Posts tagged ‘Gheddafi’

21 ottobre 2011

Il sollievo di una morte “perfetta”

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

VE LO immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un twit: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo sarebbe stato troppo imbarazzante”.    E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.    Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”.

SE GHEDDAFI non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Fin-meccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.    Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden – le reazioni s’inanellano. Per gli Usa, parla prima il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”. Poi il presidente Obama dice: “È la fine di un capitolo doloroso, i libici hanno vinto la loro rivoluzione, presto la missione della Nato finirà”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe – e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare concluse le operazioni. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”

di Giampiero Gramaglia, IFQ

Il bacio dell’anello di Gheddafi da parte di Berlusconi: è il 27 marzo del 2010.  (FOTO ANSA)

23 agosto 2011

Il fattorino Oh Yesss

Mentre tutti si domandano dov’è Gheddafi, azzardiamo un interrogativo ben più angosciante: dov’è Frattini Dry? Perché c’è una sola notizia più divertente di B. che chiede la resa di Gheddafi: Frattini che chiede la resa di Gheddafi. Il guaio che, come il beduino, nemmeno il fattorino (come lo chiamano i diplomatici Usa nei cablo diffusi da WikiLeaks) si sa dove sia. Ieri per tutta la giornata ha diffuso dichiarazioni e interviste telefoniche dal suo misterioso bunker. Finora, a ogni crisi internazionale che si rispettasse, era solito apparire tutto unto e allampadato da un atollo caraibico o da una baita in alta montagna, dispensando i suoi inutili pensierini da seconda elementare con aria compunta e sofferente, come se partorire quelle frasette da bacioperugina gli costasse sforzi titanici, da ernia al cervello. Stavolta invece si appalesa soltanto in forma vocale. La spiegazione più accreditata della rinuncia al video è che il noto ministro a sua insaputa non sappia che faccia fare. Un sorriso a 32 denti? Un’espressione corrucciata, fronte aggrottata e ditino interrogativo sul labbro inferiore? E come sistemare il ciuffo corvino sulla fronte inutilmente spaziosa? Pettinarlo alla riga? O indietro alla Mascagni? O a mo’ di banana, alla Macario? Nel dubbio, non avendo ancora ricevuto disposizioni in proposito da Palazzo Grazioli, latita. Ma le sue dichiarazioni sono trionfanti, militaresche, marziali. Come se fosse lui il capo della rivolta: “La capitale è per l’85-90% in mano agli insorti”, “Il cerchio si stringe intorno al compound del dittatore”, “Nessuna mediazione, il tempo è ormai scaduto, Gheddafi si arrenda”, “Che sia processato dalla Corte dell’Aja”. Che strano. Fra il 2008 e il 2010 B. incontrò l’amico Muammar 11 volte. E il fattorino sempre un passo dietro, estasiato e sorridente, anche se nessuno capiva cosa avesse da sorridere, nemmeno lui. Amazzoni, gheddafine prese a nolo a 80 euro l’una, insulti all’Occidente, cammelli, camping nel parco di Villa Pamphili, lectio magistralis alla Sapienza, caroselli dei poveri carabinieri con 30 cavalli berberi. E lui sempre appresso, a reggere la coda della palandrana, lievemente piegato e beatamente giulivo. Baciamano di B., altri sorrisoni. “Trattato di amicizia partenariato e cooperazione italo-libico”, e giù inchini. “Yesss, yesss, oh yesss”, come gli fa dire Max Paiella nell’immortale imitazione nel programma di Guzzanti, mentre i giornalisti di tutto il mondo gliene dicono di tutti i colori in lingue sconosciute (tipo il francese e l’inglese). Poi iniziano le rivolte in Maghreb. Cade l’algerino Ben Alì e Frattini Dry indica come modello Mubarak. Il rais egiziano non fa in tempo a toccarsi e deve subito dimettersi. Allora Frattini Dry cambia modello: “Credo si debbano sostenere con forza i governi laici che tengon lontano il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. E lì si capisce che pure il colonnello rischia grosso. Infatti dopo un paio di giorni esplode la rivolta anche in Libia. Gheddafi fa bombardare i civili in rivolta. Ma B. non si scompone: “Non lo chiamo perché non voglio disturbarlo”. Non si interrompe un’emozione. Frattini Dry è sempre sulla palla: “L’Europa non deve interferire in Libia. Non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare”. Naturalmente l’Europa interferisce, e anche l’Italia. Ma niente paura, a inizio maggio la Volpe del Deserto vaticina: “Ci sono ipotesi realistiche che parlano di 3-4 settimane per la fine della missione militare. Ipotesi ottimistiche dicono invece pochi giorni”. Infatti è durata altri quattro mesi. Ecco, forse è per questo che Frattini Dry non ha ancora messo fuori il capino dal bunker: attende la dichiarazione del medico legale. Si spera che l’amico Gheddafi, divenuto improvvisamente tiranno, venga eliminato su due piedi, le ceneri possibilmente disperse in mare. Come per Bin Laden. Perché se – Dio non voglia – il beduino dovesse sopravvivere, subire un regolare processo e lì parlare, ci sarebbe da divertirsi. Oh yesss.

di Marco Travaglio, IFQ

19 luglio 2011

Vaticano, Servizi e scandali: l’impero terrestre di don Verzé

Gli piacciono il potere e gli uomini potenti, da Gheddafi a Fidel Castro, fino a Silvio Berlusconi. Li ha definiti, via via, doni di Dio, uomini della Provvidenza, così prepotenti e così simpatici. Sarà un caso che adesso abbiano tutti e tre, chi più chi meno, qualche problema sul groppone? Don Luigi Verzé, a novant’anni, sta subendo la stessa sorte, un triste declino, prima il buco finanziario del suo San Raffaele, ora anche il suicidio del top manager dell’ospedale, Mario Cal. Per don Verzé l’impegno di una vita è sintetizzato nell’invito evangelico “andate, insegnate, guarite”. La Chiesa ambrosiana non l’ha capito, dapprima, tanto da infliggergli negli anni Sessanta la pena di non esercitare il sacro ministero e, negli anni Settanta, addirittura la sospensione a divinis. Il vescovo di Milano (allora era il pur cautissimo cardinale Giovanni Colombo) lo considerava un affarista a cui togliere il ministero sacerdotale e impedire la celebrazione della messa. Un uomo senza troppi scrupoli, dedito alla cura degli affari più che a quella delle anime. Troppo impegnato a servire, insieme, Dio e Mammona.

STORIE VECCHIE: con gli anni la riabilitazione è stata piena. Le “opere”, alla fine, hanno prevalso. E quell’ospedalone ai confini di Milano, il San Raffaele , è stata “l’opera” che gli ha portato successo mondano e, insieme, considerazione dentro la Chiesa. Poco importa che siano stati più d’uno, negli anni, gli inciampi, gli scandali, le inchieste. Una condanna negli anni Settanta per corruzione, in una storia di convenzioni con la Facoltà di Medicina della Statale di Milano e di generosi finanziamenti da parte della Regione Lombardia. Abusi edilizi. Truffa (prescritta) su una donazione ricevuta. Ricettazione (prescritta) per un paio di quadri del Cinquecento napoletano. E poi ripetute indagini sui rimborsi gonfiati per le prestazioni del San Raffaele (ma in questo è in compagnia di tutti i santi del paradiso di tutte le cliniche private milanesi, a cui arrivano i generosi contributi della sanità pubblica, riformata dal presidentissimo Roberto Formigoni).    Per fare del bene ai poveri, don Verzé punta a conquistare i ricchi. E se dei potenti lontani, Gheddafi o Fidel, si limita a tessere le lodi a parole, per i potenti vicini fa parlare i fatti. Bettino Craxi al San Raffaele ha ricevuto cure sollecite per il suo maligno diabete. Silvio Berlusconi è accolto ogni volta che vuole, per un controllo o per sistemargli la mascella massacrata dalla statuetta del Duomo. Del resto, è nelle sale operatorie dell’ospedale di don Verzé che si dice Silvio abbia risolto in maniera definitiva (e idraulica) i suoi problemi erotici, grazie all’équipe del professor Francesco Montorsi, specialista in disfunzioni erettili postchirurgiche.

QUANDO POI c’è stato bisogno di dare una ripulita (e un titolo di studio) a una ragazza molto cara a Silvio, di nome Nicole Minetti, è stato don Verzé a trasformare la subrettina di Colorado Cafè in “igienista dentale” del San Raffaele, pronta per essere imposta come consigliera regionale nel “listino” bloccato di Formigoni e infine per diventare “incaricata della Presidenza del Consiglio” inviata a strappare la minorenne Ruby alla questura di Milano. Il legame tra don Verzé e Berlusconi è fortissimo e di antica data. Parte dai tempi di Milano 2, quando la presenza del San Raffaele serve per far deviare dalla nuova portentosa città-giardino le rotte degli aerei in decollo e atterraggio a Lina-te. E arriva fino al progetto dei due, il settantaquattrenne Silvio e il novantenne Luigi, di trovare l’elisir di lunga vita, capace di prolungare l’esistenza terrena fino ai 120 anni. Nel-l’attesa, don Verzé ha costruito una sua rete di amici e sostenitori. I “raffaeliani” sono quasi una setta, una élite, una loggia, una lobby. Capace di costruire affari e carriere, inserendo gli amici anche in posizioni delicate degli apparati istituzionali. Lo dimostra la storia di Pio Pompa, il funzionario poi condannato per favoreggiamento nel rapimento di Abu Omar e imputato per il dossieraggio ai danni di magistrati, giornalisti e politici considerati “nemici” non delle istituzioni, ma del presidente del Consiglio pro tempore. È proprio grazie a don Verzé che Pompa riesce a piazzarsi dentro il servizio segreto militare, accanto a un altro “raffaeliano”, l’allora direttore del Sismi Nicolò Pollari. Decisivo l’intervento di Berlusconi, che viene ringraziato da Pompa con un fax inviato a Palazzo Grazioli il 21 novembre 2001: “Signor Presidente, stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerLe la mia gratitudine nell’aver approvato oggi il mio inserimento nello staff del Direttore del Sismi. (…) In due occasioni (…) ho colto il Suo sguardo indagatore mentre Le stringevo la mano. Uno sguardo poi divenuto dolce conoscendomi come uomo fedele e leale di don Luigi Verzé. (…) Mio padre contadino, don Luigi e Lei possedete la forza e la volontà di seminare per il futuro, oltre la Vostra esistenza”. Il “raffaeliano” Pollari ha avuto anche un bel regalo da don Verzé: una villa vicino all’Eur venduta dalla Fondazione San Raffaele a prezzo di saldo. Negli uffici di Pompa, in via Nazionale a Roma, i magistrati di Milano trovano un’altra lettera vergata da Pio Pompa. Diretta a don Verzè in persona: “Caro presidente, la direzione dell’importante Organismo (il Sismi, ndr) per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e sviluppo futuro”. Seguono sette punti che intrecciano pubblico e privato, Sismi e San Raffaele, ricerca medica e operazioni immobiliari, opere buone e buoni affari.    C’È ANCHE un’inchiesta sommersa che riguarda il San Raffaele. Nata dalle rivelazioni di Perla Genovesi, assistente parlamentare del senatore Pdl Enrico Pianetta e indagata a Palermo per traffico di cocaina. Perla ha raccontato che Pianetta, allora presidente della commissione del Senato sui Diritti umani, avrebbe fatto ottenere a don Verzé massicci finanziamenti pubblici, fatti piovere sull’ospedale del prete-manager con la finalità ufficiale di realizzare opere nel Terzo mondo. Non senza qualcosa in cambio: la ricandidatura di Pia-netta in Parlamento, pretesa e ottenuta nel 2006; e un paio di tangenti, una consistente per il parlamentare e una più modesta per la sua assistente, che dice di aver incassato dal San Raffaele diecimila euro per una “consulenza” inesistente.    Per salvarlo dal crac è sceso in campo direttamente il Vaticano. Ma don Verzé è rimasto senza poteri di gestione e ora, dopo l’ultima scelta di Mario Cal, la sua posizione si fa sempre più difficile.

di Gianni Barbacetto, IFQ

6 maggio 2011

La guerra in Libia, che rivela al mondo il delirio italiano.

La vicenda libica ha illustrato bene come basti ormai uno spiffero di mondo, in questo caso l’urgenza di una guerra alle nostre spalle, per rivelare il delirio italiano. Eravamo tutti presi da storie di prostitute e festini, ossessioni dal declino indecente del satrapo, ipnotizzati dai mille falsi movimenti all’interno di maggioranza e opposizione, quando è arrivata di colpo la rivoluzione nel Mediterraneo. Tunisia, Egitto, Libia. Tre Paesi dei quali siamo i primi partner commerciali. Il governo che non fa più il governo da tempo, per mesi non ha saputo cosa dire, cosa fare. Ha mandato in giro per i vertici Frattini, il ministro sotto vuoto spinto, più che altro per fare presenza, mentre in Parlamento si combattevano battaglie campali attorno al caso Ruby-Rubacuori.

Ma quando la rivoluzione ha toccato la Libia, quindi le nostre coste, con gli sbarchi dei clandestini, allora si è dovuto far finta di avere una politica. Si è mosso Berlusconi in persona, al solito dando ragione all’interlocutore di turno. Tanto padrone in casa, quanto servo di chiunque appena fuori. Gheddafi è passato da primo alleato, amico, socio, idolo da ricevere con grotteschi onori, al rango di criminale, nemico da abbattere. Insomma, diteci voi, francesi, inglesi, americani, come dobbiamo pensarla sulle faccende serie, che noi non abbiamo tempo di pensare, impegnati come siamo sul fronte del bunga bunga e della poltrone da distribuire agli ultimi venduti.

Nella fretta di liquidare la seccatura della storia, si sono fatti dare la linea dal presidente Sarkozy, che ormai in patria non riesce a farsi ascoltare neppure nel suo partito, per non parlare a casa. Così siamo partiti coi bombardieri. Umanitari, però. Ma la Lega si è opposta, per via del prevedibile aumento degli sbarchi. Ma siccome non può far cadere il governo, come Bossi pure minaccia ogni settimana da due anni, si è rivolto all’Europa. Cioè ha chiesto aiuto a quelli che per anni ha chiamato “buffoni, burocrati, parassiti e pedofili”. Stranamente, quelli gliel’hanno negato. Un’obiezione di natura etica è arrivata anche da Responsabili: per entrare in guerra i sottosegretari non bastano.

Davanti a spettacoli come questi, ci si chiede: esiste un momento in cui la vergogna esibita al mondo diventa intollerabile anche per gli italiani? Forse no. Forse ormai abbiamo superato la soglia di un’autarchia assoluta. Ogni giorno le televisioni cercano di far passare come normale e anzi esemplare il comportamento di un settuagenario che frequenta a pagamento minorenni. Figurarsi se non passa l’idea che il governo stia facendo un’astuta, lungimirante politica estera.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

29 aprile 2011

La guerra lampo dei fratelli Marx

Dunque, ricapitolando. Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista”, cioè con il regime libido di Muammar Gheddafi, ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd (contrari solo Idv, Udc, radicali e due pd dissidenti, Colombo e Sarubbi), impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”. Naturalmente, da due giorni stiamo bombardando la Libia per eliminare il nostro amico e sostenere i ribelli che gli si oppongono armi in pugno. Ma, nella foga, ci siamo dimenticati di disdettare il trattato di amicizia. Che dunque è tuttora valido. Deve trattarsi di un’abile mossa, l’ennesima, per confonderlo: visto che non riusciremo mai a colpirlo, tentiamo almeno di intontirlo con la nostra politica estera meteoropatica, che varia a seconda del tasso di umidità. Nella speranza che il beduino, disorientato dalle piroette di B., Frattini, La Russa e Bossi, si buschi la labirintite. Proviamo per un attimo a metterci nei panni dell’ex simbolo della doppiezza levantina, ora assurto a monumento alla coerenza se paragonato al suo italico baciatore. Quando esplode la rivolta, col trattato italo-libico in tasca, si sente in una botte di ferro almeno con noi. E bombarda tranquillo i civili. L’amico Silvio, compare di baciamani e bunga bunga, dichiara: “Gheddafi non lo chiamo per non disturbarlo”. Non s’interrompe un’emozione, tantomeno una repressione. Frattini Dry, noto agli ambienti diplomatici come “il fattorino”, spiega: “Sosteniamo con forza i governi laici che tengono alla larga il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. L’Onu invece decide di disturbare un po’ e autorizza i bombardamenti. L’Italia aderisce. Ma B. rassicura: “I nostri aerei in Libia non hanno sparato e non spareranno mai. L’Italia non è in guerra e non ci entrerà mai”. Per chi un po’ lo conosce, è il preannuncio che l’Italia entrerà in guerra. Ma non subito: solo quando starà per finire, come il Duce con la Francia per avere “qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” (nel nostro caso, sulla tavola imbandita a gas e petrolio). Lo Stato maggiore fa timidamente osservare che, se i Tornado vanno e vengono dalla Libia, è per sparare, non per visitare. Ma La Russa è costretto a smentire: i nostri aerei fanno talmente paura che il regime, appena li vede, spegne i radar, così risparmiano sui missili. Comunque B. si dice “addolorato per Gheddafi”: per quel che noi e i nostri alleati gli stiamo facendo. Frattini riconosce i ribelli come “unico interlocutore politico legittimo” e aggiunge: “La consegna delle armi non può essere esclusa”. La Russa scalpita per sparare: “Mica siamo affittacamere che danno agli altri le chiavi di casa”. Bossi li fulmina tutt’e due: “Qualche ministro parla a vanvera”. B. esclude l’ipotesi dell’esilio di Gheddafi: “Lo conosco, resisterà a ogni costo”. Poi dice che sta cercando di convincerlo all’esilio. Per fare cosa gradita, Olindo Sallusti allega al Giornale il Libretto verde a prezzi scontati e tutta la stampa berlusconiana dichiara guerra a Sarkozy, anche con l’uso di armi chimiche e batteriologiche (Giuliano Ferrara minaccia addirittura di sganciarsi su Parigi). Un mese fa B. parla con la Merkel, poi annuncia: “Col senno di poi, potevamo restare fuori dalla coalizione come la Germania”. L’altroieri parla con Obama e Sarkozy e si allinea all’ultimo interlocutore: bombardiamo anche noi. Ma senza disturbare, molto addolorati. Infatti precisa che non sganceremo “bombe a grappolo” (anche perché lui non lo sa, ma sono vietate dalle convenzioni internazionali), ma solo “razzi mirati”. E, se non bastano i Razzi, pure gli Scilipoti. Così, se Gheddafi non muore di bombe o di labirintite, muore dal ridere.

di Marco Travaglio, IFQ

29 marzo 2011

Ribellarsi. Ma in nome di chi?

Ribellarsi è giusto? Dipende contro chi, naturalmente. E “in nome di che cosa”, per il raggiungimento di quale obiettivo, perché il “contro” non basta, il “per” per cui ci si batte può perfino essere peggiore. O equivalente. Le persone che per diventare cittadini sono entrate in rivolta in Egitto, in Tunisia, in Libia, ora in Siria e in Giordania, lo hanno fatto contro Mubarak, Ben Alì, Gheddafi, Assad, Abdullah II. Che contro tali dittatori, dal paternalista fino al mostruoso, sia giusto ribellarsi, non credo possa essere materia di discussione o dubbio tra chi frequenta queste pagine.    In nome di cosa, però? Sono davvero rivolte per la democrazia? Se l’obiettivo dei ribelli fosse una teocrazia fondamentalista, perché mai dovremmo sentirci coinvolti e solidali? L’obiezione è sacro-santa, ma questa volta suona davvero speciosa. Quello che ha sorpreso nel vento di rivolta che scuote l’intera Africa del Nord è la mancata egemonia fondamentalista, che tutti davano invece da anni come inevitabile in qualsiasi sommovimento nel mondo arabo. Protagonisti sono stati, in prima fila, i giovani con elevato livello culturale e altrettanto elevato tasso di laicità, e il loro strumento generazionale: Internet. Sia chiaro, questi stessi giovani e i “ceti medi riflessivi” locali costituiscono anche la forza più magmatica e meno organizzata, che dunque ha più difficoltà a giocare immediatamente un ruolo rispetto ai militari, alle fronde – più o meno sincere – dei vecchi regimi , ai “Fratelli musulmani” e altre componenti di ispirazione religiosa.

PER QUESTO le rivolte non sono affatto concluse, neppure in Egitto e Tunisia, e covano ancora (si spera) sotto la cenere di equilibri provvisori in cui le componenti del privilegio e dell’establishment (anche economico, non sottovalutiamolo ) hanno per ora l’egemonia. Rivolte che non hanno mostrato alcun collegamento organizzativo, ma una relazione ancora più profonda proprio perché di contagio spontaneo. Per cui è ragionevole ipotizzare che qualsiasi avanzamento o arretramento, soprattutto se drastico, della lotta in uno di questi paesi continuerà per parecchio tempo ad avere ripercussione sugli altri.

SI È TRATTATO ovunque di sollevazioni spontanee, “a mani nude”, innescate da episodi occasionali, la classica scintilla che tante volte non provoca nulla ma improvvisamente incendia la prateria. Altrettanto ovvio che in qualsiasi situazione di crisi, ben prima che precipiti, agiscono ed eventualmente “pescano nel torbido” potentati internazionali multinazionali e governativi, in primo luogo attraverso i servizi di intelligence. Insomma, qualsiasi rivolta corre il rischio di “lavorare per il re di Prussia”, come diceva il vecchio Marx. Non può certo essere un alibi per non lottare e per non schierarsi.    In Libia, ancora pochi giorni fa, la sollevazione rischiava di essere schiacciata definitivamente. Esplosa in tutto il paese, era già stata repressa a Tripoli in un “venerdì di sangue”, quando le masse uscite dalla preghiera in moschea erano state mitragliate dai corpi speciali gheddafisti. Assicuratosi il controllo della capitale, il rais aveva iniziato con successo la controffensiva e ormai l’assedio si stringeva intorno all’ultima roccaforte di Bengasi. Il centro della rivolta aspettava nell’angoscia il “bagno di sangue” promesso dal colonnello, che su questi temi è sempre di parola. Solo l’aviazione francese ha impedito l’annunciato esito di massacro, e non a caso alla notizia della risoluzione Onu Bengasi insorta è esplosa nella gioia della ritrovata speranza.    Possibile che non sappiate per quali motivi Sarkozy e gli altri leader occidentali bombardino, è la domanda (retorica) del pacifismo “di principio”. Lo sappiamo benissimo: per motivi abbietti. Lo sanno anche i sassi: per danaro e potere, i sempiterni motivi che, soli, commuovono davvero gli establishment, i privilegiati, le destre . Questi motivi abietti hanno avuto però l’effetto collaterale di salvare una insurrezione – variegata e ambigua come le precedenti di Tunisia e Egitto, ma rispetto ad esse con una componente islamica inesistente e una militare più forte – che resta per quel paese unico alambicco di speranza democratica.    A me pare che identificarsi con i giovani laici, acculturati e molto spesso disoccupati, che di questa speranza sono i portatori con le poche armi “straccione” dei disertori e la loro passione di blogger, dovrebbe per un democratico italiano esser quasi un riflesso condizionato. E dunque ad orientarci dovrebbero essere le loro richieste, i loro interessi, la solidarietà nei loro confronti, non l’ovvia ripulsa per le motivazioni dei Sarkozy. Cosa li aiuta, i mirage francesi che vogliono mettere la parola FINE al regime del colonnello (speriamo, visto che già la Nato distingue: una volta protetti i civili, rispetto allo scontro armato bisogna restare neutrali), o un ponziopilatismo occidentale che consentirebbe al macellaio di Tripoli di riprendersi il paese? Cosa ne direbbero i giovani democratici libici che sono insorti?

QUANDO SI SCRIVE, o addirittura si scende in piazza, rivendicando un obiettivo, ci si assume la responsabilità morale di ottenerlo, comprese le conseguenze immediate che porta con sé. Non quelle successive, più lontane: la storia è un affresco di “eterogenesi dei fini”. Ma quelle ovvie e inevitabili sì. E se la rivendicazione che si agita viene raggiunta bisognerebbe essere colmi di gioia. Ma quanti che hanno manifestano per la fine dei raid francesi avrebbero gioito davvero se la richiesta pacifista fosse stata accolta? Nessuno, credo, poiché ciascuno in cuor suo avrebbe saputo che in quarantottore Gheddafi avrebbe concluso a Bengasi quanto interrotto.

di Parolo Flores d’Arcais, IFQ

21 marzo 2011

La guerra dall’Italia

La base Nato a Napoli, da cui gli americani tengono sotto controllo l’intero Mediterraneo. L’isola di Nisida. Sigonella. Aviano. Trapani. Gioia del Colle. Altro che «posizione defilata»: siamo la ‘portaerei’ del conflitto.

Alla fine è stata la Francia a rompere gli indugi. Sarkozy ha fatto decollare i Mirage francesi contro la Libia e promesso anche truppe di terra.
Washington e Londra non aspettavano altro. Gli Usa guidano le operazioni, e – con la Gran Bretagna – hanno dato il via al lancio di missili e preparano i caccia e le navi, ma non hanno intenzione di inviare truppe di terra. L’Italia si è subito accodata ma con molti se e molti ma. Speriamo in un accordo, come al solito mettiamo il piede in più staffe.
Pur tentennante il ruolo italiano però non è secondario. Anche se non lo volessimo, il nostro paese per la sua posizione nel Mediterraneo, per i rapporti politici, economici, storici con quelle terre, ha un ruolo fondamentale. Vedremo se sapremo sfruttarlo o il gesto di Sarkozy sarà determinante nell’inevitabile futuro riassetto dei rapporti con la Libia, comunque vada.
A Napoli gli americani hanno fissato la cabina di regia delle operazioni. Nel napoletano c’è il cuore pulsante della VI flotta americana. C’è anche il comando Nato ma al momento l’Alleanza Atlantica non può intervenire, bisogna convincere la Turchia e ottenere l’unanimità degli alleati. Ma per gli americani non è un problema. Le truppe americane in Italia e in Europa hanno il “doppio cappello”, sono truppe Nato ma anche truppe americane in Europa, e con questo secondo ruolo sono ospitate in alcune basi italiane, ma dove la presenza Usa è preponderante tanto che spesso le si definisce basi americane in Italia.
Napoli Capodichino è il quartier generale delle infrastrutture terrestri della VI flotta. Da non sottovalutare il comando navale a Nisida (appartenente all’arcipelago delle isole Flegree) e il centro comunicazioni di Licola (sempre vicino a Napoli).
Da Napoli gli americani tengono sotto controllo l’intero Mediterraneo. Il braccio operativo è altrove. In primo luogo a Sigonella, la base aeronavale che ha svolto un ruolo logistico fondamentale nelle guerre in Iraq e Afghanistan (è una tappa obbligata di passaggio) ma che ora – come in passato – è la base “americana” più vicina al Nordafrica.

Sigonella è in fase di espansione proprio in virtù della crescente importanza dell’Africa agli occhi Usa. A questo proposito è bene ricordare che l’attacco alla Libia è il battesimo del fuoco per il neonato comando Usa Africom.
La marina americana può contare ovviamente anche sulle navi da guerra che dopo anni stanno tornando nel Mediterraneo che avevano abbandonato per recarsi nel Golfo Persico. Torna anche una portaerei – e non di passaggio – probabilmente l’Enterprise.

Il dispositivo americano può poi contare sulla base di Aviano, dell’aeronautica Usa, ma che in passato ha ospitato anche aerei della marina americana e di altri paesi Nato, durante le guerre balcaniche e in particolare nella guerra del Kosovo.
Infine da non sottovalutare le basi completamente italiane di Trapani (anch’essa sulla linea del fronte) e di Gioia del Colle. Come tutte le basi italiane possono svolgere ruolo in ambito Nato ma anche in una coalizione multinazionale come quella che sta prendendo forma.

I nostri aerei e le nostre navi (l’Andrea Doria è già in zona) sono sul fronte anche se non lo volessimo. Siamo talmente vicini che non possiamo avere un ruolo distaccato, soprattutto per cercare di evitare ritorsioni. Anche solo per svolgere un ruolo di pattugliamento le nostre forze si trovano sulla linea del fronte.
Ma basteranno gli attacchi aerei e i bombardamenti (e da parte dell’Italia la concessione delle basi) a far capitolare Gheddafi come avvenne per il Kosovo e il serbo Milosevic?

di Alfonso Desiderio – Limes, Rivista geopolitica

3 marzo 2011

Sahara Sport Village

Dunque, ricapitolando. Nella conferenza stampa di fine 2010, il Cainano dichiara orgoglioso: “Sono amico personale di tre presidenti del Nordafrica: Ben Alì, Mubarak e Gheddafi”. I tre si toccano furiosamente, ma ci vuol altro per sfuggire al bacio della morte. Infatti, nel giro di due mesi, scoppiano furibonde rivolte popolari contro Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. I primi due se la danno a gambe. Il terzo resiste e bombarda la sua gente con truppe mercenarie e aviazione. Protesta tutto il mondo libero, infatti l’Italia no. B. non fa nemmeno una telefonata al compare libico che massacra il suo popolo: “Non voglio disturbarlo” (non s’interrompe un’emozione). Frattini Dry, con la consueta perspicacia, aggiunge che la Libia di Gheddafi “è un modello di dialogo con le popolazioni”. Poi, con calma, gli spiegano quel che sta accadendo nella Libia di Gheddafi. E, per la prima volta, la sua fronte inutilmente abbronzata si increspa di rughe allarmate. Un rapido consulto con i consiglieri diplomatici (un maestro di sci altoatesino e un bagnino delle Antille che han visto in tv il Colonnello con l’ombrellino di Mary Poppins su un’Ape Piaggio). Poi il verdetto: il Colonnello è finito. L’annuncio ufficiale lo dà il Cainano: “Sembra che effettivamente Gheddafi non controlli più la situazione”. In quel preciso istante è chiaro che Gheddafi ha ripreso il controllo della situazione. Si   permette addirittura il lusso di copiare i testi del sosia brianzolo (pur disapprovandone il fard, decisamente eccessivo). Silvio dice: “Il 51% del popolo italiano mi ama”. E Muammar: “Il popolo libico mi ama”. Ieri, poi, ha voluto esagerare nel plagio: “Tutta colpa di al Qaeda… non ho poteri… non mi dimetto… il popolo vuole me… la Libia sono io… Proteste? No, solo manifestazioni in mio favore. E poi Berlusconi ha avuto 30 manifestazioni contro” e mica si è dimesso. Manca solo un accenno alle toghe rosse e uno a Ruby nipote di Berlusconi, ma ci si arriverà: in fondo il bunga bunga al Cainano gliel’ha insegnato lui. Comprensibile invece lo stupore del beduino per la giravolta del pover’ometto, che ancora pochi mesi fa “mi baciava la mano, mi chiedeva scusa” e ora fa finta di non conoscerlo. Comprensibile anche il no alla missione umanitaria italiana: la prospettiva che sbarchi in Libia la cricca della Protezione civile, Sahara Sport Village incorporato e massaggiatrici in bikini al seguito, fa impallidire la piaga biblica delle cavallette. Tornando in Italia, dalla tragedia alla farsa, c’è un altro personaggio pittoresco e variopinto che ha menato per il naso rifatto il Cainano: “Monsignor Patacca”, di cui ieri ha narrato le gesta Fabrizio d’Esposito sul Fatto. Il suo nome è “Sua Eccellenza Dott. Prof. Mons. Lucas Rocco Massimo Giacalone”, un siciliano sessantenne che sabato si aggirava riveritissimo alla convention dei Cristiano-Riformisti e poi al pranzo esclusivo col   premier grazie a uno dei suoi più riusciti travestimenti: croce dorata al collo, fascia viola da vescovo cattolico. In altre occasioni, c’è chi lo ricorda con cappello e tunica neri da “vescovo vicario della Chiesa ortodossa bielorussa e slava di rito bizantino”. In realtà pare non sia né l’una né l’altra cosa, essendo fra l’altro divorziato e padre di due figli, ma soprattutto essendo stato sconfessato sia dal Vicariato di Roma, sia dal patriarca degli ortodossi slavobielorussi. Ma questo Giacalone è come l’avvocato pazzo interpretato da Sordi nel film di Verdone Troppo forte, che un giorno fa l’avvocato e un altro il ballerino: infatti, talvolta, si presenta come Massimo Denovo, insegnante di musica e organizzatore di festival canterini. Qualcuno si domanda che ci facesse uno così a pranzo con B. Beata ingenuità: un ossimoro vivente che l’anno scorso disse di rappresentare la “Chiesa ortodossa cristiana cattolica” (come dire “luterana cristiana cattolica” e pure un po’ islamico-buddista) dev’essere piaciuto un sacco al premier. Se non son fasulli, non li vogliamo.

di Marco Travaglio – IFQ

23 febbraio 2011

Quanto è bello armare il colonnello

In costante aumento dal 2008 il valore delle esportazioni verso l’esercito di Tripoli.

Giornata dell'amicizia italo-libica

Petrolio, gas e appalti in cambio di armi. Li abbiamo forniti anche noi a Muammar Gheddafi gli elicotteri, i missili, gli aerei, le bombe, con cui il raìs massacra il suo popolo. Noi italiani che in fatto di produzione bellica ci piazziamo bene, nel gruppo di testa delle classifiche mondiali e quando si tratta di esportare, non andiamo troppo per il sottile nella scelta dei partner, senza badare se si tratta di dittatori o capi di regimi dove le libertà sono sistematicamente represse. La Libia è un ottimo cliente, l’undicesimo maggior importatore di armi italiane e assorbe circa il 2 per cento delle esportazioni tricolori. In cambio abbiamo ottenuto materie prime, appunto e un occhio di riguardo   per le grandi imprese pubbliche e private, dall’Eni alla Finmeccanica, dall’Impregilo all’Anas.    Commenta Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali sull’industria bellica: “Solo ora si scopre che il governo libico è illiberale, come del resto quelli di altri paesi nordafricani.

MA PER ANNI l’Italia ha appoggiato questi regimi e in particolare la Libia, fornendo armi, opportunamente distraendosi sui temi fondamentali del rispetto dei diritti umani e delle elementari libertà civili”. Dopo una leggera flessione tra il 2005 e il 2007, nel 2008 le spese libiche per gli armamenti hanno ripreso a crescere, fino a toccare la ragguardevole cifra di 1,1   miliardi di dollari mentre le industrie italiane approfittavano abbondantemente dell’infatuazione bellica del rais riempiendolo di armi.    Secondo i Rapporti della Presidenza del Consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito di armamenti, il valore delle esportazioni di armi italiane alla Libia è in costante aumento. Le autorizzazioni per il 2009 sono state di 111,8 milioni di euro, con un incremento di circa il 20 per cento rispetto al 2008. E anche nel 2010 ci sono state vendite massicce. Una delle ultime forniture, per esempio, ha riguardato 3 motovedette della classe “Bigliani”, inviate in aggiunta ad altre 3 già fornite nel maggio 2009 in base al Trattato di Bengasi, firmato nell’agosto   dell’anno precedente tra Silvio Berlusconi e Gheddafi, uno dei primi atti di politica estera della maggioranza di centrodestra vittoriosa alle elezioni della primavera precedente. Con una di quelle imbarcazioni, 7 mesi fa fu mitragliato nel golfo della Sirte il peschereccio italiano Ariete   . Tra i principali fornitori di armi alla Libia c’è Finmeccanica, il grande gruppo italiano guidato da Piefrancesco Guarguaglini, partecipato al 2 per cento dalla Libia e specializzato in armamenti.

MA CI SONO ANCHE industrie piccole e semisconosciute, come la Itas di La Spezia che secondo una nota del Servizio studi del dipartimento Affari esteri della Camera cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, venduti dall’Italia al governo di Tripoli fin dagli anni Settanta del secolo   passato. Due anni fa Finmeccanica ha firmato con la Lia (Lybian Investment Authority) e con la Lap (Libya Africa Investment Portfolio) un Memorandum of understanding per la promozione di “attività di cooperazione strategica”. Nello stesso periodo, un’altra società del gruppo Finmeccannica, la Selex guidata da Marina Grossi, moglie di Guarguaglini – al centro di indagini della magistratura italiana nei mesi passati – ha siglato con il colonnello di Tripoli un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza.      Tra il 2006 e il 2009 la Agusta-Westland, sempre della Fin-meccanica, ha venduta 10 elicotteri AW109E Power a Gheddafi (valore 80 milioni di euro), più altri 20 velivoli tra cui alcuni AW119K. Finmeccanica fornisce anche l’addestramento degli equipaggi e la manutenzione dei mezzi tramite una joint venture con la Lybian company for aviation industry. La Alenia Aeronautica, sempre Finmeccanica, fornisce aerei Atr-42 Surveyor per il pattugliamento.

di Daniele Martini – IFQ

 

23 febbraio 2011

Beduinieuropei

Non si fa così. Non si fanno le rivoluzioni per cacciare i dittatori senz’avvertire con congruo anticipo il ministro Frattini Dry. Già ha una prontezza di riflessi che il bradipo, al confronto, è una scheggia. Già gli tocca andare per il mondo a prendere pesci in faccia per conto di B., che si scansa sempre all’ultimo momento. Già, a ogni crisi internazionale, gli tocca fuggire su atolli caraibici e rifugi alpini per evitare di prender posizione, non avendone alcuna (gli Usa nei cablo di Wikileaks lo chiamano “il fattorino”). Già è poco ferrato sul Nordafrica, essendo troppo concentrato su St. Lucia e Montecarlo. Ma ora i popoli tunisino, egiziano, libico ecc. stanno francamente esagerando. Lo dicano che lo fanno apposta per screditare questo attaccapanni abbronzato che la stampa chiama “responsabile della diplomazia italiana”, ovviamente a sua insaputa. Il 26 gennaio, sul tiranno egiziano al potere da 30 anni con elezioni truffa e repressioni feroci, dice: “Il governo italiano spera che il presidente Mubarak continui come sempre ha fatto a governare con saggezza e lungimiranza… Non c’è alcuna similitudine con quel che è accaduto in Tunisia”. In quel preciso istante Mubarak capisce che la sua sorte è segnata. E Frattini Dry si lancia al salvamento del suo secondo padrone, Gheddafi, di cui è il cameriere ufficiale: “L’Europa non deve esportare la democrazia. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo libico” (invece il 10 ottobre diceva: “Portare   democrazia in Afghanistan significa dare sicurezza in Europa… La democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari”). Gheddafi, pur non essendo cristiano, si fa il segno della croce: aveva anche pregato Frattini di non difenderlo mai, piuttosto di attaccarlo se proprio doveva aprire bocca; ma quello niente, ha creduto di fare cosa gradita. Da quel momento anche il Colonnello è spacciato. A Bruxelles si riuniscono i ministri europei: Frattini, essendo un ministro finto e un europeo finto, tenta la fuga nella Terra del Fuoco, ma poi gli tocca andare. E lì, con sua grande sorpresa, scopre che i ministri veri sono tutti contro Gheddafi (pare che, diversamente da B., non abbiano mai fatto il baciamano al Colonnello né preso lezioni di bungabunga). Ma non si dà per vinto: le cronache lo descrivono impegnatissimo in una paziente tessitura col ministro di Malta, l’unico che gli dà retta, in difesa del macellaio tripolino. Vorrebbe infilare nel documento Ue un accenno ai “diritti sovrani della Libia” e un auspicio al “dialogo” e alla “riconciliazione” fra gli insorti e il macellaio che li massacra. Una cosetta all’italiana, tipo “abbassare i toni”. Ma l’espressione risulta intraducibile e gli altri fanno notare che legittimerebbe la repressione. Così la proposta Frattini raccoglie l’unanimità: dei dissensi. Lui però non perde il suo proverbiale sorriso-paresi: “Mi riconosco pienamente nella dichiarazione che abbiamo sottoscritto” (c’era pure il caso che si dissociasse da se stesso), anche perché è convinto di   aver vinto lui: “Il comunicato parla della necessità di una riconciliazione nazionale”. Purtroppo nel comunicato non c’è traccia della parola “riconciliazione”. Se l’è inventata lui. O forse una mano pietosa gli ha passato una traduzione sbagliata, per non spettinarlo e non guastargli l’abbronzatura. In un paese normale l’opposizione lo asfalterebbe con una bella mozione di sfiducia. Ma in Italia l’opposizione non può: uno dei suoi leader ha amoreggiato pure lui con Gheddafi, elogiandolo, bivaccando nella sua tenda, ospitandolo alla sua fondazione Beduinieuropei. E chi è questo genio? Max D’Alema, of course. Ancora domenica dichiarava al Sole 24 Ore: “Gheddafi ha ancora un rapporto solido con una parte della società libica e la crisi economica qui non ha colpito come in altri paesi. La Libia ha pochi abitanti e un Pil pro capite elevato”. Soluzioni? “Incoraggiare Gheddafi a fare le riforme”. Ecco: di fronte allo spettro di una Bicamerale anche a Tripoli, il popolo libico ha dato fuoco alle polveri.

di Marco Travaglio – IFQ

22 febbraio 2011

Libia, il genocidio dell’amico Gheddafi

Centinaia di morti, a Tripoli i caccia bombardano i rivoltosi, il Parlamento in fiamme. Ma l’Italia è legata a filo doppio con il massacratore abbracciato da B. Massima allerta nelle nostre basi.

I complici

Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati da unità militari mercenarie. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole. L’Europa ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri. Nessuno? Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che – come ricorderete – è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd, Sarubbi e chi scrive, ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma   anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”.    In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani.    Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi   e senza diritti hanno dato alle fiamme.    È dovere urgente dello stesso Parlamento Italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Cominceremo la nostra denuncia con la frase pronunciata da Berlusconi, mentre i dimostranti di Bengasi venivano falcidiati con mezzi e armi forse italiani: “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”.

di Furio Colombo – IFQ

10 febbraio 2011

Il Gattopardo Gheddafi e l’Intifada libica

Pare più spietata della “maledizione di Tecumseh”, che, tra il 1840 e il 1960, fece strage di ben sette presidenti americani. La “maledizione dell’amico” (di Mr B) s’intreccia con il domino delle sommosse nel Nord Africa e in Medio Oriente: dopo il tunisino Ben Ali, già deposto, e l’egiziano Hosni Mubarak, che se la passa male e che al massimo arriva a settembre, tocca al dittatore libico Gheddafi sentirsi tremare la terra sotto i piedi. A meno che il colonnello, che è il decano dei satrapi arabi e forse del mondo intero (al potere dal 1969), non stia lui manovrando “alla Gattopardo” per cambiare qualcosa senza in realtà cambiare nulla.    La Conferenza nazionale dell’opposizione libica, piattaforma che raggruppa le principali formazioni anti-regime, ha convocato per giovedì 17 febbraio, fra una settimana, una “manifestazione di massa” in tutta la Libia contro il governo di Tripoli.      Ne dà notizia il quotidiano panarabo Ash Sharq al Awsat, finanziato dai sauditi ed edito a Londra, citando un comunicato della stessa Conferenza nazionale dell’opposizione libica. La data del 17 sarebbe stata scelta “in ricordo delle vittime dell’Intifada scoppiata a Bengasi” nel febbraio 2006, quando manifestazioni contro la pubblicazione in Europa di vignette ritenute offensive dell’immagine di Maometto degenerarono in violente proteste anti-regime, proprio nei pressi del consolato italiano. “Ci appelliamo a tutte le forze dentro e fuori la Libia – si legge nel comunicato della Conferenza – perché ricordino quell’evento con attività e manifestazioni. Ci auguriamo di aver appreso la lezione dalla vittoria dell’Intifada tunisina”: una speranza che suona minaccia per Gheddafi.    La convocazione della manifestazione non è un fulmine a ciel sereno. Da quando si sono avvertiti fermenti nelle piazze di Tunisi e poi d’Algeri e infine del Cairo, le autorità di Tripoli tengono d’occhio l’eventualità di proteste antigovernative   . Dal 1° febbraio il ministero degli Esteri libico ha costituito un’unità di crisi, con a capo il ministro Moussa Koussa e con il coinvolgimento dei ministri della Pubblica sicurezza, generale Younis Al Obeidi, e dell’Economia, Mohammed Al Hwueji. E segnali di insofferenza attraversano il Paese via Facebook, Twitter e vari blog, che già pianificavano “dimostrazioni a Tripoli e Bengasi per l’8 (la giornata sarebbe poi trascorsa tranquilla, ndr) e il 17”.    La prima riunione dell’unità di crisi,   riferiscono fonti locali, citate da AnsaMed, s’è svolta a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, il 3 febbraio. E sempre in Cirenaica, regione considerata più a rischio di proteste anti-governative, negli ultimi giorni era stata segnalata la “presenza discreta” di un numero di forze dell’ordine superiore al consueto.    Altri segnali d’“allerta” e di inquietudine vengono dalle ambasciate straniere. In particolare i diplomatici italiani a Tripoli hanno diffuso una nota in cui si sottolinea che “l’ambasciata continuava monito-rare la situazione nel Paese, alla luce di quanto avviene nella Regione”. E anche se “non vi sono al momento motivi di preoccupazione circa possibili riflessi in Libia di quanto sta accadendo, in particolare in Egitto”, la nota ricordati agli espatriati i numeri dei funzionari dell’Ambasciata e i punti di raccolta “in casi d’emergenza”. Alla reattività dell’ambasciata d’Italia a Tripoli non pare, però, corrispondere analoga sensibilità da parte delle autorità romane. Martedì il ministro dell’Interno Maroni ha ribadito   la validità degli accordi con la Libia per arginare l’immigrazione clandestina e fare fronte all’instabilità nel Maghreb: insomma, un elogio del Gheddafi gendarme per conto nostro.    Il passa parola dell’opposizione si somma alle voci di tensioni dentro il regime, dove si guarda al momento, che verrà, della successione a Gheddafi. Quanto è avvenuto e sta avvenendo tutto intorno indebolisce, di fatto, l’ipotesi “dinastica” di passaggio di potere di padre in figlio e può quindi dare fiato ai giochi di palazzo. Ma che qualcosa si stia muovendo lo indica l’attivismo del colonnello nel rispondere ai bisogni “del popolo”, dalla casa alle infrastrutture: è appena stato varato un piano da 150 miliardi di dinari, quasi 90 miliardi di euro. Basterà a sopire i fermenti? I diplomatici americani non ci credono: dopo la Tunisia e l’Egitto, la Libia, scrivono in cablo finiti sul sito The Daily Beast via Wikileaks. Ditelo a Mr B, che c’è un altro amico che traballa.

di Giampiero Gramaglia – IFQ

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