Posts tagged ‘Mario Monti’

18 gennaio 2013

La guerra di Monti l’Africano

Il governo vuole dare supporto all’intervento francese nel Mali. E non sarà un aiuto ‘simbolico’: gli aerei e i satelliti italiani saranno fondamentali nel conflitto. A spese dei contribuenti, naturalmente, ma non si sa quanto

Non sarà semplicemente un ‘beau geste’. Pur ridotta nei numeri, la presenza italiana a sostegno delle operazioni francesi in Mali è la prima manifestazione del cambiamento di rotta imposto dal governo Monti alla strategia internazionale del nostro paese. Basta con le spedizioni in aree lontane dai nostri interessi, come è accaduto con il massiccio e costosissimo impegno in Afghanistan: concentriamoci verso il Mediterraneo e l’Africa.

Il contributo alla campagna di Hollande per impedire che gli oltranzisti islamici conquistino il Mali non è ancora stato definito nei dettagli. Ai francesi fanno gola alcuni dei nostri velivoli, molto più moderni dei loro. Le cisterne volanti Boeing dell’Aeronautica, che possono rifornire il  ponte aereo che alimenterà il contingente francese. E soprattutto i turboelica da trasporto C130J Hercules e C27J Spartan, che i nostri piloti hanno imparato a usare in Afghanistan su piste improvvisate, come quelle del Mali: il colossale arsenale di Parigi difetta proprio di questi mezzi fondamentali per condurre operazioni in zone desertiche.

Un aiuto discreto ma decisivo lo stanno già dando i satelliti spia italiani. La rete Cosmo- SKyMed messa in orbita negli scorsi anni è specializzata proprio nel sorvegliare il deserto e si è già rivelata preziosa durante i raid in Libia.

Questi satelliti hanno un sistema radar che permette di scrutare giorno e notte territori molto vasti, ottenendo i risultati più efficaci proprio nella zone sabbiose. Possono individuare anche le singole jeep usate dai miliziani fondamentalisti, le cosiddette ‘tecniche’ che sono diventate protagoniste dei conflitti africani, anche quando sono ferme e sfuggono ai sensori ad infrarosso delle altre vedette spaziali.

Da alcuni anni l’intelligence militare di Roma e di Parigi hanno siglato un patto proprio per condividere le informazioni raccolte dai nostri spioni satellitari: le immagini catturate dai quattro satelliti Cosmo-Skymed vengono trasmesse anche agli 007 francesi, estremamente soddisfatti per l’efficenza di questo sistema costato ai contribuenti italiani un miliardo e 137 milioni di euro.

Ma l’asse tra Francia e Italia nella stagione del governo Monti si è rafforzato anche su un altro dei focolai della regione: il Corno d’Africa, tornato al centro delle attenzioni di Roma dopo anni di disinteresse.

Le campagne contro i pirati che assaltano i mercantili e il contrasto alle fazioni fondamentaliste che continuano a resistere in Somalia sono state l’occasione per sperimentare nuove intese operative sul campo. In prima fila, la Marina con le navi che pattugliano la rotta strategica per i commerci con l’Asia e con un’attività silenziosa delle forze speciali, i commandos del Comsubin chiamati a compiere ricognizioni e raid contro le basi dei pirati.

A questo si sono unite le iniziative per contribuire alla rinascita delle istituzioni somale. L’ultimo accordo ufficiale è stato annunciato la scorsa settimana, con la decisione di affidare ai carabinieri l’addestramento dei gendarmi somali: il primo embrione di una forza di polizia autonoma a Mogadiscio.

Sono piccoli passi che testimoniano la svolta nelle direttrici della nostra politica estera, condotta essenzialmente con le missioni militari. Con il ritiro progressivo dall’Afghanistan, il baricentro sta tornando nel Mediterraneo e nei paesi africani.

Il Libano, ad esempio, dove il governo Prodi raccolse il massimo successo internazionale intervenendo proprio al fianco dei francesi per porre fine alla guerra lanciata da Israele.

Nella stagione berlusconiana il nostro contingente è stato abbandonato, senza sfruttare le potenzialità politiche e commerciali del nostro contingente sotto la bandiera dell’Onu. Invece ora la crisi siriana ha trasformato la presenza italiana nel bastione di una delle aree di crisi più delicata del pianeta. Lo Stato maggiore di Roma ha mantenuto ottimi rapporti con la Giordania, con esercitazioni comuni che potrebbero diventare la base di un futuro ingresso in Siria per ragioni umanitarie: uno scenario che negli ultimi mesi è diventato sempre più concreto.

di Gianluca Di Feo, L’Espresso
19 ottobre 2012

Incandidabilità, specchio per le allodole

DOPO LA bella prova di sé che hanno dato governo e Parlamento con il ddl anticorruzione, adesso sembra si vogliano occupare della incandidabilità: i condannati non potranno fare gli onorevoli (ma va?). Ammesso che questa cosa veda mai la luce, si tratterà di uno specchietto per le allodole, come la legge anticorruzione.

1 – L’incandidabilità scatterebbe a seguito di una sentenza di condanna definitiva a pena maggiore di 2 anni di reclusione (ma si parla anche di 3).

2 – Omicidio, rapina e traffico di droga in genere sono sanzionati con pene superiori. Ma è difficile che i parlamentari commettano reati di questo tipo: hanno altri mezzi più sicuri per arricchirsi. Comunque, è vero, l’onorevole che ammazza la moglie non potrà più frequentare il Parlamento.

3 – I reati tipici di questa gente, come ognuno (e anche il governo) sa benissimo, sono concussione, corruzione, traffico di influenze, voto di scambio, falso in bilancio, frode fiscale, abuso in atti d’ufficio.

4 – A eccezione della concussione con violenza o minaccia (che non si verifica mai) tutti gli altri reati sono a prescrizione garantita. Bisogna arrivare a sentenza definitiva entro 10 anni e 8 mesi per la concussione per induzione ed entro 7 anni e mezzo per gli altri reati. Siccome le indagini, per questo genere di delitti, cominciano a distanza di qualche anno dal fatto (in media 3 o 4) gli anni che restano non sono sufficienti per celebrare i processi in Tribunale, Appello e Cassazione. Quindi la sentenza definitiva sarà: “Reato estinto per prescrizione”. Cioè che l’imputato ha commesso il reato ma non può essere condannato. Sicché niente sentenza definitiva di condanna e niente incandidabilità.

5 – Per il traffico di influenze e il voto di scambio non si possono fare le intercettazioni telefoniche. Senza di queste le indagini non partono nemmeno. I trafficanti sono uniti da un patto ferreo: nessuno denuncia l’altro perché andrebbe in prigione pure lui. Ne consegue che i processi che potrebbero portare a condanne definitive non si faranno. Niente incandidabilità.

6 – Il falso in bilancio non esiste più. Anzi esiste ma di fatto non è perseguibile; lo sanno anche i sassi. Quindi niente incandidabilità.

7 – Perché sussistano traffico di influenze, voto di scambio e abuso d’ufficio occorre che il premio dato o promesso al delinquente sia denaro o altro vantaggio patrimoniale. Insomma, soldi. Ma è ovvio che in questi casi di soldi non ne circolano. Il premio consiste nel fatto che oggi io aiuto te e domani tu aiuti me. Sono tutti “a disposizione”. Niente soldi, niente reato; niente reato, niente incandidabilità.

8 – Se, hai visto mai, a condanna definitiva si dovesse arrivare (si dice che le vie del Signore sono infinite, peccato che non sia vero) c’è sempre Santo (per restare in tema) patteggiamento. Ma non si patteggia a più di due anni perchè altrimenti niente sospensione condizionale, cioè galera immediata. Quindi niente incandidabilità.

Ma quando la smetteranno di prenderci per… il fondo dei pantaloni?

di Bruno Tinti, IFQ

14 ottobre 2012

Impregilo e non solo Il ponte mai fatto ingrassa i costruttori

Dopo il danno, la beffa. Prima lo spreco di 300 milioni di denaro pubblico, spesi in studi preparatori, cioè per tenere in piedi il carrozzone della società Stretto di Messina. Adesso lo stanziamento di altri 300 milioni per risarcire i costruttori della mancata esecuzione di un’opera, il mitico ponte a campata unica di 3300 metri, da sempre considerata irrealizzabile. Beffa nella beffa: con la legge di Stabilità il governo ha messo le penali in conto al “Fondo per lo sviluppo e la coesione”, quello per il Sud gestito dal ministro Fabrizio Barca, secondo la tradizione di mettere la faccia più presentabile sulle operazioni più impresentabili. Ma adesso si apre la vera partita: non è detto che i costruttori del consorzio Eurolink (la Impregilo di Gavio e Benetton, la cooperativa rossa Cmc di Ravenna, la Condotte del gruppo Ferro-cemento) si accontentino dei 300 milioni. La capacità dei manager pubblici di fare autogol potrebbe portare il conto molto vicino a un miliardo. Basti pensare che la spesa prevista è passata dagli originali 3,9 miliardi a 8,5. E le penali potrebbero adeguarsi.

IL RE DELL’AUTOGOL si chiama Pietro Ciucci. Una vita fa era un dirigente dell’Iri, e piaceva molto a Romano Prodi che lo impose alla presidenza dell’Anas. L’Anas è il primo azionista della Stretto di Messina spa, di cui Ciucci è oggi presidente, dopo che si è appassionato al ponte. Ciucci è anche commissario governativo per la realizzazione dell’opera, su nomina di Silvio Berlusconi che apprezzò la sua passione per il ponte tanto costoso quanto impossibile.    Nel 2005 la Stretto di Messina fece la gara internazionale per l’appalto del ponte più ardimentoso mai pensato dall’uomo, e curiosamente gareggiarono solo costruttori italiani, la cordata Impregilo, allora guidata dalla famiglia Romiti, e l’Astaldi. I grandi gruppi internazionali si tennero alla larga, senza capire che c’era la possibilità di guadagnare un sacco di soldi con il minimo sforzo. Infatti Impregilo, pur di vincere, fece un’offerta stracciata, 3,9 miliardi contro una base d’asta di 4,4. L’Astaldi fece ricorso al Tar, sostenendo che quell’offerta doveva essere esclusa per il “ribasso anomalo”. Il Tar del Lazio, presieduto da un esperto di grandi affari con soldi pubblici come Pasquale De Lise, respinse il ricorso.    Ciucci si precipitò a firmare, il 27 marzo 2006, il contratto con Eurolink, che prevedeva ovviamente l’unica cosa davvero interessante del ponte impossibile: una penale pari al 10 per cento dell’opera a favore di Eurolink se alla fine avesse prevalso il buonsenso e tutto si fosse fermato. Da quel momento è scattato il conto alla rovescia: dopo sei anni di paziente attesa, adesso Impregilo, Cmc e Condotte passano all’incasso.

MA I SEI ANNI non sono passati invano. Secondo le accuse di associazioni ambientaliste non estremiste (Wwf, Fai, Italia Nostra, Legambiente), che si sono già rivolte alle procure della Repubblica competenti, Ciucci in tutti questi anni ha condotto una danza che non poteva non portare al pagamento delle penali. Nella sua molteplicità di funzioni (controllore, controllato, affidatore dei lavori, commissario governativo, azionista della Stretto di Messina, manager della Stretto di Messina), mai contestata da alcuno perché l’affare del ponte soddisfa tutte le parti politiche, ha prodotto una serie di atti e contratti in questi anni nei quali gli stessi avvocati faticano a districarsi.    Il risultato è che, se nel contratto firmato nel 2006 era previsto il recesso dal contratto senza pagamento di penali se il Cipe (cioè il governo) avesse bocciato il progetto definitivo redatto da Eurolink, nel 2009 la Stretto di Messina ha modificato il contratto, stabilendo che la penale scatta anche senza pronunciamento del Cipe. Basta che il progetto sia stato approvato dalla Stretto di Messina, cosa che Ciucci si è affrettato a fare nel 2011. Quando poi il governo Monti, all’inizio del 2012, ha “definanziato” il ponte, Ciucci, come presidente di una società formalmente privata, la Stretto di Messina, ha fatto ricorso direttamente al presidente della Repubblica. Il ministro delle Infrastrutture, Corrado Passera, non ha fiatato. Se devono comandare i tecnici, chi è più tecnico di Ciucci? E i grandi costruttori incassano, come piace al governo Monti.

di Giorgio Meletti, IFQ

Il progetto per il Ponte di Messina che non si farà mai Ansa 

14 ottobre 2012

Colpita la generazione mille euro

C’era una volta il bastone, ossia le tasse, per tutti; e la carota, le detrazioni, ossia lo sconto, applicato a chi era in condizione di maggiore difficoltà, gli ultimi per intenderci. Hai problemi di salute? Sconto. Spese per i figli a scuola? Sconto. Sei strangolato dal mutuo? Sconto. Ma le carote stanno sparendo, nel disegno di legge di stabilità. Soprattutto per quei contribuenti che guadagnano attorno alla soglia di applicazione della legge, 15 mila euro l’anno, mille netti al mese. Non proprio gli ultimi, ma quasi. Basta attendere fino alla prossima primavera quando dal commercialista,    superato lo choc di veder finire nel cestino buona parte delle ricevute portate a corredo della dichiarazione dei redditi, sentiremo effetti. Retroattivi: si parte dai redditi di quest’anno. In barba allo statuto del contribuente.

250 EURO IN MENO. Il principale provvedimento è un obolo di 250 euro a testa: un taglio per i due tipi di sconti principali, le deduzioni (che riducono il reddito imponibile) e le detrazioni (sconti direttamente sull’imposta da pagare). Si chiama franchigia: i primi 250 euro di ogni voce deducibile non si potranno più contare, si perde così la possibilità di scaricare dalle tasse le piccole spese. Una franchigia applicata a prescindere dalle condizioni del contribuente: che si tratti di un dirigente come di un ausiliario del traffico, di un single come di un genitore di cinque figli. Per fare un esempio, chi vedrà togliersi 250 euro di spese di mantenimento del coniuge da un reddito di 20 mila euro, tassato al 22 per cento, perderà uno sconto di tasse di poco più di 50 euro.    TETTO A 3.000 EURO. Di non secondaria importanza il tetto sulle detrazioni. Qualsiasi sia la quantità delle spese sostenute, non si potranno scontare dalle tasse più di 570 euro, pari al 19 per cento di tremila euro, le spese massime detraibili. Oltre questa cifra, finiranno nel cestino del commercialista le ricevute sulle spese di studio dei figli, come delle loro attività sportive, l’assicurazione sulla vita, le spese veterinarie, le spese funebri. E anche su altre voci spesso consistenti nel bilancio di una famiglia: spese per l’intermediazione immobiliare (quando si compra casa), gli interessi del mutuo che finora avevano un tetto di detraibilità di 4000 euro, ma anche i canoni d’affitto pagati dagli studenti fuori sede, oggi detraibili per un importo inferiore a 2.633 euro. Fortunatamente, ci sono alcune eccezioni. La franchigia delle deduzioni non si applica alle “somme restituite al soggetto erogatore, se hanno concorso a formare il reddito in anni precedenti”, e ai contributi pensionistici versati alla forme pensionistiche complementari e neppure alle erogazioni liberali, cioè donazioni, al fondo che della Chiesa cattolica per il sostentamento del clero (fino a 1032 euro). Restano deducibili fino a 1.549 euro i contributi previdenziali e assistenziali che si pagano per gli “addetti ai servizi domestici e all’assistenza personale e familiare”, cioè soprattutto badanti che assistono gli anziani. Sfuggono al tetto di 3000 euro per le spese detraibili invece soltanto le spese mediche di assistenza specifica (diverse da quelle per i soggetti portatori di handicap, trattate a parte), le spese chirurgiche, quelle per prestazioni specialistiche e per protesi varie. Anche in questo caso viene penalizzato chi sostiene solo piccole spese: oggi la soglia per accedere alle detrazioni è 129 euro, ma raddoppierà. Vengono protette anche le categorie dei sordomuti, che potranno scaricare spese per gli interpreti, e i non vedenti avranno sempre diritto alla detrazione forfetaria di 516,46 euro per i cani guida. Continuano ad avere un regime separato le detrazioni per il lavoro dipendente – che non vengono tagliate – e quelle per le ristrutturazioni con risparmio energetico, dove non vale il tetto di spesa dei 3.000 euro.

EFFETTI. Va ricordato che questa è solo una prima versione della legge di stabilità, deve ancora entrare in Parlamento dove sicuramente subirà molte modifiche. Ma nello schema attuale, chi soffrirà di più per le novità? Lo spiega il commercialista. Enrico Zanetti, direttore del sito Eutekne.info.    Redditi tra i 15 e i 20 mila euro.    “La soglia prevista dal disegno di legge è di 15 mila euro lordi, fanno mille euro netti al mese. Quindi, di certo, sono loro i più colpiti. In particolare, le famiglie, sono loro a godere maggiormente delle detrazioni: chi ha un figlio piccolo, per le spese sanitarie, o quando cresce per lo sport o per l’università fuori sede. Tra di loro, chi sente di più il taglio, ovviamente è chi ha redditi tra i 15 mila ai 20 mila euro al mese. A loro pesano sia la franchigia che il tetto dei 570 euro. Tra figli a scuola o all’università, il calcetto, interessi sul mutuo sulla casa, spese del veterinario e assicurazione sulla vita, fino ad oggi si scontava tranquillamente un migliaio di euro di detrazioni all’anno: da maggio saranno la metà”.    Redditi tra 20 e 28 mila euro. “Va fatta una distinzione tra l’anno prossimo e il 2014, quando scatterà il taglio di un punto delle aliquote Irpef e di cui sentiranno di più il beneficio. Nel 2013 soffriranno anche loro i tagli di detrazioni e deduzioni, sebbene se con un peso minore rispetto ai meno abbienti. Quella fascia, se non ha particolari oneri, come i familiari a carico o mutui, si troverà a beneficiare di un taglio di Irpef nel 2014 maggiore della riduzione di detrazioni e deduzioni”.    Redditi oltre i 28 mila euro. “Le misure del disegno di Legge dai 28 mila euro in su diventano impercettibili sia in termini di guadagni che di sacrifici: il taglio di Irpef non sussiste, dall’altro il valore delle detrazioni incide meno in percentuale”.

di Filippo Barone, IFQ

Una manifestazione contro i tagli    LaPresse

11 ottobre 2012

Nuoto a rendere

In attesa di un monito del Quirinale contro la traversata dello Stretto di Messina a nuoto da parte di Grillo, fomentatrice di qualunquismo e antipolitica a causa dell’allusione subliminale a un Paese che fatica a stare a galla, ma soprattutto per via dei rimandi a precedenti infausti come le nuotate di Mussolini, Mao, Le Pen e Putin, giunge molto opportuno il titolo di Repubblica.it  : “Grillo è approdato a Messina: ‘Vittoria’. Ma è già polemca sulla traversata”. Ora si attendono le traversate degli altri leader politici e non, che giustamente riceveranno ben altra accoglienza per il loro alto valore patriottico e riformista. Mario Monti solcherà sobriamente la piscina attigua alla Bocconi indossando il sobrio slippino color verde-loden, seguito a breve distanza da Corrado Passera aggrappato al tavolo della crescita. Vivo plauso della stampa tutta per l’ennesimo miracolo di SuperMario. Silvio Berlusconi camminerà sulle acque del laghetto di Milano2 con i cigni numerati, a bordo di un galleggiante più che sicuro, Giuliano Ferrara; per l’occasione i maestri truccatori di Arcore sperimenteranno un toupet, un fard e un cerone a tenuta idrica; il Cavaliere indosserà le tradizionali pinne col rialzo e nuoterà in stile “dorso”, in linea – spiega il portavoce Bonaiuti – “con il passo indietro necessario a unire i moderati”. Prevista anche la presenza di Nicole Minetti nella parte della boa, anzi delle boe. Vivo compiacimento dall’intero centrodestra, a parte Alfano che era già pronto a una nuotata, ovviamente in stile rana. Roberto Formigoni organizzerà una sua personale traversata ai Caraibi, sempreché Piero Daccò riesca a far partire il bonifico dal carcere. Nel centrosinistra si attende l’esito delle primarie per conoscere il nome del protagonista della traversata democratica: Pier Luigi Bersani vorrebbe tuffarsi in una pozzanghera della natia Bettola (Piacenza); Nichi Vendola preferirebbe invece le salubri acque delle vasche di raffreddamento dell’Ilva di Taranto; Matteo Renzi deve ancora chiedere a Giorgio Gori, poi farà sapere. Restano da concordare le regole sull’obbligo di pre-iscrizione al Pd per eventuali pesci, rane, girini, rospi, plancton presenti all’evento. Viva soddisfazione ha espresso Rosy Bindi, mentre Veltroni tace e D’Alema fa sapere che solo lui sa nuotare e tutti gli altri, chiunque vinca, affogano. Pier Ferdinando Casini comunica che una sua traversata, in questa delicata fase politica, potrebbe pregiudicare il Monti-bis, quindi passa. Luca Cordero di Montezemolo vorrebbe traversare anche lui qualche specchio d’acqua, ma appare incerto su quale e intanto si contenta dello specchio. Oscar Giannino, per i Traversatori Liberaldemocratici, sfoggerà un costume intero ascellare color fucsia-verde pisello col papillon giallo e pochette rosa shocking. Anche Alessandro Sallusti farà la sua traversata dalla spiaggia viareggina del Twiga verso una località sconosciuta, ma priva di estradizione, affiancato da un canotto o in alternativa dalla Santanchè. Totò Cuffaro e Franco Fiorito han chiesto alle autorità penitenziarie di poter attraversare anche loro qualcosa di liquido a nuoto, ma poi hanno rinunciato per via dei rischi dovuti alla palla al piede. Alla fine anche Napolitano attraverserà a nuoto lo stagno di Castelporziano, amorevolmente assistito da donna Clio che ne seguirà l’impresa a bordo di un pedalò capitanato da Nicola Mancino munito di telefono subacqueo non intercettabile. Al termine il Capo dello Stato lancerà un monito per una balneazione condivisa. A riva troverà ad attenderlo Eugenio Scalfari in compagnia del cinghialotto e dell’upupa, da cui ormai è inseparabile. Vivo apprezzamento dalle massime cariche civili, militari e religiose.

di Marco Travaglio, IFQ

2 ottobre 2012

Tutte le riforme dei tecnici che però non sanno attuarle

Operai Irisbus e politici in catene sotto al Quirinale

Le leggi finanziarie della Prima Repubblica in confronto erano un modello di chiarezza ed efficienza. Le celebrate riforme del governo Monti si rivelano essere tutto fuorché un esercizio di sobrietà. Verbose, misteriose, incomprensibili nel loro latino-rum, in definitiva vane come gride manzoniane.

L’analisi del Sole 24 Ore è impietosa. Il complesso della decretazione d’urgenza prodotta dal governo dei tecnici (Salva Italia, Cresci Italia, Semplificazione, Spending Review, riforma del lavoro e via dicendo) prescrive la produzione di 420 decreti attuativi. Ne sono stati fatti finora 40. Ne mancano 380. Le severe riforme finora sono scritte sull’acqua.    STAREBBE FRESCO chi si aspettasse da questi strumenti normativi quella frustata da tutti invocata per la stagnante economia nazionale. Da una parte si dichiara che la voglia di fare delle imprese è frenata dall’eccesso di norme e burocrazia. Dall’altra si inonda la società civile con tonnellate di nuove norme. E a farla da padrone è, più che mai, la burocrazia. Ampiamente rappresentata nella compagine governativa, dove solo due ministri non sono funzionari pubblici, la falange dei dirigenti statali fa il bello e cattivo tempo, infilando nei decreti le misure più stravaganti.    Il decreto per la semplificazione e lo sviluppo del 9 febbraio scorso argomenta la propria necessità con l’urgenza di “assicurare, nell’attuale eccezionale situazione di crisi internazionale, una riduzione degli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese e la crescita”. In nome della crescita, dunque, al capo II, intitolato “semplificazioni per i cittadini”, c’è un articolo 4 che al comma 5 assegna un finanziamento di 6 milioni alla partecipazione italiana alle Paralimpiadi di Londra. Misura lodevole, finalizzata a semplificare la vita del Comitato italiano paralimpico.

MA QUANDO MAI un imprenditore potrà sapere che cosa c’è davvero dentro un decreto che per semplificargli la vita impiega 150 mila caratteri? Perché poi non basta leggersi i 150 mila caratteri, come potrebbe pensare una mente semplificata. Essi non significano niente se non si ha piena contezza della legge di conversione: è lunga circa 200 mila caratteri, e non contiene il testo del decreto come modificato dal Parlamento, ma solo le modifiche. Volete sapere che dice l’articolo 12, che prevede la “semplificazione procedimentale per l’esercizio di attività economiche”? Prendete il testo nel decreto legge 9 febbraio 2012, n. 5, e intarsiatelo con le modifiche scritte nell’allegato alla legge di conversione 4 aprile 2012, n. 35. Un paio d’ore dovrebbero bastarvi.

IL DECRETO sulla Spending Review, con cui il severo commissario Enrico Bondi doveva sfoltire la giungla degli sprechi, è un tomo di 516 mila caratteri, tra testo originario e legge di conversione con modifiche. L’articolo 1 dice: “I    di Salvatore Cannavò    Volevano l’attenzione di Giorgio Napolitano, un segnale qualsiasi, anche solo l’impegno a un incontro un po’ più in là nel tempo. E così si sono incatenati davanti al palazzo della Presidenza della Repubblica. Gli agenti di polizia sono intervenuti quasi subito, hanno tagliato le catene e li hanno fercontratti stipulati in violazione dell’articolo 26, comma 3 della legge 23 dicembre 1999, n. 488 (…) sono nulli, costituiscono illecito disciplinare e sono causa di responsabilità amministrativa”. Quell’articolo della Finanziaria per il 2000, prodotta dal governo guidato da Giuliano Amato, dicemati . Sono gli operai dell’Irisbus, circa una trentina, organizzati in Resistenza operaia e accompagnati per l’occasione dal sindaco di San Sossio Baronia, Francesco Garofalo, il vice-sindaco di Flumeri, sede della fabbrica, Giuseppe Meninno e un assessore di Castel Baronia, Michele Capobianco comuni dell’avellinese. L’Irisbus è la fabbrica del gruppo Iveco che la va come andavano fatti i contratti di fornitura alle pubbliche amministrazioni. Ma il sottile giurista socialista, oggi chiamato dal governo Monti a fare la spending review ai partiti, si era dimenticato di dire che cosa sarebbe accaduto a chi non rispettava la legge, che quindi non era una legge ma solo un severo monito. Naturalmente il diktat di Bondi non può essere retroattivo, e quindi equivale a una liberatoria per chi ha fatto il furbo nei 13 anni precedenti.

LE CENTINAIAdi decreti attuativi sono l’acqua in cui è dolcissimo, per il dirigente ministeriale, naufragare. Sono talmente tanti da concedere di fatto a ministri e burocrati la più ampia discrezionalità su cosa attuare e cosa dimenticare. Esempio: il decreto Cresci Italia prevedeva che finalmente la Chiesa avrebbe pagato l’Imu sugli immobili non destinati al culto. Ancora non c’è il decreto attuativo. E la super anagrafe dei conti correnti bancari che doveva aiutare la lotta all’vasione fiscale? Si attenda un parere dell’Autorità per la Privacy. E i decreti attuativi della semplificazione? Prima devono essere formulate le linee guida.

Però, quando vogliono, corrono. Il decreto attuativo per i cosiddetti project bond è arrivato alla velocità della luce. Serve a chi costruisce grandi opere di cemento per indebitarsi più facilmente procurandosi una bella garanzia di qualche ente o società statale, come la Cassa Depositi e Prestiti o la Sace. Se le cose vanno male, paga Pantalone. È il provvedimento che apre la strada a miliardi di nuovo debito pubblico. Sobriamente il ministro dell’Economia Vittorio Grilli e il vice ministro per le Infrastrutture, Mario Ciaccia, si sono precipitati a firmarlo, sfidando la calura del 7 di agosto.

di Giorgio Meletti, IFQ

Il commissario per la spesa pubblica, Enrico Bondi    LaPresse

27 settembre 2012

Mai arrivati ai terremotati i 92 milioni tagliati ai partiti

C’erano voluti mesi, innumerevoli promesse mirabolanti e smentite, vertici fiume della maggioranza Abc, ma alla fine i parlamentari, costretti dal peso dell’indignazione popolare, avevano votato il dimezzamento dei (cosiddetti) rimborsi elettorali, approvando una legge che contestualmente destinava i 91 milioni risparmiati (e 74 nel 2013) ai terremotati dell’Emilia. Ciò accadeva in via definitiva il 5 luglio in Senato, ma di quei soldi ai beneficiari non è arrivato neanche un euro. Vicenda paradossale, anche visto che al taglio dei finanziamenti i partiti c’erano stati proprio costretti, e c’erano arrivati all’ultimo momento utile per “bloccare” l’ultima tranche dei finanziamenti. Ma allora, che cosa è successo? Difficile capirlo . Secondo la legge alla destinazione dei risparmi così ottenuti in favore degli interventi conseguenti ai danni provocati da eventi sismici e calamità naturali deve provvedere il governo.    IN PARTICOLARE , spiegano dalla Presidenza della Camera, “le risorse debbono essere destinate, con decreto del ministro dell’Economia, a un apposito programma di competenza della Presidenza del Consiglio – Dipartimento per la Protezione civile” per destinarle alle amministrazione pubbliche competenti. Ora, il decreto non c’è. Alla Protezione civile dicono di non averne avuto notizia formale , la Camera ribadisce che non servono altri adempimenti da parte del Parlamento.    E allora? A rispondere alla fine è Betty Olivi, portavoce del presidente del Consiglio Mario Monti (che, per inciso, dà notizia diversa rispetto alla Camera): “Non c’è bisogno di decreto, né altro passo legislativo. Il tesoro trasferisce direttamente alla regione tali fondi. Si sta completando l’ultimo adempimento burocratico per il trasferimento di cassa”.

Se si pensa che dal 5 luglio sono passati più di due mesi e mezzo (e dal terremoto 4) il tempo già passato non è certo poco. “Spero che i soldi arrivino il prima possibile. Certo c’è voluto un bel po’”, commenta Graziano Delrio, presidente dell’Anci e sindaco di Reggio Emilia. Ma d’altra parte i primi 400 dei 500 milioni promessi dal governo sono arrivati solo qualche giorno fa.    Eppure la parola d’ordine era stata tempestività. Lo aveva detto il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani all’indomani della prima scossa di terremoto, il 21 maggio. Lo stesso concetto era stato ripetuto due giorni dopo dal presidente del consiglio. E poi Franco Gabrielli, il capo della protezione civile , e tutti i politici, da Pier Ferdinando Casini a Gianni Alemanno, che si erano precipitati a visitare le aree colpite dal sisma. Ma i sindaci, a oggi, non hanno visto un centesimo neanche di quei 15 milioni raccolti attraverso gli sms. Una cifra enorme. Le compagnie telefoniche, nonostante siano passati quattro mesi, per adesso dicono di non aver chiuso i calcoli e non poter liquidare quelle cifre. I tempi tecnici, sempre secondo i giganti della telefonia mobile e fissa, erano stimati in trenta giorni. Ne sono trascorsi 120. Problemi di contabilità e nessuna voglia di rischiare neanche un centesimo. Potrebbe accadere che qualcuno non paghi la bolletta.    “TRASCORSI trenta giorni dall’ultima data utile per effettuare una donazione – avevano promesso a metà giugno Errani e Franco Gabrielli, capo della Protezione civile – i gestori delle compagnie telefoniche consegneranno la somma alle istituzioni, si costituirà il comitato dei garanti e poi le risorse verranno distribuite”. Una procedura già stabilita che, garantì a suo tempo il numero uno della protezione civile, “sarà rapidissima”.    Il 23 giugno Errani, in una lotta contro le scartoffie burocratiche, è anche convinto di avercela fratta, e avverte i sindaci che ormai i tempi per la consegna dei primi soldi, sms e quelli del governo, avverà entro “pochi giorni”.

SICURAMENTE i sindaci non se la passano bene. “Non abbiamo visto un euro”, spiega il sindaco di Finale Emilia Fernando Ferioli. “Arriveranno” spera Rudi Accorsi, primo cittadino a San Possidonio. “Senza entrate – spiega Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena – sono obbligata a chiedere anticipazioni di cassa. Certo, non sono a costo zero. Ma è l’unico modo per ottenere liquidità immediata”. Su una cosa sono tutti d’accordo: “Con le promesse non si ricostruiscono né case né chiese”.

di Emiliano Liuzzi e Wanda Marra, IFQ

9 giugno 2012

Poteri morti

Non è vero, come asseriscono i calunniatori, che il governo dei tecnici sia noioso e funereo. Da un po’ di tempo anzi ha preso a far ridere. Prendete il premier, per gli amici Bin Loden, l’uomo che modestamente voleva “salvare l’Italia” e, già che c’era, pure di “cambiare gli italiani”. L’altroieri s’è molto lagnato perché “il mio governo e io abbiamo sicuramente perso l’appoggio di quelli che gli osservatori ci attribuivano, colpevolizzandoci: i cosiddetti poteri forti. Non incontriamo i favori di un grande quotidiano e della Confindustria”. Ma tu pensa: uno che è stato, nell’ordine, docente, rettore e presidente della Bocconi, consulente del governo De Mita, consigliere d’amministrazione di Fiat e Comit, commissario europeo al Mercato interno e poi alla Concorrenza, membro dei gruppi Bruegel, Bilderberg, Trilateral e Atlantic Council, advisor di Coca Cola, Goldman Sachs e Moody’s, editorialista del Corriere, e ora è senatore a vita, presidente del Consiglio e ministro del Tesoro, parla di poteri forti. E non guardandosi allo specchio, ma cercando i colpevoli del fallimento del suo governo. Così, oltre a suscitare l’ilarità generale, fa un altro passo verso il linguaggio dei politici dai quali doveva salvarci: quelli che qualunque cosa accada, anche un foruncolo o un’unghia incarnita, danno sempre la colpa ai “poteri forti”. Uno dei primi a evocarli – scrive Gian Antonio Stella – fu Rino Formica nel 1991, per squalificare i referendum di Segni che minacciavano la casta della Prima Repubblica: “La sinistra che appoggia i referendum rischia di lavorare per il Re di Prussia, ovvero per quei poteri forti che male han digerito l’affermarsi di grandi partiti popolari”. Poi esplose Tangentopoli, e tutti i ladroni fecero a gara ad affibbiare al molisano Di Pietro oscure regìe di poteri forti italiani, ma anche angloamericani. Craxi denunciò “manovre per dare al Paese una democrazia di facciata ancora più debole, di fronte ai poteri forti, di quelle latino-americane”. Il sindaco-cognato Pillitteri puntò il dito contro chi “sta prendendo in mano, forse gratis, Milano e l’Italia: una grande alleanza tra i poteri forti, come massoneria, Opus dei e grandi famiglie”. Gli immancabili “poteri forti” divennero un alibi prêt à porter per chiunque finisse nei guai: dal cardinal Giordano coinvolto in storie di usura, al ciclista Cipollini escluso dal Tour, ad Al Bano ostracizzato da Sanremo. Nell’estate ’94, quando il neonato governo B. era già alla frutta perché B. si faceva i cazzi suoi e Bossi lo stava mollando, il vicepremier Tatarella (An) strillò ai “poteri forti ostili al governo e abituati a strumentalizzare la sinistra” e frullò insieme “Confindustria, Mediobanca, Chiesa, massoneria, Csm, Consulta, servizi, Opus dei, gruppi industriali ed editoriali”, trascurando il fatto che B. era dentro quasi tutti. Da sinistra partirono strali, ma due anni dopo D’Alema ripeté la tiritera (“I poteri forti non vogliono che la politica prenda forza, hanno un interesse strutturale a tenerla sotto pressione”): intanto rendeva omaggio a Mediaset e si inumidiva le slip al cospetto di Cuccia. Fazio intercettato mentre tresca coi furbetti del quartierino? “Mi han bloccato i poteri forti”. E Ricucci: “A me m’han rovinato perché ho toccato i poteri forti”. Persino Moggi, beccato a ordinare arbitri à la carte e a pilotare campionati, lacrima: “Ho agito così per non essere vittima dei poteri forti”. Il tutto dalla tolda della Juventus, noto potere debole. L’anno scorso Brunetta sente puzza di cadavere dalle parti del padrone e gioca d’anticipo: “Il nostro governo con la riforma della scuola e della giustizia s’è messo contro i poteri forti”. Infatti di lì a poco spira, rimpiazzato dal nuovo campione dei poteri forti, Monti, che però se ne sente abbandonato dopo otto mesi appena. Guardacaso mentre il suo governo non ne azzecca più una. Intendiamoci: i poteri forti esistono eccome, ma in bocca ai nostri politici assumono tutt’altro significato. Che si traduce così: “Oddio, non mi sento tanto bene”.

di Marco Travaglio, IFQ

22 maggio 2012

Boom boom boom

Che spettacolo, ragazzi. A novembre, alla caduta dei Cainano, i partiti si erano riuniti su un noto Colle di Roma per decidere a tavolino il nostro futuro: se si vota subito, gli elettori ci asfaltano; allora noi li addormentiamo per un anno e mezzo col governo Monti, travestiamo da tecnici un pugno di banchieri e consulenti delle banche, gli facciamo fare il lavoro sporco per non pagare pegno, poi nel 2013 ci presentiamo con una legge elettorale ancor più indecente del Porcellum che non ci costringa ad allearci prima e, chiuse le urne, scopriamo che nessuno ha la maggioranza e dobbiamo ammucchiarci in un bel governissimo per il bene dell’Italia; intanto Alfano illude i suoi che B. non c’è più, Bersani fa finta di essere piovuto da Marte, Piercasinando si nasconde dietro Passera e/o Montezemolo o un altro Gattopardo per far dimenticare Cuffaro, la gente ci casca e la sfanghiamo un’altra volta, lasciando fuori dalla porta i disturbatori alla Grillo, Di Pietro e Vendola in nome del “dialogo”. Purtroppo per lorsignori, il dialogo fa le pentole ma non i coperchi. Gli elettori, tenuti a debita distanza dalle urne nazionali, si son fatti vivi alle amministrative, e guardacaso nei tre maggiori comuni hanno premiato proprio i candidati dei disturbatori: Pizzarotti (M5S) a Parma, Orlando (Idv) a Palermo, Doria (Sel) a Genova. Tre città che più diverse non potrebbero essere, ma con un comune denominatore: vince il candidato più lontano dalla maggioranza ABC che tiene in piedi il governo. Nemmeno il ritorno del terrorismo e dello stragismo a orologeria li hanno spaventati, come sperava qualcuno, inducendoli a stringersi attorno alla partitocrazia per solidarietà nazionale. Parma è un caso di scuola: il centrosinistra, dopo gli scandali e i fallimenti del centrodestra che a furia di ruberie ha indebitato il Comune di 5-600 milioni, era come l’attaccante che tira il rigore a porta vuota. Eppure è riuscito nella difficile impresa di fare autogol. Come? Candidando il presidente della provincia Bernazzoli, che s’è guardato bene dal dimettersi: ha fatto la campagna elettorale per le comunali con la poltrona provinciale attaccata al culo, così se perdeva conservava il posto. Non contento, il genio ha annunciato che avrebbe promosso assessore al Bilancio il vicepresidente di Cariparma. Sempre per la serie: la sinistra dei banchieri, detta anche “abbiamo una banca”. Se Grillo avesse potuto costruirsi l’avversario con le sue mani, non gli sarebbe venuto così bene. Risultato: 60 a 40 per il grillino Pizzarotti, che ha speso per la campagna elettorale 6 mila euro e ha annunciato una squadra totalmente nuova e alternativa: da Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni. Eppure il Pd era sinceramente convinto che Bernazzoli fosse il candidato ideale. E Bersani pensava davvero di sconfiggere il grillino accusandolo di trescare col Pdl, come se oggi, Anno Domini 2012, qualche elettore andasse ancora a votare perché gliel’ha detto B. o Alfano. Si sta verificando quello che avevamo sempre scritto: e cioè che la fine di B. coincide con la fine del Pdl, la fine di Bossi coincide con la fine della Lega, ma chi li ha accompagnati e tenuti in vita con finte opposizioni può sognarsi di prenderne il posto. Pdl, Pd e Udc sono partiti complementari che si tenevano in piedi a vicenda: quando cade uno, cadono anche gli altri due. I quali, non potendo più agitare lo spauracchio di B.&Bossi, dovrebbero offrire agli elettori un motivo positivo per votarli. E non ce l’hanno. Bastava sentirli cinguettare in tv di percentuali, alleanze, alternative di sinistra, rinnovamenti della destra, voti moderati, foto di Vasto, allargamenti all’Udc, per rendersi conto che non capiranno nemmeno questa lezione. Non sono cattivi: non ce la fanno proprio. Cadaveri che sfilano al funerale senz’accorgersi che i morti sono loro. Chissà se stavolta Napolitano ha sentito il boom: in caso contrario, è vivamente consigliata una visitina all’Amplifon.

di Marco Travaglio, IFQ

27 aprile 2012

Morin: «Con i tecnici meno democrazia»

Edgar Morin.

Edgar Morin.

Gli altri si indignano, il grande filosofo francese Edgar Morin, invece, 90enne, indica la via per il futuro del mondo.
Lo fa nella sua ultima opera, pubblicata di recente in Italia da Raffello Cortina dopo l’uscita nel 2011 in Francia, dal titolo La via, per l’avvenire dell’umanità (297 pagine, 26 euro), un vero manifesto del cambiamento globale, in tutti i campi dell’esistente. Può farlo alla luce di un’esistenza spesa a spiegare le ambivalenze e le contraddizioni di svolte epocali, quelle del nostro periodo storico, segnato dalla progressiva unificazione mondiale a opera della tecnica e del liberismo. Ma anche dalle crescenti regressioni e chiusure che la globalizzazione ha creato, trascurando il vero nesso transnazionale: l’appartenenza a una patria terra che ora è estremamente in pericolo.
VERSO UN NUOVO UMANESIMO. Per concepire una svolta che ci salvi, il filosofo si spinge a elaborare un nuovo umanesimo, di difficilissima costruzione, ma non privo di indicazioni pratiche. A patto però di rivedere le categorie politiche, cognitive, di potere in cui ci hanno scaraventato decenni di «cecità, di un modo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare».
SERVE UNA RIFORMA DELLA MENTE. Non meno importante poi la critica all’«occidentalo-centrismo che ci arrocca sul trono della razionalità e ci dà l’illusione di possedere l’universale».
Il riformismo insomma è urgente, in tutti i campi, a patto di mettere in connessione i saperi, i poteri, e le volontà, senza più riservarsi quote di competenze esclusive. Perché non può esserci la riforma dell’educazione se non vi è una riforma della mente. E non può esserci una riforma politica senza una riforma del pensiero che richiede un cambiamento etico. Che a sua volta ripristina uno spirito di responsabilità, di solidarietà.
DECIDONO SEMPRE GLI ESPERTI. In un passaggio, l’autore spiega perché viviamo in un mondo in cui il cittadino, apparentemente informato e libero, è privo di punti di vista inglobanti e pertinenti sui grandi problemi. Poi, per contrappasso, fa decidere esperti «la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a un’incompetenza quando questo campo è parassitato da influenze esterne o da un nuovo evento».
Insomma, scrive il geniale pensatore, «se è ancora possibile discutere al Caffè Commercio della guida del carro dello Stato, non è più possibile comprendere cosa inneschi il crac di Wall Street, né cosa impedisca che questo provochi una crisi economica peggiore».
IGNORANZA BUONA E NECESSARIA. Viene alla mente la famosa scena del film di Michael Moore, Capitalism, in cui il regista interroga un accademico sul concetto economico di derivato e non riesce a ottenere risposta.
Eppure, ha riflettuto Morin, «ogni mente coltivata poteva, fino al XVIII secolo, assimilare le conoscenze su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società e nutrire così l’interrogazione filosofica, che è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta non lo adulterano. Oggi si chiede a ciascuno di credere che la sua ignoranza sia buona e necessaria».

Con i tecnici diminuisce la competenza democratica

Il presidente del Consiglio, Mario Monti.(© Ansa) Il presidente del Consiglio, Mario Monti.

La resa politica di un tale discorso, in Italia, farebbe fischiare le orecchie a molti e sbalordirebbe la stampa che incensa il nuovo governo: «Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce».
Una chiave di lettura che vale a prescindere in un mondo in cui le scelte sono sempre in mano a pochissimi, salvando l’apparenza con i meccanismi annacquati della democrazia classica: voto e rappresentanza.
BUROCRAZIA INIBISCE LA SOLIDARIETÀ. Le svolte del pensatore, anche quelle più fattive, come la riforma della burocrazia, sono utopiche, perché chiedono cose in cui troppi hanno smesso di credere, asserviti a logiche, fintamente, funzionali.
Esempio eccellente: la burocrazia che «si traduce in una rigida dicotomia dirigente-esecutore, rinchiude la responsabilità di ognuno in un piccolo settore, ma inibisce la responsabilità e la solidarietà di ognuno nei confronti dell’insieme del quale fa parte».
TEMPO PER GUADAGNARE RAZIONALITÀ. Un meccanismo esemplificato bene dall’esempio, nel libro, dell’utente che viene rimbalzato di telefono in telefono, di ufficio in ufficio, perché la cosa non si sa a chi spetti. Non basta razionalizzare i numeri e i meccanismi se poi viene meno la capacità di valorizzare anche le qualità creative e strategiche del singolo impiegato.
A chi lo dimentica, Morin lo ricorda, quasi con forza monumentale: «Una piena comprensione esige apparenti perdite di tempo, che in realtà sono guadagni di razionalità».

di Maria Rosaria Iovinella, Lettera43

27 aprile 2012

400 nuove “auto blu”: frenata dopo la rabbia in Rete

Mentre gli italiani stringono la cinghia, sentir parlare di 400 nuove auto blu rischia di far saltare le coronarie e scatena la rabbia su Internet – e sembra importare a pochi che poi il governo cerchi di placare gli animi con un chiarimento che suona come una retromarcia.    Tutto è cominciato con una vicenda che Il Fatto aveva denunciato lo scorso gennaio. Sul sito del ministero dell’Economia viene pubblicato un bando di gara che prevede l’acquisto di 400 “berline” di cilindrata massima 1600 cc, con un tetto di spesa di 10 milioni di euro. Anche allora le polemiche furono feroci, ma si placarono presto con un chiarimento di Palazzo Chigi. Eppure, in un Paese in cui già circolano 60 mila vetture pagate apposta per scarrozzare politici e amministratori, manager pubblici e vertici delle forze armate, la vicenda è continuata a covare: è bastata pochi giorni fa l’interrogazione dell’onorevole Idv Antonio Borghesi per far divampare rabbia e polemiche.    Che il tema interessi ai cittadini, lo dicono i numeri: l’articolo sull’interrogazione di Borghesi sul sito dell’Espresso, è stata condivisa 37 mila volte, un numero record.

SU TWITTER, l’hashtag “Auto Blu” è caldissima da due giorni, e gli interventi degli utenti non lasciano spazio a dubbi: “Lo Stato compra 400 auto blu. E quando le sommergerete di monetine, ricordatevi che le avete pagate voi” twitta “@comeprincipe”; “Cioè: io devo pagare l’IMU e questi comprano 400 auto blu nuove? Poi dice che uno s’incazza” , il lineare ragionamento di @RenatoSavoia; “Lo Stato compra 400 auto blu. Gli piace essere messo alla berlina” il sempre castico commento di @LiaCeli. Anche su Facebook monta la protesta: vari, cliccatissimi gruppi di utenti, chiedono: “Portiamole a 40.000 unità” – un numero ritenuto comunque elevato da molti –, ma i “mi piace” si concentrano anche su: “Auto blu? Caro amico politico, puoi andare a piedi!”. Nel pomeriggio di ieri, l’esecutivo è costretto a intervenire: “Il governo – spiega Palazzo Chigi in una nota – non acquisterà nuove ‘auto blu’ nel 2012 e auspica, per le amministrazioni territoriali, l’adozione di un’analoga impostazione”.

IL BANDO di gara della Consip, aggiungono, “è pensato soprattutto per le esigenze delle Forze dell’Ordine e di quelle che svolgono servizi di utilità sociale e non determina automaticamente l’acquisto di nuove autovetture: è un accordo quadro che può essere utilizzato dalle pubbliche amministrazioni per soddisfare le necessità di spostamento sul territorio” e “per dare la possibilità di fare la gara era necessario valutare il fabbisogno di auto nei prossimi anni”. Vuol dire che le auto non verrano acquistate quest’anno e che il bando – l’acquisto delle vetture è centralizzato dal Consip, e non spetta ai singoli enti – fa solo una previsione per gli anni a venire. Il governo ha fatto la sua parte ora tocca alle “amministrazioni territoriali” fare lo stesso. Borghesi, l’autore dell’interrogazione, grida vittoria: “Il governo è stato beccato con le mani nella marmellata e ha dovuto fare dietrofront”. L’Italia dei Valori, aggiunge, “presenterà una mozione per ridurre le auto blu, per bloccare l’acquisto di nuove vetture e per contestare il danno erariale agli amministratori che non rispettano la normativa”. Il costo delle 60 mila auto blu italiane è stimato tra i due e i quattro miliardi l’anno. Per molti cittadini, nei social network come nelle piazze, una follia.

Federico Mello. IFQ

23 aprile 2012

Soltanto sobri annunci, tutti i bluff di Monti

 L’ultimo caso è quello del ministro Elsa Fornero: in teoria dovrebbe essere intenta a cercare risorse nel bilancio pubblico per salvare gli “esodati” da anni di indigenza tra lavoro e pensione, nel concreto si è limitata a suggerire alle aziende di riprenderseli, parlando di “nuove opportunità occupazionali”. Ma a misurare la distanza tra le promesse del governo Monti e la loro attuazione c’è soprattutto il negoziato partito a Roma tra Comune e la lobby dei tassisti: i conducenti non soltanto hanno evitato l’aumento delle licenze, protestando contro la legge che impone loro di garantire il servizio pubblico, ma stanno addirittura strappando un aumento delle tariffe del 20 per cento, hanno schivato perfino la ricevuta obbligatoria, già votata dal Comune di Roma e mai applicata. Non stupisce certo che le liberalizzazioni nel decreto dei tecnici siano state presentate come un miracolo da +11 per cento del Pil (nel lungo periodo) e ora, per lo stesso governo, valgano meno dello 0,3 annuo.

   Il pareggio mancato

   La divergenza maggiore tra promesse e risultati è proprio nel dominio di Monti, il bilancio: “Non è questo governo che ha sottoscritto l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013”, ha ribadito più volte il premier, pur impegnandosi a rispettare la gabbia imposta a suo tempo da Bruxelles alla demagogia contabile di Silvio Berlusconi. Soltanto pochi giorni fa Monti ha annunciato le stime ufficiali del governo, nel Documento di economia e finanza: il deficit nel 2012 sarà lo 0,5 per cento, se la recessione si aggrava può diventare almeno 0,8. Una distanza consistente, di quasi 15 miliardi, dal deficit zero promesso ad Europa e mercati. Certo, dal Tesoro ribadiscono sempre che quello che conta è l’avanzo primario, il risparmio dello Stato che erode automaticamente il debito e che dovrebbe permettere all’Italia di rispettare i vincoli europei sulla riduzione dell’indebitamento (un ventesimo all’anno per la parte che eccede il 60 per cento del Pil) dal 2015. Ma questo virtuosismo si fonda su una disciplina di bilancio che finora l’Italia non ha mai saputo rispettare nell’intera storia Repubblicana. E se i mercati non hanno attaccato di nuovo i titoli di debito italiani (lo spread è “solo” a 400), si deve alla maggior credibilità di Mario Monti rispetto a quella di Berlusconi più che ai numeri: il rapporto tra debito e Pil nel 2012 sarà al 123,4 per cento, quattro punti più di quanto previsto un anno fa. E soprattutto in crescita, invece che calante.

   Le tasse e gli evasori

   Il premier tende a non scendere mai in dettagli, quando si parla di tasse, preferisce parlare di “sacrifici”. Ma ogni timore di batosta si sta realizzando: dall’Imu, necessaria per rimediare all’abolizione dell’Ici, alla carbon tax, un salasso previsto dalla delega fiscale in discussione che potrebbe far salire il prezzo della benzina ben sopra i due euro. Perfino lLa riforma del lavoro, a sorpresa, costerà 1,8 miliardi pagati da tasse sui biglietti aerei e taglio ai bonus fiscali per le auto e le case dei professionisti. E il nobile proposito di migliorare le abitudini alimentari per ridurre i costi a carico del servizio sanitario si traduce in un nuovo balzello, sullo junk food, i cibi spazzatura, come annunciato dal ministro della Salute Renato Balduzzi. Ogni mese qualche ministro lascia filtrare ai giornali amici, che prontamente rilanciano, l’arrivo di un fondo “taglia tasse”, che dovrebbe restituire ai contribuenti onesti l’incasso dalla lotta all’evasione fiscale. Ma Monti deve sempre smentire. Anche ieri , dal salone del mobile di Milano, ha ribadito che “non ci sono margini per una deroga al rigore”. Qualche flessibilità, o deroga, però c’è: la tassa sugli evasori protetti dallo scudo del 2009, più volte citata dal premier come prova dell’equità dei sacrifici, non funziona e continua a slittare. Se ne riparla a luglio, forse, visto che sembra più complicato del previsto superare il muro dell’anonimato.

   La spesa non si tocca

   Il ministro Piero Giarda sta lavorando alla spending review, annunciata da Monti fin dal suo discorso di insediamento in Senato, il 17 novembre, come alternativa razionale ai “tagli lineari” (riduzioni in percentuale) che praticava Giulio Tremonti. Ma pochi giorni fa, alla Stampa, Giarda ha chiarito che “dalla spending review non c’è da attendersi nessun tesoretto da destinare a una riduzione delle tasse”. Non è quindi molto chiaro perché allora il ministro ci stia lavorando tanto. Eppure i soldi servirebbero, non solo per le tasse ma anche per pagare le imprese creditrici verso la pubblicaamministrazione: da Bruxelles, lato Commissione europea, guardano con un certo sospetto i tentativi dell’Italia di tenere fuori bilancio i debiti commerciali, per migliorare le statistiche mentre le aziende muoiono. Il ministro Corrado Passera aveva annunciato pagamenti in Btp, sono rimasti pochi spiccioli, ora si parla di un rating (così, forse, le banche anticiperanno il dovuto). Davanti agli investitori asiatici, a marzo, Monti ha annunciato la vendita di beni pubblici, immobili e non solo, per 35-40 miliardi. Ma quello lo ha sempre promesso anche Silvio Berlusconi. Ovviamente senza farlo mai.

di Stefano Feltri, IFQ

5 aprile 2012

Il risultato di Bersani: l’articolo 18 viene modificato

Alla fine il governo reintroduce una forma di reintegro che “può” essere deciso dal giudice ma solo in casi di “manifesta insussistenza” del licenziamento. Il Pd riesce a fare quello che non riuscì a Berlusconi

Il Pd incassa il risultato della sua mediazione sull’articolo 18. Bersani infatti, riferendosi alla versione finale del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro parla di “passo avanti importantissimo di cui la Cgil deve prendere atto”. In questo modo il Pd cerca di oscurare la sostanza del problema: l’articolo 18 salta nei suoi fondamentali e questo grazie proprio al Partito democratico.

Nel puro gioco politico l’operazione andata in onda con il vertice notturno, e oggi registrata nel dispositivo di legge, è una concessione che Mario Monti fa al lato sinistro della sua maggioranza: Bersani ha battuto molto nei giorni scorsi sull’importazione del modello tedesco per i licenziamenti individuali e il presidente del Consiglio ha concesso una modifica. Ma si tratta di una modifica parzialissima relativa alla “manifesta insussistenza” del licenziamento economico in presenza della quale il giudice “può” decidere il reintegro sul posto di lavoro. Altrimenti scatta l’indennizzo che, a differenza delle prime ipotesi, scende in una forchetta tra 12 e 24 mensilità. Quindi, non si tratta del “modello tedesco”, la determinazione del giudice scatta solo in presenza della “manifesta infondatezza” che va vagliata e verificata. Ma il problema non è nemmeno questo, perché quello che succede quando questa riforma sarà approvata dal Parlamento è che i lavoratori avranno meno diritti di prima. E non c’è nessuna compensazione, nel caso questa fosse accettabile, a giustificare il taglio di quei diritti. Anzi.

L’apprendistato viene ulteriormente peggiorato con la possibilità per le imprese di assumere 3 apprendisti ogni due lavoratori regolari – chi farà formazione al terzo? – al primo contratto a tempo determinato viene eliminato, per 12 mesi, il “causalone”, cioè la determinazione esatta delle motivazioni con cui il contratto viene attivato necessaria per ottenere l’autorizzazione. Nessun forma contrattuale flessibilità viene eliminata mentre per i nuovi ammortizzatori sociali vengono stanziati 1,8 miliardi nell’arco di attuazione della riforma stessa. Se non fosse un attacco ai diritti sarebbe una presa in giro. Tra l’altro neanche ben presentata. Il ministro Fornero ha parlato per ben 50 minuti in conferenza stampa per dire poco o niente e ripetere ossessivamente che l’obiettivo del governo è creare nuova occupazione. Poi, però, a precisa domanda ha risposto che non è stata allestita alcuna stima sull’impatto possibile sulla disoccupazione. Così come ha rivelato il vero obiettivo di tutto questo lavoro quando, rivolgendosi alle imprese, ha detto loro: “Con la riforma dei licenziamenti, ora non avete più alibi per non investire”. Le imprese troveranno altri alibi ma intanto i licenziamenti vengono ritoccati. E spunta anche un capitolo nuovo, una ulteriore riforma della pubblica amministrazione che sarà realizzata tramite una legge-delega del ministro Patroni Griffi. I peggioramenti rispetto al progetto di riforma iniziale, già non esaltante, sono del resto la compensazione per le concessioni fatte al Pd.

Mentre scriviamo non c’è ancora la reazione della Cgil segno di un’incertezza che risente della posizione del Pd. Anche la Fiom è in silenzio mentre la Cisl parla di “soluzione ragionevole” e la Uil saluta come una “buona notizia” l’incontro di maggioranza di ieri notte.

di Salvatore Cannavò,  Il Megafono quotidiano

5 aprile 2012

Vincono banche e commercianti, perdono gli anziani

Mario Monti, checché ne dicano i detrattori, sta già battendo qualche record: ieri (in Senato) ha incassato la quattordicesima fiducia in quattro mesi e mezzo, una cosa mai vista prima. L’occasione, stavolta, è stato il cosiddetto decreto fiscale (ora atteso alla Camera), votato nelle stesse ore in cui a Montecitorio (stranamente senza fiducia) veniva approvato definitivamente il decreto semplificazioni approvato. Entrambi, al solito, sono stati terreno di battaglia le lobby d’ogni genere presenti nel paese: conviene, dunque, fare una rapida panoramica su chi vince e chi perde alla fine dei passaggi parlamentari.    I sindaci. Sono stati sconfitti su tutta la linea. L’Imu resta un tributo loro solo di nome, mentre nei fatti finirà per la gran parte allo stato centrale. Peggio: in cambio di uno sconticino proprio sull’Imu per le case di proprietà dei comuni e le ex Iacp, il Senato ha reso il Patto di stabilità interno ancora più rigido. Graziano Delrio, presidente dell’Anci, minaccia proteste clamorose, “compresa la violazione collettiva del Patto in alcuni settori”. Alla Camera si preannuncia battaglia.    Banche. Le fondazioni che le controllano, come partiti e sindacati d’altronde, continueranno a non pagare l’Imu: formalmente non fa una piega, visto che sono enti non profit e hanno l’esenzione solo per le sedi di attività istituzionale, praticamente però capitalizzano almeno 150 miliardi di euro e farli pagare un po’ non sarebbe male. Le Banche di credito cooperativo, invece, incassano per quest’anno uno sconto da 20 milioni sulla tassazione dell’utile netto.    Anziani. Quelli che vivono in casa di riposo potrebbero passarsela male: dovranno pagare l’Imu sulla loro abitazione, magari persino come seconda casa sfitta visto che spesso hanno il domicilio in clinica.    I Caf. Il braccio armato del sindacato vince con le modifiche sulle rate dell’Imu che gli consentiranno di far pagare la tassa sulla casa ai loro utenti insieme alla dichiarazione dei redditi: a giugno i contribuenti verseranno la metà delle aliquote base decise dal governo, per l’altro 50% più le maggiorazioni comunali se ne riparla a dicembre.    Terzo Polo. Hanno fatto molto casino (soprattutto il finiano Mario Baldassarri) per creare un fondo per futuri tagli alle tasse alimentato dai frutti della spending review e dalla lotta all’evasione: il governo ha risposto picche.    Commercianti. E’ sparita la black list dei recidivi del mancato scontrino: anche il Garante della Privacy si era schierato contro (“no alle liste dei buoni e dei cattivi”).    Agricoltori. Sono riusciti a farsi abbassare un po’ di imposta sugli immobili agricoli (come i proprietari di dimore storiche).    Imprese. Col dl semplificazioni divenuto legge ieri arriva il sistema dei controlli amichevoli per le aziende. Restano “cattivi” quelli fiscali, come scritto dal governo, e quelli sulla sicurezza sul lavoro (novità imposta dal Parlamento), niente da fare per quelli contro le attività inquinanti.    Telecom. Sulla liberalizzazione dell’ultimo miglio l’ex monopolista porta a casa il rinvio voluto dal governo: niente obbligo di offrire subito servizi disaggrega-ti alle società concorrenti che affittano la rete da Telecom, ma un generico mandato all’Authority che dovrà dire qualcosa sul tema tra quattro mesi.

di Marco Palombi, IFQ

 

5 aprile 2012

Art.18, pace fatta rischiano gli Statali

La riforma del lavoro è cambiata, secondo quanto chiedeva il Partito democratico. “Un passo avanti importantissimo”, dice il segretario Pier Luigi Bersani. In una conferenza stampa, ieri, il premier Mario Monti e il ministro Elsa Fornero hanno presentato le novità nel testo del disegno di legge portato al Quirinale. La novità principale riguarda i licenziamenti individuali motivati da ragioni economiche: se il lavoratore ricorre al giudice e questi stabilisce che il licenziamento era indebito, può stabilire un indennizzo tra 12 e 24 mensilità oppure stabilire il reintegro in azienda. Era questo il punto cruciale, di cui martedì hanno discusso fino a tarda notte Monti e i tre leader della maggioranza, Angelino Alfa-no, Bersani e Pier Ferdinando Casini.

IN SINTESI: anche dopo la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il giudice potrà sempre decidere se assegnare al dipendente licenziato senza giusta causa un indennizzo oppure reintegrarlo nel-l’impresa. La Fornero parla di reintegro in caso di “infondatezza” della motivazione, il premier corregge il termine in un più netto “insussistenza”. Nella prima bozza elaborata dal governo, invece, se la motivazione era economica il lavoratore poteva aspirare al massimo a un indennizzo di 27 mensilità. L’obiettivo del governo è però che dal giudice ci finiscano pochissimi casi e che le controversie si risolvano prima con una transazione tra lavoratore e azienda presso le direzioni provinciali del lavoro. Pago e ti licenzio.    Mario Monti spiega che l’obiettivo è una “riduzione permanente del tasso di disoccupazione”, la Fornero aggiunge che “tutte le economie con basso tasso di disoccupazione hanno flussi in entrata e in uscita più rilevanti”. Tradotto: nella visione del ministro del Welfare per abbattere la disoccupazione ci vogliono tanti licenziamenti e tante assunzioni. Quanti licenziamenti? Il governo non ha fatto stime, i modelli econometrici – spiega il ministro – sono troppo complicati e “non c’è stato tempo”. Per questo ci sarà un monitoraggio costante e una gradualità nell’applicazione. Anche la riforma delle pensioni è stata fatta in fretta, solo un paio di mesi dopo si è capito che lasciava 350 mila persone senza reddito e senza assegno previdenziale, i cosiddetti “esodati” per la maggior parte dei quali non c’è alcuna protezione.    Ci sono un paio di grandi incognite che impediscono di fare un primo bilancio degli effetti del testo.    Primo: da ieri è ufficiale che la riforma inciderà anche sugli statali, il governo chiederà tre deleghe al Parlamento e una di queste riguarderà proprio i dipendenti pubblici. La Fornero avrebbe voluto che la nuova disciplina agisse subito, ma il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha chiesto di avere tempo di discuterne anche lui con i sindacati.

TRA GLI ANALISTI finanziari che stanno provando a fare simulazioni sull’impatto della riforma circola un sospetto: visto che nell’insieme la riforma non stravolge la disciplina vigente, forse lo scopo ultimo è rendere gli statali più licenziabili. Perché se non si vogliono alzare ancora le tasse, ridurre il personale della Pubblica amministrazione può essere una rapida e strutturale via ai risparmi. In fondo lo Stato è un datore di lavoro che, con il debito al 120 per cento del Pil, avrà sempre una oggettiva ragione economica per licenziare.    Il Pd incassa la vittoria sul punto ad alto valore simbolico del reintegro, preservato. Ma l’ala destra della maggioranza, il Pdl e Confindustria, come ci tiene a sottolineare la stessa Fornero, vedono svanire molti dei limiti al precariato fissati solo 10 giorni fa dal Consiglio dei ministri. I vincoli per evitare che collaboratori a partite Iva mascherino dipendenti sfruttati scatteranno tra 12 mesi. I contratti a termine saranno addirittura più facili, perché scompare l’obbligo di dover indicare una causale per farvi ricorso, almeno nel caso del primo contratto di durata fino a sei mesi. “Una liberalizzazione importante”, dice la Fornero. Che però rischia di diventare per le imprese un incentivo perverso a sostituire i precari ogni sei mesi. Anche l’indennizzo massimo, per i licenziamenti economici, è più basso che nelle bozze, tra 12 e 24 mensilità. Il numero massimo di apprendisti in azienda, che costano meno e sono facilmente licenziabili, sale parecchio: prima il rapporto con i lavoratori “normali” era uno a uno, ora ci potranno essere tre apprendisti ogni due dipendenti a tempo pieno. E le imprese piccole, quelle che il Pdl cercava di accontentare, potranno essere soddisfatte. Va ricordato che quella annunciata ieri non è la riforma definitiva, ma soltanto il disegno di legge che andrà in Parlamento. Ma Monti si aspetta che, vista l’approvazione preventiva dei leader di maggioranza, l’iter parlamentare sarà “approfondito ma anche spedito”.

di Stefano Feltri, IFQ

Elsa Fornero e Mario Monti

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