Archive for luglio, 2011

29 luglio 2011

Utili a picco, il giovedì nero di Mediaset

Il conflitto d’interessi all’italiana approda in un’aula di tribunale a Lussemburgo e Silvio Berlusconi perde due volte, come politico e come imprenditore. Mediaset infatti dovrà rimborsare allo Stato i contributi pubblici elargiti tra il 2004 e il 2005 a chi ha acquistato un decoder digitale. Lo ha deciso ieri la Corte di Giustizia europea che ha respinto il ricorso del gruppo televisivo contro la sentenza di primo grado.   

PER MEDIASET è senz’altro una brutta notizia, ma nel menu di una giornata storta quello era solo l’antipasto. Già, perchè a distanza di poche ore dalla dalla pubblicazione della sentenza sono arrivati anche i conti semestrali dell’azienda controllata da Fininvest. Conti ben poco brillanti, a conferma delle attese più pessimistiche degli analisti. Nei primi sei mesi del 2011 Mediaset ha guadagnato il 30 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2010. Gli utili si sono fermati a quota 164 milioni contro i 241 milioni di un anno fa su un fatturato di 2,2 miliardi anche questo in calo dell’1 per cento. Aumentano anche i debiti. La posizione finanziaria netta è negativa per 1,8 miliardi di euro, 300 milioni peggio del dato al 30 giugno 2010.    Per tentare la rimonta l’azienda guidata da Pier Silvio Berlusconi punta ad aumentare il controllo delle frequenze disponibili. E in questa direzione va l’acquisto di Dmt proprietaria di centinaia di torri televisive . L’operazione, in corso da mesi, è stata chiusa ieri e Mediaset diventa di gran lunga il primo operatore nazionale con ben 3.300 postazioni contro le 2.500 della Rai, incrementando il proprio vantaggio nei confronti dei concorrenti. Senza contare che Dmt porta in dote centinaia di milioni di nuovi incassi legati all’affitto delle torri alle altre emittenti. Intanto però Mediaset deve fare i conti con la pubblicità in calo. Nei primi sei mesi dell’anno la raccolta è diminuita del 3,2 per cento. Ed è una magra consolazione constatare che il risultato è comunque migliore della media di mercato. Se poi agli spot in calo si aggiungono i dati delle attività spagnole del gruppo (Telecinco e Quatro) con profitti in diminuzione di circa il 15 per cento, ecco spiegato il semestre deludente del gruppo. Da qui alla fine dell’anno le cose non dovrebbero mi gliorare granché. E infatti è la stessa Mediaset a prevedere, in un comunicato, un livello di utile nel 2011 che sarà inferiore a quello del 2010.    Gli oneri del rimborso deciso ieri dalla sentenza di Lussemburgo non dovrebbero comunque incidere in modo rilevante sui profitti del gruppo. Infatti Mediaset ha già accantonato in bilancio e pagato i 6 milioni circa legati alla vicenda dei decoder. Una vicenda che ha fatto segnare una prima svolta nel 2007, quando fu la stessa Commissione europea a pronunciarsi sulla questione. La legge varata nel 2004 dal governo italiano presieduto da Berlusconi era contraria alle norme comunitarie perché i 150 euro (70 euro nel 2005) assegnati a tutti gli acquirenti di un decoder “configurano un aiuto di Stato contrario al mercato comune”. In sostanza il governo di Berlusconi ha dato una mano alla Mediaset di Berlusconi nel lancio del business digitale. E adesso questo aiuto va restituito.   

TRA IL 2004 e il 2005 uscirono dalle casse pubbliche ben 220 milioni, che però, secondo i giudici di Lussemburgo, favorirono indebitamente gli operatori della tv digitale a scapito, per esempio, delle tv satellitari. E infatti il procedimento nasce proprio da un esposto di Sky Tv appoggiata da un’altra emittente, Centro Europa 7. Entrambi i ricorsi di Mediaset, il primo contro il verdetto del 2007 e poi contro il giudizio di primo grado, sono stati respinti. La questione resta aperta in Italia perché il gruppo televisivo si è opposto anche alla sentenza del Tribunale di Roma che l’anno scorso ha imposto il pagamento del rimborso. A determinare il “quantum” del pagamento è stato lo stesso governo italiano, per la precisione il ministero dell’Economia, secondo quanto la stessa Commissione europea aveva deciso già nel 2007.    A ben guardare questo è un altro caso di conflitto di interessi. È stato un ministro di Berlusconi a stabilire quanto debba pagare un’azienda di Berlusconi.

di Vittorio Malagutti, IFQ

La sede Mediaset di Cologno Monzese (FOTO EMBLEMA)

29 luglio 2011

Il porto delle nebbie bis, B. impalma la giustizia

In via Arenula l’ex “insabbiatore” della Procura di Roma troverà vecchi amici come Ionta e Nebbioso

Con il giuramento di ieri pomeriggio al Quirinale, il Cavaliere ha ufficialmente impalmato la Giustizia, nel senso di Nitto, intimo dell’avvocato corruttore Cesare Previti. Palma ritorna in via Arenula dopo l’esordio da tecnico nel 1994, con la prima vittoria di Silvio Berlusconi. Ci entrò da vicecapo di gabinetto dell’allora ministro Alfredo Biondi, l’autore del decreto salva-ladri. A 17 anni di distanza, il trionfale ingresso da Guardasigilli.

Nelle sue prime uscite pubbliche, il previtiano Palma ha fatto scontato appello al “dialogo” coi magistrati e con l’opposizione. In realtà la linea dura portata avanti dal predecessore Angelino Alfano, su ispirazione dell’inventore delle leggi ad personam Niccolò Ghedini, non dovrebbe spostarsi di una virgola. Come dimostra la fiducia al Senato sul processo lungo, altro favore a B.

NEL PATTO SIGLATO a Palazzo Grazioli tra il premier, Ghedini e Palma, prima della designazione ufficiosa, non sarebbe prevista alcuna rivoluzione in via Arenula. Le pedine imposte ad Alfano, in vari casi ereditate sia da Castelli sia da Ma-stella, dovrebbero rimanere al loro posto. Del resto, in tre lustri e passa di berlusconismo, i magistrati passati al ministero avrebbero messo a punto un ingranaggio perfetto per garantire leggi ad personam e manovre ostative e punitive nei confronti dei loro colleghi pm considerati “pericolosi”. Non è un caso che, per via Arenula, sia transitato anche Alfonso Papa, deputato del Pdl arrestato per la P4 di Gigi Bisignani e Gianni Letta. Papa è stato vicecapo di gabinetto con Castelli, poi direttore degli Affari civili con Mastella. E adesso l’arrivo di Palma, ex pm “insabbiatore” della Procura di Roma, garantisce una sorta di porto delle nebbie bis.

Al ministero, il Guardasigilli troverà innanzitutto un suo vecchio amico e collega di lavoro: Franco Ionta, che guida il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Capo di gabinetto è un altro ex pm romano: Settembrino Nebbioso, che col diminutivo di “Rino” compare nella lista dei lavori regalati dalla cricca di Diego Anemone, molto interessato al versante carceri nel settore degli appalti pubblici. Senza dimenticare che nel “sistema gelatinoso” della Protezione civile si è trovato invischiato Achille Toro, ennesimo magistrato di Roma, accusato tra l’altro di fuga di notizie. Nebbioso è stato in contatto anche con Antonio Saladino, l’imprenditore della ciellina Cdo al centro dell’inchiesta “Why Not”.

DAGLI APPALTI DEL G8    alla P3 di Verdini, Cosentino, Dell’Utri. Presidente in via Arenula dell’organismo indipendente di valutazione della performance (ex controllo interno) è infatti l’irpino Angelo Gargani, fratello di Peppino, già responsabile giustizia di Forza Italia . I fratelli Gargani figurano spesso nei verbali della P3. Così come il famigerato Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero. A dire il vero, Miller è citato anche da Papa nella P4. Proveniente da Napoli, il magistrato è stato coinvolto da indagato in molte inchieste, anche per camorra. A dimostrazione del micidiale connubio tra politica e magistratura al riparo dello scudo berlusconiano, è utile ricordare che Nicola Cosentino, sottosegretario dimessosi perché inquisito per i suoi rapporti con i Casalesi, aveva individuato in Miller il suo candidato preferito a governatore della Campania.

Altro pm di derivazione politica è l’ex sottosegretario diniano Angelo Giorgianni, presidente della commissione di valutazione dei dirigenti. Dovrebbe infine rimanere dov’è anche Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa e un tempo vicina all’ex capo dei gip di Roma Renato Squillante. Oggi la Iannini guida l’ufficio legislativo del ministero, snodo strategico per le leggi ad personam.

di Fabrizio d’Esposito e Antonella Mascali, IFQ

Nitto Palma (FOTO ANSA) 

29 luglio 2011

Belcastro, teorico della “mafiosità positiva”

No, una poltrona al Viminale no. E scoppia il giallo sulla nomina a sottosegretario di Elio Belcastro. Che fino alle sette della sera è sottosegretario all’Interno, poi, dopo appena due ore, viene trasferito all’Ambiente. Sarebbe stata la Lega, secondo rumors di palazzo, ad opporsi giudicando “troppo chiacchierato” l’onorevole calabrese. Elio Belcastro, avvocato e parlamentare di Rizziconi, Piana di Gioia Tauro, zona ad altissima concentrazione mafiosa , è il teorico della “mafiosità positiva”. Una tesi esposta ad Antonello Caporale in un’intervista a Repubblica. Noi, nel senso dei parlamentari confluiti nel gruppo dei Responsabili di Scilipoti and friends,    “dobbiamo essere meno cedevoli e servili e mostrarci con una punta di mafiosità positiva”. Resosi conto dell’imbarazzo dell’intervistatore, Belcastro chiarì: “Nel senso che dobbiamo tutelare i nostri interessi. La gente ha fame e deve mangiare”. Parole e concetti borderline per un uomo che ha costruito la sua fortuna politica in uno dei buchi neri della Calabria. Rizziconi è il paese della Piana dominato da Teodoro Crea, “Il Toro”. Qui sono saltati in aria imprenditori, è stato ucciso per vendetta il figlio diciottenne di un politico dell’Udc in odor di mafia, Pasquale Inzitari, qui ci sono affari sui centri commerciali che hanno fatto perdere la testa a molti. Ed è proprio sui rapporti tra la politica e i Crea che si sofferma una informativa della Dia di Reggio Calabria del 2008. Gli 007 dell’antimafia analizzano le contrapposizioni tra Elio Belcastro, per due anni sindaco del paese, e Pasquale Inzitari, l’altro politico in ascesa di Rizziconi. C’è una intercettazione telefonica nella quale Inzitari parla dell’attentato subito da un suo sostenitore e della impossibilità di poter fare liberamente campagna elettorale, sia alle amministrative del 2007 che alle politiche dell’anno successivo. In quelle elezioni Belcastro trionfa, assicurando al suo partito di allora, l’Mpa del governatore Lombardo (l’onorevole ha girovagato tra Forza Italia e il Nuovo Psi) l’unico seggio conquistato in Calabria. L’onorevole, ovviamente, ha sempre smentito le ipotesi degli investigatori: mai ricevuto appoggi dalla mafia. Perché la mafiosità o è positiva o non è. E se lo studio legale gestito insieme alla sorella Marcella tra i suoi clienti vede anche personaggi del calibro dei Piromalli di Gioia Tauro, è tutto normale, perché “io difendo tutti”. Dal governo nessun commento sul giallo, solo voci. Per Bossi e la Lega la nomina di Belcastro al Viminale era un boccone duro da mandare giù.

di e.f. IFQ

Elio Vittorio Belcastro (FOTO ANSA)

29 luglio 2011

Il porticciolo delle nebbioline

Ma come parli? Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in un suo film. Su come parla Bersani ci ha illuminati ieri Barbara Spinelli, a proposito dell’etichetta di “macchina del fango” ai giornali che lo criticano. Ma l’andazzo berlusconiano di qualificare la cronaca e la critica come “fango”, “attacco”, “veleno”, “delegittimazione” sta contagiando settori della magistratura. L’Espresso ospita un’intervista al procuratore aggiunto e capo della Dda di Roma Giancarlo Capaldo, contitolare di quasi tutte le più scottanti inchieste degli ultimi anni. Dalla P3 a Fastweb al versante romano del caso Milanese. Capaldo parla come i politici: si fanno “troppe intercettazioni” che finiscono col produrre “gossip” e “dossier ricattatori”, col “mettere in piazza la vita privata delle persone” e soprattutto “portano gli indagati a non parlare più al telefono dei loro traffici” (ammesso e non concesso che sia vero, siamo in pieno non-sense: se gli indagati parlassero di più ma li si intercettasse di meno, il saldo sarebbe comunque zero). Poi attacca a testa bassa i colleghi napoletani che hanno il torto di aver raccolto a verbale le dichiarazioni di Marco Milanese, deputato tremontiano, che racconta una cena con lui e Tremonti: a suo avviso “creano processi paralleli o coincidenti” e si prestano a manovre per “delegittimare il nostro lavoro riportando alla mente l’idea del ‘porto delle nebbie’ che non c’è più”. Poi aggiunge che fantomatiche “altre procure non vedono bene che Roma sia la sede giudiziaria più importante d’Italia, come se Roma volesse appropriarsi di cose che non le appartengono”. Capaldo passa per il “buono” fra i capi dell’ex porto delle nebbie, che si è appena liberato del “cattivo” Achille Toro, beccato un anno fa ad avvertire alcuni inquisiti della “cricca” della Protezione civile delle indagini. Ora però si scopre quel pranzo di metà dicembre 2010, pochi giorni dopo la notizia che Milanese era indagato a Napoli, organizzato dall’avvocato Fischetti con Tremonti, Capaldo e lo stesso Milanese. Si dirà: Capaldo non indagava su Milanese. Già, ma proprio questo è il problema: a quel tempo la sua Procura aveva già raccolto possibili notizie di reato su Milanese. Ne aveva parlato Marco Iannilli, arrestato per l’affare Mockbel e coinvolto nell’inchiesta Finmeccanica. E ne aveva riparlato Fabrizio Testa, nominato consigliere dell’Enav proprio grazie a Milanese, raccontando di essersi interessato per far comprare la barca del braccio destro di Tremonti da un imprenditore in cambio della sua “protezione politica”. Invece di iscrivere Milanese nel registro degli indagati, Capaldo ci andò a cena con Tremonti a casa Fischetti. E sempre a casa Fischetti – racconta l’imprenditore Alfonso Gallo ai pm di Napoli – si svolsero altre cene per pilotare il trasloco delle indagini sulla P4 da Napoli a Roma. Sarà un caso, ma a marzo di quest’anno la Procura di Roma propose informalmente a quella di Napoli di trasferire il fascicolo per competenza nella Capitale. In effetti è curiosa quest’ansia degli inquisiti eccellenti di tutta Italia di approdare a Roma. La città è molto bella, ma forse gli inquisiti ne apprezzano altre virtù, meno turistiche e più giudiziarie. Capaldo, sull’Espresso, parla di un “attacco, attraverso la mia persona, anche al mio Ufficio”. Parole bizzarre, visto che a pranzo con Tremonti e Milanese ci è andato lui, non l’ufficio. Una leggerezza? Può darsi. È vero, come dice Capaldo, che “Milanese non era ancora indagato a Roma”. Ma lo era a Napoli, lo sapevano tutti e forse avrebbe dovuto esserlo anche a Roma (come lo fu poi per iniziativa di un altro pm romano ma di scuola milanese, Paolo Ielo). E comunque era più volte citato nei verbali raccolti dal suo Ufficio solo tre giorni prima. Ora, per carità, può darsi che il Fodria (Forze Oscure della Reazione in Agguato) cospiri per “attaccare” e “delegittimare” il dottor Capaldo e, attraverso la sua persona, l’Ufficio. Ma se evitasse di pranzare con indagati, i terribili cospiratori faticherebbero un po’ di più.

di Marco Travaglio, IFQ

28 luglio 2011

Romano & C., l’allegro pool degli impresentabili

La galleria delle nomine ad alta capacità urticante portate puntualmente a termine dal Quirinale su richiesta di Berlusconi deve partire dall’indimenticabile caso Brancher.    Già sacerdote paolino, poi uomo Fininvest condannato per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi, il deputato Pdl fu promosso sottosegretario alle riforme nel 2001 e confermato nel 2008 fino alla nomina di ministro al “decentramento e alla solidarietà” avvenuta il 18 giugno 2010. Proprio in quelle settimane la procura di Milano stava ultimando la fase dibattimentale del processo in cui Brancher era accusato di ricettazione e appropriazione indebita per aver brigato nella scalata Antonveneta. Sei giorni dopo la nomina, il ministro invocò il legittimo impedimento per evitare un’udienza, ma Napolitano bloccò la manovra. “Non c’è nessun nuovo ministero da organizzare, in quanto l’onorevole Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio” disse il presidente. Brancher andò in aula il 5 luglio, e lì diede le dimissioni. Insomma 17 giorni di battaglia, con finale poco sorprendente: il 28 luglio arrivò la condanna a due anni di carcere.

GIUSTO il tempo di una pausa estiva e poi il nuovo guaio: Paolo Romani, fedelissimo del Berlusconi imprenditore tv, viene scelto per occupare la poltrona delle attività produttive (lasciata vuota cinque mesi prima da Claudio Scajola causa acquisto inconsapevole della casa al Colosseo tramite Anemone). Napolitano mostra scarso entusiasmo conferendo l’incarico senza brindisi né chiacchiere amichevoli, solo il giuramento buttato lì in dieci minuti. Forse meditando sul motivo per cui l’impresario di Colpo Grosso fosse giunto alla guida delle sorti industriali della nazione, beauty contest digitale incluso.    Più mordace la resistenza opposta al titolare dell’agricoltura, quel Saverio Romano sotto indagine alla Procura di Palermo per inquietanti rapporti con la mafia. Napolitano lanciò diversi segnali tesi a evitare la conferma di un nome tanto compromesso, ma si convinse a firmare lo scorso 23 marzo. Perché, pur esprimendo “riserve sull’ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionale”, il presidente non ravvisò “impedimenti giuridico-formali”. Andata.

IN VERITÀ Romano era indispensabile a saldare la fragile maggioranza alla Camera coibentando il gruppone dei responsabili assortiti. Stesso motivo per cui lo scorso 5 maggio furono imbarcati nove sottosegretari nuovi di zecca e un consigliere speciale del premier con delega al commercio estero , un certo Massimo Calearo eletto col Pd ma folgorato sulla via di Scilipoti. Anche in questo caso, Napolitano ratificò il tutto chiedendo al Parlamento di esprimere almeno il proprio assenso alla nuova compagnia. Benedizione giunta, e blindata da Berlusconi con voto di fiducia. Uno dei nominati, l’effervescente Daniela Melchiorre, non fece nemmeno in tempo a godersi il momento: s’era già dimessa.

di Chiara Paolin, IFQ

28 luglio 2011

Palma d’Oro

Dopo tanti avvocati e alcuni imputati, abbiamo finalmente un magistrato ministro della Giustizia. D’accordo, Francesco Nitto Palma ha dovuto superare alcuni esamini facili facili, per dissipare la naturale diffidenza che la categoria delle toghe comprensibilmente suscita nel mondo politico: tipo essere un berlusconiano di ferro, avere almeno un amico pregiudicato per corruzione giudiziaria (Previti), aver fatto per lui alcune leggi per salvarlo dalla galera, aver fatto archiviare inchieste eccellenti come quella su Gladio (si può anche dire “insabbiare”, come scrisse l’Europeo, che Palma denunciò e perse la causa). Ma li ha brillantemente superati tutti. Oltretutto, ad abundantiam, ha pure sposato la figlia dell’ex capo degli ispettori ministeriali che nel 1994-‘95 perseguitò il pool Mani Pulite, Ugo Dinacci, diventando il genero dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore di B. Un bijou. Dopo i numerosi appelli del capo dello Stato per una “figura di alto profilo”, il Cavaliere ha trovato lo statista giusto. Dal centrosinistra, del resto, nessuno ha detto una parola. Napolitano aveva storto il naso sul nome di Anna Maria Bernini, e giustamente: avvocato di Bologna, la signora è entrata in politica non grazie a B. ma a Fini (dunque è già sospetta), e soprattutto non frequenta Previti né ha legiferato per lui (dunque è doppiamente sospetta): vade retro. Così il popolare Cesarone conquista finalmente, seppure per interposta persona e con 17 anni di ritardo, quel ministero della Giustizia a cui agognava fin dal 1994. Allora era ancora incensurato, ma incontrò sulla sua strada un presidente della Repubblica piuttosto fisionomista: a Scalfaro bastò guardarlo in faccia per decidere che era meglio persino Alfredo Biondi. “Se lo conosci, lo Previti”, commentò Montanelli. Anche Ciampi nel 2001 rimandò indietro un ministro della Giustizia: Maroni, respinto per via della condanna a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, uno che visti i successori pare Cavour. Scalfaro e Ciampi avevano letto attentamente l’articolo 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Cioè li nomina lui, non il premier. E, se non gli piacciono, si rifiuta di nominarli. Evidentemente Nitto Palma a Napolitano piace, come gli altri “ministri di alto profilo” nominati negli ultimi mesi: l’imputato per ricettazione Aldo Brancher (poi condannato), l’indagato per mafia Saverio Romano (ora imputato), l’attachè del Biscione Paolo Romani, per non parlare degli ultimi sottosegretari “responsabili”. Ieri, durante la gaia cerimonia della firma al Quirinale, qualcuno ha trattenuto il fiato. Vuoi vedere – sussurrava tremando qualche malpensante – che il capo dello Stato, così allergico ai magistrati che entrano in politica senza dimettersi dalla magistratura, farà una lavata di capo al neoministro, che sta in Parlamento dal 2001 senz’aver mai lasciato la toga, anzi è tuttora in aspettativa, pronto a tornare in servizio alla prima trombatura? Invece niente, per fortuna è filato tutto liscio. I severi mòniti del Colle ai magistrati che usano la toga come trampolino di lancio per la politica sono riservati a quelli come De Magistris, che quando fu eletto europarlamentare attese ben due mesi a dimettersi da magistrato, suscitando le ire di Pigi Cerchiobattista. Ora che il magistrato Palma, da dieci anni deputato, diventa addirittura ministro e, come tale, titolare dell’azione disciplinare contro i suoi colleghi, tutti zitti. Il bello della politica italiana è proprio questo: ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, c’è chi scava più in fondo. Palma farà rimpiangere Alfano che a sua volta ha fatto rimpiangere Mastella che da parte sua aveva fatto rimpiangere Castelli e così via, su su fino a Mancuso, Biondi, Martelli, Rognoni, Martinazzoli. Resta da capire chi, dopo Palma, riuscirà a farlo rimpiangere. Ma che lo si troverà non c’è dubbio: ci penserà il centrosinistra.

di Marco Travaglio, IFQ

28 luglio 2011

Palma alla giustizia, Previti brinda

Magistrato in aspettativa, amico dell’avvocato condannato, prende il posto di Alfano. Napolitano firma nel silenzio delle opposizioni. La Bernini nominata alle Politiche comunitarie.

Il capo dello Stato, ieri pomeriggio, ha detto sì al nuovo Guardasigilli amico dell’avvocato corruttore Cesare Previti, già ministro e deputato berlusconiano. Il successore di Angelino Alfano si chiama Francesco Nitto Palma ed è pure un magistrato in aspettativa, a dieci anni dalla sua prima elezione in Parlamento, nel 2001. Ennesima conferma che le norme punitive che B. vorrebbe per i “magistrati brigatisti e comunisti” in politica non valgono per i pm considerati amici. A tutt’oggi i giudici dimessisi per un seggio parlamentare sono solamente tre: Luciano Violante, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris.

LA “TOGA AZZURRA”

Nitto Palma, attuale sottosegretario all’Interno, è quindi “la figura di alto profilo” chiesta dal Colle per occupare il posto lasciato libero da Alfano, eletto segretario del Pdl. La quarantenne Anna Maria Bernini, ex finiana oggi fedelissima del Cavaliere, si è invece accontentata delle Politiche comunitarie, la poltrona che fu di Andrea Ronchi. La Bernini (suo padre Giorgio, giurista di Bologna, è stato ministro nel primo governo Berlusconi nel 1994) è stata infatti bocciata qualche settimana fa per la Giustizia. “Giovane e inesperta” secondo la moral suasion del Quirinale (che nel 2008 fece le stesse osservazioni anche per Alfa-no, che però passò lo stesso). Con Palma in via Arenula, si realizza per la prima volta in 17 anni il sogno dei falchi ultrà del berlusconismo: la previtizzazione della Giustizia. Non è un caso se Palma, nel 1994, entrò nello staff giuridico dell’allora Guardasigilli Alfredo Biondi, passato alla storia per il decreto salva-ladri. Su Palma, si è rimangiata la parola anche la Lega, tanto per cambiare. All’inizio della settimana, l’ultimatum chiaro di Roberto Calderoli: “Vogliamo un ministro che non parli con gli avvocati del premier”. Ieri, il capogruppo leghista alla Camera Marco Reguzzoni ha salutato la promozione di Palma come “una nomina di alto profilo”. Fa nulla se poi il disco verde all’investitura è venuto da un decisivo colloquio a tre tra il premier, Alfano e Niccolò Ghedini, legale di B. e ideatore di gran parte delle leggi ad personam.    Da magistrato, Palma si è guadagnato la nomea di “insabbiatore” per il caso Gladio (era alla procura di Roma) e ancora prima si è occupato del maxi-processo alle Brigate Rosse, che definì “banda criminale non organizzazione politica”. In questi giorni è stato scritto anche del suo rapporto con Luca Palamara, presidente dell’Anm: il neoministro è stato suo testimone di nozze. Ieri, Palamara ha evitato domande su questo tema e si è limitato a dire: “Con il nuovo ministro ci relazioneremo dal punto di vista istituzionale come accaduto in questi anni”. Insieme con Donato Bruno, presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera e altro candidato per via Arenula, Nitto Palma è la punta di diamante della falange previtiana nel Pdl. L’“amico Cesare”, raccontano, ieri sarebbe stato uno dei primi a fargli le congratulazioni per telefono. Specialista di leggi ad personam, Palma ha fatto di tutto per salvare Previti dalla galera. Del resto proposte e idee del nuovo Guardasigilli sono chiare da dieci anni, dal giorno in cui, cinquantenne, varcò per la prima volta il portone di Montecitorio.

NEL TOTOMINISTRI di allora, nel 2001, il Giornale di famiglia gli pronosticò un posto da sottosegretario alla Giustizia. Ma non ce la fece, nonostante un’intervista altisonante al quotidiano berlusconiano. Il suo pensiero: “La separazione delle carriere è un obiettivo di fondo che va attuato. La tesi che i pm devono avere la cultura della giurisdizione non mi convince”; “l’individuazione dei reati non può essere lasciata a chi non ha responsabilità politica”; “non ho mai ritenuto deflagranti le dichiarazioni dei pentiti, ma piuttosto l’uso che di tali dichiarazioni è stato fatto”. Un anno dopo, nel 2002, Palma propose il ritorno all’immunità totale per i parlamentari, ma B. fu costretto a fare marcia indietro per le proteste dell’alleato Casini. Previti si infuriò più di tutti. Tenace, Palma ci riprovò nel 2003. Previti fu condannato in primo grado per Imi-Sir e la sera “l’amico Nitto” era al suo fianco in una puntata di Porta a porta che scatenò numerose polemiche (la presidente Lucia Annunziata non voleva Previti in studio, ma il dg Cattaneo diede il via libera). Due settimane dopo, il tenace Palma lanciò un lodo Maccanico per legge ordinaria riservato a premier e ministri e loro coimputati. Fu ammirevole nella sua sincerità: “Parliamoci chiaro, si estende la sospensione del processo Sme al coimputato Previti”. Il 2004 è invece l’anno della ex Cirielli, denominata “salva-Previti”. Una sequenza impressionante per la “figura di alto profilo” approdata in via Arenula. Un altro pallino di Palma è stata poi la commissione d’inchiesta su Tangentopoli, “per capire come mai le indagini abbiano colpito in maniera seria alcuni partiti e solo marginalmente altri”. Nel marzo del 2010 è stato coinvolto in un caso di patenti false a Torino. La sua posizione è stata archiviata. Palma è un falco ma non disdegna l’inciucio. Nel 2005, lui e Previti osarono l’impossibile, facendo infuriare B.: accettare il nemico Violante alla Consulta in cambio del sì bipartisan a Donato Bruno. Disse Palma: “Se fossi ancora magistrato e guardassi dall’esterno rimarrei colpito e sbalordito. Dall’interno non mi scandalizzo: questa è la politica”. La stessa che ieri lo ha promosso ministro.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Nessuna opposizione al nuovo Guardasigilli

Perché Anna Maria Bernini no e Nitto Palma sì? Perché Renato Brunetta no e Nitto Palma sì? Il presidente della Repubblica, come stabilisce l’articolo 92, nomina i ministri su proposta del presidente del Consiglio dei ministri. E Giorgio Napolitano ha rifiutato, esercitando una marcata opera di “moral suasion”, di affidare il ministero della Giustizia sia alla Bernini, “troppo giovane e inesperta”, che a Brunetta. Ma non al “Ghedini di Previti”, l’ex pm Nitto Palma.    L’opposizione sembra aver agito di conseguenza. Nessuna indignazione, nessuna resistenza alla nomina del nuovo Guardasigilli. Forse il Partito democratico è occupato dalle questioni interne, ma di certo non si sono viste barricate di fronte all’uomo che si è distinto in Parlamento solo per le leggi ad personam destinate a salvare dalle condanne Cesare Previti.    “Tutti i nomi che sono stati proposti erano impresentabili – dice il presidente forum Giustizia del Partito democratico, Andrea Orlando – la politica di via Arenula non sarebbe certo cambiata con l’uno o con l’altro, quindi tanto vale avere una persona che si sa chi è e perché è stata messa lì, piuttosto che qualcuno sul quale discutere per tre mesi la linea da intraprendere mentre al Senato passa la legge sul processo-lungo”. Provvedimento sul quale Orlando, insieme alla capogruppo Pd in Commissione Giustizia, Donatella Ferranti, chiede a Palma di intervenire: “Mi auguro – hanno dichiarato i due deputati – che il primo atto del ministro sia quello di fermare l’obbrobriosa legge in discussione in queste ore al Senato, il cosiddetto processo lungo ovvero l’ennesima legge ad personam a favore di Silvio Berlusconi”. Certo appare piuttosto difficile che l’ex sottosegretario all’Interno che si è guadagnato sul campo il soprannome di “ultimo difensore di Previti”.    Mentre la capogruppo Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini, già dialoga col neoeletto: “Il nuovo ministro della Giustizia – afferma – faccia subito un gesto utile: chieda più tempo per l’attuazione della delega sul Codice Unico Antimafia. Non bisogna in nessun modo compromettere l’ottimo lavoro che ogni giorno fanno le forze di polizia e la magistratura”.    In casa Idv le cose non sono andate diversamente. L’unica reazione alla nomina di Palma è quella del presidente dei deputati, Massimo Donadi, tutt’altro che barricadera: “Con la sua nomina a ministro della Giustizia – ha dichiarato Dona-di – che negli anni passati lasciò traccia di sé in Parlamento solo per essersi reso promotore di alcune norme ad personam a tutela di Cesare Previti, possiamo dire che, per quanto riguarda la giustizia, il centro-destra continua a percorrere la solita strada. Con lui o con Alfano non cambia nulla a via Arenula. Una nomina in assoluta coerenza con chi lo ha preceduto”.    Eppure quando si trattò di affidare il ministero dell’Agricoltura a Saverio Romano, sotto indagine alla Procura di Palermo per presunti rapporti con la mafia, l’opposizione si mobilitò, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si definì “sconcertato” per l’accaduto e anche Napolitano, prima della firma, espresse le sue riserve in merito ma senza respingere la nomina al mittente.    Contro Romano è aperto anch un processo di sfiducia alla Camera con una mozione presentata da Pd e Idv che però non sarà esaminata prima di settembre per le resistenze opposte dalla maggioranza. Che su Palma ha trovato la strada spianata.

di Caterina Perniconi, IFQ

27 luglio 2011

Quale Codice antimafia?

L’armamentario normativo antimafia è vasto e complesso. Frutto di stratificazioni successive (abbondano i bis, ter, quater, quinquies e via numerando) e gli innesti “emergenziali”, presi d’impeto in stato di necessità, quasi sempre utili ma talora non ben coordinati col resto del sistema. Ne risulta un quadro complessivo spesso disomogeneo, una specie di foresta con alberi d’ogni tipo: alcuni ormai vecchi, da abbattere o rinvigorire; altri da sfrondare; altri ancora da potenziare perché crescano (funzionino) meglio; altri infine da piantare “ex novo” perché siano coperti anche obiettivi oggi sguarniti. Con voto unanime del Parlamento è stata perciò approvata una legge delega per redigere un “Codice antimafia” che armonizzi la materia e introduca i necessari “aggiornamenti”, anche alla luce dell’esperienza maturata in decenni di attività investigativa e giudiziaria.

LODEVOLISSIMA iniziativa, che ha suscitato ampie aspettative, alle quali però si affianca ora qualche preoccupazione per come le cose si stanno articolando. Di qui un appello, che Libera (l’associazione nazionale per la legalità e l’antimafia che fa capo – tra gli altri – a Luigi Ciotti) ha deciso di rivolgere al governo e al Parlamento per una proroga dei tempi di approvazione del decreto conseguente alla legge delega che consenta di correggerne alcuni profili. Importanti sono i risultati raggiunti negli ultimi anni dall’antimafia (anche sul piano legislativo, per esempio con l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati, che ha aumentato di molto le potenzialità di efficace aggressione dei patrimoni mafiosi). Bisogna assolutamente evitare regressioni e nel progetto di decreto legislativo ci sono vari punti che si prestano ad osservazioni critiche. In particolare, nell’appello di Libera si segnala il termine massimo (un anno e sei mesi in appello) entro cui si dovrebbe completare, dal punto di vista giudiziario, l’iter di sequestro e confisca dei beni. Scaduto il termine, il lavoro svolto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura verrebbe azzerato, per cui si tratta di una previsione francamente discutibile: in nome di un corretto principio – giustizia in tempi rapidi e certi – finirebbe per aversi una sorta di diffusa prescrizione di tutte le misure di prevenzione patrimoniale nei confronti delle mafie. Libera manifesta poi preoccupazione per le conseguenze di natura economica e occupazionale che si potrebbero avere con le nuove norme in materia di liquidazione dei beni al fine di soddisfare i diritti dei creditori. In base al nuovo “Codice antimafia” gli amministratori giudiziari dovrebbero sospendere tutti i contratti in essere e liquidare i compendi aziendali.

ANCHE IN QUESTO caso, un principio condivisibile (la tutela dei diritti dei terzi) finirebbe per innescare una procedura che porta, di fatto, alla liquidazione e alla vendita delle aziende o rami d’azienda nonché dei beni immobili, assimilando il procedimento di prevenzione a quello previsto in sede fallimentare. Anche nella percezione dei cittadini, l’effetto sarebbe sconcertante: la mafia dà lavoro e lo Stato… lo cancella, mentre la strada giusta è ovviamente salvaguardare aziende e occupazione.    Sono, come si vede, osservazioni leali e costruttive. Sarebbe assai utile tenerne conto, in un contesto che utilizzi il “Codice antimafia” per introdurre alcune novità di decisiva, fondamentale importanza. Intendo riferirmi alla punizione dell’auto-riciclaggio (oggi il mafioso trafficante di droga che investa lui direttamente il suo denaro sporco in qualche attività apparentemente lecita non commette alcun reato, proprio perché l’autoriciclaggio non è previsto come reato). Intendo riferirmi inoltre all’assoluta, imprescindibile necessità di riscrivere l’art. 416 ter del codice penale sul voto di scambio, oggi punito soltanto nel caso di erogazione di denaro, cioè in un caso che nella pratica non si verifica mai: il portafoglio dei mafiosi è “naturalmente” rigonfio; servono loro concessioni, appalti e altri simili favori; per cui imperniare il delitto di voto di scambio sui contanti equivale a pretendere che un’auto viaggi senza motore, senza ruote e senza benzina.

di Gian Carlo Caselli, IFQ

27 luglio 2011

Il download per salvare il cinema d’autore

Dai non luoghi del web ai siti storici della Capitale. La caccia al cinema d’autore è aperta. Perché, a seconda dei punti di vista, questo è diventato “tesoro” da tutelare o “strega” da cacciar dalle sale – letteralmente – visto che a rischiarci gli investimenti sono rimasti sparuti capitani coraggiosi della cine-distribuzione. La scommessa è sopravvivere. Ironie a margine, è noto che mai come negli ultimi anni i film di qualità – anche vincitori di grandi festival internazionali – rischiano prima l’invisibilità e poi l’oblio. Per limitare entrambe ben vengano idee alternative. Come quelle emerse dalla presentazione della Settimana internazionale della Critica e dei Venice Days-Giornate degli Autori, quei i due vivaci e autonomamente creativi “contenitori” a latere della prossima Mostra di Venezia che si chiuderà il 10 settembre con l’appena annunciato Damsels in Distress di Stillman. Dalla 26ma Sic (Settimana internazionale della Critica) arriva indieframe.tv, il primo por-tale italiano dedicato al cinema di qualità, su cui dal prossimo settembre – il taglio del nastro avverrà al Lido durante la Mostra – sarà possibile visionare opere che allungano la memoria, da Luis Buñuel a Mika Kaurismaki o Takashi Miike, passando per nomi noti solo ai festivalieri come il filippino Brillante Mendoza.

IL SENSO del portale è un esempio di “pronto soccorso” al patrimonio cinematografico mondiale del passato prossimo e del presente (e del futuro) di cui altrimenti si perde /perderà traccia, almeno legalmente. La modalità è il video-streaming o il download. “I costi – illustra Luca Confortini, di Atlantide Entertainment a cui fa capo il progetto – vanno dal gratis ai 5,99 euro per lo streaming, mentre per il download si pagherà dai 3,99 ai 7,99 euro”. Tutto chiaro e lineare, come il concetto che sottende l’iniziativa: “Non si tratterà solo di film senza distribuzione, ma anche di titoli che – pur avendo un marchio distributivo – in sala hanno avuto vita brevissima, quasi inesistente . Di alcune opere abbiamo comprato i diritti per l’uscita homevideo, mentre altre sono già disponibili sull’altro nostro portale tematico, http://www.queerframe.tv  , che è stato il primo in assoluto in Italia”. Totalmente fisici e alquanto polverosi sono invece i siti del cinema d’autore toccati dal road-documentary Voi siete qui, che vedremmo sempre al Lido nella vetrina dell’ottava edizione dei Veni-ce Days-Giornate degli Autori. Ideato dai critici Alessandro Boschi e Alberto Crespi si propone sotto la regia di Francesco Matera di guidare lo spettatore attraverso quei luoghi di Roma che il grande cinema italiano ha utilizzato, trasfigurato e magari reso noti nel corso del tempo. E qui, a differenza di opere odierne invisibili in sale, parliamo di passato storico da (ri)conoscere, tutelare e divulgare. “L’obiettivo del film – dice Alberto Crespi – è di arrivare a tutti, non solo ai cinefili. Opteremo per una destinazione televisiva e in dvd, perché ciò che andremo a percorrere sono momenti e luoghi di un bene comune come il nostro miglior cinema, da come appare oggi il sito in cui fu rubata la bici di Ladri di biciclette alla casa di famiglia di Carlo Verdone sul lungotevere davanti a Trastevere dove il regista ha girato la scena elettorale di Bianco, rosso e verdone”.

di Anna Maria Pasetti, IFQ

27 luglio 2011

Mi porti un piacione a Firenze

Domanda: cosa unisce Claudio Scajola e Matteo Renzi? Risposta: Michelangelo! Purtroppo non si tratta di enigmistica da spiaggia, ma di ciò che si desume dalla lettura dei quotidiani di questa settimana.    Ma andiamo con ordine. Il sindaco di Firenze ha appena lanciato la proposta di costruire la facciata che, mezzo millennio fa, Michelangelo aveva progettato per la basilica medicea di San Lorenzo e che non fu mai messa in opera.    Si tratta di un’idea grottesca per molti motivi: la chiesa non ha alcun bisogno di avere una facciata, visto che la sua incompiutezza è ormai storicizzata ed è entrata nell’iconografia della città. Inoltre, nonostante i modelli e i disegni, è assolutamente impossibile costruire ora la facciata ‘di’ Michelangelo senza creare un falso tremendamente kitsch (sarebbe come scrivere oggi un concerto di Bach basandosi su suoi appunti e su qualche pentagramma di suo pugno). Ma, soprattutto, lascia attoniti che un sindaco giovane e che fa del rinnovamento la sua bandiera, non sappia proporre niente di meglio della tipica ricetta fiorentina: campare di rendita alle spalle di un passato illustre, senza aver la minima capacità di aprire gli occhi sul mondo di oggi. Altro che rottamazione: ci manca solo che Renzi posi la prima pietra della facciata lau-Renziana indossando uno dei grembiuli da cucina con il torso e il sesso del David che si vendono ad ogni angolo della kasbah turistica fiorentina.

E IN QUESTO marketing artistico Renzi non è stato nemmeno originale. L’idea della facciata era stata di Eugenio Giani – inaffondabile presidente del consiglio comunale fiorentino –, il quale però avrebbe voluto, più modestamente, realizzarla in materiali effimeri: una più innocua baracconata, tipo ‘sagra di Michelangelo’. Giani è anche il presidente di Casa Buonarroti, il museo michelangiolesco cittadino: e anche in quella sede si è dato molto da fare, consegnando la politica espositiva del museo nelle mani dell’Associazione culturale Metamorfosi, diretta dall’ex politico Pci Pietro Folena.

I RISULTATI sono stati decisamente spericolati: l’anno scorso il senatore Mario Cutrufo, vice-sindaco della capitale, si è portato a Londra un disegno della collezione fiorentina per promuovere il ‘prodotto Roma’. E ora (23 luglio) il Fatto rivela che una società vicina all’ex ministro Scajola (la Meet Comunicazione) ha provato a vincere, senza gara, un finanziamento di 7 milioni e mezzo di euro, erogato dal ministero del Turismo, vantando “la possibilità di utilizzo in esclusiva [sic!] delle opere di Michelangelo” conservate nel museo fiorentino presieduto da Giani. Proprio come nel film in cui Totò vende la Fontana di Trevi, le cose non sono come sembrano e un’altra società (la Demax) si è fatta avanti rivendicando di “avere un’opzione sui disegni di Michelangelo per un’eventuale mostra”.

Di fronte a questo squallido mix di marketing politico e mercato vero e proprio non è difficile immaginare che Michelangelo si stia rumorosamente rotolando nella sua tomba di Santa Croce. Ma come dimenticare un’altra tragicomica puntata della soap buonarrotiana? In una stanza della soprintendenza a pochi metri dallo studio di Renzi in Palazzo Vecchio, giace (inaccessibile quasi fosse sotto sequestro) il piccolo Cristo ligneo che il povero Sandro Bondi comprò per lo Stato quasi tre anni fa credendolo di Michelangelo e pagandolo oltre 3 milioni di euro. Bondi cadde in un trappolone tutto fiorentino: fiorentinoilmercantechel’aveva comprato in America per 10.000 euro (il suo vero valore); fiorentino il lancio mediatico di quella bizzarra attribuzione, curato dall’onnipotente soprintendente Antonio Paolucci; fiorentina l’idea di farlo comprare allo Stato attraverso una pratica curata dall’attuale soprintendente Cristina Acidini. E se la Corte dei conti e la Procura di Roma non si fossero messe nel mezzo, oggi quella banale scultura anonima di qualche legnaiuolo del Rinascimento sarebbe esposta al Museo del Bargello con scritto “Michelangelo” sul cartellino.    A essere onesti, tuttavia, bisogna riconoscere che la mercificazione della storia dell’arte non è appannaggio esclusivo di una città che pare condannata a vendere eternamente i gioielli di famiglia. Come spesso gli capita, anzi, Matteo Renzi avverte e intercetta una tendenza generale.

POCHI GIORNI fa, per esempio, il presidente della Triennale di Milano, Davide Rampello, ha indicato come modello vincente per la rappresentazione dell’Italia all’estero quanto si è realizzato all’ultima Expo di Shanghai, dove si è ricostruita in scala uno a uno la scena del Teatro Olimpico di Andrea Palladio. Rampello è stato direttore artistico di Canale5 e ha fondato la società televisiva Grandi Eventi: niente di strano che trovi naturale raccontare l’Italia come una grande Disneyland in cui si cerca di mettere a reddito l’unico brand su cui nessuno vanta diritti, e cioè il nostro glorioso passato culturale. La stessa visione domina ormai il ministero dei Beni culturali, dove il direttore generale per la valorizzazione, Mario Resca (uomo Eni e Monda-dori) ha appena ordinato alle esterrefatte soprintendenze di spedire a Pechino alcuni “capolavori assoluti” (sic) per una grande mostra sul Rinascimento fiorentino che tiri la volata al marketing italiano in Cina. Gli esempi della mercificazione della storia dell’arte, sono così tanti che per seguirli bisognerebbe tenere una rubrica quotidiana: dal David bronzeo di Donatello trascinato materialmente tra gli stand della Fiera di Milano, alla pubblicità supertrash della Regione Calabria, dove i Bronzi di Riace sono ridotti a coatti da spiaggia. Se alla fine la facciata ‘michelangiolesca’ di San Lorenzo si costruirà davvero, sarà un perfetto monumento alle velleità autocelebrative di una classe dirigente bipartisan che capovolge sistematicamente l’articolo 9 della Costituzione strumentalizzando a proprio vantaggio quello stesso patrimonio che contribuisce a degradare inesorabilmente.

di Tomaso Montanari, IFQ

27 luglio 2011

Alitalia, patrioti un corno

Lo chiamavano “salvataggio dell’italianità”: ci è costato 4 miliardi. E Air France è sempre dietro l’angolo

Se le Ferrovie piangono, Alitalia non ride. E se le condizioni di un paese si misurano anche con la qualità del suo sistema di trasporti, le vicende Fs e Alitalia, a cui si aggiunge un caro benzina da incubo, oltre 1,60 euro al litro, sono la spia di un inesorabile scivolamento verso la serie B. I dirigenti della compagnia un tempo pubblica e oggi nelle mani di un manipolo di privati “patrioti” voluti da Silvio Berlusconi e guidati dalla coppia Rocco Sabelli e Roberto Colaninno, hanno impiegato quasi due giorni per rendersi conto che l’incendio scoppiato sabato notte alla stazione Tiburtina stava sconvolgendo l’Italia dei treni, e quindi era un’occasione da cogliere al balzo per loro manager di un’azienda dei voli . E che il tempestivo intervento Alitalia sarebbe stato non solo un affare per la compagnia, ma anche una mano santa per i viaggiatori che avrebbero trovato un’alternativa al treno.

Solo nel pomeriggio di lunedì, dopo che gli italiani in viaggio erano rimasti da domenica in balìa di se stessi, senza alternative ai treni, e dopo che ai centralini della compagnia aerea stavano arrivando richieste di biglietti superiori del 30% alla media stagionale, un comunicato ufficiale ha informato che Alitalia stava opportunamente ampliando la sua offerta. Non con un incremento del numero di voli tra Roma e Milano, però, impossibile da attuare perché grazie al benevolo intervento di Berlusconi di tre anni fa, Alitalia ha di fatto acquisito il monopolio su quella tratta potendo contare sul numero massimo di slot disponibili, cioè di bande orarie per il decollo e l’atterraggio.

Riflessi zero

La compagnia ha potuto aumentare solo l’offerta di posti, sostituendo dove ha potuto aerei più piccoli come gli Embraer o gli Md 80 con velivoli più capienti, tipo Airbus A321 da 200 posti o Airbus A320 da 165 posti. Il numero aggiuntivo di sedili, pari circa al 50% di quelli di solito dedicati alle classi economiche, è stato offerto alla clientela a tariffe basse, all’interno di un sistema tariffario che sul Roma-Milano di solito si articola su 4 fasce e la bellezza di 10 prezzi diversi, da un minimo di circa 140 euro a un massimo di 700. Gli altri posti sono stati invece venduti con i criteri tradizionali, cioè non è stata considerata l’eccezionalità del momento e quindi non è stato affatto abbandonato o mitigato il sistema di incremento del prezzo, anche notevole, per le prenotazioni arrivate a ridosso della partenza del volo. Considerato che i posti a prezzi economici erano limitati e che date le condizioni molti viaggiatori si sono trovati proprio nella situazione di dover prenotare all’ultimo tuffo, è facile intuire che siano stati costretti ad accettare prezzi non proprio popolari, in qualche caso amatoriali. La decisione Alitalia di aumentare la capienza ha comunque contribuito a far tirare un po’ il fiato al sistema nazionale dei trasporti alleviando almeno in parte i disagi dei viaggiatori che come perseguitati dal Generale Agosto, ogni estate sono alle prese con qualche grana.

A distanza di tre anni dalla privatizzazione voluta da Berlusconi, il bilancio dell’attività Alitalia non è esaltante e di mese in mese appare sempre più inevitabile lo sbocco già allora previsto da molti esperti e cioè che la compagnia italiana, di fatto rimpicciolita e semiregionalizzata, alla fine finisca per entrare da una posizione subalterna e ancillare nell’orbita della potente Air France.

Frontiera 2013

Oggi la compagnia francese detiene il 25% del capitale azionario Alitalia e, in base al cosiddetto “lock up”, non potrebbe incrementare la sua quota prima del 2013. Da quella data, però, cade ogni vincolo e la parola torna al mercato. Di certo per Alitalia non sono state affatto mantenute le mirabolanti promesse profuse a piene mani dal capo del governo, proclamatosi allora “presidente aviatore”. A quei tempi Berlusconi vagheggiava 4 miliardi di investimenti che “sarebbero potuti diventare anche 5 o 6”. Mai visti. Assicurava che sarebbero aumentati i dipendenti e si sarebbe sviluppato l’indotto, ma mentre allora i dipendenti erano 21 mila, oggi sono 14 mila e l’indotto si è sgonfiato. Ma soprattutto non si sono avverate le profezie economiche di fondo collegate al lancio berlusconiano della nuova Alitalia e cioè la previsione che essa avrebbe favorito lo sviluppo del turismo e smesso di pesare sulle spalle dei contribuenti.

Tutti a Zanzibar

Per quanto riguarda il turismo, a parte la crisi nera che sta investendo il nostro paese, proprio qualche settimana fa, per ironia della sorte, Alitalia ha deciso di avviare una scelta che invece di incrementare il trasporto dei turisti verso l’Italia, punta a direttrici di segno opposto, con il lancio fin da questo autunno di voli charter dall’Italia verso mete esotiche, dalle Maldive a Zanzibar. Per quanto riguarda i contribuenti, Berlusconi non ha mai conteggiato, come se non esistessero, i costi sociali di circa 8 mila dipendenti in meno e i costi degli ammortizzatori che lo Stato deve pagare per 4 anni. A conti fatti, il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia è costato circa 4 miliardi di euro ai contribuenti, così come emerge anche dalle carte del liquidatore Augusto Fantozzi, dimissionario da alcuni giorni, da quando ha capito che il governo avrebbe voluto tenerlo sotto tutela affiancandogli due co-commissari mettendolo nella condizione di non poter avviare in coscienza e autonomia la richiesta di danni ai vecchi amministratori per la mala gestione della compagnia.

di Daniele Martini, IFQ

27 luglio 2011

Il guaio è il rapporto tra politica e affari

Gentile on. Bersani, grazie per aver raccolto alcuni degli interrogativi che le abbiamo posto sul Fatto Quotidiano. E anche per esser uscito dalle generiche declamazioni di principio, entrando per la prima volta nel merito delle questioni che La riguardano. Credo che gliene siano grati, oltre ai nostri lettori, anche i suoi elettori. La invitiamo fin d’ora a un confronto più diretto nella nostra redazione, magari davanti alle telecamere della nostra nascente web-tv, come abbiamo già fatto con l’on. D’Alema. Infatti non tutte le Sue argomentazioni mi hanno convinto e provo, in estrema sintesi, a spiegarLe perché.

1. È vero che ai politici, oltre a condotte che dovrebbero essere scontate come rispettare la magistratura, fare un passo indietro se indagati o imputati di reati gravi, applicare la presunzione di innocenza e così via, “tocca produrre riforme che tolgano la possibilità alla corruzione”. Le domando, siccome Lei è stato due volte ministro nei sette anni dei governi di centrosinistra, quando mai ne avete prodotta una: io ricordo solo controriforme che hanno agevolato la corruzione e garantito l’impunità per corrotti e corruttori, come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, il nuovo 513 Cpp, la legge costituzionale abusivamente detta “giusto processo”, la riforma penale tributaria che prevede amplissime soglie di non punibilità per gli evasori fiscali, l’indulto extralarge del 2006 esteso a corrotti e corruttori.

2. Lei invoca giustamente “meccanismi di garanzia e limitazione del rischio nei partiti”. E rivendica il draconiano “codice etico” del Pd, “più stringente di un normale percorso giudiziario”. Siccome però il Suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati (Carra per falsa testimonianza e Papania per abuso d’ufficio), più vari inquisiti e imputati, ed è riuscito l’anno scorso a candidare a presidente della Regione Campania e poi a sindaco di Salerno un signore imputato per corruzione e concussione, Le domando: quel codice prevede deroghe così generose, o ha maglie così larghe da lasciar passare simili soggetti? E in base a quale codice etico, due anni fa, avete mandato al Senato Alberto Tedesco, il vostro assessore alla Sanità della giunta Vendola che si era appena dimesso perché indagato per corruzione? Senza quel gesto, epico più che etico, Tedesco sarebbe agli arresti, come i suoi coindagati che non hanno avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento: è questa la “parità dei cittadini davanti alla legge”?

3. Nella “triangolazione Gavio-Bersani-Penati” c’è poco di suggestivo. Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?

4. Nel 2004, quando “favorì l’incontro” Gavio-Penati, Lei non era ministro delle Attività produttive, visto che allora governava Berlusconi: Lei era un semplice europarlamentare. A che titolo “favoriva l’incontro” fra un costruttore privato e il presidente della Provincia? E perché l’incontro avvenne in gran segreto? Non c’è nulla di male se un costruttore e il presidente della Provincia, soci in un’autostrada, s’incontrano: purché lo facciano alla luce del sole, negli uffici della Provincia, e al termine diramino un comunicato per informare i cittadini del tema trattato e delle decisioni prese. Nella massima trasparenza. Invece Penati incontrò Gavio in un hotel romano, tra il lusco e il brusco. E se sappiamo di quell’incontro, e del Suo ruolo di facilitatore, è solo grazie alle intercettazioni dei pm di Milano. Le pare normale?

5. Su Pronzato non ho scritto inesattezze, come del resto Lei finisce per ammettere nella sua onesta autocritica. Il signore in questione fu Suo consigliere al ministero, poi il Pd lo indicò nel Cda dell’Enac e contemporaneamente lo nominò responsabile per il trasporto aereo del partito. Non è questione di “doppio incarico inopportuno”, ma di conflitto d’interessi tra incarico pubblico e di partito. Un conflitto d’interessi che gli ha consentito con una mano di favorire l’azienda aeronautica dei Paganelli all’Enac e con l’altra di spartirsi la tangente con Morichini, procacciatore di fondi per la fondazione Italianieuropei di D’Alema.

6. Se davvero Lei vuole “allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio”, è proprio sicuro che il compito di un politico sia quello di patrocinare scalate e fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, anziché scrivere regole severe e poi farle rispettare dagli organi di garanzia, restando fuori dalla mischia? Non ritiene pericoloso che l’arbitro si metta a giocare la partita con una delle squadre?

7. Qui non si tratta di “alludere a combine poco chiare o addirittura a illeciti” da Lei commessi, onorevole Bersani. L’ho scritto e lo penso. Qui si contesta una concezione malata dei rapporti tra affari e politica. La stessa che nel 1999 portò D’Alema e Lei a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” che s’ingoiarono la Telecom a debito, coi soldi delle banche, riducendola a un colabrodo. La stessa che nel 2004 portò Lei e Fassino, come rivelò ai magistrati Antonio Fazio mai smentito né querelato, a recarvi dall’allora governatore di Bankitalia per patrocinare la fusione tra Montepaschi e Bnl. La stessa che nell’estate 2005 portò Lei, D’Alema, Latorre e Fassino a sostenere, in pubblico e in privato, l’allegra brigata dei furbetti del quartierino che con metodi illeciti e banditeschi tentavano di saccheggiare un bel pezzo del sistema bancario ed editoriale, e a difendere fino alla fine il loro indifendibile padrino Antonio Fazio. Tutte queste vicende, a mio modesto parere, spiegano come mai la sinistra italiana se n’è sempre bellamente infischiata del conflitto d’interessi di Berlusconi. E appaiono pure in lieve contrasto con la Sua fama di “liberalizzatore”: ricordano piuttosto i pianificatori da Gosplan dei piani quinquennali sovietici. Trent’anni fa a domani, Berlinguer rilasciava la celebre intervista a Scalfari sulla questione morale: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni… gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali…”. Io una ripassatina gliela darei.

di Marco Travaglio, IFQ

27 luglio 2011

Ponte Galeria inferno inutile

Una ragione grave ha indotto un gruppo di senatori e deputati (tutti di opposizione) ad andare a Ponte Galeria, il cosiddetto Centro di Identificazione e di espulsione di Roma,ovvero la prigione di immigrati e profughi catturati a caso, rinchiusi a caso, detenuti senza spiegazioni, senza ragioni e senza capire. Lo stesso giorno, il 25 luglio, altri deputati e altri senatori si sono presentati ai Cie in tutta Italia. È accaduto che il governo Bossi-Maroni (al momento ancora formalmente presieduto da Berlusconi) abbia appena stabilito, in modo del tutto arbitrario e mentre tutto accade, nel mondo e in Italia, tranne che un’emergenza immigrati, che la detenzione cieca, che era di sei mesi, sia adesso improvvisamente diventata una detenzione cieca di un anno e mezzo. Ho scritto “cieca” perché niente è chiaro o spiegato o documentato in questa brutta storia. Per essere sicuro che resti cieca, il governo Bossi-Maroni ha deciso, contro la Costituzione, di vietare l’ingresso ai giornalisti, impedendo dunque qualunque informazione per i cittadini e per l’opinione pubblica internazionale. Il 25 luglio a Roma c’erano il presidente dell’Ordine dei giornalisti, C’era il segretario della Federazione della stampa. C’erano televisioni e decine di colleghi giornalisti. Dal tetto di uno degli edifici-prigione alcuni detenuti ribelli chiedevano di incontrare i giornalisti e di parlare. Per la stampa non è entrato nessuno.    E purtroppo nessun giornale o Tv (breve eccezione, il Tg3) ha condiviso la protesta o almeno dato spazio a questa notizia non insignificante. Siamo entrati noi, i deputati e senatori, e abbiamo incontrato gente disperata in un carcere costruito con mura altissime, sbarre da massima sicurezza, impianti da grave e pericolosa emergenza. Intorno, con la funzione umiliante dei carcerieri, soldati italiani in divisa da guerra, con l’identificazione tricolore sul braccio, qualcosa che i prigionieri, che sono tutti giovani e prima o poi ritorneranno nel mondo, non dimenticheranno. Dentrofunzionarieagentidipolizia,prigionierialorovolta di una folle invenzione, a cui è stato imposto, nonostante la ben diversa professionalità di fare i sorveglianti, di qua dalle sbarre altissime, che tengono a bada prigionieri che non hanno commesso alcun reato. Tutto è folle qui, dalla violazione dei più elementari diritti garantiti dai trattati che l’Italia ha firmato, allo sfregio della nostra Costituzione. Tutto, tranne il dolore e il senso di assurdo che viene dal non sapere il perché (l’arresto) e quando (la liberazione). Le mani si protendevano dietro le sbarre e noi le abbiamo strette facendo promesse che, da minoranza nelle Camere, non potremo mantenere.    Due cose però accadranno. I giornalisti non smetteranno di rivendicare il loro diritto (e avranno tutto il nostro sostegno e il sostegno di molti cittadini). E costituiremo, sul modello proposto dai Radicali, un gruppo di giuristi e avvocati per affrontare questo grave problema legale e morale che infetta e degrada la vita italiana.

di Furio Colombo, IFQ

27 luglio 2011

Italy: A throne under threat

Rebellion against Silvio Berlusconi is on the rise within his party

It was supposed to be a public demonstration of unity by the party faithful, from cabinet ministers down to small-town mayors, delivering standing ovations and fulsome speeches of support.

Following a tough year of electoral setbacks and personal scandals, a weary yet outwardly defiant Silvio Berlusconi had just installed his loyal 40-year-old justice minister as secretary of their People of Liberty party, setting in motion what was intended to be a gradual and orderly transfer of power after leading Italy’s centre-right for the past 17 years.

But the display of unanimity was not all it seemed. Among those rising to their feet in applause in that Rome conference centre on July 1 was a group of party veterans working to dislodge the 74-year-old prime minister sooner rather than later – and bypass his choice of the malleable Angelino Alfano, 40, as heir apparent.

“If the market goes against us, then it is clear that this government cannot last long,” reasons one of the rebels, speaking on condition of anonymity. “We have to persuade Berlusconi to quit,” he adds, pointing to a government that has lost credibility in its efforts to prevent the eurozone’s third-largest economy, with a debt mountain of 120 per cent of gross domestic product, from catching Greek contagion.

The internal rebellion is gathering pace amid a disillusionment among Italians with their political elite. It has spawned “end of era” headlines and comparisons with 1993, when the established parties were swept away by a wave of corruption scandals in the midst of an economic crisis.

With his wealth and populist charisma, Mr Berlusconi has survived numerous scandals over the past decade. But his compact with the Italian people – that they would ignore his foibles while all shared greater prosperity – has fallen apart after years of economic stagnation trumped by the “sacrifices” they are now asked to bear under his austerity programme.

This time it is the eurozone sovereign debt crisis and a sharp increase in Italy’s borrowing costs, to their highest since the launch of the euro in 1999, that are driving the veterans to think of an alternative to Mr Berlusconi – possibly as early as this summer. “Berlusconi is spending too much time on laws to protect himself, too engrossed in his personal problems, unable to think of the bigger picture, of the modernisation of the country he had promised,” the rebel says in his parliamentary office.

The axe would also fall on Giulio Tremonti, finance minister. His austerity budget, rushed through parliament this month, is seen as inadequate. Critics say the package lacks genuine reforms to kick-start a near-stagnant economy, yet imposes sacrifices on ordinary people while the well-paid political elite flounders in endless corruption scandals. Tougher spending cuts are needed in a supplementary budget, the person warns.

Mario Baldassarri, former deputy finance minister who was among a small group to quit Mr Berlusconi’s party a year ago, says: “With this budget the government loses its credibility in the markets. The market judgment is: what you did is better than nothing but not good enough. The test is not over.” Now head of the senate finance committee, Mr Baldassarri says the budget does not take into account its deflationary impact and relies too heavily on revenue increases. He estimates that real cuts of €60bn ($87bn) are required, equivalent to some 2.6 per cent of GDP.

That some are scheming to remove Mr Berlusconi is an open secret – even parts of his media empire are reporting it, without mentioning names, as each week brings fresh evidence of the billionaire prime minister’s vulnerability and isolation.

On July 9 a Milan appeals court, ruling in a case that has its origins more than 20 years ago, ordered Mr Berlusconi’s Fininvest holding company to pay €560m to CIR, a media rival, in damages on the basis that Fininvest had wrongfully gained control of the Mondadori publishing house by bribing a judge in 1991.

Marina Berlusconi, his eldest daughter and chairwoman of Fininvest, denounced the ruling as “the umpteenth scandalous episode of an insane aggression” by the courts against her father, who is facing three separate trials for corruption, tax fraud and sex with an underage prostitute.

Incensed at the ruling, Mr Berlusconi disappeared from public view for a week and spent July 11 – when Italy was under its severest attack to date from the markets – ensconced in Milan with his family and lawyers dealing with Fininvest. However, after a public outcry, he abandoned efforts to insert a clause into the budget legislation that would have allowed Fininvest to delay payment pending a second and final appeal.

If the next generation of Berlusconis, who manage and own parts of his empire, decide that their father’s position as prime minister is a liability, they might favour trying to convince him to withdraw from political life. On the other hand, as some argue, it is only by remaining in power that the padrone can keep at bay the magistrates – and rivals such as Rupert Murdoch, whose Sky Italia satellite broadcaster wants to make further inroads into the local market.

The powers of Mr Berlusconi to protect his own have taken a big dent. Last week, parliament for the first time voted to strip an MP accused of corruption of his immunity from arrest. Alfonso Papa, from the prime minister’s party, was taken to a Naples prison that evening, protesting his innocence. He has not been charged but remains under preventive arrest.

The vote exposed deepening divisions between Mr Berlusconi and his troublesome allies in the rightwing and federalist Northern League, who sided with the opposition in authorising Mr Papa’s detention.

“Be afraid! The handcuffs are coming back,” trumpeted Il Giornale, a Berlusconi family newspaper, warning of a return to the tangentopoli – bribesville – era of the early 1990s, when what the right wing saw as an overzealous judiciary destroyed the political establishment, to be replaced in 1993 by a caretaker government led by Carlo Azeglio Ciampi, then governor of the Bank of Italy.

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Parallels are being drawn. Then, as now, Italy was in the depths of a financial crisis – having just been forced to devalue the lira and exit the European exchange rate mechanism, the euro’s precursor, along with sterling.

Today, notes La Repubblica, a centre-left daily, at least 84 MPs – nearly one-tenth of parliament – are under investigation, awaiting trial or already convicted. Of those, 49 are in Mr Berlusconi’s party. Saverio Romano has become the first serving minister to be ordered to stand trial for ties with the mafia. The opposition centre-left Democrats are not immune from corruption scandals either.

As in 1993, Mr Berlusconi and his allies fear their downfall and replacement by a government of technocrats.

Those close to the prime minister insist he is not the type to quit. Last Friday – making his first public statement for more than two weeks – Mr Berlusconi insisted the government would “go ahead” and that his coalition with the Northern League was intact. Paralysis is the result, says the daily Corriere della Sera, noting that Italy has a government that can survive votes of confidence because no one wants to risk elections, but does not have the strength to implement meaningful legislation.

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Mr Napolitano, the 86-year-old state president who is a former communist, has earned the respect of many Italians for his calm and calls for national unity in handling the storms of the past weeks. Although he is understood to be in contact with Mr Monti and is considering contingency plans in the event of a government collapse, he has also made clear he will not step beyond his constitutional role by forcing Mr Berlusconi’s hand.

Instead Mr Berlusconi’s fate lies more in the hands of highly jittery debt markets and of Athens. Investors initially reacted negatively to Mr Tremonti’s austerity budget – undermining his claims to be the guardian of both Italy and the euro – and gave Italy only a brief respite after eurozone leaders agreed last Thursday on a new bail-out package for Greece.

Italian politicians of all stripes are becoming fluent in the jargon of 10-year yields and spreads over German bunds, as Italy’s performance on the markets becomes the best gauge of the severity of the eurozone crisis, its public debt of €1,900bn nearly three times as large as that of Greece, Portugal and Ireland combined. With yields and spreads at 5.64 per cent and 289 points respectively on Tuesday, Italy’s borrowing costs are considerably higher than when the latest Greek deal was struck.

Italy

“A psychological Rubicon was crossed, in the sense that the markets now no longer perceive the ‘soft’ core of the eurozone to be immune from this crisis,” says Nicholas Spiro, head of Spiro Sovereign Strategy, a London consultancy. “Italy has been put on guard and still remains vulnerable.”

The same could be said for Mr Berlusconi.

By Guy Dinmore, Financial Times

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26 luglio 2011

Lazio, i soldi per la pubblicità sì quelli per i pazienti mai

La Polverini spende 15 milioni di euro per la comunicazione aerea Intanto l’ospedale Santa Lucia rischia di chiudere

   Chissà cosa penseranno i pazienti, piccoli e grandi, ricoverati al Santa Lucia quando vedranno sfrecciare nei cieli della Capitale roboanti aerei o elicotteri addobbati con le icone della Regione Lazio. I bimbi (quelli che saranno nelle condizioni di farlo) forse saluteranno con la manina. Non sapranno che, per pubblicizzare il Colosseo o l’Agro Pontino, la presidente Polverini spende 15 milioni di euro in tre anni, cinque dei quali in soli tre mesi del 2011. Eppure, quando uno dei migliori istituti in Italia per la riabilitazione neuromotoria (accreditato presso la Regione) chiuderà, forse anche quei pazienti si interrogheranno sulle scelte incomprensibili della politica laziale. Lo farà sicuramente il giornalista Lamberto Sposini, ricoverato lì da qualche giorno dopo l’emorragia cerebrale che lo ha colpito a fine aprile pochi minuti prima di andare in onda. Per volere della famiglia, l’istituto non diffonde bollettini medici, ma da quando è stato trasferito le sue condizioni sembrano migliorare.

LA FONDAZIONE Santa Lucia (che è anche un Ircss, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) ha maturato un credito nei confronti della Regione Lazio di oltre 90 milioni di euro. Non solo colpa della Polverini, per carità, visto che tutto è cominciato con l’ex presidente Marrazzo. Ma proprio lei, che in campagna elettorale si era spesa con tanto di maglietta per sostenere l’istituto, non solo non ha la minima intenzione di onorare quel debito, ma continua a tenere 2500 pazienti (la media annua dei ricoverati), 750 dipendenti e 450 studenti appesi alle commesse mensili.    La Regione eroga (“ma finora siamo stai pagati solo su protesta”, sottolinea il direttore generale, Luigi Amadio) tre milioni e 200 mila euro ogni mese, soldi che dovrebbero servire a pagare i dipendenti, i fornitori e a garantire gli standard elevati di qualità (anche attraverso la ricerca scientifica) e che invece bastano a malapena per gli stipendi. “Il livello delle prestazioni non è sceso e ci siamo impegnati a corrispondere con puntualità i salari – prosegue Amadio –, ma accumuliamo debiti con i fornitori. Per cui ogni mese quel credito di 90 milioni aumenta”. E questo nonostante una quarantina di ricorsi al Tar e due decreti ingiuntivi del Tribunale di Roma (per sei milioni di euro). Quando finalmente un giudice riuscirà a imporre il pagamento, il danno erariale per la Regione sarà tale che forse anche la Corte dei conti avrà qualcosa da ridire. La governatrice, nel giugno scorso, ha annunciato al mondo di aver elargito al Santa Lucia 48 milioni di euro. Se fosse vero, mancherebbero giusto i 15 spesi per la pubblicità a garantire al Santa Lucia la sopravvivenza annua. Ma invece, secondo la Fondazione, non sono arrivati neanche quei 48: “La Regione ha corrisposto i tre milioni e 200 mila euro al mese in sette tranche, per un totale che supera di poco i 22 milioni”, fanno sapere dalla direzione.

FORSE ALLORA la presidente ha fatto una gran confusione, o non è stata bene informata: per il 2010 la Regione aveva proposto alla Fondazione un contratto di remunerazione di 51 milioni, a fronte dei 65 richiesti. Un contratto che non è mai stato firmato dall’amministrazione.    Eppure per l’istituto si sono spesi anche tanti politici. Oggi sarà la volta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che visiterà l’ospedale, ma in passato si sono interessati della sorte del centro il Campidoglio, la commissione Affari sociali di Montecitorio, quella parlamentare presieduta dal senatore Pd, Ignazio Marino, le opposizioni in consiglio regionale. Rispondendo a un’interpellanza urgente della deputata udc Anna Teresa Formi-sano, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha confermato di aver incontrato quattro volte la direzione del Santa Lucia e ha annunciato di individuato una soluzione condivisa. Notizia confermata dal dottor Amadio che, pur non volendo entrare nel dettaglio, ha spiegato che si tenterà un convenzionamento extra budget regionale con l’Inail e con il ministero della Difesa. Ma è chiaro che, fino a quando non si metterà tutto nero su bianco, tra i 325 posti letto dell’ospedale regna lo sconforto.    Chi vive a Roma dalle parti della sede della Regione Lazio ormai ci è abituato: una volta al mese incorre nelle proteste di pazienti in carrozzina, personale e amministrazione del Santa Lucia. Vanno a bussare alla porta della Polverini e della commissione Sanità. Ma si vede che sbagliano giorno. Forse la prossima volta, alzando gli occhi al cielo, potranno salutare la governatrice impegnata in qualche giro d’onore.

di Silvia D’Onghia, IFQ

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