio cinque volte superiore… Senza contare il lento suicidio di tutto un popolo con l’alcool e della sua gioventù con il petrol sniffing (vapori di benzina). È come se, a dispetto di tutte le misure adottate, l’integrazione nella società bianca continui ad essere impossibile.
«Sono due culture, due civiltà troppo diverse, con valori quasi agli antipodi, che hanno avuto appena due secoli per scoprirsi. Alcune tribù aborigene di Arnhem Land o del Central Desert come i Pintubi, hanno incontrato il loro primo uomo bianco solo cinquant’anni fa.
In un solo istante sono passati dalla preistoria e dallo stato di cacciatori-raccoglitori, al ventesimo secolo con le sue Toyota e i supermercati. Una situazione che ha la violenza di una deflagrazione nucleare», spiega l’avvocatessa degli aborigeni, Koula Roussos, di origine greco – australiana, specializzata nella generazione rapita.
«Quando viaggio nelle loro comunità e li vedo vivere all’aperto ignorando le case costruite per loro, mentre il grande sogno dell’australiano bianco è di comprarsi una villetta con giardino, mi dico che esiste un divario incolmabile. Io stessa, come avvocato, ho molte difficoltà a far loro capire le nostre leggi, perché, anche se la maggior parte degli aborigeni non vive più secondo la legge tribale del"Tempo del sogno" (5), è ancora impregnata di quei valori, di una diversa nozione di giustizia».
Ed è proprio questa diversità, sempre presente sullo sfondo, che emerge ad ogni livello di negoziato, come se si riproducesse, all’infinito, il dialogo tra sordi tra un mondo bianco competitivo e materialista, teso verso il progresso, il controllo, la conquista, e un mondo nero più spirituale, dove l’uomo, legato a tutto ciò che vive, ha il compito di celebrare la Terra e gli eroi del «Tempo del sogno» che l’hanno forgiata, compiendo tutti i riti che permettono alla vita di rigenerarsi e di perpetuarsi.
«Su cosa poggia la nostra identità? – si domanda Wayne Barker, cineasta e musicista di Broome, una località dell’Australia Occidentale – Un aborigeno riceve in eredità una civiltà di quarantamila anni, ma può farla crescere, crescendo lui stesso. Prima, si perpetuava la nostra cultura attraverso la trasmissione orale, oggi utilizziamo radio, televisione e film. Anche le iniziazioni sono state adattate alla vita urbana. Non durano più mesi interi e tengono conto dei ritmi del lavoro moderno. Ma finché dovremo passare attraverso la legge dei bianchi e giustificarci davanti a loro, la cosa non funzionerà.
Come si possono rispettare miti creatori, racconti e riti spirituali, l’appartenenza sacra ad una terra e la nostra"aborigenità", a colpi di analisi del sangue, firme, leggi sulla proprietà e confini di filo spinato che dividono e separano?»

di  Michèle Decoust LeMondeDiplomatique
Autore di Australie, les pistes du rêve, Jean-Claude Lattès, Parigi, marzo 2000.

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(1) Sul tema dei bambini sottratti alle famiglie gitane, leggere Laurence Jourdan «Caccia agli zingari in Svizzera» Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 1999.
(2) La savana australiana è, per estensione, tutto ciò che non è urbanizzato… dunque il 90% dell’Australia.
(3) Estratto del rapporto del governo australiano «Bringing Them Home», Canberra, 1997.
(4) Ibid.
(5) Per gli aborigeni, la Terra conserva l’impronta degli eroi del «Tempo del sogno» (Dreamtime), che l’hanno modellata camminando e hanno generato tutte le creature viventi. Questi eroi continuano ad agire sulle forze dell’universo (la fertilità della natura, la fecondità delle donne, la pioggia, i venti), e a guidare gli uomini durante il sonno.
(Traduzione di G.P.)

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There are several hundred Indigenous peoples of Australia, many are groupings that existed before the British annexation of Australia in 1788. Before Europeans, the number was over 400.

Indigenous or groups will generally talk of their "people" and their "country". These countries are ethnographic areas, usually the size of an average European country, with around two hundred on the Australian continent at the time of White arrival.

Within each country, people lived in clan groups – extended families defined by the various forms Australian Aboriginal kinship. Inter-clan contact was common, as was inter-country contact, but there were strict protocols around this contact.

The largest Aboriginal people today is the Pitjantjatjara who live in the area around Uluru (Ayers Rock) and south into the Anangu Pitjantjatjara Yankunytjatjara in South Australia, while the second largest Aboriginal community are the Arrernte people who live in and around Alice Springs. The third largest are the Luritja, who live in the lands between the two largest just mentioned. The Aboriginal languages with the largest number of speakers today are the Pitjantjatjara, Warlpiri and Arrernte.

Indigenous Australians are the original inhabitants of the Australian continent and nearby islands, and these peoples’ descendants. Indigenous Australians are distinguished as either Aboriginal people or Torres Strait Islanders, who currently together make up about 2.6% of Australia’s population.

The Torres Strait Islanders are indigenous to the Torres Strait Islands which are at the northern-most tip of Queensland near Papua New Guinea. The term "Aboriginal" has traditionally been applied to indigenous inhabitants of mainland Australia, Tasmania, and some of the other adjacent islands. The use of the term is becoming less common, with names preferred by the various groups becoming more common.

The earliest definite human remains found to date are that of Mungo Man which have been dated at about 40,000 years old, but the time of arrival of the ancestors of Indigenous Australians is a matter of debate among researchers, with estimates ranging as high as 125,000 years ago.

There is great diversity between different Indigenous communities and societies in Australia, each with its own unique mixture of cultures, customs and languages. In present day Australia these groups are further divided into local communities.

The population of Indigenous Australians at the time of permanent European settlement has been estimated at between 318,000 and 750,000, with the distribution being similar to that of the current Australian population, with the majority living in the south-east, centred along the Murray River.

Though Indigenous Australians are seen as being broadly related, there are significant differences in social, cultural and linguistic customs between the various Aboriginal and Torres Strait Islander groups.

 

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History

The word aboriginal was used in Australia to describe its Indigenous peoples as early as 1789. It soon became capitalised and employed as the common name to refer to all Indigenous Australians. At present the term refers only to those peoples who were traditionally hunter gatherers. It does not encompass those Indigenous peoples from the Torres Strait who traditionally practiced agriculture.

The word Aboriginal has been in use in English since at least the 17th century to mean "first or earliest known, indigenous," (Latin Aborigines, from ab: from, and origo: origin, beginning), Strictly speaking, "Aborigine" is the noun and "Aboriginal" the adjectival form; however the latter is often also employed to stand as a noun. The use of "Aborigine(s)" or "Aboriginal(s)" in this sense, i.e. as a noun, has acquired negative, even derogatory connotations in some sectors of the community, who regard it as insensitive, and even offensive.

The more acceptable and correct expression is "Aboriginal Australians" or "Aboriginal people," though even this is sometimes regarded as an expression to be avoided because of its historical associations with colonialism. "Indigenous Australians" has found increasing acceptance, particularly since the 1980s.

The broad term Aboriginal Australians includes many regional groups that often identify under names from local Indigenous languages. These include:

There is no written record regarding prehistoric Aboriginal Australia. Knowledge of the past is found in archaeological evidence and Aboriginal oral traditions which have been handed down from generation to generation. Therefore using reliable dates derived from archaeological evidence, theories of the initial colonization of Australia have been determined.

Prior to colonization which began in January 1788, the Australian Aborigines lived a lifestyle based on their Dreamtime beliefs. They had survived as a race for thousands of years and their lifestyle and cultural practices had remained virtually unchanged during that time. We refer to this as the traditional period.

However colonization imposed changes on the Aborigines as people who lived in areas that were being settled by the Europeans, were forced off their land as towns and farms were developed. We identify the period in which the changes took place, as the historical period. The sort of changes that took place usually commenced with explorers entering the area of a tribe and being challenged by the people for trespassing on their land. The Europeans often (usually) responded by shooting at the people. Many were killed. When settlers followed the explorers and began felling trees and building farms, they restricted the ability of the Aborigines to move freely around their land. They also destroyed their traditional food sources.

These changes took place throughout the continent at different times. They began in the Sydney and Parramatta districts from 1788; in the Cowpastures (Campbelltown / Camden)area from the early 1800s and in the Illawarra district from 1815. Gradually – but with increasing speed colonization spread throughout the entire continent.

The settlers had arrived in this country to build a new life for themselves and their families and had ‘no time for the Dreamtime’. In other words most were not interested in the affects colonization was having on the Aborigines. In fact they were often considered to be a pest and a nuisance. Many were killed by diseases such as influenza. Thousands were massacred to make way for farms and settlements.

On the other hand some Aboriginal people adapted to the Whitman’s laws and the new lifestyle. In doing so, many were reduced to pauperism and were beggars. Others broke the traditional tribal lore’s by accepting Brass Plates and by moving into the traditionallands of other tribes. In many cases they had no option in doing this as they were facing starvation or the gun.

Overall, the Australian Aborigines went through stages of being conquered through an ‘invasion’ and taking of their lands. Many adapted to the new lifestyle (when many became reliant on alcohol, tobacco and handouts of food and clothing. However the settlers were often contemptuous of the Aborigines and separated them from their society and the people became the fringe dwellers of society. Others were removed from their families and placed into institutions. From the late 1830s the remnants of the tribes in the settled areas were moved onto Reserves and Missions where they were ‘managed’ by Whitemen and were forbidden from teaching their children their language and customs.

During the 1900s separation was an official government policy which lasted for many decades and today, many Aboriginal people do not know their origins. In other words, which tribe they are descended from or the names of their parents and or grandparents. They are a lost generation.

Australian Aborigines – the original inhabitants of the continent – are one of the best known and least understood people in the world. Since the nineteenth century they have been singled out as the world’s most primitive culture and the living representatives of the ancestors of mankind. Aborigines are therefore probably more familiar to the rest of the world than are the white Australians who immigrated to the continent from Britain and other European countries. In reality, Aboriginal culture, as anthropological work over the last hundred years has revealed, is a complex, subtle, and rich way of life. On our way toward describing and understanding Aboriginal art, we need to look briefly at this culture, what it was in the past and what it has become today.

Aborigines have occupied Australia for at least forty thousand years. They came originally from southeast Asia, entering the continent from the north. (Present-day Australia, including Tasmania, was then one continent with what is now New Guinea.) Although Aborigines are Homo sapiens, biological isolation has meant that they are not racially closely related to any other people. Because of their relative cultural isolation, Aborigines were forced to develop their own solutions to the problems of human adaptation in the unique and harsh Australian environment. The result was a stable and efficient way of life. Probably because of its effectiveness, the society was slow to change, especially technologically. This gave to Aboriginal Australia the appearance of unchangingness. The archaeological record reveals, however, a number of innovations, among them the earliest known human cremations, some of the earliest rock art, and certainly the first boomerangs, ground axes, and grindstones in the world.

The stereotype of Aborigines passively succumbing to the dictates of their environment has also been recently questioned. We now know that they altered the landscape in significant ways, using what has been called "firestick farming" to control underbrush growth and to facilitate hunting. Aborigines also altered species occurrence of flora and fauna by resource management and possibly assisted in the extinction of prehistoric animals.

The notion of pristine natives with a "pure" culture was an artificial one – many Aborigines had considerable contact with Melanesians and Indonesians long before the European colonists arrived in Australia. Aboriginal groups also influenced each other. Waves of change swept the entire continent – changes in tools and implements, in social organisation, and in ceremonial practices and mythological concepts. Aboriginal culture was dynamic, not static. The Aboriginal culture of the last two hundred years, the period after the arrival of the colonists, has also been dynamic. This is why it is difficult to speak of a hard and fast dichotomy between Aborigines "before" and "after" contact with the Europeans. Nevertheless, it is useful to look at Aboriginal culture at the point of first contact and as it is today.

The population of Australia at the time of the arrival of the whites in 1788 was probably between 250,000 and 500,000. The pattern of Aboriginal settlement was like that for present-day Australians, except in the tropical north, with most of the population living along the coasts and rivers. Densities varied from one person for every thirty-five square miles in the arid regions to five to ten persons for every one square mile on the eastern coast. Residential groups ranged in size from ten to fifty people, with some temporary ceremonial gatherings reaching up to five hundred.

Most people tend to think of Aborigines as a unified, homogeneous group. Yet the Aborigines never used one collective term to describe themselves. No one individual Aborigine, in the precolonial past, would have known of the existence of many of the other Aboriginal peoples and regions of the vast continent of Australia, which covers nearly three million square miles – almost the area of the United States.

Recent scientific studies have concluded that the Australian Aborigines were the original Americans! In other words, the theory is that ATSI people were adventurers who arrived in the North American continent before the Vikings or Columbus. This theory states that the ancestors of the American Indians. are Aboriginal and Torres Strait Islander Australians. "Separate studies by both Brazilian and US scholars are revealing that the first humans to enter the New World more than 14,000 years ago were not Mongoloid peoples as has always been thought – but were instead people of the same race as present day Australian Aborigines." 

www.crystalinks.com

 

21 dicembre 2009

Il vizietto di Massimo D’Alema.

Siamo sicuri che Massimo D’Alema sia dell’opposizione? A leggere certe dichiarazioni sembrerebbe proprio di no. Non se ne può più di "raffinati politici" arroganti tronfi inconcludenti affamati di potere come lui. Se non c’è una legge contro il "conflitto di interessi" lo dobbiamo a lui che volle la bicamerale con Berlusconi e la Lega, se  siamo andati in guerra contro la Serbia ("In missione di pace") lo dobbiamo a lui, se è caduto il primo governo Prodi lo dobbiamo a lui. Ora non vuole ricandidare Vendola perché ha dimissionato il "suo" assessore alla Sanità, Tedesco, pluri inquisito dalla magistratura (di cui si sapeva fin dall’inizio il conflitto di interessi) non pago vuole  fare un "inciucio" con il Presidente del consiglio sui processi che lo vedrebbero (salvo altre leggi ad personam) condannato. Questa sarebbe l’opposizione? Finché personaggi come lui continueranno a galleggiare nella melma politica di questo Paese, non solo sarà impossibile chiudere il lungo periodo di attività "politica" di Berlusconi ma anche aprire una finestra da dove possa entrare un po’ di aria pulita in questa politica asfittica,  perché ormai il tanfo emanato da alcuni è diventato davvero insopportabile. Non per niente Berlusconi e D’Alema si stimano reciprocamente.
 
D’Alema l’inciucio e l’opposizione a metà
 
D’Alema fotografa il paesaggio del mo mento: per lui meglio un patto basato sul cedimento che uno scontro.

Inciucio è una parola importante nella vita sociale italiana, prima ancora che nella vita politica. Significa che i contrasti tra due cognati che si contendono lo spazio macchina, due manager che si scontrano per il vertice aziendale, due clan che aspirano a dominare un borgo, due politici che lottano per la sopravvivenza si risolvono meglio con un sussurro sottotraccia che con clamorose dichiarazioni pubbliche. Una secolare cultura del mezzo potere (forse si può, forse non si può) della mezza opposizione (mai esagerare, il potere va un po’ raggirato, un po’ assecondato) del tenere alla larga i generosi incompetenti, vera peste della politica. È fondamento antico e solido della vita pubblica italiana.

Nella nostra grande pittura non ci sono scene di dibattito aperto e frontale. Quando non adorano il potere, i gentiluomini sussurrano ad altri gentiluomini, mentre belle dame – che forse sono l’opinione pubblica – attendono l’esito cauto del sussurro. Il teatro dell’arte, forse l’unica vera rappresentazione dell’Italia sulla scena, ha sempre due trame. In una le varie maschere dicono a voce alta cose bugiarde. Negli "a parte" altre maschere – solo in apparenza meno autorevoli – raccontano la vera storia e svelano l’inganno. Ma, attenzione. Questi disvelatori non sono affatto testimoni di verità. Tramano in un altro modo, con astuzia e malafede. Tramano contro la trama. Tutto oscilla tra brutta e bella figura, senza l’ombra del bene comune.

Forse per questo bisognerà decidersi a definire "rivoluzionario" il gesto di Roberto Benigni di girare questo Paese declamando La Divina Commedia, come se fosse un documento politico. Lo è. Sono la voce, le idee, i sentimenti, le parole, il linguaggio di un’Italia che non esiste in politica. Vi pare che Dante – parlando di papi indegni – si sarebbe soffermato un istante sulla convenienza e opportunità di non essere "antipapista"? Forse per questo le poche volte che c’è – in Tv o alla radio – la voce sola di Roberto Saviano milioni di italiani si fermano ad ascoltare. Ai nostri giorni, con un linguaggio di un figlio o di un fratello seduto a tavola, Saviano racconta la trama, tutta la trama, per sgradevole e sconveniente che sia. Racconta dove la malavita comincia fuori dalla politica, dove il delitto attraversa la politica e vi si insedia. Quando e come infetta partiti e Paese. Forse è il momento di ricordare certe maledizioni, apparentemente un po’ sboccate e un po’ folli di Pannella, contro il sistema politico italiano che congiura contro se stesso.

Non accade tutto ciò per dire che il contrario di Dante-Benigni e di Saviano-denuncia e di peste-Pannella è l’inciucio. Inciucio significa accettare il mondo così com’è. Chi siamo noi per cambiarlo? E, poi, ci conviene, visto che – se lo liberiamo – dovremmo condividerlo con tanti incompetenti della politica e ossessivi elencatori di tutti i mali? Inciucio significa – almeno per alcuni di noi – che, invece di lamentarsi di tutto, puoi ottenere qualcosa, per poco che sia. Adesso Massimo D’Alema propone di ricordare come modello l’art. 7 (il Concordato) votato da Togliatti alla Costituente non per tenere a bada il potere della Chiesa sulla vita italiana. Ma per accettarlo, anzi per promuoverlo, in modo da avere una parte di beneficio.

D’Alema rievoca con precisione il paesaggio del momento. Da una parte gli azionisti, che volevano ricominciare la storia d’Italia pulita; dall’altra l’Italia realista che viene a patti. E i patti più utili si fanno con i potenti. Nel caso, la costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi. Qui – nell’intervista di D’Alema al Corriere della sera (17 dicembre) – ci sono due parole chiave, “azionisti” e “patti”. Finalmente viene data una bella e nobile definizione sia ai girotondini, ostinati contro il berlusconismo , sia ai radicali, che vedono il male in tutto il partitismo italiano. Nel lessico di D’Alema un patto realistico (per quanto basato su un cedimento) è meglio di uno scontro per ottenere di più. Ma non sarà l’ultima conseguenza dell’inciucio di Togliatti se i laici, azionisti, radicali, girotondini non possono, oggi, a decenni di distanza, avere la dignità della vita (coppie di fatto, unioni gay) e la dignità della morte (il testamento biologico)? Eppure ci sono stati referendum anti-inciucio vinti dai radicali. E due elezioni vinte dagli azionisti-girotondini. Per questo gli azionisti, quelli che ancora ci sono, e i giovani con lo stesso orgoglio resistenziale, devono un grazie a D’Alema. Sul fenomeno tutto italiano dell’inciucio ha messo le cose in chiaro. Vuol dire cedere.

di Furio Colombo
18 dicembre 2009

Milano: tutti i “santi” del “Celeste” Formigoni.

Il "Celeste" Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia

 

Politica e Sanità. E la regione paga.

La “Formigoni lounge”  è al trentunesimo piano del Pirellone, il grattacielo di Gio Ponti. Il nome fa venire in mente musiche soffuse da Buddha Bar, invece è il quartier generale del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni detto “il Celeste”. È appena stata ristrutturata per la modica spesa di 5,2 milioni di euro. Il doppio del già pesante preventivo, ma ne valeva la pena: è il cuore dell’impero, il sancta sanctorum del potere formigoniano. Uno spazio sospeso a due metri e mezzo dal pavimento. DA lì si vede Milano e si decidono le sorte di uomini e cose.

Milano è malata. E non soltanto per le polveri sottili che avvelenano l’aria e che sono costate a Formigoni l’ennesimo avviso di garanzia (insieme al sindaco Moratti e a Podestà ndb). Malati sono, di nuovo, i rapporti tra la politica e gli affari. Gli scandali ormai non fanno più scandalo, sono ricorrenti, si succedono come una litania che alterna i santi delle cliniche (Santa Rita, San Carlo, San Giuseppe, San Raffaele, San Pio X, San Donato, San Siro…) ai fanti degli appalti, delle bonifiche, dei corsi di formazione, delle prosperiniane promozioni tv…

Lo scandalo delle bonifiche è partito con il botto. Il 20 ottobre scorso sono finiti in carcere l’imprenditore Giuseppe Grossi e alcuni suoi collaboratori, accusati di aver gonfiato i costi dei risanamenti delle aree, tanto da ricavare ben 22 milioni di euro messi al sicuro all’estero. Arrestata anche la moglie di Giancarlo Abelli, a lungo braccio destro del “Celeste”, oggi deputato Pdl, detto “Telefonino” perché garantisce le comunicazione tra Formigoni e Silvio Berlusconi. Lady Abelli al secolo Rosanna Gariboldi, appena nominata assessore a Pavia aveva dichiarato, candida. “Non farò politica, ma so che sarà un’esperienza molto arricchente”. Infatti sul conto “Associati” che i coniugi Abelli avevano aperto a Montecarlo,, Grossi ha fatto transitare 2,3 milioni di euro, mentre diventava l’acchiappatutto nel campo delle bonifiche ambientali. Ottimo imprenditore, certo. Ma anche grande tessitore di rapporti con la politica. Lui, che chiamava “Roberto” il presidente della Regione, aveva stretto salde relazioni non solo con i coniugi Abelli, ma anche con l’inner circe formigoniano: gli asessori Massimo Ponzoni, Massimo Buscami e Maurizio Bernardo, gli ex assessori Giorgio Pozzi e Mario Resca, il deputato Pdl Maurizio Lupi, enfant prodige niellino che potrebbe essere il prossimo sindaco di Milano.

Formigoni e il suo assessore all’Ambiente Ponzoni non hanno ancora spiegato come mai la regione si è accontentata, nell’aerea Santa Giulia di Luigi Zunino,  di un semplice “piano scavi”, che riguarda solo il terreno smosso dai lavori,  invece di pretendere una vera e propria bonifica. Poco convincenti invece le spiegazioni sul perché la giunta del Pirellone, su proposta del governatore di concerto con l’assessore all’Ambiente, abbia approvato per l’area Sisas di Pioltello uno stanziamento di ulteriori  44 milioni a favore di Grossi.

Ma il grande vanti di Formigoni è di aver riformato la sanità lombarda: ospedali pubblici e cliniche private sullo stesso piano, al servizio dei cittadini. Peccato che il risultato sia una serie di scandali da far impallidire anche il più incallito uomo politico. Il meccanismo è semplice: si fornisce una prestazione minore, ma sulla cartella clinica si segna il codice di una prestazione più complessa e costosa. Con questo sistema, le indagini hanno valutato danni milionari per la Regione, che paga senza battere ciglio: 3 milioni di euro in più al San Raffaele, 1,6 milioni alla clinica San Carlo, 3 milioni alla San Pio X, 5 alla San Siro, 3 alla San Giuseppe. E poi ci sono indagini ancora in corso sulle cliniche del gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli.

Colpa dei primari, dei direttori sanitari, dei proprietari delle cliniche, che fanno carte false per avere più soldi. Ma la Regione perché paga sempre senza controllare? Perché l’assessore di Formigoni e i suoi ben pagati dirigenti non si stupiscono che tutte le ernie operate alla San Carlo siano con complicanze? Che tutti i ricoveri a Ville Turro (gruppo don Verzé) siano di tre notti? Come mai a nessuno viene in mente che alla terza notte scatta la “degenza lunga” e il rimborso, da 200 euro diventa 2 mila euro?

No, il “Celeste” è tranquillo, non è sfiorato da dubbi. Si avvia verso la sua ennesima campagna elettorale celebrando se stesso. Presto lascera la sua “lunge” nel Pirellone per la nuova sede, il grattacielo sghembo che qualcuno ha già battezzato “Formigone”.

di Gianni Barbacetto
Milano, appalti truccati sul turismo. Arrestato in diretta tv l’assessore Prosperini
Avrebbe incassato una tangente da 230 mila euro. Arrestato "in diretta tv" per corruzione e turbativa d’asta l’assessore regionale al Turismo della Regione Lombardia Pier Gianni Prosperini in quota al Pdl. Era invitato alla trasmissione "Forte e chiaro" su Antenna Tre quando le agenzie hanno battuto le prime notizie del suo arresto. Prosperini non ha taciuto: "Ci sono delle agenzie che dicono che sono arrestato. Non è così. Sbagliano, sono qua bello paciarotto, bello tranquillo". Ma poi la voce è andata via ed è stato inutile per il conduttore ritentare di contattarlo.
L’inchiesta che ha portato in carcere l’assessore regionale riguarda presunte irregolarità su un appalto da 7,5 milioni di euro per promuovere in tv il turismo in Lombardia tra il 2008 e il 2010. Insieme all’assessore Pier Gianni Prosperini – conosciuto "predicatore" nelle tv private in Lombardia per le sue invettive moralizzatrici – è stato arrestato anche Raimondo Lagostena Bassi, proprietario di Odeon tv e Telereporter. In carcere pure Massimo Saini della Publicis, una società di consulenza di comunicazione che avrebbe avuto un ruolo di intermediario tra l’assessore e le società per la gestione della promozione del turismo. L’inchiesta conta diversi altri indagati a cui è stata notificata denuncia a piede libero. I reati contestati a vario titolo sono distrazione di fondi, turbativa d’asta, truffa.
Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, si è detto "certo che l’assessore Prosperini saprà dimostrare la sua innocenza, di cui non ho motivo di dubitare. E confido che la giustizia saprà arrivare a conclusioni certe in un tempo molto rapido".

Il Pirellone: La sede della Regione Lombardia
18 dicembre 2009

Istigazione al linciaggio

Università Bocconi di Milano

 

L’invito al linciaggio degli oppositori di Berlusconi è ormai partito, e viene ripetuto in un crescente mediatico. Dopo il vile intervento dell’on.Cicchitto, che ha disonorato il Parlamento italiano indicando alcune testate dell’informazione ancora libera come mandanti morali dell’aggressione di uno psicolabile al premier, e additando con nome cognome un giornalista come “terrorista mediatico” (testate e giornalista che ovviamente avevano condannato l’aggressione), il vicefeltri Alessandro Sallusti è arrivato all’ignominia di definire su Il Giornale (proprietà di Berlusconi) “fans di Santoro e di Travaglio” gli autori dell’attentato alla Bocconi. Cioè quella fantomatica “Federazione anarchica informale” (Fai) che venne alla ribalta con un attentato a Romano Prodi, poi a Sergio Cofferati e infine al sindaco di Torino Chiamparino, e che puzza di servizi deviati lontano un miglio, secondo la quasi unanime opinione degli esperti del ramo in tutti questi anni.

Quando, come ha fatto il vicefeltri, di qualcuno si dice che questi strani terroristi “li ha confortati e forse incoraggiati”, si va davvero oltre la più sgangherata e vomitevole diffamazione. Si insinua e infine si istituisce un legame diretto; dietro il gesto del delinquente c’è la penna del giornalista, che andrà dunque trattato alla stregua del delinquente. Che questi deliri consapevolmente provocatori e irresponsabili vengano letti come un invito a tappare la bocca al giornalismo ancora libero attraverso leggi fasciste o attraverso atti di squadrismo “spontanei”, dipenderà dalle caratteristiche dei lettori, se con cariche istituzionali o meno, e non fa poi molta differenza, visto che verranno compresi da chi legge come istigazione in entrambe le direzioni.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, aveva definito un “violento attacco contro fondamentali istituzioni di garanzia volute dalla Costituzione”, il discorso di Berlusconi davanti ai deputati del Partito Popolare europeo. Il Giornale di Berlusconi , in questa escalation di violenza, va oltre, indica bersagli. Sia chiaro, con le loro infamanti dichiarazioni, tanto Cicchetto quanto il vicefeltri si dichiarano in anticipo correi per qualsiasi violenza dovesse avvenire contro gli uomini e le donne della libera stampa. Che verso Berlusconi ha sempre e solo usato l’arma dei fatti, della logica, dello spirito critico, e che i pasdaran di  Berlusconi vogliono mettere a tacere con l’istigazione.
di Paolo Flores d’Arcais
Fabrizio Cicchitto
16 dicembre 2009

Bankitalia: le famiglie italiane sono ancor più povere e l’inflazione ricomincia a salire.

 
Il governatore della Banca d’Italia: Mario Draghi
 
Mentre incassa la ventisettesima sulla Finanziaria 2010 e dopo aver allungato i tempi dello "Scudo fiscale", il governo italiano si appresta a non intervernire, in modo efficace, in alcun settore dell’economia italiana. La manovra finanziaria dello scorso anno è apparsa catatonica rispetto alla recessione che si doveva affrontare e per non essere da meno anche quest’anno, soprattutto per non evidenziare i gravi problemi all’interno della maggioranza, si blinda un provvedimento sbiadito che tende a contenere il deficit pubblico. Una delle motivazioni è che sono mancati 30 miliardi di gettito, ma viene spontanea una domanda: un evasore fiscale preferisce pagare il 5/6,5% di tasse (come nel caso dello scudo fiscale) o il 43% come è attualmente? Da tutte le spericolate promesse disattese di questi ultimi due anni è uscito un deficit più alto degli anni precedenti e tasse sostanzialmente allo stesso livello di prima. Ma per il capogruppo alla camera Cicchitto i problemi reali sono gli attacchi a questo governo e al suo Presidente, facile sostenere tesi di questo tipo sotto l’effetto di un problema innescato da uno psicolabile, più difficile sostenere manovre finanziarie inique e tagli orizzontali alla spesa pubblica senza entrare nel merito dei problemi. Anche la malaugurata permanenza del Presidente del Consiglio in ospedale ha un effetto positivo sulla sua verve creativa e sul sito del Pdl appare la frase salvifica:
"Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio".  Quindi se non avete più il posto di lavoro o non potete arrivare a fine mese state sereni e sicuri. Amen.
 
È diminuita la ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2008. E risulta anche sempre più concentrata: il 10% più ricco ne detiene il 44%, mentre la metà più povera arriva appena al 10%. Alla fine del 2008, segnala la Banca d’Italia, la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a circa 348 mila euro. A prezzi costanti si tratta di un calo del 6,5% (-3,5% a prezzi correnti), tale da riportare il dato sui livelli di inizio decennio. La ricchezza netta pro capite ammontava invece a circa 138 mila euro: a prezzi correnti è scesa del 2,6% sul 2007, a prezzi costanti del 5,6%. Nel complesso, la somma delle attività reali e finanziarie al netto delle passività finanziarie risultava alla fine dell’anno scorso pari a circa 8.284 miliardi di euro. Il calo a prezzi correnti è pari all’1,9% (161 miliardi), come risultato di una rilevante riduzione delle attività finanziarie (-8,2%) e di un aumento delle passività (+3%), mentre la dinamica delle attività reali è risultata positiva benchè meno sostenuta (3%) di quella degli anni precedenti. A prezzi costanti, la riduzione della ricchezza complessiva rispetto al 2007 è risultata pari al 5% (circa 433 miliardi del 2008).

Secondo stime preliminari, nel primo semestre 2009, la ricchezza netta delle famiglie sarebbe rimasta sostanzialmente invariata. Alla fine del 2008 le attività reali rappresentavano circa il 69% della ricchezza netta (5.715 miliardi), le attività finanziarie circa il 41% (3.374 miliardi) e le passività finanziarie circa il 10% (805 miliardi). «Rispetto ai precedenti anni», si legge nel documento di via Nazionale, «la quota di ricchezza netta in attività reali è cresciuta, mentre quella detenuta in attività finanziarie ha subito una riduzione. La crescita della quota in passività finanziarie è stata lenta ma costante», sebbene il livello resti ancora piuttosto basso nel confronto internazionale. L’ammontare di passività delle famiglie italiane è infatti pari al 74% contro il 100% di Germania e Francia, il 130% degli Stati Uniti, il 140% del Canada e il 180% del Regno Unito.

Alla fine del 2008 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane ammontava a circa 4.700 miliardi di euro, corrispondenti a circa 196.000 euro in media per famiglia. Il dato, a prezzi correnti, è cresciuto tra il 2007 e il 2008 di circa il 2,8% (circa 127 miliardi), un valore inferiore al tasso medio annuo del periodo 1995-2007 (circa il 6,6%), a causa del rallentamento del mercato immobiliare. In termini pro capite la crescita della ricchezza in abitazioni è stata inferiore, pari al 2,1%, dato l’aumento della popolazione pari allo 0,7% nello stesso periodo. A prezzi costanti la variazione della ricchezza in abitazioni rispetto al 2007 è risultata lievemente negativa, pari a -0,4% complessivamente e a -1,1% in termini pro capite. Sempre alla fine dell’anno scorso il 43,8% delle attività finanziarie era detenuto in obbligazioni private, titoli esteri, prestiti alle cooperative, azioni, partecipazioni e fondi comuni di investimento. Il contante, i depositi bancari e il risparmio postale rappresentavano meno di un terzo del complesso delle attività finanziarie, mentre la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari a poco più del 5%. Le riserve tecniche di assicurazione ammontavano al 17,4% del totale delle attività finanziarie.

Tra il 2007 e il 2008 si è registrata una ricomposizione dei portafogli delle famiglie verso forme di investimento meno rischiose e più liquide. La quota detenuta in depositi bancari e in risparmio postale è cresciuta, infatti, di quasi 4 punti percentuali. Anche quella delle obbligazioni private è salita, passando dal 10,9 al 13,4 %. Per converso, l’ammontare detenuto in azioni e fondi comuni è diminuito, rispettivamente, di 7,1 e 2,3 punti percentuali. È rimasta stabile la quota di attività finanziarie delle famiglie detenuta in titoli di Stato italiani.

A fine 2008, le passività finanziarie delle famiglie italiane erano costituite per circa il 35% da mutui per l’acquisto dell’abitazione. La quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 12%, mentre gli altri prestiti personali al 26%. I debiti commerciali e gli altri conti passivi costituivano il 23% delle passività delle famiglie. Tra il 2007 e il 2008 il valore dei mutui per l’acquisto dell’abitazione è aumentato solo dello 0,6%, interrompendo la rapida crescita registrata negli anni precedenti (il tasso medio di crescita annuale tra il 1995 e il 2007 è stato di oltre il 15%). Una decelerazione ha caratterizzato anche il credito al consumo, dal 22,2% in media nel periodo 1995-2007, al 4,8% nell’ultimo anno. I debiti commerciali hanno invece accelerato.

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L’Istat conferma: a novembre l’inflazione sale allo 0,7%. A novembre l’inflazione tendenziale annua è salita allo 0,7%, dallo 0,3% di ottobre. L’Istat, confermando la stima preliminare, aggiunge che i prezzi su base mensile sono rimasti invariati: nella stima del 30 novembre i prezzi risultavano invece in aumento dello 0,1% su base congiunturale.

L’Istat specifica anche che i prezzi dei beni acquistati ad alta frequenza, ovvero quelli della spesa di tutti i giorni, sono aumentati dell’1,2% su base annua e dello 0,3% rispetto a ottobre 2009. I prezzi dei beni alimentari mostrano un andamento tendenziale del +0,6%, invariato da ottobre, mentre i prezzi dei beni energetici segnano un calo del 5,5% su base annua, in forte rallentamento rispetto al -11,2% tendenziale registrato ad ottobre.

15 dicembre 2009

Le mafie, sempre meno invisibili, del Nord

 

Così la ‘ndrangheta si è presa Torino

Mi chiamo Varacalli Rocco, sono l’unico pentito dell’ndrangheta in Piemonte. Ho vissuto vent’anni di faide, omicidi e affari». Non ha mai parlato con i giornalisti. Il suo è un racconto a doppio filo, dalla Calabria a Torino: «Ma l’ndrangheta è una sola, e gode di ottima salute. Alcune imprese lavorano al Nord da decenni, indisturbate». Appuntamento in un hotel vicino a uno svincolo autostradale. Indossa scarpe lucide nere, un cerchietto per tenersi i capelli ossigenati.

Nell’onorata società calabrese Varacalli, 39 anni, è arrivato al grado di camorrista finalizzato, livello medio. Però è l’unico che ha deciso di collaborare. Dopo aver firmato centinaia di pagine di verbali, ora vorrebbe scrivere un libro. Il suo racconto criminale è ritenuto molto interessante dai carabinieri, dalla Dia e dalla Procura di Torino. Ha fatto aprire tre inchieste. Alcuni risultati sono già emersi. Altri, clamorosi, verranno: «Ho fatto 450 nomi». Finora – dice – è emerso solo il trenta per cento. L’omicidio di Roberto Romeo, odontotecnico di Rivalta messo a tacere perché aveva assistito a un regolamento di conti. La fine in una tomba senza nome del boss di Platì, Pasqualino Marando. Gli affari delle cosche negli appalti per le Olimpiadi del 2006, sull’alta velocità e il passante ferroviario. È stato uno dei pentiti centrali del processo Stupor Mundi, su un traffico internazionale di droga dalla Colombia all’Italia. Di Varacalli, il gip Emanuela Gai, scrive: «Del tutto inaspettatamente ha deciso di collaborare. Una decisione genuina. Infatti ha reso ampia confessione su gravissimi reati per i quali non era stato raggiunto da alcun provvedimento restrittivo». È già stato in carcere dieci anni. Pende su di lui una condanna a vent’anni per l’omicidio di Giuseppe Donà, disegnatore della Valeo giustiziato alle porte di Torino nel gennaio 2003: «Per un debito di droga. Ma io non ho sparato». La Corte d’Assise d’Appello però, su questo punto, non gli ha creduto.
Qual è l’inizio della storia?

«Nato a Natile di Careri, sono salito a Torino a 15 anni per fare il muratore con mio zio. Portavo i soldi a mia madre, cuciti nei pantaloni, perché in treno non me li rubassero. A 19 anni ho ospitato Giuseppe Amedeo, un amico di mio padre. Sapevo che trasportava arance. Una sera mi ha lasciato una busta sul tavolo: “Per il disturbo”. Era un milione e mezzo. Ho nascosto la coca sotto il letto. Ho capito come vivere bene».
Come?
«Andavo al paese. Mettevo la droga nelle ruote, due viaggi alla settimana. A Torino nel ‘95 facevo fuori 2 chili ogni tre giorni. La compravo a 40 al grammo, la vendevo a 130-170. La tagliavo con il Milupa, quello dei bambini. Mettevo la mascherina perché sono schizzinoso. Mai usato droga in vita mia».
Quanto guadagnava?
«Anche 130 milioni al mese».
Come ricicla la ‘ndrangheta a Torino?
«Appalti e subappalti, costruendo e comprando immobili. Gli ’ndranghetisti di oggi hanno tutti delle imprese. Con i soldi della droga paghi puntuale i dipendenti, compri macchinari e materiali. Poi aspetti i bonifici delle azienda appaltatrici. Ci sono imprese dell’ndrangheta che lavorano a Torino da 30 anni. E nessuno le ha mai toccate».
Lei dove ha costruito a Torino?
«Il palazzo dopo il cavalcavia di via Mazzarello. Tutta la nuova zona a fianco del Palazzo Lancia. Ho preso il lavoro in subappalto nel 2003. Stavo costruendo lo scheletro di 308 alloggi. Poi mi hanno arrestato con un chilo e mezzo di eroina. Ma solo io, nel giro di due anni, sono riuscito a riciclare 2 milioni di euro».
Quanta ‘ndrangheta c’è nel Torinese?
«Tantissima, ma non si vede. È l’organizzazione più potente perché riesce davvero ad essere segreta. Ogni zona della città è coperta da un locale. Un nucleo formato da minimo cinque persone: picciotto, capo giovane, contabile, mastro di giornata e capo società».

Quali erano le sue zone?

«In Provincia, Grugliasco, Pinerolo, Piossasco e parte del Canavese. In città Vanchiglia, San Salvario e Porta Palazzo».
Cosa è cambiato ogg
i?
«C’è stato un grande salto. Allora avevamo la mente corta: spaccio, gioco d’azzardo, rapimenti».
Poi cosa è successo?
«Pasqualino Marando, ed altri soggetti criminali che ancora non sono venuti fuori, hanno alzato il livello. Sono riusciti ad aggrapparsi a persone fuori dal giro mafioso. Lui aveva molti soldi per farsi conoscere. A Torino comprava alloggi e ville, ha agganciato le teste di legno, commercialisti e avvocati di alto livello. È lui che ha fatto fare il salto».

Altro personaggio cruciale?

«Il consulente del lavoro Ilario D’Agostino, arrestato ad ottobre. È un cassiere dell’ndrangheta a Torino. Ripuliva i soldi».

Contatti con la politica?

«Molti hanno fatto carriera con i voti dell’onorata società. In Calabria e in Piemonte».
Come si aggancia il politico?
«Il politico ha bisogno di voti, l’ndrangheta di lavorare in pace. I capi indicano chi dobbiamo portare avanti perché ci fa prendere appalti, o magari ci fa diventare un terreno edificabile».

I commercialisti?

«La ‘ndrangheta ti compra piano piano con regali, donne e soldi. A nessuno fanno schifo queste cose».

Nel Torinese professionisti e politici di che livello?

«Non posso rispondere c’è il segreto istruttorio»
Lei sostiene di non aver mai ucciso, ma l’aveva messo in conto?
«Per me era una gioia. Solo l’idea mi faceva sentire importante. Tante volte ho puntato la pistola alla testa di personaggi poco corretti».

Perché ha deciso di collaborare?

«L’ndrangheta mi ha tradito. Ero orgoglioso di essere un affiliato. Pensavo che fra calabresi fosse giusto aiutarci. Ero un uomo di rispetto, ospitavo i parenti dei carcerati che salivano al nord. Ma hanno iniziato ad infangarmi. Ci trovavamo al night di Cuorgnè. Se i capi andavano con le ragazze, tutto a posto. Se lo facevo io, dicevano che non rispettavo più la famiglia. Mettevano voci in giro. Facevano delle tragedie. Dicevano che mi drogavo, ma non era vero».
Quando si è pentito?
«La sera del 16 ottobre 2006, ma non per il carcere duro. Ero in isolamento dal 7 maggio, per tutta l’estate non avevo fatto un’ora d’aria. Però mi sono detto: “Perché devo continuare a fare il mafioso se gli altri non rispettano le nostre leggi?”».
Perché parlavano male di lei?

«Ero diventato troppo grande. Davo fastidio, guadagnavo bene. La ‘ndrangheta, a volte, è traditrice. Per loro sei come un robot: ti costruiscono, ti usano e ti buttano via».
Oggi come vive?

«Faccio l’imprenditore. Sono orgoglioso di essere pentito. Ho ritrovato il Rocco dei 16 anni. Ma vivo nascosto, con la paura di essere ammazzato. La mia famiglia mi ha ripudiato. Al paese si sono vestiti di nero».

di F.Monga e N.Zancan Lastampa.it

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