Archive for aprile, 2008

30 aprile 2008

Banche Armate

Unicredit, Deutsche Bank e Intesa S.Paolo: sono le prime 3 nella classifica dei 10 istituti di credito più coinvolti nel 2007 nell’export di armi. Relazione dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento del ministero degli Esteri.
 
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Unicredit, Deutsche Bank e Intesa San Paolo: sono le prime tre banche nella classifica dei 10 istituti di credito più coinvolti nel 2007 nell’export di armi. Secondo la relazione annuale dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento del ministero degli Esteri (Uama) alla Presidenza del consiglio, le banche italiane l’anno scorso hanno fatto da intermediarie per un giro d’affari di 1 miliardo e 224 milioni di euro. Sui conti bancari di Unicredit sono transitati più di 183milioni di euro (pari al 14,96%) degli export autorizzati (in base alle legge 185 del 1990) dal Governo italiano alle imprese che producono armi. Dalla Deutsche Bank sono passati 173milioni di euro (14,20%) e da Intesa San Paolo oltre 144 milioni (11,81%). Le altre banche armate sono: Citibank (84 milioni di euro, 6,86%), Banca Nazionale del Lavoro (63milioni, 5,21%), Abc International (58milioni, 4,74%), Cassa di Risparmio di Bologna (53 milioni, 4,38%), Bnp Paribas (48 milioni, 3,95%), Hsbc Bank (27milioni, 2,22%) e Commerz Bank (26milioni, 2,20%). Dalla relazione dell’Uama alla Presidenza del Consiglio emerge anche che fra i paesi, non Nato, in cui le aziende italiane hanno esportato più armi figurano Pakistan (471milioni di euro), Malaysia (119milioni di euro), Iraq (84milioni), Arabia Saudita (65milioni) e Libia (56milioni). Nel 2007 l’export italiano di armi è stato pari a 2 miliardi e 369 milioni di euro (nel 2006 era pari a 2 miliardi e 192mila euro): solo il 53,3% verso paesi della Nato e dell’Unione europea. La relazione completa è sul sito www.governo.it/presidenza/ucpma

Il rapporto del presidente del Consiglio sui ‘lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento’ nel 2007 presentato oggi a Palazzo Chigi mostra un aumento delle esportazioni di materiali di armamento, al netto delle operazioni Intergovernative, del 9,4%. Delle 1391 autorizzazioni all’esportazione, le 1037 definitive, "per le quali e’ previsto il corrispettivo regolamento finanziario", sono pari a 2.369.006.383 di euro. Fra le esportazioni autorizzate emergono "l’importante commessa" verso il Pakistan (il 20% del totale pari a 471 milioni di euro) per sistemi di difesa antiaerea di punto e le commesse per pattugliatori ed artiglierie navali per la Turchia.

Fra gli esportatori primeggia, come volume finanziario, l’MBDA ITALIA con oltre il 18,49% , pari a circa 442,9 mln. di €, seguita da: 

INTERMARINE con il 10,22%, pari a circa 244,8 mln. di €;

FINCANTIERI con il 7.99%, pari a circa 191,6 mln. di €;

AGUSTAWESTLAND con il 7,93%, pari a circa 190,0 mln. di €;

OTO MELARA con il 7,0%, pari a circa 167,65 mln. di €;

GALILEO AVIONICA con il 6,72%, pari a circa 160,99 mln. di €;

AVIO con il 5,97%, pari a circa 143,1 mln. di €;

IVECO con il 4,48%, pari a circa 107,3 mln. di €;

ALENIA AERMACCHI con il 3,98%, pari a circa 95,3 mln. di €;

ORIZZONTE Sist. Nav. con l’2,48%, pari a circa 59,4 mln. di €.
 

Per quanto attiene, invece, ai Paesi principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di materiale d’armamento, il Pakistan si attesta nell’anno 2007 al primo posto con l’19,91%, pari a circa 471,6 mln. di € con 30 autorizzazioni, seguito da:

FINLANDIA con il 10,59%, pari 250,96 mln. di €;

TURCHIA con il 7,37%, pari a circa 174,57 mln. di €;

REGNO UNITO con al 5,98%, pari a 141,77 mln. di €;

STATI UNITI con il 5,81%, pari a circa 137,72 mln. di €;

AUSTRIA con il 5,05%, pari a 119,72 mln. di €;

MALAYSIA con il 5,04%, pari a 119,28 mln. di €;

SPAGNA con il 5,02%, pari a circa 118,84 mln. di €;

IRAQ con il 3,55%, pari a circa 84,0 mln. di €;

FRANCIA con il 3,48%, pari a 82,39 mln. di €. 

 
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28 aprile 2008

La vittoria di Fernando Lugo in Paraguay

Lugo

Il Paraguay entra nell’asse del male:

Ad Asunción è bastato eleggere presidente Fernando Lugo, un tranquillo “curato di campagna”, perché anche il Paraguay fosse iscritto d’ufficio nell’ “asse del male latinoamericano”. Lo hanno accusato di tutto, dall’essere delle FARC colombiane, all’essere un burattino nelle mani del venezuelano Hugo Chávez e del cubano Fidel Castro, ma il vescovo, che entrando in politica ha disgustato Joseph Ratzinger, è solo un tassello in più di una foto di famiglia che si ricompone.
A due giorni dal voto di Asunción che ha messo fine a decenni di dominio del Partito Colorado, possono farsi alcune riflessioni importanti.
La prima è che la Teologia della Liberazione, quella che a partire dal Concilio Vaticano II e dal Congresso Eucaristico di Medellin nel 1968, non solo non è stata sconfitta dal feroce wojtylismo degli anni ’80, ma è più che mai un tassello fondamentale di un’idea di America latina dove la chiesa cattolica è in comunione con il proprio popolo, quello dei diseredati e degli esclusi.
La seconda è che il “vento del Sud”, quello dell’integrazione latinoamericana, appare inarrestabile. Dopo il cambio di segno politico in Paraguay, solo la Colombia in maniera netta e Perù e Cile in maniera più sfumata, non guardano all’integrazione latinoamericana come il motore dello sviluppo e della giustizia sociale.
La terza considerazione è quella sull’eterogeneità e fragilità del blocco sociale che ha eletto Fernando Lugo. La macchina dello stato continuerà a stare a lungo nelle mani di una burocrazia nelle mani del Partito stato, quello Colorado, gli appetiti degli “amici di Lugo” da una parte e i bisogni sempre più urgenti di una popolazione alla quale Lugo deve ora concretizzare la speranza, rendono la luna di miele con l’ex-vescovo quanto mai breve.
Quindi –ed è la quarta considerazione- Fernando Lugo, ha bisogno immediato di ottenere risposte dall’integrazione regionale che gli permettano la governabilità di un progetto, il suo, appena abbozzato, nonostante l’ampio successo elettorale. Sta alla lungimiranza di Lula e di Cristina, rispettivamente presidenti del Brasile e dell’Argentina, una rinegoziazione generosa dei patti leonini tracciati tra dittature quarant’anni fa per le due grandi dighe di Itaipù e Yaciretá che possono fornire a Lugo le risorse per iniziare a cambiare un paese preistorico nei rapporti di produzione e futuribile nella modernità neoliberale.
Si conferma così –è la quinta e ultima considerazione- che è nel controllo delle risorse, il gas, il petrolio, l’acqua, il rame, la biodiversità, “la ricchezza della Nazione” e la chiave dell’unico sviluppo possibile, quello giusto ed equilibrato. E’ il ribaltamento di tutti i paradigmi neoliberali imposti dalla modernità occidentale e per questo la modernità occidentale continuerà ad essere nemica giurata del modello di sviluppo integrazionista latinoamericano.

di Gennaro Carotenuto per http://www.giannimina-latinoamerica.it/

Paraguay

24 aprile 2008

Sulla pelle dei migranti

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L’Acnur accusa la Grecia di violare i diritti dei richiedenti asilo, mentre i migranti vengono bastonati dai proprietari terrieri

Il governo greco respinge al mittente, cioè l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur), l’accusa di non rispettare le norme del Regolamento di Dublino, al quale aderiscono tutti gli stati membri dell’Unione Europea, la Norvegia e l’Islanda. La normativa impone ai firmatari di assicurare che ogni domanda d’asilo venga esaminata in maniera equa ed esaustiva dal primo stato in cui giunge il richiedente.

Accuse alla Grecia. Il rapporto dell’Acnur, diffuso il 18 aprile scorso, accusa la Grecia di non applicare gli accordi internazionali vigenti. La conferma delle accuse starebbe nei numeri: secondo l’agenzia Onu, nel 2007, su 25.113 richieste di asilo presentate solo otto sono state accolte e altre 130 rinviate in appello. Troppo poche per ritenere che le domande abbiano ricevuto un’autentica verifica. Basti pensare che, sempre secondo l’Acnur, la percentuale delle domande di asilo accolte in Grecia è dello 0,04 percento, a fronte del 34 percento in Gran Bretagna, del 56 percento in Svezia e del 20 percento in Germania. Sempre secondo l’Acnur, nonostante le promesse dell’esecutivo di Atene in materia, in Grecia i richiedenti asilo spesso non hanno accesso a servizi cui hanno diritto, come un interprete o l’assistenza legale, che li aiutino a cogliere in pieno la loro situazione e i loro diritti.
"Molti richiedenti asilo in Grecia non sono in grado di certificare il loro Paese di origine né di provare che la loro vita è a rischio in patria. Se dessimo a tutti l’asilo saremmo accusati dall’Unione europea di aprire le porte all’immigrazione illegale o di stare al gioco dei trafficanti di esseri umani", ha replicato stizzito il ministro degli Interni greco, Prokopis Pavlopoulos.
”Nel 2006 abbiamo avuto almeno 12.500 richiedenti asilo. L’anno dopo le domande sono raddoppiate”, ha ribadito Nikolas Stavrakakis, funzionario della polizia ellenica, responsabile della procedura per i richiedenti asilo, ”siamo sommersi di lavoro”. L’Acnur chiudeva il suo rapporto raccomandando alla Grecia di impegnarsi nell’applicazione del Regolamento di Dublino e chiedendo al governo di Atene, coinvolgendo tutti gli stati Ue, di adeguare il suo sistema di accoglienza per i migranti.

Contraddizioni comunitarie. Un sistema che, secondo un sopralluogo di Medici senza Frontiere nei campi per migranti nella città di Patrasso (Grecia meridionale) e nei centri di accoglienza di Igoumenitsa, Arta, le isole di Samo, Chio e Lesbo, e nella regione di Evros, presenta gravi carenze di assistenza medica appropriata per i migranti presenti nelle strutture. Msf, in una nota, annuncia il lancio di un programma di assistenza medica per i migranti, ma le responsabilità di uno Stato come la Grecia, membro dell’Ue, nella violazione dei diritti umani è evidente e grave.
Pavlopoulos, però, ha toccato un nervo scoperto della civile Ue. Da un lato la cultura del diritto continua a chiedere di rispettare le norme base del rispetto dei diritti umani, dall’altra parte pone sanzioni e obiettivi agli stati frontalieri, come la Spagna, l’Italia e la stessa Grecia. Il governo di Atene, come altri stati, si trova a fronteggiare le pressioni dell’opinione pubblica aizzata ad hoc dai media sull’argomento e delle stesse istituzioni di Bruxelles, mentre dalla Turchia continuano a giungere migranti disperati in cerca di una vita migliore.

Nuovi schiavi. Proprio in termini di tensioni sociali interne, in Grecia si è verificato un episodio che a molti ha ricordato gli incidenti di El Ejido, villaggio agricolo della provincia di Almeria, in Spagna, dove nel 2000, in seguito all’uccisione di una ragazza, erano scoppiati violenti attacchi razzisti contro gli immigrati maghrebini. E’ accaduto nella piazzetta del villaggio di Neo Manolada, nella provincia di Ilia, il 20 aprile scorso. La zona produce il 90 percento delle fragole greche e, in tutti gli appezzamenti, lavorano ormai solo migranti. Tutti senza documenti, che per una paga da fame (poco più di due euro l’ora) e condizioni di vita inumane raccolgono la frutta per dieci o dodici ore al giorno.
I braccianti, circa 400, avevano picchettato la piazza, chiedendo un minimo aumento salariale e condizioni di vita più umane. Come negli anni Trenta, i dimostranti sono stati aggrediti da squadre di proprietari terrieri che li hanno bastonati duramente. Solo un imprenditore è stato arrestato. La regione di Ilia, una delle più colpite l’estate scorsa dagli incendi che hanno devastato la Grecia, ha goduto di ingenti sovvenzioni statali, finite nelle mani degli stessi imprenditori che bastonavano sabato in piazza a Neo Manolada. Questo episodio, come quello di El Ejido in Spagna, racconta anche di un’altra contraddizione della legislazione europea in materia di migranti. Il voto degli imprenditori è importante e il lavoro nero permette di mantenere bassi i costi di produzione. Nessun politico, tutto sommato, ha interesse ad alienarsi i consensi dei produttori agricoli spagnoli, italiani e greci, e una quota di lavoro ‘clandestino’ conviene a tutti, politici e imprenditori. Sulla pelle dei migranti.
 
di Christian Elia per www.peacereport.net

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18 aprile 2008

Pena di morte: Amnesty International pubblica i dati relativi al 2007

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Amnesty International pubblica i dati relativi al 2007 e chiede ai governi di sollevare il velo sulla segretezza delle esecuzioni

In un nuovo rapporto pubblicato oggi, Amnesty International ha reso noto che nel 2007 sono state eseguite più di 1200 condanne a morte e si è detta profondamente preoccupata per il fatto che molte altre persone siano state messe a morte in segreto, in paesi come la Cina, la Mongolia e il Vietnam.
Secondo i dati raccolti dall’organizzazione per i diritti umani, nel 2007 sono state messe a morte almeno 1252 persone in 24 paesi e sono state emesse almeno 3347 sentenze capitali in 51 paesi. Si stima che nei bracci della morte del mondo si trovino circa 27.500 prigionieri in attesa di esecuzione.
Amnesty International ha registrato nel 2007 un incremento del numero delle esecuzioni in diversi paesi: 317 in Iran, 143 in Arabia Saudita e 135 in Pakistan, rispetto alle 177, 39 e 82 esecuzioni del 2006.
L’88 per cento delle esecuzioni note è avvenuto in cinque paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Usa. L’Arabia Saudita ha il più alto numero di condanne a morte eseguite pro-capite, vengono poi Iran e Libia. Le esecuzioni confermate in Cina sono state almeno 470: è la cifra più alta in assoluto, anche se Amnesty International ritiene che il totale effettivo sia stato senza dubbio maggiore.
La Cina, il primo paese del mondo per numero di esecuzioni, considera la pena di morte un “segreto di Stato”. I visitatori di Pechino 2008 possono solo immaginare il numero delle persone uccise per mano dello Stato, conosciuto con esattezza soltanto dalle autorità cinesi.
“L’uso segreto della pena di morte deve cessare. Il velo che avvolge la pena di morte dev’essere sollevato. Molti governi dichiarano che le esecuzioni hanno il sostegno dell’opinione pubblica che, proprio per questo, ha il diritto di conoscere ciò che viene fatto in suo nome” – ha commentato Amnesty International.
Nel corso del 2007 molti paesi hanno continuato a eseguire condanne a morte per reati comunemente non considerati tali o a seguito di procedure inique. Ecco alcuni esempi:
– a luglio in Iran, Ja’far Kiani, padre di due figli, è stato lapidato per adulterio;
– a ottobre in Corea del Nord, il manager 75enne di un’azienda è stato fucilato per non aver dichiarato le proprie origini familiari, aver investito i suoi risparmi nell’azienda, averne messo a capo i figli e aver fatto telefonate all’estero;
– a novembre in Arabia Saudita, il cittadino egiziano Mustafa Ibrahim è stato decapitato per aver praticato la stregoneria;
– il 25 settembre in Texas, Usa, Michael Richard è stato messo a morte dopo che la segreteria di un tribunale aveva rifiutato di prorogare l’orario di apertura di 15 minuti, per consentire il deposito di un appello basato sulla costituzionalità del metodo dell’iniezione letale. Gli avvocati di Richard avevano avvisato del ritardo a causa di un problema al computer. La Corte suprema federale ha rifiutato di sospendere l’esecuzione, nonostante qualche ora prima avesse deciso, accettando il ricorso di un condannato a morte del Kentucky, di riesaminare una questione analoga. Quella decisione ha poi causato una moratoria di fatto su tutte le esecuzioni che avrebbero dovuto aver luogo, negli Usa, con l’iniezione letale. Un pronunciamento della Corte suprema è atteso nel corso dell’anno.

In violazione del diritto internazionale, tre paesi (Arabia Saudita, Iran e Yemen) hanno eseguito condanne a morte nei confronti di imputati che avevano meno di 18 anni al momento del reato.
Tuttavia, il 2007 è stato anche l’anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato (con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astensioni) una risoluzione per porre fine all’uso della pena di morte.

“L’Assemblea generale ha assunto la storica decisione di chiedere a tutti i paesi del mondo di cessare di mettere a morte i prigionieri. Il fatto che la risoluzione dello scorso dicembre sia stata adottata con una così chiara maggioranza, mostra che l’abolizione globale della pena di morte è possibile” – ha affermato Amnesty International.
“Quando lo Stato prende la vita di una persona, siamo di fronte a una delle azioni più drastiche che possa compiere. Chiediamo a tutti i governi di dare seguito all’impegno assunto dalle Nazioni Unite e abolire la pena di morte una volta per tutte” – ha concluso Amnesty International.

 
 
16 aprile 2008

I Gruppi di Acquisto Solidale (G.A.S.)

Un modo diverso di fare la spesa scegliendo i prodotti in modo consapevole, senza carrelli né file alla cassa del supermercato. Ecco come comprare merce di qualità spuntando gli sconti migliori, perchè l’unione fa la forza..
C’è la parrocchia, la bottega del
consumo equo e solidale, il centro culturale e quello studentesco. Single e famiglie che scelgono di comprare insieme beni d’uso quotidiano e per tutti vale la stessa parola d’ordine: solidarietà.
I Gas sono gruppi di acquisto solidale che partono da un approccio critico al consumo e hanno un obiettivo ambizioso: cambiare il mondo facendo la spesa. Acquistare insieme in modo consapevole e contribuire allo sviluppo dal basso di un’economia più sana, selezionando i fornitori in base a criteri di giustizia,
solidarietà e rispetto per l’ambiente. Quel che conta di più è sapere cosa finisce sulla tavola e come è stato prodotto.

Complice la crisi economica italiana, i Gas si stanno diffondendo a macchia d’olio nel nostro paese e continuano a crescere. Il meccanismo è semplice e prevede il contributo di tutti gli aderenti che s’incontrano per definire i criteri d’acquisto e le modalità per la gestione degli ordini, scelgono che cosa comprare, in quale quantità e pagano in anticipo. Di solito a ogni prodotto acquistato dal Gas è assegnato un referente che raccoglie gli ordini e li invia al produttore, con il quale concorda una data e un luogo di consegna, che può essere un magazzino o semplicemente l’appartamento di un aderente al gruppo.

L’imperativo, quindi, è saltare tutta la filiera della distribuzione per comprare direttamente dal produttore, con il controllo diretto sulla qualità. Senza carrelli né file alla cassa del supermercato. Facendo massa, i consumatori riescono in genere a spuntare prezzi più vantaggiosi (uno studio del 2006 dimostra che talvolta si riesce a spendere fino al 40% in meno rispetto ai supermercati), risparmiano tempo e contribuiscono, nel loro piccolo, a stabilire un rapporto diretto e personale col territorio e coi piccoli produttori. La formula piace e il numero di aderenti si moltiplica di anno in anno. Rete Gas, l’anello di collegamento tra i gruppi italiani, sul suo sito ne raccoglie quasi 400.

 
 
Per saperne di più:
14 aprile 2008

Il cibo pagato a caro prezzo

frutta

Attorno al cibo si gioca una partita decisiva per salvare il pianeta, ma noi occidentali sembriamo non rendercene conto, intenti come siamo a desiderare e servire sulle nostre tavole, in ogni stagione, uva e pomodorini pagati a caro prezzo.

Importare un chilo di asparagi dal Perù o un chilo di ciliegie dall’Argentina che viaggiano in aereo per arrivare nel nostro piatto, significa lasciare nell’atmosfera 6 chili e mezzo di anidride carbonica emessa dai carburanti fossili.

Paghiamo circa 8 euro al chilo le carote grattugiate contenute in una vaschetta di plastica, mentre a chi le produce costano solo 7 centesimi. A questo prezzo esorbitante si deve aggiungere anche il pedaggio che si paga alla natura con il massiccio uso della chimica, con l’inquinamento di aria, terra, acqua. Tutto questo per avere prodotti sempre sulle nostre tavole, ma anche sempre più cari, più scadenti dal punto di vista nutritivo e del sapore.

Sono solo due dei tantissimi esempi nei quali si racchiude l’ insostenibilità del modello economico dell’agricoltura e dell’industria del cibo, così come viene concepito in Europa e negli Stati Uniti.

Solo per coltivare, allevare, o produrre quello che diventerà il nostro cibo e portarlo sulle nostre tavole, emettiamo il 30 per cento dei gas serra, secondo i dati dell’ Onu del Millennium Ecosystem-Assesment, che fotografa lo stato di salute del pianeta.

L’inchiesta parte dalla domanda: cosa può fare concretamente l’agricoltura per invertire la rotta e salvare il pianeta?

Per rispondere, dobbiamo capire che non si può scindere l’agricoltura dal suo prodotto, il cibo, e come questo è commercializzato e distribuito sui banchi di supermercati e ipermercati di tutto il mondo. Se si vuole cambiare bisogna intervenire su questo tipo di sistema.

E qualcosa si sta muovendo in Italia. Le parole chiave sono: mercati locali, cibi e ristoranti a Km 0, Gruppi di acquisto solidale, agricoltura senza chimica sintetica e riscoperta delle antiche varietà di prodotti. Molti agricoltori stanno dimostrando che un’agricoltura pulita è possibile e non costa di più. E’ un cambio di paradigma, ma non c’è più molto tempo se si vuole salvare la nostra salute e quella del pianeta.

di Michela Buono e Piero Riccardi per http://www.report.rai.it/

Per saperne di più: http://www.ethosblog.it/?p=36

                              http://lasentinelladellamaremma.wordpress.com/2007/10/15/la-lunga-strada-del-cibo/

                              http://www.aiab.it/home/bioedicola/dossier/il_biologico_per_kyoto/introduzione

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9 aprile 2008

Pakistan, la guerra nelle aree tribali

rifugiati

La guerra nelle Aree Tribali sembra destinata a continuare

“Mia cugina Maryum, di 19 anni, ha perso una gamba su una mina. E’ successo l’anno scorso nel nostro villaggio, in Sud Waziristan. Ora se ne va in giro in stampelle. Nessun uomo la vorrà più in moglie”. A parlare è Palvasha, sfollata a Peshawar assieme alla sua famiglia, fuggita dalla guerra tra esercito pachistano e talebani. Fino al 2005 viveva in Waziristan, dove suo padre faceva il negoziante.
 
Centinaia di vittime ogni anno nelle Aree Tribali a causa delle mine. Il problema delle mine anti-uomo disseminate da soldati e ribelli nelle Aree Tribali pachistane è drammatico. Un recente rapporto di un’ong pachistana, la Spado, ha rivelato che solo nei primi tre mesi del 2008 le vittime da mina in quelle zone sono state almeno una cinquantina, in gran parte civili, soprattutto minori. Le aree più colpite sono il Waziristan (Nord e Sud) e il Bajaur. Secondo l’associazione canadese Landmine Monitor, dal 2002 al 2006 le vittime da mina in Pakistan, sia militari che civili, sono state più di mille (440 morti e 704 mutilati).
Il problema maggiore è che a piazzare le mine non è solo l’esercito governativo, ma anche i guerriglieri talebani e le milizie tribali che non fanno mappature dei campi minati, rendendo assai difficile il futuro lavoro di sminamento.
 
Il governo pachistano fa marcia indietro sul negoziato con i talebani. La bonifica dei terreni infestati dalle mine nelle Aree Tribali potrà iniziare solo dopo la fine delle ostilità tra forze governative e milizie locali. Uno scenario che, fino a pochi giorni fa sembrava a portata di mano. Ora non più.

Il nuovo governo pachistano di Yousaf Raza Gilani aveva annunciato di voler intavolare un dialogo con i combattenti integralisti. Già si parlava dell’organizzazione di jirghe tribali per avviare i negoziati. Ma Stati Uniti e Gran Bretagna non sono d’accordo: vogliono che la guerra nelle Aree Tribali continui fino alla sconfitta totale dei talebani. E per far cambiare idea a Gilani lo stanno pressando fin dal suo insediamento. Ieri è stato il turno del ministro dell’Interno britannico Jacqui Smith, che evidentemente ha usato buoni argomenti durante la sua visita a Islamabad. Dopo l’incontro, il ministro degli Esteri pachistano, Shah Mehmood Qureshi, ha annunciato la svolta: “Noi non negozieremo con i terroristi”.  

Di Enrico Piovesana per http://www.peacereporter.net

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7 aprile 2008

Ex presidente Kosovo assolto per scomparsa dei testimoni

Ramush Haradinaj
Ramush Haradinaj assolto da tutte le accuse. Accusato di crimini contro l’umanità, l’ex comandante Uck può tornare in Kosovo da uomo libero. Sul processo, pesano però reticenze, intimidazioni e scomparsa di molti tra i testimoni chiamati a rispondere
Una sentenza che fa discutere, quella che il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia ha emesso ieri pomeriggio. Il TPI dell’Aja ha assolto da tutte le accuse l’ex comandante dell’UCK ed ex premier del Kosovo Ramush Haradinaj. Assoluzione anche per l’altro ex UCK, Idriz Balaj, mentre a sei anni di reclusione è stato condannato il terzo accusato, Lahi Brahimaj per aver personalmente preso parte a torture nei confronti di due persone, identificate come testimone 3 e 6.

I tre ex membri dell’UCK erano accusati di associazione criminosa, il cui fine sarebbe stato quello di consolidare il controllo dell’UCK nella zona di Dukagjin, nel nord ovest del Kosovo, mediante la cacciata e l’uccisione di civili serbi e rom così come di kosovaro-albanesi sospettati di collaborazionismo con le forze serbe. 37 i capi d’accusa, in cui si fa riferimento a rapimenti, torture, stupri e uccisioni di civili, qualificati come crimini contro l’umanità.

Nel periodo compreso tra il 1° marzo e il 30 settembre 1998, periodo a cui si riferisce l’accusa, Haradinaj era comandante dell’UCK nella zona di Dukagjin, Balaj comandante dell’unità “Aquile nere” e Brahimaj membro delle forze presenti a Jablanica, quartier generale dell’UCK a Djakovica.

Il tribunale dell’Aja ha assolto i tre ex membri dell’UCK dall’accusa di crimini contro l’umanità. Le prove presentate dall’accusa “non sempre hanno permesso la Corte di concludere se il crimine è stato veramente commesso o se l’UCK fosse coinvolto nello stesso”.

La Corte ha concluso che le prove addotte dalla procura non sono sufficienti per provare che ci sia stata un’associazione criminosa. “Le prove in alcune dei procedimenti indicano che le vittime potrebbero essere state prese di mira principalmente per motivi personali piuttosto che come membri di una popolazione civile vittima di un piano criminale premeditato”, hanno riscontrato i giudici.
La procura è riuscita a dimostrare che l’UCK ha commesso i crimini descritti in otto punti dell’accusa ma, eccetto due casi, non è stata sufficientemente dimostrata l’implicazione e la responsabilità degli accusati.

Il giudice Alphonsus Orie ha sottolineato la difficoltà incontrata dalla Corte nel garantire la sicurezza di un ampio numero di testimoni. La Corte ha ascoltato almeno un centinaio di testimoni durante il processo, dei quali 34 sotto protezione, mentre 18 sono stati obbligati a testimoniare. In due casi il rifiuto a testimoniare ha fatto spiccare mandati di arresto e relativo trasferimento all’Aja. “La Corte ha riscontrato la forte impressione che il processo sia stato condotto in un’atmosfera in cui i testimoni non si sentivano al sicuro”, ha precisato il giudice Orie.

Proprio la difficoltà di reperire testimonianze utili rappresenta la caratteristica più evidente di questo processo. La responsabile del TPI per i media, Olga Kavran, ha precisato che il procuratore è particolarmente preoccupato per i problemi legati ai testimoni. La procura, durante il processo, ha più volte fatto riferimento al fatto che i problemi coi testimoni avrebbero potuto mettere in questione la raccolta delle prove.

Anche la direttrice del Centro per il diritto umanitario, Natasa Kandic, per B92 ha detto che “è un fatto che i testimoni al processo Haradinaj hanno avuto una grande paura, e che esistono seri indizi sul fatto che almeno due testimoni hanno perso la vita, perché dovevano testimoniare. Ci sono seri indizi sul fatto che la procura non sia stata in grado di preparare seriamente l’accusa”.

Kandic insiste però sul fatto che la responsabilità di una tale sentenza grava “sulla procura, sull’UNMIK e sulle istituzioni statali della Serbia”. Secondo la direttrice del Centro per il diritto umanitario “gli organi statali della Serbia non hanno mai preparato una documentazione adeguata e prove che riguardino i crimini commessi contro i serbi”. La Kandic, inoltre, afferma che “fino ad oggi non c’è un documento ufficiale della Serbia che in modo serio si sia occupato della questione dei crimini di guerra”, mentre le prove che la Serbia ha portato alla procura dell’Aja “non sono mai state così rilevanti e valide” tali da dimostrare la responsabilità di chi comandava l’UCK.

Dejan Anastasijevic, intervistato per radio B92, ieri mattina, prima che venisse emessa la sentenza, aveva sottolineato che la mancanza di collaborazione da parte dell’UNMIK e la difficoltà nel reperire i testimoni avrebbero dato come risultato l’assoluzione di Haradinaj.

Sconcerto da parte di tutte le forze politiche della Serbia. In modo trasversale, dai Radicali di Nikolic al Partito liberal democratico di Jovanovic, tutti i partiti politici serbi hanno accolto la notizia con profonda insoddisfazione. Il premier dimissionario Kostunica ha ribadito che la sentenza oscura del Tribunale dell’Aja testimonia che si tratta di un tribunale che non esiste per far sì che ci sia giustizia. “ Il Tribunale dell’Aja con questa sentenza si fa beffe della giustizia e si fa beffe delle vittime innocenti che sono state uccise per mano di Haradinaj”, ha commentato Kostunica. Mentre da parte del Partito democratico del presidente Tadic giunge la condanna per una sentenza definita “vergognosa”, tale che “non può certo contribuire al chiarimento dei crimini di guerra, garantire la giustizia e tanto meno contribuire alla riconciliazione nella regione”.

Ovviamente di segno opposto le dichiarazioni del governo kosovaro, il quale saluta benevolmente la sentenza del TPI dell’Aja nei confronti degli ex UCK. Nel comunicato stampa del governo di Pristina, secondo quanto riportato dalle agenzie, si legge che “in questo processo è stato dimostrato che la lotta dell’Esercito di liberazione del Kosovo è stata legittima, di liberazione e basata sulle regole e le convenzioni internazionali”. L’arrivo di Haradinaj in Kosovo, previsto per oggi sarà accolto in pompa magna, nonostante per ora nulla di ufficiale sia stato organizzato.

Il processo Haradinaj era iniziato il 5 marzo 2007, l’accusa ha terminato la propria requisitoria nel novembre 2007. Tutti e 3 i collegi di difesa hanno deciso di non presentare prove. Le requisitorie finali sono state presentate tra il 21 e il 23 gennaio 2008.

 
 
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