Posts tagged ‘Mafia’

19 gennaio 2012

La polveriera dei “Forconi”: estrema destra, mafia e massoneria dietro la rivolta dei Tir

Il porto di Palermo bloccato da decine di tir, gli scaffali dei supermercati vuoti e i distributori a secco da tre giorni: la protesta dei Forconi arriva a Palermo, cresce l’emergenza e sale la tensione sul fronte dell’ordine pubblico, dopo le parole del presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, che ha denunciato “evidenti strumentalizzazioni politiche di demagoghi in servizio permanente effettivo” e la presenza di “realtà criminali organizzate che mirano a far saltare tutto”. Stamane a palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione, è convocata una riunione di prefetti per un esame complessivo della situazione.    E se il Codacons denuncia il rischio speculazioni “con possibili aumenti dal 10 al 50%” dei generi alimentari e la benzina schizzata fino alla soglia di 1,8 euro, chiedendo la vigilanza della Guardia di finanza e la mediazione del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri “affinché si possa trovare una soluzione valida al problema”, l’allarme di inquinamenti politico-mafiosi è stato lanciato da un cartello di associazioni produttive, da Confartigianato a Confcommercio che in una lettera a Monti hanno scritto: “Le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica, e di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità, organizzata e non”. Posizione condivisa da Lo Bello, secondo cui il problema della Sicilia “è la sua classe dirigente, pronta a cavalcare la ribellione con pelose strumentalizzazioni: stupisce che domani (oggi, ndr) Lombardo riceverà i protagonisti della protesta, noi attendiamo ancora una convocazione”.    E anche lo storico Giuseppe Casarrubea invita a non sottovalutare la protesta: “In momenti di crisi in Sicilia affiora sempre il ribellismo incontrollato, che ha modalità e finalità di destra, a volte estrema – dice – i forconi richiamano le forche, strumenti di giustizia reazionaria e spesso eversiva”. Non a caso i riflettori della Digos si accendono dietro le quinte della protesta, tuttora abbastanza pacifica, dove si agitano gli esponenti di Forza Nuova accanto ai volti vecchi della peggiore politica siciliana delle clientele e degli scambi di voto. Ormai non è più solo un’adesione “di sostegno”, ma una vera partecipazione diretta, quella del movimento di Roberto Fiore: a Modica, dove i manifestanti hanno il sostegno dell’Mpa e di Grande Sud, a coordinare la protesta è Angelo Sannito, aderente a Forza Nuova, assieme a Concetta Spadaro, moglie di Angelo Zappia, direttore di un giornale che si chiama Terzo Occhio, di ispirazione esoterica.    E in quella zona vengono denunciate minacce ai commercianti che non aderiscono alla protesta, con intimazioni ad abbassare le saracinesche. E Forza Nuova piace molto anche a un altro leader della rivolta dei “Forconi”, che ieri hanno bloccato gli accessi del porto di Palermo: Martino Morsello, assessore a Marsala negli anni ‘80 per il Psi, candidato alle elezioni regionali del 2008 per una lista collegata a Raffaele Lombardo. Era il titolare di un’azienda di prodotti ittici poi chiusa, nel maggio dello scorso anno è stato tra i relatori al convegno di Forza Nuova a Terni sull’usura bancaria. In quell’occasione schierò i Forconi con Forza Nuova dichiarando: “Noi non partecipiamo ai convegni degli altri partiti, perché pensano di spartirsi, come si dice in Sicilia, il porco, continuando a dominare la scena politica. Il mio augurio è che con Forza Nuova si possa fare un passo avanti in questo sistema di politica corrotta”. Un’adesione convinta anche della figlia Antonella, che è dipendente della sezione di Terni di Forza Nuova. E se l’apartiticità del movimento si sta lentamente frantumando dietro regie più o meno occulte che soffiano sul fuoco della disperazione di migliaia di agricoltori e autotrasportatori siciliani ridotti allo stremo, tra gli improvvisati leader della protesta c’è persino un nobile, il duca Onofrio Carruba Toscano presidente dell’Aiase (Accademia Italiana Alta Scuola Equestre), che ieri ha marciato a cavallo assieme ad altri cavalieri su Palermo, da Villafrati, un paese a 30 chilometri circa dal capoluogo, dicendosi pronto ad andare a Roma sul proprio destriero. Nel 2002 la sua società, la Wonder, organizzò due concorsi equestri a Palermo, ma i vincitori non vennero mai pagati: “Per la pessima gestione del budget”, dissero all’assessorato regionale al Turismo.

di Giuseppe Lo Bianco, IFQ

20 aprile 2011

Un fantasma si aggira per la Russia: la droga

Nel Paese di Putin e Medvedev, l’omertà su un fenomeno che coinvolge 2 milioni e mezzo di persone

Il fatalismo russo. “Mia madre vide cadere la foto di mio figlio dal muro”. “Figliolo, corri da Ivan. Deve essere successo qualcosa”. Era successo che il ragazzo era morto di overdose, nella sua stanza del distretto di Khovrine, nord di Mosca. A scoprire il corpo del giovane era stato il padre, Sergej Kanev. Di professione giornalista, conosciuto proprio per le sue inchieste di cronaca nera. Lui, grande e grosso e con la grinta del mestiere, qualche giorno fa ha scelto di condividere un tale dolore attraverso una lettera aperta alla Novaja Gazeta. “Quando un ragazzo muore di droga, i familiari nascondono la verità, dicono a parenti e amici ha sofferto a lungo oppure si è fermato il cuore all’improvviso. Ma io non voglio tacere”. Kanev, nella lunga lettera di cinque pagine, ricorda Ivan da bambino, la sua prematura fascinazione per i “vory v zakone”, i “ladri in legge”, vere e proprie organizzazioni criminali russe, a metà tra la mafia no-strana e la yakuza giapponese (l’ultimo padrino ucciso nel 2009, Vjaceslav Ivankov, era proprio detto “il giapponese”).

MA PIÙ ANCORA della mafia, Kanev si è imbattuto nella corruzione di chi quel narcotraffico dovrebbe reprimere, cioè la polizia. Un fenomeno, quello della tossicodipendenza, che in Russia, secondo lo stesso presidente Dmitrij Medvedev, coinvolge 2,5 milioni di persone, anche giovanissime tanto da aver proposto il test antidroga obbligatorio nelle scuole. La vera tragedia, però, è rappresentata dall’eroina: in Russia, per questa sostanza, muoiono ogni anno 60mila persone. A parte le cifre differenti, il dramma ricorda quello che è stata l’Italia negli anni ’70 e ’80 quando l’eroina fece il boom. Un esercito di tossicodipendenti: davanti alle farmacie di Mosca o San Pietroburgo (spesso compiacenti) dove si possono acquistare medicine con blanda presenza di codeina o al chiuso delle case degli spacciatori, le file dei “tossici” ricordano quelli delle periferie nostrane di 30 anni fa.

LA CORRUZIONE della polizia russa, invece, è una peculiarità tutta propria. Quando Ivan veniva raccolto in giro per la città dopo qualche furto e qualche giorno di galera, al padre confessava candidamente che la “roba” la comprava dai “menty” (la polizia cittadina, ndr) e che conosceva almeno cinque club in città dove la polizia trafficava in spaccio. Addirittura fu testimone dell’arresto, da parte delle forze speciali russe, di alcuni agenti della “narcotici”, alcuni dei quali funzionari dell’Fsb, il servizio segreto russo. Per questo, quando Kanev trovò nella buca delle lettere il depliant dello “Zar” antidroga Viktor Ivanov in cui era spiegato, con raffinata analisi, ch la colpa della diffusione della droga era il risultato delle modificazioni geopolitiche avvenute in Afghanistan (e quindi, colpa dell’Occidente e della Nato) avrebbe voluto gridargli: “Cercate i colpevoli di fuori e non vedete i vostri poliziotti che ve la vendono sotto il naso”. Peggio con le comunità terapeutiche: una, detta, “Città senza droga”, era stata chiusa (ma poi riaperta) quando all’interno erano stati scoperti “tossici” legati per giorni ad un palo, vestiti da clown.

di Giancarlo Castell, IFQ

8 novembre 2010

Palermo, i rifiuti ingrassano sceicchi e gabbiani

“A munnizza” a Palermo è oro. Quella che dai giorni del weekend di Ognissanti ammorba le strade dello Zen, di San Lorenzo, di via Messina Marine, marcisce al sole e puzza. È il cibo preferito dei gabbiani, che non stanno “cchiù a mari”, Camilleri nel suo ultimo romanzo, “ma ‘n paisi degradati a circarisi il mangiare nei cassonetti ‘nzemula ai surci”. Ma per i gruppi di potere, per la mafia e le imprese che sui rifiuti campano e si ingrassano, la “munnizza” è il business del momento. Perché se la gestione del ciclo dei rifiuti è terreno di scontro dentro il Pdl e per le lotte di potere che scuotono la Sicilia, con il governatore Lombardo che demolisce il piano dei 4 inceneritori voluti da Totò Cuffaro, da tempo Cosa Nostra è l’unico soggetto che ha “un progetto a lungo termine”. Idee, strutture, uomini, complicità politiche per affrontare “il discorso globale della trasformazione dei rifiuti in tutta la Sicilia”. L’ex procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia di Palermo, Roberto Scarpinato, tre anni fa lanciò l’allarme: Cosa Nostra ha “progettato di intervenire sull’intero piano regionale di organizzazione dei servizi di smaltimento dei rifiuti urbani, per plasmarlo secondo i propri interessi. L’organizzazione criminosa predisponeva essa stessa i progetti e i piani, che poi venivano accettati a scatola chiusa dagli enti pubblici e fatti propri”. Lo applaudirono in tanti. Nessuno lo ascoltò.
Per capire gli affari che ruotano attorno alla “munniza-connection” bisogna arrampicarsi a Bellolampo, la collina che sovrasta Palermo. Case, villette, quartierini abusivi, una città nella città. E sopra la discarica. “Un autentico disastro ambientale”, si legge nell’ultima relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Qui il business si chiama “percolato”, le tonnellate di liquido prodotte dalla fermentazione dei rifiuti, che vanno trasportate in impianti, trattati e poi riutilizzati. Dietro l’affaire, scrive ancora la Commissione, ci sono “interessi economici” legati ai “costi elevati” dello smaltimento presso “impianti calabresi, con l’impiego di numerosi mezzi per il trasporto da una regione all’altra”. Nella discarica di Bellolampo ci sono cinque vasche per la raccolta del “percolato”, la quinta, stando alle ultime analisi, sta crollando e non assicurerebbe più l’impermeabilità del fondo. Con il rischio concreto che il liquido penetri nelle falde acquifere e inquini i pozzi. È già accaduto in passato e la Procura della Repubblica ha aperto una inchiesta a carico del sempre sorridente sindaco della città, Diego Cammarata, da sempre fedelissimo di Gianfranco Micciché, e dei presidenti e manager che hanno guidato l’Amia, la municipalizzata cittadina per la gestione dei rifiuti, dal 2008 al 2010. Quanto “percolato” vomita la discarica di Bellolampo nessuno è in grado di dirlo.
Se è vero che a novembre del 2009 l’Amia scrive alla Regione che ce ne sono almeno 10mila tonnellate da smaltire, il 18 gennaio il commissario prefettizio corregge la cifra e la dimensiona a 3800 tonnellate, ma quattro mesi dopo, maggio 2010, il commissario dell’Amia afferma che le tonnellate sono 100 mila e che 45 mila sono state già portate altrove. Un lavoro da record. Negli uffici della Regione qualcuno fa due calcoli e arriva alla conclusione che per liberarsi in tempi così rapidi di una tale quantità di veleni ogni mese occorrerebbero almeno 450 autobotti da 30 tonnellate ognuna in giro per le curve e i tornanti che portano a Bellolampo. Nessuno a Palermo si è accorto di un traffico così intenso. “La verità – dicono i funzionari – è che siamo in presenza di un mercato che ha creato un prodotto e il percolato ci deve essere sempre”. Il sospetto più che fondato di investigatori e magistrati, è che le autobotti partano da Bellolampo parzialmente piene se non addirittura vuote. La loro destinazione è Gioia Tauro, dove in un impianto privato si provvede al trattamento dei liquidi. In ogni caso le ditte che si occupano del trasporto verranno pagate come se le cisterne fossero belle sature.
Per capire, invece, come gruppi di potere e personaggi politici si sono ingrassati sulla “munnizza”, più dei topi e dei gabbiani di Camilleri, bisogna parlare dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti. Un colosso che può muovere almeno 30 mila voti diventato il terreno di caccia di tutti i ras palermitani del Pdl e sigle associate. L’azienda ora è in amministrazione controllata dopo gli sperperi dello “sceicco”. Chiamavano così Vincenzo Galioto, il potentissimo presidente dell’Amia, l’uomo del buco da 180 milioni di euro in un carrozzone che con 2700 dipendenti (molti dei quali spazzini) ha appaltato ad una ditta esterna i lavori per la pulizia della sede centrale.
Galioto ai tempi in cui era coordinatore cittadino di Forza Italia, presidente dell’Amia e coordinatore dell’Unità di odontoiatria di Villa Sofia, era un fedelissimo di Gianfranco Micciché, ora, eletto senatore, è passato nelle fila di Renato Schifani. Lo chiamavano lo “sceicco” perché nel 2007 fece sbarcare l’Amia ad Abu Dhabi, Al Ain, Djebal Cherik e Sfax. Compito dei manager palermitani, trapiantati a frotte negli emirati, era quello di insegnare ad arabi e tunisini i segreti della raccolta differenziata e le tecniche di gestione delle discariche. Come è finita a Bellolampo è noto ai palermitani, quali sono i tetti di “differenziata” a Palermo lo dice l’Istat, 5,5% città quintultima in Italia. Eppure tra datteri e dune gli “ambasciatori” dell’Amia trovarono il paradiso. Viaggi sempre in business class, alberghi rigorosamente a cinque stelle, cene da 500 euro a cranio. Il 6 gennaio 2007 il presidente-senatore Galioto (77.344 euro il suo “gettone” nel 2008) spende mille euro per due notti all’hotel “Grand Hayatt”, più 3150 euro di biglietto aereo, un suo dirigente in missione a Dubai ad agosto di quello stesso anno si fa rilasciare una ricevuta di 800 euro per un pranzo. Si largheggiava negli Emirati, fino a sponsorizzare, per una cifra non inferiori a 500 mila euro, una gara di off-shore a Dubai. Risultato finale: un “buco” diventato presto una voragine e un avviso di messa in mora della Corte dei conti a carico dei dirigenti dell’Amia, del sindaco Cammarata e di alcuni assessori, per un danno erariale superiore agli 80 milioni di euro.

Il Fatto Quotidiano

3 novembre 2010

Quando Mr.Billionaire “frequentava i mafiosi”

L’ex moglie di Flavio Briatore confessa in un libro le relazioni pericolose del marito: Corallo e Spadaro.

Marcy Schlobohm, lei è stata sposata con Flavio Briatore per quattro anni. Quando vi siete conosciuti?    Era l’estate del 1980 e io dovevo ancora compiere i diciotto anni. Ero a Milano, al Nepentha. Venne da me il conte Gigi Perez, che lavorava con Achille Caproni. Mi portò da un ragazzo, e mi disse: “Marcy, questo è Flavio”.    Poi siete andati a vivere a Milano nella casa di piazza Tricolore. È vero, per esempio, che c’erano i rubinetti d’oro?    Non so se era tutto quanto oro. Credo che fossero placcati…    E facevate varie feste?    Sì, tante feste. C’erano molti invitati, gente elegante. Mangiavamo caviale e bevevamo champagne. Ecco, io credo questo: per Flavio, ero come un gioiellino, ero la sua fonte di bellezza. Un po’ come tutte le sue donne, del resto. C’erano i vip, c’erano le modelle. Se non eri importante non potevi entrare: per Flavio, tuttavia, la porta era sempre spalancata. Non si faceva mancare nulla: aveva   una Rolls, poi si comprò una Mercedes. Aveva un cameriere e un cuoco personale.    Eravate ricchi, insomma. Lei faceva la modella, ma Flavio? Quale era il suo lavoro?    Oh, ne aveva vari. Innanzitutto, faceva l’agente di cambio: lavorava in Borsa.    Lavorava da solo, o per conto di altri imprenditori?    Non lo so esattamente. So che aveva delle sue aziende. Lavorava con altre due persone: uno si chiamava Giorgio Patroncini, l’altro Franco Bonaccorso. Erano in tre: tre soci.    E poi, chi altro frequentavate?    Bè, frequentavamo un sacco di gente. A Milano, intendo. Emilio Fede, Achille Caproni, Bettino Craxi anche. E poi, tante donne, tanta gente: tutta la bella società dell’epoca.      Briatore frequentava Craxi?    Sicuro. Andammo a cena con lui, una sera. Me lo ricordo bene, perché per quell’occasione Flavio mi comprò un vestito di Yves Saint Laurent. La cena si tenne a casa di Craxi, o a casa di un suo amico intimo, ora non rammento. C’erano dodici persone.      Ma Flavio parlava con Craxi? I due si conoscevano?    Sì, sì, parlavano. Certo che si conoscevano. C’era anche Emilio Fede, quella sera. Ecco, ricordo che rimanemmo lì fino a tardi: tanto per cambiare…    Emilio Fede e Flavio Briatore dovevano essere molto amici.    Sì, certo. Emilio era un tipo parecchio simpatico, mi faceva molto ridere. Scherzava sempre.    Che a lei risulti, mentre voi stavate assieme, Flavio non ha mai frequentato un certo Gaetano Corallo?    Gaetano? Ma certo, Gaetano: come no? Tutti lo chiamavano Gaetanino. Sì, sì, l’ho conosciuto anche io. Era un tipo molto simpatico, anche se un po’ duro. Non parlava inglese. Veniva a casa nostra a Milano, ogni tanto. Siamo stati anche a cena fuori. Era il 1981, il 1982.    E un certo Rosario Spadaro?    Il nome mi dice qualcosa, sì. Ma non ricordo di più.      Entrambi sono stati indagati per mafia: si occupavano di casinò…    Mafia? My god, mio dio. Io ho paura della mafia. A me la mafia non piace.    Come siete arrivati a Saint Thomas?    È molto difficile da spiegare. Ecco, ci proverò: noi vivevamo a Milano, sempre in piazza Tricolore. Flavio a un certo punto, andò a Parigi per affari. Io andai a Milano a prendere le valigie. Dunque, ero in casa nostra, ed ero da sola. Sentii suonare alla porta. Andai ad aprire e c’erano tre uomini della polizia. Entrarono nell’appartamento e cominciarono a   interrogarmi. Mi avranno interrogato, in tutto, per tre o quattro ore: volevano sapere cosa faceva Flavio quando era in casa, volevano sapere se giocava a carte, se giocava d’azzardo. Cose di questo tipo. Hanno perquisito l’appartamento e ricordo che volevano vedere la cassaforte. Dopodiché, se ne sono andati via.    E lei che cosa fece?    Bè, chiamai Flavio. Gli raccontai tutto. Lui mi rispose: “Parti subito, vieni a Parigi da me. Ce ne andiamo a Saint Thomas”. E così è stato. Dopodiché, siamo rimasti lì, perché lui non aveva altra scelta: non poteva   più tornare in Italia. Questo, almeno, è quello che mi ha raccontato. Ricordo che mi disse: ‘Beba non ti preoccupare’, perché Beba era il mio nomignolo.    È la faccenda del gioco d’azzardo. Abbiamo letto le sentenze. Briatore ha avuto un processo, è stato condannato, ed è dovuto restare all’estero.    Sul serio? Flavio ha avuto un processo? Non lo sapevo. Io non ho mai visto Flavio giocare a carte. Facevamo tante feste, ma non si giocava mai. Andavamo ogni tanto al casinò: due o tre volte siamo stati a Montecarlo. Ma niente di più.    Non le raccontò del suo passato, non le disse del gioco d’azzardo e non le disse del processo?      Proprio no. Flavio mi disse che aveva qualche problema, ma niente di più. Non mi disse che c’era un processo.    A quanto risulta, anche Caproni aveva una villa a Saint Thomas. Lei lo sapeva?    Bè, che dire? Non credo che si tratti di un caso: può darsi, anzi, che stiamo parlando della stessa villa. Prima che arrivasse Flavio, se non ricordo male, la casa era di Caproni. Penso che sia così…    La collaborazione tra Briatore e Benetton è un tema interessante. Il suo ex marito cominciò a lavorare per l’imprenditore veneto solo dopo il vostro trasferimento, e non prima. È esatto?    Sì, sì. Esatto. Flavio aveva parecchie amicizie in America, e aiutò Luciano ad aprire tutti i suoi vari negozi, anche qui a New York.      E com’era la vostra vita a Saint Thomas?    Facevamo una vita bellissima. Flavio aveva questa barca molto veloce: si chiamava Azzurro.    C’era anche un locale, il celebre Jimmy’z…    Sì, sì: il Jimmy’z. Se Flavio lo aprì, fu anche per merito mio: fui io, infatti, a presentargli Régine Zylberberg.    Com’era il Jimmy’z?    Bè, era a dir poco enorme. C’erano duecentocinquanta posti per mangiare all’esterno, vicino alla piscina. Dentro, invece, c’era spazio per duemilacinquecento persone, ed era sempre pieno. Il giorno dell’inaugurazione vennero Régine, Philippe Junot e John Travolta. Fu qualcosa di indimenticabile.    Lei e Flavio Briatore avete divorziato dopo oltre quattro anni di matrimonio, nel novembre del 1987.    Ci siamo lasciati perché io non ero più innamorata di lui, né lui di me. Posso chiedere una cosa? – mormora – cos’è questa storia della macchina che è esplosa ?      La macchina di Dutto, intende dire?    Sì, Dutto, certo: la macchina di Dutto.    Per quale motivo vuole sapere di Dutto?    Ah, è molto semplice. Flavio portava sempre una sua collanina, una collanina che era appartenuta a questo signore. Vedi, Beba – mi ha detto un giorno –, io porto questa collanina. È di un vecchio amico mio.

di Andrea Sceresi, Maria Elena Scandaliata e Nicola Palma IFQ

26 ottobre 2010

Don Vito e il prestito per l’azienda di Berlusconi

L’ex direttore della B. Popolare: “Nell’86 Ciancimino e Dell’Utri mi chiesero 20 miliardi”.

“Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario’ e ‘con l’amico Ciancimino’ volevamo ‘sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.
Così inizia l’intervista, pubblicata oggi su ‘Il Fatto Quotidiano’, a Giovanni Scilabra l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo che nel 1986 si attivò, dopo una richiesta avanzata da Vito Ciancimino al conte Arturo Cassina, azionista di quell’istituto di credito, per fornire a Marcello Dell’Utri un finanziamento multimiliardario a favore delle aziende di Silvio Berlusconi. Questa volta a parlare dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e le imprese di Berlusconi non è Massimo Ciancimino ma un manager settantaduenne, oramai in pensione che rievoca: “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo, ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”.
I tempi sono quelli della metà degli anni ’80, Vito Ciancimino era stato appena arrestato da Giovanni Falcone e un provvedimento del Tribunale di Palermo lo aveva costretto all’obbligo di soggiorno a Rotello, un piccolo comune del Molise. Nonostante le misure restrittive, l’ex sindaco trovava sempre il modo di tornare in città e con la scusa di incontrarsi con i suoi legali si vedeva con Bernardo Provenzano. Fu probabilmente durante una di quelle trasferte che andò a trovare il direttore della Popolare di Palermo, Giovanni Scilabra per richiedere un prestito per Dell’Utri.
“Nei primi mesi del 1986 – racconta oggi Scilabra – il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni  – afferma l’ex manager – Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi”. La somma era di 20 miliardi di vecchie lire, una cifra enorme per quei tempi. “Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’. Così, continua Scilabra, “Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con gli interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi”. “Non capii – ammette l’ex direttore della banca – se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa”. “Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi”. Così l’ex manager prima di esporsi decise di chiedere consiglio a tutti i direttori generali più anziani delle altre banche popolari della Regione. “Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta, il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì, l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa, il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì e Francesco Romano della Popolare di Carini”. All’epoca “erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui”. Dopo un consulto con ognuno di loro il giudizio però fu negativo, l’operazione era troppo rischiosa per le loro piccole banche e “la centrale rischi bancari indicava per il Gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi di lire”, “avremmo rischiato di perdere tutti i soldi”, ammette l’alto funzionario. Inutile dire che Vito Ciancimino ci rimase “molto male”. Secondo Scilabra anche lui si sarebbe ritagliato una fetta per la mediazione, come di sua consuetudine. La sfuriata di don Vito “fu sgradevole ” racconta l’ex dirigente. “Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato congrui interessi”. L’ex Sindaco in effetti non amava essere contrastato. D’altra parte è grazie a lui che il conte Cassina, (personaggio influente in città probabilmente per via della sua appartenenza all’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro), poteva contare su una pluridecennale gestione della manutenzione di strade e fogne. Lecito pensare dunque che Don Vito fosse irritato da quel diniego, per il quale gli era stata sottratta soprattutto l’opportunità di concludere un affare. Delusioni di don Vito a parte, con le dichiarazioni di Scilabra si aggiungono ulteriori indizi alla natura dei rapporti fra l’ex Sindaco di Palermo e l’entourage del Gruppo Berlusconi. Così, mentre l’avvocato del Premier, Nicolò Ghedini, si appresta a smentire nuovamente tali relazioni “mai avvenute” sia a livello “diretto” che “indiretto”, l’ex direttore generale della Banca Popolare di Palermo, sempre nella sua intervista, offre il suo personalissimo parere e una riflessione finale: “Per me al 99 per cento Massimo Ciancimino dice la verità. Sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina e per costruire un Paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità”.

di Silvia CordellaAntimafiaduemila.it

20 ottobre 2010

Adriatico, mar di mafia

Le procure fanno luce sugli incredibili affari del boss Albino Prudentino tra la Puglia, l’Albania e il Montenegro. Non solo contrabbando, ma anche azzardo, droga, armi, traffico di prostitute e riciclo di denaro sporco.

Le sigarette sono un vizio che costa. Ma, soprattutto, un crimine che rende. Un affare che ha cementato le relazioni lungo le due sponde del canale d’Otranto fra due sodalizi criminali giovani, ma ampiamente entrati nella maturità della delinquenza: Sacra Corona Unita e mafia albanese.

Ultimo atto, il 29 settembre, a Tirana: Albino Prudentino, re del contrabbando, aspetta solo di inaugurare la sua nuova sala da gioco. Ma ci sono i carabinieri del Ros a guastargli la festa: per il boss della Sacra scattano le manette. A Prudentino e alla sua famiglia viene sequestrato un immenso patrimonio immobiliare che include resort e alcuni casinò, utilizzati, secondo gli inquirenti, per ripulire il denaro sporco. In programma, c’era anche da istituire una rotta di aliscafi per portare i pugliesi a giocare d’azzardo sul lungomare di Valona.

Contemporaneamente, nell’ambito dell’Operazione Calipso, i Ros bloccano a Malpensa un altro uomo di Prudentino, l’ex poliziotto Gennaro Solito, proveniente dalla Thailandia. Riesce, però, a scappare l’altro capo Daniele Vicientino, considerato diretto epigone del fondatore storico della Sacra Corona Unita, Pino Rogoli.

Per capire chi è Prudentino, d’altronde, basta ricordare che, nel 1999, suo figlio Angelo incontrò direttamente Bernardo Provenzano per negoziare l’importazione delle sigarette provenienti dai Balcani in Sicilia. Albino pensa a tutto: le navi sono appaltate ad un imprenditore di Massa Carrara. La mafia deve solo comprare le “sue bionde”. Il patrimonio del contrabbandiere di Ostuni, in breve tempo, decuplica.

Negli ultimi anni, Prudentino aveva abbandonato la rischiosa vita di mare per godersi una dorata pensione a base di rendite provenienti dal riciclaggio nel gioco d’azzardo. Ma le cose sono andate diversamente.

Il metodo dell’on line gambling, d’altronde, era stato sperimentato già dal capoclan barese Savino Parisi, arrestato a dicembre dello scorso anno. La Guardia di finanza e la polizia inglese, nell’ambito dell’operazione Domino, sequestrarono beni per 220 milioni di euro, incluso una società di scommesse on line, domiciliata a Londra, la Paradise Bet, e la catena di articoli sportivi Sport&More.

Parisi era a capo di un sistema criminale pasciuto a suon di “bionde”, con ramificazioni in tutta Italia e nei salotti buoni. I corrieri del clan rifornivano direttamente Milano, attraverso l’aiuto del mammasantissima Luigi Magrini, per poi dedicarsi, in Puglia, ad affari più tradizionali: appalti e mattone. Secondo gli atti dell’indagine, la gang di Parisi puntava a costruire un campus universitario da 3.500 posti letto. La cricca, secondo quanto finora emerso, operava attraverso solide connivenze politiche.

Nell’inchiesta finiscono nomi eccellenti. Come la giovane deputata e amica di Gianpi Tarantini, Elvira Savino, ascritta alla categoria delle “papi girl” e ribattezzata da Dagospia “la topolona con il tacco 12 centimentri”, accusata di cooperare con la testa di legno del clan Michele Labbellarte. E, ancora, gli avvocati di quest’ultimo, entrambi ex vicepresidenti di Provincia in quota Pd, Gianni Di Cagno e Onofrio Sisto.

La loro posizione è stata stralciata il 7 ottobre dall’inchiesta principale, ma dovranno rispondere in merito alle accuse di non aver segnalato alla Banca d’Italia operazioni relative al denaro di Labbellarte.

L’inchiesta barese, intanto, sembra aver illuminato un altro cono d’ombra che copriva quel sistema “gelatinoso” e bipartisan emerso troppe volte, recentemente.

La Savino è accusata di aver aiutato Labbellarte a riciclare il denaro del clan Parisi e di aver interceduto presso il Ministero delle Infrastrutture a favore del progetto del campus di Valenzano.

L’avvocato Di Cagno, invece, considerato vicino all’entourage pugliese di Massimo D’Alema, ex membro del Csm e consigliere d’amministrazione del quotidiano “il Riformista”, scivolato fuori dal processo principale, affronterà un altro dibattimento.

Fra i Pm, fresca di nomina, troverà Francesca Romana Pirelli, moglie del magistrato pugliese e senatore Pd Gianrico Carofiglio. Un bel conflitto d’interessi.

Prostituzione, traffico d’armi e di droga, camorristi che smerciano e ‘ndrine che scambiano coca colombiana: sull’asse Puglia-Balcani, gli affari non conoscono crisi. Come dimostrano le recenti operazioni delle Dia Labi, Mediana 2, Bari-Bar, Berat, o il caso Montecristo; quest’ultimo è il più grande processo per numero di imputati mai celebratosi in Svizzera, attualmente giunto al primo grado di giudizio e conclusosi con le condanne degli affiliati Pietro Virgilio e Paolo Savino.

Il dibattimento, a Bellinzona, ha ricostruito un network dove Sacra Corona e montenegrini scambiavano sigarette, bazooka e kalashnikov, gli svizzeri ripulivano il denaro e il clan Giugliano di Forcella si occupava della vendita “a dettaglio”. Un giro d’affari pari a un miliardo di franchi svizzeri per 215 milioni di stecche. Anche le autorità italiane, d’altronde, in passato, si sono occupate di Savino, individuandolo come semplice protégé del premier del Montenegro, Milo Djukanovic.

Nel 2002, infatti, la Dda di Bari accusò Djukanovic di associazione mafiosa finalizzata al contrabbando di sigarette e, nel 2005, il procuratore di Napoli ne richiese l’arresto, andando a sbattere contro l’immunità presidenziale. E’ proprio il rapporto fra mafie balcaniche e politica, d’altronde, il valore aggiunto di quelle organizzazioni criminali. Un vantaggio che, a quanto pare, si riverbera anche sulle nostre mafie. Djukanovic, ad esempio, nonostante fosse ex sodale di Milosevic, fu appoggiato dalle principali segreterie dell’Unione europea in chiave antiserba non appena si convertì alla causa dell’indipendentismo.

In cambio, egli promise lucrose privatizzazioni, mentre i proventi delle dismissioni andavano a ingrossare i conti della Prva Banka, una sorta di salvadanaio di famiglia, con il fratello del premier, Aco, a fare da presidente, e con partecipazioni societarie dello stesso Djukanovic e di sua sorella Ana.

Dal Montenegro all’Albania, l’intreccio mafia-politica è una costante che ritroviamo anche nel caso Prudentino. E’ il caso di due società di giochi d’azzardo di proprietà del boss pugliese. Nella Betting system Albania, infatti, sono spuntate le partecipazioni della sorella di un ministro di Tirana, Majlinda Bregu, e del marito, mentre nella Casinò Italia, la contabile è la nipote della moglie del premier Sali Berisha.

Le mafie, fra Albania, Montenegro, Macedonia e Kosovo, quindi, rappresentano la stessa fisiologia del potere, non una patologia. Il caso più eloquente è proprio quello dell’Uck, il movimento indipendentista kosovaro, derubricato da associazione terroristica, dagli Stati Uniti, solo per legittimare l’indipendenza del Kosovo, e da sempre finanziatosi con il traffico di droga “made in al-Qaeda” proveniente dall’Afganistan.

Il tribunale di Brindisi, d’altronde, nel processo ad Amarildo Vrioni, svelò già dieci anni fa come gli scambi fra mafia e albanesi fossero volti a finanziare i nazionalisti kosovari. Sia la mafia balcanica sia la Sacra Corona Unita erano, allora, considerate meno pericolose della Bratva russa o dei corleonesi. Ma, a quanto pare, oggi, le cose sono cambiate.

di Alessio Postiglione – L’espresso


5 ottobre 2010

A cena con Schifani

Il Procuratore Messineo prima nega l’inchiesta e poi incontra il presidente “coinvolto”

Palermo, caserma “Cangialosi” della Guardia di Finanza di Via Cavour. Sono le 23.45 e all’apertura dei cancelli dall’interno iniziano a defluire una decina di auto blu con lampeggiante. Ci sono quelle delle autorità, alcune con i vetri oscurati e quelle di scorta. All’interno della struttura è appena terminata una cena che ha avuto molti invitati e tutti di grande spessore politico-istituzionale. Ma i riflettori si sono accesi su due di loro; seduti allo stesso tavolo c’erano Renato Schifani, presidente del Senato e Francesco Messineo, a capo della Procura di Palermo.   Il primo, secondo L’espresso, è indagato dalla Procura di Palermo. Il secondo quella Procura la dirige. Il primo in passato è stato socio, nel 1979, nella società di brokeraggio assicurativo Sicula Brokers, di personaggi successivamente incriminati per associazione mafiosa e concorso esterno come Benny D’Agostino, amico del boss Michele Greco e Nino Mandalà, favoreggiatore di Bernardo Provenza-no. Il secondo coordina la procura che ha condannato Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri per mafia e che sta indagando sulla trattativa Stato-mafia; è stato proprio Messineo a smentire con una nota l’indagine a carico di Schifani: “il nome del presidente del Senato Renato Schifani non è iscritto nel registro degli indagati di questa procura”. Sappiamo però quanto questa formula sia d’obbligo nelle indagini per mafia.      Attorno    alla tavola    ALLA CENA, assieme ai due “pesi massimi” c’erano anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, il questore Alessandro Marangoni, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Francesco Cascio, il presidente della Corte di Appello Francesco Oliveri, Leonardo Guarnotta, presidente del Tribunale di Palermo già membro del pool Antimafia di Caponnetto assieme a Falcone e Borsellino, oltre agli ufficiali superiori della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, tutti con le rispettive mogli.    Dopo la conferma da parte di altre fonti, molto attendibili, che effettivamente Renato Schifani sarebbe indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, questa cena rischia ora di creare tensione all’interno della procura siciliana: può Messineo,  seppur nel corso di una cena con alti dirigenti politici e militari, sedere allo stesso tavolo con colui il quale potrebbe essere indagato dai suoi sostituti? Al Fatto Quotidiano risulta che proprio loro, i sostituti procuratori   di Palermo che stanno in questi giorni indagando sulle vicende professionali del passato dell’avvocato Renato Schifani, fossero all’oscuro della cena e quindi della partecipazione di Messineo.

Le preoccupazioni    dei magistrati

MENTRE nelle stanze del Palazzo di Giustizia i magistrati Antonino Di Matteo, Antonio Ingroia e Paolo Guido e Ignazio de Francisci stanno verificando le dichiarazioni di Francesco Campa-nella e Gaspare Spatuzza, il loro capo cenava allegramente (in compagnia di altre cariche istituzionali) con il soggetto che – al di   là della sua posizione formale – è il fulcro di quell’inchiesta.    L’iscrizione    del nome di Renato Schifani (o magari più probabilmente   di uno pseudonimo o di unalettera,tipoalfaebeta)nonè determinante. Anche a voler prendere per buona la mancata iscrizione del presidente Schifani sul registro degli indagati a Palermo, i motivi di opportunità che avrebbero dovuto tenere lontano il procuratore capo Messineo dalla caserma Cangialosi restano intatti. Proprio la posizione di Schifani è stata al centro di un incontro tra i magistrati della Direzione distrettuale Antimafia che si occupano del caso e che si è tenuto quest’estate. Sul tavolo c’erano i verbali di Gaspare Spatuzza resi davanti ai pm di Firenze e Palermo, nei quali il collaboratore parla delle frequentazioni comuni dei Graviano e di Renato Schifani; c’era il memoriale di Francesco Campa-nella sugli affari della cosca Mandalà   a Villabate e sul ruolo del consulente Renato Schifani che di quella giunta era l’esperto giuridico in materia urbanistica. All’esito di quella riunione si sono decisi i passi da fare per verificare i rapporti di Schifani con Nino Mandalà e la famiglia di Villabate da un lato e con il costruttore Giuseppe Cosenza e con il mondodellamafiadiBrancaccio dall’altro. Il procuratore capo Francesco Messineo è a conoscenza di questa attività e sa bene che–seppure veramente Schifani non è indagato formalmente – la sua posizione è al vaglio dei suoi sottoposti. Il passato di Renato Schifani è oggetto di accertamenti. E per questa ragione abbiamo chiesto a Messineo se la   cena fosse davvero avvenuta e se non la ritenesse per lui un passo falso. Il procuratore si è limitato a una risposta via mail in cui scrive che “la cena organizzata dal Comandante Interregionale della Guardia di Finanza si è svolta presso il Circolo Ufficiali della stessa Guardia di Finanza”. “La conversazione durante la cena – ci scrive ancora Messineo – ha avuto per oggetto quasi esclusivamente la imminente visita del Sommo Pontefice nonché altri argomenti consueti in tali occasioni mondane”.    Nessuna dichiarazione invece dall’ufficio di Guarnotta la cui segreteria era stata contattata nella mattinata di ieri. Messineo non ha invece risposto rispetto all’opportunità o meno della sua partecipazione all’evento “mondano”.

di Benny Calasanzio IFQ

“Così abbandona i Pm il guardasigilli deve chiarire subito”

“Domani stesso Antonio Di Pietro presenterà un’interrogazione parlamentare per chiedere conto di questa cena degli orrori al ministro della Giustizia Alfano. Chi meglio di lui può rispondere, visto che c’era?”.  Sonia Alfano ha appena finito di parlare al telefono con il suo leader ed è un fiume in piena. Tanti anni fa ha fatto la giornalista sulle orme del padre, Beppe Alfano, assassinato dalla mafia nel 1993. E, quando ieri mattina ha saputo da una fonte che preferisce mantenere anonima la storia della cena tra il capo della Procura e un suo (possibile futuro?) indagato eccellente ha subito cercato conferme nei Palazzi palermitani.    Sonia Alfano, cosa ha saputo di questa cena e perché la ritiene così scandalosa?    Partiamo dai fatti: sabato sera a Palermo, allo stesso tavolo, da quello che dicono le mie fonti più che affidabili, c’erano il ministro della Giustizia Alfano, il presidente del Senato Schifani, il presidente dell’assemblea regionale Francesco Cascio, il sindaco di Palermo Diego Cammarata, il Prefetto, il Questore, il presidente della Corte d’appello Leonardo Guarnotta e il procuratore capo Messineo.      Perché la definisce una cena degli orrori?    È una cena degli orrori e degli errori perché in una città nella quale si indaga sulle infiltrazioni della mafia nella politica erano seduti allo stesso tavolo investigatori e investigati. Diego Cammarata è indagato a Palermo per la vicenda della discarica di Bellolampo e anche Renato Schifani è sotto indagine. A me sembra assurdo che il procuratore capo che dirige l’ufficio che dovrà decidere le sorti di due uomini così potenti si sieda al tavolo con loro. E devo   dire che anche la presenza del presidente della Corte di appello mi ha lasciato perplessa.    Proprio Messineo ha smentito che Schifani sia indagato.    Sappiamo tutti che L’espresso ha confermato e poi da sempre ci sono le smentite rituali per le alte   personalità indagate. Comunque, a prescindere dall’iscrizione, la Procura sta indagando sulle sue attività passate e non è possibile vedere una scena del genere. Per di più nella caserma della Guardia di Finanza, proprio la forza che ha indagato fino al 2002 Schifani per concorso esterno in associazione mafiosa, come avete scritto voi del Fatto e potrebbe magari tornare a farlo. E proprio alla presenza del ministro della Giustizia e del presidente della Corte d’Appello, massima autorità del distretto giudicante. È una cosa che si commenta da sé. Sono saltati tutti i ruoli.    Il procuratore capo ha detto che si trattava di un’occasione mondana e che si è parlato per lo più del Papa.    Ma è proprio questo il punto. Non si fanno cene mondane con gli indagati. L’occasione conviviale fa saltare le barriere tra istituzioni che hanno ruoli diversi. Il procuratore capo e il presidente della Corte d’Appello sono nominati dal Csm e potrebbero domani essere sottoposti al suo giudizio. E nel Csm ci sono anche i politici che influenzano le carriere e i procedimenti disciplinari, come insegna il caso De Magistris. A maggior ragione in un momento in cui i politici sono soggetti al giudizio dei pm e dei giudici, i capi degli uffici dovrebbero evitare le situazioni conviviali. Anche perché così espongono i sostituti che indagano.      Lei vuole accusare il procuratore capo di avere lasciati soli i suoi pm?    Io dico di più: Messineo ha messo a rischio i suoi sostituti. Voglio essere brutale: il messaggio che passa all’esterno è che solo alcuni magistrati come Antonio Ingroia o Antonino Di Matteo sono interessati seriamente a capire se Schifani ha avuto rapporti con i mafiosi. Mentre il loro capo va a cena con il presidente a parlare del Papa. Se Di Matteo e Ingroia fossero eliminati con un procedimento disciplinare o con un trasferimento o con qualcosa di peggio che non voglio pensare nemmeno, i problemi di Schifani sarebbero risolti. Questo è un messaggio pericoloso. I pm non devono essere lasciati soli e anche per questo presenteremo l’interrogazione parlamentare.

di Marco Lillo IFQ

4 ottobre 2010

Una donna contro la ‘Ndrangheta (in Brianza)

La consigliera di Desio che combatte per la legalità.

Averne, come la Lucrezia. Di consiglieri comunali di opposizione che sappiano fare davvero il loro mestiere.

Controllare, esigere, puntare i piedi fino a raggiungere l’obiettivo. O fare in pubblico i nomi che non si può. Lucrezia e Desio. Lucrezia e gli abusi edilizi. Lucrezia e la ‘Ndrangheta che ti alita sul collo. Quando l’estate scorsa sono arrivati come un tornado gli arresti di Ilda Boccassini contro i clan calabresi dallo Stretto al confine svizzero, ci è finita dentro pure la grassa terra di Brianza. Dove in tanti facevano spallucce, qui mica siamo a Palermo. Allora ognuno ha ricordato quella cocciuta consigliera di Desio che mobilitava, organizzava assemblee pubbliche con consiglieri regionali, dirigenti del suo   partito – il Pd -, giornalisti ed esperti. Sale piene e il coraggio che piano piano conquistava i presenti fino a fare scattare le denunce.    “Non è stato così difficile accorgersi che qui qualcosa non andava. Venivo da Cormano,   iscritta al Pci dal ’79, anche se ho incominciato a fare politica attiva nel ’95, ai tempi dell’Ulivo. E appena sono arrivata a Desio ho fiutato le stranezze. I cittadini, per esempio, non andavano negli uffici per le loro questioni edilizie, ma sembrava che dovessero passare tutti prima dal geometra Rosario Perri, il capo dell’ufficio tecnico. Sì, proprio lui”. Giusto, fermi un attimo.

Assessori, rifiuti    e abusi edilizi

QUESTO PERRI, calabrese della provincia di Catanzaro, è l’assessore provinciale che qualchesettimanafasièdovuto dimettere per effetto dell’inchiesta. Nella neonata provincia di Monza e Brianza l’avevano messo a fare indovinate cosa? L’assessore al Personale e alle Aziende partecipate. Che vuol dire che avrebbe assunto lui tutto il nuovo personale richiesto dalla Provincia, insomma sarebbe stato il padrone dell’istituzione. Una scelta strategica. Una pacchia. Celebre la telefonata con il figlio a Londra,   invitato a venire in Italia a prendere le centinaia di migliaia di euro che il padre conservava nei tubi in casa e a portarne un bel po’ in Svizzera. Ma che soldi sono?rispondeilfiglio,rifiutandosi di eseguire (“macché risparmi,papà!”).“Ecco,quando io arrivai qui Perri aveva la tessera del Psi e se l’intendeva con Natale Moscato, assessore ai lavori pubblici, socialista anche lui, una famiglia legata a Natale Iamonte, un grande boss mandato qui al confino. E io mi insospettivo quando vedevo che per parlare di lavori pubblici e di edilizia quei due, invece di stare in ufficio, scendevano in cortile e stavano lì a confabulare. La gente mormorava. Ma sembrava che nessuno potesse fare niente. Per questo, quando sonostataelettainconsiglio,mi sono subito impegnata sulla correttezza e mi sono guardata bene intorno”.      Lucrezia Ricchiuti, non fa solo la consigliera. Cura la parte amministrativa della società del marito, promotore finanziario. Ha tirato su due figli e quando ha dovuto fare un po’ meno la madre si è pure iscritta e laureata in Scienze politiche, tesi in storia del sindacato. A dimostrazione che non bisogna essere professionisti per far bene la politica. “Desio è una città dove comanda Massimo Ponzoni, già assessore regionale e ora nell’ufficio di presidenza della Regione. Oh, sia chiaro, non è indagato; però chissà perché è già finito un po’ di volte in inchieste di ‘Ndrangheta. Qui nel 2008 si scoprì una scena da Gomorra: tir che un weekend andarono avanti e indietro indisturbatiperlacittàsversandorifiuti tossici – c’è un’inchiesta in   corso – nel terreno gestito da un tale Fortunato Stellitano, calabrese pure lui. Chissà per quanto tempo l’hanno fatto. E chissà i danni ambientali. Da allora sa io che cosa faccio? Mi giro tutti i terreni agricoli per controllare se sono senza sistemi di cinta, perché deve essere visibile che cosa ci accade dentro, al massimo si può accettare una rete. Se sonocintatipuzza.Epoiguardo se vengono su case o ville abusive. Sa, qui la parola d’ordine era ‘non andare in Comune tanto poi s’aggiusta’. E infatti una delle più grandi soddisfazioni per le mie denunce è che martedì si demolisce una villa abusiva. Sa di chi è? Di Antonino Reitano, l’assessore all’ambiente di Cusano Milanino”.

Il silenzio    del Pd

LUCREZIA però non si occupa “solo” di legalità. A lei si deve infatti se il Comune ha venduto i suoi terreni a decine e decine di artigiani che li affittavano, per metterli in condizione di avere, durante la crisi, i mutui dallebanche.Soprattuttoaleisi deve la difesa delle case comunali piene di anziani, in gran parte vedove, che qualcuno voleva vendere per far cassa.    Certo la battaglia per la legalità e per liberare la Brianza dai clan è la sua priorità. “E mi scoccia che il mio partito non faccia altrettanto. Mi scoccia che non riusciamo a essere quelli ‘del fare’. Lenti e bravi nel parlare. Quando mi è arrivata la convocazione dell’assemblea regionale del   18 scorso e ho visto  che non si faceva cenno a quanto era accaduto in luglio, nulla su quel che abbiamo saputo su ‘Ndrangheta, amministrazioni   e politica, ho mandato subito una lettera a Martina e Cornelli, i segretari regionale e provinciale, per chiedere come mai. Nessuno mi ha risposto. Proprio non lo capiscono. Ma da qui, sabato pomeriggio prossimo, faremo partire una grande fiaccolata. Tre ore in cammino con sindaci, consiglieri comunali democratici e i cittadini che non vogliono più i clan al comando. Saremo intanti, mica sono sola”. Giusto, però una richiesta che sgorga dal cuore ora la fa chi scrive. Quando si rieleggerà il consiglio comunale di Desio, per favore, nessuno dica che la Lucrezia c’è già stata tre volte e che ci vuole il ricambio. Già visto. Averne, come lei…

di Nando Dalla Chiesa IFQ

3 ottobre 2010

Variante mafiosa

Schifani, le modifiche al piano regolatore e il boss Mandalà: al centro il comune siciliano di Villabate.

Quella maledetta consulenza. Il memoriale di Francesco Campanella, consegnato dieci mesi fa ai pm di Palermo che indagano sul passato dell’attuale presidente del Senato è dedicato proprio a quel rapporto professionale dell’avvocato Schifani del 1994-1996 con il comune di Villabate. Colpa del ruolo di Nino Mandalà, condannato nel 2007 a 8 anni di carcere per mafia. Mandalà nel settembre del 1994, per ammissione dello stesso Schifani, era presente all’incontro nello studio di Enrico La Loggia nel quale si parlò dell’incarico. C’era anche il sindaco Giuseppe Navetta, nipote di Mandalà, ma era lo zio il vero dominus della politica locale.   Le cimici dei Carabinieri avevano colto nel 1998 lo sfogo di Mandalà all’amico Simone Castello, un fedelissimo del boss Provenzano, contro Schifani e La Loggia. I due politici nel 1980 erano stati suoi soci nella Sicula Brokers eppure, quando suo figlio nel 1995 era stato arrestato per omicidio, Schifani e La Loggia erano scomparsi. Mandalà era deluso (il figlio Nicola sarà poi scagionato ma riarrestato nel 2005 perché curava la latitanza di Provenzano ed era colpevole di un altro omicidio) e ricordava così la storia della consulenza: “’sto cornuto di Schifani che non era… (ancora senatore ma faceva… ndr) l’esperto qua al   Comune di Villabate a 54 milioni di lire l’anno. Me lo aveva mandato il signor La Loggia. Lui (Schifani, ndr) mi poteva dire, mi chiamava… non solo non mi manda niente lui, ma Schifani… dice che non ti conosce… Schifani per motivi di lavoro vedeva a me e, minchia, scantonava, svicolava, si spaventava come se… come se prendeva la rogna, capisci?”. L’intercettazione di Mandalà prosegue    con il racconto del    suo rimbrotto ricattatorio a La Loggia:      “Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo   posso sempre dire che    tuo padre era mafioso. A quel punto lui si è messo a piangere”. La Loggia ha ammesso l’incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa. Schifani invece ha sostenuto di essere stato nominato per la sua competenza. Ecco cosa racconta Campanella dell’operato di Schifani:    “Antonino Mandalà riferì al sottoscritto di aver convenuto direttamente con l’avv. Schifani – a fine 1995 e inizio 1996 – di adottare quattro varianti al Piano Regolatore Generale in modo da accelerare   la modifica di destinazione di alcune aree – e ciò rispondeva agli interessi di Mandalà – nelle more della stesura (più complessa e lunga) di un nuovo PRG. La predisposizione delle varianti venne seguita direttamente dal Mandalà con l’avv. Schifani ( …) Fu lo stesso Mandalà a riferire al Campanella di essersi occupato personalmente della localizzazione di alcune cooperative edilizie per programmi costruttivi in variante al PRG, che avrebbe modificato alcuni terreni   agricoli    grazie a una legge regionale    per l’insediamento delle cooperative edilizie: il Mandalà ne avrebbe lucrato una tangente e la possibilità di gestire tutti i lavori della costruzione con ditte di fiducia della stessa famiglia mafiosa. Mandalà Antonino riferì al sottoscritto di aver richiesto all’avv Schifani di redigere i pareri che portarono sia alla localizzazione in variante al PRG che al rilascio della concessione edilizia per silenzio/assenso da parte della Regione Siciliana. Altre varianti predisposte dal Mandalà concernono l’Area produttiva   , per l’insediamento di un centro commerciale di interesse di Mandalà – fatti già oggetto di giudizio da parte dell’Autorità Giudiziaria – la viabilità e la realizzazione di un parco sub-urbano, che interessavano al Mandalà per l’assegnazione delle opere da realizzarsi.    Si giunge così a giugno 1996, allorché l’avv. Schifani viene eletto al Senato della Repubblica. Nell’occorso si pone il problema di affidare l’incarico professionale di redazione del nuovo PRGC ad altro    soggetto che potesse in    qualche modo riscuotere la fiducia del    Mandalà Antonino   . Solo a febbraio 1997 si giungerà a dare l’incarico all’ing. Gucciardo, che a detta di Mandalà era stato segnalato proprio da La Loggia e Schifani e quindi loro espressione (….). L’avv. Schifani avrebbe comunque assistito alla predisposizione del nuovo piano regolatore in via ufficiosa – sempre per il tramite dell’assessore Geranio che avrebbe continuato a rivolgersi allo studio Schifani – pur essendo necessario ed opportuno investire formalmente altro soggetto, attesi agli incarichi istituzionali assunti dal già incaricato all’urbanistica del Comune.    Sempre il Mandalà riferì che l’interessi a tale collaborazione discendeva dall’evidente interesse economico sotteso all’operazione, atteso che la parcella relativa alla predisposizione del nuovo PRGC ammontava al considerevole importo di lire 343.730.000 oltre tasse ed oneri. Dal versante amministrativo la delibera dell’incarico fu notevolmente sofferta e tra-vagliata, atteso che detto ing. Gucciardo disponeva di curriculum del tutto inconferente con l’oggetto dell’incarico, per cui ferma e combattuta fu l’opposizione consigliare su tale nomina, che tuttavia avvenne secondo gli interessi e voleri del Mandalà.    L’ing. Gucciardo inserì tutte le richieste edificatorie della famiglia Mandalà già nello schema di massima del Piano Regolatore, che poi fu approvato nella seconda amministrazione Navetta nel 1998, mentre il Piano Regolatore definitivo non fu mai completato in quanto nel 1998 giunse lo scioglimento del Consiglio Comunale in ragione delle infiltrazioni mafiose riscontrate.    Nell’occorso il sig. Campanella – divenuto presidente del Consiglio comunale – partecipava personal-mente alle riunioni nell’abitazione del geom. Geranio, in presenza di Mandalà Antonino, Mandalà Nicola e il sindaco Navetta Giuseppe per la decisione definitiva di tutti gli interventi edificatori (….)    Premesso ciò, ad avviso dello scrivente, una volta riscontrati i fatti sinora esposti, diverrebbe evidente il contenuto reticente e/o inveritiero della deposizione resa dall’on. Schifani al PM in data 28/10/08.   In particolare, l’on. Schifani afferma che l’Amministrazione comunale “non mi dà nessun ruolo sulla rivisitazione di alcun Piano Regolatore”, né formalmente né informalmente, neppure tramite l’avv. Mandalà che ebbe a conferirgli direttamente l’incarico di consulente ubanistico del Comune. Ciò contrasta esplicitamente con quanto riferito dal Mandalà al sottoscritto il quale riferì che l’avv. Mandalà ebbe non solo a riferigli l’incarico (pur non avendo formalmente alcun titolo al riguardo), ma lo interessò nei suoi propositi di modifica del piano regolatore adottato dalla precedente Amministrazione.    Schifani afferma che fu mai fatto “nessun accenno a varianti, mai nessun accenno a varianti perché il piano c’era”; affermazione ribadita poi “io non mi sono mai occupato di alcuna variante” e ancora “nei primi mesi del ’96 non si parla di nuova variante né mi viene compulsata l’ipotesi di assistere qualcuno su varianti, quindi con me non ha mai parlato nessuno”. Anche tali affermazioni contrastano direttamente con quanto appreso dal sottoscritto; oltre ciò si ritiene che la sussistenza di tali varianti sia agevolmente riscontrabile negli atti del Comune e della Regione Sicilia(….) l’avv. Schifani afferma: “Io cesso quindi a giugno del ’96, interrompo qualunque forma di collaborazione ovviamente con il comune di Villabate”. Come detto, invece, consta all’esponente che l’interesse del medesimo nella vicenda si è protratto nei mesi successivi (…).    Ai fini di un riscontro delle predette circostanze, il sottoscritto si rende disponibile ad essere sentito a chiarimenti, a richiesta della S.V. Ill.ma.

Località Protetta, 10 novembre 2009

Il memoriale è stato scritto dopo l’archiviazione di una querela per diffamazione intentata dal presidente del Senato contro il pentito per le sue dichiarazioni del 2007. Insoddisfatto dell’archiviazione, che gli dava sostanzialmente torto, Campanella puntualizza le sue accuse in queste 15 pagine dattiloscritte. Nella prima parte, pubblicata ieri, sostiene di essere stato testimone (era presidente del consiglio comunale) dell’attività svolta a Villabate dall’avvocato esperto di urbanistica Renato Schifani. Per il pentito quella consulenza retribuita di 15 anni fa sarebbe nato e cresciuto nel segno e nell’interesse di Nino Mandalà, poi condannato per mafia nel 2006 perché rappresentava la famiglia mafiosa nella politica locale. Schifani, sempre per Campanella, avrebbe fornito la sua consulenza per modificare nell’interesse di Mandalà il piano regolatore.

di Marco Lillo IFQ

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