Mi porti un piacione a Firenze

Domanda: cosa unisce Claudio Scajola e Matteo Renzi? Risposta: Michelangelo! Purtroppo non si tratta di enigmistica da spiaggia, ma di ciò che si desume dalla lettura dei quotidiani di questa settimana.    Ma andiamo con ordine. Il sindaco di Firenze ha appena lanciato la proposta di costruire la facciata che, mezzo millennio fa, Michelangelo aveva progettato per la basilica medicea di San Lorenzo e che non fu mai messa in opera.    Si tratta di un’idea grottesca per molti motivi: la chiesa non ha alcun bisogno di avere una facciata, visto che la sua incompiutezza è ormai storicizzata ed è entrata nell’iconografia della città. Inoltre, nonostante i modelli e i disegni, è assolutamente impossibile costruire ora la facciata ‘di’ Michelangelo senza creare un falso tremendamente kitsch (sarebbe come scrivere oggi un concerto di Bach basandosi su suoi appunti e su qualche pentagramma di suo pugno). Ma, soprattutto, lascia attoniti che un sindaco giovane e che fa del rinnovamento la sua bandiera, non sappia proporre niente di meglio della tipica ricetta fiorentina: campare di rendita alle spalle di un passato illustre, senza aver la minima capacità di aprire gli occhi sul mondo di oggi. Altro che rottamazione: ci manca solo che Renzi posi la prima pietra della facciata lau-Renziana indossando uno dei grembiuli da cucina con il torso e il sesso del David che si vendono ad ogni angolo della kasbah turistica fiorentina.

E IN QUESTO marketing artistico Renzi non è stato nemmeno originale. L’idea della facciata era stata di Eugenio Giani – inaffondabile presidente del consiglio comunale fiorentino –, il quale però avrebbe voluto, più modestamente, realizzarla in materiali effimeri: una più innocua baracconata, tipo ‘sagra di Michelangelo’. Giani è anche il presidente di Casa Buonarroti, il museo michelangiolesco cittadino: e anche in quella sede si è dato molto da fare, consegnando la politica espositiva del museo nelle mani dell’Associazione culturale Metamorfosi, diretta dall’ex politico Pci Pietro Folena.

I RISULTATI sono stati decisamente spericolati: l’anno scorso il senatore Mario Cutrufo, vice-sindaco della capitale, si è portato a Londra un disegno della collezione fiorentina per promuovere il ‘prodotto Roma’. E ora (23 luglio) il Fatto rivela che una società vicina all’ex ministro Scajola (la Meet Comunicazione) ha provato a vincere, senza gara, un finanziamento di 7 milioni e mezzo di euro, erogato dal ministero del Turismo, vantando “la possibilità di utilizzo in esclusiva [sic!] delle opere di Michelangelo” conservate nel museo fiorentino presieduto da Giani. Proprio come nel film in cui Totò vende la Fontana di Trevi, le cose non sono come sembrano e un’altra società (la Demax) si è fatta avanti rivendicando di “avere un’opzione sui disegni di Michelangelo per un’eventuale mostra”.

Di fronte a questo squallido mix di marketing politico e mercato vero e proprio non è difficile immaginare che Michelangelo si stia rumorosamente rotolando nella sua tomba di Santa Croce. Ma come dimenticare un’altra tragicomica puntata della soap buonarrotiana? In una stanza della soprintendenza a pochi metri dallo studio di Renzi in Palazzo Vecchio, giace (inaccessibile quasi fosse sotto sequestro) il piccolo Cristo ligneo che il povero Sandro Bondi comprò per lo Stato quasi tre anni fa credendolo di Michelangelo e pagandolo oltre 3 milioni di euro. Bondi cadde in un trappolone tutto fiorentino: fiorentinoilmercantechel’aveva comprato in America per 10.000 euro (il suo vero valore); fiorentino il lancio mediatico di quella bizzarra attribuzione, curato dall’onnipotente soprintendente Antonio Paolucci; fiorentina l’idea di farlo comprare allo Stato attraverso una pratica curata dall’attuale soprintendente Cristina Acidini. E se la Corte dei conti e la Procura di Roma non si fossero messe nel mezzo, oggi quella banale scultura anonima di qualche legnaiuolo del Rinascimento sarebbe esposta al Museo del Bargello con scritto “Michelangelo” sul cartellino.    A essere onesti, tuttavia, bisogna riconoscere che la mercificazione della storia dell’arte non è appannaggio esclusivo di una città che pare condannata a vendere eternamente i gioielli di famiglia. Come spesso gli capita, anzi, Matteo Renzi avverte e intercetta una tendenza generale.

POCHI GIORNI fa, per esempio, il presidente della Triennale di Milano, Davide Rampello, ha indicato come modello vincente per la rappresentazione dell’Italia all’estero quanto si è realizzato all’ultima Expo di Shanghai, dove si è ricostruita in scala uno a uno la scena del Teatro Olimpico di Andrea Palladio. Rampello è stato direttore artistico di Canale5 e ha fondato la società televisiva Grandi Eventi: niente di strano che trovi naturale raccontare l’Italia come una grande Disneyland in cui si cerca di mettere a reddito l’unico brand su cui nessuno vanta diritti, e cioè il nostro glorioso passato culturale. La stessa visione domina ormai il ministero dei Beni culturali, dove il direttore generale per la valorizzazione, Mario Resca (uomo Eni e Monda-dori) ha appena ordinato alle esterrefatte soprintendenze di spedire a Pechino alcuni “capolavori assoluti” (sic) per una grande mostra sul Rinascimento fiorentino che tiri la volata al marketing italiano in Cina. Gli esempi della mercificazione della storia dell’arte, sono così tanti che per seguirli bisognerebbe tenere una rubrica quotidiana: dal David bronzeo di Donatello trascinato materialmente tra gli stand della Fiera di Milano, alla pubblicità supertrash della Regione Calabria, dove i Bronzi di Riace sono ridotti a coatti da spiaggia. Se alla fine la facciata ‘michelangiolesca’ di San Lorenzo si costruirà davvero, sarà un perfetto monumento alle velleità autocelebrative di una classe dirigente bipartisan che capovolge sistematicamente l’articolo 9 della Costituzione strumentalizzando a proprio vantaggio quello stesso patrimonio che contribuisce a degradare inesorabilmente.

di Tomaso Montanari, IFQ

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