Posts tagged ‘Manovra’

16 dicembre 2011

Il mio vicino ha il Suv ma non paga le tasse e nessuno lo disturba.

È più facile che un cammello passi attraverso la cruna dell’ago, piuttosto che un ricco italiano riceva la visita della Guardia  di finanza. Si è già capito che neppure un governo di tecnici e stimati professori, senza alcun vincolo elettorale e quindi di consenso, è in grado nel nostro Paese di lanciare una seria lotta all’evasione fiscale. Nella prima manovra del governo Monti di equità ce n’è poca, ma di lotta all’evasione proprio non si vede traccia. E in Italia, come nella povera Grecia. La frode ai danni dell’erario è la prima e più importante causa del debito pubblico. La tracciabilità delle cifre sopra i mille euro era il minimo sindacale, per il resto nulla di nulla. Non uno delle decine di provvedimenti efficaci nella lotta all’evasione che funzionano nel resto nel resto dell’Occidente. Nessuna sanzione seria e certa contro gli evasori, non uno strumento dei tanti a disposizione per accertare i redditi reali dei cittadini. Non parliamo della pagliacciata delle “manette agli evasori”, strombazzata dal precedente governo, che non ha portato in galera un solo evasore. In Italia truffare il fisco rimane un peccato veniale, con i rischi minimi, se non inesistenti. Siamo un Paese fatto così, dove nei fatti è più grave non pagare il bollo dell’auto che evadere un milione di euro, dove non aggiornare un documento comporta più pericoli che ammazzare un poveraccio per strada.

È abbastanza ridicola anche la misura della tassazione (minima) dei capitali scudati, che secondo la Corte dei conti peraltro è quasi impossibile. Non si è fatto l’accordo con la Svizzera per rintracciare i capitali italiani all’estero, come hanno fatto Germania e Gran Bretagna. E a questo punto forse non si farà mai, perché sarebbe in ogni caso tardi e i capitali si muovono alla velocità dei neutrini. Quanto all’evasione fiscale legalizzata della Chiesa, è cambiata soltanto in questo: prima non pagava l’Ici  e ora non pagherà l’Imu.

Dicono tutti che bisogna aver pazienza e aspettare le prossime mosse del governo. Da cittadino paziente, aspetto da vent’anni che i miei vicini di quartiere con la Porche e il Suv, le ville, la barca in Sardegna, siano costretti a denunciare almeno la metà di quanto dichiaro io al fisco. La questione è che ormai in molte famiglie i soldi finiscono prima della pazienza. Ma il grande patto elettorale fra gli evasori e i partiti di governo non finisce mai, neppure quando la politica manda avanti i tecnici.

Cari professori, c’è poco da piangere e pochissimo da aspettare. Se non si fa subito una seria lotta all’evasione, l’Italia fallirà comunque, dopo aver distrutto milioni di famiglie con inutili sacrifici. Lo sapete voi, lo sanno loro, lo sappiamo tutti. Se poi vogliamo continuare a prenderci in giro, sia pure con più stile rispetto all’epoca di Berlusconi, evitiamo almeno la retorica.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

14 dicembre 2011

Restano solo le tasse, ma non per tutti

Più equa, non certo più leggera, probabilmente altrettanto inutile, visto che sono rimaste solo le tasse. Dopo una lunga giornata di emendamenti, parlamentari e governativi, di vertici e tensioni, la manovra del governo Monti assume quella che dovrebbe essere la sua forma definitiva. E il Consiglio dei ministri di ieri pomeriggio ha deciso che, se necessario, il testo sarà blindato da un voto di fiducia.

Taxi no, farmacie sì

I mercati, che ieri hanno punito l’Italia spingendo ancora più su lo spread a quota 466, non avranno apprezzato le incertezze sulle poche misure per la crescita rimaste nella manovra. Prima un emendamento dei relatori, in commissione alla Camera, rinvia tutto al 2013. Poi in serata, su pressione del deputato di Fli Benedetto Della Vedova, il governo riporta la scadenza al 31 dicembre 2012: entro quella data devono esserci nuovi regolamenti che prevedano meno barriere di quelle attuali all’esercizio delle professioni, altrimenti cade ogni protezione. Si salvano solo i taxisti (solo per ora, promette il governo), e si infuria la lobby della NCC, il noleggio con conducente, che da anni aspetta che cadano le barriere sul lucroso settore del trasporto urbano in auto. Ma i più arrabbiati sono i farmacisti: “Le farmacie sono costrette a chiudere contro un governo capace solo di tagliare e smantellare i servizi che funzionano”, protesta Federfarma annunciando una “serrata” di protesta per lunedì. Il ministro della Salute Renato Balduzzi si è impuntato: i farmaci di fascia C, con obbligo di ricetta ma pagai per intero dal cliente, si potranno vendere nelle parafarmacie (tipo quelle dentro i super-mercati) nei Comuni sopra i 15 mila abitanti.

Pensionati a metà

Il Pd esulta perché anche le pensioni tra 1.000 e 1.400 euro saranno rivalutate per l’inflazione. Almeno nel 2012, per il 2013 la copertura al momento c’è solo per quelle fino a 1.000 euro. Come ci tiene a sottolineare Vieri Ceriani, sottosegretario all’Economia, c’è stato un intervento a favore dei redditi bassi anche per quanto riguarda i conti correnti: oggi tutti pagano un’imposta di bollo di 34,2 euro, nella nuova versione della manovra ne saranno esentati tutti quelli che in un anno tengono sul conto in media meno di 5 mila euro. E sono in tanti. Le imprese pagheranno 100 euro invece dei 73 attuali. E sempre il Pd ha incassato un minimo correttivo sullo “scalone” che alzava di botto l’età contributiva da 40 a 42 anni per gli assegni di anzianità (vedi pezzo qui sotto). La copertura per questi interventi a tutela dei più colpiti dalla riforma Fornero dovrebbe arrivare almeno in parte da un prelievo extra sulle pensioni più alte: all’aliquota extra del 10 per cento sugli assegni superiori ai 150 mila euro l’anno si aggiunge un ulteriore 15 per cento sulla parte che eccede i 200 mila. Le conquiste del centrosinistra si fermano qua, c’è un emendamento a cui i democratici tengono molto ma ha ancora un esito incerto: il tetto dei 290 mila euro all’anno agli stipendi dei super manager pubblici. Ci si prova da un decennio, senza risultati apprezzabili.

Cose di casta

Come prevedibile, gli interventi sulla casta passano nella versione più edulcorata. Il governo non potrà adottare un “provvedimento d’urgenza” (cioè un decreto) per imporre a deputati e senatori un taglio dei loro stipendi, ma i presidenti di Camera e Senato Gian-franco Fini e Renato Schifani assicurano che “entro gennaio studieremo un sistema di adeguamento delle indennità parlamentari”. Chissà se per allora la commissione guidata dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini avrà finito di calcolare qual è la media europea a cui uniformarsi. O se ci sarà modo di fare un altro rinvio come quello dell’abolizione delle province: mettere una data di scadenza entro cui far decadere gli organi giudicati inutili (come la giunta e i maxi-consigli) sembra proprio impossibile, quindi ora si parla di esaurimento “naturale”. Semplicemente non saranno rieletti, poi nella fase transitoria ci sarà un commissario. Si prevedono tempi lunghi quindi, gli enti simbolo dell’ipertrofia della politica sembrano averla sfangata anche stavolta.

Tasse, ma non per tutti

Il Pdl di Silvio Berlusconi aveva di fatto ottenuto che nella manovra non fossero violati i suoi tabù. E Monti non ha certo interesse a irritare il suo azionista di maggioranza: la tassa sui capitali scudati cambia, come chiedeva la gran parte dell’opinione pubblica, ma non di molto: chi ha rimpatriato dall’estero capitali sottratti al fisco invece di una tantum dell’1,5 per cento pagherà lo 0,4 nel 2011, l’1 nel 2012 e altrettanto nel 2013. L’Imu viene alleggerita, secondo la formula richiesta dal Terzo polo di Pier Ferdinando Casini: 50 euro in meno per ogni figlio. C’è una piccola patrimoniale sui capitali detenuti all’estero, ma è giusto per pareggiare i conti con il bollo titoli in Italia altrimenti si incentivava la fuga verso la Svizzera anche dei soldi puliti, oltre che di quelli in nero (1 per mille nel 2012 e 1,5 nel 2013).    L’unica novità sostanziosa riguarda gli incentivi per l’assunzione a tempo indeterminato di giovani e donne: nel testo della manovra erano 200 milioni nel 2012 e 300 all’anno dal 2013 in poi. Ora sono 200 nel 2012 e 300 per l’intero periodo 2013-2015. Una delle poche cose di cui Monti si era vantato a Porta a Porta viene parecchio ridimensionata. Nella notte sono proseguiti i lavori in commissione e oggi il decreto arriva in aula, alla Camera.

di Stefano Feltri, IFQ

7 dicembre 2011

Monti, un sobrio show da salvatore dell’Italia

Le “bestie feroci”, “il treno in corsa che sta per deragliare”, l’evocazione dell’”uomo nero”, la necessità del “dolore”. Tutto in prima serata su Raiuno nel teatrino un tempo prediletto dal Cavaliere: Porta a Porta di Bruno Vespa. Ma non è un nuovo caso di cronaca nera. Il plastico non c’è, ma se ci fosse sarebbe un plastico inedito: quello dei sacrifici. Là le pensioni, qui l’Ici, poi un po’ più in là i misteriosi capitali scudati. Alle venti e trentacinque debutta nella Terza Camera” della Repubblica l’Horror Mario Monti Show.

IL GRANDE Tecnocrate della sobrietà e del loden verde si trasfigura in un Professore implacabile e spietato, a suo agio su una delle note poltroncine bianche dello studio. Dopo appena cinque minuti di puntuale elenco delle lacrime e del sangue da far versare si ferma. Pubblicità. É il mercato, bellezza. Pazienza se poi lo stesso Monti paragona i mercati a delle “bestie feroci”. Da “domare”, però, non “demonizzare”. É l’effetto Vespa. E in fondo, Monti, se la merita questa figura sinistra. Sono stati in tanti a dirgli di non andare là dove Berlusconi era solito posare le terga senza problemi. Invece, no. La parodia della politica spettacolo risalta con un logo della Repubblica, sullo sfondo. Ma non è Palazzo Chigi. É Porta a Porta. Con flemma, Monti ha una voce pacata che diventa più forte quando scandisce che “il tempo è poco” e anche “il margine di flessibilità è poco”. Niente speranza in questo funerale in prima serata. Vespa, come per magia, ritorna un composto cerimoniere di stampo democristiano. Ritto in piedi, si concede pochi sorrisi. Ma il riflesso pavloviano per il Grand Guignol alla Cogne gli scappa. Non riesce a trattenerlo. Troppi morti sulla coscienza televisiva.

PRIMA DELLA pubblicità, Vespa poggia la mano sul tavolo alle sue spalle e spara: “Qual è la norma che l’ha fatta più soffrire?”. Come se avesse chiesto ai familiari di una vittima: “Perdonerebbe l’assassino?”. Monti incrocia le mani e dà una risposta pirandelliana, non trombonesca: “Tutte e nessuno”. La sua mutazione nello studio di Vespa procede lenta e inesorabile. Soffrire è un verbo tondo, enfatico, non si concilia con la sua sobrietà. Ma lui risponde lo stesso. Cede al giochino di Vespa. Al punto da ripensarci e dare una seconda risposta. Deve essersi ricordato che il pubblico di Raiuno è fatto in prevalenza di anziani e mitiga la sua crudeltà con un pensiero che sembra una carezza per i vecchietti davanti allo schermo: “La norma che mi ha messo più in difficoltà è quella per i pensionati di fascia bassa”. E il pubblico fedele è sistemato. Quindi, pubblicità. Dalle pensioni agli spot.    Si riprende dopo due minuti e tocca allo scudo fiscale. Monti spiega la sua manovra passo dopo passo e confessa, con rimpianto masochista: “Doveva essere più pesante”. In ogni caso, non c’era alternativa. Senza i tecnici al posto della politica, ci sarebbe stata la catastrofe. Allegria, sempre in prima serata. Dopo il tiggì inguardabile di Augusto Minzolini e al posto dei Soliti Ignoti, dove la gente sogna di vincere facile. Soldi, ovviamente. Monti invece ribalta il format della trasmissione saltata. É lui a chiedere soldi. Persino a Vespa, inquadrato dal premier nella fascia degli scaglioni più alti delle aliquote fiscali. Il presentatore incassa e non reagisce. Un altro schiaffo, un po’ finto, è questo: “Stasera sono qui non per far piacere a lei dottor Vespa, ma per spiegare le mie misure”. E ci mancherebbe.

AL CONTRARIO di Silvio Berlusconi, che a Porta a Porta, arrivava quasi sempre in ritardo. Il Mario Monti Show presentato da Bruno Vespa, invece, inizia praticamente con un’ora e dieci di anticipo.

Il Grande Tecnocrate di Palazzo Chigi arriva al 66 di via Teulada alle 19 e 25. L’intervista che dovrebbe sdoganare il Professore al grande pubblico è prevista alle 20 e 35. Ma lui vuole prepararsi. I giornalisti gli chiedono: “É emozionato?”. Risposta secca: “No”. Quando entrano nello studio c’è un fuorionda. Monti chiede: “Normalmente io guardo lei?”. Vespa annuisce: “Sì aiuta la conversazione”. Si va avanti per quaranta minuti. L’ultima domanda è di carattere rosa: “Come ha preso sua moglie il trasferimento a Roma?”. Monti: “Era contenta quando sono stato nominato alla commissione europea, meglio fare Milano-Bruxelles per lei. Ma mi diceva: Tanto prima o poi ti chiameranno a Roma”. Ha portato pure sfiga, alla fine.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

7 dicembre 2011

Il suk pensioni

Ora che si conoscono i numeri precisi del decreto manovra, firmato ieri dal presidente della Repubblica, si capisce meglio perché Silvio Berlusconi vuole la fiducia sul testo. I temi cari al Pdl non devono essere toccati: “Sull’Ici c’è una posizione molto dura, perché il governo Berlusconi l’aveva tolta e l’aveva perfino difesa anche da Tre-monti che la voleva reintrodurre”, ha detto ieri Renata Polverini, governatore del Lazio, dopo un ufficio di presidenza del Pdl in cui si è iniziato a discutere l’atteggiamento verso la manovra. Entro Natale il decreto “salva Italia”, come lo chiama il premier Monti, deve essere convertito in legge dalle Camere. E il pilastro su cui si regge è proprio l’intervento sugli immobili sgradito al centrodestra: vale 11 miliardi di euro, di cui 9 vanno allo Stato e 2 ai Comuni. Qualunque intervento, anche piccolo, rischia di compromettere la principale fonte di nuove entrate del pacchetto Monti.

SILVIO BERLUSCONI, comunque, ha già incassato due requisiti non da poco: niente aumento delle aliquote più alte dell’Irpef, fino al 46 per cento, e patrimoniale disinnescata. Negli ambienti del centrodestra si era sparsa una certa inquietudine, lunedì, quando Monti aveva lasciato intendere che l’aliquota sui titoli di risparmio, il “bollo titoli”, sarebbe stata dell’1,5 per cento: una mazzata da oltre 4 miliardi di euro, una patrimoniale in piena regola come quelle che il Pdl non può soffrire. E quindi la versione finale torna minimali-sta: aliquota dello 0,1 per cento, gettito di un solo miliardo di euro, ciascun contribuente sarà colpito per un massimo di 1.200 euro (un tetto che rende l’intervento regressivo, lo sentirà di più chi ha pochi risparmi). Anche il gettito della nuova tassa (1,5 per cento) capitali rientrati dall’estero con lo scudo fiscale resta basso, 2 miliardi, nonostante i tecnici del Tesoro prevedano una “riduzione del gettito potenziale del 20 per cento” perché recuperare quelle somme non è certo facile.    Il Partito democratico si è scelto un obiettivo raggiungibile, ma non scontato: rivedere il taglio alle pensioni medio-basse, tra i mille e i 1.400 determinato dal blocco dell’indicizzazione. L’inflazione, stando alla manovra attuale, eroderà quegli assegni per oltre 300 euro all’anno. E il risparmio di spesa è di 3,8 miliardi nel 2012 e 2,8 nel 2013. “Personalmente sarei molto felice e mi sono impegnata a trovare risparmi che possano rendere un po’ più blanda la severità della riforma”, ha detto ieri il ministro del Welfare Elsa Fornero in audizione alla Camera. Il margine per rivedere il salasso sui pensiona-ti a reddito medio-basso, insomma, si può arginare. Anche se le soluzioni non saranno comunque indolori. La stessa Fornero, rispondendo a una domanda, lascia intravedere una via: “L’idea di recuperare magari anche le baby pensioni personalmente non mi trova affatto contraria”.

UN INTERVENTO sull’indicizzazione servirebbe a ricompattare un po’ la parte sinistra della maggioranza: ieri sera il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha detto che il taglio delle pensioni medio-basse è “inaccettabile” e che bisognerebbe alzare la “franchigia sull’Ici” della prima casa, spiegando che non chiederà la fiducia perché servono correzioni. Ma al contempo se la prende con Antonio Di Pietro perché l’Idv ha annunciato che non voterà una manovra blindata: “Se Di Pietro fa così andrà per la sua strada”. La replica del leader Idv arriva subito: “Invece di attaccare noi, che difendiamo le fasce sociali più deboli e gli onesti lavoratori, provi a interpellare i suoi elettori e vedrà che è lui a rischiare l’isolamento”.    In questi casi si risolve tutto con negoziati informali che culminano in un maxi-emendamento che media tra le varie istanze, da blindare poi assieme alla manovra in un voto di fiducia. Questa volta la maggioranza è larga e trovare compromessi graditi al governo è più complesso, anche se alcuni punti sensibili come l’abolizione delle Province sono stati alleggeriti dall’esecutivo stesso: dal testo finale del decreto è scomparso il termine del 30 novembre 2012 per far decadere gli organi provinciali.

NELLA PUNTATA speciale di Porta a Porta di ieri, con Bruno Vespa, Monti non ha nascosto un certo fastidio per gli annunci di modifiche che arrivano dai partiti: “Il Parlamento è sovrano, il margine è poco, il tempo è pochissimo”. Come dire: state attenti, e ancora una volta ha ricordato come solo tre mesi, guardando ai trend, ci separassero dal destino greco prima della manovra. La stessa cosa che ha detto il capo dello Stato Giorgio Napolitano approvando il decreto: “Dobbiamo dirci con tutta franchezza che siamo arrivati giusto in tempo per evitare sviluppi in senso catastrofico della nostra situazione”. Lo spread, che misura il costo aggiuntivo in termini di interesse che l’Italia paga sul debito pubblico rispetto alla Germania, ieri è sceso ancora, a 368 punti. Per ora la “cura Monti” ha riportato un po’ di fiducia. Si vedrà se i mercati saranno ancora così ben disposti al termine dell’iter parlamentare del decreto “salva Italia”.

di Stefano Feltri, IFQ

Mario Monti a “Porta a Porta” con Bruno Vespa (FOTO ANSA) 

24 novembre 2011

Francia, la malata riluttante

Indicatori economici verso il rosso, clima sociale in perenne fibrillazione e, a complicare le cose, le presidenziali in vista. La Francia dubita e tentenna, i sondaggi dicono unanimi che la gente teme per il potere d’acquisto e le élites guardano in cagnesco Moody’s, che minaccia di cancellare una delle sue fatidiche tre A. I meccanismi e i parametri finanziario-capitalistici inoltre, da queste parti più che altrove, fanno venire l’orticaria, gridare alla perdita di sovranità, denunciare la logica del “tout economique” e dell’”ultraliberismo”, invocare improbabili redistribuzioni di ricchezza. La crisi è del debito, ma in Francia il suo impasto, alla vigilia della madre delle battaglie elettorali, è molto politico. Economisti e banchieri su quella benedetta terza A hanno già messo una croce: parlano e agiscono come se fosse già stata abrogata e sostituita da un più realistico AA+. I politici sono più reticenti: difficile per Sarkozy, al governo dal 2002, presidente dal 2007 e candidato alla propria successione, ammettere di aver tolto le briglie al suo deficit di bilancio fino a fargli superare il 7 per cento e di aver accumulato un debito pubblico pari all’85 per cento del PIL. E anche il famoso “spread” comincia a trovar posto nelle conversazioni al bistrot e non solo nelle riunioni di governo: da ottobre si allarga, la forbice con i tassi d’interesse tedeschi sfiora i due punti. La terza A, nei fatti, è già svanita. Non sono percentuali da capogiro come quelle italiane, ma il trend è quello, visibile e tangibile. Tanto più che nessuno scommette seriamente su una ripresa della crescita a breve termine. Se per il quarto trimestre di quest’anno l’Insee prevede un rotondo 0 per cento, la sfera di cristallo degli analisti non mostra segni di miglioramento per il 2012, al massimo uno 0,7 per cento. Ne patiranno soprattutto le cifre dell’occupazione.

PER NICOLAS SARKOZY, che oggi incontrerà a Strasburgo Angela Merkel e Mario Monti, è essenziale rinviare le scelte portatrici di “lacrime e sangue” a dopo le elezioni presidenziali. Ma non puo’ neanche starsene con le mani in mano ad osservare la situazione degradarsi di giorno in giorno. Eccolo allora varare o proporre alcune misure tampone: accelerare i tempi di applicazione della riforma delle pensioni (che fissa a 62 anni l’età della quiescenza), aumentare l’Iva in settori portanti come la ristorazione… Sei mesi di ossigeno, questo il suo obiettivo immediato. E soprattutto, in questi sei mesi, un grande attivismo sul piano europeo e internazionale. Interessante l’analisi che ne faceva nei giorni scorsi Le Monde: Sarkozy il neogollista al cospetto di Merkel la federalista e di Monti il liberale. Il neogollista vorrebbe un’unione politica ristretta alla sola eurozona, fermamente guidata dai capi di governo, con buona pace della Commissione. Gli piace l’idea di pochi ma buoni, e che decidano all’unanimità e non a maggioranza, come invece vuole ogni buon federalista. Merkel gli obietta che questa non è l’Unione europea, ma un suo surrogato a uso e consumo francese, visto che la zona euro è priva di Commissione, di Parlamento, di Corte di giustizia. In una parola, non ha nulla di federale. Quanto a Monti, si può immaginare che non sia certo contrario a una maggiore integrazione politica, ma a patto che vi sia maggiore concorrenza sul mercato dei 27 membri dell’Ue, e quindi meno aiuti pubblici alle aziende in crisi e non, ai quali invece Sarkozy indulge volentieri. Se Angela Merkel è sicuramente felicissima che Mario Monti abbia rimpiazzato Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy sarà più guardingo. Berlusconi a volte gli faceva comodo: “Non è un problema, alla fine dice sempre di sì a tutto”, confidavano i diplomatici francesi nei corridoi dei vertici. Mario Monti, si sa, non è della stessa pasta. Ciò detto, è improbabile che i tre oggi a Strasburgo parlino di filosofia politica comunitaria. Sul tappeto urgono altri problemi più pedestri, ma non meno importanti.

di Gianni Marsilli, IFQ

18 novembre 2011

Fiducia bulgara per la cura Monti

La prima riforma, a costo zero ma non a impatto zero, Mario Monti l’ha già fatta. All’inizio del suo discorso programmatico al Senato, prima di incassare una larga fiducia, rivendica: “Permette-mi di dire, e me lo sentirete dire spesso, che non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi!”. Non sono i cattivi burocrati di Bruxelles ad aver defenestrato Silvio Berlusconi e a imporre una stagione di sacrifici. É l’Europa, di cui l’Italia, sottolinea Monti, è un pilastro. Ma “il futuro dell’euro dipende anche da ciò che farà l’Italia nelle prossime settimane. Anche: non solo ma anche”. Nei vertici di Bruxelles ora l’Italia parlerà lo stesso linguaggio dei suoi partner, sembra dire lo sguardo di Monti da dietro gli occhiali senza montatura, e non ci potrete più trattare come la Grecia. Lo spread – la misura del costo del credito dell’Italia – scende da 539 a 493. É un inizio. Forse.

IN SENATO c’è silenzio. Il tono di Monti è fermo, forse davvero nasconde una certa emozione, come sostiene il professore all’inizio del suo intervento, ma non si percepisce. I senatori osservano il marziano calato dallo spread a palazzo Madama e sembrano faticare a credere che sia davvero lì, con la squadra dei nuovi ministri e l’ormai ex banchiere Corrado Passera che prende appunti su un quaderno-ne, come fosse uno studente. Alla fine della serata Monti incassa 281 voti, 15 senatori non si presentano, di cui 5 a vita, la Lega usa i suoi 25 no per dimostrare che sarà l’unica opposizione. Almeno per ora, almeno finché il governo non inizierà a tradurre in decreti legge quello che ha promesso nel discorso di ieri. Da una tribuna anche Gianni Letta, che non essendo parlamentare ora non può sedere nel-l’Aula, osserva Monti e si chiede probabilmente se ce la farà.    I dettagli delle misure ancora non ci sono, ma le priorità sì. In sintesi: quello che fa bene alle donne e ai giovani, fa bene al Paese. Il risanamento si fa solo con l’equità, chiedendo più sacrifici a chi più può pagare. Non c’è salvezza senza crescita, l’approccio di Giulio Tremonti (tagli lineari mentre si aspetta che l’economia mondiale riparta) è svanito.

RUMOREGGIA solo il senatore Roberto Castelli, leghista, che vorrebbe “più entusiasmo” quando Monti parla degli enti locali. Ma il professore neppure sorride. Legge un discorso che pare ricalcato sulle considerazioni finali di Mario Draghi di maggio. Ma tutto è studiato con il bilancino, per assicurarsi il massimo consenso anche attorno alle misure più difficili da far approvare. Ci sarà “un nuovo ordinamento” del mercato del lavoro che ridurrà la distanza tra quelli che sono “fin troppo tutelati” e quelli “totalmente privi di tutele”. Ma le nuove regole saranno applicate solo per le future assunzioni. Si intravede la riforma sostenuta da anni da Pietro Ichino (Pd) e dal professor Tito Boeri, grande flessibilità all’entrata e possibilità di licenziare nei primi anni, con le tutele che crescono nel tempo. Si tocca così il tabù dell’articolo 18, che non vale per i nuovi assunti. Monti cerca di cautelarsi per evitare il blocco da sinistra e propone anche “una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali”. Poi c’è la riforma della previdenza, incarnata dal ministro Elsa Fornero che vuole agganciare il calcolo di tutte le pensioni d’ora in avanti ai contributi versati e non alle retribuzioni, senza aspettare i lenti tempi della riforma Dini. L’assenza dell’Ici sulla prima casa, abolita dal governo Berlusconi, è “un’anomalia”. E quindi tornerà, dentro l’Imu, l’imposta del federalismo creata proprio da Berlusconi. Che già avverte: “Ho escluso il nostro appoggio alla patrimoniale perchè abbatterebbe il valore degli immobili del 15 per cento e svilupperebbe un fatto psicologico negativo”.    IL PROFESSORE sa come dire senza allarmare, nessun passaggio del suo discorso sembra autosufficiente per diventare uno slogan, un titolo. Anche quando annuncia una manovra correttiva, l’ennesima, lo fa così: “Nel corso delle prossime settimane valuteremo la necessità di ulteriori correttivi”. Tutto qua. “Musica per le mie orecchie”, dice il finiano Mario Baldassari, l’agenzia di rating Fitch vede l’Italia già in recessione ma considera Monti una speranza di sopravvivenza, “può essere una sorpresa positiva”, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ribadiscono per l’ennesima volta il loro “pieno sostegno” al nuovo premier. Certo, il professore deve precisare che la sua ascesa non è frutto di “complotti internazionali” o dei “poteri forti”. Ma non è mai sembrato così forte.

DAVVERO il professore della Bocconi ha già spazzato via la crisi? Almeno per il momento è presto per dire che l’Italia ha trovato il suo “bazooka”, come gli operatori finanziari chiamano la soluzione miracolosa che porrà fine alla crisi e che nessuno ha ancora inventato. “Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi”, ammette Monti. Mancano però molti, troppi dettagli. La strategia che già si delinea è quella di varare pacchetti che comprendono sacrifici e incentivi, risanamento e crescita, per non ripetere l’errore di Tommaso Padoa-Schioppa rimasto stritolato dalla politica dei due tempi (prima i tagli, poi la spartizione del “tesoretto”). Vedremo appena si passerà alle cose serie, la prossima settimana. “La blindatura di un governo dipende dalla sua capacità di agire e di spiegare al Parlamento la portata della sua azione” ha detto Monti mercoledì al Quirinale. Ieri c’è riuscito. Ma quella era la parte facile.

di Stefano Feltri, IFQ

16 settembre 2011

Presa per il culo aggravata

Ci sono i reati e ci sono le aggravanti; l’omicidio è punito con la prigione non inferiore ad anni 21; se lo si fa per motivi abbietti c’è l’ergastolo. Mandare a puttane l’Italia non è reato (ma dovrebbe esserlo); se lo fai prendendo i cittadini per il culo, questa sarebbe un’aggravante. Fuor di metafora, la manovra costruita per salvare il paese contiene misure inefficaci e afflittive solamente per i poveri cristi. Dove prevede qualcosa di buono e giusto, è già pronta la retromarcia o l’escamotage per non cambiare niente: sia mai che perdiamo le prossime elezioni (copyright Crosetto e altri C; la rovina dell’Italia non è un problema ma la poltrona sì). Ecco due esempi. Debbo il primo a Fortunato Laudendi ( http://www.lagazzettadeglientilocali.it  ). Come tutti sanno, le Province sono enti inutili e costosi: sistemazione di politici, amici, clienti e parenti di politici; ghiotte occasioni di affari illeciti. Perciò si propone la loro eliminazione da una vita. Ora che non c’è una lira, B&C si erano decisi: aboliamole. Per carità, ci va tempo, ci va una legge costituzionale (vero) ma lo faremo; giuriamo che lo faremo. Solo che il presidente della Provincia di Treviso e presidente dell’Unione delle province del Veneto, Leonardo Muraro, nel corso di un convegno cui partecipavano Tremonti e Bossi, ha spiegato che, al posto delle province ci saranno “enti d’area vasta” con un presidente a elezione diretta e un consiglio composto da rappresentanti della regione di appartenenza e dai sindaci dei comuni compresi nel nuovo ente. Calderoli è d’accordo: “Ci sarà un ente intermedio tra Regione e Comune”. Insomma quello che B&C aboliscono è il nome di Provincia; per il resto, soldi, poltrone, clientelismi e affarucci vari resteranno al loro posto. Secondo esempio. B&C hanno detto ai cittadini che non solo loro sono chiamati a grandi sacrifici per il salvataggio del paese. Anche la politica contribuirà: tagliando gli enti inutili (come si è visto); e decurtando i redditi dei suoi adepti. E infatti l’originario art. 13 comma 2 della manovra diceva: l’indennità parlamentare (5.486 euro mensili più diaria e rimborsi spese – che non sono toccati – per altri 7.193 euro) è ridotta del 50 per cento per i parlamentari che svolgano qualsiasi attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15 per cento dell’indennità medesima. Insomma qualche parlamentare avrebbe rinunciato a 2.743 euro al mese. Adesso però c’è un art. 13 tutto nuovo (emendamento del governo): la riduzione dell’indennità… si applica in misura del 20 per cento per la parte (di reddito derivante da attività lavorativa) eccedente i 90.000 euro e fino a 150 mila euro, in misura del 40 per cento per la parte eccedente i 150 mila euro. Insomma da una riduzione misera si passa – secondo i casi – a nessuna riduzione, a riduzione miserrima, a riduzione inferiore (40% e non 50%) a quella originariamente prevista. Il tutto in via provvisoria perché (questa è un’altra perla), dopo il 2013, non ci sarà nessuna riduzione. Insomma, questa gente pagherà, in media e mal contati, 30.000 euro per uno in 2 anni e poi tanti saluti. Eccoli i “tagli ai costi della politica”. Adesso: la presa per il culo, termine che pare essere stato sdoganato da B., funzionerà solo per gli italiani o anche per la Ue? E, se gli altri paesi non ci cascheranno, i soldi ce li daranno lo stesso? Se non in prigione (ma B. e qualche altro magari ci finiranno lo stesso) li mandiamo almeno in esilio?

di Bruno Tinti, IFQ

2 settembre 2011

Le colpe dei giornali

Non è affatto strana la coincidenza, non solo temporale, tra Berlusconi che definisce l’Italia “un paese di merda” e l’allarme lanciato dalla grande stampa internazionale sulla voragine italiana che rischia di inghiottire l’euro. E non è strano neppure che ieri il Wall Street Journal abbia adoperato la stessa terminologia che da giorni campeggia nei titoli del Fatto a proposito della terza, quarta o quinta versione della cosiddetta manovra escogitata dal cosiddetto governo italiano: “Buffonata”. Non è certo un merito aver visto ciò che immediatamente saltava agli occhi e, cioè, l’incredibile spettacolo di inettitudine e malafede che il cosiddetto premier e suoi degni ministri organizzano ogni giorno da mesi giocando con i nostri destini come bari al tavolo delle tre carte. La domanda è proprio questa: possibile che ciò che sconcerta qualunque osservatore di medio buon senso a Londra o a New York, qui da noi non faccia battere ciglio agli autorevoli giornali che pure si autoproclamano occhiute sentinelle dell’opinione pubblica? Possibile che al Sole 24 Ore l’élite del giornalismo economico non avverta un fremito di sdegno a registrare con il titolo: “Ecco il piano contro i grandi evasori” la gigantesca frottola propinata da chi i grandi evasori li ha sempre coperti, favorendo lo scandalo a cielo aperto che costa al Paese 120 miliardi l’anno? Possibile che al Corriere della Sera non sappiano che “il rischio carcere per gli evasori” è una barzelletta che segue le altre barzellette sull’abolizione delle province, evaporata in un lampo come del resto la fantomatica “stretta” sulle pensioni? Non vogliamo dare lezioni a nessuno, ma in questo momento, drammatico come forse mai prima nella storia repubblicana, l’Italia ha bisogno di una stampa che non giri la testa dall’altra parte e che sappia gridare “buffoni” ai buffoni.

di Antonio Padellaro, IFQ

31 agosto 2011

Piduisti, druidi e compari vertice horror chez B.

I rigatoni sono piaciuti a tutti, il misto di pesce invece ha diviso. Non meno della nuova manovra, riscritta per la millesima volta (e sempre male: almeno in questo risiede coerenza). Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. I gerarchi italiani, invece, gozzovigliano. E affrontano la catastrofe esibendo le avanguardie che meritano: Berlusconi, Bossi, Tremonti, Calderoli, Cicchitto, Maroni, Alfano, Gasparri. Una milizia intellettuale che in qualsiasi altro paese rimpolperebbe – quando non le galere – le fila degli addestratori di cimici albine, ma che in Italia signoreggia e soverchia. La notizia del vertice di Arcore, laddove “vertice” è un ossimoro, non è tanto la mesta lista della spese: Province abolite (come no), parlamentari dimezzati (numericamente; cerebralmente se la cavano già da soli) e stretta sulle pensioni (ancora una volta ha ceduto la Lega: mai visto un “celodurismo” così moscio). I dati salienti sono altri: il “dove” e il “chi”. Il pensatoio per elucubrare una contromossa valida alla crisi non è stato una sede istituzionale, bensì un bordello privato. Il luogo entro cui si è raggiunta l’intesa ha infatti coinciso con la sala del pianoforte di Villa San Martino. Quella – si dice – dei festini. Un po’ come se Napoleone, pure lui despota bonsai nonché instancabile sul fronte strategico-ormonale, avesse pianificato l’annientamento a Wagram della Quinta Coalizione dentro una segreta del Marchese De Sa-de. Dalla filosofia alla politica del “boudoir”: un bel passo avanti. Mens sana in corpore sano, governo balzano in villa libertina. Non è dato sapere se i governanti, tra uno Champagne e un gingerino, abbiano poi festeggiato con un’allegra scozzata di zebedei, oppure stringendo l’erettissimo membro della statua priapica in segno di stima. È invece acclarato che la Bunga Bunga Room, dopo aver visto olgettine orgasmizzanti e pseudo-giornalisti dalle pudenda crudamente avvizzite, ha dovuto assistere financo ai temibilissimi riflussi esofagei di Calderoli: neanche la Dresda rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale ebbe a subire cotanto mattatoio. Se il “dove” è emblematico, il “chi” è lisergico. Le sorti di una nazione non sono più nelle mani del Parlamento. I grandi temi vengono ormai affrontati da un ristretto manipolo di arditi, sistematicamente protesi ad avvalorare le tesi lombrosiane. Fuoriluogo citare i Monty Python o “La cena dei cretini”: per essere grulli occorre talento. Urge una breve ricognizione dei fenomeni che hanno varato la “Manovra Priapo-Prostatica”. Il capotavola era Silvio Berlusconi. Ovvero il Premier più ricattato del mondo, politicamente bollito da anni e zimbellato da tutto il pianeta terracqueo (soltanto Veltroni ne ha ancora una certa stima latente). Di Alfano non c’è molto da dire, se non che ha riscritto il concetto di carisma: al suo confronto, perfino Memo Remigi che rilegge un hit dei Black Sabbath assurgerebbe a trascinatore di folle . Tremonti, usato come controfigura di Russell Crowe in “Beautiful Mind”, passava fino a ieri per mente eccelsa, a conferma di quanto siano messi male nel centrodestra (al punto da ritenere Luca Barbareschi un attore). Ora ammazza le giornate sperando che Milanese non racconti quel che sa: la sua parlata cinguettante (le corde vocali di Tremonti vengono usate come diapason dalle upupe) e il suo futuro da arguto economista ne uscirebbero feriti. Di Umberto Bossi non si può dir male, perché è malato e perché ci ha quel figlio lì. Massima solidarietà, ma non è che anche prima dell’ictus fosse statista da Nobel. Ridotto a malinconica macchietta, ormai cade pure dal letto: chissà, forse è la coscienza latente che nella notte si contorce e vergogna. Di Fabrizio Cicchitto non si ricordano gesta memorabili, a parte l’iscrizione alla P2, il passato come balenottero (“delfino” non è il caso) del socialista Riccardo Lombardi , le labbra vezzose e il mantra “Lei mi deve lasciar parlare!” con cui scudiscia i conduttori tivù (non ha capito che, quando provano a zittirlo, operano per il suo bene). Maurizio Gasparri, il politico dallo sguardo fieramente bovino e la patata in bocca (altri suoi alleati ce l’hanno in testa), deve quasi tutto alla satira: se per disgrazia gli scappa una frase intelligente, non è sua ma di Corrado Guzzanti. Tra un Bobo Maroni (ah) e un “Lurch” Ghedini (ahhhhh), c’era poi l’aitante Roberto Calderoli. Il Lato A di Borghezio, l’idea di druido che ha il Trota. L’uomo – e “uomo” è qui licenza poetica – che con la sola imposizione di una t-shirt ha fatto invelenire Bengasi. L’inventore del Porcellum elettorale e il pasionario rubizzo che brucia “375mila leggi inutili” (fateci caso: “inutili”, “porcate”. Calderoli ama giocare in casa). Più che un summit , quello di Arcore è da configurarsi come esposizione rutilante di varia umanità. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Aveva ragione, benché comunista. Però, anche il paese che non ha bisogno dei Gasparri, mica è meno fortunato.

di Andrea Scanzi, IFQ

31 agosto 2011

Una risata li seppellirà

La descrizione di ciò che è avvenuto nel mega-summit di Arcore, sette ore di discussione intensa e laboriosa fra i migliori cervelli disponibili al governo di questo Paese, è buon materiale per una ricostruzione di vecchio varietà, come la celebre gag del gatto che assiste alla furibonda lite di due amanti ed è persuaso che l’uno stia incolpando l’altro di avere dimenticato di comprare la trippa.    Ciò che è avvenuto invece è la distruzione, non si sa quanto cosciente, ma certo accurata, di ciò che forse era rimasto della credibilità e rispettabilità italiana.    Come in un incubo è avvenuto tutto ciò che un mago menagramo poteva prevedere per l’Italia: una serie di cancellazioni e di aggiunte fatte con confusione , concitazione, e senza alcuna logica, da mani diverse, deformata persino rispetto al prima, inventando ciò che non si poteva fare e dimenticando dei pezzi, tipo cinque miliardi di euro che non si trovano nella somma finale.    L’evento è da denuncia penale, perché reca all’azienda Italia un danno grandissimo.    Centra in pieno l’obiettivo di presentarci come un Paese che non ha neppure un po’ di rispetto per se stesso e la propria immagine, e non teme il ridicolo. E non parliamo di tempestive e credibili misure economiche. Pensate alla canzoncina da ripetere prima che si apra il penoso sipario del Parlamento: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. La frase corretta è questa: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani ricchi”, come sempre. Gli altri se la vedano con i 40 anni di lavoro come requisito minimo per la pensione, da tassare subito. Che italiani saranno i pensionati? Che italiani saranno i sindaci che hanno invaso le strade di Milano per far sapere che i Comuni sono a secco?    Che contributo darà, e in che modo, la cancellazione a futura memoria delle Province, e la riduzione dei parlamentari di un altro parlamento, nel momento minaccioso che grava adesso sull’Italia? Come se non bastasse, giornali e tv fanno il lancio senza ridere (o senza piangere) come se ad Arcore fossero state prese decisioni storiche. “Via la supertassa, stretta sulle pensioni, niente superprelievo, l’Iva non si tocca”, gridano giornali e tv.    I cittadini credono che sia il lavoro del Parlamento. Non è vero, non è successo niente.    Hanno solo rinnovato il contratto a Bossi e Calderoli. Si attende la risposta dei mercati.

di Furio Colombo, IFQ

30 agosto 2011

Supertassa e aumento Iva? No, botta su pensioni e Coop

Manovra riscritta, Bossi e Tremonti sbugiardati. Buco nero sui numeri.

È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi. Quasi di soppiatto, da sconfitto. Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà, che resterà solo per i parlamentari, non ci sarà alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà dalle pensioni, la cassa si farà tutta da lì. Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi. È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità. Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente. E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop. La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto. Con un’unica eccezione, quella di Maroni. Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali. Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.

MA SOPRATTUTTO, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia. “Per la prima volta – ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto – non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”. Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla. Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”. Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.    Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà, ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà”. Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.

Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti – che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio – ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi. Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima. Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta. È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato. Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula. Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto. Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”: “Non vedo come possano quadrare questi conti”. Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20. Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”. Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini. Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.

“BERLUSCONI – commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria – ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”. Forse.

di Sara Nicoli,  IFQ

4 agosto 2011

“Basta debito” ma sotto c’è la manovra

Alla Camera Berlusconi parla in codice per rassicurare i mercati, ma entro fine anno arriverà un’altra stangata

Un’ altra manovra, dopo quella da 48 miliardi appena approvata sembra inevitabile. Il discorso di Silvio Berlusconi di ieri pomeriggio, alla Camera, si riassume in una frase: “Sono necessari interventi che azzerino sostanzialmente il fabbisogno finanziario nell’ultima parte dell’anno”. Per sottolineare il passaggio decisivo Berlusconi stacca gli occhi dal foglio, smette per un attimo di parlare e guarda il ministro del Tesoro Giulio Tre-monti al suo fianco.    Il gergo è tecnico, ma chi doveva capire ha capito. Si vedrà questa mattina se per i mercati è sufficiente. Per tradurre il senso politico servono un paio di passaggi. Il fabbisogno finanziario è la differenza tra quanti soldi lo Stato incassa e quanti ne spende. Se ne spende più di quanti ne incassa deve emettere titoli di debito pubblico. Il deficit è una cosa diversa, riguarda la competenza (cioè le spese che sono relative a un certo anno, anche se poi i soldi escono dalle casse pubbliche in seguito).    Pochi giorni fa il Tesoro ha comunicato che nei primi sette mesi del 2011 si è registrato complessivamente un fabbisogno di circa 39,6 miliardi, inferiore di circa 5 miliardi a quello dell’analogo periodo 2010. La promessa di Berlusconi è che entro fine anno non si avrà nessuno scostamento in negativo rispetto al 2010 sul fabbisogno, cioè non si creerà altro debito (qualcuno dice che, prudentemente, nei mesi scorsi Tremonti ha emesso più debito del necessario così ad agosto ha potuto annullare un’asta ad alto rischio). La parafrasi del messaggio berlusconiano – ispirato dalla Banca d’Italia e da Mario Draghi, sostiene qualcuno – è questa: cari mercati, voi mi dite che c’è un problema con il debito e io vi prometto che chiudo i rubinetti e non ne farò più, come faccio a raggiungere l’obiettivo sono affari miei.    E qui si arriva alla parte difficile.

PALAZZO CHIGI accredita la versione minimalista: basta stringere un po’ la cinghia, rinviare qualche pagamento al futuro, prendere tempo e aspettare che passi la bufera. Ma molti tra economisti ed esperti di bilancio pubblico sono concordi: la stretta sul fabbisogno senza una nuova manovra non ha senso, il governo sta solo creando le condizioni per costringersi ad approvare un nuovo intervento strutturale. Che significa altri tagli o forse una imposta patrimoniale. Nel discorso B. dà l’indizio: l’anticipo della delega fiscale. Anche qui è in codice: se si anticipa subito il taglio delle agevolazioni fiscali (leggi: aumento delle tasse per tutti o quasi) previsto per il 2013 e il 2014 si possono recuperare 25 miliardi. Guarda caso proprio la cifra che servirebbe al governo per rispettare senza patemi l’impegno a non emettere altro debito.    Basterà questa mossa a calmare la crisi di fiducia attorno al Paese ? Ieri lo spread, che misura quanto l’Italia è più rischiosa della Germania, ha sfiorato la soglia pericolosa del 4 per cento e Berlusconi ha rinviato il suo discorso dalle 15 alle 17 e 30, così da parlare dopo la chiusura delle Borse ed evitare di esporsi in diretta al loro verdetto che, comunque , arriverà questa mattina. “State ascoltando un imprenditore che ha tre aziende quotate in Borsa e sta tutti i giorni nella trincea finanziaria”, ha sottolineato ieri. Ed è stato uno dei pochi passaggi concreti di un discorso sobrio in cui Berlusconi ha preso atto della gravità della crisi con toni insolitamente consapevoli, ma senza rinunciare a slogan abituali come “la manovra è adeguata” o “la crisi non è italiana ma globale”. E non poteva mancare l’ottimistico “la nostra condizione è più favorevole di quella di gran parte dei Paesi avanzati”.

IL CAVALIERE insiste nella sua tesi: non è l’Italia che è fragile, sono i mercati finanziari che sbagliano a valutarla. A fianco della toppa finanziaria sul fabbisogno non c’è alcun annuncio di interventi strutturali. Né dal lato dei conti né da quello della crescita: dall’incontro di oggi con le parti sociali (sindacati, banche e imprese) non uscirà niente di concreto, solo l’impegno a portare avanti il vecchio progetto dello “statuto dei lavori”, che dovrebbe sostituire quello dei lavoratori. Segue promessa di ridurre i costi della politica tramite l’apposita commissione guidata dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, e la citazione di “24 misure per la crescita”, non meglio specificate, prese dal governo. Berlusconi promette che “tra due anni consegneremo agli italiani un Paese più forte e più sicuro di sé”.

MENTRE STA finendo di parlare, però, arriva la prima bocciatura pesante. L’amministratore delegato della Fiat e di Chrysler, Sergio Marchionne dice all’agenzia Ansa a margine di un convegno: “Sto con Giorgio Napolitano: è arrivato il momento della coesione. Non ci possiamo più permettere questa confusione. È necessario avere una leadership più forte che ridia credibilità al Paese”. Poi aggiunge “il mondo non capisce cosa accade in Italia e tutto ciò ci danneggia moltissimo. C’è chi ha compiuto anche scorrettezze nella sua vita quotidiana. In altri Paesi viene costretto a dimettersi immediatamente”. Il portavoce di Marchionne poi ha provato a correggere, a sottolineare che non c’era alcun riferimento a Berlusconi. Ma anche in questo caso il messaggio ai mercati è arrivato chiaro.

di Stefano Feltri, IFQ

15 luglio 2011

Sul ponte del Titanic

Non è finita. La combinazione tra scetticismo dei mercati sui conti dell’Italia e incertezze del governo nel risanarli è una bomba a orologeria. Nella mattina di ieri si teme il peggio: un’asta di Btp, i buoni del Tesoro poliennali, va male: il tasso di interesse sui titoli a 15 anni arriva al record storico da quando c’è l’euro, 5,90 per cento. Un salasso per le casse dello Stato. All’istante gli investitori ricominciano a vendere i titoli di Stato che hanno in portafoglio, lo spread (cioè la misura di quanto l’Italia è più a rischio crac della Germania) si allarga, e per qualche ora si sfonda la soglia critica dei 300 punti base, cioè il 3 per cento.    “SENZA IL PAREGGIO di bilancio il mostro del debito che viene dal passato divorerebbe il nostro futuro”, avverte il ministro del Tesoro Giulio Tremonti, chiedendo al Senato di convertire in legge il decreto della manovra, blindato da un voto di fiducia. I toni sono inediti per un ministro che fino a due giorni fa spiegava che lo spread è un problema dell’Europa e non dell’Italia. Se l’Europa (e l’Italia) affonda, dice Tremonti, “è come sul Titanic: non si salvano neanche i passeggeri in prima classe”. Messaggio ai senatori che cominciavano ad aggrottare le sopracciglia sentendo un discorso rivolto ai mercati finanziari più che all’aula di Palazzo Madama. Tre-monti parla di cose che finora il governo aveva detto solo in inglese, nei vertici con la Commissione europea: una per tutte l’impegno preso con Bruxelles di inserire in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio, cioè il divieto di spendere più di quello che si incassa (il conto degli interessi sul debito è a parte). “Dovremo insieme, maggioranza e opposizione, introdurre nella nostra Costituzione la regola d’oro del pareggio di bilancio”, annuncia. E il Pd è già d’accordo. Visto che l’Economist oggi, racconta di un euro sull’orlo del baratro anche per le “liti da cortile” tra Silvio Berlusconi e il suo ministro, Tremonti parla di concordia anche con l’opposizione: “Il paese ci guarda: siamo diversi ma non troppo divisi”.    Il Senato approva la conversione in legge del decreto con il voto di fiducia, con 161 voti favorevoli, 135 contrari e tre astensioni. Fin qui tutto chiaro.

CAPIRE esattamente che cosa i senatori hanno approvato è più laborioso. In estrema sintesi: la manovra 2011-2014 originaria, nonostante gli annunci, era di soli 25 miliardi (cioè prevedeva per lo Stato 25 miliardi di risparmi strutturali). Altri 15 erano affidati alla delega per una legge di riforma del fisco e dell’assistenza che – di nuovo in barba alle promesse – doveva aumentare il gettito per le casse dello Stato. Dopo il panico dei giorni scorsi sui mercati e gli inviti del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ad aumentare la portata della manovra, Tremonti aveva promesso una versione “rinforzata” del provvedimento.

Quindi la delega sulla riforma fiscale e assistenziale è stata inglobata dalla legge che converte il decreto, e la sua portata è salita da 14,9 a oltre 20 miliardi di euro. Risultato finale: una manovra da quasi 47 miliardi che anticipa buona parte degli interventi già sul 2011 e sul 2012 anziché rimandare tutto al 2013 e 2014, cioè alla prossima legislatura. Ma c’è il trucco: la delega fiscale prevede la cosiddetta “clausola di salvaguardia”: se il Parlamento non approva entro il 2013 la riforma del fisco e delle misure di assistenza, i 20 miliardi previsti e necessari per ridurre il deficit si troveranno comunque. Come? Con tagli lineari a detrazioni e deduzioni, del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento nel 2014. É una formula complicata che significa una cosa semplice: aumentano le tasse. Perché si riducono quella miriade di sconti di cui praticamente tutti i contribuenti usufruiscono almeno in parte. E qui c’è un giallo: tutti insieme questi sconti fiscali valgono 160 miliardi all’anno, applicando alla lettera la mannaia della manovra si risparmierebbero 8 miliardi nel 2013 e oltre 30 nel 2014, quasi il doppio di quelli stimati nel governo. Il conto non torna. Ma sarà comunque un problema di chi governerà nel 2013. Intanto il Parlamento attuale approverà questa manovra, oggi si vota alla Camera. E questa rapidità per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “è un miracolo”. Ma in molti sono convinti che, appena approvata questa, sarà il momento di fare un’altra manovra. Perché il pareggio di bilancio del 2014 ancora non è scontato, soprattutto se il costo del debito continuerà ad aumentare.

di Stefano Feltri, IFQ

5 luglio 2011

Frodo Mondadori

Con un codicillo nella manovra, il “partito degli onesti” risparmia alla Fininvest il risarcimento per lo scippo a De Benedetti. Napolitano firmerà?

Trucco Osceno

Sul Fatto di domenica Vittorio Malagutti ha scritto che in tre mesi, da aprile a oggi, le aziende di Silvio Berlusconi hanno perso per strada 800 milioni di euro a causa soprattutto dei pesanti passivi di Borsa. Nel suo eccellente articolo zeppo di dati, a un certo punto, Vittorio ricordava la lacrimosa uscita di qualche settimana fa, quando il premier si domandava dove avrebbe trovato i soldi per fare fronte a un’eventuale sentenza d’appello sfavorevole sul caso Monda-dori: un botto di almeno 500 milioni di euro (in primo grado erano addirittura 750) da versare alla Cir di Carlo De Benedetti. Nessuno ma proprio nessuno poteva immaginare che la soluzione sarebbe stata trovata inserendo il solito furtivo codicillo dentro il decreto legge sulla manovra economica. Di vergognose leggi personali e aziendali per aggirare codici e tribunali il personaggio in questione ne ha fatte ingoiare agli italiani una quarantina, grazie a governi e maggioranze ben felici di piegarsi ai suoi voleri. Ma qui siamo all’oscenità. Accanto alle norme che spremono i pensionati e impongono i ticket sani-tari, ecco una robusta ciambella di salvataggio per tutti i condannati a pagare risarcimenti. Si obbliga infatti il giudice ad accettare le richieste dello sconfitto, libero di non pagare la somma dovuta fino alla sentenza della Cassazione. Un trucco studiato appositamente per il sultano di Arcore, ma che colpisce i legittimi interessi di un numero incalcolabile di cittadini e aziende che quei risarcimenti riceveranno alle calende greche, quando magari saranno già andati a gambe all’aria. Altro che difesa dei conti pubblici. Altro che aiuti all’economia. Ogni limite è stato superato. Una porcheria del genere il capo dello Stato non può che tirargliela in fronte.

di Antonio Padellaro, IFQ

Manovra da Biscione

La sentenza civile sul Lodo Mondadori si avvicina inesorabilmente e la Fininvest vede lo spettro dei 500 milioni di euro da sborsare alla Cir di Carlo De Benedetti.    Ma il governo, presieduto dal proprietario del Biscione, prova a correre ai ripari, prendendo tempo di fronte a una probabile condanna anche in Appello. Ed ecco che inserisce l’ennesimo codicillo “ad premier” nel decreto legge, blindato, sulla manovra economica. Se il presidente Giorgio Napolitano firmerà, è fatta: la Fininvest, grazie alla rivisitazione di due articoli del codice di procedura civile, non deve risarcire immediatamente la Cir. Guadagna così più o meno un anno di tempo, in attesa del pronunciamento definitivo della Cassazione. Pd, Idv, e Verdi insorgono: è una norma “immorale e incostituzionale”. “Un insulto al Parlamento”. “Incostituzionale”, insiste anche l’Anm.

LA MAGGIORANZA parla con Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione Giustizia a Montecitorio: “In un momento di congiuntura economica particolarmente sfavorevole, si è ritenuto di contemperare il diritto del creditore e le ragioni del debitore quando le somme di denaro da corrispondere assumano dimensioni di rilevante entità”. Il “potenziale danneggiato” De Benedetti non risponde ai giornalisti : “Ho sentito”, si limita a dire. La norma ad personam, tecnicamente, riguarda la modifica degli articoli 283 e 373 del codice di procedura civile, quelli che regolano la sospensione dell’esecutività di una pena. Attualmente un giudice, sia in primo grado che in appello, può concedere, su istanza di parte, una sospensione della pena, sempre esecutiva provvisoriamente in sede civile, solo “quando sussistono gravi e fondati motivi… con o senza cauzione”. Con la modifica, invece, il giudice è obbligato a concederla, dietro una cauzione della parte condannata . Insomma, il giudice viene trattato come un passacarte.    Si legge nel testo della manovra: “All’articolo 373, al primo comma, dopo il secondo periodo, è inserito il seguente: ‘La sospensione prevista dal presente comma è in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a venti milioni di euro se la parte istante presta idonea cauzione’”. Questa cifra riguarda le cause in appello. Ma per cercare di mimetizzare il codicillo pro-Fininvest, il governo ha inserito la sospensione obbligatoria anche per i giudizi di primo grado: “All’articolo 283, dopo il primo comma è inserito il seguente: la sospensione prevista dal comma che precede è in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a dieci milioni di euro se la parte istante presta idonea cauzione”.

DUNQUE, senza variazioni “ad aziendam”, nel momento in cui i giudici della seconda sezione della Corte d’ appello di Milano dovessero condannare la Fininvest, Berlusconi dovrebbe pagare immediatamente.    I soldi sono stati già accantonati. All’inizio del secondo grado, la Cir ha accettato la sospensione dell’esecutività del maxi-risarcimento da 750 milioni di euro (tanto era stato stabilito in primo grado), solo in cambio di una fideiussione di 806 milioni di euro, garantita da Banca Intesa. Si tratta di una fideiussione “a prima richiesta, immediatamente esigibile”.    Vuol dire che, anche se in astratto la Fininvest può chiedere, in caso di condanna, un’altra sospensione, è altamente improbabile che la ottenga. Perché la causa si trova già in appello; l’eventuale giudizio in Cassazione, infatti, è solo di legittimità e non di merito. Anche un’altra via possibile, senza codicillo ad personam, è ad altissimo rischio di insuccesso: per i tempi lunghi e per la probabilità di una risposta negativa. È il cosiddetto “700”,cioèilricorsoaunaltrogiudice per impedire l’incasso della fideiussione, in attesa della sentenza definitiva.    Ecco spiegata l’imboscata dentro la manovra economica. Il governo, a dire il vero, ci aveva già provato l’anno scorso. All’interno della manovra era stato inserito un emendamento del ministro Angelino Alfano, che di “Lodi” ad premier se ne intende. Il tentativo fu quello di allungare i tempi della sentenza d’appello di Milano, prevedendo per il giudice d’appello la sospensione obbligatoria del processo, per 6 mesi, su istanza di parte.    Ora, il piano per congelare l’eventuale condanna. D’altronde Berlusconi, il 15 giugno scorso, a Milano, aveva pianto miseria in conclusione del funerale del suo amico e senatore, Romano Comincioli: “Se mi condannano dove li trovo i soldi per pagare?”.

di Antonella Mascali, IFQ

30 giugno 2011

Non ci provate

Non ci provate. Se pensate di far passare in agosto il processo breve nascosto nella manovra, la responsabilità civile dei magistrati infilata nella legge comunitaria e il solito bavaglio grazie alla disattenzione del “tutti al mare”, avete sbagliato i calcoli. Nove anni fa furono due manifestazioni in piena calura, il 29 e il 31 luglio, autoconvocate col passaparola dai “girotondi”, a impedire l’approvazione a tambur battente della legge Cirami. E proprio il 31 luglio fu indetta la manifestazione per il 14 settembre, in piazza San Giovanni a Roma, che sarebbe risultata gigantesca e si auto-organizzò dunque sotto il solleone di agosto. Perciò, non ci provate. La mobilitazione popolare democratica, che si è espressa anche nelle recenti amministrative e nei referendum, saprebbe trovare slancio e rinnovato impegno per impedire lo sconcio anticostituzionale. Ma questo lo sapete benissimo. Tanto è vero che state già giocando su due tavoli, quello del bastone e quello della carota, fascisticamente. Poiché sapete di non poter affogare nell’accidia estiva l’opposizione della cittadinanza attiva, fedele all’intransigenza repubblicana, cercate di sedurre la più disponibile “opposizione” parlamentare, che tante prove di essere corriva ha già dato. Per il bavagliolospecchiettoperallodoleèla“privacy”, l’ingiustizia intrinseca nel rendere pubbliche conversazioni penalmente irrilevanti. Quali intercettazioni siano rilevanti per il processo lo decidono però i magistrati, e nei reati associativi lo sfondo ambientale, gossip compreso, è spesso cruciale. In democrazia, inoltre, la trasparenza è un valore irrinunciabile, sapere se si diventa ministre per competenze professionali o in virtù di un lodo Lewinsky, è cosa rilevantissima. L’on. Alessandra Mussolini, alla domanda “che differenza vede tra Mussolini e Berlusconi”, rispose: “Mio nonno non ha mai nominato la Petacci ministro”.    La verità è che il regime vuole nascondere agli occhi dei cittadini la “cloaca” in cui si è ormai trasformato: di qui norme ammazza processi e anti-giudici, mordacchie e galera per i giornalisti-giornalisti. E conta sulla sponda del Pd, soprattutto di quei settori che hanno scheletri e “furbetti” da nascondere all’opinione pubblica. La sacrosanta privacy non c’entra, i giornali democratici già la rispettano (nulla – giustamente – hanno pubblicato su micidiali illazioni riguardanti Bertolaso, ad esempio). In gioco, semplicemente, è la libertà di stampa. Prepariamoci a un’estate di scontro di civiltà.

di Paolo Flores d’Arcais, IFQ

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