Archive for marzo, 2009

31 marzo 2009

Veleni ventennali nell’area industriale di Tito scalo.

Zona industriale di Tito scalo (PZ): sito d’interesse nazionale. Partendo da questo assunto, si dà il via ad una serie di ricostruzioni, valutazioni e quesiti, molti ancora irrisolti, che vale la pena approfondire.

Partendo dall’inizio, è necessario citare l’importante Decreto Ministeriale dell’8 Luglio 2002, emanato dal Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 231 del 2 Ottobre 2002 – che stabilisce la perimetrazione del sito d’interesse nazionale in oggetto.

Il Ministero dell’Ambiente, considerando il “perimetro al fine di censire tutte le aree potenzialmente contaminate, salvo l’obbligo di procedere alla bonifica delle aree esterne al perimetro che dovessero risultare inquinate” e “che sulle aree perimetrate sarà effettuata la fase di caratterizzazione per accertare le effettive condizioni di inquinamento al fine di pervenire alla individuazione del perimetro definitivo”, decretò – per l’appunto – che “Le aree da sottoporre ad interventi di caratterizzazione ed agli eventuali interventi di messa in sicurezza d’emergenza, nonché, sulla base dei risultati della caratterizzazione, ai necessari interventi di messa in sicurezza, bonifica, ripristino ambientale e attività di monitoraggio” e che “L’attuale perimetrazione non esclude l’obbligo di bonifica rispetto a quelle porzioni di territorio che dovessero risultare inquinate […]”.

Dalla documentazione in possesso degli Enti Ministeriali citati, che hanno portato all’emanazione del Decreto – notificato previa registrazione al Comune di Tito, alla Provincia di Potenza, alla Regione Basilicata ed all’Arpab (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Basilicata) – si presuppone l’urgenza di intervento circa la bonifica di un’area industriale della Basilicata fortemente a rischio. A supporto di questo, sono apparsi – nell’agosto del 2005 – alcuni articoli pubblicati su “La Gazzetta del Mezzogiorno” a firma di Gianni Rivelli. Il giornalista scrive di “situazione, in alcuni casi, drammatica”, oltre che della presa di posizione di un’azienda presente nel perimetro (Daramic S.r.l.), autodenunciatasi, comunicando di aver causato “un pesante stato di contaminazione della falda e del terreno da tricoloroetilene, tricloroetano, dicloroetilene, bromodiclorometano, cloroformio, bromoformio, cloruro di vinile monomero, esaclorobutadene, tetracloroetilene, sommatoria organoclorurati e idrocarburi totali”. Queste appena citate sono da considerarsi sostanze “tossiche, cancerogene e persistenti”.

E’ chiaro che il tasso di inquinamento riscontrato nelle falde acquifere, un milione di volte superiore ai limiti consentiti, è allarmante. Per quanto riguarda il tricloroetilene, ad esempio, i valori rilevati erano di “un milione 470mila nanogrammi/litro a fronte di un limite di, un nanogrammo e mezzo, e nei suoli la stessa sostanza è risultata presente 300 volte oltre il limite consentito, vale a dire 3290 milligrammi a chilo contro i dieci previsti”. Quella che sembra una vera e propria emergenza, dal crescente pericolo per l’ambiente e la salute dei cittadini, viene fortemente presa in considerazione da Gianfranco Mascazzini, Direttore della Direzione Qualità della Vita del Ministero dell’Ambiente, che evidenziò prontamente “la concreta possibilità che il suddetto stato di contaminazione della falda sia esteso ad aree esterne allo stabilimento di proprietà della Daramic”, a fronte, quindi, di un’opera di bonifica “indispensabile quanto complicata”.

C’è da dire che il segnale d’allarme per questo Sito d’Interesse Nazionale – con un’estensione di 59.000 metri quadri all’interno dell’area Consorzio Asi – e conosciuto ai più come area dell’ex Liquichimica di Tito Scalo, parte nel Febbraio del 2001. Si susseguono una serie di sopralluoghi che portano al ritrovamento di “una discarica abusiva dalle ingenti dimensioni”, caratterizzata da “residui accumulati nel ventennio 1981-2001, ossia da dopo la chiusura della Liquichica, da cui resti sarebbero provenuti buona parte di quei materiali”, e alla scoperta, in ordine temporale, di “rifiuti di diversa origine (speciali, pericolosi, assimilabili agli urbani) in quantità pari a circa 210mila metri cubi” e di una vasca per lo stoccaggio contenente “rifiuto tossico nocivo” e “realizzata in totale violazione di quanto previsto dalla legge e senza alcuna autorizzazione”. Questo è quanto dichiarano i dottori Mauro Sanna e Alessandro Iacobucci “con l’assistenza del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri e della Polizia Provinciale”.

Al cospetto di quello che sembra essere una spada di Damocle su una terra già martoriata da altre attività invasive, c’è il dubbio su come il grosso del “ritrovamento lascia pensare ad un traffico di rifiuti vero e proprio, poiché, a quanto si è verificato durante il sopralluogo, il contenuto nulla ha a che vedere con i rifiuti derivanti dall’attività dello stabilimento dell’ex Liquichimica Meridionale, ma si tratterebbe di un’attività di raccolta e smaltimento di rifiuti pericolosi provenienti da altre realtà. Il presunto stoccaggio illegale dei rifiuti sarebbe stato un grosso business per quanti lo hanno realizzato”.

Il giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, Gianni Rivelli, oltre a parlare di business, prefigura scenari ancor più preoccupanti. “Il materiale è stato depositato senza le dovute cautele per l’ambiente. Attività di personaggi senza scrupoli che per i loro business non hanno esitato esporre suolo e falde acquifere ad un forte pericolo di contaminazione. L’ombra dell’ecomafie, insomma, ma anche l’ipotesi di connivenze di qualcuno che, pur conoscendo la situazione, ha fatto finta di niente. Sulle loro tracce, le indagini vanno avanti”.

Ma cosa è successo da quel lontano 2001, dal punto di vista politico ed istituzionale?

L’unica cosa certa è l’erogazione, di finanziamenti, a scalare negli anni, di circa 160.000 mila euro derivanti dal "Progetto Amianto", promosso dalla Regione Basilicata in collaborazione con l’Istituto di Metodologie per l’Analisi Ambientale (Imaa) e presentato – gioco del “destino” – nella sede del CNR (Centro Nazionale per le Ricerche) di Tito Scalo che doveva consentire l’accertamento ed il monitoraggio dello stato globale di inquinamento ambientale da fibre di amianto in Basilicata, con lo scopo di “individuare le situazioni di pericolo effettivo da risanare con urgenza”, preceduti da circa 2.480.000 di euro (2003, 2002, 2001) e 774.000 euro (2003, 2001).

Sullo stato d’utilizzo dei fondi pubblici stanziati per cofinanziare il risanamento delle aree industriali italiane, imposto per legge agli “inquinatori”, c’è stato – ed è tuttora in corso – un acceso dibattito, anche perchè risulta, in bassissima percentuale, un magro numero bonifiche portate a termine. In merito, il quadro normativo vigente, smentisce la prassi tutta italiana di ritardi e “dimenticanze”. Infatti, già con un Decreto Ministeriale del 16 Maggio 1989 vennero stanziati i primi finanziamenti destinati alle Regioni, al fine di consentire loro “la pianificazione degli interventi di bonifica”, rappresentando un ottimo impulso per il completamento di un primo censimento dei siti inquinati. Otto anni dopo, nel 1997, con l’articolo 17 del Decreto Legislativo n.22 del 5 Febbraio (per semplificazione Decreto Ronchi), vennero stabiliti gli obblighi degli “inquinatori”, attuando il principio comunitario del “chi inquina paga” e definendo “le competenze delle amministrazioni locali”. Nel 1998, invece, con Legge n.426 del 9 Dicembre viene dato il via ad un programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati, sulla base di una Task Force attuata in sinergia tra Ministero dell’Ambiente e Conferenza Stato- Regioni. Come conseguenza vennero stanziate diverse centinaia di miliardi di vecchie lire per i primi “siti di interesse nazionale” individuati (Porto Marghera, Napoli orientale, Gela e Priolo, Manfredonia, Brindisi, Taranto, Cengio e Saliceto, Piombino, Massa e Carrara, Casal Monferrato, litorale Domizio-Flegreo e l’Agro aversano, Pitelli, Balangero e Pieve Vergonte), tra i 40 complessivi in tutta la Penisola, tra i quali c’è ovviamente quello di Tito scalo, catalogato per “abbandoni incontrollati di fanghi di depurazione e rifiuti da produzione di concimi, cementoamianto e da attività siderurgica”.

L’epilogo normativo – se così può essere definitivo – si ha il 15 Dicembre del 1999, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto Ministeriale n.471/99, nel quale viene enunciata una inequivocabile definizione di sito inquinato, basata sulla “concentrazione di una o più sostanze inquinanti nel suolo o nelle acque di falda o superficiali supera i valori di concentrazione limite accettabili stabiliti nell’allegato al decreto, riferiti alle due categorie di siti individuate: ad uso verde e residenziale e ad uso commerciale ed industriale”. In una pubblicazione del 12 Aprile 2004 su Lexambiente.it, dal titolo: “Documento sulle bonifiche dei siti contaminati (archivio 1998 – 2003), analizzando il Decreto Ministeriale n.471/99, si rileva che “le novità principali rispetto alla normativa precedente riguardano i seguenti aspetti: il decreto affronta l’inquinamento di ogni tipo di sito, indipendentemente dalla sua dimensione” […] ”…mentre viene estesa la definizione di sito inquinato ad aree in cui sono insediate industrie ancora in attività. Alle Regioni viene richiesto l’aggiornamento dei censimenti regionali dei siti potenzialmente contaminati previsti dal Decreto Ronchi, e, sulla base dei criteri definiti dall’Agenzia nazionale protezione ambiente (Anpa), la definizione dell’Anagrafe dei siti da bonificare”.

Insomma, il tempo delle vacche grasse c’è stato, ora sembra essere arrivato quello delle vacche magre, come fa intendere la recente notizia che conferma la mancanza di fondi per il Programma Straordinario Ufficiale Nazionale per il recupero economico produttivo dei siti industriali inquinanti. Infatti, i milioni di euro dei FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate) 2007-2013 sono destinati al altro con l’ultima Finanziaria. Questo significa che la bonifica dell’area di Tito Scalo (unitamente all’intera Valbasento) non ci sarà. Siamo, sicuramente, di fronte ad un problema con radici lontane, e non esclusivamente imputabile alle azioni restrittive del Governo Berlusconi.

I ritardi di attuazione del famigerato Piano di Bonifica cominciano a pesare, in misura certamente maggiore sulla tutela ed il rispetto della salute delle popolazioni locali. Il Presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, in recenti dichiarazioni apparse sulla stampa locale ipotizza “la bonifica con nostri fondi”, aggiungendo anche che “già nel programma nazionale era prevista una quote di partecipazione da parte della Regione. In ogni caso, noi stiamo lavorando con il Governo per riavere i fondi”. In merito alla bonifica del Sito d’Interesse Nazionale di Tito Scalo, nelle voci d’uscita del bilancio regionale, c’è la somma di 1.161.015,47 di euro destinata alla società Metapontum Agrobios – riportata in un’inchiesta del Sole24Ore, pubblicata in data 11 Settembre 2008, sui compendi erogati dalle Regioni per le consulenze del 2007.

Tra l’opera di consulenza erogata ad Agrobios appare anche la “caratterizzazione geochimica dei siti inquinati di interesse nazionale”. Sul sito ufficiale della società appena citata si può leggere, nella sezione dedicata al “Monitoraggio ambientale finalizzato alla definizione dell’anagrafe regionale dei siti industriali di Tito Scalo e Val Basento”, che “lo studio di aree che sono state oggetto di attività industriali è finalizzato all’inserimento nell’anagrafe regionale dei siti inquinati. Il progetto prevede la valutazione del grado di inquinamento da sostanze xenobiote nelle aree industriali di Tito e Val Basento. Il programma prevede una campagna di campionamento tramite perforazione del suolo in 380 siti, prelievi di acque sotterranee di falda da piezometri in 380 siti, prelievo di acque e sedimenti fluviali in 10 siti. Nel programma sono previsti anche l’allestimento di 8 aree di monitoraggio biologico e chimico per la sorveglianza dell’inquinamento atmosferico”. Di dati, in merito non se ne ha notizia, così come non ci sono dati dell’area, sul sito dell’Arpab.

Tutto tace. O quasi. Ai continui silenzi del sindaco di Tito, Pasquale Scavone, che dovrebbe intervenire, essendo responsabile della salute pubblica, si aggiunge un comunicato stampa del 24 Marzo 2009 di Confindustria Basilicata, nel quale il presidente Attilio Martorano lamenta l’amarezza e la delusione degli imprenditori dell’area industriale di Tito Scalo, sottolineando problemi atavici “come quelli legati al Consorzio Asi con difficoltà che da anni si riversano sulle imprese” e questioni spinose, come la bonifica dell’area: “Quello della bonifica del sito industriale è un tema che ci interessa particolarmente anche perchè non abbiamo capito cosa vuol fare la Regione”.

L’ultima nota utile è ferma in un documento del Novembre 2004, divulgato dal Gruppo di Lavoro Obiettivo Bonifiche della Rete Nazionale delle Autorità Ambientali e delle Autorità della Programmazione dei Fondi Strutturali Comunitari 2000-2006, su analisi delle problematiche, valutazioni e suggerimenti. Nel capitolo dedicato alla Gestione degli Interventi di Bonifica e Fondi Strutturali per le Regioni dell’Obiettivo 1, sullo stato di attuazione procedurale del Sito di Tito Scalo, si legge che “si trova in una fase iniziale: al momento sono stati approvati in sede di Conferenza di Servizi il piano di caratterizzazione dell’area pubblica ex-liquichimica”. Sarebbe opportuno, visto che sono passati ben 5 anni, rendere note tutte le evoluzioni, le osservazioni e lo stato di caratterizzazione della bonifica, presumibilmente presentate dalle Amministrazioni, dagli Enti Pubblici e dai Soggetti obbligati.

di Pietro Dommarco http://www.peacelink.it/

-

Note:

"Bonifica dei siti inquinati nella programmazione dei fondi strutturali 2000/2006: analisi delle problematiche, valutazioni e suggerimenti" | Rete Nazionale delle Autorità Ambientali e delle

Autorità della Programmazione dei fondi strutturali comunitari 2000–2006
Novembre 2004

"Documento sulle bonifiche dei siti contaminati (archivio 1998-2003)" | Lexambiente.it
12 Aprile 2004 (
http://www.lexambiente.it/article-print-814.html)

"Monitoraggio ambientale finalizzato alla definizione dell’anagrafe regionale dei siti industriali
di Tito Scalo e Val Basento" | Metapontum Agrobios

(
http://www.agrobios.it/servizi/suolo.htm)

"Indagini epidemiologiche nei siti di interesse nazionale per le bonifiche delle regioni italiane previste dai Fondi strutturali dell’Unione Europea"
"Le piccole Regioni guidano la classifica delle consulenze" | Il Sole24Ore
11 Settembre 2008

"Sos cancro" di Luca Carra e Daniela Minerva | L’Espresso
24 Maggio 2007
(
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Sos-cancro/1621567&ref=hpstr1)

"Autodenuncia di un’azienda prima presente nell’area. Sostanze cancerogene in acqua un milione di
volte oltre la soglia" di Gianni Rivelli | La Gazzetta del Mezzogiorno
12 Agosto 2005

"Il sito rientra tra quelli definiti di interesse nazionale. Già pronti 4 milioni di euro ma la bonifica ancora stenta" di Gianni Rivelli | La Gazzetta del Mezzogiorno
11 Agosto 2005

"Montagna di fanghi industriali a Tito Scalo. Una vasca per i fosfogessi abbandonata è stata trasformata in discarica abusiva" di Gianni Rivelli | La Gazzetta del Mezzogiorno
11 Agosto 2005

Annunci
27 marzo 2009

Il ponte sullo stretto di Messina e gli amici degli amici.

Tutti a far festa per il Ponte. Innanzitutto Silvio Berlusconi e lo stato maggiore della coalizione di centro-destra. Poi gli “autonomisti” siciliani di Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia e azionista di minoranza della società concessionaria per la realizzazione del Ponte, la Stretto di Messina S.p.A. (a capitale interamente pubblico). Sono ovviamente felici azionisti ed amministratori d’Impregilo, la capofila del consorzio che si è aggiudicata progettazione e lavori della megainfrastruttura. Di certo avranno brindato pure piccole e grandi cosche in Calabria e in Sicilia e forse anche aldilà dell’Oceano. È tanto il clamore sollevato sullo sblocco dei lavori e un primo finanziamento del CIPE che sembrano passati anni luce da quando organi di stampa, ambientalisti e qualche parlamentare denunciavano le tante zone d’ombra della lunga gara d’appalto.

Le cosiddette “anomalie”? Innanzitutto la partecipazione alla fase di pre-qualifica per la progettazione e realizzazione del Ponte di una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo di una delle più potenti organizzazioni mafiose nordamericane. Poi, tutte da comprendere ancora oggi, le ragioni delle improvvise defezioni dei grandi gruppi esteri proprio alla vigilia dell’apertura delle buste. E ci sono gli innumerevoli conflitti d’interesse sorti nelle relazioni tra la società concessionaria, le aziende in corsa per il general contractor (1) e i gruppi azionari di riferimento. Per non dimenticare l’inserimento di clausole contrattuali più che benevoli con i vincitori e che prevedono una penale stratosferica (il 10% dell’importo totale più le spese già affrontate) in caso di recesso da parte dello Stato dopo la definitiva approvazione dell’opera. In ultimo l’ingiustificato ribasso del 12,33% praticato dalla cordata guidata da Impregilo (pari a 500 milioni di euro su una base d’asta di circa 4 miliardi e 425 milioni), oggetto di ricorso presso il TAR Lazio da parte del raggruppamento avversario con mandataria Astaldi.

Ponti, coppole e lupare

Ottobre 2004. La Società Stretto di Messina S.p.A. comunica i risultati della fase di pre-qualifica per la scelta del contraente generale. Alla tappa successiva, quella delle gara d’appalto vera e propria, sono ammessi tre dei cinque raggruppamenti internazionali che avevano presentato una proposta preliminare. Il primo di essi è guidato dall’austriaca Strabag AG ed è composto dalla francese Bouygues Travaux Publics SA, dalla spagnola Dragados SA, e dagli italiani Consorzio Risalto e Baldassini-Tognozzi Costruzioni Generali; segue il raggruppamento formato da Astaldi, Pizzarotti & C., CCC – Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, Grandi Lavori Fincosit, Vianini Lavori, Ghella, Maire Engineering, la giapponese Nippon Steel Corporation e le spagnole Necso Entrecanales Cubiertas e Ferrovial Agroman; infine l’associazione con capogruppo Impregilo e mandanti la francese Vinci Construction Grands Projets, la spagnola Sacyr S.A.U., la giapponese Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO Ltd. e le italiane Società Italiana Condotte d’Acqua, CMC – Cooperativa Muratori & Cementisti e Consorzio Stabile A.C.I. S.c.ar.l.. Le tre cordate vengono invitate alla presentazione delle offerte entro il termine del 20 aprile 2005, successivamente prorogato al 25 maggio.
Nella relazione presentata dalla società concessionaria viene omessa la composizione delle due associazioni d’imprese escluse dalla Commissione e i motivi di tale esclusione. Questione tutt’altro che marginale, non fosse altro perché una di esse era finita nel mirino della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul tentativo di turbativa d’asta ed infiltrazione mafiosa nella realizzazione del Ponte da parte del gruppo criminale italo-canadese diretto dal boss Vito Rizzuto (la cosiddetta “Operazione Brooklin”).
Secondo gli inquirenti romani, Rizzuto & soci volevano assumere il ruolo di registi dell’operazione, investendovi 5 miliardi di euro provenienti in buona parte dal traffico internazionale di eroina e cocaina. «L’attenzione dell’associazione si era focalizzata nella realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare della Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari del Tribunale Penale di Roma. «L’interesse prioritario dell’organizzazione sarebbe stato quello di finanziare l’opera indipendentemente da un coinvolgimento diretto nella sua realizzazione dato che così, comunque, avrebbe potuto partecipare ai ricavi connessi alla sua concreta gestione… Per concretizzare l’affaire Ponte, Rizzuto si sarebbe valso dell’ingegnere Giuseppe Zappia, imprenditore apparentemente “pulito”, privo di precedenti penali e con una pregressa esperienza nel campo delle opere pubbliche». (2)
 In vista della gara del Ponte, l’ingegnere Zappia aveva fondato una modestissima società a responsabilità limitata (30 mila euro di capitale), la Zappia International, la cui sede legale veniva fissata a Milano negli uffici dello studio Pillitteri-Sarni, titolare Stefano Pillitteri, consigliere di Forza Italia e figlio dell’ex sindaco socialista del capoluogo lombardo, Paolo. Collega di studio del Pillitteri è Cinzia Sarni, moglie del giudice Ersilio Sechi che ha assolto Marcello Dell’Utri e Filippo Rapisarda per il crack Bresciano. (3) Era a lei che Giuseppe Zappia confidava i suoi propositi. «Lei è al corrente che io voglio fare il ponte di Messina?», rivelava l’ingegnere in un colloquio telefonico del 13 giugno 2003. «Io se faccio il ponte lo faccio perché ho organizzato 5 miliardi di euro… e questi 5 miliardi furono organizzati da tempo, mi comprende? Da tempo!» (4)
L’ingegnere italo-canadese aveva allestito un team di professionisti internazionali per la gestione degli aspetti economici e finanziari dell’operazione. Consulente legale del gruppo fu nominato l’avvocato romano Carlo Della Vedova, mentre i contatti con i potenziali finanziatori esteri furono affidati al mediatore cingalese Sivalingam Sivabavanandan. Per stringere relazioni e alleanze con ministri, sottosegretari e imprenditoria capitolina, Zappia si avvalse di un ex attore televisivo di origini agrigentine, Libertino Parisi, noto al grande pubblico per aver fatto l’edicolante nella trasmissione Rai "I fatti vostri". Con Parisi vennero programmati appuntamenti e riunioni ai massimi vertici istituzionali, finanche con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e con il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi.
«Ho parlato con quelle persone che erano molto interessate del fatto che un’impresa con capitali arabo-canadesi intende costruire il ponte finanziando l’opera per intero», rivelava l’ingegnere a Libertino Parisi, in una telefonata del 5 marzo 2004. «Ho ricevuto indicazioni di mandare un fax con la proposta alla segreteria del Presidente della società Stretto di Messina». Il fax partirà quattro giorni più tardi, oggetto la richiesta di un appuntamento per discutere in «maniera riservata della costruzione del ponte con la propria impresa mediante il finanziamento di una cordata di capitali internazionali». Il 24 marzo, giorno in cui il consiglio d’amministrazione della Stretto S.p.A. approvava il bando di gara proposto dall’amministratore delegato Pietro Ciucci per la pre-selezione del general contractor (5), l’ingegnere era intercettato mentre dava le ultime istruzioni a Parisi in vista di una riunione con i vertici della società concessionaria. «Quello che io ho bisogno – affermava Zappia – è di uscire dalla riunione di questo pomeriggio con la facoltà di sedersi con il Governo e di fare l’accordo a cui posso io arrivare con i miei finanzieri. Perché, i miei finanzieri, non li svelerò a loro… Io, ho due finanzieri, uno separato dall’altro, tutti e due sono pronti a mettere non 4.500, insomma quant’è? Questo, 4 miliardi e mezzo? So’ pronti a mettere cinque miliardi di euro! È una cosa che loro non hanno, e che spero che la guarderanno un po’ fuori limite».
Il 22 aprile 2004 Zappia informava l’avvocato Dalla Vedova dell’esito di una lunga riunione con gli ingegneri e gli avvocati della Stretto di Messina e di un’altra riunione con Salvatore Glorioso, segretario particolare dell’allora ministro Enrico La Loggia ed assessore provinciale di Forza Italia a Palermo. L’ingegnere aggiungeva: «Per la legge italiana devono fare una presentazione d’offerta, ma è solo una formalità perché loro già sanno chi farà il ponte ed è un loro amico che si chiama Joe Zappia!». «Sono già stato alla sede romana della Stretto di Messina con Sivabavanandan», aggiungeva l’anziano ingegnere. «Non ti posso riferire adesso quello che ci siamo detti in quelle ore, ma hanno deciso che l’uomo che farà il ponte sarò io perché posso gestire i problemi in quell’area del Paese. Sono calabrese!».
Il sapersi muovere in un ambiente notoriamente “difficile”, la disponibilità di imponenti capitali da offrire per i lavori del Ponte, facevano di Giuseppe Zappia un uomo fermamente convinto di poter imporre le proprie regole, senza condizionamenti di sorta. Del resto società concessionaria e potenziali concorrenti manifestavano già qualche difficoltà a reperire i fondi necessari per avviare il progetto. «Il bando di concorso: chi vuole partecipare deve pagare sei milioni di euro. Una cosa ti posso dire, che loro hanno duecento… due miliardi e mezzo. E quelli lì non bastano per fare il ponte», spiegava Zappia a Libertino Parisi. «Loro non hanno diritto di chiedere sei miliardi, sono in una posizione debole, che non si sa quando si fa il ponte. Loro devono dire, prima di poter dare, che vogliono sei miliardi. Devono avere il finanziamento organizzato! La posizione mia è che io posso finanziare il ponte!».
Zappia era certo di poter andare da solo, ma provava pure a tessere possibili alleanze con i colossi mondiali delle costruzioni. Nel corso di una lunga conversazione del 19 maggio 2004 con il mediatore cingalese Sivabavanandan, Zappia mostrava un certo interessamento al gruppo franco-canadese Vinci, in gara per il Ponte. «Ho appena finito di parlare con qualcuno per il finanziamento del ponte, e mi ha segnalato lo studio Vinci», dichiarava Zappia. «Hanno costruito un ponte di 14 miglia, e l’hanno costruito, finanziato e tutto il resto, al costo di 1,5 miliardi. E lo stanno ridando al Governo per un dollaro dopo 50 anni. Sto prendendo i loro prospetti e le persone. Sono miei amici stretti, sono in assoluto i costruttori numero uno in Canada e sono italiani. Sono da molto al mio fianco, da quando ho costruito il villaggio Olimpico a Montreal. Va bene, penso che Vinci sta pensando di prendere questo ponte». Lo interrompeva il cingalese: «Vogliono farlo in maniera indipendente o vogliono andare con qualcun altro?». Rispondeva Zappia: «No, lo faranno, non con qualcun altro, lo faranno con noi. Ma dovremo organizzare questo in maniera tale che otterremo alla fine lo stesso. Noi, in altre parole, dobbiamo finanziare l’intera cosa. La finanzieranno loro, in una situazione di spalleggiamento. Ma quello di cui loro sono preoccupati è ottenere il contratto».
Una breve pausa di riflessione e Zappia aggiungeva: «Penso che dovremo usare il principe qui, con l’uomo numero uno. Questo è come lo vedo io: se loro sono stati in grado di fare quel ponte, per 1,5 miliardi, dovrebbero essere capaci di fare questo qui per 2,5 miliardi. Loro daranno una piena, completa garanzia d’esecuzione con costi e tempi. Sono a Milano e in Francia, Vinci».(6) «Penso che dovremmo cominciare a parlare con loro», suggeriva Sivabavanandan. «Lo sto facendo ma non io, il mio uomo», rispondeva l’ingegnere. «Ti dico chi è il mio uomo, è quello che lavora alla situazione del Congo, dove io ho firmato il contratto per Inga, che dovrebbe essere in tribunale adesso». Il faccendiere cingalese si dichiarava d’accordo: «Sono contento che Vinci sta entrando, se puoi prendere Vinci a bordo possiamo mettere la J&P (società di costruzioni a livello internazionale N.d.A.) e la Vinci. Tutti possono trarre beneficio da una struttura piramidale, e il lavoro andrà veloce. Se abbiamo J&P e Vinci da una sola parte nessuno può dissestare. Questo è quello che ti ho detto ieri e l’altro ieri».

Il segreto d’onore

La società franco-canadese oscillava però da un partner all’altro e l’ipotesi della grande alleanza Vinci-Zappia sembrava dover naufragare. Il 26 giugno 2004, Giuseppe Zappia e Libertino Parisi si soffermavano su un articolo apparso sul quotidiano “Il Messaggero” nel quale erano indicate alcune società in gara per la realizzazione del Ponte di Messina. L’articolo riportava, tra l’altro, che la società Vinci, dopo aver dato la propria disponibilità a partecipare al consorzio guidato dall’azienda romana Astaldi S.p.A., aveva preferito alla fine la partnership con la concorrente Impregilo di Sesto San Giovanni. «Questi Vinci, sono pronti a venire con me, ma credo che non li prenderò», commentava astiosamente Zappia. «Perché loro vogliono venire a mettere moneta e della loro moneta non ne abbiamo bisogno. Vinci, lo può fare da solo. Questo te lo posso dire io soltanto: Vinci non ha il segreto mio».
Un segreto dunque. L’asso nella manica che concerne forse l’aspetto finanziario, i soci ancora “occulti” dell’imprenditore e della sua organizzazione. Il gruppo Zappia decise così di presentarsi da solo alla pre-selezione per il general contractor. Il 14 settembre l’ingegnere informava Sivabavanandan di essersi recato dall’avvocato Dalla Vedova. «Abbiamo finito la presentazione della situazione del ponte e la consegnerà lui stesso domani mattina presto perché apriranno l’intera cosa a mezzogiorno. Per questo dovrà essere lì per le 9, le 10…». Zappia esprimeva tuttavia la sua preoccupazione: «Una cosa che sento è che se loro aprono quelle richieste i giornalisti saranno lì e non c’è dubbio che il giorno dopo tutto sarà sui giornali». Il motivo del timore di Zappia emergeva chiaramente nella risposta di Sivabavanandan: «Sì, ma è buono perché la tua partnership, la tua associazione è segreta. Così non possono scoprire il tuo partner…».
Era Libertino Parisi a redigere la lettera con cui la Zappia International avanzava la sua proposta di partecipazione alla prequalifica. Tre cartellette dattiloscritte che pare abbiano lasciato un po’ perplessi gli esaminatori della società Stretto di Messina. Non solo per la loro lunghezza. Il piano tecnico-finanziario di Zappia & Soci prevedeva infatti un costo per la realizzazione dell’opera variabile tra i tre e i quattro miliardi di dollari e la consegna del Ponte nell’arco di tre anni grazie all’impiego di turni di lavoro notturno. La società “a capitale italo-arabo-canadese” si impegnava ad eseguire i lavori con costi e tempi tecnici di realizzazione inferiori del 50%, assemblando pezzi prefabbricati all’estero e senza ricorrere a subappalti.(7) Da qui l’esclusione del gruppo Zappia.

L’odore dei soldi

Quella che doveva rappresentare l’uscita di scena dell’ingegnere italo-canadese, si rivelava invece una tappa importante, più propriamente una svolta, nel tentativo di partecipare direttamente alla realizzazione del Ponte. Sono le telefonate effettuate subito dopo l’ufficializzazione dell’esclusione a indicare che Zappia aveva partecipato alla gara pur sapendo di non possedere i requisiti richiesti. Era però riuscito a mettersi in contatto con le imprese concorrenti di ben più solida competenza tecnico-organizzativa, proponendosi come indispensabile finanziatore dell’opera. I nomi delle società con cui l’ingegnere italo-canadese aveva preso contatti “diretti” o “indiretti” sono elencati nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati romani: ancora una volta Vinci (in associazione con Impregilo), la francese Bouygues (partner di Strabag), «nonché la società Fincosit in A.T.I. con Astaldi, che sarebbe stata indicata come società mafiosa da vari pentiti».(8)
Erano stati questi “contatti” a convincere Zappia del fatto che le società concorrenti non avrebbero potuto far fronte alla clausola del bando di gara che imponeva al general contractor una quota del finanziamento con risorse proprie pari ad almeno il 10% del valore dell’opera. L’ingegnere – o i suoi misteriosi soci arabi e nordamericani – potevano mettere invece sul tavolo l’intero importo previsto per la realizzazione del Ponte e delle infrastrutture di collegamento. «Questa è una situazione che mi aspettavo», rispondeva Zappia all’avvocato Carlo Dalla Vedova che gli comunicava l’esito negativo nella gara di prequalifica. «Ciò che ci serve è parlare con sua altezza reale. E tenere questa situazione con l’uomo numero uno. Così possiamo andare avanti. Quello che sta facendo la Astaldi, è che non ha soldi e non ci sta mettendo soldi. I suoi uomini ci metteranno dieci anni per fare il lavoro. L’intera questione è illegale perché non hanno i soldi per fare la cosa. Se e quando parleremo con sua altezza e l’uomo numero uno e diremo “abbiamo i soldi”, questi tizi saranno tirati fuori dall’affare». Nel prosieguo della conversazione Giuseppe Zappia spiegava meglio quali sarebbero stati i successivi “passi” da attuare: «Credo che quello che dovremo fare sia chiamare Ciucci… Chiamalo e poi fra l’altro il nostro amico Sivabavanandan arriverà domani sera. Perché lui ha parlato con sua altezza che è una persona lenta e non è uno che va di fretta».
Giuseppe Zappia ribadiva anche all’amico Parisi di non essere preoccupato per l’avvenuta esclusione. «Quello che c’ha il contratto generale può dare tutto a tutti quanti; tutto dipende da quanta moneta c’è», spiegava l’ingegnere. «Ma la moneta non ce l’hanno ancora. Questi sono tutti quelli che sono pronti a spartirsi la torta e inoltre, guarda, come dice lui, in quell’affare il contraente generale non è lui che sceglie. È insomma Ciucci che sceglie tutta questa gente. Il contrattore generale non fa niente e se non vuole e se può trovare un altro che gli fa la medesima cosa per metà prezzo, che fa insomma tutto il comando Ciucci». Come sottolineano i magistrati romani, Zappia conosceva appieno il ruolo e l’autonomia decisionale dell’amministratore delegato della società Stretto di Messina che, quale concessionaria, in base alla normativa del settore, ha ampi poteri di scelta per reperire parte dei capitali necessari.
Non c’era il tempo però di firmare un qualsivoglia accordo con una delle società rimaste in gara, né di accreditarsi come inesauribile banca del Ponte di fronte al Governo e ai dirigenti della Stretto S.p.A.. Il 12 febbraio 2005, il capo della Dda di Roma Italo Ormanni ed il pubblico ministero Adriano Iassillo ottenevano dal Gip cinque provvedimenti di custodia cautelare contro l’ingegnere Giuseppe Zappia, il cingalese Savilingam Sivabavanandan, il broker Filippo Ranieri, il faccendiere franco-algerino Hakim Hammoudi ed il boss siculo-canadese Vito Rizzuto. «In concorso tra di loro e con l’apporto determinante di Giuseppe Zappia – scrivono i magistrati – con mezzi fraudolenti e collusioni, turbavano la gara a licitazione privata alla scelta del general contractor; eliminando così la libera e regolare concorrenza tra varie ditte, con evidente lesione, quindi, degli interessi della pubblica Amministrazione». (9)
L’istruttoria era rapida e il processo Brooklyn, la mafia del Ponte iniziava il 16 marzo 2006 davanti alla sesta sezione penale del tribunale di Roma. Nel corso dell’udienza preliminare Sivalingam Sivabavanandan sceglieva di patteggiare una pena a due anni di reclusione. Zappia e coimputati devono spiegare l’origine dei miliardi di euro messi a disposizione delle aziende in gara. Del loro operato rispondono solo alla pubblica accusa. La società presieduta da Pietro Ciucci (che oggi è pure presidente dell’ANAS), i suoi azionisti di Stato, la pubblica Amministrazione i cui interessi sono stati lesi dalla presunta associazione mafiosa, hanno rinunciato a costituirsi parte civile.

Una proroga sospetta

Torniamo alla gara per la definizione del general contractor. il 18 aprile 2005, quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando, i vertici della Stretto di Messina S.p.A. decisero di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte. Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma numerosi osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.
Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati da un’inchiesta della procura di Monza per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio (il procedimento è ancora in corso presso il Tribunale lombardo e vede imputati l’ex presidente d’Impregilo, Paolo Savona, e l’ex amministratore delegato Piergiorgio Romiti). Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin (10), Techint-Sirti (11), Efibanca (12) ed Autostrade S.p.A. (gruppo Benetton). (13) Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai e della finanziaria Immobiliare Lombarda.
Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi tornava al contrattacco proponendo alla “concorrente” un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. «L’unificazione delle cordate per la gara del Ponte è un’ipotesi di buon senso», dichiarava Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, all’indomani dello slittamento del termine per la presentazione delle offerte. «Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri – aggiungeva Di Paola – il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze».
Ancora l’amministratore di Astaldi: «Quello che rimane delle due cordate non è sufficiente a realizzare un’opera come questa. Non è solo un fatto tecnico, c’è anche la necessità di prefinanziare il 20% dell’opera. La presentazione di un’offerta unica diluirebbe i rischi e servirebbe a recuperare la fiducia dei partner. Noi eravamo pronti a presentare l’offerta ma una proroga può far riflettere e favorire un processo di ricomposizione».(14)
La dichiarazione di Vittorio Di Paola non deve stupire più di tanto. Essa giungeva infatti qualche giorno dopo la decisione delle due società spagnole partner di Astaldi, la Necso Entrecanales Cubiertas SA e Ferrovial Agroman SA, di ritirarsi dalla gara per il Ponte. Inaspettatamente, anche il raggruppamento internazionale guidato dall’austriaca Strabag aveva comunicato di essersi ritirato dalla competizione. «Per noi era troppo alto il rischio che avremmo dovuto affrontare dal punto di vista legale, geologico e tecnico-finanziario», dichiarava Roland Jurecka, membro del consiglio d’amministrazione della Strabag.

Meglio soli che la turbativa

Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respingeva l’offerta di alleanza con Astaldi. Perché Impregilo ha rifiutato una proposta che avrebbe sicuramente comportato minori rischi e maggiori vantaggi di ordine finanziario e tecnico? Di certo c’è che nei giorni immediatamente precedenti alla riunione del Cda della società di Sesto San Giovanni, era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano (Ds). In essa si affermava che la presentazione di un’unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l’irregolarità della gara».
Nell’interrogazione i due parlamentari raccontavano che dopo il ritiro della Strabag, i due raggruppamenti «iniziavano una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’ANAS per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa». Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.
«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando al fine di rendere aggiudicabile la gara anche in presenza di una sola offerta, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini. Infine si chiedeva al ministro Lunardi se non ritenesse che «il comportamento della società Ponte sullo Stretto sia stato gravemente lesivo degli interessi pubblici, avendo la società consentito, con il rinvio, proprio il perfezionamento dell’intesa tra i concorrenti, con un’evidente lesione della concorrenza e con danno al bilancio pubblico». (15)
Che fosse stato proprio il governo a sollecitare l’accordo tra le aziende italiane, lo avrebbe confermato qualche anno più tardi lo stesso premier Silvio Berlusconi. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Belusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio… Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche». L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su “L’Espresso” del 30 dicembre 2008. Come sottolinea lo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti (pilotati anche quelli?)».
Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe “anomalie” furono sotto gli occhi di tutti.(16) In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti. Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la francese Vinci, numero uno mondiale del settore, che aveva il 20% delle quote al momento della sua costituzione nel giugno 2004, e la statunitense Parsons, definita dai manager Impregilo come «l’operatore con le maggiori competenze a livello mondiale nella progettazione e realizzazione di ponti sospesi». Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa di una delle due società spagnole originarie (Ferrovial Agroman SA era poi rientrata nell’ATI), della giapponese Nippon Steal Corporation e delle italiane Pizzarotti e C.C.C. – Consorzio Cooperative Costruzioni. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara per il Ponte diradando alcuni dei i dubbi di legittimità e regolarità.
Sul comportamento di Vinci, “avvicinata” dai faccendieri internazionali legati all’organizzazione criminale di Vito Rizzuto, erano piovute dure critiche da parte dei dirigenti di Astaldi, i quali, in più riprese, avevano rivendicato di aver sottoscritto un accordo in esclusiva con la società francese proprio in vista della realizzazione del Ponte. Il forfait di Parsons evitava invece che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile. La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata “advisor” dal Ministero dei lavori pubblici per l’approfondimento degli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività di progettazione ed esecuzione del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara (cosa poi puntualmente verificatasi) e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.
Scelta quasi obbligata quella invece di Pizzarotti. Nel 2004, la società di Parma aveva stipulato con Todini Costruzioni Generali S.p.A. un contratto di acquisizione del ramo d’azienda comprendente la partecipazione nel Consorzio CEPAV Due, incaricato della realizzazione della nuova linea ferroviaria Milano-Verona. Si da il caso che contestualmente Todini Costruzioni aveva costituito insieme a Rizzani de Eccher e Salini Costruzioni, il Consorzio Risalto, uno dei soci dell’austriaca Strabag nella fase di pre-qualifica del Ponte sullo Stretto.
Perlomeno miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Originariamente la Lega delle Cooperative si vedeva rappresentata in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la CCC in ATI con Astaldi e con la CMC – Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la “concorrente” Impregilo. Con l’aggravante che proprio la CMC risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa “madre” CCC di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici, le quali escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». In particolare nel Decreto Legislativo del 10 gennaio 2005 n. 9, che integra e modifica le norme previste dalle leggi per l’istituzione del sistema di qualificazione dei contraenti generali delle «opere strategiche e di preminente interesse nazionale» si stabilisce che «non possono concorrere alla medesima gara imprese collegate ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 93/37/CEE del Consiglio, del 14 giugno 1993». Lo stesso decreto afferma il «divieto ai partecipanti di concorrere alla gara in più di un’associazione temporanea o Consorzio, ovvero di concorrere alla gara anche in forma individuale qualora abbiano partecipato alla gara medesima in associazione o Consorzio, anche stabile».
L’ipotesi di violazione di queste norme da parte delle due coop è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati e ripreso dai maggiori organi di stampa nazionali. Il WWF, in particolare, è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara. (17)
Mentre la Società Stretto di Messina sceglieva di non intervenire, alla vigilia dell’apertura delle buste per il general contractor, il Consorzio Cooperative Costruzioni scompariva provvidenzialmente dalla lista delle società della cordata Astaldi. Così la coop "madre" lasciava il campo alla coop "figlia" che si aggiudicava con Impregilo il bando di gara.

Ha vinto Impregilo!

«La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo». Alla vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara, nel corso di una telefonata con Paolo Savona (l’allora presidente della società di Sesto San Giovanni), l’economista Carlo Pelanda si dichiarava sicuro che sarebbe stata proprio l’associazione d’imprese guidata da Impregilo ad essere prescelta dalla Stretto di Messina per la costruzione del Ponte. Nel corso della stessa telefonata Pelanda sosteneva di avere avuto assicurazioni del probabile esito della gara dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset.
Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda è stato intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta per falso in bilancio e false comunicazioni sociali nella società di Sesto San Giovanni. Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono l’ex presidente d’Impregilo, Paolo Savona, sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona. «Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». (18)
Carlo Pelanda, editorialista del “Foglio” e del “Giornale” – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione “Il Buongoverno”, fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. (19)
In verità, le premesse per una vittoria d’Impregilo c’erano tutte. Basti pensare ai conflitti d’interesse che avevano turbato l’intero iter di gara. Come ad esempio quelli relativi alla composizione della Commissione nominata dalla Stretto di Messina S.p.A. per valutare le offerte e disporre l’aggiudicazione della gara. La necessaria “indipendenza” della Commissione fu messa in dubbio ancora dalla parlamentare Anna Donati, che in un’interrogazione presentata subito dopo l’ufficializzazione dei vincitori, rilevò come l’ingegnere danese Niels J. Gimsing, uno dei membri dell’organismo aggiudicatore, aveva fatto parte (dal 1986 al 1993) della commissione internazionale di esperti per la valutazione del progetto di massima del Ponte sullo Stretto; Gimsing aveva inoltre lavorato ininterrottamente dal 1983 al 1998, come consulente per la progettazione di gara e la supervisione lavori per la costruzione dello Storbelt East Bridge. (20)
Coincidenza vuole che il ponte di Storbelt sia stato progettato dalla società di consulenza Cowi di Copenaghen a cui il raggruppamento temporaneo d’imprese guidato da Impregilo aveva affidato “in esclusiva” l’elaborazione progettuale del Ponte di Messina. Membro del Cowi Group è pure lo studio d’ingegneria Buckland & Taylor Ltd., con sede a Vancouver, altro progettista del Ponte sullo Stretto e di tutte le infrastrutture di collegamento similari disseminate in Canada, paese di Giuseppe Zappia. L’ingegnere Niels Gimsing avrebbe dovuto astenersi dal partecipare alla Commissione di gara per il general contractor, anche perché l’allora amministratore delegato della società Impregilo, Alberto Lina, era stato dal 1995 al 1998 presidente di Coinfra, la società dell’IRI che aveva partecipato come “fornitore” alla realizzazione in Danimarca dello Storebelt Bridge, insieme a Cowi, collaborando direttamente con il professionista danese.
L’ingegnere Niels J. Gimsing ha pure ricoperto il ruolo di membro della Commissione tecnica di aggiudicazione della gara per il ponte Stonecutters, Hong Kong. Si tratta di una struttura lunga 1.018 metri ed alta 300 che collegherà il porto commerciale di Kwai Chung con il nuovo aeroporto di Hong Kong. Ebbene, il progetto “Stonecutters” vede pure la firma dello studio Flint & Neill Partnership (Gran Bretagna) di cui è titolare l’ingegnere Ian Firth, altro componente della Commissione aggiudicatrice della gara per il general contractor del Ponte sullo Stretto. Firth aveva pure fatto da consulente per la Società Stretto di Messina per la redazione dei documenti tecnici di gara. Nel progetto di Hong Kong, il nome dell’ingegnere britannico compare come concept designer accanto a Cowi Consulting Engineers and Planners AS, controllata dall’omonimo gruppo danese, e allo studio canadese Buckland & Taylor. Ulteriore consulenza progettuale per il ponte di Hong Kong è stata pure fornita dalla società statunitense Maunsell AECOM, il cui project engineer è John Cadei, tra i membri della commissione nominata per l’aggiudicazione della gara per il Project Management Consultant del Ponte.

Un consulente autostradale

Altrettanto inopportuna è apparsa la nomina nella Commissione di gara per il general contractor dell’urbanista Francesco Karrer. Il professore Karrer è stato infatti consulente della Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco, gestore dell’omologo tunnel, in mano per il 51% alla finanziaria della famiglia Benetton, saldamente presente in Autostrade S.p.A. e nel consorzio IGLI-Impregilo. Karrer è poi consulente di R.A.V. – Raccordo Autostradale Valle d’Aosta, realizzatore e gestore del raccordo autostradale fra la città di Aosta e il traforo del Monte Bianco. Dell’autostrada Aosta-Monte Bianco il professore di Roma ha pure svolto lo studio di valutazione d’impatto ambientale. Il pacchetto di maggioranza di R.A.V. è in mano alla stessa Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco della famiglia Benetton, mentre tra gli azionisti di minoranza compare il costruttore Marcellino Gavio, altro importante azionista di IGLI-Impregilo e della A.C.I. S.c.p.a. (Argo Costruzioni Infrastrutture Soc. consortile), in A.T.I. con la società di Sesto San Giovanni per i lavori del Ponte.
Le consulenze professionali di Francesco Karrer sono inoltre tra le più richieste dal gioiello di casa Benetton, Autostrade S.p.A., a capo di buona parte del sistema autostradale italiano. Il professionista è stato incaricato della costruzione del primo “bilancio ambientale” della società; sempre di Autostrade S.p.A., Karrer è stato consulente per il riavvio del progetto della Variante di Valico; “incaricato“ del coordinamento scientifico dello studio d’impatto ambientale del progetto di riqualificazione dell’Autostrada A14 e della Tangenziale di Bologna; “responsabile scientifico del S.I.A.” del progetto di adeguamento dell’Autostrada A1 nei tratti Aglio-Incisa e Firenze Sud-Incisa Valdarno. L’urbanista è stato anche membro della Commissione della Regione Veneto per la valutazione della proposta di realizzazione del cosiddetto “Passante autostradale di Mestre”, i cui lavori sono stati poi assegnati ad un consorzio guidato dalla solita Impregilo.
Ma nel curriculum vitae del professore Karrer spicca soprattutto la lunga opera professionale svolta a favore del Ponte: per conto della concessionaria Stretto di Messina, Karrer ha prestato la sua consulenza per la gestione degli studi ambientali connessi alla realizzazione dell’opera, mentre su incarico dell’Istituto Superiore dei Trasporti (ISTRA) ha coordinato lo studio dell’“opzione zero” (o “senza opera”) nell’ambito del SIA del progetto di attraversamento stabile. Nel 2002 ha pure ricoperto il ruolo di componente della commissione per l’aggiudicazione dei servizi relativi allo studio d’impatto ambientale (gara affidata ad un raggruppamento temporaneo d’imprese in cui compariva Bonifica S.p.A., società di cui Karrer è stato progettista e consulente).21 Un anno prima l’urbanista aveva pure collaborato allo studio finalizzato a valutare «gli effetti di valorizzazione e riorganizzazione territoriale a seguito della realizzazione del Ponte sullo Stretto», commissionato al CERTeT – Centro di Economia Regionale dei Trasporti e del Turismo dell’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano. Karrer è stato infine «vincitore, in associazione con l’Università Bocconi, PriceWaterhouse e Net Engineering, della gara internazionale indetta dal Ministero dei Lavori Pubblici per l’advisor sul progetto di attraversamento stabile dello Stretto di Messina (aspetti ambientali, territoriali-urbanistici, trasportistici e di fattibilità economica)».

L’Impregilo sul Ponte

Se poi si passa ad alcuni dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., sembra esserci più di un feeling con il colosso delle costruzioni di Sesto San Giovanni.
Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ricopre il ruolo di general contractor. Dodici anni prima dell’incarico nella Stretto S.p.A., Francesco Paolo Mattioli era stato arrestato su ordine della Procura di Torino interessata a svelare i segreti dei conti esteri della Fiat, dove risultavano parcheggiati 38 miliardi di vecchie lire destinati a tangenti. Nel maggio ‘99 arrivò per Mattioli la condanna a un mese di reclusione, pena confermata in appello e infine annullata in Cassazione per «sopravvenuta prescrizione del reato».
Nel consiglio di amministrazione della società concessionaria sedeva al momento dell’espletamento delle gare il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università "La Sapienza" di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso – attraverso Schemaventotto – controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è stato consulente l’ingegnere Karrer e membro del consiglio d’amministrazione un altro “storico” del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato. Va poi rilevato che sindaco effettivo di Autostrade-Benetton è la riconfermata sindaco effettivo della Stretto di Messina, dottoressa Gaetana Celico.
Presenze “pesanti” anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata general contractor del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d’Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.
Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, uno degli interlocutori privilegiati della Commissione europea, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture (IGI), il “centro-studi” d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per approfondire l’evoluzione del mercato dei lavori pubblici, monitorare le grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati. In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte.
Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar del gruppo Gemina-Fiat (poi entrata a far parte di Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto – poi liquidato – a capo dell’industria statale nazionale e di cui è stato direttore generale e membro del Collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.
Tra gli odierni vicepresidenti del consiglio direttivo dell’Istituto Grandi Infrastrutture ci sono i manager delle società entrate nel business del Ponte: Alberto Rubegni amministratore delegato d’Impregilo (recentemente condannato a 5 anni di reclusione nell’ambito del processo TAV Firenze); Pietro Gian Maria Gros, presidente di Autostrade-Benetton;, Vittorio Morigi, Ad del Consorzio Muratori Cementisti; Paolo Pizzarotti, a capo dell’omonima azienda di Parma; finanche il professor Carlo Bucci (in rappresentanza dell’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina S.p.A.), consigliere d’amministrazione della concessionaria per il Ponte nel triennio 2005-2007.
Ci sono poi le aziende presenti nel consiglio direttivo dell’Istituto. Anche qui abbondano le società che hanno concorso su fronti opposti ai differenti bandi di gara per il Ponte sullo Stretto. Tra esse, ad esempio, Società Italiana per Condotte d’Acque (nell’ATI general contractor), più SATAP S.p.A.., società autostradale controllata dalla finanziaria Argos di Marcellino Gavio (azionista IGLI-Impregilo). All’interno di IGI anche Astaldi, capogruppo dell’ATI “contrappostasi” a Impregilo, con le associate Grandi Lavori Fincosit e Vianini Lavori dell’imprenditore-editore Caltagirone.
Uno dei prossimi maggiori impegni della Stretto S.p.A. sarà quello di ritoccare l’ammontare del contratto sottoscritto da Impregilo & socie; ferro e acciaio sono cresciuti vertiginosamente nel mercato internazionale, mentre altre voci di spesa potrebbero essere state sottostimate in fase di pre-progettazione. Date affinità e cointeressenze, chissà se alla fine, per comodità, non ci si veda tutti in Piazza Cola di Rienzo 68, sede dell’IGI e dei signori del Ponte.

Tratto da Micromega
by Acquario
27 marzo 2009

Il ponte sullo stretto di Messina e gli amici degli amici.

Note dell’articolo:
(1) Il general contractor o “contraente generale” è la figura nata con la cosiddetta “Legge obiettivo” (n. 190/2002) che regola tutte le Grandi Opere strategiche. Questa figura gode della “piena libertà di organizzazione del processo realizzativo, ivi compresa la facoltà di affidare a terzi anche la totalità dei lavori stessi”, una libertà, che si traduce anche nel fatto che “i rapporti del contraente generale sono rapporti di diritto privato”. Fortemente contestata da ambientalisti ed operatori economici, nel giugno 2006 il general contractor è stato duramente censurato dalla Commissione europea che lo ha giudicato «non conforme» al diritto comunitario in materia di appalti pubblici e «segnatamente alla direttiva 93/37/CEE e alla nuova direttiva 2004/18/CE, della disciplina del sistema di riqualificazione dei contraenti generali delle opere strategiche e di preminente interesse nazionale».
(2) Tribunale Penale di Roma, Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari Ufficio 23°, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, Roma, 22 dicembre 2004.
(3) M. Lillo e A. Nicaso, I grandi affari del Padrino del Ponte, “L’Espresso”, 22 febbraio 2005.
(4) I testi delle intercettazioni telefoniche ed ambientali riportate da qui in poi tra virgolette sono tratti da: Tribunale Penale di Roma, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, cit.
(5) Il bando di gara per la pre-selezione del general contractor sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il successivo 15 aprile 2004. Veniva fissato come termine per la presentazione delle domande di partecipazione la data del 13 luglio 2004, poi prorogato al 15 settembre.
(6) Secondo quanto raccontato da Giuseppe Zappia ai magistrati romani, il “principe” sarebbe stato Bin Nawaf Bin Abdulaziz Al Saud, uno dei nipoti di re Fahd d’Arabia, personaggio legato da antica amicizia a Silvio Berlusconi. Per gli inquirenti, il “numero uno” sarebbe invece stato il boss mafioso Vito Rizzuto.
(7) A. Perrongelli, Le mani del clan Rizzuto sul Ponte di Messina, “Corriere Canadese”, 24 maggio 2005.
(8) Nell’ordinanza non vengono specificati i termini secondo cui i “pentiti” avrebbero fatto riferimento alla presunta mafiosità della società, né tantomeno risultano indagini relative a possibili collusioni con la criminalità organizzata.
(9) Tribunale Penale di Roma, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, cit., p.4.
(10) Argofin è una società finanziaria controllata dal costruttore Marcellino Gavio, che opera principalmente nel settore della gestione di reti autostradali e delle costruzioni. Ad Argofin risale il controllo di due delle maggiori imprese di costruzioni italiane, Itinera e Grassetto.
(11) Techint è la holding della famiglia italo-argentina dei Rocca e controlla le società siderurgiche dello storico gruppo Dalmine e importanti acciaierie in America latina, Stati Uniti, Tailandia, Giappone e Cina. Sirti S.p.A. è il gruppo leader in Italia nel settore dell’impiantistica e telefonia fissa e cellulare, attivo anche nel settore dell’Alta velocità ferroviaria e dei sistemi militari avanzati (impianti di telecomunicazione e radio, ecc.).
(12) Efibanca è la merchant bank di BPI – Banca Popolare Italiana (ex Banca di Lodi), al centro delle cronache finanziarie (e giudiziarie) per l’assalto alla Banca Antonveneta.
(13) Nei mesi successivi alla presentazione dell’offerta per la gare del Ponte, Impregilo è stata oggetto di ulteriori scambi azionari. Nell’autunno 2005, è stato il colosso statunitense Hbk Investments ad entrare nel capitale della società con una quota del 2,29%. La Consob ha poi rilevato la scalata da parte della Banca Popolare di Milano, che ha prima portato la sua partecipazione nella società al 4,72%, per poi scendere nel marzo 2006 al di sotto del 2%. Nel febbraio 2006 ha invece fatto ingresso il gruppo finanziario italo-britannico Theorema Asset Management, rilevando il 2,13% del pacchetto azionario. Gli analisti finanziari hanno pure indicato un controllo su Impregilo da parte di uno dei maggiori gruppi finanziari internazionali, Morgan Stanley, che sarebbe giunto a controllare nel settembre 2005 l’8% del capitale azionario della società (5,25% in mano a Morgan Stanley International e 2,87% a Morgan Stanley & Co.). Un’acquisizione tutt’altro che limpida e lineare: chiamata in causa dal quotidiano Il Giornale di Milano in due articoli del 19 e 20 ottobre 2005 (Stanley Morgan veniva accusato di fare da «scudo a un possibile cavaliere mascherato»), il gruppo rispondeva con un ambiguo comunicato in cui dichiarava che «nessuna società del gruppo deteneva posizioni in Impregilo per le quali fosse necessario effettuare le comunicazioni previste dalla normativa di riferimento. La partecipazione complessivamente calcolata era infatti composta da posizioni detenute per conto di terzi a vario titolo, per le quali non esiste da parte di Morgan Stanley nessun obbligo di comunicazione».
(14) ”Astaldi: unificare le cordate”, Gazzetta del Sud, 20 aprile 2005.
(15) P. Brutti, Montalbano, Interrogazione parlamentare ai Ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti e dell’Economia e delle Finanze, Legislatura 14º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 791 del 03/05/2005.
(16) A conclusione della gara furono presentate le offerte dell’A.T.I. con capogruppo Astaldi S.p.A. e i mandanti Ferrovial Agroman SA, Maire Engineering S.p.A., Ghella S.p.A., Vianini Lavori S.p.A., Grandi Lavori Fincosit S.p.A.;; e dell’A.T.I. formata dalla mandataria Impregilo S.p.A. e dai mandanti Sacyr SA, Società Italiana per Condotte D’Acqua S.p.A., Cooperativa Muratori Cementisti-C.M.C. di Ravenna, Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO Ltd., A.C.I. S.c.p.a. (Argo Costruzioni Infrastrutture Soc. consortile per azioni)-Consorzio stabile.
(17) WWF Italia, Richiesta di annullamento della fase di prequalifica e conseguente sospensione delle procedure di valutazione delle offerte per la scelta del General Contractor del Ponte sullo Stretto per violazione dell’art. 3 della Direttiva 93/37/CEE, Roma, 28 giugno 2005.
(18) L. Fazzo, F. Sansa, «Il Ponte? Lo vince Impregilo», parola di Marcello Dell’Utri, “La Repubblica”, 3 novembre 2005.
(19) Già consigliere di Francesco Cossiga nel settennato alla Presidenza della Repubblica, il 28 gennaio 1996 Carlo Pelanda ha partecipato assieme a Marcello Dell’Utri ad una conferenza dell’associazione “Il Buongoverno” a Mondello (Palermo). De “Il Buongoverno” è pure socio l’ex ministro Antonio Martino.
(20) “Il Sole 24 ore”, 11 giugno 2005.
(21) In particolare il professore Francesco Karrer ha curato per conto dell’A.T.I. Bonifica-Roksoil-Hydrodata il progetto di variante della strada per Gressoney (sul fiume Lys), in Valle d’Aosta. Rocksoil è la società di ingegneria dell’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi.

 
 
26 marzo 2009

Senza benzina ma con gli F 35. La Russa: come spendere quindici miliardi di euro e dire che si fa economia

Il Ministero della Difesa prevede l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 della Lockeed Martin. La spesa complessiva per l’Italia sarà intorno ai 15 miliardi di euro (30 mila miliardi di vecchie lire). Su questo programma militare, denominato Joint Strike Fighter) l’amministrazione Usa esprime molte riserve e il nuovo presidente Obama pensa di accantonarlo, per ragioni di priorità e di riequilibrio di bilancio. In Italia, invece, l’ampio consenso "bipartisan" al programma JSF.

Cacciabombardiere F-35 della Lockeed Martin (Joint Strike Fighter)

Cacciabombardiere F-35 della Lockeed Martin (Joint Strike Fighter)
 
"L’aumento delle tasse è l’ultima delle opzioni immaginabili. Bisogna invece ridurre le spese". Questo è quanto ha affermato il ministro della Difesa e reggente di An, Ignazio La Russa nel polemizzare con la proposta di Franceschini di "tassare i ricchi per dare ai poveri". A sostegno della praticabilità della sua tesi ha avuto l’imprudenza di affermare che lui, nel suo piccolo, ha deciso di ridurre del 20 per cento tutte le spese del suo ministero (l’intervista è stata pubblicata su La Repubblica del 12 marzo 2009). Essendo il dicastero da lui guidato quello della Difesa, non può che riempirci di gioia che un infatuato di "retorica militarista" come il ministro La Russa, sia stato così solerte a tagliare le spese militari, al contrario del predecessore "pacifista" Arturo Parisi che le aveva notevolmente aumentate e per il quale, di conseguenza, non si sente alcuna nostalgia.

E fin qui siamo al "carnevale" della politica italiana, dove il mondo è una realtà capovolta: il dritto è il rovescio, il bianco è il nero e Giulio Tremonti è José Bové dieci anni dopo il movimento di Seattle. Ma il diavolo – si sa – si nasconde nel dettaglio e mentre il ministro della Difesa si attribuisce un merito che non ha (la sforbiciata alle spese del 20% l’ha data Tremonti), sta preparando ai contribuenti italiani una sorpresa (con complicità bipartisan) che potrebbe costarci molto cara.
La notizia è passata inosservata ai più, ma nei giorni scorsi il ministro La Russa ha trasmesso alle commissioni difesa di camera e senato lo schema del programma di acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 della Lockeed Martin (di cui Alenia Aeronautica produrrà le ali) e della costruzione della relativa linea di montaggio a Cameri (Novara), che dovrebbe entrare in funzione dal 2014. Da stime attendibili sul costo effettivo di ciascun aereo (a oggi) la spesa complessiva per l’Italia sarà intorno ai 15 miliardi di euro (30 mila miliardi di vecchie lire). Con i tempi che corrono sembra una follia avventurarsi su una spesa di questa natura ed entità, peraltro, destinata a dilatarsi nel tempo.

Su questo programma militare, denominato JSF (Joint Strike Fighter) la stessa amministrazione Usa esprime molte riserve e il nuovo presidente Obama pensa di accantonarlo, per ragioni di priorità e di riequilibrio di bilancio. In Italia, invece, l’ampio consenso "bipartisan" al programma JSF, farebbe ipotizzare un iter complessivamente tranquillo. E’, infatti, scontato che le commissioni parlamentari Difesa, dove si annidano le lobby del complesso militare – industriale, diano – nei trenta giorni previsti dalla legge – il loro parere consultivo positivo.

Di là delle ragioni etiche e politiche, sul piano economico bisogna pretendere che governo e parlamento dicano dove si prelevano i soldi necessari a dare copertura finanziaria a questo programma aggiuntivo di spesa. Possiamo accettare che tutte le volte che si affrontano i nodi della crisi, l’estensione degli ammortizzatori sociali, le misure a sostegno dell’economia reale e dell’occupazione, ci si scontri con i veri o presunti vincoli di bilancio, che in questo specifico caso sparirebbero d’incanto? Possiamo come sindacati dei lavoratori, come rappresentanti degli imprenditori, come società civile accettare uno schiaffo simile?

In questo caso non fa presa neppure giustificare una spesa di 15 miliardi di euro – prelevati dalle nostre tasse – per le ricadute tecnologiche e occupazionali: si parla di 600 nuovi occupati dal 2014 a Cameri, più un numero imprecisato nell’indotto. Se si investissero gli stessi soldi nei settori dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili si creerebbero dai 116 mila ai 203 mila nuovi posti di lavoro, sulla base di stime attendibili che tengono conto di quanto si è verificato in Germania negli ultimi dieci anni.

Come giustificare, inoltre, da parte degli stessi politici che per un’azienda che alla frontiera dell’innovazione tecnologica come la ST Microelectronics non si stanno trovando i soldi; che per settori manifatturieri ancora così importanti per il nostro paese – come l’elettrodomestico e il tessile – abbigliamento – si adottano misure "virtuali" di sostegno; che per la riorganizzazione dei trasporti ferroviari e urbani su rotaia non si prevedono risorse sufficienti. E…. a questi esempi potrebbero aggiungersene tantissimi altri.
Infine, dal punto di vista della Difesa, siamo così sicuri che sia prioritario per l’Italia dotarsi di una proiezione militare per attacchi aerei in scenari di guerra lontani dal nostro territorio e al contempo, scendere di sotto la decenza – per ragioni di bilancio – sull’operatività e gestione dell’esercito?

di Gianni Alioti per www.ilgridodeipoveri.org
Ministero della difesa italiana

24 marzo 2009

La pena di morte nel 2008

Amnesty International ha diffuso oggi i dati sulla pena di morte nel mondo, sottolineando che nel 2008 sono state eseguite più condanne in Asia che in ogni altra parte del pianeta, avendo la Cina da sola messo a morte più persone che il resto del mondo considerato nel suo complesso. Per contrasto, in Europa solo un paese ricorre ancora alla pena di morte: la Bielorussia.

"La pena di morte è la punizione estrema. È crudele, inumana e degradante. Nel XXI secolo non dovrebbe esserci più posto per decapitazioni, sedie elettriche, impiccagioni, iniezioni letali, fucilazioni e lapidazioni" – ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International.

Secondo il rapporto di Amnesty International, "Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008", tra gennaio e dicembre dello scorso anno sono state messe a morte almeno 2390 persone in 25 paesi e sono state emesse almeno 8864 condanne alla pena capitale in 52 paesi.

Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani segnala i paesi in cui sono state emesse condanne a morte al termine di processi iniqui, come Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen; l’uso spesso sproporzionato della pena di morte nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose in paesi come Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti d’America e Sudan; il costante rischio che vengano messi a morte innocenti, come dimostrato dal rilascio di quattro prigionieri dai bracci della morte statunitensi.

Molti prigionieri subiscono condizioni di detenzione particolarmente dure e sono sottoposti a forte stress psicologico. Ad esempio, in Giappone l’ordine d’impiccagione viene notificato ai prigionieri solo la mattina stessa dell’esecuzione, mentre i familiari vengono informati dopo che questa ha avuto luogo.

"La pena capitale non è solo un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo stato. A tutto questo dev’essere posta fine" – ha sottolineato Khan.

La maggior parte dei paesi del mondo si sta avvicinando all’abolizione della pena di morte: solo 25 dei 59 paesi che ancora la mantengono hanno eseguito condanne nel 2008. Amnesty International ammonisce tuttavia che, nonostante questa tendenza positiva, centinaia e centinaia di condanne a morte continuano a essere emesse in tutto il mondo.

Questi progressi sono stati anche sminuiti dalla ripresa delle esecuzioni a Saint Christopher e Nevis (le prime nel continente americano, esclusi gli Stati Uniti d’America, dal 2003) e dalla reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento.

"La buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale" – ha concluso Khan.

Sommari regione per regione

Il maggior numero di esecuzioni nel 2008 è stato riscontrato in Asia, dove 11 paesi continuano a ricorrere alla pena di morte: Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam. Solo in Cina hanno avuto luogo quasi tre quarti delle esecuzioni su scala mondiale, 1718 su 2390, dati che si teme potrebbero essere più elevati poiché le informazioni sulle condanne a morte e le esecuzioni restano un segreto di stato.

Il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato nella regione Africa del Nord – Medio Oriente. In Iran sono state messe a morte almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l’impiccagione e la lapidazione. In Arabia Saudita, le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica seguita, in alcuni casi, dalla crocifissione.

Nel continente americano solo gli Stati Uniti d’America hanno continuato a ricorrere con regolarità alla pena di morte, con 37 esecuzioni portate a termine lo scorso anno, la maggior parte delle quali in Texas. Il rilascio di quattro uomini dai bracci della morte ha fatto salire a oltre 120 il numero dei condannati alla pena capitale tornati in libertà dal 1975 perché riconosciuti innocenti. L’unico altro stato in cui sono state eseguite condanne a morte è stato Saint Christopher e Nevis, il primo dell’area caraibica ad aver ripreso le esecuzioni dal 2003.

L’Europa sarebbe una "zona libera dalla pena di morte" se non fosse per la Bielorussia, dove l’uso della pena di morte è avvolto dalla segretezza. Le condanne vengono eseguite con un colpo di pistola alla nuca e non vengono fornite informazioni sulla data dell’esecuzione né sul luogo di sepoltura. Le esecuzioni nell’ex repubblica sovietica sono state quattro. In occasione della pubblicazione dei dati relativi al 2008, Amnesty International lancia il rapporto "Ending executions in Europe: Towards abolition of the death penalty in Belarus" e un’azione on line per fermare le esecuzioni in Bielorussia.

Nell’Africa sub-sahariana, secondo dati ufficiali, sono state eseguite solo due esecuzioni ma le condanne a morte sono state almeno 362. Quest’area ha registrato un passo indietro, con la reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento.

Nel 2008 il mondo si è ancora più avvicinato all’abolizione della pena di morte.

A dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato, a larga maggioranza, una seconda risoluzione che chiede una moratoria in vista dell’abolizione della pena di morte, consolidando tre decadi di progresso costante.
 
Gli sviluppi conseguiti alle Nazioni Unite hanno rappresentato un incoraggiamento per chi è impegnato nel mondo a vietare l’uso della pena di morte e hanno spinto a compiere piccoli ma significativi passi a livello regionale. In particolare, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha richiamato gli Stati africani che mantengono la pena di morte ad osservare una moratoria sulle esecuzioni nella regione in vista dell’abolizione.

L’Europa e l’Asia centrale sono praticamente zone libere dalla pena capitale, a seguito della recente abolizione della pena di morte per tutti i reati avvenuta in Uzbekistan. Le esecuzioni continuano in un unico Stato: la Bielorussia. Nelle Americhe, solo una nazione – gli Stati Uniti d’America – continua a mettere a morte in modo sistematico. Ciononostante, anche gli USA si sono allontanati dall’uso della pena di morte, poiché nel 2008 si è registrato il numero più basso di esecuzioni avvenute in un anno dal 1995.

 

La maggior parte degli Stati si astiene dall’uso della pena capitale. Amnesty International ha documentato che solo 25 dei 59 paesi che la mantengono ha eseguito condanne nel 2008. Ciò indica che è in atto un consolidamento crescente del consenso internazionale per il quale la pena di morte non si può conciliare con il rispetto dei diritti umani.

Sebbene vi siano stati sviluppi positivi, permane una serie di sfide durissime. Nel 2008 i paesi asiatici hanno messo a morte più di tutti gli altri Stati del mondo messi insieme. Il Medio Oriente è al secondo posto per numero di esecuzioni avvenute.

Nel 2008, almeno 2.390 persone sono state messe a morte in 25 paesi e almeno 8.864 sono state condannate a morte in 52 nazioni.

Proseguendo la tendenza degli anni precedenti, nel 2008 Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti d’America, sono stati i paesi con il più alto numero di esecuzioni registrate. Insieme hanno eseguito il 93% delle condanne a morte avvenute in tutto il mondo.

In alcuni Stati l’uso della pena di morte rimane avvolto nel mistero. In Cina, Bielorussia, Mongolia e Corea del Nord, le condanne sono eseguite in assoluta segretezza e senza trasparenza.

Come gli anni precedenti, un gran numero di condanne è stato emesso a seguito di processi che non hanno rispettato gli standard internazionali sull’equo processo. Un numero preoccupante di esecuzioni è avvenuto a seguito di procedimenti basati su confessioni estorte con la tortura, in violazione delle leggi internazionali. Le autorità dell’Iran continuano a mettere a morte prigionieri che avevano meno di 18 anni al momento del reato, otto nel 2008, in palese violazione del diritto internazionale.

23 marzo 2009

Controforum di Istanbul: il giorno dei movimenti internazionali

Le conseguenze della diminuzione delle fonti idriche, una diminuzione legata principalmente all’aumento della popolazione mondiale e al riscaldamento climatico che, a detta di tutti gli esperti, provocherà fortissime tensioni nelle zone del mondo a più alto rischio di siccità: il bacino del Mediterraneo, Medio Oriente, Cina del nord, Asia del sud e Stati Uniti del sud-ovest. Questo il tema centrale del Forum Mondiale dell’acqua in corso ad Istanbul.

Uno degli appuntamenti più significativi per il Forum Alternativo riunitosi fino a domenica 22 marzo. Si trattava dell’«International Day», la giornata d’iniziativa internazionale. La mattina alle 11 si è tenuta la conferenza stampa durante la quale le centinaia di movimenti, organizzazioni e reti continentali in difesa dell’acqua riuniti in Turchia per contestare la legittimità del Forum ufficiale, hanno presentato le proposte sorte dalle giornate di seminari comuni, attraverso una rappresentanza di cinque persone, una per continente.
In particolare sono state denunciate le pratiche repressive del governo turco durante le giornate dei vertici mondiali, quando, sotto gli occhi della stampa internazionale, la polizia in tenuta antisommossa ha caricato circa 300 manifestanti arrestandone 17. Due di loro sono stati successivamente espulsi. I movimenti hanno anche dichiarato l’illegittimità del World Water Forum e chiesto ufficialmente ai governi di disconoscere il World Water Forum.
Sempre nella mattinata, fra i numerosi incontri previsti, era presente anche la deputata curda Sebahat Tuncel, che ha incontrato alcuni eurodeputati, oltre che i rappresentanti della Fal, la rete delle autorità locali. Tra i vari interventi anche quello del presidente palestinese Mahmud Abbas che ha lanciato un appello, in un messaggio letto nel corso del Forum, a risolvere rapidamente la questione dell’acqua nei territori palestinesi senza attendere la conclusione di un accordo di pace. «La situazione – ha dichiarato Abbas – è non solamente ingiusta ma inutile: i palestinesi ritengono da lungo tempo che la questione dell’acqua debba essere ritirata dalle dinamiche di conflitto e in particolare da questo conflitto».

Durante il pomeriggio invece era previsto un intervento di un rappresentante del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che assieme ad un rappresentante delle Ong europee, ha illustrato la difficile situazione dell’Europa in tema di acqua, nonché gli obiettivi e le sfide della neonata Rete Europea.
Per la prima volta inoltre, Forum e Controforum hanno avuto un momento di interscambio attraverso la partecipazione di Maude Barlow, Senior Advisor on Water Issues per l’Onu. Il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel d’Escoto, è stato presente attraverso un lettera personale di sostegno al Forum Alternativo.

Inoltre gli attivisti che in questi giorni hanno partecipato ai seminari del Forum ufficiale, hanno denunciato il clima di tensione e stretto controllo da parte della polizia, che ha vietato la distribuzione di materiale informativo all’interno del Centro Congressi, ed era presente con una massiccia presenza nei workshops e negli internet point. Si è parlato di «divieto di manifestare» e di «paura di parlare liberamente». Dall’altra, è stata sottolineata la totale deficienza di risposte esaustive da parte dei rappresentanti delle grandi multinazionali – Veolia, Coca Coca – sui grandi temi riguardanti la distribuzione delle risorse idriche, e in particolare sull’aumento del prezzo dell’acqua nonostante la crisi economica mondiale.
La stessa Maude Barlow ha parlato di un «Forum gestito dalle stesse persone che hanno creato la bancarotta mondiale». «E’ un Forum per loro stessi – ha detto Barlow – per cercare una soluzione economica al problema idrico».

www.acquabenecomune.org

20 marzo 2009

Neofascisti e destra di governo a braccetto con nostalgia

Esce "Bande nere", un libro in cui Berizzi racconta chi sono, come vivono e chi protegge i nuovi "balilla". Un’inchiesta tra partiti, stadi, scuole e centri sociali

C’è il ministro della difesa La Russa che posa con un "camerata" di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C’è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all’Olocausto.

Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le "destre germaniche", il partito boero sudafricano pro-apartheid – il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un’aquila – e rivendica con orgoglio l’appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un’altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l’ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all’odio razziale.

Fascisti del terzo millennio

Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un’area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) – sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l’1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l’onda "nera" – in fermento e in espansione – si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi.

Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il "culto" della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi "laboratori" dell’estremismo nero. Con Roma – anche qui – capitale.

Dalle scuole ai centri sociali

Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai "campi d’azione" di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L’esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l’"affitto usura" e il caro vita. Il leader è Gianlcuca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate.

A Milano c’è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l’attentato incendiario subito l’11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, "in particolare", la "coraggiosa" onorevole Mariastella Gelmini, all’epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell’Istruzione.

Saluti romani, pistole e ‘ndrine

La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie – che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il "Barone nero" Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio "Dentino" Crisafulli, in carcere dal ’98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta "Quarto Oggiaro stile di vita", prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio "Calci&Pugni" di Alessandro Todisco. L’avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C’è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto "zio Salva", della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.

di Paolo Berizzi repubblica.it

20 marzo 2009

Agenzia Onu: “L’Italia viola i diritti umani”

 
"È evidente e crescente l’incidenza della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani fondamentali nei confronti degli immigrati in Italia. Nel paese persistono razzismo e xenofobia anche verso richiedenti asilo e rifugiati, compresi i Rom. Chiediamo al governo di intervenire efficacemente per contrastare il clima di intolleranza e per garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status". Sono insolitamente dure e nette le parole che il Comitato di esperti dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia Onu, usa per descrivere il trattamento degli immigrati in Italia e la violazione di alcune norme internazionali.

Come ogni anno, a marzo, esce il rapporto dell’Ilo sull’applicazione degli standard internazionali del lavoro e quest’anno la pagina che riguarda l’Italia denuncia un comportamento senza precedenti per un paese europeo democratico, perché contravviene alla convenzione 143, quella sulla "promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti", ratificata dal nostro paese nel 1981.

Tranne il Portogallo e la Slovenia, infatti, gli altri paesi saliti all’attenzione dell’agenzia Onu per lo stesso motivo sono il Benin, il Burkina Faso, il Camerun e l’Uganda.

Il Comitato dell’Ilo, formato da venti giuslavoristi provenienti da tutto il mondo, verifica costantemente l’osservazione delle norme da parte dei governi e in questo caso richiama l’esecutivo italiano all’applicazione dei primi articoli della convenzione 143, cioè al "rispetto dei diritti umani di tutti gli immigrati, senza alcuna distinzione di status".

Inoltre, il governo ha l’obbligo di assicurare anche ai migranti occupati illegalmente il diritto a condizioni eque di lavoro e di salario, oltre che la tutela contro ogni forma di discriminazione. Le critiche e le richieste dell’Ilo si basano su quanto riportato dal Comitato consultivo della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali in Europa (Acfc), che aveva già denunciato le dure condizioni di detenzione per gli immigrati irregolari, in attesa di rimpatrio.

Ma si basano anche sulle osservazioni di un altro organismo dell’Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale (Cerd), che ha rilevato "gravi violazioni dei diritti umani verso i lavoratori migranti dell’Africa, dell’Est Europa e dell’Asia, con maltrattamenti, salari bassi e dati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico in cui parte della paga è trattenuta dall’impresa per un posto in dormitori affollati senza acqua né elettricità". I rapporti Onu mettono in evidenza anche i "continui dibattiti razzisti e xenofobi essenzialmente contro immigrati non europei, discorsi ispirati dall’odio contro gli stranieri e maltrattamenti delle forze di polizia verso i Rom, specialmente quelli di origine romena, durante i raid per lo sgombero dei campi".

Insomma, una lunga lista di accuse che vanno dalla questione delle impronte digitali alla "retorica discriminatoria di alcuni leader politici che associano i Rom alla criminalità, creando nella pubblica opinione un clima diffuso di ostilità, antagonismo sociale e stigmatizzazione". Pertanto, il Comitato di esperti dell’Ilo non può che esprimere "profonda preoccupazione" e invita il governo italiano a prendere "le dovute misure affinché ci sia parità di trattamento, nelle condizioni di lavoro, per tutti i migranti", oltre che misure per "migliorare, nella pubblica opinione, la conoscenza e la consapevolezza della discriminazione, facendo accettare i migranti e le loro famiglie come membri della società a tutti gli effetti". Il documento si conclude con la richiesta al governo di rispondere punto per punto alle osservazioni fatte entro la fine del 2009.
di Vittorio Longhi repubblica.it

18 marzo 2009

Il quinto cavaliere Affari e opere di Mario Ciancio

Mario Ciancio
Mario Ciancio, il monopolista dell’informazione in Sicilia, è conosciuto dal pubblico soprattutto come un editore di tv e giornali. In realtà, egli è soprattutto un grosso imprenditore delle costruzioni: in senso molto lato. Ecco una mappa dei suoi ultimi affari in questo campo. Graci, Rendo, Costanzo, Finocchiaro: ve li ricordate? Forse i famosi Cavalieri catanesi hanno finalmente trovato il loro erede

di Sebastiano Gulisano

Non solo (dis)informazione. L’impero di Mario Ciancio Sanfilippo si va via via diversificando e, accanto a giornali, televisioni e pubblicità, spuntano terreni agricoli che diventano edificabili, alberghi, musei, centri commerciali e imprese edili. Con qualche (vana, finora) incursione nell’alta finanza. Una varietà che ricorda quella dei celebri “Cavalieri dell’apocalisse mafiosa” e, proprio come per i Cavalieri, negli affari di Ciancio compare sempre più spesso l’ombra di Cosa nostra.Da quando i Cavalieri sono morti e le loro imprese fallite, Ciancio, grazie al monopolio dei media, è diventato il padrone incontrastato di Catania, uno degli uomini più potenti di Sicilia. Forse il più potente.

 L’ultimo affare glielo hanno servito su un piatto d’argento il sindaco etneo Umberto Scapagnini (Fi) e l’ingegnere Tuccio D’Urso (Udc), nelle vesti di Commissario straordinario per il traffico (il primo) e di direttore dell’apposito ufficio (il secondo). Grazie ai poteri speciali conferitigli dall’allora premier Berlusconi, Scapagnini ha appaltato “di tutto, di più”, senza passare né per la giunta né per il consiglio comunale; decine di opere ultramiliardarie di discutibile utilità ma di sicuro impatto affaristico. E il buon Ciancio, zitto zitto, s’è accaparrato la costruzione di due dei nove parcheggi interrati decisi dal sindaco-commissario, uno in piazza Europa (i Ds hanno presentato un dettagliato esposto in Procura), l’altro in piazza Lupo.

Ufficialmente Ciancio non compare, ma del raggruppamento temporaneo d’imprese al quale sono stati assegnati i due appalti fa parte la Cisa spa, società di Mario Ciancio e della moglie, Valeria Guarnaccia; presidente del consorzio è il cavaliere Ennio Virlinzi, spregiudicato finanziere etneo. Insieme a Virlinzi, nel 1999, Ciancio tentò la scalata al Mediocredito Centrale-Banco di Sicilia (poi finito nelle mani di Geronzi, Banca di Roma), insieme a una cordata composta da alcuni istituti di credito del nord Italia, dai trapanesi D’Alì Staiti (già datori di lavoro dello stragista Matteo Messina Denaro e di suo padre Francesco) e dalla potente famiglia Franza di Messina. Con i Franza, Ciancio condivide anche la passione per l’antiquariato e l’archeologia, tanto che, consorziati, nel 2002 si sono lanciati nel mercato dei servizi aggiuntivi dei musei siciliani (biglietteria, caffetteria e bookshop) aggiudicandosi il controllo di quelli messinesi, vale a dire dei musei archeologici di Messina e di Lipari e del Teatro Antico di Taormina. A Taormina, Ciancio e Franza si fanno anche la concorrenza: a chi cementifica di più. Qualche anno fa, grazie a delle provvidenziali varianti al Prg e al regolamento edilizio apportate dalla giunta dell’ex sindaco Bolognari (già segretario regionale del Pds), l’editore catanese, in cordata con il presidente degli albergatori siciliani, Sebastiano De Luca, riuscì a demolire il piccolo Hotel San Pietro, liberty del primo Novecento, per costruire il lussuoso Grand Hotel San Pietro che ha aperto l’anno scorso. De Luca, a chi durante la costruzione gli contestava l’enorme aumento della volumetria ribatteva che era cosa risibile e che si sarebbe passati da 28 a 32 stanze, ma basta una visita al sito dell’albergo(www.gaishotels.com/sanpietro/index.htm) e si apprende che le camere sono 63. Nello stesso periodo, la famiglia Franza, proprietaria della rete alberghiera Framon, a Taormina ha raddoppiato la volumetria dell’Hotel San Giorgio, anch’esso del primo Novecento.

Scheda: Frequenze d’oro
Nel campo strettamente editoriale, l’ultima fortunata speculazione di Mario Ciancio riguarda la seconda tranche di vendita di frequenze televisive. L’editore ha infatti ceduto 23 impianti televisivi e relativi canali al gruppo Telecom. L’operazione consiste nella vendita di Retesicilia, emittente posseduta dalla Etis (una delle società editoriali interamente in mano alla famiglia Ciancio) a Telecom Italia Media Broadcasting srl (Timb), a sua volta concessionaria di Mtv e La7. L’operazione finanziaria è stata realizzata da Telecom per espandere la copertura sul territorio nazionale del digitale terrestre.

Già nel 2003 Ciancio aveva effettuata un’analoga vendita. In quel caso si trattava della cessione di 23 impianti televisivi fino a quel momento di SIGE, TCI, SIS ed EDIVISION (tutte al 100 per cento della famiglia Ciancio) a Rti, ovvero al gruppo Mediaset; questa operazione avrebbe fruttato a Ciancio una plusvalenza di circa 2 milioni di euro. E’ quindi probabile che la cessione di Retesicilia abbia prodotto profitti per una cifra simile. In ogni caso, è curioso notare come nel provvedimento dell’Autorità antitrust che ha autorizzato la vendita Etis-Timb in quanto non viola le regole della concorrenza, si legge che "il fatturato realizzato da Etis nel corso del 2005 è stato pari a circa 2 milioni di euro, interamente per vendite in Italia”. Orbene, secondo il bilancio del 2003 – l’ultimo disponibile – la società Etis dichiarava nel conto economico un valore della produzione pari a zero; ricavi pari a zero; perdite per 130.362 euro; nonché indici di ritorno in utile negativi. Magie finanziarie.

di Roberto Giordano

Ciancio, si sa, è amico di tutti (o quasi), a prescindere dal colore politico e dalla fedina penale, l’importante è che le amicizie siano funzionali agli affari. Agli atti dell’inchiesta “gioco d’azzardo” della Dda di Reggio Calabria, c’è una intercettazione del 30 marzo del 2001 in cui l’imprenditore Antonello Giostra, indagato per mafia, parlando con un ignoto interlocutore dice di avere incontrato Ciancio il quale gli avrebbe mostrato terreni di circa 300mila metri quadrati nei pressi dell’aeroporto di Fontanarossa e gli avrebbe garantito “tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili, senza pretendere una lira fino all’inizio dei lavori”.

L’incartamento è passato da Reggio a Catania e dovrebbe indagare la Dda etnea. Se Giostra non millanta, verrebbe da pensare che a Catania le cose siano tornate come al tempo dei Cavalieri, con la differenza che prima erano loro a decidere quali opere “servivano” alla città e dove realizzarle, e ora sarebbe Ciancio.Prendiamo il caso dell’ospedale San Marco. Nell’89 la Usl 35 non ha atteso nemmeno la variante al piano regolatore (che arriva l’anno successivo: a Catania può succedere anche questo, senza che la Procura batta ciglio) per decidere di appaltare l’opera su terreni di Ciancio, vicino a Fontanarossa, e aggiudicarla alla Cogei di Rendo e all’Impresit (Fiat). Poi, però, non se ne è fatto nulla, ché non si può costruire un ospedale nell’area con il massimo inquinamento acustico della regione. Incuranti di questo dettaglio, gli amministratori di centrodestra dell’Azienda ospedaliera Vittorio Emanuele, 17 anni dopo, hanno ripreso quell’incartamento e hanno deciso che quell’ospedale va costruito, lì, sui terreni di Ciancio, che così decuplicano il proprio valore, passando da agricoli a edificabili, grazie alla variante al Prg votata all’inizio dell’anno scorso dalla maggioranza consiliare di Scapagnini.

Variante che l’assessore Domenico Sudano (Udc) ha presentato al consiglio unitamente a un’altra, nella zona del Pigno, sempre nell’area sud della città, per potere realizzare il più grande centro commerciale di Sicilia (240mila metri quadrati), su richiesta della Icom spa, società con sede a Milano. Il caso vuole che anche i terreni interessati siano quasi tutti di Mario Ciancio e della sua consorte, Valeria Guarnaccia. Altro caso vuole che gli azionisti di maggioranza dell’Icom siano Ciancio e sua moglie. Nel consiglio d’amministrazione, tra gli altri, siede Tommaso Mercadante, figlio di Giovanni, medico radiologo di Prizzi (Palermo) e deputato regionale di Forza Italia arrestato lo scorso 9 luglio poiché, secondo l’accusa, sarebbe stato “punto di riferimento per la cura degli interessi di Bernardo Provenzano, nel periodo della sua latitanza”.

Per la costruzione del nuovo centro commerciale, però, c’era un piccolo problema, un dettaglio: la città ha già superato il tetto massimo fissato dalla normativa regionale sul commercio (a Catania ci sono più centri commerciali che a Milano o a Roma).

Scheda: L’affare dei parcheggi
Si chiama project financing ed è una delle invenzioni dei politici post-Tangentopoli per non incappare più nei rigore della legge e potere avere le Mani libere. Consiste nel fare costruire opere pubbliche ai privati, con fondi perlopiù privati, e lasciargliele in gestione per un tot di anni, finché si rifanno delle spese. Se a ciò unisci i poteri speciali derivanti dall’essere “Commissario straordinario per l’emergenza traffico e il rischio sismico”, oltre ai rigori della legge non devi temere nemmeno i controlli del consiglio comunale. Così, abbinando i due elementi, il sindaco-commissario Umberto Scapagnini ha deciso gli appalti di 12 parcheggi scambiatori in periferia, 9 in centro, 3 linee tranviarie, 2 di metropolitana, nonché il rifacimento di piazze e strade cittadine, trasformando la città in un immenso cantiere.Anche Mario Ciancio è stato contagiato dalla febbre del mattone e, in cordata con il cavaliere Ennio Virlinzi e altri piccoli imprenditori etnei, decide di gettarsi nella mischia, con la Cisa spa, accaparrandosi due dei parcheggi interrati previsti in città, uno in piazza Europa (318 posti, 7.401.860 euro per realizzarlo, 21 mesi per finire l’opera, concessione quarantennale), l’altro in piazza Lupo (438 posti, 12.954.150 euro, 22 mesi per realizzarlo, concessione quarantennale).

Per il parcheggio di piazza Europa sono successe varie cose singolari: dopo l’assegnazione dell’appalto, alle cinque imprese del consorzio se ne è aggiunta una sesta; al momento della stipula della convenzione (giugno 2005) i posti auto previsti passano dai 318 del bando a 397. Undici mesi dopo, il 20 e il 26 aprile 2006, Virlinzi (legale rappresentante del raggruppamento di imprese di cui fa parte Ciancio) e l’ingegnere Tuccio D’Urso, capo dell’ufficio speciale per l’emergenza traffico, si ritrovano davanti a un notaio di Giarre (non davanti al segretario generale del comune di Catania, come per la firma della convenzione) e modificano la convenzione: la prima volta il comune (D’Urso) chiede al consorzio di realizzare “delle superfici commerciali pertinenziali nel limite del 15% della superficie adibita a parcheggi”, cioè di realizzare dei negozi che il concessionario può cedere a terzi; la seconda volta, il comune (D’Urso) delega Virlinzi “a richiedere in nome e per conto del comune a procedere a loro cura e spese alla rimozione di tubi, condutture, cavi ed altro posti nel sottosuolo” nell’area interessata dalla costruzione del parcheggio. Facendo risparmiare al cavaliere e a Ciancio un bel po’ di soldi a spese dei contribuenti. Un dettaglio, rilevato nell’esposto alla magistratura presentato dal gruppo consiliare Ds (Rosario D’Agata, Giuseppe Berretta e Rosario Laudani): il mandato commissariale scadeva il 30 aprile; negli stessi giorni scadevano anche i termini per la presentazione delle liste elettorali regionali, e D’Urso è stato candidato con l’Udc. [s.g.]

Ma quando uno si chiama Mario Ciancio Sanfilippo e può garantire ad altri “tutte le autorizzazioni possibili e immaginabili”, figurarsi se non può garantirle a se stesso. Infatti Totò Cuffaro, l’unico presidente di regione sotto processo per rapporti con Cosa nostra, gli confeziona una bella leggina ad hoc che consente al padrone di Catania di costruirsi il suo mega centro commerciale su terreni che prima erano agricoli.Anche con Silvio Berlusconi i rapporti sono rimasti buoni, malgrado quindici anni fa, quando il Cavaliere si scontrò con De Benedetti per il controllo di Mondadori, Cianciò si schierò con quest’ultimo. Ma gli affari sono affari e, dunque, nel 2003, il siciliano ha ceduto al milanese 23 impianti di trasmissione tv e le relative frequenze che a Sua Emittenza servivano per mettere su una rete nazionale sul digitale terrestre (multiplex).C’è da dire che le frequenze dovrebbero essere statali e date in concessione ai privati, ma nell’Italia di Berlusconi si può espropriale la collettività a beneficio dei privati.I rapporti televisivi Ciancio-Berlusconi, però, non sono isolati.

Nell’ormai lontano 1984, quando l’ascesa del Cavaliere poteva essere ancora fermata applicando la Costituzione, a Milano nasce una società, la Sicilia Televisiva spa, che l’anno successivo trasferisce la propria sede sociale a Palermo e successivamente si fonde con Rete 4, come risulta dagli atti del processo per mafia a Marcello Dell’Utri.Prima dell’accorpamento, nel consiglio di amministrazione figurano l’allora giovanissima Angela Ciancio, figlia di Mario, e Maria Fausta Guarnaccia, sorella maggiore della signora Valeria e dipendente di Antenna Sicilia. Insieme a loro, nel cda, i fratelli Vincenzo e Filippo Rappa, successivamente processati per associazione mafiosa: il primo condannato in appello, il secondo assolto.

di Sebastiano Gulisano www.peacelink.it

Scheda: L’affare dei parcheggi

Si chiama project financing ed è una delle invenzioni dei politici post-Tangentopoli per non incappare più nei rigore della legge e potere avere le Mani libere. Consiste nel fare costruire opere pubbliche ai privati, con fondi perlopiù privati, e lasciargliele in gestione per un tot di anni, finché si rifanno delle spese. Se a ciò unisci i poteri speciali derivanti dall’essere “Commissario straordinario per l’emergenza traffico e il rischio sismico”, oltre ai rigori della legge non devi temere nemmeno i controlli del consiglio comunale. Così, abbinando i due elementi, il sindaco-commissario Umberto Scapagnini ha deciso gli appalti di 12 parcheggi scambiatori in periferia, 9 in centro, 3 linee tranviarie, 2 di metropolitana, nonché il rifacimento di piazze e strade cittadine, trasformando la città in un immenso cantiere.Anche Mario Ciancio è stato contagiato dalla febbre del mattone e, in cordata con il cavaliere Ennio Virlinzi e altri piccoli imprenditori etnei, decide di gettarsi nella mischia, con la Cisa spa, accaparrandosi due dei parcheggi interrati previsti in città, uno in piazza Europa (318 posti, 7.401.860 euro per realizzarlo, 21 mesi per finire l’opera, concessione quarantennale), l’altro in piazza Lupo (438 posti, 12.954.150 euro, 22 mesi per realizzarlo, concessione quarantennale). Per il parcheggio di piazza Europa sono successe varie cose singolari: dopo l’assegnazione dell’appalto, alle cinque imprese del consorzio se ne è aggiunta una sesta; al momento della stipula della convenzione (giugno 2005) i posti auto previsti passano dai 318 del bando a 397. Undici mesi dopo, il 20 e il 26 aprile 2006, Virlinzi (legale rappresentante del raggruppamento di imprese di cui fa parte Ciancio) e l’ingegnere Tuccio D’Urso, capo dell’ufficio speciale per l’emergenza traffico, si ritrovano davanti a un notaio di Giarre (non davanti al segretario generale del comune di Catania, come per la firma della convenzione) e modificano la convenzione: la prima volta il comune (D’Urso) chiede al consorzio di realizzare “delle superfici commerciali pertinenziali nel limite del 15% della superficie adibita a parcheggi”, cioè di realizzare dei negozi che il concessionario può cedere a terzi; la seconda volta, il comune (D’Urso) delega Virlinzi “a richiedere in nome e per conto del comune a procedere a loro cura e spese alla rimozione di tubi, condutture, cavi ed altro posti nel sottosuolo” nell’area interessata dalla costruzione del parcheggio. Facendo risparmiare al cavaliere e a Ciancio un bel po’ di soldi a spese dei contribuenti. Un dettaglio, rilevato nell’esposto alla magistratura presentato dal gruppo consiliare Ds (Rosario D’Agata, Giuseppe Berretta e Rosario Laudani): il mandato commissariale scadeva il 30 aprile; negli stessi giorni scadevano anche i termini per la presentazione delle liste elettorali regionali, e D’Urso è stato candidato con l’Udc. [s.g.]

Scheda: Frequenze d’oro

Nel campo strettamente editoriale, l’ultima fortunata speculazione di Mario Ciancio riguarda la seconda tranche di vendita di frequenze televisive. L’editore ha infatti ceduto 23 impianti televisivi e relativi canali al gruppo Telecom. L’operazione consiste nella vendita di Retesicilia, emittente posseduta dalla Etis (una delle società editoriali interamente in mano alla famiglia Ciancio) a Telecom Italia Media Broadcasting srl (Timb), a sua volta concessionaria di Mtv e La7. L’operazione finanziaria è stata realizzata da Telecom per espandere la copertura sul territorio nazionale del digitale terrestre. Già nel 2003 Ciancio aveva effettuata un’analoga vendita. In quel caso si trattava della cessione di 23 impianti televisivi fino a quel momento di SIGE, TCI, SIS ed EDIVISION (tutte al 100 per cento della famiglia Ciancio) a Rti, ovvero al gruppo Mediaset; questa operazione avrebbe fruttato a Ciancio una plusvalenza di circa 2 milioni di euro. E’ quindi probabile che la cessione di Retesicilia abbia prodotto profitti per una cifra simile. In ogni caso, è curioso notare come nel provvedimento dell’Autorità antitrust che ha autorizzato la vendita Etis-Timb in quanto non viola le regole della concorrenza, si legge che "il fatturato realizzato da Etis nel corso del 2005 è stato pari a circa 2 milioni di euro, interamente per vendite in Italia”. Orbene, secondo il bilancio del 2003 – l’ultimo disponibile – la società Etis dichiarava nel conto economico un valore della produzione pari a zero; ricavi pari a zero; perdite per 130.362 euro; nonché indici di ritorno in utile negativi. Magie finanziarie.

di Roberto Giordano

I disarmati è un viaggio che racconta i complici del silenzio e del consociativismo mafioso: nel giornalismo, nella politica, nella società civile. Per una volta, con i nomi e i cognomi al loro posto.

"C’è un episodio, all’inizio degli anni Novanta, che dà la cifra esatta del grado di subalternità alla mafia. Alla famiglia degli Ercolano, cognati di Santapaola, erano stati affidati due compiti: ad Aldo quello di ammazzare, eseguendo personalmente gli omicidi oppure distribuendoli alla sua squadretta di sicari; al padre Giuseppe spettava invece il compito di riciclare i denari della Famiglia attraverso imprese di trasporti, supermercati, sale gioco. […] È in questo clima senza pudori che il nome di Giuseppe Ercolano viene infilato, quasi per necessità, in un rapporto di polizia. Quel rapporto finisce nelle mani di un giovane cronista, un «biondino», come s’usava dire dei giornalisti precari, apprendisti senza contratto in attesa che in redazione s’aprisse uno spazio anche per loro. Il «biondino» si chiama Concetto Mannisi, dalla cronaca lo spediscono ogni mattina a fare il giro degli ospedali, a raccogliere i mattinali in questura, a mettere in fila le cifre sugli scippi e sui tabaccai rapinati. La sua corvée quel giorno è fortunata: gli capita tra le mani la denuncia all’autorità giudiziaria nei confronti di uno degli Ercolano. E Mannisi ne dà notizia, riportando fedelmente quanto sta scritto nel rapporto dei carabinieri. Il giorno dopo, appena il «biondino» mette piede nel giornale, il capocronista lo manda a chiamare e se lo trascina dietro nella stanza dell’editore. Ad aspettarlo, assieme a Mario Ciancio, c’è Giuseppe Ercolano. Denunciato ma ancora inspiegabilmente a piede libero. E dunque libero di venire a protestare con il padrone del quotidiano per quell’articolo così poco garbato nei suoi confronti. In qualunque altra redazione, se un mafioso fosse venuto a lamentarsi per una notizia (vera) che lo riguardava, il direttore avrebbe telefonato al 113. Mario Ciancio invece riceve Ercolano nel suo studio, convoca il cronista colpevole d’aver dato la notizia (vera) e, in presenza del capomafia, gli fa un solenne cazziatone: «Che mai più ti accada di chiamare mafioso il qui presente signor Ercolano!» Veramente l’hanno scritto i carabinieri, prova a giustificarsi il cronista. Noi non facciamo i carabinieri, replica Ciancio: e di quello che c’è scritto sul loro rapporto non gliene frega nulla. Ercolano, stravaccato sulla sua poltrona, annuisce con paterno silenzio. Sono i suoi ultimi giorni di gloria: lo arresteranno pochi mesi dopo con l’accusa di associazione mafiosa. Per i giudici, Ercolano è il reggente della Famiglia, il capo indiscusso della cosca per conto del cognato Santapaola. Per Ciancio è solo un onesto commerciante."

La mafia dei padrini e dei criminali da una parte, l’antimafia dei giudici e delle forze dell’ordine dall’altra. Per molto tempo abbiamo raccontato la guerra a Cosa Nostra come una lotta fra bene e male, fra buoni e cattivi. Come se si trattasse di vicende di cui altri – non noi – erano i protagonisti: così gli eroi sono diventati martiri, la cronaca è diventata tragedia e la memoria s’è ridotta alla commemorazione dei nostri morti: Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, un pugno di giornalisti, qualche prete, un paio di politici¿ Ripercorrere oggi la storia dell’antimafia significa parlare soprattutto dei vivi, delle occasioni perdute, di chi avrebbe dovuto e potuto fare ma ha preferito voltarsi dall’altra parte: i rassegnati, gli ingenui, gli opportunisti, i furbi, gli smemorati. Claudio Fava – una vita trascorsa a guardare il potere mafioso negli occhi, prima come giornalista, poi come scrittore e politico – perlustra questa terra di mezzo, le infinite zone grigie della compiacenza che hanno imbavagliato l’antimafia e reso possibile, talvolta addirittura favorito, l’esistenza della mafia.

www.laperiferica.it

 

16 marzo 2009

Emergenza Aids problema d’attualità

 

Quando nel 1981 fu pubblicato il primo caso di Aids, nessuno ipotizzò una rapida drammatica epidemia mondiale. 
Il mondo della popolazione generale cosiddetta “normale” è oggi seriamente coinvolto, nella epidemiologia dell’infezione da HIV, poiché le libertà sessuali, i viaggi transcontinentali, la drammatica endemicità africana e del sudest asiatico rendono statisticamente significativi i rischi legati a tali incroci (mixing pattern). L’AIDS cioè la forma conclamata dell’infezione da HIV, è oggi numericamente in significativo declino, ma questo dato non deve trarre in inganno. La diminuita prevalenza annua di casi AIDS è dovuta agli effetti della terapia antiretrovirale (HAART) che ha determinato una sopravvivenza significativamente superiore del paziente affetto mediante una parziale ricostituzione del sistema immunitario e depressione della replicazione virale. In questi termini la diagnosi di AIDS è SOLO RITARDATA. Cosa comporta il ritardo della diagnosi di AIDS? Una serie di importanti problemi medici inimmaginabili fino a pochi anni or sono:

1) Lipodistrofia
2) Alterazioni vascolari precoci
3) Malattie cardiache
4) Alterazione metaboliche

La prolungata sopravvivenza dei pazienti trattati con la terapia Haart ha reso assai intrigante e drammatica l’equazione: le malattie vascolari sono patologie a genesi infiammatoria-immunologica? Studi sperimentali in pazienti trattati con inibitori delle proteasi hanno dimostrato che tale possibilità è concreta e soprattutto legata ad una serie eterogenea di variabili.
Quanto sopra ribadisce il concetto che l’Aids è un emergenza! Per capire quanto sia una vera emergenza mondiale basta tener conto di come negli ultimi anni l’interesse di questo vero e proprio flagello si sia incentrato su vari aspetti della vita di intere popolazioni, spostandosi da quella sanitaria a quella di emergenza economico-sociale di grandissimo interesse internazionale. Infatti, è allarmante come si susseguano articoli e rapporti delle “intelligence” di mezzo mondo su questo vero e proprio disastro del nostro tempo. I primi giorni del mese di ottobre è apparso su “Repubblica” un interessante articolo su un rapporto giustamente definito ”choc” della CIA, dove il National Intelligence Council, una struttura collegata alla CIA, ha rilevato che in cinque paesi tra i più popolosi del mondo il forte aumento dei soggetti affetti da AIDS rappresenta addirittura una potenziale minaccia per la sicurezza in quelle regioni e di conseguenza per quella degli stessi Stati Uniti. Può sembrare un paradosso ma l’interesse militare viene messo al centro di una vera tragedia umana che parte invece da problematiche sociali, economiche, sanitarie e di costume molto complesse e diverse a seconda del luogo di sviluppo epidemico.


Per compilare il rapporto in esame la commissione americana ha utilizzato le informazioni fornite dalle organizzazioni governative e non governative dei paesi in oggetto (Nigeria, Etiopia, Cina India, Russia): in Nigeria ad esempio, l’epidemia di AIDS potrebbe scatenare tensioni politiche che indebolirebbero il ruolo nigeriano nel mantenimento della pace in Africa per conto dell’ONU. Nel rapporto si legge che “l’esercito nigeriano, preoccupato per la forte perdita di personale altamente specializzato a causa dell’AIDS, ha introdotto uno specifico corso per educare i soldati a prevenire la malattia”. In Etiopia nel 1991, una volta terminata la guerra, migliaia di soldati al ritorno, insieme a moltissime prostitute, hanno diffuso il virus e l’AIDS nei villaggi e nelle città con un aumento incontrollato del contagio.
I sistemi sanitari dei paesi oggetto della ricerca sono del tutto inadeguati, ma necessitano di drastici cambiamenti in tempi medio brevi individuati intorno ai sette anni. Bisogna considerare però che, nonostante le modalità di diffusione siano diverse tra loro, in India dilaga attraverso i rapporti eterosessuali, in Cina il diffondersi del dato epidemiologico è dovuto principalmente a lavoratori migranti infetti e in Russia alle frequenti amnistie che liberano prigionieri infetti e all’aumento della prostituzione.
Il livello di sviluppo della epidemie è sempre ad uno stadio inferiore rispetto a quello riscontrabile nelle aree più colpite dell’Africa Centrale e Meridionale e nel Sud-Est Asiatico. Sui casi nel mondo di HIV/AIDS nell’anno 2001, stimati intorno ai quaranta milioni, la maggiore concentrazione, infatti, è riscontrata nelle zone della Africa Subsahariana con circa 28.500.000 casi e nel Sud-Est Asiatico con 8.100.000 casi, a fronte dei 560.000 casi dell’Europa e di 23.760.000 casi delle tre Americhe di cui 1.400.000 nella sola America Latina.


Ci si rende conto che è un vero disastro che colpisce soprattutto le zone più deboli del mondo economicamente. L’AIDS è una malattia che sconvolge l’economia dei paesi lasciando dietro di sé un continente come quello africano devastato economicamente. In Africa sono diverse le comunità dove, soprattutto nell’AREA SUBSAHARIANA, più di un quarto dei lavoratori in età adulta è affetto dall’AIDS e le famiglie che devono prendersi cura di un malato di AIDS spesso esauriscono tutte le poche risorse economiche.
Un’agghiacciante verità è venuta fuori da uno studio condotto per conto delle Nazioni Unite da Anita Alban, economista del programma per l’HIV dell’ONU, su alcuni centri urbani della Costa d’Avorio, dove le famiglie che si accollano l’onere di curare un malato di cui non riesce a farsi carico la comunità, tendono a risparmiare sull’istruzione dei figli e a ridurre, fatto ancora più sconcertante, di circa il 40% il consumo di cibo.
A dimostrazione di come l’interdipendenza sia un valore enorme nella società africana, alcuni studi effettuati in tre specifiche zone geografiche quali la capitale della Costa d’Avorio, Abidjan, la regione Ziwa Magharibi in Tanzania e il distretto di Rakai in Uganda, rilevano come la famiglia diventi una vera e propria “infrastruttura di supporto” per l’assistenza specifica agli orfani il cui mantenimento non ricade sul bilancio dello stato. Ma anche questo meccanismo di difesa sociale per i fenomeni dell’urbanizzazione e la migrazione del lavoro stanno intaccando la figura della famiglia allargata; è evidente che gli orfani vivono grandissimi disagi anche se i parenti tentano di prendersi cura della loro situazione. Infatti, gli orfani non mangiano bene come gli altri loro coetanei e non hanno certamente le stesse opportunità di educazione scolastica.

Alcuni Stati come lo Zimbabwe hanno tentato di rimediare a questi “cosiddetti disagi” ingiusti dando un contributo alle famiglie che accettano di prendere con se un bambino orfano, ma sono oneri che non possono trovare certezze: basti pensare che il tasso di adulti affetti dal virus è del 26% ed gli orfani stimati sino al 2000 sono circa 600.000. L’impatto della malattia sull’economia dei paesi ad alto tasso di crescita “di epidemia”, come, ad esempio, il Botswana e l’Uganda, è certamente difficile da quantificare sotto l’aspetto macroeconomico perché gli economisti fanno riferimento sempre a modelli economici costruiti su una serie di presupposti. Ma la Banca mondiale, appunto prendendo a riferimento paesi come il Botswana e l’Uganda, volendo calcolare l’ammontare della cifra necessaria per finanziare un sistema sanitario attraverso i risparmi dei lavoratori, si è resa conto che, volendo destinare l’0.5% di risorse, sebbene la riduzione dell’0.5% sulla crescita del prodotto interno pro capite può non sembrare eccessiva, nel giro di una generazione, invece, determina un incremento a fronte di un stesso periodo temporale con la presenza dell’AIDS del 56% e senza la presenza di questa malattia dell’81%. E’ evidente un effetto cumulativo determinato sull’economia di questi paesi, che per paradosso, non si riscontra secondo criteri di valutazione standard di macroeconomia, perché secondo la fredda logica del rapporto domanda offerta, nella maggior parte delle economie africane la grande disponibilità di forza lavoro implica che le vittime dell’AIDS vengano rimpiazzate facilmente, senza perdita di produttività.
Manca in questi paesi una cultura centrale delle questioni del benessere umano, della qualità e del valore della vita stessa. Diversi sono i problemi quindi che nascono dalla diversità delle esigenze, dai comportamenti, dalle necessità, dalle priorità di fasce così diverse nelle popolazioni dei vari angoli del mondo. Altro caso eclatante è la situazione in Zambia dove 800.000 bambini sono rimasti orfani. L’epidemia sta sterminando una generazione. Qui la parola futuro “rappresenta il tempo che il Virus concede dal contagio alla morte”.


Si ritiene che ci siano a Lusaka per strada circa diecimila bambini. Lusaka capitale della martoriata nazione dello Zambia, dove su neanche 9 milioni di abitanti si calcola che almeno 800.000 bambini siano rimasti orfani di almeno un genitore per HIV di questi orfani, circa diecimila è stimato vivano per strada nella capitale. Emmanuel Kasonde, un ex ministro delle Finanze da poco insediato alla presidenza del Consiglio emergenza anti-AIDS dello Zambia, presenta dati angoscianti, smentisce i rilevamenti ufficiali che stimano sieropositivo il 2% della popolazione dai 15 ai 49 anni. “Da quel che vedo in giro raddoppierei le percentuali. Finché non metteremo in rete i rilevamenti, non sapremo definire le proporzioni della catastrofe, né potremo stabilire quanto ci vorrà per invertire il trend. Ai miei tempi l’aspettativa di vita era di 55 anni, ora è scesa a 37”. Così in un paese poverissimo come lo Zambia (undicesimo Paese più povero del mondo, con un reddito pro capite di 320 dollari) che vede decimata la sua generazione sessualmente e lavorativamente attiva, chi ha una nonna se la tiene stretta, in questo gap generazionale che inghiotte i genitori è l’unica ancora di salvezza. Ma deve essere vecchia: se è troppo giovane, quindi sessualmente attiva è a rischio pure lei.
Il governo confida sul ruolo degli insegnanti per diffondere la prevenzione, ma anche questi sono spessissimo sieropositivi o ammalati come gli altri cittadini, tanto che non è difficile trovare in cattedra per l’assenza di qualche professore gli allievi più grandi ed esperti. Nell’Africa Subsahariana il futuro è un optional. Ritorniamo invece in Europa dove la situazione è completamente diversa. Dobbiamo fare i conti come detto all’inizio di questo “rapporto” con realtà diverse e nuove altre esigenze. Emergenza intesa anche come prevenzione, strategia e studio di quella patologia umana che sono diventate espressione della interazione virus HIV-ospite, e che sono condizionate dalla risposta immune, o meglio, dalla diversa gradazione e qualità di quest’ultima.
Si costruisce ancora una volta un circuito virologia–immunologia-patologia che imbriglia la salute dell’uomo e che invita ad un clima di maggiore consapevolezza politica e sociale intorno a questo grande problema mondiale.

Direttore scientifico: Oreste Perrella
E.R. Magaldi, G. Belli, V. Borrelli, R. De Caro, S. De Rosa, B. Gentile, V. Lanzetta, D. Mariniello, M. Muto, A. Orlando, S. Piccininno, W. Tiani  www.cesil.com

Washington Post:

Our rates are higher than West Africa,” said Shannon L. Hader, director of the District’s HIV/AIDS Administration, who once led the Federal Centers for Disease Control and Prevention’s work in Zimbabwe. They’re on par with Uganda and some parts of Kenya”…. Among its findings: Almost half of those who had connections to the parts of the city with the highest AIDS prevalence and poverty rates said they had overlapping sexual partners within the past 12 months, three in five said they were aware of their own HIV status, and three in 10 said they had used a condom the last time they had sex.

http://www.hvtn.org/index.html

10 marzo 2009

Italy crucifix row teacher barred

A teacher in Italy has been suspended after some students complained that he removed a crucifix from his classroom.

Franco Coppoli, a literature teacher from Umbria, took down the crucifix in his classroom arguing that education and religion should not be mixed. Some of his students complained and now the National Education Council has suspended Mr Coppoli for a month. The hanging of crosses in public buildings is not compulsory in Italy but it is customary. The case follows a decision this week by Italy’s Supreme Court to quash a conviction of a judge who refused to enter courts where crucifixes were hanging. Judge Luigi Tosti, who is Jewish, had been given a seven-month jail sentence for failing to carry out his official duties. He had earlier issued an ultimatum declaring that either he or the crosses should remain the courtroom – not both.

Religious debate

Both these incidents have re-ignited Italy’s debate on crucifixes in public buildings.  The separation of church and state is set down in the post war Constitution. It is designed to give equal status to all religions.  This was further underlined by a Concordat in 1984 which ended most of the Catholic Church’s privileges. In recent years conservatives have protested about the decision of some schools to drop Christmas plays to avoid hurting the feelings of Muslim children. Pope John Paul II was once moved to say that Christmas cribs were part of Italy’s Catholic heritage. But it seems the secular and religious sides of this society appear to be widening, with the symbolism of the crucifix becoming a focal point for division.

By Duncan Kennedy BBC News

 

6 marzo 2009

VI Rapporto sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia

L’integrazione, dall’inserimento sociale alla cittadinanza

prof. Giorgio Alessandrini, Presidente Vicario ONC-CNEL

Questo VI Rapporto sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia chiarisce fin dal sottotitolo che esso rileva e confronta il “potenziale” di integrazione dei territori italiani, regioni e capoluoghi di provincia, sulla base di due indici, quello sociale e quello occupazionale, riferiti, cioè, alle due condizioni strutturali che possono facilitare un positivo inserimento dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie.

Il Rapporto dunque non misura lintegrazione, che è questione complessa nella quale sono determinanti i fattori soggettivi, le aspettative e i vissuti della esperienza immigratoria, lo stesso sentire dei cittadini italiani, la qualità dei rapporti tra questi e gli immigrati.

Esso invece indica dove migliori sono le potenzialità di sviluppo dei processi di integrazione – questo è il senso delle graduatorie proposte – sulla base di alcuni indicatori statistici sia sociali (accessibilità immobiliare, dispersione scolastica, ricongiungimenti familiari, acquisizione della cittadinanza, livelli di devianza) che occupazionali (inserimento lavorativo, livelli professionali, reddito da lavoro, tasso di imprenditorialità).

Alcuni di questi indicatori possono essere rilevati, nei diversi territori, anche per i cittadini italiani, dando luogo ad un confronto con quelli degli immigrati e quindi ad una graduatoria comparativa che indica lo scarto tra le condizioni di inserimento sociale di autoctoni ed immigrati negli stessi contesti locali.

Il risultato è che la graduatoria “comparativa” dei territori rovescia spesso quella “assoluta”, calcolata con riferimento al solo universo degli immigrati.

Sul piano sociale ciò significa che nelle regioni, soprattutto del Centro Nord, e nelle aree metropolitane con più forti potenzialità di inserimento sociale e occupazionale gli immigrati vivono un gap rilevante rispetto agli standard di vita medi degli italiani, che non si riscontra nel Mezzogiorno e nelle regioni di dimensione medio-piccola. Questa rilevazione, un dato nuovo di questo Rapporto, va tenuta ben presente per le prospettive dell’integrazione.

La lettura, dunque, corretta del Rapporto non offre alcun fondamento alle strumentalizzazioni politiche, che abbiamo dovuto constatare all’uscita di quelli precedenti, mentre dovrebbe essere utile alle Amministrazioni locali, comunque all’insieme dei decisori politici, per valutare, nella concretezza dei processi reali, se le loro politiche sono all’altezza delle potenzialità evidenziate dei diversi territori.

***

Su queste potenzialità di inserimento occupazionale e sociale rilevate dal VI Rapporto vi è un grande impegno delle Re gioni, delle AA. LL., della società civile organizzata per sviluppare le politiche di integrazione, sulla base dei diritti sociali e civili assicurati dal nostro ordinamento. Questo è un impegno civile e solidaristico che ha caratterizzato, negli anni Novanta e in questo decennio, il confronto con questa nuova presenza, strutturale nelle motivazioni demografiche, economiche, geopolitiche del nostro Paese, tanto dinamica nella crescita e caratterizzata dalla tendenza alla stabilizzazione. L’integrazione, oltre che con le condizioni materiali, il presupposto per l’inserimento sociale (la presenza legale, la casa, il lavoro, la sanità, la scuola….), ha a che fare con le culture, con le identità delle persone, con le loro comunità di appartenenza. Nella dimensione culturale si annidano i rischi dei conflitti più difficili, perché riguardano le identità profonde, rispetto ai quali gli antidoti efficaci sono la conoscenza reciproca, il dialogo, il confronto, il rispetto della diversità, la sua valorizzazione come una opportunità di crescere assieme. L’esperienza italiana si ispira ad un modello di integrazione che né pretende l’assimilazione né si limita alla tolleranza multiculturale, codificando la diversità. Entrambi questi modelli, d’altronde, sono in profonda crisi in Europa, nei paesi di più antica tradizione immigratoria. L’idea di integrazione della nostra esperienza si fonda sulla valorizzazione di un dialogo e di un confronto rispettosi tra culture diverse. Più questi sono autentici, più tendono a un reciproco arricchimento, a una crescita comune, alla prospettiva di una società nuova che sta già crescendo. In essa le diversità convivono e si affermano condizioni nuove di coesione, nel presupposto, ovviamente, della condivisione e del rigoroso rispetto dei valori della nostra Costituzione.

L’obiettivo è tanto più complesso nell’impatto con i cittadini italiani, in una fase in cui si devono misurare con tante insicurezze minacciose. Sono devastanti le conseguenze economiche e sociali della crisi finanziaria della globalizzazione. E’ deludente la precarietà di una Unione Europea allargata ma senza governo e politiche adeguate. Incombono i rischi del permanere di terrorismi, guerre, tensioni dalle forti valenze religiose e culturali. E’ forte, in questa situazione, il richiamo al rifugio delle identità locali anche in contrasto con l’identità nazionale. Lo stesso dibattito politico nazionale sull’immigrazione acuisce queste difficoltà. Alimenta un clima di diffidenza e paura reciproca tra italiani e immigrati ed anche tra gli stessi immigrati. Enfatizza un’emergenza invasione inesistente e mistifica l’equazione tra immigrazione e criminalità. Esso è condizionato da iniziative identitarie sul piano elettorale contro diritti sociali e civili fondamentali riconosciuti agli immigrati dal nostro ordinamento, la cui negazione segna un arretramento di civiltà del nostro Paese.

Tutto questo non ha alcuna incidenza sulla lotta alla clandestinità, che è un problema reale e su cui i cittadini giustamente chiedono risultati tangibili. La persecuzione del clandestino già presente nel nostro Paese, fuggito dalla fame, dalla guerra, dalla persecuzione, serve solo a suscitare gli istinti di una subcultura xenofoba, che mette a rischio una ordinata convivenza civile.

Le politiche utili, invece, sono quelle riferite ad un contesto di iniziativa dell’UE. Devono, in particolare, essere più efficaci le intese bilaterali ed UE con gli Stati di origine e di transito. Occorrono piani di sostegno allo sviluppo soprattutto dei Paesi subsahariani per allentare una pressione sempre più insostenibile dai Paesi rivieraschi del Mediterraneo. Va perseguita una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, che della clandestinità e delle sue tragedie è la vera responsabile. E’, infine, necessario superare le criticità giuridiche e amministrative che nelle nostre politiche immigratorie provocano esse stesse irregolarità e clandestinità, in quanto funzionali ad un  disegno di “immigrazione corta”, che non ha riscontro nella realtà del fenomeno in Italia.

***

D’altra parte andrebbe promossa la consapevolezza che questa nuova presenza di cittadini inevitabilmente acuisce – non le crea – tutte le criticità della nostra organizzazione sociale. Non per nulla, come ha giustamente rilevato Giuseppe De Rita, mentre i processi di integrazione avanzano nella realtà produttiva della piccola impresa del Nord Est, nella famiglia (con oltre un milione di badanti), nelle città con dimensioni e relazioni più a misura delle persone, le esplosioni sociali, che coinvolgono immigrati soprattutto clandestini, si hanno nelle periferie delle aree metropolitane e nei territori della malavita organizzata. Sono realtà che costituiscono comunque, a prescindere dagli immigrati, già un problema di emergenza sociale grave, con conseguenze per la sicurezza e l’ordine pubblico. Ma anche nei processi di integrazione dei cittadini immigrati regolari, inserimento Lavorativo  ed inserimento sociale, al centro dell’esame del VI Rapporto, si evidenziano criticità della organizzazione sociale che condizionano pesantemente gli stessi cittadini italiani.

Rispetto all’inserimento occupazionale, anche una nostra recente ricerca commissionata all’Università Cattolica di Milano Gli immigrati nel mercato del lavoro italiano (ottobre 2008) rileva come la questione che condiziona, a monte, la regolarità e la qualità dell’inserimento lavorativo sia la grande carenza della funzione dei Servizi per l’impiego pubblici e delle politiche di

formazione professionale.

Solo un quarto dei disoccupati immigrati, nella stessa misura degli italiani, si rivolgono, come ultima istanza della ricerca del lavoro, ai Servizi per l’impiego pubblici. Comunque soltanto una bassissima percentuale di occupati (1%), a fronte del 3,5% degli italiani, dichiara di aver trovato in questo modo un impiego. L’investimento nella formazione professionale per i lavoratori immigrati è molto bassa: molto meno degli italiani sono coinvolti nella formazione aziendale (salvo per le qualifiche medio alte), l’alternativa è la pratica dell’ “affiancamento”; più degli italiani frequentano corsi organizzati dalla Regione e corsi formativi (inglese, informatica…) autofinanziati.

Le conseguenze dell’una e dell’altra questione sono:

a) da un lato, la netta prevalenza dei percorsi informali (attraverso la rete, soprattutto etnica, di parenti, amici, conoscenti per il 90,2% dei disoccupati immigrati) per l’incontro della domanda e dell’offerta di lavoro, che determinano condizioni favorevoli a rapporti di impiego irregolari e in nero, con una conseguente percentuale molto alta di incidenti sul lavoro, alla perdita della presenza legale, alla specializzazione lavorativa su base etnica, con una stratificazione del mercato del lavoro dannosa anche per l’inserimento degli italiani, a situazioni di estremo sfruttamento e a rischio di utilizzazione da parte della criminalità organizzata;

b) dall’altro, con il rigido confinamento del lavoro degli immigrati nelle occupazioni più dequalificate e gravose senza prospettive di mobilità professionale, un grande spreco di capitale umano (l’11,3% dei lavoratori immigrati occupati possiede la laurea, il 41,7% il diploma medio superiore, il 47% quello della scuola elementare o media). In realtà, pur con i tanti discorsi sulla opportunità di una selezione professionale dei flussi di lavoratori immigrati, a determinare tassi di occupazione più elevati è la permanenza in Italia più che il titolo di studio, che diventa addirittura discriminatorio per le donne, in particolare nel caso della laurea. L’uno e l’altro ordine di problemi, se restano irrisolti, comportano una potenzialità alta di conflitto sociale anche per l’integrazione delle seconde generazioni, le quali risultano giustamente indisponibili ai percorsi lavorativi e sociali dei loro genitori, che anzi intendono riscattare, come rileva la nostra ricerca commissionata alla Fondazione Silvano Andolfi, Adolescenti stranieri e il mondo del lavoro: studio transculturale dei valori inerenti il lavoro (dicembre 2005).

Sono pertanto particolarmente urgenti, come ripetutamente ha indicato il CNEL:

a)      una forte riqualificazione della rete pubblica e privata dei Servizi e delle politiche attive per l’impiego, per un efficiente governo del mercato del lavoro nell’interesse di tutti i lavoratori e delle imprese;

b)      b) la sua integrazione con l’attuazione di un sistema organico di orientamento, di formazione professionale, di incontro tra domanda e offerta fin nei Paesi di origine, sviluppando quanto già previsto dal nostro ordinamento, per una efficace programmazione dei flussi e per un qualificato inserimento lavorativo degli immigrati.

Anche rispetto alle conseguenze della crisi economica, particolarmente drammatiche per gli immigrati, affrontare le carenze gravi del nostro welfare del lavoro è urgenza condivisa con i lavoratori italiani delle fasce più deboli del mercato del lavoro.

Purtroppo il VI Rapporto non ha potuto, ovviamente per la non disponibilità dei dati complessivi utilizzabili, tenere conto dei rapidi cambiamenti 2008/2009 del quadro economico e sociale italiano, dovuti alla crisi, con cui i lavoratori immigrati e le loro famiglie tanto duramente si devono misurare.

La crisi per tutto il mondo del lavoro significa cassa integrazione, disoccupazione, impoverimento dei redditi. Le prime ad essere colpite sono le fasce più deboli del mercato del lavoro. Le lavoratrici e i lavoratori immigrati sono maggiormente impiegati nel mercato del lavoro delle piccole imprese e

dei rapporti più precari, l’area priva di ammortizzatori sociali, e, insieme a lavoratori italiani giovani e alle donne, per primi corrono il rischio della perdita del lavoro.

Per gli immigrati privi della carta di soggiorno (ottenibile dopo 5 anni di residenza regolare) la condizione si aggrava per la prospettiva del rimpatrio o della perdita della presenza legale, alla scadenza del permesso di soggiorno, dopo un massimo di sei mesi di disoccupazione, come previsto

dalla legge.

Con l’impoverimento complessivo di redditi, salari e pensioni, si contrae il ricorso delle famiglie alle collaborazioni familiari delle donne immigrate. Nella crisi entra in difficoltà anche l’imprenditoria immigrata, soprattutto dei piccoli commercianti, per la concorrenza italiana nella vendita di prodotti non presi prima in considerazione. Anche nella situazione italiana, per la prima volta, emerge, senza per ora la drammatizzazione già verificatasi in altri Paesi europei, la questione della concorrenza occupazionale e salariale, fino ad ora evitata dalla stratificazione territoriale del mercato del lavoro tra nord e sud, dalla rigidità della tutela contrattuale e dalle politiche particolarmente aperte e attente delle grandi confederazioni sindacali.

Per i lavoratori immigrati, dunque, come per quelli italiani sono decisive le misure anticrisi, di estensione e di potenziamento degli ammortizzatori sociali, relativi sia all’integrazione al reddito che alle politiche attive per la formazione e per l’inserimento lavorativo. Per gli immigrati inoltre dovrebbe essere rimossa la precarietà indotta dalla norma che limita così drasticamente (sei mesi rispetto ai precedenti 12) la presenza legale nel caso di disoccupazione, oltretutto subita in una situazione tanto grave per tutti. Rispetto all’inserimento sociale e alla qualità dell’integrazione, la più grande risorsa è la scuola.

E’ vertiginosa la crescita della presenza dei giovani delle famiglie immigrate nei diversi livelli di istruzione (oltre 600mila di cui tre quarti nati in Italia) ed è forte il rischio di un rilevante drop out.

Essa, come rileva la nostra ricerca commissionata al CENSIS, Vissuti ed esiti della scolarizzazione dei minori di origine immigrata in Italia (gennaio 2008) se, da un lato, pone specifiche esigenze a cui occorre rispondere strutturalmente, non con improvvisazione e solo con la buona volontà dei docenti, come l’apprendimento dell’italiano in quanto lingua seconda (precondizione del diritto allo studio), l’impiego di mediatori culturali e l’attenzione alla lingua e alla cultura di origine, dall’altro dovrebbe indurre a collocare queste risposte, evitando di relegarle in una logica compensativa, in un rinnovamento complessivo dei contenuti educativi e didattici in termini interculturali che riguardi ed integri la formazione di tutti gli allievi. Per i nostri giovani è la grande opportunità per aprirsi alle culture e ai valori della globalizzazione, senza soggiacere alla sua esclusiva dimensione finanziaria ed economica. Occorre, inoltre, una politica scolastica, con la programmazione di risorse adeguate, che ridia vigore alle pratiche educative della migliore esperienza della scuola italiana, della scuola come “comunità educante”, in grado di mobilitare corresponsabilità e risorse, familiari ed istituzionali, nel cuore stesso dei processi educativi.

Il coinvolgimento delle famiglie e l’integrazione della scuola con i servizi del territorio sono decisivi rispetto al fenomeno complessivo del drop out che interessa le fasce sociali più deboli. Essi, ancora una volta, non servono solo a migliorare il successo scolastico e l’integrazione dei giovani di origine straniera, ma anche ad affrontare, in modo efficace, i sempre più gravi disagi giovanili che investono la scuola.

***

Insomma, le politiche di integrazione devono far crescere la consapevolezza che esse sono una opportunità per un cambiamento buono per tutti, pur tra tante difficoltà e contraddizioni. Esse, per essere efficaci, devono essere organiche, cioè debbono includere i problemi dei cittadini immigrati nelle politiche generali, dove le questioni dal lavoro, alla casa, alla scuola… sono comuni a italiani e immigrati Anche le iniziative mirate per facilitare ai cittadini stranieri l’accesso agli uffici e ai servizi sociali promuovono o rafforzano una cultura di efficacia sociale della pubblica amministrazione e di umanizzazione e personalizzazione dei servizi sociali pubblici e privati, che è una richiesta forte dell’intera società per tutti i cittadini.

Per queste politiche – l’integrazione avviene nei territori dove si vive – decisivo è l’impegno delle Regioni e delle Autonomie locali, come molte di queste istituzioni hanno dimostrato in questi anni, ma occorrono anche coerenti politiche nazionali, generali e settoriali, mancanti da troppo tempo, in grado di determinare un indirizzo complessivo favorevole ad un disegno di inclusione ed integrazione per una società coesa e ordinata, pur scontando le inevitabili tensioni e contraddizioni.

Per ridare vigore ai processi di integrazione si devono mettere in campo politiche nazionali che rafforzino la cittadinanza sociale, dal lavoro alla scuola, e  promuovano finalmente la cittadinanza politica, dal riconoscimento del voto amministrativo ad una nuova regolazione del diritto di cittadinanza, che, in un quadro di rigore, semplifichi le procedure, dia certezza su requisiti e tempi, riconosca lo ius soli. Si pensi alla condizione assurda dei giovani immigrati nati in Italia che fino a 18 anni restano sospesi in un limbo rispetto alla cittadinanza legale.
Percentuali degli immigrati in Italia suddivise per Continente di provenienza.

6 marzo 2009

Immigrant earnings in the italian labour market (Le retribuzioni degli immigrati nel mercato del lavoro italiano)

 

I flussi migratori provenienti da paesi meno sviluppati, dalle economie emergenti e in transizione contribuiscono in maniera rilevante alla dinamica demografica italiana ed europea. La partecipazione al mercato del lavoro rappresenta la prima fase dell’integrazione di queste persone nella vita economica e sociale del nostro Paese.

Il lavoro analizza le determinanti dei salari percepiti in Italia da lavoratori stranieri provenienti da paesi a forte pressione migratoria, ponendo particolare attenzione al grado di trasferibilità del capitale umano accumulato nel paese di origine Quest’ultimo è approssimato sia dal livello di istruzione sia dalle esperienze di lavoro maturate nel paese di origine.

Le analisi, relative al periodo 2001-2005, si basano sulla banca dati sviluppata dall’ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) a partire da rilevazioni annuali, avviate nel 2001, effettuate su un campione di circa 8.000 immigrati residenti in Lombardia e provenienti da nazioni in via di sviluppo. Contrariamente ad altre basi informative sugli immigrati, quella dell’ISMU raccoglie anche informazioni relative allo status legale dell’immigrato.

Il rendimento dell’istruzione per gli immigrati occupati in Lombardia è stimabile in poco meno di un punto percentuale per ogni anno di scolarità, un valore inferiore a quello generalmente stimato per i lavoratori italiani, tra il 5 e il 6 per cento. Questo risultato, in linea con altre evidenze internazionali, suggerisce la non completa trasferibilità del capitale umano acquisito nel paese di origine, presumibilmente dovuta sia alla diversa qualità del sistema scolastico d’origine sia all’imperfetta conoscenza della lingua italiana.

Con riferimento alle specifiche aree di provenienza, gli immigrati dai paesi dell’Europa dell’Est registrano un ritorno sull’istruzione superiore a quello degli immigrati asiatici, africani e dell’America Latina.

Inoltre, tra gli occupati extracomunitari, coloro che sono entrati in Italia da altre regioni ma hanno successivamente deciso di spostarsi in Lombardia (circa il 39 per cento degli immigrati nel campione) ricevono un premio sull’istruzione maggiore di coloro che sono entrati in Italia direttamente nella regione Lombardia.

Questo dipende probabilmente dal fatto che gli immigrati con maggiore potenziale di reddito hanno anche una più elevata mobilità sul territorio nazionale e si autoselezionano nelle regioni più ricche e con maggiori opportunità di lavoro.

Il ritorno sull’esperienza lavorativa degli immigrati è stimabile in circa 4 punti percentuali per ogni anno aggiuntivo di occupazione.

Contrariamente al rendimento dell’istruzione, quello sull’esperienza sarebbe solo leggermente più alto di quello registrato dai lavoratori italiani, stimabile tra il 2 e il 3 per cento. Questo suggerisce che, una volta superati gli ostacoli iniziali all’integrazione nel mercato del lavoro, la progressione salariale degli immigrati non si discosta da quella media del paese.

Per contro, le esperienze lavorative maturate nel paese di origine si riflettono meno sul salario percepito in Italia, attorno allo 0,8 per cento per ogni anno di occupazione, presumibilmente per via delle differenze tra i requisiti richiesti e le competenze acquisibili nei due mercati del lavoro.

Infine, lo status legale dell’immigrato ne influenza il salario. Gli immigrati irregolari hanno una retribuzione inferiore di circa il 20 per cento rispetto a quelli regolarmente presenti in Italia; il riconoscimento della cittadinanza italiana, a parità di condizioni, si associa a un salario dell’8 per cento circa più elevato di quello di un immigrato con il solo permesso di soggiorno.
 
Antonio Accetturo e Luigi Infante

6 marzo 2009

Diritti umani e laicità dello stato, due passi indietro

India: la vergognosa legge 337.

È definitivamente tramontata il tentativo dell’India di allinearsi ai Paesi Occidentali depenalizzando l’omosessualità. Nel 2001, l’Alta Corte di Nuova Delhi era stata chiamata a decidere sulla costituzionalità dell’articolo 337 del codice penale indiano, che punisce “l’offesa” derivante dalla pratica di “sesso contro natura” con la reclusione fino a dieci anni.

Un vasto movimento di opinione aveva sostenuto l’istanza, presentata da un’associazione per i diritti degli omosessuali e sostenuta da intellettuali e politici. Poi, nel luglio del 2008, il Gay Pride di Nuova Delhi pareva davvero avere segnato la svolta. Molti movimenti per i diritti dei gay avevano inneggiato alla “nuova linea” del governo. E Persino Bollywood, tradizionalmente cauta nell’affrontare temi tabù per la cultura indiana, aveva deciso di produrre il suo primo blockbuster a tema omosex, Aostana (letteralmente amicizia), un kolossal divertente come una commedia americana anni Cinquanta, realizzato con un cast stellare: John Abraham e Abhishek Bachchan, insieme alla superstar Priyanka Chopra. Insomma, una produzione con le carte in regola per fare il pieno di incassi.

E, in effetti, il film, uscito a fine 2008, in India è andato a gonfie vele. Peccato però che, mentre era nelle sale, a fine anno, l’Alta Corte non solo abbia rigettato l’istanza di cancellazione dell’articolo 337 (che risale al 1860), ma abbia ribadito che la “società indiana disapprova l’omosessualità e ritiene giusto che sia punita come un crimine”.

Risultato, Bollywood difficilmente ora proverà a produrre un altro Dostana. Per di più, la commedia è stata temporaneamente messa al bando in Pakistan, e, come in un domino, la sua distribuzione all’estero ne ha risentito.

di Alessandro Viola

 

 

Russia: l’offensiva di Kirill per mettere il clero nella scuola pubblica.

Lo aveva annunciato nel suo discorso d’insediamento, lo scorso 1° febbraio: portare la religione nelle scuole sarebbe stato uno degli obiettivi prioritari del suo apostolato. Kirill, il nuovo patriarca della chiesa ortodossa russa, considerato campione dell’ala più moderna della chiesa ortodossa, è infatti ben determinato a combattere ogni espressione di quella che definisce “la pressione del peccaminoso aggressivo secolarismo”.

Eletto da appena un mese, il Patriarca ha già ottenuto una prima vittoria. Ha convinto il ministro dell’Educazione Andrei Fursenko a equiparare le lauree conferite dai tre seminari più importanti del Paese – Mosca, Smolensk e Kkabarovsk – a quelle pubbliche. Ciò significa che nelle scuole russe, dove la religione non è mai stata materia di studio, presto ci saranno dei religiosi fra gli insegnanti. Ma questa non è certo l’unica battaglia contro il secolarismo del Patriarca Kirill, che ha preso di mira anche una delle più importanti istituzioni russe: il Mausoleo di Lenin. Il Padre del pensiero bolscevico, dice il Patriarca, è oggetto di un culto pagano che lui stesso avrebbe disapprovato.

E preme per farlo seppellire al fianco della madre nel cimitero Volkovo, a San Pietroburgo.

di an.lo
 

4 marzo 2009

La vita dal carcere di massima sicurezza dei detenuti di Guantanamo raccontata da chi c’è stato

Sono le anime perdute della guerra contro il terrorismo. Quattro anni dopo essere stati catturati sui campi di battaglia dell’Afghanistan, le varie centinaia di combattenti talebani e di al Qaida detenuti a Guantanamo si trovano intrappolati in una “legal no-mans’s land”, in una terra di nessuno dal punto di vista legale. Nel corso di una rarissima visita che io stesso ho potuto effettuare questa settimana a Camp Delta (la rete di edifici supersorvegliati nei quali i prigionieri sono alloggiati), ho visto detenuti di età e retroterra culturali molti diversi che stanno ancora cercando di adattarsi in qualche modo al loro incoerente mondo su un’isola caraibica.
Ho incontrato un anziano capotribù pashtun, con una lunga barba bianca e immacolata e fieri occhi scuri, orgogliosamente eretto sull’attenti davanti alla sua cella. C’era un gruppo di giovani pachistani sui vent’anni che giocavano a pallone. Seduti in un angolo tranquillo, sotto un tetto di lamiera che li proteggeva dal feroce sole di mezzogiorno, ho visto un gruppo di afghani di mezz’età che pranzavano insieme e discutevano in modo molto cordiale.
Questi, secondo le autorità americane, sono alcuni dei più pericolosi uomini sulla terra (a Guantanamo non ci sono detenuti donna). Dei circa 70 mila combattenti catturati durante la guerra in Afghanistan, i 750 detenuti di Guantanamo (la base navale di 45 miglia quadrate che il governo americano ha affittato da Cuba) sono stati identificati, sulla base dei rapporti dei servizi segreti e di sicurezza, come figure di primo piano nelle reti terroristiche di al Qaida e dei talebani, che potrebbero fornire importanti informazioni sulla campagna terroristica contro l’occidente.
I detenuti provengono da 44 paesi diversi, si parlano in tutto 17 lingue differenti. Sono stati tutti catturati nel corso dell’operazione Enduring Freedom, la campagna militare guidata dall’America contro al Qaida e contro i talebani in Afghanistan. La maggior parte è di nazionalità afghana, pachistana, saudita e yemenita, ma c’è anche un australiano convertitosi all’islam radicale per entrare in guerra contro l’occidente. Degli originari 750 detenuti, 250 sono stati rilasciati. Alcuni perché le autorità americane non li ritenavano più una minaccia o in possesso di utili informazioni. Altri (come i detenuti britannici) sono ritornati nei loro paesi d’origine grazie all’intervento dei loro governi. Ma quelli che ancora rimangono si trovano davanti a un futuro incerto, in quanto le autorità americane continuano a insistere che sono troppo pericolosi per essere rilasciati o che posseggono ancora informazioni considerate di cruciale importanza per il proseguimento della guerra contro il terrorismo. Insomma, dopo quattro anni di prigionia, alcuni detenuti posseggono ancora informazioni decisive sulla rete terroristica internazionale guidata da Osama bin Laden.
“Un detenuto ci ha fornito informazioni fondamentali relative agli attentati di Londra”, ha dichiarato al Daily Telegraph un importante ufficiale americano di Guantanamo. “Persino quattro anni dopo la loro cattura possono ancora dare decisive informazioni sulla rete di al Qaida”. I militari americani temono anche che, se rilasciati, potrebbero riprendere a combattere contro le forze della coalizione. Almeno dodici dei detenuti finora rilasciati in ragione del fatto che non rappresentavano più una minaccia sono stati coinvolti in attacchi contro la coalizione, compreso un afghano al quale era stato fornito un arto artificiale durante la sua detenzione a Guantanamo.

Le foto le ha fornite Castro
Nel corso di quattro anni, la struttura detentiva di Guantanamo si è completamente trasformata rispetto alle prime inquietanti immagini dei prigionieri legati, con gli occhi coperti e vestiti con tute arancioni che venivano condotti dai soldati americani per essere interrogati. Quelle immagini erano state fornite grazie alla cortesia del leader cubano Fidel Castro, che aveva permesso a un fotografo americano di avere accesso all’estremità del confine cubano con Guantanamo allo scopo di mettere in imbarazzo i suoi nemici americani. I prigionieri non sono più detenuti in provvisorie celle di metallo all’aria aperta a Camp X-Ray, dove erano stati alloggiati i primi all’inizio del 2002. Lo stesso Camp X-Ray è stato abbandonato ed è già stato ricoperto dalla sterpaglia. Il dipartimento della Difesa americano ha speso centinaia di migliaia di dollari per trasformare quella che un tempo era una sonnecchiante e insignificante base navale in una modernissima prigione di massima sicurezza, capace di ospitare centinaia di detenuti per tutto il tempo desiderato. In molti casi, dicono i funzionari del governo americano, questo potrebbe equivalere a tutta la “durata del conflitto”, il che, tenendo conto dell’incerta natura della guerra al terrorismo, potrebbe significare decenni.
Infatti, malgrado tutte le critiche piovute su Washington per il trattamento riservato ai detenuti (o “nemici combattenti”, come il governo americano preferisce chiamarli), Guantanamo è stata istituzionalizzata, tanto che si stanno investendo molti milioni di dollari per costruire altre strutture di massima sicurezza. “In sostanza, non c’è nessun altro posto dove possiamo tenere prigioniere queste persone – dice un importante funzionario americano – E finché porranno una minaccia alla nostra sicurezza o potranno fornire informazioni importanti per prevenire altri massacri, dobbiamo avere a Guantanamo efficienti strutture di massima sicurezza per garantire una detenzione rispettosa dei diritti umani”.
Dopo essere stati sottoposti ad accurati controlli e interrogatori, i detenuti sono ora suddivisi in tre categorie, a seconda della loro disponibilità ad accettare le peculiari circostanze della loro prigionia. La maggior parte appartiene alla categoria definita dai funzionari americani con il termine di “obbedienti”: accettano le regole del centro di detenzione ed è accordato loro un trattamento simile a quello delle prigioni normali. Gli “obbedienti” sono ospitati in celle con l’aria condizionata in edifici a un solo piano appositamente costruiti nella rete in espansione dei cinque campi di prigionia costituenti Camp Delta, che ha sostituito Camp X-Ray. Ogni edificio contiene 48 celle ed è circondato da un doppio anello di filo spinato, con torrette di sorveglianza sempre operative. Ogni cella ha un gabinetto alla turca e un lavandino. I detenuti portano vestiti marrone chiaro e sono loro forniti alcuni articoli per l’igiene personale, alcuni giochi (come il backgammon e gli scacchi, che giocano urlandosi le mosse da una cella all’altra) e una copia del Corano. In ogni cella è disegnata una freccia che indica la direzione della Mecca, per eseguire le preghiere quotidiane rivolti verso la città santa del Profeta. Sono concesse due ore di esercizio fisico al giorno e la possibilità di scegliere i tre pasti da un menu che include gelato, biscotti e burro di arachidi. C’è un ospedale perfettamente equipaggiato per affrontare qualsiasi emergenza medica, e molti detenuti sono stati curati non soltanto per le ferite riportate durante la guerra in Afghanistan, ma anche per numerose altre malattie. Agli “obbedienti” che sono pronti a collaborare con i servizi segreti americani sono concessi ulteriori privilegi. Questa seconda categoria di detenuti indossa tute bianche, ha il permesso di vivere in strutture comuni, di pranzare insieme agli altri detenuti e di giocare a calcio e pallacanestro.

I “cocktail numero quattro”
La terza categoria, invece, quella dei detenuti “non-obbedienti” che rifiutano di accettare il confinamento, pone gravi problemi ai militari americani. Molti di questi detenuti sono irriducibili combattenti di al Qaida, convinti che la loro divina missione sia uccidere i propri “infedeli” catturatori. Attaccano spesso le guardie e, quando non possono farlo, tirano loro addosso pallottole fatte di escrementi – che le guardie chiamano “cocktail numero quattro”. E’ proprio in caso di incidenti come questi che le guardie hanno reagito in modi discutibili, per esempio oltraggiando il Corano (il famoso caso di un Corano gettato dentro un gabinetto è a quanto pare avvenuto in un caso di questo tipo). Ma, per timore di un ripetersi degli abusi sui prigionieri verificatisi ad Abu Ghraib, le guardie hanno l’ordine di non rispondere alle provocazioni. “Abbiamo svolto indagini su 15 guardie accusate di abusi – dice un funzionario di Guantanamo – Soltanto in cinque casi vi erano prove concrete, e si sono presi adeguati provvedimenti contro i colpevoli”.
I prigionieri “non-obbedienti” sono detenuti in ali separate del campo ed è garantito per loro soltanto lo stretto necessario, comprese le famigerate tute arancioni. Sono concessi loro soltanto tre periodi di mezz’ora di esercizio fisico alla settimana. Non stupisce che sia proprio in quest’ala che si verifica la maggior parte degli scioperi della fame. Lo scorso anno, nel momento di massima intensità degli scioperi, c’erano oltre cento detenuti che rifiutavano di mangiare. Oggi ne rimangono cinque, e soltanto uno di essi ha continuato a fare sciopero della fame fin da quando la protesta è iniziata, lo scorso agosto.
(segue dalla prima pagina) Il governo americano è stato fortemente criticato dall’Onu e dalle organizzazioni per i diritti umani per essersi arrogato il diritto di nutrire a forza i prigionieri in sciopero della fame. Ma gli ufficiali medici di Guantanamo rifiutano le critiche: “Abbiamo il dovere di trattare queste persone in modo umano e di salvar loro la vita, ed è esattamente ciò che facciamo”. Oltre ai problemi connessi con gli scioperi della fame, nel corso di questi quattro anni il personale medico di Guantanamo ha dovuto affrontare circa trenta tentativi di suicidio.
Per soddisfare le esigenze di supersicurezza imposte dalla necessità di detenere sia i prigionieri “non-obbiedienti” sia quelli in possesso di importanti informazioni, gli americani hanno completato la costruzione di Camp Five, una prigione di massima sicurezza progettata sul modello di un penitenziario federale in Indiana. Vi sono quattro edifici di celle, ognuno con una sala per interrogatori. La prova che, per il prossimo futuro, Washington è determinata a mantenere Guantanamo come propria principale struttura di detenzione nella guerra contro il terrorismo la si può vedere nel fatto che ha appena investito 31 milioni di dollari per la costruzione di una nuova struttura. Malgrado tutte le critiche, Washington non ha alcuna intenzione di rinunciare al diritto di tenere prigionieri nella sua base cubana.
La polemica nasce sul terreno della definizione legale dei detenuti. Per gli americani, i detenuti di Guantanamo sono “nemici combattenti”, guerriglieri fanatici che non appartengono a nessun paese, non indossano alcuna uniforme e non fanno alcuna distinzione tra uccidere soldati o civili nella loro devozione alla guerra contro l’occidente scatenata dal leader di al Qaida, Osama bin Laden. Come tali – sostengono gli americani – non sono coperti dalla Convenzione di Ginevra e non si qualificano come prigionieri di guerra, per quanto il trattamento include buona parte di quanto richiesto dal diritto internazionale. Ma la creazione di una nuova categoria di detenuti catturati sul campo di battaglia è stata aspramente criticata dalle associazioni per i diritti umani e dall’Onu, secondo cui i detenuti, se non sono classificati come prigionieri di guerra, devono essere o accusati di qualcosa oppure rilasciati. Per controbattere queste critiche, le autorità statunitensi, il 27 febbraio, apriranno alcune “commissioni militari” (o corti militari) per processare i detenuti accusati di crimini di guerra. Finora soltanto dieci hanno ricevuto quest’accusa, ed è probabile che solo una piccola percentuale di loro sarà portata davanti alla commissione. “Il problema è trovare le prove per processarli – ha spiegato un ufficiale – Queste persone sono state catturate sul campo di battaglia, e questo non è certo un luogo dove si possono mandare i poliziotti a raccogliere le prove”.
Le autorità americane continuano a valutare i detenuti per stabilire se possano essere rilasciati o no. Ma si trovano di fronte a un problema, perché non possono rilasciare detenuti appartenenti a paesi dove potrebbero essere torturati. In questo momento ci sono circa cento detenuti (compresi alcuni cinesi) che gli americani vorrebbero rilasciare e rimandare nei loro paesi, ma non possono a causa del trattamento che potrebbero subire da parte dei loro governi. Almeno per il prossimo futuro, dovranno restare, insieme con tutti gli altri, a languire nella terra di nessuno di Guantanamo Bay. “Certo, non è la cosa ideale, ma, date le circostanze, riteniamo che sia la soluzione migliore – dichiara un importante funzionario del Pentagono – Se qualcuno ha un’idea migliore, si faccia avanti, siamo pronti ad ascoltarlo”.

Con Coughlin  © Daily Telegraph
(traduzione Aldo Piccato peacelink.it )

                                   Foto: timesonline

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: