Posts tagged ‘Sprechi’

2 ottobre 2012

Parenti e contenti

Porte girevoli tra un ente locale e l’altro, famiglie che si ritrovano nei corridoi degli assessorati, gruppi consiliari mononucleari che pesano sui bilanci pubblici quasi come un partito. Se la politica piemontese – e torinese in particolare – scricchiola in questi giorni sotto il peso dei faldoni accumulati nelle stanze dei pm che indagano sulle spese allegre dei gruppi consiliari della Regione Piemonte, è anche perché, troppo spesso, le istituzioni assomigliano al tinello di casa.    Basta sfogliare l’elenco del personale addetto agli uffici comunicazione della Regione Piemonte per trovare una sfilza di nomi noti. Non è detto che trasparenza e meritocrazia non siano di casa, tuttavia il materiale per farsi qualche legittima domanda su non manca.

IL PRIMO CASO che salta all’occhio è quello di Paola Ambrogio, 42enne punta di diamante del Pdl subalpino. Ambrogio, già addetta stampa della Regione Piemonte ai tempi delle giunte Ghigo e della Provincia di Torino fino al dicembre 2011, è la moglie del compagno di partito nonché assessore all’Ambiente della giunta Cota Roberto Ravello. La signora Ravello, oggi, fa parte dello staff dell’assessore al Commercio William Casoni (Pdl), con la complicata mansione di “attività direttiva di istruttoria complessa a supporto dell’Assessore nelle materie al medesimo delegate”. Un impiego da oltre 70 mila euro di costo amministrativo che Paola Ambrogio deve coordinare con la sua carica di consigliere comunale della città di Torino, carica che ricopre dal maggio 2011 forte di 1.834 preferenze. Un percorso tra palazzo di Città e Regione Piemonte condiviso con i colleghi consiglieri comunali Silvio Magliano, Andrea Tronzano e Michele Coppola. Il primo è addetto ai “Rapporti con terzo Settore e Volontariato” (costo amministrativo, 37.100 euro all’anno) dell’assessore al bilancio, la leghista Giovanna Quaglia. Il secondo, capogruppo Pdl in Comune, gestisce le “pratiche per richieste provenienti da privati cittadini di competenza assessorile” (14.850 euro l’anno) per conto dell’assessore al Lavoro Claudia Porchietto (Pdl). Il terzo, nominato responsabile cultura dal presidente Cota, non ha mai abbandonato lo scranno in sala Rossa.

Doppio incarico anche per Maria Grazia Bigliotto, consigliere comunale a Volpiano (To) e responsabile, al costo di 58.721 euro, della comunicazione dell’assessore ai Trasporti Barbara Bonino e per Erica Botticelli, consigliere comunale del Pdl in Provincia di Torino e collaboratrice (al costo di 46.303 euro) di Roberto Ravello.    Nello staff del presidente della Giunta Roberto Cota spicca il nome della responsabile delle segreteria Michela Carossa (74.133 euro) figlia di Mario, presidente del gruppo regionale della Lega Nord. Il responsabile dell’Ufficio comunicazione di Cota si chiama Giuseppe Cortese, ha diritto a una retribuzione lorda di 116.500 euro all’anno, cifra che porta a casa insieme ai 82.810 della moglie Isabella Arnoldi, responsabile dello staff dell’assessore allo sviluppo economico ed ex sindaco di Novara (patria di Cota e Cortese) Massimo Giordano. A conti fatti, una delle famiglie leghiste più ricche d’Italia.

SUL FRONTE centrosinistra, invece, tiene banco il destino di due gruppi consiliari regionali unicellularri, “Insieme per Bresso” e “Uniti per Bresso”. Il primo è appannaggio di Andrea Stara, compagno di vita della segretaria provinciale del Pd di Torino Paola Bragantini, il secondo – almeno quello – dell’ex presidente della Regione Mercedes Bresso. Due esponenti politici del Pd che, non appartenendo al gruppo consiliare del Pd, gravano sul bilancio regionale per una cifra che si aggira intorno ai 500 mila euro all’anno. Una cosa non di gran moda di questi tempi, con i conti dei gruppi consiliari sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. Il partito ha dato l’ultimatum: o rientrate nel Pd in Regione, o siete fuori.    Oggi, intanto l’aula di Palazzo Lascaris discuterà l’abolizione della autocertificazioni dei consiglieri. Mai più, dunque, “superman” del rimborso. Ma non è su quello che indaga la magistratura. Le sorprese più amare potrebbero arrivare dai milioni di denaro pubblici distribuiti ai gruppi consiliari gestiti in poco più che formale. E sui quali abbondano già le leggende metropolitane.

di Stefano Caselli, IFQ

Illustrazione di Marilena Nardi 

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7 dicembre 2011

L’onorevole agenda ci costerà tre milioni di euro

In tempi di equità e sobrietà, anche per le pecore sono previsti sacrifici. Definitivi, però. L’ordine è pronto, il malloppo pure: 32.500 agende e agendine settimanali, formato scrivania e tascabili, rigorosamente di colore blu con il simbolo “Camera dei deputati” su rivestimento in pelle ovina. A Montecitorio la memoria è corta, troppo breve per ricordare aperitivi e votazioni oppure accendere l’i-Pad regalato a Natale, e dunque spendono 3,015 milioni di euro in tre anni (più Iva) per un mattoncino di carta elegantemente addobbato: pagine speciali e bianche, indirizzi e domicili, rubrica telefonica. Qualche anno fa, l’ex deputato Roberto Poletti (autore del libro Stato pappone) raccontava con disprezzo le abitudini di una casta ancora tollerata. Adesso che Mario Monti presenta il conto, a Montecitorio fischiettano indifferenti. E una miniera, a ciclo continuo, spala denaro per cartoleria e stampanti, una voce in bilancio che si chiama “forniture”. Il lavoratore rinuncia a un pezzo di pensione, ma il deputato, per carità, mica può servire lo Stato senza un’agendina ottocentesca in pelle ovina? L’amministrazione di Montecitorio è precisa e solerte. C’era un’emergenza e, reattivi, sgomitano per risolverla. L’appalto per il 2012 è andato bene: già consumati, e presto distribuiti, 36 mila esemplari. E però, panico generale, che fare per il 2013, il 2014, il 2015? Lasciare un’eredità ai deputati di prossima legislatura, questa è in scadenza fra 17 mesi, è un dovere morale di Montecitorio. Perché cambiare tradizioni? Perché indugiare e risparmiare 3 milioni di euro?

E ALLORA, spediti, Montecitorio pubblica l’avviso di gara il 18 ottobre, il 2 dicembre si chiudono le iscrizioni, il 12 dicembre si aprono le buste, e poi comincia l’asta al ribasso, nemmeno troppo visti i precedenti. Le “informazioni complementari”, cioè dei severi avvisi per le imprese, dicono che i deputati meritano massima attenzione e massima qualità. Non s’accettano patacche, e neppure copertine sintetiche. Quelle che, insomma, i cittadini comprano in edicola o in libreria. Il deputato può chiedere di più, perché mica deve pagare. I funzionari di Montecitorio fanno selezione e anticipano il giudizio: “In sede di gara dovrà essere presentato un campione di agenda e agendina e la pelle utilizzata, secondo quanto previsto dell’articolo 4, comma 4 del capitolato”. Care pecore , rassegnatevi: non c’è scampo, vi aspettano anni luttuosi. Vi immaginate, voi, care pecore, un deputato in giro per i Palazzi romani con un’agendina senza la vostra pelle. Quella ovina che l’arabo arrotola per i tappeti e cuce col cotone? Certo, ai deputati spettano (soltanto) 3 mila esemplari, 4 a testa, 3 grandi, 1 piccino.

UN MUCCHIO di 30 mila agende e agendine, settimanali e semestrali, finiscono un po’ di qua e un po’ di là. Anche in vetrina, in vendita a chi? Boh. Spesso si offrono ai giornalisti, ai dirigenti, ai partiti. Sono riserve di carta per carestia. Non sia mai che l’i-Pad s’impalla. Il problema è che un’agenda, purtroppo anche per i deputati, può durare al massimo un anno, poi si butta. Oppure ignoriamo che a Montecitorio siano talmente parsimoniosi da usare le agende del 2010 per il    2011. Forse, per un errore  di date, non seguono il  passo dei tempi.

di Carlo Tecce, IFQ

7 dicembre 2011

I soldi per le opere inutili non mancano: 2 miliardi per la Tav

Il governo Monti ha confermato ieri la scelta di scommettere sulle grandi infrastrutture per sostenere la crescita economica. Una riunione del Cipe, comitato interministeriale per la programmazione economica, ha staccato un assegno da 4,8 miliardi per mandare avanti i cantieri. Tra le decisioni di spesa figurano: 1,1 miliardi di euro per il secondo lotto della ferrovia ad alta velocità da Genova a Tortona (costo totale 6,2 miliardi); 919 milioni per la ferrovia alta velocità tra Treviglio e Brescia (costo totale 2 miliardi); 600 milioni per il Mose, il sistema di difesa di Venezia dall’acqua alta (costo totale 5 miliardi di euro); 598 milioni per le manutenzioni stradali dell’Anas.    La scommessa sulle grandi opere è confermata anche dagli articoli 41-47 del decreto approvato domenica sera dal consiglio dei ministri, contenenti una serie di misure per velocizzare le procedure e favorire il finanziamento. Il comma 1 dell’articolo 42 prevede che lo Stato possa pagare i costruttori con la cessione di immobili pubblici; ai commi 2 e 3 “per favorire l’apporto di capitale privato” si consente di dare al concessionario che realizza l’opera anche la concessione di sfruttamento economico di “altre opere connesse”, in modo da limitare per questa via il ricorso alle banche; al comma 4 allunga la durata delle concessioni di sfruttamento economico dell’opera realizzata fino a 50 anni.    Tutte norme molto complesse tecnicamente, ma con un filo conduttore: agevolare la possibilità per lo Stato di indebitarsi per spendere. Su questo argomento il governo Monti si differenzia dal precedente, anche se può sembrare incredibile, per una più spiccata predilezione per il cemento.    Basti l’esempio delle due opere ferroviarie finanziate ieri senza nessuna rivisitazione della sensatezza di simili spese. Per il cosiddetto “terzo valico” si finanzia la galleria che passa sotto il passo dei Giovi, in attesa di vedere se ci saranno i soldi per fare il resto, per esempio i binari. Quando l’opera sarà terminata, nel 2019, ci sarà una ferrovia ad alta velocità da Genova a Tortona, 53 chilometri il cui effetto sul traffico ferroviario sarà trascurabile, visto che a Tortona i treni torneranno sulle vecchie linee in direzione Milano. E ancora non è stato deciso se sarà percorsa da treni merci o passeggeri.    La Treviglio-Brescia invece è inserita nel programma di alta velocità tra Milano e Trieste. Finora è stato costruito il tratto da Milano a Treviglio, 27 chilometri percorribili a non più di 200 all’ora. Adesso si finanziano i 39 chilometri tra Treviglio e Brescia, 40 milioni a chilometro per una linea dove dal 2016 si potrà andare a 300 all’ora, ma solo per 39 chilometri. Poi ricomincia la vecchia linea, perché da Brescia a Padova non si farà niente per mancanza di soldi. Peraltro l’alta velocità serve solo a far costare di più la linea visto che il treno incontrerà in 250 chilometri Milano, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Mestre e Venezia: o non si ferma mai o i 300 all’ora non li toccherà.    A conferma del clima di corsa al cantiere in stile “primissima Repubblica”, la protesta di Debora Serracchiani, giovane rappresentante del rinnovamento Pd, che ha espresso “rammarico per l’assenza della Venezia-Trieste dalle ultime assegnazioni, e speranza vigile per l’impegno successivo del governo sulle infrastrutture ferroviarie del nordest”. Già, perché non buttare via un po’ di soldi anche vicino a casa Serracchiani?

di Giorgio Meletti, IFQ

Il ministro Corrado Passera (FOTO ANSA)

26 luglio 2011

Lazio, i soldi per la pubblicità sì quelli per i pazienti mai

La Polverini spende 15 milioni di euro per la comunicazione aerea Intanto l’ospedale Santa Lucia rischia di chiudere

   Chissà cosa penseranno i pazienti, piccoli e grandi, ricoverati al Santa Lucia quando vedranno sfrecciare nei cieli della Capitale roboanti aerei o elicotteri addobbati con le icone della Regione Lazio. I bimbi (quelli che saranno nelle condizioni di farlo) forse saluteranno con la manina. Non sapranno che, per pubblicizzare il Colosseo o l’Agro Pontino, la presidente Polverini spende 15 milioni di euro in tre anni, cinque dei quali in soli tre mesi del 2011. Eppure, quando uno dei migliori istituti in Italia per la riabilitazione neuromotoria (accreditato presso la Regione) chiuderà, forse anche quei pazienti si interrogheranno sulle scelte incomprensibili della politica laziale. Lo farà sicuramente il giornalista Lamberto Sposini, ricoverato lì da qualche giorno dopo l’emorragia cerebrale che lo ha colpito a fine aprile pochi minuti prima di andare in onda. Per volere della famiglia, l’istituto non diffonde bollettini medici, ma da quando è stato trasferito le sue condizioni sembrano migliorare.

LA FONDAZIONE Santa Lucia (che è anche un Ircss, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) ha maturato un credito nei confronti della Regione Lazio di oltre 90 milioni di euro. Non solo colpa della Polverini, per carità, visto che tutto è cominciato con l’ex presidente Marrazzo. Ma proprio lei, che in campagna elettorale si era spesa con tanto di maglietta per sostenere l’istituto, non solo non ha la minima intenzione di onorare quel debito, ma continua a tenere 2500 pazienti (la media annua dei ricoverati), 750 dipendenti e 450 studenti appesi alle commesse mensili.    La Regione eroga (“ma finora siamo stai pagati solo su protesta”, sottolinea il direttore generale, Luigi Amadio) tre milioni e 200 mila euro ogni mese, soldi che dovrebbero servire a pagare i dipendenti, i fornitori e a garantire gli standard elevati di qualità (anche attraverso la ricerca scientifica) e che invece bastano a malapena per gli stipendi. “Il livello delle prestazioni non è sceso e ci siamo impegnati a corrispondere con puntualità i salari – prosegue Amadio –, ma accumuliamo debiti con i fornitori. Per cui ogni mese quel credito di 90 milioni aumenta”. E questo nonostante una quarantina di ricorsi al Tar e due decreti ingiuntivi del Tribunale di Roma (per sei milioni di euro). Quando finalmente un giudice riuscirà a imporre il pagamento, il danno erariale per la Regione sarà tale che forse anche la Corte dei conti avrà qualcosa da ridire. La governatrice, nel giugno scorso, ha annunciato al mondo di aver elargito al Santa Lucia 48 milioni di euro. Se fosse vero, mancherebbero giusto i 15 spesi per la pubblicità a garantire al Santa Lucia la sopravvivenza annua. Ma invece, secondo la Fondazione, non sono arrivati neanche quei 48: “La Regione ha corrisposto i tre milioni e 200 mila euro al mese in sette tranche, per un totale che supera di poco i 22 milioni”, fanno sapere dalla direzione.

FORSE ALLORA la presidente ha fatto una gran confusione, o non è stata bene informata: per il 2010 la Regione aveva proposto alla Fondazione un contratto di remunerazione di 51 milioni, a fronte dei 65 richiesti. Un contratto che non è mai stato firmato dall’amministrazione.    Eppure per l’istituto si sono spesi anche tanti politici. Oggi sarà la volta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che visiterà l’ospedale, ma in passato si sono interessati della sorte del centro il Campidoglio, la commissione Affari sociali di Montecitorio, quella parlamentare presieduta dal senatore Pd, Ignazio Marino, le opposizioni in consiglio regionale. Rispondendo a un’interpellanza urgente della deputata udc Anna Teresa Formi-sano, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha confermato di aver incontrato quattro volte la direzione del Santa Lucia e ha annunciato di individuato una soluzione condivisa. Notizia confermata dal dottor Amadio che, pur non volendo entrare nel dettaglio, ha spiegato che si tenterà un convenzionamento extra budget regionale con l’Inail e con il ministero della Difesa. Ma è chiaro che, fino a quando non si metterà tutto nero su bianco, tra i 325 posti letto dell’ospedale regna lo sconforto.    Chi vive a Roma dalle parti della sede della Regione Lazio ormai ci è abituato: una volta al mese incorre nelle proteste di pazienti in carrozzina, personale e amministrazione del Santa Lucia. Vanno a bussare alla porta della Polverini e della commissione Sanità. Ma si vede che sbagliano giorno. Forse la prossima volta, alzando gli occhi al cielo, potranno salutare la governatrice impegnata in qualche giro d’onore.

di Silvia D’Onghia, IFQ

22 luglio 2011

L’informatica all’Inpdap costa il doppio

Pubblichiamo un estratto del libro di Salvatore Cannavò, edito da Aliberti. Il titolo: “Altre sanguisughe. L’Italia derubata”.

L’Inpdap è l’ente previdenziale dei lavoratori pubblici, che come tale garantisce la pensione a milioni di dipendenti. Diversamente dall’Inps, però, versa in una situazione di deficit pesante. Pensioni troppo alte a fronte di contributi bassi? Sì, forse, ma anche disfunzioni, disservizi, anomalie mai approfondite abbastanza.    Fondato nel 1992 l’Inpdap ha già conosciuto esternalizzazione di servizi e fenomeni di privatizzazione, a cominciare dalle attività assistenziali per gli ex dipendenti indigenti (case di soggiorno), prima totalmente gestite con personale interno, poi gradualmente affidate con gare e appalti successivi a società esterne. Stessa sorte hanno avuto le attività delle vacanze-studio e delle colonie estive.

IL RISULTATO è stato sempre lo stesso: aggravio dei costi. Anche i servizi di gestione del patrimonio, dal 1996 al 2004, sono stati affidati a specifiche società immobiliari. Come quella di proprietà di Alfredo Romeo, inquisito a Roma e Napoli per illeciti proprio nelle consulenze immobiliari svolte per vari enti e società. Nel 2004 l’istituto è così tornato alla gestione diretta, ancora una volta con aggravio di costi. Il 19 marzo 2010 Alfredo Romeo è stato assolto da 11 dei 12 dei capi di accusa ed è stato poi condannato (con sospensione della pena) a due anni per corruzione, assieme a Mautone, per aver raccomandato l’assunzione di due operai.    Ma è sul processo di informatizzazione interna che l’Inpdap ha dato il meglio di sé. Nel luglio del 2002 l’istituto decide di procedere tramite gara con soggetti esterni all’acquisizione di sistemi e applicativi informatici per un costo di oltre 13 milioni di euro. Contemporaneamente, per far fronte alla nor male attività, continua con i contratti in essere per quasi 7 milioni di costo. Si stanziano così 20 milioni di euro, che però vengono revocati nel 2004, quando l’Inpdap viene commissariato. Si decide di affidare a tre esperti un’esauriente relazione sullo stato dell’arte, per poter aggiornare adeguatamente i software dell’istituto. Da questa relazione scaturirà la delibera n. 2 del 2004, in cui si stabilisce un ambizioso piano di ristrutturazione informatica che costerà la bellezza di 173.000.920 euro. Una cosa mostruosa che si spiega guardando nel dettaglio la composizione delle forniture: il 77,24 per cento delle somme è destinato me- diante affidamento diretto; le gare pubbliche riguarderanno solo il 21 per cento dell’importo, mentre il restante 1,7 per cento sarà destinato alla stipula di convenzioni.    Le cose però non proseguono lisce e nel dicembre 2004 si delibera la costituzione di un Organismo di supervisione e controllo composto da cinque consulenti e un team di dieci specialisti. Si delibera così un ulteriore onere di 5 milioni più i relativi oneri fiscali e previdenziali. Con la stessa delibera si affida poi un coordinamento tecnico-operativo a un solo soggetto che nel periodo 2004-2008 beneficerà di un milione e 100 mila euro di consulenze. Ma siamo solo all’inizio dell’avventura, il bello deve ancora venire.    Con delibera del maggio 2005 si decide di allargare ancora il programma con lo stanziamento di altri 30 milioni di euro, cui si aggiungono altri 7,34 milioni di euro di licenze e prodotti Microsoft . Poi si procede a nuovi affidamenti, tutti in forma diretta, per ulteriori 18,98 milioni di euro, fino ad arrivare alla delibera 311 del marzo 2006, con la quale si indice una gara per l’acquisizione di risorse in grado di integrare le ridotte professionalità presenti nella struttura informatica. Costo complessivo, 23 milioni di euro. Si va avanti così, di delibera in delibera, di aggiustamento in aggiustamento complici anche le nuove normative stabilite da leggi dello Stato. Per capire la situazione è meglio leggere quanto scrive il Collegio dei sindaci nella sua relazione del 2008:

IL QUADRO che ne deriva risulta articolato e composito; ciò, sia per le rimodulazioni e le integrazioni inter-venute a più riprese sulla programmazione che per la minuziosa frammentazione delle attività progettuali dei beni e dei servizi da realizzare. Da tutto ciò è conseguita una fitta ramificazione della contrattualistica accompagnata dal frequente ricorso alle estensioni delle prestazioni originariamente pattuite e agli istituti di proroga e rinnovo dei contratti in essere.    Per farla breve, dal 2004 al 2008 “l’importo globale […] ammonta a euro 182.875.480,43 (iva compresa) […] pertanto a fronte di una previsione iniziale di costi quantificata in euro 173.000.920 si è pervenuti a un importo totale di euro 333.068.165,67”. Il doppio di quanto stabilito all’origine.    Secondo l’Usb, che ha redatto il dossier di denuncia, “le mancate realizzazioni e le eventuali correzioni da apportare alle procedure, finiranno con il costituire l’oggetto di nuovi appalti” anche perché il bilancio complessivo è ancora molto problematico. Ma qualunque bilancio possa essere tratto, la storia di un istituto previdenziale che arriva a stanziare nel modo descritto oltre 300 milioni di euro per ristrutturare il proprio sistema informatico si commenta da sola.

di Salvatore Cannavò, IFQ

22 luglio 2011

Quei cinquanta milardi dello Stato spesi senza alcun controllo

Il senatore Mario Baldassarri fa un esempio un po’ cruento da fazendero brasiliano: “I mandriani in Brasile – afferma – se devono guadare un fiume infestato dai piranha, squartano prima un vitello e lo gettano nell’acqua. Poi, quando i pesci si avventano sulla preda, fanno passare indenne tutta la mandria”. La metafora serve a chiarire un concetto: “Quando tutti si fanno paladini dei tagli ai costi della politica indicano noi, il vitello, invece di vedere la mandria che sta passando”. E precisa: “Se noi dimezzassimo, di netto, lo stipendio dei parlamentari, risparmieremmo ogni anno una cifra di 120 milioni di euro, ma sapete quanto costa la mandria ogni anno? Tra i quaranta e i cinquanta miliardi di euro: miliardi, non milioni”. Poi, certo, ammette “non è che dico che non si debba toccare niente, certo le auto blu, o alcuni benefit, ma non è questo il vero costo della politica”. Quale è allora? Cosa è questa “mandria” che nessuno riesce a vedere? Sono gli “acquisti di beni e servizi” della pubblica amministrazione di cui nemmeno il Parlamento conosce il rendiconto preciso. Nel senso, si sa quanto costa l’acquisto, ma non si sa a chi vadano i soldi, nè perchè.

PER CAPIRE meglio quello di cui parliamo buttiamo giù un po’ di cifre. Ogni anno dalle casse pubbliche escono circa 137 miliardi di euro per l’acquisto di beni e servizi: 107 di questi vengono spesi dalle amministrazioni locali, e, all’interno di questa spesa, circa 77 miliardi vengono adoperati per l’acquisto di beni e servizi nel settore della Sanità. Fermiamoci un attimo. Questi sono i dati ufficiali relativi all’anno 2009, certificati dal ministero delle Finanze e dalla Ragioneria dello Stato.    Solo cinque anni prima, nel 2004, la fotografia era alquanto diversa. La torta complessiva era di 113 miliardi, le amministrazioni locali ne spendevano 88, 53 dei quali per gli acquisti nel settore sanitario. Tradotto: in soli cinque anni, la spesa delle regioni è aumentata di 11 miliardi di euro, quella sanitaria, addirittura di 24.    Quei ventiquattro miliardi di euro “in più”, sono circa la metà della manovra economica approvata da Camera e Senato mentre imperversava la tempesta dei mercati.    Un primo dato di cronaca: se sono stati spesi 24 miliardi di euro “in più” nell’acquisto di beni e servizi nel settore sanitario fino a raggiungere, in cinque anni, la cifra di 77 miliardi, gli ospedali del Paese dovrebbero essere assai più ricchi e funzionali di quello che erano nel 2004. È così? No. Allora perchè la spesa è lievitata – senza controllo – a quel modo?    PERCHÈ, argomenta il senatore di Fli, membro della Commissione Bilancio di Palazzo Madama dopo essere stato vice ministro dell’Economia nel passato governo Berlusconi (2001-2006), quegli “sprechi” possono nascondere “malversazioni e possibili intrecci grigi tra politica ed affari”.    Ma questo gigantesco flusso di denaro dove finisce? Nessuno, nemmeno in Parlamento, ne ha cognizione. Ma la frase del senatore non può che far venire alla mente le tante inchieste che negli ultimi anni hanno coinvolto la sanità ad ogni latitudine: dall’inchiesta laziale su Lady Asl o sulle cliniche degli Angelucci, a quella che in Puglia punta alle protesi di Gianpi Tarantini o al senatore appena salvato da Palazzo Madama Alberto Tedesco, fino all’Abruzzo, al Piemonte, alla Lombardia e alla Ligura.

“VOI GIORNALISTI vi accorgete di queste cose solo quando ci sono le inchieste della magistratura, ma quelle rappresentano solo la punta di un iceberg gigantesco”, spiega Baldassarri prima di rappresentare un secondo paragone cruento: “Per ogni posto letto negli ospedali italiani si utilizzano ogni giorno nove siringhe. La media di degenza negli ospedali è di nove giorni. Dopo nove giorni uno dovrebbe avere 81 buchi di puntura. Le sembra realistico?”.    Questi miliardi di euro sono però sono una parte della “mandria” che continua a passare mentre si bacchettano i costumi (comunque non eccellenti) della politica. L’altra voce di spesa “invisibile” è costituita “dai trasferimenti in Conto Corrente ed in Conto Capitale” che lo Stato stanzia a pioggia e “a fondo perduto”. La torta, questa volta, ammonta per il 2010, (la fonte è il governo, attraverso la Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica) a 44 miliardi. Di questi 15 vengono trasferiti a Ferrovie, Anas e Trasporti pubblici locali. E gli altri 29? Mistero. Argomenta Baldassarri: assieme sono 53 miliardi di euro, più della manovra appena approvata.

di Eduardo Di Blasi, IFQ

6 maggio 2011

A Verona l’autodromo non esiste ma il Cda si spartisce stipendi d’oro

La pista non c’è. Di bolidi neanche l’ombra, a correre sono soltanto gli stipendi. L’Autodromo del Veneto ha un primato: non esiste ancora (per fortuna, secondo molti), ma già la politica si è divisa i posti nei cda e i lauti gettoni di presenza che nell’ultimo bilancio arrivavano a 114 mila euro l’anno.    Siamo nella campagna di Verona. Qui dovrebbe sorgere Motorcity, una delle più grandi e contestate opere del Veneto targato centrodestra: un autodromo da un miliardo. Un progetto che solleva mille interrogativi. Primo, perché a lanciarlo fu Chicco Gnutti, diventato poi famoso per le spericolate scalate bancarie del 2005. Secondo, perché prevede un mega-autodromo a centocinquanta chilometri dai più prestigiosi circuiti italiani, Monza e Imola (che già se la vedono con la crisi). Terzo, perché l’operazione, che profuma di affare immobiliare, è condotta da una società a maggioranza pubblica (Regione Veneto e comuni).    Ma la quadratura del cerchio è stata trovata: il progetto ha messo d’accordo centrodestra e pezzi del centrosinistra con le cooperative rosse che fanno la parte del leone.    MOTORCITY, però, annaspa. A volte non bastano gli sponsor politici. Così, lo ha raccontato la penna finissima di Renzo Mazzaro sul Mattino di Padova, negli ultimi mesi si è cercato di “rifilare” la società a destra e a manca, perfino ai libici. Ma già prima della guerra i connazionali di Gheddafi si sono sfilati.    Qualche giorno fa le cronache hanno registrato l’ultimo capitolo della saga: le nomine legate alla finanziaria regionale Veneto Sviluppo, soprattutto quelle del cda della Autodromo del Veneto spa. I posti al tavolo delle società controllate dalla Regione di Zaia riflettono gli equilibri politici meglio dell’aula del consiglio regionale. Nel cda dell’autodromo fantasma siederanno Martino Dall’Oca e Roberto Bis-soli , vecchie conoscenze dei corridoi della politica. Dall’Oca, indicato come molto vicino al Pdl, è il presidente uscente della società che finora non ha realizzato nemmeno un metro di circuito. Bissoli è un ex democristiano. Ed ex Udc. Oggi si parla di lui come del referente del neoministro dell’Agricoltura Saverio Romano, nominato – dopo polemiche accese perché è indagato in Sicilia – il 23 marzo scorso; nemmeno un mese dopo ecco che il suo amico veneto plana nel cda dell’Autodromo. E la Lega? Non sarebbe rimasta a bocca asciutta: nel collegio sindacale siede Dario Bonato, ben visto dal Carroccio. Gli uomini vicini all’ex componente di An invece, come si dice, dovranno attaccarsi al tram, anzi, al bolide. Sono rimasti a mani vuote. Ci sono altre società contese: nella Attiva, come ricorda Il Corriere del Veneto, dovrebbe spuntarla Gian Michele Gambato, anche lui gradito al Pdl, ma apprezzato anche da Tiziano Baggio, manager della Regione vicino a Zaia.    Perché i partiti lottano con la spada tra i denti per i posti nel-l’Autodromo spa anche se la pista non si vede? Intanto ci sono quei 114 mila euro di gettoni ai consiglieri. Ma soprattutto qui è in ballo un progetto da un miliardo che fa gola. L’impresa farebbe tremare i polsi: costruire un autodromo in tempi di crisi nera. Per di più realizzando una speculazione immobiliare con una società a maggioranza pubblica, di cui la Regione Veneto detiene (attraverso Veneto Sviluppo) il 26,93% e i comuni di Vigasio e Trevenzuolo il 12,23% ciascuno (in totale fa 51%).    Ma perché si è decisa quest’opera? Motorcity con il suo parco divertimenti, secondo i calcoli presentati dai progettisti e tutti da verificare, offrirebbe quindicimila posti di lavoro. Ma nessuno ha quantificato i posti che toglierebbe per esempio alla vicina Gardaland, o all’agricoltura, ricoprendo di cemento 460 ettari della campagna più fertile d’Italia. Per non dire dell’impatto ambientale delle 180.995 presenze previste nei giorni di punta.

ANCORA: qui non verranno mai a correre i bolidi di Formula 1. Ci saranno soltanto gare minori. E allora? Per chiarire il mistero forse bisogna sentire Franco Bonfante, consigliere regionale Pd: “Non è un autodromo, ma un centro commerciale, chiamiamolo con il suo nome. Sono 190.000 metri quadrati di negozi, tutti i centri commerciali della provincia di Verona messi insieme non superano i 160.000”. E Bonfante racconta come sarebbe passata la legge che ha aperto le porte all’autodromo: “È successo grazie a una leggina votata di notte, alla scadenza della legislatura nel 2005. Una di quelle norme incomprensibili: al comma tal dei tali invece di ’nei’ si scriva ‘ai’. Tutti votarono senza sapere, esclusi ovviamente i promotori della furbata. La norma precedente dava la possibilità di derogare ‘nei limiti della programmazione’, divenne ‘derogare ai limiti della programmazione’. Cioè libertà assoluta”. Come dire: basta cambiare un articolo per modificare per sempre il paesaggio di una regione.    Ora Bonfante ha presentato un progetto di legge per ricomprendere l’autodromo nella programmazione regionale: allora si vedrà davvero quali partiti stanno con Motorcity. E da che parte sta Zaia.

di Ferruccio Sans, IFQ

13 aprile 2011

“Mi state a cuore”. Propaganda a peso d’oro Polverini per farla butta 500 mila euro pubblici

A Renata Polverini noi cittadini stiamo a cuore, molto a cuore. Ci teneva in così grande considerazione, la presidente della Regione Lazio, da pensare che fosse davvero necessario comunicare questo lodevole slancio sentimentale a tutti gli abitanti del Lazio con una imponente profusione di mezzi: pubblicità su autobus, radio, giornali (tutti i principali tranne l’Unità e il Fatto, per nostra fortuna), manifesti murali. Una simpatica campagna di comunicazione, divisa in più delibere, e in più tranche di finanziamento, per diversi soggetti. Slogan ammiccante: “Mi state a cuore, Renata Polverini”, con tanto di logo con coccardina azzurra. Totale della spesa? Centinaia di migliaia di euro per ogni campagna, per una spesa totale che supera (soldo di più, soldo di meno) il mezzo milione di euro. Non ci sarebbe nulla di male , nel farsi pubblicità, per un presidente di Regione, se questa campagna così smaccatamente personale non fosse stata finanziata con i fondi destinati alla comunicazione istituzionale della Regione Lazio. In pratica la Polverini ha usato degli spazi che erano stati formalmente presi (e profumatamente pagati) per informare i cittadini, infarcendoli con il suo privatissimo slogan. Ci ha fatto sapere quanto le stiamo a cuore a spese nostre, come quegli adolescenti che telefonano a casa effettuando la chiamata a carico dei genitori.

SI TRATTA di un piccolo record. Perché è vero che le istituzioni usano spesso la promozione istituzionale in modo improprio, per favorire in modo più o meno occulto l’immagine degli amministratori (già questo non dovrebbe essere consentito) o per finanziare gruppi o clienti “amici” per procacciare delle benevolenze al potere esecutivo. Ed è anche vero che Silvio Berlusconi è riuscito nel-l’impresa rara di farsi infilare da Michela Brambilla nello spot per la promozione del nostro Paese all’estero (immaginate che appeal…): ma nemmeno lui era arrivato a utilizzare slogan di chiaro sapore elettoralistico all’interno delle pubblicità progresso pagate dalla Presidenza del Consiglio. Avevamo assistito – è vero – alla prodigiosa apparizione dell’attrice Elena Russo nello spot di Palazzo Chigi sulla risoluzione dell’emergenza rifiuti, con un passaggio spericolato dall’inchiesta di Vallettopoli alla pubblicità progresso. Ma – persino quando nel 1995 varò la famosa campagna di spot “Fatto” (nel senso di obiettivo raggiunto), il Cavaliere ebbe il pudore di non metterci la faccia. La Polverini invece, ha costruito (soprattutto sulla Sanità) un ibrido inquietante: il manifestone, in formato 4 per 3, per esempio, si apre, inequivocabilmente con la fascia blu e il marchio ufficiale della Regione Lazio. Poi mostra una parata di medici in camice bianco solari e sorridenti. E quindi procede con un annuncio chiaramente (e correttamente) di servizio: “Sabato e domenica ambulatori aperti”. Subito dopo, però, ecco la griffe pubblicitaria, enorme: “Mi state a cuore” (scritta e solito fiocco in azzurro) “Renata Polverini” (Scritto in nero con un corpo cubitale).

LO STESSO format veniva replicato sui torpedoni e sui mezzi dell’Atac, e anche sui flani destinati alle pagine dei quotidiani (compresa Repubblica e persino – sia pure con qualche spicciolo – alla “comunistissima” Radio città aperta!). Insomma, due piccioni con una fava: promuoversi presso il pubblico, e far circolare qualche lira fra gli addetti ai lavori, per di più in una stagione in cui tutti gli investimenti delle campagne crollano ai minimi termini. Una mossa che ha ispirato alla “bestia nera” della Polverini, la consigliera dell’Italia dei Valori Giulia Rodano, una pioggia di interrogazioni e un ricorso all’Autorità garante per le comunicazioni.

LA PRESIDENTE non ha ritenuto necessario rispondere ai quesiti in Consiglio regionale, per l’autorità (come sappiamo sempre molto solerte in materia radiotelevisiva) vedremo. Dice la Rodano: “Si tratta di un pericoloso precedente, che può aprire la strada a un uso indiscriminato della comunicazione istituzionale a scopi propagandistici”. E non c’è dubbio che questa forzatura stupisca, in una persona come la Polverini, che aveva costruito la sua fortuna con il buonsenso e con una grande capacità di equilibrio. Ma i tempi della politica impongono gli azzardi: “Con il tracollo di immagine di Alemanno e le divisioni nel Pdl    – osserva la Rodano – la Polverini approfitta del denaro pubblico    per rifarsi il look e posizionarsi nel nuovo scenario del Pdl”. Una delle delibere più corpose (la 22076 del 21 dicembre 2010) mostra la capillarità della spesa. Alla voce “Progetto donna mi state a cuore – affidamento servizi comunicazione istituzionale ” vengono erogati 97.887.60 euro, così ripartiti: “15 mila euro alla Publikompass Spa; 14.400 euro alla Manzoni e C. Spa; 14.400 euro alla Rcs Spa; 18.000 euro alla Piemme Spa; 6.600 euro alla Globo records Srl; 8 mila euro a Dimensione Advertising srl; 1.440 a Radio proletaria soc. Coop”.    Nel dettaglio della delibera si scopre l’entità delle testate toccate dalla campagna: Corriere dello Sport, il Tempo, Libero, Repubblica (giornale più sito), Corriere della Sera, il Messaggero, Radio città aperta, Radio Globo, Radio Dimensione suono. Sempre per il “progetto donna” vengono stanziati in altra delibera 10.807,20 euro (per spazi sul Giornale) e altri 7.142,40 alla “Posto 9, srl”, per la promozione del “Progetto donna – mi state a cuore”, relativo alle popolazioni migranti. Altri stanziamenti promozionali (90 mila) per pubblicizzare “La giornata regionale della sicurezza e dello sport” (con cinque società finanziate), di cui 70 mila euro vanno in defibrillatori per i corsi e 85 mila “per realizzare, e distribuire materiale informativo e divulgativo”. Ma il cuore di tutta la campagna è la delibera da 280.941,96 euro per la “campagna di comunicazione per la riduzione delle liste di attesa negli ospedali”. Qui le società finanziate sono 13 (tutte quelle che si occupano di affissione). Altri 265.837 euro servono per la campagna di primavera con il camper ambulatorio della regione. La ripartizione dei fondi rivela il carattere mediatico del’iniziativa: “Solo 150 mila euro infatti – spiega la Rodano – sono destinati alla campagna vera e propria, mentre 108.694 euro vanno in comunicazione e 7.142 euro addirittura per le hostess”. Di fatto quasi un euro su due della delibera (il 42%) non sono dedicati alla sanità, ma solo alla promozione dell’immagine presidenziale.    Un’ultima delibera, per una cifra molto bassa è interessante per un altro motivo. Si tratta di 720 euro che servono a stampare i manifesti da affiggere sugli autobus. Si legge nell’articolato: “Gli spazi sono stati messi a disposizione gratuitamente dall’azienda”. Perché a Renata stiamo a cuore noi, ma – evidentemente – anche all’Atac “sta a cuore” Renata.

di Luca Telese, IFQ

Renata Polverini, governatore del Lazio (ELABORAZIONE DI FABIO CORSI)

 

13 aprile 2011

Sgarbi pubblici: collaboratori a peso d’oro

Dalla compagna Sabrina Colle al giornalista Carlo Vulpio

Vittorio Sgarbi ha deciso: vado in onda il 2 maggio, non il 25 aprile. Meglio un feriale che un festivo, giusta osservazione. Il critico d’arte ha dimenticato un piccolo particolare, un passaggio burocratico: avvisare i vertici di viale Mazzini, obbligati a smontare il palinsesto di Rai1. Perché la Rai ha una data X per la trasmissione X di Sgarbi, ancora senza nomi e senza temi. E con un legittimo impedimento: il consulente del ministero dei Beni culturali, versione sindaco di Salemi, viola la par condicio durante la campagna elettorale per i comuni e le province italiane. La Rai pensa di rinviare a giugno oppure a settembre (o mai a più) l’esordio de Il mio canto libero, ultimo titolo scelto, tanto Lucio Battisti non può protestare.

Nessun abbonato del servizio pubblico ha visto un minuto del programma di Sgarbi, eppure ognuno di loro sta pagando un conto che cresce con il passare dei giorni. Il sindaco ha arruolato una squadra di lusso per 5 puntate che costano 8 milioni di euro; amici, collaboratori, giornalisti, familiari che lavorano ormai da novembre, che cercano di riempire un contenitore vuoto. Invitano Zidane, Baggio, Ferilli, Baricco, e tutti rifiutano. Mandano le telecamere in giro con Sgarbi, e non beccano nulla. E da novembre, però, la Rai si è impegnata a pagare il gruppo di Sgarbi, attraverso la società di produzione di Bibì Ballandì. Il giornalista Carlo Vulpio, candidato con l’Idv al Parlamento europeo, è l’architrave de Il mio canto libero, capo del progetto e autore di punta. La responsabilità ha un prezzo: 220 mila euro, più 60 mila per le spese di trasferta. E il regista, pittore, scrittore, scenografo Filippo Martinez, già padre putativo di Sgarbi quotidiani su Canale 5, è il direttore artistico (e autore): 130 mila euro, più 40 mila di vitto e alloggio. E un gesto di affetto tipicamente italiano: tradurre in scalette le idee di Sgarbi assieme al figlio Marco Martinez, già montatore per le Iene, collaboratore ai testi per 60 mila euro. Il critico d’arte su Vulpio e Martinez è intransigente, si è preoccupato di scrivere ai dirigenti Rai: basta trattative per i contratti, sganciate. Quando il bilocale di Montecarlo e il cognato travolgevano Gianfranco Fini, Sgarbi intervenne con una veloce analisi psicologia: “La Tulliani? Sono i sentimenti che rovinano gli uomini”. E così, furbo, il sindaco convoca la sua compagna per l’avventura in Rai, la modella e attrice Sabrina Colle (autrice, 40 mila euro). Il giornalista Angelo Crespi (60 mila euro), ex direttore del Domenicale (ora chiuso) di proprietà di Marcello Dell’Utri, sarà la penna dissacrante per la cultura, sostenuto nelle retrovie da Luigi Mascheroni del Giornale (60 mila euro) e l’architetto Peter Glidewell (25 mila euro), assessore all’agricoltura a Salemi.

Obiettivo: gli sprechi    delle regioni rosse

VULPIO È IL CAPITANO di una redazione d’assalto, incaricata di scovare le magagne nelle regioni rosse (inviati schierati da settimane in Umbria e Puglia): Giacomo Amadori, Gianni Lannes, Cecilia, Moretti, Cristina Pellecchia e Cosimo Forino, a ciascuno un compenso medio di 45 mila euro. Amadori (Panorama) ha appena patteggiato un anno (pene sospese) per il reato di accesso abusivo a sistema informativo. Il giornalista indicava aunfinanzierediPaviaditracciareuna radiografia patrimoniale di una persona che gli interessava, violando la banca dati dell’Agenzia delle Entrate, per poi pubblicare le notizie riservate sul settimanale berlusconiano.    Nel 2008/2009 è toccato a Raimondo Mesiano , il giudice che condannò la Fininvest a risarcire 750 milioni di euro a Carlo De Benedetti per il lodo Monda-dori, e anche a Luigi De Magistris, Antonio Di Pietro, Beppe Grirllo, Marco Travaglio, Patrizia D’Addario e la famiglia Agnelli.

La scenografia    secondo B.

DIEGO VOLPE PASINI fa politica nelle strade, amministratore duro e puro a Udine, non molla mai la presa su rom, clandestini e prostituite. Si è autodefinito aiutante in campo di Sgarbi: “Periodicamente ci vediamo con il presidente del Consiglio, gli abbiamo presentato la scenografia. Il mio compito sarà sia di occuparmi di diversi aspetti organizzativi, sia di essere inviato in giro per la trasmissione”, a soli 90 mila euro, più 25 mila quando Il mio canto libero sarà su Rai1. La società di Ballandi ha ricevuto l’appalto di 2,35 milioni di euro, ma per precauzione scarica su viale Mazzini qualsiasi rischio legale: il primo è il contratto di Sgarbi. Il regolamento Rai vietadipagarechiunquericopraunincarico pubblico o politico, e l’accordo di un milione di euro tra l’azienda e il sindaco può incuriosire l’Autorità di garanzia nelle Comunicazioni e la Corte dei conti. Musica stonata per il critico d’arte che, però, può consolarsi con il gruppo jazz di Oristano ingaggiato per il programma.

di Carlo Tecce, IFQ

8 aprile 2011

Emergenza nazionale: La Russa si mobilita per vedere l’Inter

Può un ministro della Repubblica usare l’aereo di Stato come fosse un taxi per andare allo stadio? Ignazio La Russa lo fa. Lo ha fatto martedì 5 aprile, per andare da Roma a Milano, dove giocava la sua Inter, e poi tornare in nottata nella capitale. E lo ha fatto altre volte in passato. Come un Clemente Mastella qualsiasi. È atterrato a Milano, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, attorno alle 18.30 di martedì. Ha viaggiato a bordo di un aereo P180 dell’Arma dei carabinieri proveniente da Roma. È poi ripartito attorno alle 23, con un aereo dell’Aeronautica militare, identificativo MM 62210. In mezzo, la partita allo stadio di San Siro, dove l’Inter è stata sconfitta 5 a 2 dallo Schalke, la squadra decima in classifica del campionato tedesco. Dopo la batosta sportiva, il ministro della Difesa ha avuto anche tempo di dare una stoccatina all’allenatore dell’Inter, Leonardo, dichiarando alla Gazzetta dello sport: “Kharja non l’avrei tolto, avrei levato Motta. Con una condizione così carente, l’atteggiamento tattico dovrebbe essere meno fantasioso”.    La Russa stava vivendo a Roma giornate difficili. Nella mattinata di martedì 5, l’ufficio di presidenza della Camera dei deputati aveva deciso di sanzionarlo con la censura, per il suo comportamento in aula del mercoledì precedente, quando aveva tirato un “vaffa” al presidente Gianfranco Fini. Dopo quello show, il ministro rimette piede a Montecitorio proprio nel pomeriggio di martedì 5, mantenendo un basso profilo e sedendosi nei banchi dei deputati del Pdl e non in quelli (peraltro tutti occupati) del governo. “Ho attraversato gli anni di piombo senza una condanna”, dichiara all’agenzia Dire, “comando il mio partito a Milano da 17 anni, anche negli anni della corruzione. E mai mi è stato contestato qualcosa”. Poi cerca di dare una spiegazione del suo ormai proverbiale nervosismo: “Non è semplice superare quello che è successo in questi mesi nel mio partito, sto metabolizzando la rottura con Fini”. Poi via, verso San Siro, a bordo dell’aereo di Stato. Incassata la sonora sconfitta in campo, il ministro torna a Roma, con un altro aereo, ma sempre a spese del contribuente. La mattina del giorno dopo, la Camera vota il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato, con l’obiettivo di bloccare il processo a Silvio Berlusconi per il caso Ruby. La maggioranza è traballante, dunque tutti i deputati Pdl sono precettati in aula, compresi i 14 ministri che (come La Russa) hanno un seggio a Montecitorio.

IL CENTRODESTRA attaccò duramente Clemente Mastella, quando era ministro della Giustizia del governo Prodi e usò un volo di Stato per andare, nel settembre 2007, al Gran premio di Monza di Formula 1. La Padania allora titolò: “L’inGiustizia vola al Gran premio”. E il Giornale argomentò: “Non dicevano di voler tagliare i costi della politica? Forse usare l’aereo di Stato più faraonico che ci sia per assistere al Gp di Monza non è il miglior modo di risparmiare. O no? Per dire: il Gran premio lo trasmettevano pure su Raiuno, il cui segnale, ci risulta, dovrebbe arrivare fino a Ceppaloni”. Anche la partita Inter-Schalke è stata trasmessa in tv ed era visibile dunque anche a Roma, su Sky e Mediaset premium. Il malcostume di centrosinistra diventa accettabile quando ha protagonisti di centrodestra? Ci sono dei precedenti. Il 25 maggio 2009 il ministro La Russa, accompagnato dal coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini e da altri esponenti di partito, era arrivato a bordo di un Boeing 737 dell’Aeronautica militare all’aeroporto Baccarini di Grosseto. Per partecipare a un aperitivo elettorale in sostegno di un candidato locale del Pdl. Lo stesso La Russa ha firmato nel 2009 il contratto alla Fon-sai dell’amico Salvatore Ligresti che si è aggiudicato l’appalto dei servizi assicurativi per i rischi aeronautici connessi al trasporto aereo di Stato e di governo. In quella occasione, la copertura assicurativa è stata allargata non soltanto ai presidenti della Repubblica, della Camera e del Senato, agli ex capi di Stato e ai presidenti del Consiglio, ma anche agli estranei imbarcati sui voli. Una copertura assicurativa amplissima: i passeggeri dovranno essere risarciti in caso di infortunio, avvelenamento, punture di insetti e molto altro; pochissimi i rischi esclusi, tra cui i danni da fusione nucleare.

ANCHE BERLUSCONI è stato al centro di polemiche per i voli di Stato: fu messo sotto indagine (e poi archiviato) per i viaggi con cui nel maggio-giugno 2008 andava a villa Certosa, in Sardegna, accompagnato da vari ospiti, tra cui il cantante Mariano Apicella. Il ministro senza portafoglio Michela Vittoria Brambilla ha invece querelato il Fatto Quotidiano per aver raccontato le sue avventure in elicottero, a spese dei contribuenti. La direttiva sui voli di Stato voluta nel luglio 2008 dal governo Berlusconi stabilisce che per autorizzare il volo devono sussistere “comprovate e inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali”; e che devono non essere “disponibili voli di linea né altre modalità di trasporto compatibili con l’efficace svolgimento di dette funzioni”. La partita dell’Inter rientra nelle funzioni istituzionali del ministro della Difesa? La regina di Spagna, Sofia, quando ha dovuto correre da Madrid a Londra per andare a trovare il fratello, Costantino di Grecia, ricoverato in ospedale, ha preso un volo Raynair, comprando il biglietto online con la carta di credito. Altro stile.

di Gianni Barbacetto, IFQ

8 aprile 2011

Calderoli-Cuneo, toccata e fuga con l’Airbus militare

Con tutte queste inutili leggi da semplificare (e magari da bruciare), rimane davvero poco tempo per la vita privata. Giusto, dunque, approfittare di ogni momento libero. Questa volta, però, il ministro Roberto Calderoli, forse, ha un po’ esagerato: per passare tre ore a Cuneo – dove risiede la sua compagna Gianna Gancia, presidente della Provincia – la mattina del 19 gennaio 2011 ha usato un volo di Stato. Questo è quanto sostiene Fabrizio Biolè, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle (nonché cuneese doc) che ha presentato un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica del capoluogo della Granda ipotizzando il reato di abuso d’ufficio: “So da fonte certa – racconta Biolè – che il mattino del 19 gennaio 2011 è atterrato all’aeroporto di Cuneo Levaldigi un Airbus 319 CJ dell’aeronautica Militare da cui è sceso il ministro Calderoli. L’aereo, poi, è ripartito per Roma dopo poche ore, per un conto totale di circa 20 mila euro a carico della collettività”.    Ma che ci faceva Calderoli quella mattina a Cuneo? Non si sa di preciso, e i malevoli hanno un’idea: che si sia trattato di un blitz (anche) a uso personale? Di certo il velivolo fa parte della flotta di Stato di stanza a Ciampino a disposizione del Presidente della Repubblica (e dei suoi predecessori), dei presidenti del Consiglio, delle Camere e della Corte Costituzionale. Quanto ai ministri, secondo la direttiva del presidente del Consiglio del 25 luglio 2008, l’utilizzo dei voli di Stato è limitato ai casi in cui sussistano “comprovate ed inderogabili esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni” o non siano disponibili “altre modalità di trasporto compatibili con l’efficace svolgimento di dette funzioni”. “Inderogabili esigenze” che, nel caso specifico, non sembrano particolarmente evidenti: “Sono stato a Levaldigi – dichiara Biolè – per avere informazioni sul volo di Stato in qualità di consigliere regionale, mi è stato risposto che il passeggero del volo in questione aveva una copertura di sicurezza ‘di terzo livello’ e dunque non ho ottenuto nessuna informazione ufficiale”. Biolè non molla e denuncia pubblicamente il fatto, senza peraltro fare il nome di Calderoli, ma dicendo comunque abbastanza, dal momento che l’entourage del ministero sente immediatamente il bisogno di rispondere al consigliere grillino: “Hanno confermato il viaggio di Calderoli, ma solo per il viaggio di ritorno, che in un primo momento avrebbe dovuto partire da Linate per poi essere dirottato su Cuneo, motivandolo con un impegno ufficiale in Commissione Federalismo. Ma il 19 gennaio 2011, come si può facilmente verificare, non c’è traccia della seduta in nessun resoconto dei lavori parlamentari”. Dal ministero sbuffano di aver già chiarito la questione: “Non c’è nulla da aggiungere – dichiara il portavoce di Calderoli – per noi la questione è chiusa”. In effetti il ministro della Semplificazione, quel giorno, risulta aver relazionato alla commissione Bilancio della Camera le modifiche del governo al decreto sul fisco comunale. Rimane il fatto che, pur avendo un impegno di tale importanza, Calderoli è corso a Cuneo per poche ore “costringendosi” così a viaggiare in volo di Stato per non mancare all’impegno romano. Forse potrà spiegarlo direttamente al Parlamento visto che, su sollecitazione di Biolè, è stata presentata un’interrogazione in Commissione Affari Costituzionali, il cui primo firmatario è il deputato del Pd Emanuele Fiano.

di Stefano Caselli e Chiara Paolin, IFQ

8 aprile 2011

RAI, 8 milioni di Sgarbi

Un “gemello” per Ferrara: arriva un maxicontratto in prima serata. Per il critico 200mila euro a puntata

Per un critico d’arte scegliere un nome è il compito più difficile. Vittorio Sgarbi cambia ogni giorno titolo al suo programma per il debutto in Rai: Il mio canto libero, Il bene e il male, Capra e cavoli. Sul contratto e i costi di produzione, l’arte si fa da parte, e la cifra è tonda: cinque serate su Raiuno, otto milioni di euro. Per scongiurare lunghe riflessioni e ripensamenti, il direttore generale Masi ha offerto a Sgarbi un accordo in esclusiva di un milione di euro, spalmato in cinque comode rate: 200 mila euro a puntata. Masi con i suoi preferiti è un dirigente premuroso e sbrigativo, un mecenate grondante di soldi pubblici. Impose a Vieni via con me di ospitare gratis Roberto Benigni. Obbliga Vauro e Marco Travaglio a lavorare gratis ad Annozero. Ricordate? Roba vecchia.    PER L’APPALTO esterno con la società di Bibì Ballandi, incaricata di costruire la trasmissione X di Sgarbi, viale Mazzini spende 2,350 milioni di euro, un pelino sotto i 2,5 per evitare il fastidioso voto in Consiglio di amministrazione. E maniche larghe ovunque: 3,150 milioni di euro per i costi di rete, più 1,5 milioni per la produzione. Totale (Sgarbi compreso): 8 milioni di euro, 1,6 a serata. E per cosa? Per un programma misterioso che slitta nel palinsesto perché a maggio, il mese indicato, cadono le elezioni amministrative: Sgarbi, versione sindaco di Salemi, viola la par condicio . Nessun problema, le regole in Rai mica valgono per tutti. Masi è flessibile: prima scrive nelle sue amate circolari che i nuovi contratti vanno sforbiciati del 20 per cento, poi ingaggia Giuliano Ferrara con un sontuoso triennale e temporeggia sui rinnovi di mezza (e odiata) Raitre, Fabio Fazio, Giovanni Floris, Milena Gabanelli e Serena Dandini. E fa pure una pernacchia ai dipendenti: piano industriale di lacrime e sangue, e dunque niente aumenti. Così per settembre Raitre sarà in bilico: Che tempo che fa, Parla con me, Ballarò, Report. Masi è un direttore generale che tutti danno in uscita, ma con i piedi saldamente dentro. L’ultima partita per normalizzare viale Mazzini la gioca da solo, chi ha i contratti in scadenza deve passare nel suo ufficio, almeno un paio di volte, per poi sentirsi rimandato, richiamato , tenuto in sospeso. Masi mostra la sua efficienza per Ferrara, un triennale firmato all’istante (senza nemmeno avvisare il Cda) oppure per Sgarbi, invocato per fare il contraddittorio a Marco Travaglio ad Annozero e precettato a novembre per creare un Vieni via con me in salsa berlusconiana. Una salsa talmente forte che Oliviero Toscani, già assessore a Salemi, lasciò il gruppo dell’ex ministro senza convenevoli: “Non presto il fianco al Cavaliere”. La Rai investe al buio 8 milioni di euro per una trasmissione che nessuno conosce, che potrebbe esordire a giugno per una concorrenza balneare con Mediaset. Per salvare il sindaco di Salemi dal duello pubblicitario – il famoso periodo di garanzia – e farlo gareggiare con la terza replica dei Cesaroni.    MAI VIALE Mazzini ha svuotato le casse per il palinsesto estivo, il fuori stagione televisivo. Provi a chiedere a Ballandì quando andrà in onda? Risposta, mercoledì 18. Ri(provi) con la Rai? Anticipano di un paio di mercoledì. E autori, ospiti, argomenti? Chissà. L’idea di Sgarbi fu estemporanea, ispirata a Vieni via con me: “Io sarò l’anti-Saviano . Adesso prepariamo il numero zero. L’importante è che vada in onda – disse a novembre – in prima serata per avere una risonanza tale da rispondere ai dibattiti suscitati da Fazio”. Il prototipo è proprio lo speciale-evento di Raitre. Aspettando un confronto di ascolti, Sgarbi stravince il paragone dei costi: lo scrittore di Gomorra guadagnava 50 mila euro a serata (lui 4 volte di più), Vieni via con me con una media del 29 per cento di share legittimava i 500 mila euro a puntata (lui 3 volte in più).    NON SERVE spulciare troppo i conti dei programmi sgraditi al governo, Sgarbi casca sempre male: Annozero, 194 mila euro a puntata; Ballarò, 110 mila; Report, 139 mi-la. E tutti registrano ascolti che fanno incassare pubblicità all’azienda. L’ingaggio di Sgarbi (un mese!) è il doppio di quanto prendono in un anno Michele Santoro e Floris. Cinque volte lo stipendio di Gianluigi Paragone e Lucia Annunziata, per non parlare della Gabanelli. E via con moltiplicazioni e divisioni. Non pretendete che un critico d’arte sappia maneggiare i numeri: “Quelle di B. sono amanti, non escort”.

di Carlo Tecce, IFQ

15 febbraio 2011

“Vandali” di Stato. Rizzo e Stella: ecco come buttano i nostri soldi

Un paese in rovina per colpa della politica e degli sprechi di chi ne è alla guida. È uscito il libreria “Vandali”, il nuovo lavoro dei giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella che denunciano la distruzione dell’unico patrimonio di cui l’Italia possa ancora vantarsi: l’arte e la cultura. Con i soldi buttati per mantenere i privilegi si potrebbero salvare molti siti abbandonati a se stessi, come Pompei. Di seguito ampi stralci di quattro episodi raccontati dai giornalisti: gli   sprechi di Palazzo Chigi; la parabola del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e i suoi “affari” di famiglia curati con i soldi statali; la vicenda dell’ex governatore del Lazio Marrazzo, che col rientro in Rai cumulerà stipendio e pensione, come fanno molti ex consiglieri regionali divenuti poi parlamentari.

A Palazzo Chigi spese decuplicate

Nel bilancio di Palazzo Chigi non c’è nemmeno il numero delle persone che lavorano lì. Per farsi un’idea bisogna andare nel portale della Ragioneria, dove c’è un dato del 2008. Quando i dipendenti erano 2384 più 14 precari. Notizie sugli staff, i comandati, gli esterni? Zero. Si sa che sono centinaia. Punto. (…)    In un anno il costo del personale di “staff” di Palazzo Chigi è passato da 20 a 21,8 milioni: più 8,8%. Motivo, “la riconfigurazione degli organi del vertice politico. Con decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 9 luglio 2009 è stato nominato il nuovo ministro per il Turismo”. Tutta “colpa” di Michela Vittoria Brambilla.    (…) La manovra prevedeva di tagliare del 5% o del 10% gli stipendi pubblici più alti a partire da subito: dal 1° gennaio 2011. Un momento: non tutti gli stipendi pubblici. Non quelli, ad esempio, dei   collaboratori più stretti del governo a Palazzo Chigi. Lo dice lo stesso bilancio ufficiale. Spiegando che il taglio tremontiano valido per tutti gli altri italiani “ha sollevato alcuni dubbi di natura interpretativa con specifico riferimento ai destinatari”.    Quindi? In attesa di capire bene, tagli congelati. Anzi, il capitolo di spesa per i compensi del segretario generale e i suoi facenti funzioni dovrebbe crescere nel 2011 da 430.000 a 520.000 euro. Come pure la voce che riguarda lo stipendio di Berlusconi, dei ministri senza portafoglio e dei sotto-segretari alla presidenza: da 1,6 a 2,1 milioni. Cinquecentomila euro in più. Un aumento venti volte superiore all’inflazione. E non è l’unica impennata. Nel preventivo 2009 le spese di rappresentanza erano fissate in 200.000 euro. Sono quadruplicate: 800.000. Quelle per i convegni, i congressi, le visite ufficiali   del premier erano stabilite in 900.000 euro: hanno passato di slancio i 6 milioni   , più quasi 4 non previsti per “spese relative a eventi istituzionali anche di rilevanza internazionale”. Totale: una decina. Oltre il decuplo. Come di dieci volte sono aumentate le spese legali e le parcelle degli avvocati: un milione nelle previsioni, 10.651.000 euro nel consuntivo finale. Com’è possibile sbagliarsi di dieci volte?

La prima moglie? Paga il ministero

“L’amore è una cosa meravigliosa. Ma a volte mette a repentaglio. È successo anche a Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali e il patrimonio artistico. Che, per eccesso di batticuore, rischia di perdere il suo seggiolone dorato. Il 2010, infatti, è stato punteggiato da una serie di episodi, che stanno sgretolando la sua immagine.   “Per amore dell’onorevole Repetti, la nuova fidanzata” prosegue la rivista, “Bondi si è infilato in un altro guaio familiarpolitico”.    Anzi due. La signora, infatti, ha un figlio maschio, Fabrizio, e un ex (dal quale è in via di divorzio), Roberto Indaco. Guarda caso entrambi “sistemati” dal ministero retto da Bondi: Fabrizio, laureando in   Architettura, beneficia di un contratto interinale al Centro   Sperimentale    di Cinematografia. Il padre Roberto si è portato a casa, grazie al Fondo unico per lo spettacolo nel 2009, una consulenza di 25.000 euro per “Arte e moda”. A chi gli chiedeva ragione, Bondi ha risposto: “Sono intervenuto per risolvere due casi umani…”. E la prima moglie? Il settimanale Oggi la scova alla fine del 2010 a New York. La signora Maria Gabriella Podestà ora vive lì. Grazie a un contratto con il ministero degli Esteri: “Mi occupo della promozione della nostra cultura”. Che coincidenza! “È lecito pensare che anche il suo incarico al consolato sia arrivato per intercessione del ministro?” le chiede l’inviata Marianna Aprile. E lei, ingenua creatura: “Il dubbio ce l’ho anch’io. Io mi trovavo bene nella mia scuola, a Salò.   Può essere che il mio ex marito avesse interesse a spedirmi di nuovo in America.    In fondo, il mio contratto a New York gli ha portato solo vantaggi: è arrivato proprio nel momento in cui c’erano da definire gli alimenti. E, infatti, io per me non ne ho chiesti, perché di lì a poco avrei avuto lo stipendio del ministero per gli Affari Esteri. Non solo: oggi lui chiede la riduzione del mantenimento di Francesco proprio in virtù del mio nuovo reddito”.

 

Due stipendi per Marrazzo

Ricordate la storia dello psichiatra Luigi Cancrini? Eletto deputato coi Comunisti italiani, sosteneva che gli spettasse oltre allo stipendio della Camera anche il vitalizio della Regione Lazio maturato dopo esser stato consigliere regionale per tre legislature. Era così sicuro di averne diritto da fare ricorso al Tribunale civile di Roma. Scoppiò un putiferio. E prese le distanze anche il governatore Piero Marrazzo: “I costi della politica sono già così alti che se riuscissimo a ridurne qualcuno faremmo cosa buona e giusta”.    Sagge parole. In seguito allo scandalo che lo costrinse a dimettersi è arrivato però anche il suo turno. E allora non c’è stato più “costo della politica” che tenesse. Anzi, gli è sembrata cosa buona e giusta, archiviata l’avventura politica dopo appena quattro anni e mezzo da governatore e incamerata la liquidazione (31.103 euro per un solo mandato quinquennale) passare all’incasso anche per il vitalizio. Possibile? E da quando? Alla domanda di Giuseppe Rossodivita, il capogruppo radicale in Regione deciso a vederci chiaro, è stato risposto: dal 12 maggio 2010. Quando l’ex presidente, nato il 29 luglio 1958, aveva 51 anni.   Quattordici in meno di quelli richiesti per andare in pensione agli italiani.    (…) Gli spettano circa 4000 euro lordi al mese. Una cifra con cui si potrebbero pagare due giovani archeologi dei Beni culturali. Dovesse serenamente invecchiare   come un italiano medio, cosa che con affetto gli auguriamo, riceverà complessivamente, al lordo, circa un milione e mezzo di euro. Per una cinquantina di mesi di lavoro. Se fosse ancora il conduttore di Mi manda Raitre e questa storia riguardasse qualcun altro, colpevole di essersi rovinato con le proprie mani, ci farebbe sicuramente un servizio. Non basta: grazie al fatto che quella prebenda mensile è un vitalizio e non una pensione, distinzione che fa salire il sangue alla testa ai lavoratori normali quale che sia il loro reddito, Marrazzo potrà liberamente cumulare i soldi con lo stipendio di giornalista della Rai (discreto se è vero che giurava di rimetterci, a fare il presidente regionale) dove nel frattempo è rientrato.

 

Doppi compensi a tutti

Per i vitalizi degli ex onorevoli nel solo 2010 abbiamo speso 219 milioni. Molto più di quanto incassano in due anni tutti i nostri musei e siti archeologici messi insieme. Eppure non è tutto: nonostante le roventi polemiche di qualche anno fa sulla Casta dei politici, è rimasto intatto perfino il doppio vitalizio. Un esempio: Giulio Maceratini. Parlamentare per sei legislature, missino prima e aennino poi, prende 9.947 euro al mese come ex onorevole. Più 9.088, stando alle tabelle, come ex consigliere regionale del Lazio. Totale: 19.000 euro e spicci al mese. Lordi. Fatti i conti: basterebbero a pagare una bella fetta della task force di giovani studiosi per Pompei. Un caso isolato? Niente affatto. Tra i pensionati della sola Regione Lazio sono in 21 su 179: quasi un ex consigliere su otto. (…) Ma quanti sono i politici sparsi per l’Italia che hanno avuto due vite? Duecento, trecento, chissà. Il numero sfugge alle statistiche. In Lombardia, per fare un altro caso, i titolari di doppio vitalizio parlamentare e regionale (più modesto di quello laziale) sono 22. (…)    C’è chi dirà: possibile che non ci sia un limite? Vi   risponderanno che c’è: la doppia pensione si può incassare solo se non si    rientra in Parlamento o alla Regione. (…) Ma poteva mancare l’eccezione? No: alla Regione siciliana, quella leggina di argine agli eccessi, si erano completamente   “scordati” di farla. Ah, la memoria… Se ne “accorsero” solo nel 2006, quando sei ex deputati regionali (Giovanni Ricevuto, Giuseppe Firrarello, Nino Strano, Franco Piro, Vladimiro Crisafulli e Angelo Capodicasa: tre di destra, tre di sinistra) finirono a Roma intascando, grazie alla provvidenziale dimenticanza, la paga da deputato o senatore più il vitalizio dell’Ars, che poteva arrivare a 9.947 euro al mese. Un’offesa a tutti i comuni mortali. Alla quale si rimediò con un’altra assurdità: una norma che proibiva il cumulo, ma solo dal 1° gennaio 2011. Risultato: con le elezioni del 2008 gli ex deputati siciliani con doppia busta paga sono passati da sei a quattordici.

di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella- IFQ


5 gennaio 2011

La Brambilla paga 180mila euro (soldi nostri) per lo spot prodotto da un vecchio amico di Italia Uno

Centottantamila euro. Tanto è costato lo spot di Turisti a 4 zampe, la campagna di sensibilizzazione voluta dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla nel-l’estate del 2009 per contrastare l’abbandono degli animali domestici. Nobile iniziativa, tra le tante di quella campagna: un volume con la lista degli alberghi che ospitano i nostri animali (costo 77mila euro) e poi vetrofanie per gli alberghi, pubblicità, un sito, realizzato dalla Viamatica srl, società del consulente del ministro Luca Moschini.

IL FILMATO dello spot si può ancora oggi trovare in Rete: padrone e cane stanno guardando la televisione, scorrono le immagini di Fantozzi (Fantozzi va in pensione, anno 1988) alla guida della sua Bianchina, intento a cercare di liberarsi di un enorme San Bernardo. Stacco: il cane di fronte allo schermo guaisce, preoccupato di fare una brutta fine. La mano del padrone   lo tranquillizza, e una voce fuori campo racconta che nel-l’Italia di oggi Fido può venire in vacanza con noi nelle strutture contrassegnate dal marchio. Seguono scene di padrone e cane che si godono la vacanza. In tutto 30 secondi, sette dei quali passano con le immagini di Fan-tozzi, per un totale di 6mila euro al secondo.    Denaro pubblico incassato dalla Jolly Roger Sas di Milano. Jolly Roger, come il nome della tradizionale bandiera dei pirati, quella, per intendersi, con teschio   e spade incrociate su fondo nero. Oggi la società appartiene integralmente a Guido Prussia, 47 anni, genovese trapiantato a Milano. Ma quando Prussia la fonda, nel 2002, suo socio è Giorgio Medail, lo scopritore di Michela Vittoria Brambilla con il programma “I misteri della notte”, poi direttore della Tv della Libertà fondata dalla stessa e chiusa in un anno con 15 milioni di debiti, oggi dirigente – all’interno della struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia – proprio nel ministero   della rossa di Calolziocorte che ha commissionato la produzione dello spot.    I due si conobbero proprio ai tempi della trasmissione Fininvest. Come? Lo spiega lo stesso Prussia. Sotto il titolo “Sono diventato famoso rovistando nella spazzatura, poi ho venduto mutande”, nel maggio 2010 spiega a Libero che galeotto fu   un incontro con Berlusconi, che lo spinse a inseguire i suoi sogni: “Decido di andare a Milano, a Mediaset (in verità sarebbe Fininvest ndr.), per incontrare Giorgio Medail che conduce il programma I misteri della notte”. Nascerà da quell’incontro la sua carriera televisiva: prima Studio Aperto, poi la trasmissione Hotel California, che per tre stagioni lo      porterà di fronte agli    spettatori di Italia Uno a intervistare Pamela Anderson, o setacciare la spazzatura di Brad Pitt e Marlon Brando.    Dopo l’exploit la strada con Fininvest si interrompe, non quella con il suo scopritore. Prussia infatti rimane negli States fino al 2002, e quando torna in Italia fonda con Medail la Jolly Roger, appunto, che in quel momento ha come ragione sociale la produzione e la vendita di magliette, mutande, vestiti personalizzati in genere. Prussia se ne inventa alcuni che gli danno non pochi grattacapi – “meglio sette nani che un principe stronzo” recita una maglietta – poi rileva   integralmente il capitale e cambia la ragione sociale per tornare all’amore di un tempo: produzione video.    Raggiunto dal Fatto Quotidiano, il titolare della Jolly Roger nega tuttavia che ci sia alcuna relazione tra il contratto per lo spot e le conoscenze di vecchia data: “Ho seguito tutti gli iter burocratici normali”, dice, “e non sono un prestanome, Medail non c’entra niente con la Jolly Roger”. Ha ragione: Medail è uscito dal marchio almeno dal 2005 e da allora la società è tutta sua e del fratello Giovanni.

EPPURE PRUSSIA non ricorda le circostanze in cui è venuto a conoscenza della possibilità di fare uno spot: “Dovrei andare a controllare, sono passati due anni. Forse perché vado matto per i cani. Non so nemmeno perché abbiano scelto me. Anzi, pensavo proprio che non avrei vinto”. Né ricorda l’importo complessivo percepito, 180mila euro saldati nel gennaio del 2010. Non poco, abbastanza   per conservare il dubbio: perché il ministero del Turismo ha affidato proprio a lui il progetto, e ad un costo fuori parametro? Un altro spot del ministero   per la medesima iniziativa, interamente animato, è costato ad esempio circa 110mila euro. Il valore di mercato, poi, sarebbe anche più basso: “Tra i 60mila e i 120 mila euro” spiegano i produttori cui il Fatto si è rivolto per una valutazione. La variabile più grossa la dà paradossalmente l’unica parte non girata: “I sette secondi di Fan-tozzi, a seconda degli accordi per i diritti presi con il distributore”. Ma in quel caso, spiega un produttore milanese, “un producer accorto avrebbe cambiato il soggetto. E un ministero competente non avrebbe accettato il progetto”.

di Fabio Amato e Eduardo Di Blasi – IFQ

28 dicembre 2010

Brunetta spende il doppio

Il ministro duplica una società di Stato, il Formez, con nuovi incarichi ben pagati per tutti. A iniziare dall’ex sindaco di Ravello, dove il titolare dell’Innovazione passa le sue vacanze

Renato Brunetta Tempi duri per Brunetta. Giorni fa sul sito Internet di Formez Italia, società che fa formazione agli impiegati pubblici, si poteva leggere – in una dispensa sui diritti costituzionali del Comune di Roma – che “non bisogna considerare uguali a noi le persone in condizioni inferiori alle nostre (handicappati)”. 

Il ministro si è irritato, anche perché la Spa di Stato è una sua creatura. Nell’agosto 2009 Brunetta ha infatti diviso il vecchio Formez: Formez Pa e la new entry FormezItalia. I maligni hanno parlato di inutile doppione. Se da un lato il vecchio cda del Formez è stato asciugato di qualche unità, FormezItalia ha un nuovo presidente, due nuovi consiglieri, un direttore generale e un collegio sindacale tutto suo. Brunetta ha fatto presidente (150 mila euro l’anno) Secondo Amalfitano. Un fedelissimo: è stato sindaco Pd di Ravello, dove il ministro ha casa. Poi il salto con Brunetta, come consulente, e ora organizzatore di concorsi. I concorsi si fanno, è vero. Peccato che il ministro abbia bloccato le assunzioni e ipotizzi futuri tagli-monstre nel settore pubblico.

E. F. – L’espresso


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