Archive for aprile, 2007

26 aprile 2007

L’ultima beffa per i profughi

Mettere i profughi nelle mani di «operatori umanitari» (e dimenticare le scorte armate che stanno sullo sfondo) sembra proprio il modo ideale per conciliare l’inconciliabile: soddisfare la travolgente richiesta di smaltire fastidiosi rifiuti umani pur appagando un’acuta aspirazione alla rettitudine morale. 

Il testo : questo brano è tratto dal saggio inedito di Zygmunt Bauman «Il pianeta dei rifiuti», in uscita sul numero della rivista «Alternative» (edita da Ponte alle Grazie)

Così l’Occidente «altruista» sancisce l’esclusione definitiva dei rifugiati.
A proposito della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, uno dei testi fondativi della società moderna, Giorgio Agamben ha osservato (con il vantaggio di un senno di poi lungo due secoli) che in essa «non è chiaro se i due termini (uomo e cittadino ) nominino due realtà distinte» oppure se il primo termine debba ritenersi «già sempre contenuto nel secondo»; in altre parole, se il titolare dei diritti sia l’uomo che è (o nella misura in cui è) anche un cittadino. Questa mancanza di chiarezza, con tutte le sue sinistre conseguenze, era già stata notata da Hannah Arendt nel periodo immediatamente seguente alla Seconda guerra mondiale, in un mondo che si riempiva improvvisamente di «sfollati». La Arendt rievocava la vecchia e davvero profetica premonizione di Edmund Burke, secondo cui l’astratta nudità del «non essere altro che umana» costituiva il più grave pericolo per l’umanità. I «diritti umani», rilevava Burke, erano un’astrazione, e gli esseri umani non potevano sperare di riceverne una gran protezione, a meno che l’astrazione non fosse riempita con la polpa dei diritti di un inglese o di un francese. «Il mondo non ha visto nulla di sacro nell’astratta nudità della condizione di umano»: così la Arendt ha riassunto la storia degli anni che sono seguiti alle osservazioni di Burke. «I Diritti dell’Uomo, presunti inalienabili, si sono dimostrati inapplicabili (…) ogni qual volta comparivano persone che non erano più cittadine di nessuno Stato sovrano». 

Nei fatti, uomini e donne dotati di «diritti umani» ma privi di qualsiasi altro requisito (cioè spogliati di altri diritti, necessari a garantire e difendere quelli «umani», ma derivanti da istituzioni) risultavano introvabili e, a tutti gli effetti, inimmaginabili. Una potenza sociale, fin troppo sociale, era evidentemente necessaria per avallare l’umanità degli umani. E in tutta l’epoca moderna, questa potenza è consistita nella capacità di tracciare un confine tra umano e inumano che, nei tempi moderni, si camuffa da confine tra cittadini e stranieri

In un mondo suddiviso in possedimenti territoriali di Stati sovrani, chi è senza patria è senza diritti. Questi non patisce perché non è uguale davanti alla legge, ma perché non esiste legge che gli si applichi , la cui protezione egli (o ella) possa invocare, o alla quale possa fare riferimento nel protestare contro un trattamento iniquo che abbia subito. 

La maggior parte delle azioni belliche che si compiono oggi, e le più spietate e sanguinose tra esse, sono condotte da entità non statuali, che non sono soggette a leggi statali né a convenzioni internazionali. Sono al contempo esiti e (incisive) concause della continua erosione della sovranità statale. Gli antagonismi fra tribù irrompono sulla scena grazie all’indebolimento delle forze statali (o nel caso dei «nuovi Stati», che non hanno mai avuto il tempo di consolidarsi); una volta scatenati, essi rendono inapplicabili e in pratica nulle e inefficaci le leggi emanate dagli Stati, sia quelli affermati, sia quelli ai loro primi passi. La popolazione nel suo complesso si trova in una dimensione priva di leggi; la parte di popolazione che decide di abbandonare il campo di battaglia e riesce a scappare cade in un altro tipo di «alegalità», quella delle terre di confine globali. Per di più, una volta fuoriuscite dai confini del loro paese natale, le persone si trovano prive dell’appoggio di un’autorità statale riconosciuta, che potrebbe prenderle sotto la propria protezione, rivendicare i loro diritti e intercedere in loro nome presso potenze straniere. I profughi sono apolidi, ma in un senso nuovo: la loro apolidia è elevata a un livello completamente inedito dalla inesistenza dello Stato al quale potrebbero fare capo. Essi sono, come scrive Michel Agier nella sua più penetrante ricerca sui rifugiati nell’epoca della globalizzazione, hors du nomos : al di fuori del diritto; non del diritto di questo o quell’altro Paese, ma del diritto in quanto tale. Sono reietti e fuorilegge di tipo nuovo, i prodotti della globalizzazione e la personificazione più compiuta del suo spirito da terra di frontiera. Per citare ancora Agier, essi sono stati gettati in una condizione di «migrazione liminare», di cui non sanno né possono sapere se sia transitoria o permanente; anche se per un certo periodo si stabiliscono, il loro movimento non è mai concluso, poiché la meta (arrivo o ritorno) resta sempre vaga, e una destinazione che potrebbero definire finale resta sempre inaccessibile. Non riescono mai a sbarazzarsi della tormentosa sensazione che ogni stanziamento sia caduco, indefinito e provvisorio. 

La brutta situazione dei profughi palestinesi, molti dei quali non hanno mai vissuto fuori dei campi frettolosamente raffazzonati più di cinquant’anni fa, è stata documentata con dovizia di dettagli. Mano a mano che la globalizzazione impone il proprio tributo, tuttavia, intorno ai punti più caldi della conflagrazione sorgono come funghi nuovi campi (meno famosi e perlopiù trascurati o dimenticati). Per esempio, non vi sono indizi di chiusura imminente per i tre campi di Dabaab – la cui popolazione totale è pari a quella del resto della provincia keniota di Garissa, dove sono stati ubicati nel 1991-1992 – ma, a tutt’oggi, essi non figurano sulle mappe del Kenya. Lo stesso vale per i campi di Ilfo (aperto nel settembre 1991), Dagahaley (marzo 1992) o Hagadera (giugno 1992). 
Mentre si dirigono nei campi, i futuri «ricoverati» vengono spogliati di ogni singolo pezzo delle loro identità, tranne uno: quello di profughi senza Stato, senza un posto e senza mansioni. All’interno del recinto del campo, una massa anonima, priva dell’accesso alle elementari strutture da cui le identità sono prodotte e ai fili che costituiscono il tessuto di qualsivoglia identità. Diventare un «profugo», scrive Agier, significa perdere «i media su cui poggia l’esistenza sociale, ossia un insieme consueto di cose e persone che trasmettono significati: terra, casa, villaggio, città, genitori, proprietà, occupazioni e altri punti di riferimento quotidiani. Queste persone in fuga e in attesa non hanno nient’altro che la propria "nuda vita", il cui prolungamento dipende dall’assistenza umanitaria». 

Riguardo all’ultimo punto, le inquietudini abbondano. La figura di chi presta aiuto umanitario, retribuito o volontario, non è essa stessa un importante anello della catena dell’esclusione? Sono stati sollevati dubbi circa il ruolo degli enti di assistenza: non sarà che, facendo del proprio meglio per togliere le persone dal pericolo, essi – senza accorgersene – finiscono con l’assistere proprio gli autori della «pulizia etnica»? Agier considera l’ipotesi che l’operatore umanitario possa essere un «agente di esclusione a minor costo» e (ancor più importante) un espediente messo a punto per alleviare e dissipare l’ansia del resto del mondo: assolvere i colpevoli e mitigare gli scrupoli, oltre che sedare l’impressione di urgenza e il timore di imprevisti. Mettere i profughi nelle mani di «operatori umanitari» (e dimenticare le scorte armate che stanno sullo sfondo) sembra proprio il modo ideale per conciliare l’inconciliabile: soddisfare la travolgente richiesta di smaltire fastidiosi rifiuti umani pur appagando un’acuta aspirazione alla rettitudine morale. (…) 

I profughi sono rifiuti umani, senza alcuna funzione utile da svolgere nella terra dove giungono e (temporaneamente) soggiornano, e senza l’intenzione né la realistica possibilità di essere mai assimilati o integrati nel nuovo corpo sociale; dal luogo che occupano, la discarica, non vi è ritorno né sbocco ulteriore. Il principale criterio con cui è decisa l’ubicazione dei campi temporanei-permanenti è quello della distanza, che dev’essere abbastanza grande da impedire che le esalazioni venefiche della decomposizione sociale raggiungano luoghi abitati dalla popolazione indigena. Fuori dai campi, i profughi sono un ostacolo e un disturbo; dentro, essi cadono nell’oblio. Nel tenerceli, sbarrandogli ogni possibile uscita, nel rendere definitivo e irreversibile il loro isolamento, «la compassione di alcuni e l’odio degli altri» concorrono a determinare il medesimo effetto: presa di distanza e mantenimento a distanza. 

Non rimane null’altro che i muri, il filo spinato, i cancelli sorvegliati e le guardie armate. (…) Le prospettive di essere rimessi in circolazione come membri legittimi e riconosciuti della società umana sono, per i profughi, incerte e infinitamente remote (nel migliore dei casi). Sono stati presi tutti i provvedimenti per garantire che la loro esclusione sia permanente. Uomini e donne senza qualità sono stati depositati in territori senza nome, dove tutte le strade che riportano a luoghi investiti di un significato sono state bloccate per sempre.

Per saperne di più: http://www.kore.it/CAFFE/caffe.htm

24 aprile 2007

Darfur

La parola “pace” è bandita dal Darfur. Con il tragico scenario del Sudan e del Ciad che riprendono le ostilità. Da Khartum (che alle spalle ha sempre una guerra civile tra Sud e Nord del paese, scoppiata per il controllo dei giacimenti di petrolio e complicate questioni etniche e religiose) giungono notizie sempre più allarmanti (in Darfur si combatte) che riferiscono di un’aggressione armata, in cui almeno 17 soldati sudanesi sarebbero rimasti uccisi dopo un’incursione delle truppe del Ciad. E da N’Djamena – la capitale situata sulle rive del fiume Chari – si ammette l’incursione sostenendo, però, che alcuni reparti dell’esercito erano sì entrati nella regione sudanese del Darfur, ma solo per inseguire un gruppo di ribelli. E sempre in riferimento a questi scontri il Ciad accusa le forze sudanesi di essere intervenute a protezione delle retroguardie dei ribelli del Cnt (“Concordia nazionale del Ciad”). Khartum sostiene invece di avere respinto un attacco nella zona di Khour Baranga, nel Darfur occidentale. E ancora una volta negli scontri – a quanto risulta alle agenzie di stampa – ci sarebbero state ingenti perdite tra i civili.

E’ chiaro, quindi, che anche questi nuovi “incidenti” aggravano ulteriormente i già pessimi rapporti tra i due Paesi. Non solo: rimettono in discussione gli accordi per la pacificazione della frontiera comune raggiunti con la mediazione di Libia e Eritrea; e aggiungono poi un ulteriore elemento destabilizzante alla grave crisi del Darfur.

Sulla “questione” interviene ora l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) che presenta i risultati di un’inchiesta sull’incursione condotta dai miliziani arabi Gangawid, una milizia filo-governativa sudanese composta di predoni presentati, in modo leggendario, come "uomini a cavallo armati di carabina". E secondo molte fonti sudanesi sono loro i responsabili delle nefandezze che tormentano la martoriata regione occidentale del Sudan. Intanto dopo gli scontri più recenti, un portavoce militare dichiara che l’esercito di Khartum è pronto a rispondere a quella che definisce un’aggressione armata.

La situazione si fa sempre più complessa e annuncia una nuova fase tumultuosa. Perché la tragedia del Darfur – vero e proprio genocidio – continua. E il conflitto iniziato nel febbraio del 2003 vede contrapposti i Gangawid e la popolazione. Con il governo sudanese che pur negando pubblicamente di supportare le milizie locali fornisce loro armi e assistenza. E sul campo il numero delle vittime è impressionante. Per l’Organizzazione mondiale della Sanità si sarebbe ora a 70.000 morti, ma le Ong parlano di 400mila. E almeno 2.500.000 sono le persone che hanno cercato rifugio nei campi profughi.

Darfur, quindi, come tragedia globale che stravolge e cancella le radici di un popolo. Perché qui il governo non vuole usare l’esercito regolare sudanese (i cui coscritti per il 50% vengono proprio da questa regione) e reagisce armando milizie filogovernative che hanno carta bianca: possono cacciare le etnie ribelli dalle loro case e dai loro villaggi. Il conflitto si sviluppa in maniera brutale con interi villaggi incendiati. Si commettono atti di inaudita violenza, assassinii e stupri. Le milizie distruggono anche il sistema idrico di irrigazione da cui dipende la vita dei contadini, mentre i villaggi “arabizzati” restano intatti.

Il risultato è che oltre un milione di persone si è dato alla fuga. E’ vera guerra civile che è in corso ormai da 20 anni. Vede opporsi il governo settentrionale di Karthum ed i ribelli del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), che rivendicano l’indipendenza delle regioni meridionali del Paese. Una delle principali motivazioni di questa guerra (oltre a questioni economiche e territoriali) è sicuramente la profonda differenza etnica, sociale e religiosa esistente tra il Nord nazionalista, arabo e islamico ed il Sud nero e cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo prevalentemente tribale.

Tale contrapposizione, portata alle estreme conseguenze da rivalità etniche, aveva già condotto le parti a combattersi in un primo conflitto che insanguinò il sud Sudan dal 1955 al 1972, poco prima che il Paese raggiungesse l’indipendenza dall’Inghilterra; le ostilità ebbero inizio quando una guarnigione governativa dell’Equatorian Corps si ammutinò e diede origine ad una lotta armata contro Khartum.

Il conflitto, concentratosi quasi esclusivamente nel sud del Paese, ha colpito in particolar modo la popolazione civile, tra cui si registrano gran parte degli oltre due milioni di vittime; inoltre, in centinaia di migliaia hanno perso la vita a causa delle carestie e delle epidemie connesse con la guerra, mentre altri quattro milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e rifugiarsi nei campi profughi locali o dei Paesi confinanti (Uganda e Kenya in particolare).

E’ in atto, in pratica, la distruzione sistematica della intera società locale. Governo e ribelli si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani; per vent’anni l’aviazione ha bombardato incessantemente i villaggi, colpendo case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le stragi di civili sono state quasi quotidiane, come testimonia l’enorme numero di fosse comuni rinvenute; inoltre, migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, sono state rapite e deportate al nord come schiavi. Quanto alle “vere” ragioni del conflitto, va ricordato che negli ultimi anni il tentativo di controllo dei giacimenti petroliferi e delle altre risorse dei territori meridionali ha preso il sopravvento su ogni altra questione, diventando, appunto, il vero motivo della guerra.

Le enormi ricchezze del sud – fra cui, oltre al petrolio, anche acqua, terreni coltivabili, bestiame, minerali, che non si trovano nel nord principalmente desertico – rappresentano da sempre un fortissimo richiamo per la classe dirigente e per i grandi amministratori e proprietari terrieri ad essa legati. Ad aggravare la situazione si è aggiunto l’intervento di influenti multinazionali petrolifere straniere che hanno fomentato la campagna di guerra di Khartum per tentare di conquistare quante più "aree produttive" a sud alimentando, nello stesso tempo, i forti contrasti nazionali. Si è così instaurato un circolo vizioso, attraverso cui il regime ha utilizzato gran parte dei ricavi dell’ "oro nero" per acquistare armi sempre più distruttive e prendere il controllo di un numero sempre maggiore di giacimenti.

Centinaia di migliaia di civili sono stati così scacciati o uccisi unicamente per il fatto di abitare nei pressi di campi petroliferi e talvolta, secondo numerose denunce di osservatori indipendenti, le multinazionali non hanno esitato a scatenare i propri eserciti privati sulla popolazione. Intanto a partire dalla fine di febbraio alcune delle etnie locali più rappresentate – a quanto pare sostenute dall’SPLA e da altri Paesi stranieri – hanno cominciato una campagna di lotta armata contro il governo, che a sua volta ha reagito rifiutando qualsiasi soluzione negoziale e replicando agli attacchi.

Da tutte queste considerazioni sorge ancora una volta la domanda sul perché della situazione nel Darfur. Qui – tra le prime cause – c’è quella relativa alla crescente concorrenza per possedere la terra e l’acqua, in una regione colpita fin dagli anni settanta da siccità ricorrenti. Quindi la volontà di Khartum di mantenere il controllo sul Paese, che ha radicalizzato i conflitti attorno alla suddivisione del territorio. La crescente concorrenza per possedere la terra e l’acqua, in una regione colpita fin dagli anni settanta da siccità ricorrenti, è, appunto, una delle ragioni della crisi del Darfur. Questa ha messo a dura prova il fragile equilibrio tra i gruppi, causando la moltiplicazione dei conflitti tra le comunità di agricoltori neri ed i gruppi di pastori nomadi, per lo più arabi.

I conflitti assumono, comunque, l’aspetto di una pulizia etnica sistematica. L’elemento scatenante di questa radicalizzazione è stato la nascita, nel 1987, del “Raggruppamento Arabo”. Composto di "intellettuali" e da capi politici, il “Raggruppamento” sviluppa un’ideologia apertamente razzista, che attribuisce alla “cultura araba" il “compito di civilizzare questa regione”. Il governo, invece di prendere le distanze dai radicali, copre questi sbandamenti razzistici e si appoggia a loro. Così, nel 1994, instaura una nuova divisione amministrativa del Darfur, il cui risultato è stato solo quello di frammentare le regioni abitate dai neri, aumentandone la loro esclusione.

Anche le sfide di politica interna sono una componente di questa radicalizzazione del potere e dimostrano l’esistenza di precisi interessi strategici. Alle elezioni del 1986, durante il breve periodo di democrazia, il Darfur ha in maniera massiccia votato per l’Umma (movimento della comunità dei credenti), attualmente all’opposizione. Questo Partito, come del resto il Partito Comunista, ha influenzato ideologicamente uno dei due movimenti ribelli del Darfur, l’"Esercito di Liberazione del Sudan” (SLA), nato nel febbraio 2003. Ma è soprattutto la volontà del governo di accaparrare le ricchezze del paese a vantaggio di una piccola élite centrale e quindi a scapito delle zone periferiche, che spiega meglio la radicalizzazione del conflitto.

Insistendo sul successo dei negoziati nord-sud e rifiutando inizialmente di considerare l’ampiezza e la profondità della crisi nel Darfur, la Comunità internazionale, con gli Stati Uniti in testa, ha lasciato le mani libere a Khartum per condurre la sua guerra nell’Ovest del paese. Il disastro umanitario attuale sembra finalmente aver fatto uscire questo conflitto dal suo letargo. Anche un paese come la Francia, tradizionalmente vicino al governo sudanese, si aggiunge ormai al coro delle pressioni. Ma per gli abitanti del Darfur buttati fuori dai loro villaggi in seguito alle violenze dei Gangawid è già troppo tardi; infatti dal 2003 il conflitto ha causato lo spostamento di oltre un milione di persone.

I Gangawid non hanno mai smesso di assaltare villaggi, uccidere, violentare, bruciare capanne. E nulla garantisce che il governo sudanese, così abile nel fare dichiarazioni di buone intenzioni, disarmerà poi, come promesso, le sue milizie e lascerà spazio all’organizzazione degli indispensabili aiuti umanitari.

Lo scenario del Sudan-Ciad, intanto, si arricchisce di una nuova pagina. Perché il Presidente sudafricano Thabo Mbeki arriva ora a Khartum nella speranza di convincere le autorità sudanesi ad accettare che la missione dell’Unione Africana dislocata nel Darfur sia affiancata da una forza di pace internazionale. Il Sudan non sembra disposto ad assentire e fonti governative hanno escluso che la visita di Mbeki possa modificare l’attuale linea.

di Elena Ferrara

Per saperne di più: http://www.savetherabbit.net/darfur/default.php?page_file=darfur.php

13 aprile 2007

I diritti Negati

Le coppie gay europee e la Direttiva 38
di Roberto Taddeucci

Dall’11 aprile le coppie dello stesso sesso straniere hanno in Italia più diritti di quelle italiane. Significato e paradossi di una Direttiva Europea sulla libera circolazione tra gli Stati.

ROMA – È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo il decreto legislativo di attuazione della Direttiva 2004/38 della Comunità Europea, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. È stata elaborata durante gli anni del governo Berlusconi e vi ha contribuito l’allora ministero alle politiche comunitarie Rocco Buttiglione.

La libera circolazione dei cittadini europei da un paese all’altro è uno dei cardini sui quali si basano gli accordi comunitari. Gli spostamenti possono avvenire per vari motivi: per poter intraprendere un nuovo lavoro, per studiare oppure per vivere in un altro paese europeo una volta che si è andati in pensione. Naturalmente il cittadino europeo che si sposta ha il diritto di portare con se i propri familiari, e questo è un aspetto sul quale si è molto dibattuto viste le disparità sul concetto di famiglia che ci sono da un paese all’altro.

Nella maggioranza dei paesi europei, come noto, le coppie omosessuali sono considerate famiglia, con varie modalità giuridiche di riconoscimento che variano da paese a paese. L’Italia, ancor oggi, non permette a due persone omosessuali di poter regolarizzare in alcun modo la propria relazione e questo mette i gay e le lesbiche su un piano di oggettiva inferiorità rispetto agli altri cittadini.

Ad esempio se un italiano eterosessuale che lavora per una multinazionale è trasferito alla sede di New York anche al coniuge verrà concesso il permesso di soggiorno e dunque si potrà trasferire senza problemi, ma per il cittadino italiano omosessuale e il/la compagno/a questo è impossibile, in quanto non si può produrre alcuna certificazione che attesti la relazione e dunque l’immigrazione statunitense non rilascerà il visto per il partner.

Rimanendo in ambito europeo è importante sottolineare che l’implementazione delle Direttive è un atto dovuto. Infatti anche l’Irlanda e l’Austria (tra i pochi rimasti che ancora hanno una normativa sulle coppie di fatto) hanno già recepito la Direttiva 38 e dunque rilasciano permesso e carta di soggiorno per il partner, anche se dello stesso sesso, in conformità con "il divieto di discriminazione contemplato nella Carta [dei diritti fondamentali dell’Unione] gli Stati membri e senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso (…) o tendenze sessuali."

Il ‘coniuge’ Il testo italiano di recepimento della Direttiva all’art. 2 specifica che per "familiare" si intende "il coniuge" oppure "il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante."

Già questo punto pone un quesito interessante riguardante il ‘coniuge’: se un tedesco che ha lavorato e contratto matrimonio in Canada con un canadese vuole venire a vivere in Italia, il nostro paese concede il permesso di soggiorno anche al suo sposo canadese? C’è da ricordare che la Corte di Giustizia europea ha già affermato il fatto che la libera circolazione è uno dei diritti fondamentali dei cittadini dell’UE, per cui l’Italia non può impedire al suddetto tedesco di poter venire a vivere qui, e certamente non lo può costringere a separarsi dalla persona con la quale è sposata. Ma andiamo avanti.

La "relazione stabile debitamente attestata" Il seguente art. 3 poi specifica che ci sono anche altri "aventi diritto", oltre a quelli elencati dall’art. 2. Il decreto "si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza" e che, "senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione", lo Stato membro ospitante deve agevolare l’ingresso e il soggiorno anche a chi "é a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell’Unione". Anche al "partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata dallo Stato del cittadino dell’Unione."

L’effetto più macroscopico di questa nuova legge sarà che un cittadino europeo che ha una relazione stabile e attestata anche con un cittadino extracomunitario avrà la possibilità di trasferirsi in Italia col proprio partner, mentre gli stessi italiani che sono nella stessa identica situazione (ovvero con partner non europeo) si vedranno negata tale possibilità.

Su questo punto però il recepimento italiano creerà problemi: se ad esempio un francese ha vissuto e lavorato per anni in Gran Bretagna e ha un’unione civile "attestata" dalle autorità inglesi (dunque da uno Stato diverso dal suo) ciò si traduce in una limitazione alla libertà di movimento col partner. Da notare infatti che il testo originale della direttiva (quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee n. L 158 del 30 aprile 2004) parlava semplicemente di "relazione debitamente attestata" e che l’aggiunta che tale attestazione deve e essere fatta "dallo Stato del cittadino dell’Unione" esiste solo nel testo italiano.

I "motivi di ordine pubblico" Nei casi sopra descritti il diritto di ingresso e di soggiorno non è automatico ma ogni Stato membro ospitante deve effettuare un "esame approfondito della situazione personale e giustifica l’eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno."

Elencando le possibili "limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno" l’art. 20 del decreto italiano prevede che "Il diritto di ingresso e di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari, qualsiasi sia la loro cittadinanza, può essere limitato solo per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza." Questi provvedimenti vanno "adottati nel rispetto del principio di proporzionalità ed in relazione a comportamenti della persona, che rappresentino una minaccia concreta e attuale tale da pregiudicare l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica. L’esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l’adozione di tali provvedimenti."

Da notare ora un’altra cosa: il testo originale della Direttiva pubblicato sulla gazzetta europea (art. 27, comma 2) continuava specificando che "Il comportamento personale deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società. Giustificazioni estranee al caso individuale o attinenti a ragioni di prevenzione generale non sono prese in considerazione." Questo paragrafo è ‘scomparso’ dalla versione italiana. Perché?

Gli italiani con meno diritti degli stranieri Quello che succede con questo recepimento è che, dall’11 aprile in poi, giorno di entrata in vigore della legge, sarà quindi possibile a un partner extracomunitario ricongiungersi a un cittadino Ue. Ma continuerà ad essere impedito a un italiano di farsi raggiungere nel suo stesso paese dal suo partner.

Un caso di palese discriminazione questa volta messa in atto da uno Stato verso i suoi stessi cittadini, quando omosessuali: impossibilitati a sposarsi, come in Spagna o Olanda, e impossibilitati a poter contrarre un’Unione civile, come in Gran Bretagna. Impossibilitati perfino a vedersi riconosciuta come semplice ‘coppia di fatto’ convivente, come sarebbe nelle intenzioni dei DiCo.

L’Italia e’ rimasta quindi l’unico tra i sei paesi fondatori della Comunità Europea – da cui attinge in abbondanza fondi e finanziamenti – a continuare a negare a parte dei propri cittadini quei diritti civili che già tutti gli altri paesi riconoscono.

Per saperne di più: www.osservatoriosullalegalita.org

La direttiva Europea: http://www.poliziadistato.it/pds/ps/immigrazione/documents/Direttiva_Parlamento_UE_2004_38_CE.pdf

10 aprile 2007

Omosessualità

Una persona si definisce omosessuale quando prova sentimenti di innamoramento, desideri, ed attrazione erotica nei confronti di altre persone dello stesso sesso. Sul perché e sul come si diventi omosessuale si è molto parlato. Nonostante ciò, non esiste ancora uno studio scientifico o un’ipotesi ufficiale che possa, con assoluta certezza, spiegare il perché una persona diventi omosessuale ed un’altra eterosessuale. L’unica cosa di cui si è certi è che l’omosessualità non sia una malattia, ma semplicemente una variante normale della sessualità umana.
La parola omosessualità è stata tolta definitivamente dal Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM; Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorder, manuale dove psicologi e psichiatri possono trovare le linee guida con cui stabilire la presenza o meno di un disturbo mentale) già dal 1973. Il documento dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA), che sanciva questa modifica, dichiarava: “L’omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell’adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo”. Già da molto tempo, dunque, è ingiustificato considerare l’omosessualità come una malattia, ma nonostante questo le persone comuni continuano ad avere questo pregiudizio e gli omosessuali continuano ad essere vittime dell’
omofobia! La società in cui la persona omosessuale vive, infatti, è ancora fortemente omofobica ed eterosessista, e ciò influenza enormemente lo sviluppo individuale ed il comportamento di gay e lesbiche. A causa dell’omofobia e dell’ eterosessismo, infatti, la persona omosessuale, fin dall’adolescenza, sperimenta sensazioni di diversità e di sofferenza emotiva, che la spingono verso l’isolamento sociale e che le impediscono di venire allo scoperto (coming out).

Il termine omofobia (che deriva dal greco όμός = stesso e φόβος = timore, paura) significa letteralmente “paura nei confronti di persone dello stesso sesso” e più precisamente si usa per indicare l’intolleranza e i sentimenti negativi che le persone hanno nei confronti degli uomini e delle donne omosessuali. Essa può manifestarsi in modi molto diversi tra loro, dalla battuta su un una persona gay che passa per la strada, alle offese verbali, fino a vere e proprie minacce o aggressioni fisiche. In seguito all’omofobia, ad esempio, alcuni eterosessuali, raccontano di sentirsi a disagio in presenza delle persone gay o lesbiche, altri si mettono a ridere quando le incontrano per strada. Altri ancora dicono di essere disgustati dai loro comportamenti, arrabbiati o indignati. Anche la parola “frocio” può essere considerata come espressione di omofobia, perché di solito viene usata con una connotazione negativa.
Come nasce l’omofobia? L’omofobia deriva dall’idea che siamo tutti eterosessuali e che è normale e sano scegliere un partner del sesso opposto (eterosessismo). Tale considerazione è basata anche sulla falsa credenza che in natura non esistano comportamenti omosessuali (“L’omosessualità è contro natura”); molti animali, invece, presentano comportamenti omosessuali, tra cui topi, criceti, porcellini d’India, conigli, porcospini, capre, cavalli, maiali, leoni, pecore, scimmie, e scimpanzé.
L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui omofobici, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.
Le credenze negative nei confronti dell’omosessualità, inoltre, sono così diffuse nella nostra società che anche gay, lesbiche e bisessuali tendono ad essere omofobici. In questo caso l’omofobia prende il nome di omofobia interiorizzata.

Mi sembrava perlomeno giusto mettere alcuni articoli riguardanti l’omosessualità, soprattutto dopo l’infamante campagnia organizzata dalle alte sfere politiche religiose di estrazione cattolica e dopo il suicidio di Matteo, persona gentile e buona. E vergognoso ci siano persone che professano amore e misericordia e poi risultino essere tra le peggiori forme di omofobi/repressi. Basta con le forme di discriminazione, anche se a proporle sono fonti considerate alte ed elevate. Se non sapete di cosa parlate (ed è così in quasi tutte le situazioni di omofobia) state zitti. Se siete omosessuali e non vi riconoscete in una società che fa del cattivo gusto una forma di razzismo, non vi preoccupate non siete da soli, ci sono molte più persone disposte a vivere la propria vita e a lasciare che gli altri vivano la propria vita. Non rimanete impassibili rispetto a battute di origine razzista, additate e stigmatizzate chi non rispetta la vostra vita. Non crediate che lasciando correre si ottenga qualcosa, queste persone vivono nella società ad ogni livello culturale e ad ogni strato sociale bisogna combatterli, senza alcuna forma di violenza sia beninteso, ma con la ragione dei fatti e la certezza che queste persone siano indegne ed ignoranti. Non esistono fatti o indicazioni di qualsiasi natura o di tipo scientifico che diano ragione a questi incivili. Sono loro che sbagliano. Non bisogna dimenticarlo.

CHI DISCRIMINA NON HA ALCUNA RAGIONE PER SOSTENERE LE PROPRIE DISCRIMINAZIONI.

Per saperne di più: www.ipsico.org/omosessualità.htm

                  http://www.viottoli.it/fedeomosessualita/

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