Posts tagged ‘Filosofia’

18 gennaio 2013

La razionalità sostanziale è finita in Cina

Tra mezzi, fini e conseguenze non è possibile promuovere una sistemazione valevole universalmente. Ed anche la razionalità “sostanziale” può avere solo un campo “locale” di incidenza. La Cina come ultima scena dell’utopia della perfetta congiunzione fra razionalità sostanziale e strumentale.

Abbiamo letto tutti migliaia di parole spese per criticare la razionalità strumentale, quella che sembra consistere nella selezione dei fini in base ai mezzi. Se fini e mezzi costituissero un sistema ben ordinato, in cui i fini più importanti avessero sempre a disposizione i mezzi per realizzarsi, razionalità strumentale e sostanziale coinciderebbero. Se i mezzi obbedissero a una gerarchia di disponibilità e i fini a una di importanza, e le due gerarchie non coincidessero, la razionalità strumentale consisterebbe nel far valere la gerarchia dei mezzi, per selezionare i fini. Se l’ordine dei mezzi consentisse una scelta tra fini diversi, le connessioni tra mezzi e fini potrebbero essere ulteriormente valutate in base alle conseguenze che generano. Il primato dei mezzi sui fini è di solito attribuito all’utilitarismo, mentre quella che vagamente si intende con etica della responsabilità sembra consistere essenzialmente nel rilievo accordato alle conseguenze.

È difficile immaginare un sistema in cui mezzi e conseguenze determinino completamente i fini. Era un tipo di razionalità appena adombrato da Max Weber, che interpretava così l’economia marginalistica, considerandola però come un tipo ideale. Il livello elementare dei mezzi che condizionano la scelta dei fini può essere identificato con la natura. Per i filosofi antichi si trattava di un livello assai vicino a quello dei fini. Per Aristotele avrebbe avuto senso dire che non si può deliberare di volare o di andare sulla luna, cioè che non ci si può seriamente porre un fine del genere, mentre oggi volare è alla portata di molte persone e non è impossibile andare sulla luna. Si è messa di mezzo la tecnica, che può essere vista in due modi: come obbedienza alla natura, secondo la formula baconiana, o come sfruttamento della natura. Secondo la prima formula la tecnica avvicinerebbe l’uomo alla natura, sostituendo all’immagine fittizia dei mezzi naturali, costruita dai filosofi antichi, un sistema autentico di mezzi disponibili, con una pressione sempre più alta dei mezzi sui fini, via via che crescono le conoscenze tecnologiche. Questa è la prospettiva disegnata dai filosofi ossessionati dai progressi della tecnica, alimentata dalla forte crescita della conoscenza scientifica. Se la si considera uno sfruttamento della natura, si tende a vedere nella tecnica un allontanamento dalla natura, che condurrà alla sua distruzione, almeno come ambiente ospitale per la specie umana. Anziché essere uno strumento utile per arricchire il novero dei mezzi disponibili e metterli in ordine, in modo da coordinare sempre meglio fini e mezzi, la tecnica diventa l’imposizione dei fini ai mezzi naturali, che non tiene conto della loro conservazione.

Queste sono drammatizzazioni, perché, quando si prendono decisioni, si cercano compromessi tra fini, mezzi e conseguenze. L’esortazione a essere ragionevoli si riferisce talvolta ai mezzi, talvolta alle conseguenze, talvolta anche alla tolleranza verso il perseguimento di fini improbabili. Lo schema mezzi-fini, che è locale, perché spesso un termine è mezzo e anche fine, mal si presta alle generalizzazioni alle quali la teoria filosofica della ragione mira ad arrivare. Localmente i rapporti tra mezzi e fini si sistemano, ma i filosofi hanno sempre cercato di usare quello schema per costruire una sistemazione globale. Essi hanno spesso cercato la natura, che sembra costituire il limite delle scelte umane, ma anche la suggeritrice delle scelte che mettono in pericolo l’ordine naturale. Aristotele, pur ritenendo che mezzi e fini rientrassero in un ordine naturale ben costruito, in cui c’era spazio anche per i piaceri dovuti alla soddisfazione dei desideri, pensava che quell’ordine potesse essere turbato, se i desideri non stavano al loro posto.

Platone e Aristotele sapevano come si coordinano i mezzi ai fini, per esempio per costruire un tempio o per fare un calcolo, Aristotele sapeva che certe grandezze fisiche hanno tra loro un rapporto proporzionale e che, se in questi rapporti compare il nulla (lo zero), compare anche l’infinito e la situazione diventa indeterminata. Essi pensavano che questi schemi si applicassero anche in generale, dove non ci sono templi da costruire o calcoli da fare. Si chiamava logos tanto un rapporto quanto un discorso ed espressioni come  “sii ragionevole”, “ho ragione”, “è una buona ragione per”, “è un buon ragionamento” potevano essere ricondotte al logos, la facoltà per cui, a differenza degli animali, siamo capaci di parlare. I filosofi volevano trovare qualcosa di comune tra tutti questi usi, qualcosa che avesse la sicurezza e la generalità del calcolo o dell’ordine naturale, che essi credevano di riscontrare negli astri, regolatori delle stagioni e dei giorni, fondamento del calendario, punti di orientamento nella navigazione. A questo scopo occorreva tener lontane le situazioni nelle quali una componente della natura umana, quella in cui si generano i desideri e si godono i piaceri, possa turbare l’ordine generale della natura.

Platone vedeva nell’indeterminazione dei processi naturali la vera ragione per cui, come avrebbero detto gli gnostici, la natura è intrinsecamente cattiva; poi, quando la meccanica ne propose un’immagine in cui l’indeterminazione era fin troppo assente, ai filosofi, che continuavano a pensarla come un sistema di mezzi offerti alle azioni umane, la natura parve qualcosa di estraneo. Allora i filosofi si sentirono liberi di dichiarare che le norme sono del tutto svincolate dall’ordine delle cose, il dover essere dall’essere. Lo fece Hume, che dell’ordine naturale dava un’immagine debole, ma anche Kant, che ne dava un’immagine forte. Hume pensava che le regole dovessero favorire la socialità; per Kant, che considerava la storia lo scenario nel quale si collocano le regole, in una storia infinita gli uomini si sarebbero diretti sempre di più verso l’obbedienza a regole non dettate da interessi. Se la natura non può suggerire nulla che determini troppo strettamente le norme da seguire, non sarà la ricerca dei mezzi disponibili a costituire la razionalità, perché la realizzabilità di ciò che ci si propone è assicurata dalla validità della norma stessa. Lo spostamento della razionalità dalla natura alla storia, suggerito da Kant, ha avuto seguito: le ideologie ottocentesche e novecentesche sono state tutte fondate su filosofie della storia e sono state tutte progetti che pretendevano di essere autogarantiti, cioè di avere in se stessi le condizioni per la loro sicura realizzazione. Liberalismo, socialismo, democrazia, nazionalismo, comunismo sono state dottrine di questo genere. La più emblematica è la versione marxista del comunismo, per la quale il naufragio dei sistemi economici, costruiti per il miglior sfruttamento delle risorse, conduce all’instaurazione della miglior società possibile.

Quando diceva che la razionalità puramente strumentale è un tipo ideale, mentre la razionalità reale subordina la ricerca dei mezzi alla scelta di valori da realizzare, Weber teneva presenti le ideologie, che sono pacchetti di mezzi e fini preconfezionati. Con la dissoluzione delle ideologie è ricomparsa la libera articolazione, humiana e kantiana, tra l’ordine naturale delle cose e l’ordine morale dei fini, e i filosofi hanno ripreso a criticare i tentativi di vagliare le proposte di fini in base ai mezzi, considerati forme di strategia conservatrice, che mira a respingere qualsiasi correzione di una situazione storica o sociale. Così, negli anni sessanta e settanta del Novecento, si è riabilitato il concetto di utopia, intesa come un programma realizzabile per mezzo di una rivoluzione, che, nel mondo economicamente progredito, non avrebbe neppure bisogno di essere violenta, perché si tratterebbe soltanto di abolire le limitazioni sui mezzi, non più giustificate, dopo che essi sono diventati abbondanti, per l’alta produttività delle società industriali.

Le ideologie non si lasciano mescolare facilmente, perché ciascuna di esse pretende di inglobare le istanze positive presenti nelle altre. Già Weber, con l’immagine del “politeismo dei valori”, aveva preso atto dell’inconciliabilità delle ideologie e dell’impossibilità di scegliere tra esse, se non facendo intervenire la considerazione delle conseguenze: era questo il contenuto dell’etica della responsabilità, che egli aveva proposto senza entrare nei particolari. Invece John Rawls è arrivato a proporre un compromesso tra le ideologie, dopo essere partito dal confronto delle ideologie con le loro condizioni di possibilità economiche. L’economia rappresenta il punto in cui la natura si incontra con la cultura e ne fa sentire i limiti. La poca fortuna di cui gode oggi la scienza economica, dopo le promesse del keynesismo, dell’economia del benessere, del neoliberismo e del monetarismo, ha fatto dimenticare che la crisi delle ideologie è stata anche in parte dovuto alla loro incapacità di rispondere ai problemi economici. Le utopie degli economisti non hanno retto alla prova più di quelle degli ideologi, ma della teoria economica è rimasto almeno il lascito negativo, cioè la sua utilità nel mettere in luce il costo delle utopie sociali o politiche, spesso taciuto da chi le proponeva.

È possibile riprendere l’antinaturalismo di Hume e More, cui spesso i filosofi si rifanno, per celebrare l’autonomia del piano normativo, in un senso diverso da quello solito. La considerazione delle condizioni di fatto, quali per esempio le teorie economiche illustrano, non danno indicazioni positive sulle ideologie possibili, ma ne danno di negative, cioè non offrono ciò che la ragione sostanziale pretendeva di dare e tolgono credibilità alle sue finzioni. Per esempio, gli eredi di ideologie, anche di quelle che un tempo avrebbero respinto come un inganno intellettuale il concetto scolastico di bene comune, oggi lo hanno riscoperto; ma, se si richiede all’economia di dare un contenuto a quell’idea, si scopre che il sapere economico, che non voglia essere ideologico o utopistico, ci da delle certezze asimmetriche, quelle per le quali è possibile indicare di volta in volta gli interessi particolari promossi o sacrificati, ma senza poter individuare un interesse comune. Già la razionalità strumentale, più si fa particolareggiata, più si fa locale, ma le proposte fatte in nome della razionalità sostanziale, proprio perché sono costituite da un fitto intreccio di mezzi e fini, sono ancora più locali, e il farne un prodotto della ragione serve soltanto a nascondere la loro modesta estensione

Chi ha ripreso a coltivare le ideologie, messo di fronte alla “rivolta dei mezzi” contro i fini e alla loro anarchia, ha riscoperto l’idea, sempre cara ai filosofi, che esiste una classificazione di beni e di desideri. L’ideale platonico dello stato commerciale chiuso, sorvegliato da guardiani, insieme intellettuali e soldati, capaci di sopprimere sul nascere i desideri inferiori e di bloccare la circolazione dei beni che li possano soddisfare, ritorna come modo per riproporre la ragione sostanziale. Quando anche i suoi nemici pensavano che la società industriale fosse una società opulenta o potenzialmente opulenta, bisognosa soltanto di una riorganizzazione, nella razionalità sostanziale, come instaurazione di una gerarchia corretta di desideri e di beni, si scorgeva un’operazione di libertà. Oggi, che l’opulenza sembra minacciata, ritorna il sogno platonico della società commerciale chiusa, in cui vanno repressi i bisogni fittizi e vietati i beni che servono a soddisfarli; e ritorna spesso con i tratti del sogno cinese. Un tempo coloro i quali vedevano nella Cina di Mao qualcosa di simile alla società naturale di Rousseau ammiravano la capacità, imprudentemente attribuita ai cinesi, di prevedere i terremoti, di fronte ai quali l’ambiziosa scienza occidentale deve arrendersi. Adesso la Cina efficiente dei capitalisti comunisti è dipinta come quella in cui sviluppo e sensibilità ecologica vanno finalmente insieme. Che i tirannici burocrati cinesi, dopo i soldati filosofi e inquisitori di Platone, siano diventati gli ultimi sacerdoti della razionalità sostanziale?

Carlo Augusto Viano è Professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Torino. Fra i suoi contributi più recenti Laici in ginocchio (Laterza, 2006) e Stagioni filosofiche. La filosofia del Novecento fra Torino e l’Italia (il Mulino, 2007).

Micromega

Carlo Augusto Viano

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2 maggio 2012

La mela di Biancaneve

[…]Chi attacca la Apple come se fosse una sorta di religione è nel giusto più di quanto creda: questa compagnia opera sul presupposto che i suoi designer, e Steve Jobs in testa, siano qualitativamente differenti da tutti noi. Il culto del designare è il fondamento della “religione secolarizzata della mela morsicata”. Jobs è stato abbastanza furno da capire che, fino a quando la Apple fosse stata percepita come un’azienda che aveva diretto accesso alla Verità e alla Storia e i suoi deisgner come la principale incarnazione dell’Uomo Moderno, chiunque avesse aspirato a un simile status avrebbe dovuto acquistare un iPhone o un iPod. In questi termini Jobs ha spiegato la superiorità dell’iPod rispetto a qualsiasi altro lettore Mp3: “Abbiamo vinto perché noi amiamo la musica. Abbiamo costruito l’iPod prima di tutto per noi stessi”.

Non vi è niente di ambiguo nel fatto che i prodotti Apple siano creati da divinità per divinità. E in un libero mercato questo privilegio è a disposizione di chiunque abbia sufficiente cervello, e denar, per aquistarlo.

Jobs, l’uomo moderno per eccellenza, non faceva ricerche di mercato; tutto ciò di cui aveva bisogno era studiare se stesso.Un manager di Cupertino una volta ha descritto così le indagini di marketing della Compagnia: ” Steve che si  guarda allo specchio tutte le mattine e si chiede cosa vuole”.

Questa non è soltanto una delle tante descrizioni del narcisismo; piuttosto è la naturale conseguenza dell’idea per cui il designer è il medium attraverso il quale la verità parla al mondo. Ѐ allo stesso tempo una levatrice e una madre: non stupisce allora che Jobs avesse in un’occasione confidato a un collega che il lancio della iPhone sul mercato aveva richiesto “un trauma emotivo simile a travaglio”.

Per questo motivo Jobs concepiva come una missione far discendere tutte le pure idee platoniche, alle quali evidentemente aveva accesso, su di noi, bruti incapaci di entrare in contatto con la Verità e con la Storia. Cosa accadeva, quindi, se i consumatori non amavano qualcuno dei suoi prodotti? Lo specchio diceva a Jobs di non preoccuparsi. Una delle sue ex fidanzate ricordava che nutrivano “una differenza filosofica di fondo in merito al fatto se i gusti estetici fossero individuali, come le credeva, o universali e trasmissibili, come pensava lui”.

” Steve era convinto che fosse nostro compito insegnare l’estetica alla gente, dire loro ciò che dovevano amare”. Questo sa più di Matthew Arnold e di Inghilterra vittoriana che non di Timothy Leary e California anni settanta.

Questa specie di filosofia, peraltro, sconfina nel paternalistmo, se non nell’autoritarismo  […]

[…] Appena poteva Jobs ricordava che la Apple era nata in un garage – gli piaceva argomentare sulla “purezza del garage” e descrivere il suo sovversivo progetto Macintosh nei termini di  “garage metafisico” – ma il co-fondatore della Apple, Steve Wozniak, ha sempre sostenuto che quel famoso garage svolse un ruolo davvero marginale nella storia della costruzione del primo Mac. “Ho assemblato la maggior parte di quel computer nel mio appartamento e nel mio ufficio alla Hewlett-Packard”, confidò a “Rolling Stone” nel 1996. “Non so da dove saalti fuori tutta questa storia del garage…lì dentro successe veramente poco. […]

Brano tratto da:

“Contro Steve Jobs”

La filosofia dell’uomo di marketing più abile nel XXI secolo

di Evgeny Morozov, Codice Edizioni

 

27 aprile 2012

Morin: «Con i tecnici meno democrazia»

Edgar Morin.

Edgar Morin.

Gli altri si indignano, il grande filosofo francese Edgar Morin, invece, 90enne, indica la via per il futuro del mondo.
Lo fa nella sua ultima opera, pubblicata di recente in Italia da Raffello Cortina dopo l’uscita nel 2011 in Francia, dal titolo La via, per l’avvenire dell’umanità (297 pagine, 26 euro), un vero manifesto del cambiamento globale, in tutti i campi dell’esistente. Può farlo alla luce di un’esistenza spesa a spiegare le ambivalenze e le contraddizioni di svolte epocali, quelle del nostro periodo storico, segnato dalla progressiva unificazione mondiale a opera della tecnica e del liberismo. Ma anche dalle crescenti regressioni e chiusure che la globalizzazione ha creato, trascurando il vero nesso transnazionale: l’appartenenza a una patria terra che ora è estremamente in pericolo.
VERSO UN NUOVO UMANESIMO. Per concepire una svolta che ci salvi, il filosofo si spinge a elaborare un nuovo umanesimo, di difficilissima costruzione, ma non privo di indicazioni pratiche. A patto però di rivedere le categorie politiche, cognitive, di potere in cui ci hanno scaraventato decenni di «cecità, di un modo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare».
SERVE UNA RIFORMA DELLA MENTE. Non meno importante poi la critica all’«occidentalo-centrismo che ci arrocca sul trono della razionalità e ci dà l’illusione di possedere l’universale».
Il riformismo insomma è urgente, in tutti i campi, a patto di mettere in connessione i saperi, i poteri, e le volontà, senza più riservarsi quote di competenze esclusive. Perché non può esserci la riforma dell’educazione se non vi è una riforma della mente. E non può esserci una riforma politica senza una riforma del pensiero che richiede un cambiamento etico. Che a sua volta ripristina uno spirito di responsabilità, di solidarietà.
DECIDONO SEMPRE GLI ESPERTI. In un passaggio, l’autore spiega perché viviamo in un mondo in cui il cittadino, apparentemente informato e libero, è privo di punti di vista inglobanti e pertinenti sui grandi problemi. Poi, per contrappasso, fa decidere esperti «la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a un’incompetenza quando questo campo è parassitato da influenze esterne o da un nuovo evento».
Insomma, scrive il geniale pensatore, «se è ancora possibile discutere al Caffè Commercio della guida del carro dello Stato, non è più possibile comprendere cosa inneschi il crac di Wall Street, né cosa impedisca che questo provochi una crisi economica peggiore».
IGNORANZA BUONA E NECESSARIA. Viene alla mente la famosa scena del film di Michael Moore, Capitalism, in cui il regista interroga un accademico sul concetto economico di derivato e non riesce a ottenere risposta.
Eppure, ha riflettuto Morin, «ogni mente coltivata poteva, fino al XVIII secolo, assimilare le conoscenze su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società e nutrire così l’interrogazione filosofica, che è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta non lo adulterano. Oggi si chiede a ciascuno di credere che la sua ignoranza sia buona e necessaria».

Con i tecnici diminuisce la competenza democratica

Il presidente del Consiglio, Mario Monti.(© Ansa) Il presidente del Consiglio, Mario Monti.

La resa politica di un tale discorso, in Italia, farebbe fischiare le orecchie a molti e sbalordirebbe la stampa che incensa il nuovo governo: «Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce».
Una chiave di lettura che vale a prescindere in un mondo in cui le scelte sono sempre in mano a pochissimi, salvando l’apparenza con i meccanismi annacquati della democrazia classica: voto e rappresentanza.
BUROCRAZIA INIBISCE LA SOLIDARIETÀ. Le svolte del pensatore, anche quelle più fattive, come la riforma della burocrazia, sono utopiche, perché chiedono cose in cui troppi hanno smesso di credere, asserviti a logiche, fintamente, funzionali.
Esempio eccellente: la burocrazia che «si traduce in una rigida dicotomia dirigente-esecutore, rinchiude la responsabilità di ognuno in un piccolo settore, ma inibisce la responsabilità e la solidarietà di ognuno nei confronti dell’insieme del quale fa parte».
TEMPO PER GUADAGNARE RAZIONALITÀ. Un meccanismo esemplificato bene dall’esempio, nel libro, dell’utente che viene rimbalzato di telefono in telefono, di ufficio in ufficio, perché la cosa non si sa a chi spetti. Non basta razionalizzare i numeri e i meccanismi se poi viene meno la capacità di valorizzare anche le qualità creative e strategiche del singolo impiegato.
A chi lo dimentica, Morin lo ricorda, quasi con forza monumentale: «Una piena comprensione esige apparenti perdite di tempo, che in realtà sono guadagni di razionalità».

di Maria Rosaria Iovinella, Lettera43

25 novembre 2010

La filosofia della differenza sessuale

CAVARERO: Buongiorno, mi chiamo Adriana Cavarero e insegno Filosofia politica all’Università di Verona. Tengo alcuni corsi di Filosofia e letteratura all’Università di New York negli Stati Uniti. Tema della puntata odierna è “La filosofia della differenza sessuale”. Visioniamo ora una scheda filmata introduttiva.

Lo Zarathustra di Nietzsche chiama i filosofi “dispregiatori del corpo”. Egli avverte che il corpo è una grande ragione. Ricorda ai filosofi che quella piccola ragione che viene chiamata spirito è solo un piccolo strumento e un giocattolo nelle mani della grande ragione del corpo. Perché ricordarlo proprio ai filosofi? Perché una certa figura del filosofo richiama bene l’immagine dello spirito ascetico e asessuato che, liberandosi dai bisogni corporei, cerca di innalzarsi al di sopra delle cose mortali e di ritrovare la radice divina che è nell’anima. In questa prospettiva più si è vicini alla corporeità e più si è lontani dalla verità della filosofia, che è invece metafisica nel senso letterale del termine, ovvero al di là delle cose sensibili, fisiche. In questo senso la filosofia esprime anche una precisa connotazione sessuale. Solo all’uomo infatti è concesso di staccarsi completamente dalla corporeità e ascendere alla dimensione metafisica. La donna è biologicamente legata più al corpo. Il parto, l’allattamento, la legano alla corporeità in un modo del tutto speciale e naturale. La filosofia è stata tradizionalmente cosa da uomini, finché è stata intesa come metafisica. Platone, nel dialogo intitolato Teeteto, paragona la filosofia alla maieutica, ovvero all’ostetricia. Mentre la madre di Socrate, che era ostetrica, pensava al parto dei corpi, il figlio filosofo pensava al parto delle anime, cioè a far partorire il sapere e la ragione. Sulla scala dei valori metafisici il figlio era più importante della madre. Ma, nel momento in cui entra in crisi la vocazione metafisica della filosofia, allora entra in crisi l’intero sistema filosofico dei valori. Il farsi avanti di quella grande ragione del corpo, di cui parla Nietzsche, il filosofo dell’uomo, non sarà pertanto anche il farsi avanti di una filosofia declinata al femminile?

STUDENTESSA: Martha Nussbaum afferma che la ragione e l’obiettività dovrebbero essere le nuove armi delle donne e non qualcosa contro cui esse si trovano a combattere. Nell’ultima parte del filmato ci si chiede se il farsi avanti di questa grande ragione del corpo, di cui parla Nietzsche, condurrà ad una filosofia declinata al femminile. Io Le chiedo: che cosa vuol dire servirsi della ragione per una donna? E cosa si intende per obiettività?

CAVARERO: La razionalità qui intesa è di tipo kantiano. Sono sulla stessa linea di pensiero di Martha Nussbaum quando lei combatte la divisione stereotipica uomo razionale-donna irrazionale, che finisce per confinare le donne fuori della storia della filosofia. Sono un po’ meno d’accordo nell’assumere la ragione come ciò a cui anche la donna può o deve accedere. Se si compie solo questa operazione, non si spezza la dicotomia. Una filosofia al femminile, o, come preferisco dire io, una filosofia della differenza sessuale, non dovrebbe solo spostare le donne dalla irrazionalità alla razionalità, ma rompere la citata dicotomia, l’opposizione cioè fra la ragione e la passione, fra la ragione e l’irrazionale. Si tratta di pensare diversamente la soggettività umana. L’obiettività è molto legata alla razionalità. Obiettività è generalmente ciò che è indiscutibile, ciò che è universale, ciò che nella filosofia moderna corrisponde al scientificamente dimostrabile. Anche il concetto di obiettività fa parte della costruzione dicotomica e per questo va discusso.

STUDENTESSA: Ricollegandoci alla dicotomia che Lei accennava, noi abbiamo portato come oggetto un labirinto a simboleggiare il mito di Teseo ed Arianna. Teseo riesce ad uccidere il Minotauro grazie al coraggio, alla virilità, e alla forza, tipicamente maschili. Eppure Teseo, dopo avere ucciso il Minotauro, riesce ad uscire dal labirinto solo grazie all’intelligenza e all’astuzia di Arianna, che gli dona un gomitolo di filo affinché egli possa trovare la via del ritorno. Perché, da Platone in poi, si è venuta a creare una gerarchia che ha privilegiato la razionalità sulla corporeità, attribuendo la razionalità al genere maschile e la corporeità a quello femminile, e quindi favorendo la supremazia del genere maschile su quello femminile?

CAVARERO: L’esempio del labirinto è chiarificante perché con il mito non si definisce ancora una netta opposizione maschile-femminile. All’epoca dei miti la razionalità maschile e quella femminile si rassomigliano, e ad esse va attribuito il termine greco metis, traducibile con astuzia, scaltrezza, capacità di espediente. Nel mito l’elemento femminile e quello maschile non sono ancora in contrapposizione. È comunque un periodo di inquietitudine rispetto alla differenza sessuale. Lo stesso mito di Arianna presenta già uno degli stereotipi più frequenti: la storia dell’uomo che abbandona la donna e che va verso altri lidi. La filosofia interviene proprio nell’inquietudine del mito, ovvero nella sua indecisione sulla superiorità da imputare ad un sesso rispetto all’altro. La filosofia impatta su questa inquietudine con l’intenzione di superarla. Il mito non è mai sistemico, mentre la filosofia, che tende al sistema, ne crea uno, posizionando i due sessi in ruoli molto precisi, in una gerarchia. È difficile dire perché questo succeda. Si possono semplicemente vedere gli effetti. La creazione di una sfera razionale o del sapere, ossia di un ambito dei poteri attinente al protagonismo maschile, è sicuramente un effetto; l’altro è l’emergere di una sfera di servizio, di quella che Aristotele chiama la sfera domestica, riservata alla cura dei corpi e contrapposta alla sfera politica, che compete alle donne come uniche responsabili della gestazione, della nutrizione e dell’assistenza agli anziani. Il distacco della filosofia dal mito, per sempre fissato nelle sue grandi linee, è piuttosto il portato dello sviluppo storico. I principali cicli eroici appartengono ad epoche ancora lontane da una visione esatta dello sviluppo storico. La filosofia appartiene ad epoche documentate e quindi storiche.

STUDENTESSA: Secondo lei, la differenza sessuale, che vorrebbe razionale l’uomo e corporea e sensuale la donna, non è più un prodotto culturale che una dicotomia vera e propria? Perché è pur vero che la donna, nonostante che per la stessa maternità, per il parto, e per l’allattamento sia più legata al corpo, sa valersi in qualità di donna manager, a volte, anche meglio dell’uomo.

CAVARERO: La differenza sessuale è anzitutto biologica, quindi è un dato di natura. Gli ordini simbolico, della rappresentazione, della significazione e del pensiero, attribuiscono il medesimo senso a tutti i dati di natura. Va detto che nella differenza sessuale in sé, come dato naturale, non è iscritta alcuna gerarchia. La differenza sessuale non esprime, di suo, la superiorità di un sesso rispetto all’altro. La potenza creatrice del corpo femminile, ossia di quel corpo che genera la vita, è l’unico elemento gerarchizzante di questa differenza. La tradizione denominata patriarcale, affermando la superiorità del maschile sul femminile, ha inteso così reagire alla potenza materna, traducendo la differenza sessuale in una gerarchia di preminenza maschile in cui il femminile si limita a un ruolo secondario, ovvero di servizio. A questo stato di cose subentra, nella modernità, il principio di uguaglianza. Prima dell’avvento della società moderna e del principio egualitario era impensabile che una donna ricoprisse il ruolo di un uomo. Attualmente, dal punto di vista dell’ordine simbolico, ossia dell’ordine della rappresentazione, il femminile continua a essere pensato come naturalmente domestico, materno, di servizio, e il maschile come naturalmente dominante, intelligente, razionale, politico. Gli stereotipi permangono, ma in compagnia di meccanismi che consentono alle donne di essere immesse in ruoli prima riservati agli uomini. La donna manager è qualcuno che esce dal ruolo stereotipico femminile per entrare in quello tradizionale maschile. La donna manager può essere più brava degli uomini, ma a costo che interpreti un ruolo maschile. In sostanza si potrebbe dire che la donna manager imita il più delle volte il paradigma maschile. Questo è il paradosso dell’eguaglianza. Le donne fanno il loro ingresso nei luoghi tradizionali dei saperi e dei poteri solo se diventano surrogati del modello maschile, arrivando persino a scimmiottarne i gesti. Questo è un segno del fatto che non è affatto cambiato l’ordine simbolico, l’ordine della rappresentazione.

STUDENTE: Se il principio di eguaglianza costituisce un paradosso, e la donna viene omologata all’uomo nella sfera sociale, secondo Lei che strada dovrebbe intraprendere il femminismo per arrivare a una situazione che arrechi vantaggi ad ambedue i sessi?

CAVARERO: La Sua domanda è già una risposta. I termini del problema non sono quelli di mantenere la dicotomia esistente. Questa dicotomia deve essere spezzata perché è, in ogni caso, una dicotomia gerarchica, nella quale la differenza equivale a inferiorità. Per rompere la dicotomia occorre portarsi a tematizzare la differenza, o le differenze. Occorre ripensare la cosiddetta differenza sessuale. Pensare la differenza sessuale significa non registrarla più con una gerarchia, giacché la differenza presuppone e mette in luce un differire. Immediatamente siamo o di un sesso o di un altro. Un sesso non deriva dall’altro. Il femminile non è una specificazione del maschile, e viceversa. Pensare la differenza sessuale oggi aiuta a pensare le differenze individuali, ed altre molto importanti politicamente, come le cosiddette differenze culturali e quelle etniche. Tuttavia la filosofia tradizionale si prefigge lo scopo di eliminare in particolare il contingente di cui fanno parte queste unicità. Una nuova filosofia del Duemila ha il coraggio di pensare senza gerarchie e senza dominazioni.

STUDENTESSA: Vorrei chiederLe se concorda con la premessa che donne non si nasce ma si diventa, e, se sì, che cosa significa per Lei essere o diventare donna.

CAVARERO: Io concordo con Simone de Beauvoir quando afferma che ogni donna aderisce a uno stereotipo. Si diventa donne, considerato che lo stereotipo viene offerto obbligatoriamente dalla cultura e dalla società. L’individuo femminile allevato allo stereotipo vi entra diventando donna. Non mi trovo più d’accordo quando questo discorso voglia essere esaustivo. Donna non si diventa ma si nasce se si considera la differenza femminile. Pensare diversamente questa differenza significa allora pensarla in modo che non coincida obbligatoriamente con gli stereotipi. Occorre a tal fine distrarre il nostro sguardo dalla tradizione filosofica metafisica, come suggeriva il filmato, e sforzarsi di accogliere l’unicità dell’altra e la differenza come il primo valore, come ciò che può fondare un’etica, una politica e una filosofia.

STUDENTE: Non Le pare strano che all’emancipazione della donna sono occorsi più di venti secoli? Questa emancipazione è il risultato di un rafforzamento da parte della donna, della propria posizione, oppure di un indebolimento da parte dell’uomo?

CAVARERO: Certamente il raggiungimento da parte della donna della parità di diritti con l’uomo è stato ottenuto con troppi secoli di ritardo. Purtroppo la struttura stessa della storia, dell’ordine simbolico, dei codici sociali, è sempre stata di difficile rottura. Si era in presenza di società in cui gli uomini egemonizzavano tutti i luoghi dei saperi e dei poteri. Difatti il principio di eguaglianza, da cui poi deriva l’emancipazione, non è un’invenzione femminile. A coniarlo furono più o meno i giusnaturalisti, da Thomas Hobbes, passando per John Locke, a Jean-Jacques Rousseau. Quel modello nasce in un periodo di grande crisi politica europea e di devastanti guerre civili. Quel modello politico nasce per abbattere le differenze di ceti, poteri e diritti, dell’antica società, ancora in parte medievale, o piuttosto monarchico-rinascimentale, e inventa lo stato di natura come nuovo fondamento di eguaglianza da cui, però, le donne paiono escluse. In realtà in questo concetto di eguaglianza le donne non sono contemplate, persino neanche immaginate. Tuttavia il principio di eguaglianza si prestava per tutti i tipi di emancipazione e di antidiscriminazione. A quel punto sorsero giocoforza i circoli femminili di Olympia de Gourges e Mary Wollstonecraft che cominciarono a rivendicare l’abbattimento dell’inferiorità sociale e giuridica della donna. Certo è che non si sarebbe mai arrivati a un superamento del modello politico se lo stesso soggetto maschile non avesse pensato a ristrutturarlo.

STUDENTESSA: Per quale motivo la donna, per emergere, ha avuto la necessità di scimmiottare l’uomo, e non è stata in grado di scendere in campo con quelle che sono le sue proprie capacità?

CAVARERO: A questa triste domanda deve seguire una risposta altrettanto drammatica. Il principio di eguaglianza è un principio formale, ma non funziona sul piano sostanziale. La situazione di apparente non discriminazione, anche sostanziale, propria della scuola, che si dimostra in questo un’isola felice, contrasta poi con quello che incontrerete nel funzionamento effettivo della società. L’organigramma dei saperi e dei poteri è ancora in mano agli uomini. Ciò significa che, se una donna vuole fare carriera, deve adattarsi alla legge pratica vigente, che impone al femminile di assomigliare il più possibile al maschile. È nondimeno vero che in taluni ambiti, come quello dell’elaborazione dei saperi o quelli di alcune pratiche etiche e politiche, la specificità femminile è emersa, o sta emergendo, proponendo un modello diverso da quello tradizionale a cui si riferisce l’emancipazione. Laddove sono in gioco le capacità di relazionarsi dei singoli e di accogliere la differenza dell’altro, le donne sembrano possedere un modello di comportamento e una pratica politica ed etica molto più efficiente. Possiamo vedere il secondo filmato, che specifica anche la complessità dell’ordine simbolico-gerarchico di cui abbiamo parlato.Discorrendo della dicotomia mente-corpo, uomo-donna, abbiamo concluso che la donna sta dalla parte del corpo, ma attraverso ruoli diversi e complessi. Il filmato ne esemplifica due, cruciali allo stato dei fatti. Da una parte il corpo materno, ovvero il corpo che genera. Questo corpo non può essere immaginato eroticamente. Dall’altra, la donna corrisponde al corpo osceno, al corpo erotico, all’oggetto del desiderio sessuale maschile. Questa è una contraddizione, più che un paradosso. Per le donne della mia età c’è sempre stata l’incertezza se aderire allo stereotipo domestico materno, e quindi essere dolci, buone, servizievoli, e fiere di essere madri, oppure se essere un corpo seducente. È indubbio che la madre non può essere erotica, come è indubbio che il corpo erotico non può essere madre. Occorre tuttavia rilevare che questa distinzione contraddittoria è parimenti dominata dal soggetto maschile. Possiamo notare i due oggetti che sono in studio. Il primo è quello della Madonna, che nella cultura occidentale, e in quella italiana successivamente, ha una importanza iconografica fondamentale, rappresentando proprio la madre e la santa che nutre e si dedica al figlio maschio. Si dice spesso che ciò di cui abbiamo bisogno è la rappresentazione, anche iconica, dei rapporti fra madre e figlia. I rapporti fra madre e figlia non sono rappresentati nella cultura occidentale. La madre è sempre la moglie di un marito, e gli dona un figlio maschio fino a nutrirlo e a sacrificarsi per lui. L’altro oggetto che abbiamo in studio è l’immagine di una sirena. La sirena è la tipica icona del corpo femminile, erotico e osceno. La sirena bacia il pescatore, lo trascina nelle acque e poi lo uccide. Eros è dunque morte, è thanatos. Nell’universo dei miti le Sirene, menzionate anche nell’Odissea omerica, sono demoni marini, metà donne e metà uccelli. La parte animale del corpo ibrido delle sirene rappresenta appunto la trasgressione. Ciò è per dire che la rappresentazione della donna come corpo appare complessa, ma in ambedue i casi sottostà al dominio dell’icona maschile. Anche la sirena canta, ma canta per gli uomini.

STUDENTESSA: Secondo Lei, il privilegio di cui gode l’uomo non potrebbe essere causato dal timore che la donna possa in qualche modo superarlo?

CAVARERO: La Sua interpretazione mi piacerebbe molto. In parte forse attiene al vero. Sigmund Freud imposta gran parte della sua concezione psicoanalitica sull’invidia del pene, che porrebbe la bambina, e quindi la donna, in una situazione subordinata. Io sono convinta che, nella storia dell’immaginario occidentale, non scientificamente capace di analizzare l’intero processo di concepimento, un ruolo sottile eppure fondamentale abbia giocato l’invidia dell’utero, in quanto potere di dare la vita. L’invidia del potere di dare la vita viene così sostituita e soppiantata dal potere di dare la morte. Nell’epoca contemporanea si constatano sintomi e segni di una crisi dell’identità maschile, che non corrisponderebbe affatto a una crisi dell’identità femminile. Pare che l’identità maschile stereotipica sia maggiormente soggetta a una crisi di ripensamento, a uno sconvolgimento del proprio assetto.

STUDENTESSA: Secondo Lei, il fatto che la società sia fallologocentrica può essere dovuto a un limite della donna, che non è mai riuscita ad affermare la propria individualità al di fuori dell’ambito domestico?

CAVARERO: Io non so se sia proprio una colpa. Il confinamento delle donne in ambito domestico è il portato di una gabbia ideologica. La gabbia ideologica appartiene a un tipo di violenza sottile e implicita, e, per questo, più efficace. Sempre nell’ambito domestico, ovvero di espulsione dalla sfera dei poteri e dei saperi, tradizionalmente maschili, le donne hanno saputo creare proprie forme di potere e di sapere. Il vincolo maschile, quindi, non è stato cogente complessivamente. Nell’ambito della narrazione, e in particolare nello scambio narrativo, che è di nuovo quello della relazione, le donne hanno manifestato grandi saperi e una vasta esperienza. Le Sirene di Omero non cantano soltanto, ma raccontano tutto il poema. Esse sono un doppione della Musa. Si pensi alla figura di Sheherazade. La figura femminile come origine del canto narrativo è riconosciuta persino dalla tradizione. Il materno, che prima veniva esemplificato dall’immagine della Madonna, è anche invasivo: la madre è oppressiva, è inoltre colei che genera il figlio ma che vorrebbe possibilmente rimangiarselo. La filosofia della differenza sessuale è ben lungi dall’essere una teoria di santificazione di tutto il femminile e di demonizzazione di tutto il maschile.

STUDENTE: Secondo Lei, cosa dovrebbe cambiare nell’attuale società affinché la differenza sessuale possa attenuarsi o addirittura scomparire?

CAVARERO: Personalmente non voglio che scompaia. Io voglio che sia pensata e capita diversamente. Io non sono affatto per il superamento della differenza sessuale. La differenza sessuale, oltre che un dato, è un dono di natura. C’è sempre qualcosa di buono e di giusto nell’essere così come si è. Occorre semmai superare il modello che abbiamo definito gerarchico-dicotomico, che, oltre ad essere di dominazione, ha prodotto e produce pessimi risultati in tutti i campi concernenti la differenza. I giovani devono cominciare a pensare la propria singola differenza come una posizione di parzialità e non di universalità, nel senso che nessuno dei due sessi può parlare per l’altro, e nessun soggetto può ergersi a modello universale per gli altri. È necessario apprezzare la parzialità, e dunque la contingenza, per avere un atteggiamento di apertura all’altro, che è appunto un atteggiamento di relazione.

STUDENTE: Quindi per Lei cosa vuol dire oggi essere donna?

CAVARERO: Essere donna oggi significa tante cose assieme. Vuol dire anzitutto appartenere agli stereotipi. Donna si diventa. Molte cose che io sono oggi lo sono diventate. Io ritengo di essere socialmente costruita. Anche i ragazzi sono socialmente costruiti. Il discorso vale per ambedue i sessi. Essere donna oggi vuol dire stare nell’ambito del principio egualitario e antidiscriminatorio e assumerne i vantaggi e i guadagni. Senza dimenticare che occorre altresì combattere ciò che nel principio di eguaglianza equivale a omologazione. La complessità dell’odierna differenza sessuale è ancora segnata da elementi negativi. A questo proposito occorre uno sforzo da parte sia delle ragazze che dei ragazzi. Io non penso ad un’uscita univoca. Io non penso che le ragazze penseranno alla differenza e alla parzialità e per questo combatteranno i ragazzi, che invece continuano a pensare alla loro universalità. Sono ottimista al riguardo. Lei, per esempio, sarebbe disposto a rinunciare alla universalità del cogito ergo sum cartesiano?

STUDENTE: Abbiamo scelto il sito Internet sul cantautore Fabrizio De André, e in particolare il testo di una sua canzone, Bocca di Rosa, che parla appunto di come l’arrivo di una prostituta in un paesino ne ha sconvolto la vita degli abitanti. Partendo dalla carnalità e dalla passionalità di questa donna, vorrei sapere cosa pensa Lei dello sconvolgimento dei rapporti interpersonali, causato dall’avvento di Internet, e, in quanto filosofa, dell’applicazione di pratiche come il sesso virtuale?

CAVARERO: Distinguerei il mondo di Internet dal sesso virtuale. Io sono molto favorevole a Internet, perché, pur avendo il difetto, chiamiamolo così, di eliminare i corpi, è comunque un luogo relazionale esaltato. Il sesso virtuale appartiene all’immaginario maschile di fruizione del corpo. Lei sa che l’immagine pornografica ha una lunga storia nella vicenda dell’eccitazione maschile. Non sarei pertanto favorevole al cosiddetto sesso virtuale. La prostituta di Bocca di Rosa è tuttavia emblematica nel rappresentare tanto il corpo erotico quanto la generosità. Bocca di Rosa, oltre a essere oggetto, si presta al servizio dei desideri maschili perché è generosa, perché è buona, perché è garante della felicità di un attimo. I modi di dominazione del corpo femminile sono sottili, complessi. La filosofia occidentale non è mai rozza. Io, come Lei, sono stata colpita da una frase della canzone, che maggiormente indica la generosità di Bocca di Rosa, e che dice: “C’è chi l’amore lo fa per noia, e chi lo sceglie per professione. Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione”.

RAI.IT


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