Archive for maggio, 2011

31 maggio 2011

Referendum avanti tutta

Il nuovo sindaco di Cagliari, Massimo Zedda sembra un ragazzino ma al suo avversario, una vecchia volpe, non ha lasciato scampo. A Milano, Pisapia ha spazzato via la Moratti senza mai alzare la voce. E forse neppure De Magistris pensava che a Napoli gli sarebbe arrivata addosso quella grandinata di voti. Da domani affronteranno problemi giganteschi (e non solo la spazzatura). Oggi, fanno pensare le loro facce e le loro parole così diverse, così distanti dai volti e dalle parole dei vincitori di ieri. La sconfitta di Berlusconi appare irrimediabile perché irrimediabilmente sconfitta è la contraffazione che ha dominato la politica dell’ultimo ventennio. C’è un momento in cui non le ideologie o gli schieramenti, ma il puro e semplice senso comune si ribella. E dice basta, non se ne può più del cerone, dei capelli tinti, dei fondali di cartapesta e degli slogan ripetuti a pappagallo (e che palle “meno male che Silvio c’è”). B. ha stufato persino i suoi per il semplice motivo che non intendono affondare con lui. C’è un momento in cui persino un Paese che sembrava lobotomizzato dal pensiero unico proprietario riscopre che si può parlare senza aggredire, insultare, senza la bava alla bocca. Lui resisterà ancora, aggrappato all’illusione che tutto sia rimediabile, come sempre ha fatto. Promettendo, minacciando, comprando questo o quello. Ma lo sa anche lui che è finita. Tra due settimane i referendum possono mettere fine a questa inutile agonia. Con una voglia di cambiamento così impetuosa, raggiungere il quorum non sarà impossibile. Un ultimo sforzo ed è fatta.

di Antonio Padellaro, IFQ

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31 maggio 2011

La settimana nera del Cavaliere è ancora lunga

Alla parata forse ci andrà, ma al ricevimento di domani al Quirinale, quello no, non sembra proprio aria. Il Cavaliere ha davanti a sé una settimana disseminata di pericoli.    Stamattina, alla seconda udienza del processo Ruby lui non ci sarà, impegnato in un Consiglio dei ministri che sarà decriptato attraverso gli sguardi e le battute che si scambieranno con il leader del Carroccio Umberto Bossi; la telefonata di ieri pomeriggio, dopo la sconfitta, non ha avuto toni distesi. Ma il bello verrà più tardi, al momento di fare l’analisi del voto con il gotha del partito riunito in un ufficio di presidenza che odora di 25 luglio, ma cercheranno di farlo sembrare solo una ripartenza.

GIÀ, PERCHÉ oggi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dirà ai suoi che l’unico modo per superare questo schiaffo è buttare tutto all’aria, seppellire il Pdl e fondare subito un partito tutto nuovo. I suoi punteranno, invece, alla creazione di un direttorio per bypassare questa fase di crisi , ma di fatto lo scontro potrebbe far segnare punte di nervosismo molto alte. E non si sa come andrà a finire.    D’altra parte Berlusconi è già stato chiaro: “Io non ho colpe, non ho alcuna intenzione di allargare la maggioranza”.    Le tensioni, dunque, non si stempereranno nei giorni successivi. Anzi potrebbero addirittura raggiungere livelli più alti. È attesa, infatti, per mercoledì prossimo la decisione della Corte di Cassazione in merito al referendum sul nucleare.    Nel caso in cui la bocciatura del quesito fosse solo parziale, per Berlusconi sarebbe l’ennesimo smacco; quasi inutile tutta la fatica per depotenziare un quesito trainante anche per il suo legittimo impedimento. Non ci vorrebbe.

BRUTTA settimana, davvero, per Berlusconi. Che si chiuderà giovedì con la parata del 2 giugno a cui dovrà presenziare per forza. Il timore è che stavolta le contestazioni non si limitino a qualche fischio, ma possano “turbare” in modo pesante, “l’atmosfera di festa e pacificazione” che invece il capo dello Stato vorrebbe far emergere. Di lì la tentazione di disertare, ma Napolitano gli ha già fatto pervenire un messaggio chiaro: non se ne parla neanche. I fischi se li prenderà proprio tutti quanti.

di Sara Nicoli, IFQ

31 maggio 2011

Balla ciao

“Vinceremo al primo turno. Milano è fondamentale per dare sostegno al governo del Paese. È impossibile che non sia governata da noi. Pisapia è un candidato da pazzi che vuole rifondare il comunismo” (Silvio Berlusconi, 7-5-2011). “E se il Pd perdesse Torino e Bologna?” (Libero, 8-5). “Non tutte le donne vengono per nuocere. La Letizia Moratti, per esempio, corre verso il secondo mandato e intende guadagnarselo con la solita grinta e con la solita tranquillità. Il lavoro ben fatto, da quando ha assunto incarichi pubblici, è una sua prerogativa. Non gridata, non sbandierata, considerata quasi ovvia” (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 8-5) “Aria di festa. Silvio alla riscossa. L’umore del premier è cambiato: la campagna elettorale in prima persona porta un recupero fenomenale di consensi. Il centrodestra vincerà ancora. Anche perché è l’unico ad avere un leader” (Vittorio Feltri, Libero, 12-5). “Via le Br dalle liste” (Libero, 13-5). “Dopo Cofferati ora tocca a Fassino essere mandato a casa” (Maurizio Gasparri, Il Giornale, 13-5). “Non è un voto ordinario per sindaci e presidenti di provincia: è un voto su di me e sul mio governo. È un voto su cui si gioca il futuro mio e della legislatura (S.B., 14-5). “Alle urne con un obiettivo: mandiamoli a casa. Amici dei terroristi di Hamas, amici dei terroristi di Prima linea, amici dei clandestini, dei centri sociali” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 14-5). “Il Pd teme la disfatta e punta al pareggio” (Libero, 15-5). “Sono i nostri a essere andati in massa a votare. Ancora una volta la spunteremo e sarà tutto merito mio e dell’impronta che ho dato a questa campagna (S.B.,15-5). “Dai, un ultimo sforzo. Alta l’affluenza: gli elettori vogliono contare più dei pm” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16-5). “Se De Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non s’è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città” (Clemente Mastella, Radio2, 17-5). “Rialzati e cammina. Silvio non è morto” (Feltri, Libero, 18-5). “Operazione rimonta: Albertini in campo per Letizia” (Libero, 19-5). “Non è un terrorista, ma Pisapia fa paura” (Massimo de’ Manzoni, Libero, 19-5). “Arrestate De Magistris, punta a Palazzo Chigi” (Libero, 19-5). “Napoli, Lettieri pensa alla carta Bertolaso” (Corriere della Sera, 20-5). “Bossi ci tiene alle balle: il Senatur vuole riprendersi Milano. Torna la Lega di lotta” (Il Giornale, 23-5). “Cara Moratti, ti spiego come recuperare” (Gianni Alemanno, il Giornale, 23-5). “Chi vota De Magistris è senza cervello” (S.B., 25-5). “Pisapia ora ha paura. La rimonta della Moratti. Il candidato del Pd teme il ritorno di fiamma del centrodestra” (Il Giornale, 26-5) “Adesso sto con la Moratti e dico che può vincere, riconquistare la città. Sull’altro fronte vedo solo barbari e devastatori” (Vittorio Sgarbi, Corriere, 26-5). “Un bell’applauso per Letizia Morattiiii!” (Massimo Boldi dal palco del Giro d’Italia, 29-5). “Denis, ti prego, convinci Berlusconi a non venire a Napoli a chiudere la mia campagna elettorale” (Gianni Lettieri a Verdini, La Stampa, 30-5).

di Marco Travaglio, IFQ

29 maggio 2011

Vota e fai votare

Le vittorie di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli non sono scontate. I berluscones recuperano terreno con ogni mezzo, anche economico. Oggi e domani non bisogna sprecare neppure una scheda.

A Milano gli astenuti al primo turno delle elezioni del sindaco sono stati 339.021. Alla Moratti, nel voto del 13 e 14 maggio, sono mancati circa 80.000 voti ma, secondo il suo staff ne basterebbero 40.000 per superare Pisapia sul filo di lana del secondo turno. Non appare, purtroppo, un’impresa impossibile. Al di là delle risse e divisioni, Lega e Berluscones non hanno perso affatto il controllo sul terriotorio ambrosiano, quasi militarizzato dalla destra dopo un ventennio di egemonia “padana”. Anche a Napoli la partita non è affatto vinta dovendo recuperare De Magistris circa 8 punti al suo avversario Lettieri.    E allora non si capiscono proprio le ragioni dell’ottimismo diffuso a piene mani negli ambienti del centro sinistra come se i giochi fossero gia fatti a favore del candidato Giuliano e del candidato Luigi.    Che nelle 2 città (come nel resto del Paese) il vento sia cambiato, è fuor di dubbio. Che Berlusconi si stia picconando con le sue stesse mani e sotto gli occhi di tutti.    Che l’opposizione abbia rialzato la testa anche. Ma che senso ha riempire questa importante vigilia di speranzosi pronostici, affidati a quegli stessi sondaggi (per di più clandestini) che solo 2 settimane fa hanno illuso la destra con i risultati che sappiamo? Dai leader della sinistra ci saremmo aspettati in queste ore un appello chiaro e forte a non sprecare una sola scheda. Invece di perdersi in elucubrazioni su quel che sarà o sull’alleanza con il Terzo polo, questi politici di lungo corso avrebbero dovuto impiegare (il poco) tempo a loro destinato nei tg e nei salotti tv invitando i propri elettori a non disertare le urne essendo la situazione assolutamente in bilico.    “Vota e fai votare”, martellava la propaganda del vecchio Pci. Non era uno slogan ma una chiamata alle armi. Gli eredi di quella tradizione farebbero bene a ricordare che fine fece la gloriosa macchina da guerra di Occhetto nel ‘94. Indimenticabili furono poi i 24.000 voti che nel 2006 separarono Prodi da Berlusconi dopo che l’Unione aveva sperperato in litigi un patrimonio di consensi dando per scontata la vittoria. Lunedì prossimo speriamo di poter festeggiare la svolta tanto attesa. Non dimenticando mai, però, che liberarsi di Berlusconi non sarà nè una passeggiata nè un pranzo di gala. Se non fosse stato troppe volte dato per finito dalla sinistra, forse B. non avrebbe imperversato per quasi un ventennio. La lezione dovremmo tutti quanti averla imparata.

di Antonio Padellaro, IFQ

27 maggio 2011

Cosa accadrà dopo Berlusconi nel Paese dei pinocchi che non sanno crescere

A un passo dalla fine di una lunga stazione, è venuto il tempo d’interrogarsi su quale sarà l’Italia del dopo Berlusconi. Non tanto sul piano delle ipotesi e degli scenari politici, i governi Tremonti o Maroni, le larghe intese, le elezioni anticipate, quanto laddove il berlusconismo ha colpito più nel profondo, ovvero la cultura diffusa del Paese. Il berlusconismo è stato per quasi vent’anni una risposta culturale, prima che politica, al bisogno di un’intera nazione di sfuggire ai dilemmi del presente. È stata la fissazione ad un paesaggio degli anni Ottanta, l’infantilizzazione  prima e la regressione totale poi di una società che ha smarrito verso la metà degli anni Ottanta la speranza di un futuro migliore.

L’illusione che tutti i problemi complessi della modernità, dalla mondializzazione dell’economia alla concorrenza dei mercati emergenti, dalla riconversione post industriale all’immigrazione, potessero essere risolti a colpi di slogan e miracoli, ricondotti a vecchie categorie di visione del mondo come il comunismo e l’anticomunismo. Questa restaurazione è dilagata, in assenza di un vero progetto alternativo e moderno di sinistra, ha finito per conquistare tutti i territori. Non solo la politica, ma la comunicazione, il costume, i modelli culturali e la vita quotidiana.

Il modo per esempio di considerare la figura della donna, con un salto all’indietro di quaranta o cinquant’anni, a molto prima dei movimenti femministi. La maniera di gestire o meglio di ignorare del tutto il problema del ricambio generazionale, costringendo i giovani italiani a una condizione unica in Europa e nell’Occidente democratico di eterna infanzia, perenne precarietà. Il ritorno alla fanciullezza di un Paese troppo invecchiato è stata la chiave del berslusconismo, ben rappresentata dall’immagine che vediamo ogni sera sulle nostre televisioni. Lo spettacolo di anziani signori che litigano, urlano e ripetono come filastrocche le stesse cose, come appunti in una classe d’asilo gestita da un supplente distratto. Non serve allora invitare a moderare i toni. Piuttosto un esempio volto a maturare i toni, a confrontarsi da persone adulte.

A questo infantilismo da bambini capricciosi e anarcoidi si è piegata tutta la cultura, anche quell’opposizione che continua a sfornare antidoti bambineschi alla malattia, non solo attraverso i casi eclatanti di Di Pietro e Grillo. Nel regno dei Pinocchi mai cresciuti è normale che vinca il più bravo a raccontare bugie. Uscire da questo incantesimo alimentato per vent’anni, in assenza si spera di eventi catastrofici, sarà molto più difficile che liberarsi di Berlusconi.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

27 maggio 2011

Davvero c’è chi crede che con Pisapia sindaco arriveranno i cosacchi?

La faziosità politica toglie il senno. In occasione delle elezioni municipali a Milano e in altre città si è sentito dire con voce adirata e inquieta del candidato della sinistra Pisapia: è un terrorista, è stato amico dei terroristi, è un comunista. Come se la sua elezione a sindaco di Milano volesse dire una dittatura di tipo stalinista con fucilazioni all’alba dei Kulaki, alias piccoli proprietari, con deportazioni in massa verso la Siberia, come se fosse tornato l’Ottobre rosso , il dottor Divago, la fucilazione della famiglia imperiale a Ekaterinburg, una strage, un diluvio e non la vittoria elettorale di un avvocato riformista milanese della buona borghesia, dalle buone relazioni forensi. Il gentile e educato avvocato Pisapia, uno di quegli intellettuali che incontri nei circoli culturali o alle manifestazioni per la pace e contro il razzismo, viene dipinto come un terrorista, un Attila, un assetato di oro e di sangue, contro cui un’indemoniata come la Santanchè può urlare le accuse più inverosimili e ridicole.

E quanti le fanno coro: un comunista! Milano amministrata da un comunista!

Il presidente della Repubblica Napoletano e altri che hanno conservato un minimo di buonsenso invitano ogni giorno alla ragione, ma è proprio questo parlare nel deserto degli uomini di buon senso che spaventa, proprio questa mancanza di moderazione nei moderati a spaventare. Che significa gridare al comunista come nemico dell’umanità? I comunisti italiani non fanno parte della nostra storia? Non conosciamo la vicenda politica, culturale, letteraria per cui una parte dei socialisti italiani, o diventarono fascisti come Mussolini, o passarono negli anni attraverso sofferte maturazioni dalla speranza di un utopico governo mondiale dei lavoratori alla più pressante necessità di lottare contro i fascisti, alle grandi lotte unitarie per la democrazia? I comunisti italiani hanno amministrato da normali democratici in tante città?

Enrico Berlinguer e altri dirigenti di questi comunisti non hanno forse ammesso pubblicamente che la spinta rivoluzionaria si era esaurita e che la difesa della democrazia era il vero compito di una inistra moderna? Il presidente della Repubblica Napoletano non è l’esempio vivente, in carne e ossa, di questo comunismo parte integrante della democrazia? La guerra partigiana non è stata una guerra di popolo, una miracolosa guerra unitaria a cui hanno partecipato gli italiani delle più diverse ideologie?

Ma a questo mondo la ragione è una merce non solo preziosa, e quasi introvabile, la madre dei fanatici è sempre incinta, gli estremisti sono sempre pronti all’urlo e alla diffamazione.

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

27 maggio 2011

B. in concerto, ultima ammuina a Napoli

Silvio Berlusconi con Gianni Lettieri e Gigi D’Alessio. Luigi De Magistris con il rap napoletano dei 99 Posse e degli ‘A 67, Enzo Gragnaniello e Teresa De Sio. Piazza Plebiscito e via Caracciolo. Serate e piazze di fuoco e musica per chiudere la campagna elettorale. Napoli canta e il suo ventre ribolle: chi scegliere tra il rappresentante del Cavaliere sotto il Vesuvio, e il giovane ex magistrato che promette la rinascita della città nella giustizia e nel rigore? Gianni Lettieri, l’uomo che garantisce da un lato la continuità col vecchio sistema di potere, affaristico e bipartisan, predatorio ed equamente spartitorio, e dall’altro ha già spalancato le porte agli uomini di Nicola Cosentino, il suo protettore, l’uomo che lo ha voluto a tutti i costi candidato e che in questa partita si gioca tutto. Luigi De Magistris, l’outsider che nessuno voleva e che ha sbaragliato il vecchio centrosinistra, mettendo alle corde il Pd, umiliando i suoi potentati cittadini, ed imponendo temi e modi della campagna elettorale. È il candidato che “ha scassato”, come dicono i suoi, per dire con efficace espressione partenopea, che ha rotto tutti gli schemi della politica. E ha convinto la Napoli che vuole cambiare. La città è spaccata in due (i sondaggi delle ultime ore valgono zero: alcuni lo danno sopra il 60%, altri appaiato con Lettieri, altri ancora vogliono il candidato Pdl in notevole vantaggio), come mai è stata nella sua storia recente. Divisi gli industriali, i commercianti, la borghesia cittadina. Gianni Punzo, numero uno del Cis di Nola e azionista di maggioranza di Ntv (le ferrovie private di lusso) sta con Lettieri, Antonio D’Amato, ex leader di Confindustria, con De Magistris. Enzo Per-rotta, leader del Centro commercianti vomeresi (1867 aziende, 10 mila dipendenti), non si schiera apertamente ma dice che “i miracoli non ci servono, né tantomeno le leggi speciali”, pronunciando un chiaro no alla legge speciale per Napoli, cavallo di battaglia di Lettieri e Berlusconi. Divisi gli intellettuali. Una parte di questi (molti ex del sistema di potere bassoliniano) hanno firmato un appello per Lettieri sollecitato dallo spin-doctor Claudio Velardi, tantissimi altri, attori, registi, docenti universitari, hanno sottoscritto per De Magistris già nelle settimane passate. E ieri dalle colonne di “Repubblica” è arrivato l’endorsement di Roberto Savia-no. Tra le ultimissime adesioni un appello che vede tra i primi firmatari due figure storiche della sinistra cittadina: Abdon Alinovi, parlamentare del Pci e già Presidente della Commissione antimafia , e Antonio Amoretti, “scugnizzo” della Quattro giornate di Napoli. Mondi opposti, due Napoli che si scontrano, due città nella città. I nobili e i lazzari, la borghesia colta e quella affaristica e predatoria, gli intellettuali e gli operai dell’Italsider, il ceto politico delle clientele e il sottoproletariato delle sterminate periferie. Città che parlano linguaggi diversi e nella capitale mondiale della musica si emozionano per melodie diverse. Questa sera il Cavaliere, messo da parte il posteggiatore Apicella, sarà sul palco con Gigi D’Alessio, l’ex pianista di Mario Merola, che dalla gavetta e dalle amicizie con Luigi Giuliano, ‘o Lione, l’ex re di Forcella, ha salito tutti i gradini del successo fino a diventare una icona del pop italiano. Prometterà miracoli e canterà con lui “Ho bisogno di parlarti adesso ascoltami, c’è un silenzio che nasconde ambiguità che non litighiamo più mi sembra un secolo solo indifferenza è quello che si dà. Si sta asciugando il mare…”. Gigi De Magistris ritmerà il rap degli ‘A67 e la loro hit “’a camorra song io” che si conclude con un auspicio: “E se ‘a paura fa nuvanta ‘a dignità fa Cientuttanta tanta tanta tanta tanta voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà”. Voglia di cambiare. Anche con una canzone.

di Enrico Fierro, IFQ

27 maggio 2011

Gli spiccioli che non hanno arginato la povertà: dalla social card ai bonus

II poveri in Italia dovranno aspettare a lungo Robin Hood. La lotta contro la povertà da parte del governo Berlusconi-Tremonti, sbandierata con ampio riferimento all’eroe di Sherwood, non si è rivelata un successo. Berlusconi, e con lui Tremonti, ha elogiato l’introduzione della “social card”, del “bonus per le famiglie”, oltre che dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Ma tutto questo ha avuto risultati modesti. Secondo la relazione annuale dell’Istat, illustrata lo scorso lunedì alla Camera, un cittadino su quattro è a rischio povertà. La povertà tende a ramificarsi, a farsi più complessa mentre le misure adottate non la percepiscono nella sua durezza e quindi non incidono. Di fronte a questo quadro le misure fondamentali del governo, spiega il Cies, la Commissione di indagine sull’esclusione sociale, sono state quattro: la “Carta acquisti” o “social card”, il “bonus famiglia”, l’abolizione dell’Ici sulla prima casa e il “bonus elettrico”.    Per la “Carta acquisti”, cioè quella carta da 40 euro mensili destinata a persone anziane o famiglie con bambini sotto i tre anni, erano stati previsti dal governo 1 milione e 300 mila destinatari. Nel primo anno sono state avanzate 830 mila richieste e sono state rilasciate 627 mila carte, cioè la metà di quelle previste. In seguito l’utilizzo è andato ancora diminuendo. Secondo la Cies, a beneficiare davvero della “Carta acquisti” è stato solo il 18 per cento delle famiglie “assolutamente povere” . E questo a causa dei criteri anagrafici di selezione. “Sono fuori dal suo campo di applicazione, per esempio, le famiglie numerose con figli non in piccolissima età”. L’impatto della “social card” ha così ridotto la povertà assoluta ben poco, dal 4,2 al 4,1% della popolazione italiana.    Il “Bonus straordinario per famiglie, lavoratori, pensionati e non autosufficienti” è stato introdotto dalla legge 185 del 2008 per sostenere i redditi di    e lavoratori dipendenti pensionati. Quindi con un raggio d’azione più ampio della social card. E infatti l’incidenza rispetto alla social card è stata superiore, osserva la Cies, ma l’indice di diffusione della povertà si è ridotto solo dello 0,32 per cento che equivale. Il bonus elettrico è stato introdotto nel 2009 per ridurre il peso delle bollette sulle famiglie con maggior disagio. In questo caso l’efficienza nel raggiungere le famiglie a maggior bisogno economico è stata piuttosto ampia ma l’impatto abbastanza modesto visto “il basso ammontare previsto” (per il 2011 da 56 a 138 euro annui).    Anche l’abolizione dell’Ici sulla prima casa ha inciso poco sul fenomeno della povertà perché buona parte del beneficio totale è andato a vantaggio dei redditi più alti. La misura del governo Berlusconi, infatti, ha favorito per il 70 per cento la metà della popolazione più agiata favorendo solo al 30 per cento la metà più svantaggiata. E al 10 per cento più povero della popolazione è andato meno del 4 per cento dello sgravio concesso.    La Commissione sull’esclusione sociale, nelle sue conclusioni, calcola che le “quattro innovazioni del sistema tax-benefit” applicate dal governo abbiano prodotto una riduzione complessiva della quota di famiglie assolutamente povere dal 4,27 al 3,89 per cento, cioè meno di 0,4 punti percentuali. In termini assoluti, solo 91 mila famiglie su un milione sono uscite dalla povertà assoluta. Il fatto è che, nonostante la grancassa , le risorse indirizzate alle famiglie povere sono risultate pari a 192 milioni di euro a fronte di un importo necessario che la Cies calcola in 3,86 miliardi. Quello su cui il governo ha concentrato i maggiori sforzi è stato garantire alle imprese (dati 2010 dell’Inps) 3,166 miliardi per la Cassa integrazione con un aumento del 31 per cento sul 2009 e 1,273 miliardi per la mobilità. Gran parte di queste cifre sono state recuperate dai Fondi per le aree sottoutilizzate (Fas), stanziati prevalentemente per il Meridione mentre il grosso della Cassa integrazione è al Nord. Un favore alle imprese ma anche alla Lega (oltre che una misura tampone per gli operai) dalle caratteristiche congiunturali.

di Salvatore Cannavò, IFQ

27 maggio 2011

Vilipendio di cadavere

Le ultime apparizioni del Cainano a Porta a Porta avevano riscosso ascolti miserrimi, così come le finte interviste a tg unificati. L’altroieri, invece, lo share ha toccato il 20 per cento, roba che neanche il delitto di Cogne o di Erba o di Garlasco o di Perugia. È vero che anche mercoledì sera in studio c’era puzza di cadavere, ma questo non basta a giustificare l’ascolto record. Per spiegarlo è necessario citare la presenza di un oggetto per quei luoghi misterioso: la domanda. Al posto delle consuete sagome di cartone che solitamente arredano lo studio per meglio assecondare i soliloqui del padrone, l’altra sera c’erano tre giornalisti in carne e ossa dotati financo di favella: Franco del Corriere, Folli del Sole 24 Ore e Cusenza direttore del Mattino. I quali, horribile dictu, si permettevano addirittura di interrompere il One Nan Show. A un certo punto, contagiato da cotanta baldanza, persino l’insetto ha proferito alcuni monosillabi, osando financo interrogarlo sullo scandalo Ruby. Nulla di eccezionale o eversivo, intendiamoci. Per l’intera serata il pover’ometto ha potuto mentire spudoratamente su tutto, specialmente sui suoi processi che risultavano ora 24 ora 26 (variano col tasso di umidità). Ma quando lui parlava di 24 (o 26) “assoluzioni”, Vespa si permetteva nientemeno di correggerlo: “E le prescrizioni?”. Al che il giurista di Arcore spiegava: “Prescrizione vuol dire che il pm non è riuscito a dimostrare le accuse”. Invece, nel suo caso, vuol dire che le accuse erano fondatissime, ma lui l’ha fatta franca tirando in lungo il processo o accorciandone i termini per legge. E lì nessuno ha osato contraddirlo. Ma già il fatto che la prescrizione facesse la sua comparsa a Porta a Porta, dove per 17 anni è stata chiamata assoluzione, segna un punto di svolta storico. Tant’è che l’insetto, atterrito dal suo stesso coraggio, faceva subito retromarcia: “È vero, i processi principali sono finiti in assoluzione” (come se la corruzione giudiziaria Mondadori, prescritta, o i falsi in bilancio Fininvest da 1.550 miliardi, prescritti, fossero roba secondaria). Poi però Vespa tornava a martoriarlo su Ruby e la telefonata in questura, ridacchiando all’ennesima replica della farsa “La nipote di Mubarak” e suggerendo che i reati è meglio farli commettere da qualcun altro: “Cavaliere, ma perché non ha fatto telefonare dal capo della polizia?” (così ora gli imputati per concussione sarebbero due: B. e Manganelli). Cusenza, ottimo cronista ma pur sempre nipote di Dell’Utri, osava rammentare al premier che “anche lui è un cittadino”, dunque è soggetto alla legge come gli altri. Pure il pompiere capo Franco prendeva improvvisamente coraggio trasformandosi, al confronto dei suoi standard abituali, in un bohémien zuzzurellone e persino un po’ scapigliato. E con grave sprezzo del pericolo domandava: “Presidente, non pensa che attaccando i pm politicizzati si rischi di indebolire l’intera magistratura, compresa la più moderata, e di aggravare lo scontro fra giustizia e politica?”. E poi quel Folli, ah quel Folli, che spericolato! Semiriparato sotto un riporto a nido di cinciallegra, azzardava: “A 17 anni dalla discesa in campo, lei non può incolpare gli errori della Prima Repubblica: lei è stato eletto proprio per correggerli”. E, quando B. attaccava la lagna sui crimini del comunismo, quello alzava gli occhi al cielo, come a dire “che palle”. Rammentare che il raddoppio del debito pubblico negli anni ‘80 non fu “colpa dei comunisti” (sempre all’opposizione), ma di Craxi & C., pareva troppo persino a Folli. Ma già le sue faccine annoiate e insofferenti erano un esercizio di rara temerarietà. Alla fine l’inerme corpicino del Cainano, azzannato alla giugulare da quel branco di dobermann dell’ultim’ora, muoveva a sentimenti di umana pietà. I quattro giornalisti non più bocconi, ma ritti sulla schiena per infierire su quei miseri resti richiamavano alla mente il Grand Guignol di piazzale Loreto. No, non era questa la fine che sognavamo per lui. Una prece, almeno una prece.

di Marco Travaglio, IFQ

26 maggio 2011

Ecco il conto delle leggi per B. 2,2 miliardi

L’Idv ha calcolato la spesa di dieci anni di provvedimenti ad personam

Quanto sono costate le leggi “ad personam” che il Parlamento ha cucito addosso al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in questi anni? Un calcolo complessivo è praticamente impossibile da fare. Ma per i soli lavori parlamentari, vale a dire per le sole ore impiegate da deputati e senatori in commissione e in aula per discutere di “ex Cirielli” o di “Lodo Alfano” lungo i tornanti del decennio 2001-2011, un calcolo si può fare.    Uno l’ha fatto l’Idv e l’ha presentato ieri alla Camera con Antonio Di Pietro, Felice Belisario e Antonio Borghesi. Lo studio ci informa che la spesa è stata esorbitante: due miliardi e 259 milioni di euro per i soli dieci provvedimenti che riguardano i guai di Berlusconi con la giustizia e il conflitto di interessi diretto.

PER OTTENERE la cifra, si è partiti dalle ore che Camera e Senato hanno dedicato alla discussione di questi provvedimenti: a Montecitorio, tra aula e commissioni, se ne è parlato per 731 ore e mezza (praticamente un mese intero in dieci anni contando giorno e notte). A Palazzo Madama per 629,23. I numeri, tratti dalle banche dati delle due assemblee sono considerevoli. si pensi che in un anno l’aula di Montecitorio si riunisce approssimativamente per 760 ore e quella del Senato per circa 500. Ma come fare a sapere quanto “costa” un’ora di lavoro alla Camera o al Senato? Il vicepresidente del gruppo Idv a Montecitorio Borghesi ha pensato di ricavarlo attraverso un calcolo. Ha diviso le ore complessive di seduta dell’ultimo biennio per il costo di ciascuna Camera. E ha ottenuto un dato (ripulito dai soldi dei rimborsi ai partiti che alla fine non ricadono sul funzionamento del lavoro d’aula o di commissione) che è di 1.859.447 euro per Montecitorio e di 1.428.045 per Palazzo Madama. La cifra, già di per sé sorprendente (oltre un milione di euro solo per un’ora di lavoro), è stata via via moltiplicata per i dieci provvedimenti presi in esame: quelli che servivano solo ed unicamente al premier.    Vediamone il dettaglio. Per la prima legge blocca rogatorie (la 367 del 2001) che provò a coprire i movimenti sui conti svizzeri tra Cesare Previti e il giudice Renato Squillante, Camera e Senato hanno lavorato 69,55 ore. La spesa calcolata è stata di 114 milioni di euro e spicci.    Sono stati invece di oltre 363 milioni i costi per approvare in 218 ore di lavoro il legittimo sospetto (la legge 248 del 2002) che permette di chiedere la ricusazione del giudice nel caso la difesa sollevi sospetti sull’imparzialità dello stesso. Viene poi il tempo dei “lodi” per evitare che vadano a processo le cinque più alte cariche dello Stato. Il “lodo Schifani” (legge 140 del 2003, che la Consulta dichiarò incostituzionale l’anno seguente) ha impegnato il parlamento per 103,58 ore, con una spesa di quasi 178 milioni investita in nulla. Alla serie della fuga dai processi per questa via, appartiene anche il Lodo Alfa-no (legge 124 del 2008). Il Parlamento ne discusse per 36,17 ore, buttando a mare circa 61 milioni di euro prima che la Consulta lo impallinasse nuovamente nel 2009. Stessa sorte per il Legittimo impedimento (legge 51 del 7 aprile 2010) che dopo 59,48 ore di lavoro e quasi cento milioni di spesa, è finito menomato sempre dai giudici costituzionali mesi dopo. Adesso al Senato si discute il Lodo Alfano Costituzionale: non è ancora legge, ma è già costato il lavoro di 30,35 ore per 43 milioni di spesa.    Sempre sul tema la ex Cirielli che riduce i termini della prescrizione (la 251 del 2005) è stata dibattuta per 149 ore: il conto è di 242 milioni di euro circa. La legge Pecorella, invece, che rendeva inappellabili le sentenze di proscioglimento (anche questa, la 46 del 2006, fu azzoppata dalla Corte Costituzionale nel 2007), contemplò un impiego di 107 ore: 178 milioni.    C’è poi il capitolo Gasparri. La legge che porta il suo nome (la 112 del 2004) serviva a “risistemare” il sistema radiotelevisivo: fu discussa per 542 ore, una spesa di 924 milioni. Lo stesso si cimentò poi sul processo breve. La norma deve ancora ripassare dal Senato, ma per adesso ha visto deputati e senatori discuterne per 143 ore (235 milioni di spesa). Il conto “di un’epoca che sta per finire”, per dirla con Di Pietro, buca i due miliardi di euro. E non sono state conteggiate, per scelta, altre leggi che hanno fatto bene a Berlusconi e al suo conflitto di interessi, come la cancellazione dell’imposta di successione, il decreto salva-calcio, il condono fiscale del 2003, la Salva Rete 4, le due finanziarie (2004 e 2005) che contenevano norme sul digitale terrestre in grado di favorire l’impresa di un decoder prodotto da una ditta che faceva capo a suo fratello, Paolo Berlusconi, l’estensione del condono edilizio, la previdenza integrativa individuale allargata al ramo assicurativo.

di Eduardo Di Blas, IFQ

26 maggio 2011

Cagliari. L’inarrestabile ascesa di Massimo Zedda

I ragazzi stanno zitti, quieti, hanno gli occhi che brillano ma non vogliono lasciarlo vedere. Militanti, anziani, signore, il barista o il dipendente pubblico si avvicinano, poi gli sussurrano: “Tranquilli, è fatta. Questa volta vinciamo a Cagliari”. A Massimo Zedda e ai suoi due fedelissimi, poco più che novant’anni in tre, non sembra vero. Ascoltano, stringono le mani. Tengono i toni bassi. Si fermano, mangiano un boccone e ridono: “Oh, è il primo pranzo in quattro giorni. Pensa, in questo ultimo mese ho perso almeno cinque chili”, confida il candidato di centrosinistra. Difficile da credere, vista la struttura fisica decisamente esile. “Invece è così, si chiama stress”, insiste. Va bene. Lo stress di una campagna elettorale lunga, lunghissima, che ora si gioca in soli tre giorni, meno di settantadue ore per convincere gli ultimi, per conquistare quel centimetro che alla fine potrebbe risultare decisivo a strappare la meda, per conquistare un feudo ventennale del centrodestra.    “MILANO è fondamentale, Napoli pure, ma anche qui, dalla Sardegna, è partito un segnale forte, come ha già dimostrato la vittoria di Olbia. Tutto, in qualche modo, è inaspettato e dall’altra parte sono nervosissimi” spiegano i militanti del centrosinistra. E per rendersene conto basta andare nei punti di ritrovo dei fan di Massimo Fantola: parlano solo della pallottola arrivata nei giorni scorsi al loro candidato, denunciano un clima invivibile, sorridono poco, non fanno previsioni, se non quelle standard. Annunciano scenari apocalittici per il turismo, azzerano la possibilità di un rilancio industriale, danno la maggior parte delle colpe al clima che si respira a livello nazionale. Tradotto: è un voto contro Silvio Berlusconi. Lo dicono a denti stretti, stizziti. In fin dei conti Fantola è da sempre un politico lontanissimo dai percorsi del premier, tanto da aver impedito, prima del ballottaggio, un suo arrivo nell’isola: “Ci ha detto: ‘Quello non ce lo voglio, qui decido io. Non voglio una delle sue campagne urlate, voglio andare avanti a modo mio’”, rivela uno degli uomini più vicini al candidato di centrodestra. E così è stato. Fino al ballottaggio, però. Poi tutto è cambiato, ed è stato emblematico il confronto di ieri, l’ultimo prima del voto, con lo stesso Fantola pronto a protestare per presunte accuse di legami con la massoneria. “Peccato che nessuno di noi ha mai affermato una cosa del genere – rispondono i ragazzi di Zedda – non è da lui attaccarsi a certe cose. È evidente: ora si sente in difficoltà”. Una difficoltà inattesa, appunto.    SOPRATTUTTO per un politico con alle spalle decenni di battaglie tra comune, regione e Roma, rispettato trasversalmente, abituato a stringere la mano all’avversario, mentre ora rischia di prendere un ceffone elettorale da un ragazzo di 35 anni che per la campagna elettorale ha impiegato i soldi destinati all’acquisto di casa: “Sia ben chiaro, mica parliamo di una cifra enorme – racconta Zedda – in tutto abbiamo raccolto sui 150 mila euro, la maggior parte sono miei. Vuol dire che resterò ancora un po’ in affitto…”. Altri numeri rispetto a Fantola: per lui si parla di una cifra ufficiosa vicina al milione di euro, ma per averne conferma basta alzare la testa, guardarsi in giro, e vedere la quantità di gigantografie a lui dedicate. “Però qui, la campagna si fa camminando per la strada e incontrando le persone”, continua Zadda. È così. Quella che per molti è una frase fatta, a Cagliari è la realtà: un capoluogo con le sembianze di città, ma l’anima del paese, dove quasi tutti si conoscono, dove quello che hai fatto o fai te lo porti dietro tutta la vita. Dove il titolare di un negozio di ferramenta è considerato un punto di riferimento elettorale per un micro-quartiere. Dove, se si analizzano le liste elettorali, è possibile scoprire varie famiglie bipartisan, magari con un candidato da una parte e uno dall’altra. “La verità? È che tutto si gioca su pochi elementi. Magari anche sul meteo”, raccontano i ragazzi di Fantola. Quindi, previsioni alla mano: la vulgata vuole che se piove il centro-destra è favorito; in caso di sole Zedda ha la strada spianata “perché i nostri questa volta non ci credono fino in fondo, e sicuramente preferiranno andare al mare”. Perciò, tutti con il naso all’insù.

di Alessandro Ferrucc, IFQ

26 maggio 2011

Moratti e Pdl false accuse e finti rom, la strategia per Milano

Per scusarsi con Giuliano Pisapia, che ha accusato ingiustamente di essere un ladro d’auto, Letizia Moratti detta le sue condizioni: le scuse devono andare in diretta tv. Il candidato sindaco del centrosinistra non ci sta e rifiuta il secondo faccia a faccia a Sky. Al suo posto, questa mattina ci sarà una sedia vuota. “Domani (oggi ndr) gli avrei porto le mie scuse – ha detto Moratti – ma lui non c’è. Sui programmi scappa”.    Pisapia rivendica la sua scelta e contrattacca: “Stupisce che Letizia Moratti continui a voler dettare le regole sul come e quando chiedere scusa per una grave scorrettezza della quale è evidentemente consapevole. Sarebbe bastato, in queste lunghe due settimane trascorse dallo sgradevole episodio che l’ha vista protagonista di una diffamazione nei miei confronti, inviarmi un biglietto privato. Non lo ha fatto, e cerca in modo ossessivo un’occasione televisiva per scusarsi. Peraltro, per dimostrare che le scuse sono sincere, sarebbe utile a tutti, e in primo luogo alla trasparenza tante volte invocata, che la signora Moratti fornisse anche adeguate spiegazioni su chi si è molto agitato intorno a lei perché quelle ingannevoli informazioni venissero pubblicate”. Fu proprio a Sky, durante il primo turno elettorale, che Moratti lanciò le false accuse alla fine della trasmissione, che non prevedeva il diritto di replica. Diritto garantito questa volta, fa sapere la tv di Rupert Murdoch. Ma il portavoce di Pisapia, Maurizio Baruffi, polemizza: “Abbiamo già detto che quello di Sky è un campo squalificato e anche Letizia Moratti è squalificata. Su di lei pende una querela per diffamazione aggravata”.    E diffamazione aggravata è l’ipotesi di reato su cui lavorerà il pm Armando Spataro, in seguito all’esposto presentato ieri dai legali di Pisapia. La denuncia contiene la ricostruzione di “numerosi episodi” su persone “travestite da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatorio spacciandosi per sostenitori di Pisapia” o “la presenza di ragazzi trasandati sui mezzi pubblici” che provocano i passeggeri. La richiesta alla procura è che ci sia “l’immediata identificazione dei soggetti” e la scoperta di eventuali “organizzatori e mandanti di tale campagna”.    Un testimone racconta che la settimana scorsa sul tram numero 9 (direzione Porta Venezia, zona centrale di Milano) un finto rom ha cominciato a sventolare volantini e gadget del comitato Pisapia e a infastidire pesantemente i passeggeri. Altri finti rom pro-Pisapia sono stati segnalati al mercato di viale Papiniano, nelle vicinanze del carcere San Vittore. Vengono citati anche finti operai, in quartieri periferici, intenti a prendere le misure per la fantomatica costruzione di moschee.    Il clima è da nervi tesi. Ieri la “Lista Civica X Pisapia” ha denunciato “un’aggressione intimidatoria” ai danni di un suo sostenitore, Otto Bitjoka, imprenditore camerunense. Martedì pomeriggio Btjoka stava rilasciando un’intervista in una piazza milanese, senza alcun segno distintivo per Pisapia, quando un motociclista gli ha lanciato insulti razzisti e gli ha dato una sberla.    Tra oggi e domani gli ultimi colpi di questa campagna elettorale che potrebbe segnare l’inizio della fine politica del premier. Stasera Moratti chiude in piazza Duomo con il concerto di Gigi D’Alessio, domani, sempre in Duomo, Pisapia. Sul palco Elio e le storie tese, Daniele Silvestri, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Gioele Dix e Lella Costa.    E Bruno Vespa ieri sera ha dovuto fare un rettifica. Martedì aveva raccontato ai telespettatori di Porta a porta che Cinzia Sasso, moglie di Pisapia, aveva definito il marito “simpatico, ma inadatto a governare”. Peccato, però, che il giudizio fosse per Silvio Berlusconi.

di Antonella Mascal, IFQ

26 maggio 2011

Via Sonniferino

Da quand’è iniziata la campagna elettorale a Milano, i lettori del Pompiere della Sera devono munirsi di stuzzicadenti per tenere aperte le palpebre durante la lettura, pena il precipitare in un profondo letargo che potrebbe anche durare anni. Per non scontentare nessuno (mission impossible: il Giornale è riuscito ugualmente ad accusare il Corriere di tirare la volata alle Brigate Pisapia), il quotidiano di via Solferino sforna prime pagine degne di una gazzetta di fine ‘700, con titoli appetitosi come quello di ieri: “Il governo ottiene la fiducia” (come dire: cane morde uomo, l’esatto contrario di una notizia). E anche le rare volte in cui schiera editorialisti frizzanti come Ainis e Stella, li ammoscia subito con titoli emollienti tipo “La bonaccia delle Antille” o “Risse elettorali, problemi reali”. Ora, è comprensibile che il povero titolista alle prese con l’anestetico Massimo Franco – il notista politico che si addormenta mentre scrive, dunque non riesce mai a rileggersi – non ce la faccia proprio ad andare oltre un arrapante “Le ragioni di un crescente dissenso” o un eccitante “La maionese impazzita”. Idem quando il malcapitato deve dare un senso alle pippe di Alberoni, detto anche il Banal Grande: visto quel che gli tocca leggere, ben si comprende che gli escano titoli come “Competizione e solidarietà, il difficile equilibrio”, “I guai dell’Italia sono affrontabili, si deve ascoltare la gente e fare”, “Per favore non confondete la modestia con l’umiltà”. Ma la politica italiana è cabaret puro, i giornalisti esteri fanno a pugni per venire in Italia a raccontarla: solo gli equilibristi del Pompiere riescono ad appallarsi e ad appallare i lettori anche su quella, con titoli al brodino, alla vaselina, ma soprattutto al bromuro. Fior da fiore dalle prime pagine dell’ultimo mese: “Berlusconi e Bossi divisi sui pm” (wow), “Si infiamma la sfida di Milano” (slurp), “Tra polemiche e programmi” (evvai), “Berlusconi all’attacco di Pisapia” (ma va?), “Berlusconi contro la sinistra, la campagna elettorale si chiude tra accuse e tensioni” (roba da transennare le edicole), “Attacco di Bossi a Pisapia” (chi l’avrebbe mai detto), “Berlusconi in tv riaccende lo scontro” (libidine), “Libia, governo sotto pressione” (perdindirindina), “Berlusconi e Bossi trattano” (perdincibacco), “Costituzione, si riapre lo scontro” (goduria), “Ministeri, scintille tra Lega e Pdl” (scintillante), “I richiami di Quirinale e vescovi” (a chi? mah, boh). Il tutto accompagnato da sapidi editoriali che invogliano alla lettura fin dal titolo: “Un po’ di serietà” (Cazzullo), “La possibilità di un divorzio” (Romano), “La supplenza necessaria” (Galli della Loggia), “Lo sguardo miope” o “Distanti e divisi” (Panebianco), “Dialogare, la battaglia più difficile” (Polito El Drito), “Le alte cariche e il silenzio” (Verderami). Uno s’immagina i migliori cervelli fumanti del primo quotidiano italiano armati di estintore e casco giallo, impegnati in lunghi summit nella stanza del direttore dove a starci attenti si ausculta lo sferragliare delle meningi e il centrifugare dei neuroni, per partorire alfine quei capolavori di dolce dir niente. Poi dice che uno si butta su Sallusti e Belpietro: con quelli, almeno, si ride. L’altroieri, a edicole unificate, Giornale e Libero titolavano sulle multe Agcom: “Vietato intervistare Silvio” (in realtà è vietato intervistare solo Silvio). Ieri altri due titoli al ciclostile: “Fango a orologeria su Scajola”, “Giustizia a orologeria: si vota e rispuntano i veleni su Scajola”. È il modo di Olindo e Mentoliptus di raccontare che la Procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio della Cricca e, fra le carte, c’è la lista dei regalini di Anemone a Bertolaso, Balducci e anche a Scajola. Che c’entri l’“orologeria” non è dato sapere, visto che né Anemone né Bertolaso né Balducci né Scajola sono candidati. L’altro giorno zio Tibia titolava: “Proposta choc di Cappato, alleato radicale di Pisapia: Milano aperta a gay e droghe”. Passi per le droghe, ma che significa “Milano aperta ai gay”? Che oggi è chiusa? Che i gay vengono fermati alla cinta daziaria? Signorini lo sa?

di Marco Travaglio, IFQ

25 maggio 2011

I call center di Sky e Alitalia sono volati in Albania

Per la Commissione Ue non è garantita la tutela della privacy

Uno chiama tranquillo l’Alitalia per comprare un biglietto oppure Sky per un abbonamento e gli rispondono in un italiano stentato chiedendogli i dati. Spesso si tratta di richieste delicate: il codice fiscale, la partita Iva, il codice Iban, il numero della carta di credito. Clic. Fine della telefonata. Tutto bene? Forse sì, forse no. Perché nessuno è in grado di dire con certezza che fine faranno quegli elementi comunicati per telefono.    Quei dati finiscono in Albania, dove operano due società, l’Albania Sh.p.k. e l’Albania Marketing Service Sh.p.k collegate alla multinazionale francese Teleperformance, su cui confluiscono parte delle chiamate dei clienti Alitalia e Sky. E l’Albania dal punto di vista dei call center non è un Paese qualsiasi, anzi è uno di quei posti dove non è affatto chiaro come i dati forniti dai clienti vengano trattati e che fine facciano. La Commissione europea ha escluso proprio l’Albania dal novero degli Stati che garantiscono un adeguato livello di protezione e tutela dei dati personali, trattandolo alla stregua di una specie di “Stato canaglia”.

È QUINDI forte il rischio e il sospetto che gli elementi sensibili forniti con fiducia dai clienti possano finire in strani circuiti, in strane mani per finalità non proprio commendevoli andando a ingrossare il fiorente mercato nero delle informazioni. È un rischio che secondo fonti sindacali correrebbe anche Tim che si serve di Abramo Customer Service, un call center che sta trasferendo parte delle attività svolte per la società dei telefonini dalla Calabria in una nuova sede in Albania con oltre 200 postazioni per più di 600 dipendenti.    Un’accurata nota legale di 6 pagine che circola anche in ambienti sindacali e concentra l’attenzione sulle attività collegate alle sedi albanesi di Teleperformance, spiega che il trasferimento dei dati sensibili all’estero è possibile e regolamentato dalla legge. A determinate condizioni, però. A patto, cioè, che sussistano alcuni presupposti a cominciare, per esempio, proprio dal riconoscimento da parte della Commissione europea dell’affidabilità del Paese di destinazione dei dati. Lo studio dei legali ipotizza che il trasferimento verso l’Albania possa configurare elementi di illegittimità sanzionabili sia per via amministrativa con una multa pecuniaria compresa la “pubblicazione dell’ordinanza-ingiunzione, per intero o per estratto, su uno o più giornali”, sia addirittura con la reclusione da 1 a 3 anni, qualora il soggetto ritenuto responsabile “abbia agito al fine di trarne profitto per sé o altri oppure di arrecare danno ad altri”. Inoltre le vittime del danno possono chiedere il risarcimento in sede civile.    Secondo esperti del ramo, il trasferimento dei dati sensibili in Albania presenterebbe un altro punto critico perché sottrarrebbe al controllo dell’Antitrust pratiche commerciali che, almeno in teoria, potrebbero violare proprio le norme antitrust. In pratica i funzionari dell’Autorità per la concorrenza non sarebbero in grado di acquisire da Tirana la documentazione per l’espletamento del servizio di call center che il cliente consegna all’appaltatore, in questo caso Teleperformance.    Anche il Garante per la tutela della privacy è stato investito della faccenda dei call center albanesi prima attraverso un esposto preparato da Stefano Conti per il sindacato di destra Ugl e più di recente anche da un rapporto della Cgil. E il Garante ha deciso di avviare un’inchiesta sul caso. Nel frattempo tutti i sindacati per orientarsi hanno chiesto al governo la predisposizione di una white list, cioè una lista di Paesi non a rischio dal punto di vista del trasferimento dei dati personali. Dopo mesi e mesi, però, il governo italiano non ha trovato il tempo per rispondere. Insomma, dietro a questa faccenda del trasferimento dei dati in Albania, si profila una grana gigantesca.    I soggetti interessati mettono le mani avanti. Pur non tirando in ballo ufficialmente Alitalia e Sky, i portavoce di Teleperformance, parlando con il Fatto Quotidiano, sostengono che in Albania vengono svolte solo quote aggiuntive di lavoro rispetto a quelle effettuate in Italia e proprio su richiesta e pressione dei clienti. In pratica Teleperformance tende a scaricare su altri una parte almeno della responsabilità per i guai serissimi che sta passando in Italia. Sentiti dal Fatto, sia Sky sia Alitalia respingono questa impostazione senza negare che parte delle telefonate dei loro clienti rimbalzino in Albania attraverso Teleperformance.

ARRIVATI nel nostro Paese 8 anni fa, i francesi dei call center nel 2007 assunsero circa 3 mila persone per ottemperare, dicono, a quanto stabilito dalla legge voluta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Damiano del Pd. Nel frattempo, però, il mercato non è andato come speravano e quindi ora ricorrono alla mobilità (pagata dall’Inps, “un licenziamento”, secondo i sindacati) per oltre 1.600 dipendenti, 700 circa a Taranto e gli altri a Roma e Fiumicino. In pratica stanno dimezzando la forza lavoro in Italia e concentrando parte delle commesse all’estero, in Albania in particolare. Su queste scelte influirebbero le richieste dei clienti come Alitalia e Sky che pretendendo prezzi più bassi, e che implicitamente spingerebbero per la delocalizzazione. La differenza di prezzi tra Italia e Albania in realtà è abissale perché nei due Paesi è notevole il divario del costo del lavoro che nelle attività dei call center è l’elemento principale di costo. In Italia un’ora di lavoro costa alle aziende circa 15 euro lordi, in Albania 5 volte meno.

di Daniela Martini, IFQ

25 maggio 2011

“Adesso la camorra diventerà la nostra FIAT”.

È disperazione. Paura di perdere il lavoro e il pane, paura di finire in mezzo a una strada nel gorgo senza fine dei cassintegrazione, mobilità, assegni di disoccupazione. È disperazione di oltre 600 operai cassintegrati, un migliaio con l’indotto, pronta ad esplodere peggio del Vesuvio che sovrasta Castellammare. La città che una volta era la “Stalingrado” del Sud con i suoi cantieri dove si costruivano navi che erano l’orgoglio degli stabiesi in tutto il mondo, la siderurgia, le fabbriche. Ora tutto sta finendo, anche i cantieri navali. Vanno chiusi, hanno deciso i vertici della Fincantieri. Palazzo Farnese, la sede del Comune, è sorvegliata da quattro blindati dei reparti mobili di Polizia e Carabinieri. La statale sorrentina bloccata fin dal mattino al bivio di Pozzano. Impossibile arrivare a Sorrento. Automobilisti fermi, torpedoni di anziani turisti americani e tedeschi costretti a fare marcia indietro e a rinunciare al loro limoncello. È guerra, con le stanze del Comune devastate la notte scorsa, quando gli operai sono tornati da Roma con una sola certezza: il destino loro e delle loro famiglie era segnato per sempre. Un centinaio di loro ha sfasciato uffici, distrutto computer, buttato in strada carte e scrivanie. Hanno decapitato anche un busto del povero Giuseppe Garibaldi e la testa l’hanno buttata nel cesso. “È la fine che faremo noi e le nostre famiglie, ci buttano nel cesso”, si sfoga Salvatore, 34 anni, due figli, un unico, reddito il suo. È l’Italia che si frantuma mentre festeggia il suo 150esimo compleanno. Qui chiudono i cantieri “per favorire Monfalcone e Trieste, come vuole la Lega, altro che crisi”, urlano gli operai.

UN GRUPPO di loro quando ha occupato il Comune è stato durissimo, fino a costringere il sindaco e la giunta ad asserragliarsi in una stanza. “Non erano lavoratori, qui qualcuno sta soffiando sul fuoco, ieri con tempismo abbiamo assistito ad una pericolosissima infiltrazione della camorra”, è l’allarme lanciato dal sindaco Luigi Bobbio, del Pdl. “Ora parlano di camorra – replica un lavoratore che l’altra notte c’era – ma se chiudono i cantieri cosa ci rimane? La camorra diventerà la Fiat di queste zone”. Castellammare di Stabia, 4500 famiglie vivevano con orgoglio e dignità di lavoro operaio nel 1986. Stipendi scarsi ma sicuri e soprattutto una cultura del lavoro che era il vero argine al dilagare della camorra. C’era la siderurgia, il cementificio, le fabbriche di bulloni e la cantieristica navale. Da allora è stata una lenta morìa di fabbriche e di posti di lavoro. Oggi gli operai sono poco più di 2500. “ A Castellammarare – dice Catello Di Maio, il segretario della Cgil – un cittadino su 3 è disoccupato, senza lavoro e senza prospettive. Il cantiere navale è l’unica speranza. La crisi è un alibi, perché anche negli anni Novanta ci fu un forte calo della commesse, ma allora Fincantieri applicò strategie diverse distribuendo il lavoro in modo equo sul territorio”. “E’ da due anni che Fincantieri ci prende in giro – racconta Antonio Santorelli, operaio e delegato sindacale – qui non hanno investito, non hanno ammodernato, stiamo ancora aspettando il bacino di costruzione, l’unico che ci può consentire di stare al passo con gli altri, le navi le caliamo in acqua ancora con lo scivolo. Come cent’anni fa”. Lo costruirono i Borbone nel 1783, il cantiere di Castellammare, una creatura voluta dall’ammiraglio Giovanni Edoardo Acton, poi Gioacchino Murat lo ingrandì, e da allora ‘o cantiere è stata la vita di intere generazioni. Qui l’arte, il lavoro e il posto si trasmettevano di padre in figlio.”Noi ci mettiamo il cuore e voi ci date le navi”, c’era scritto su uno striscione il 14 marzo del 2009, quando dal cantiere uscì la “Cruise Europa” del gruppo Grimaldi. Da allora poca roba.

“A SETTEMBRE – racconta Antonio Santorelli – dovremmo costruire due mezzi della Marina militare, ma possono dare lavoro solo alla metà degli operai”. Per il momento le speranze flebili dei lavoratori sono legate ad un documento che sindacati e vertici della Regione hanno firmato ieri: si chiede che Fincantieri riveda il piano. E’ poco e per questo la gente di qui si rivolge alla Madonna di Pozzano. Dicono che nel 1631 fermò la lava del Vesuvio. Chissà se riuscirà a fermare il baratro della disoccupazione per migliaia di famiglie.

di Enrico Fierro e Vincenzo Iurill, IFQ

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