Posts tagged ‘Elezioni’

22 maggio 2012

Boom boom boom

Che spettacolo, ragazzi. A novembre, alla caduta dei Cainano, i partiti si erano riuniti su un noto Colle di Roma per decidere a tavolino il nostro futuro: se si vota subito, gli elettori ci asfaltano; allora noi li addormentiamo per un anno e mezzo col governo Monti, travestiamo da tecnici un pugno di banchieri e consulenti delle banche, gli facciamo fare il lavoro sporco per non pagare pegno, poi nel 2013 ci presentiamo con una legge elettorale ancor più indecente del Porcellum che non ci costringa ad allearci prima e, chiuse le urne, scopriamo che nessuno ha la maggioranza e dobbiamo ammucchiarci in un bel governissimo per il bene dell’Italia; intanto Alfano illude i suoi che B. non c’è più, Bersani fa finta di essere piovuto da Marte, Piercasinando si nasconde dietro Passera e/o Montezemolo o un altro Gattopardo per far dimenticare Cuffaro, la gente ci casca e la sfanghiamo un’altra volta, lasciando fuori dalla porta i disturbatori alla Grillo, Di Pietro e Vendola in nome del “dialogo”. Purtroppo per lorsignori, il dialogo fa le pentole ma non i coperchi. Gli elettori, tenuti a debita distanza dalle urne nazionali, si son fatti vivi alle amministrative, e guardacaso nei tre maggiori comuni hanno premiato proprio i candidati dei disturbatori: Pizzarotti (M5S) a Parma, Orlando (Idv) a Palermo, Doria (Sel) a Genova. Tre città che più diverse non potrebbero essere, ma con un comune denominatore: vince il candidato più lontano dalla maggioranza ABC che tiene in piedi il governo. Nemmeno il ritorno del terrorismo e dello stragismo a orologeria li hanno spaventati, come sperava qualcuno, inducendoli a stringersi attorno alla partitocrazia per solidarietà nazionale. Parma è un caso di scuola: il centrosinistra, dopo gli scandali e i fallimenti del centrodestra che a furia di ruberie ha indebitato il Comune di 5-600 milioni, era come l’attaccante che tira il rigore a porta vuota. Eppure è riuscito nella difficile impresa di fare autogol. Come? Candidando il presidente della provincia Bernazzoli, che s’è guardato bene dal dimettersi: ha fatto la campagna elettorale per le comunali con la poltrona provinciale attaccata al culo, così se perdeva conservava il posto. Non contento, il genio ha annunciato che avrebbe promosso assessore al Bilancio il vicepresidente di Cariparma. Sempre per la serie: la sinistra dei banchieri, detta anche “abbiamo una banca”. Se Grillo avesse potuto costruirsi l’avversario con le sue mani, non gli sarebbe venuto così bene. Risultato: 60 a 40 per il grillino Pizzarotti, che ha speso per la campagna elettorale 6 mila euro e ha annunciato una squadra totalmente nuova e alternativa: da Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni. Eppure il Pd era sinceramente convinto che Bernazzoli fosse il candidato ideale. E Bersani pensava davvero di sconfiggere il grillino accusandolo di trescare col Pdl, come se oggi, Anno Domini 2012, qualche elettore andasse ancora a votare perché gliel’ha detto B. o Alfano. Si sta verificando quello che avevamo sempre scritto: e cioè che la fine di B. coincide con la fine del Pdl, la fine di Bossi coincide con la fine della Lega, ma chi li ha accompagnati e tenuti in vita con finte opposizioni può sognarsi di prenderne il posto. Pdl, Pd e Udc sono partiti complementari che si tenevano in piedi a vicenda: quando cade uno, cadono anche gli altri due. I quali, non potendo più agitare lo spauracchio di B.&Bossi, dovrebbero offrire agli elettori un motivo positivo per votarli. E non ce l’hanno. Bastava sentirli cinguettare in tv di percentuali, alleanze, alternative di sinistra, rinnovamenti della destra, voti moderati, foto di Vasto, allargamenti all’Udc, per rendersi conto che non capiranno nemmeno questa lezione. Non sono cattivi: non ce la fanno proprio. Cadaveri che sfilano al funerale senz’accorgersi che i morti sono loro. Chissà se stavolta Napolitano ha sentito il boom: in caso contrario, è vivamente consigliata una visitina all’Amplifon.

di Marco Travaglio, IFQ

26 aprile 2012

Hollande, svolta a sinistra

La sterzata a destra di Nicolas Sarkozy si accentua ogni giorno di più, il suo linguaggio ricalca quello di Marine Le Pen, le sue proposte quelle del Fronte nazionale, anche se annuncia che non ci saranno accordi con i lepenisti per il ballottaggio. Per cominciare, il tema dell’immigrazione è tornato al centro dei suoi infiammati discorsi. Non solo intende “combattere l’immigrazione illegale e legale” riducendo della metà i nuovi arrivi, ma, esattamente come Marine e suo padre, dipinge i lavoratori stranieri alla stregua di zavorra parassita: “Se non controlliamo l’immigrazione, la prima conseguenza sarà l’aggravamento del deficit dei nostri regimi sociali”, sanità e pensioni su tutti.

BALLA colossale, ma tutto fa brodo per attirarsi le simpatie degli elettori lepenisti. Tonitruante e senza freni, Sarkozy non esita a dire cose contraddittorie rispetto al pensiero e all’azione del suo stesso governo. È il caso di un altro cavallo di battaglia del Fronte lepenista, la “preferenza nazionale”, o “i francesi innanzitutto”, per quanto concerne ogni forma di prestazione sociale: sanità, lavoro, alloggio. Ecco che cosa ne pensava, non più tardi di martedì, il ministro Bruno Le Maire: “Noi crediamo alla nazione, noi crediamo alla responsabilità… ma non si tratta certo di introdurre la preferenza nazionale. Ci sono dei limiti che la nostra famiglia politica non oltrepasserà”. Ed ecco le parole di Sarkozy ieri, a ventiquattr’ore di distanza: “Io sono per la preferenza comunitaria, ma non vedo perché non si possa essere per la preferenza nazionale”. Ha smentito uno dei suoi più stretti collaboratori (Le Maire ha redatto il suo programma presidenziale), ma soprattutto ha sdoganato di botto uno degli slogan più odiosi del lepenismo.    Tra i primi a insorgere è stato François Bayrou, il leader centrista detentore del 9 per cento dei consensi al primo turno: “Sarkozy si allinea a Marine Le Pen, svende i valori repubblicani”. Martedì, del resto, il presidente uscente aveva concesso a Marine Le Pen, senza che nessuno glielo chiedesse, un nuovo statuto: “È compatibile con la Repubblica”, aveva detto. Ieri ha precisato: “Se partecipa alle elezioni vuol dire che è compatibile. Ciò non significa che bisogna stringere accordi con il Fronte. Non c’è in vista nessun negoziato, nessun ministero per Marine Le Pen e i suoi”. Ma il brevetto di “repubblicana” glie-l’ha concesso, ed è la prima volta che accade da trent’anni a questa parte. Tra uno sproloquio anti-immigrati e l’altro, non poteva mancare l’accusa ai socialisti di voler attuare “regolarizzazioni di massa” una volta al potere, e di voler concedere il diritto di voto ai cittadini extracomunitari.

FRANÇOIS Hollande, che davanti al moltiplicarsi delle provocazioni mantiene una calma ammirevole, ha messo i puntini sulle “i”: “Nessuna regolarizzazione di massa, e per quanto riguarda il diritto di voto agli stranieri extracomunitari è uno degli obiettivi del mio futuro quinquennato, da attuarsi entro il 2014”. Ha poi specificato il socialista Arnaud de Montebourg che si parla di “persone regolarmente residenti sul territorio nazionale, che pagano le tasse e, quando lavorano, i contributi: costoro devono partecipare alla vita locale”, e quindi alle elezioni comunali e regionali. Sarebbe ora: la proposta figurava già nel programma di François Mitterrand nel 1981, ma non se ne è mai fatto nulla. Se l’uno sbraita, l’altro tira dritto. Ieri François Hollande ha assaporato con grande soddisfazione l’invito ai governi a stringere un “patto per la crescita” pronunciato da Mario Draghi, e apprezzato persino da Angela Merkel.    Il candidato socialista, che Sarkozy voleva velleitario e isolato nell’ambito comunitario, comincia a trovare sponde molto importanti, che fino a ieri gli sembravano precluse. Si è anche impegnato a ritirare le truppe francesi dall’Afghanistan, “fin dal giorno dopo la mia elezione”. Alla riconferma di Sarkozy ormai non crede più nessuno, tantomeno nelle capitali europee. I sondaggi condotti dopo il primo turno sono del resto assai unanimi: collocano François Hollande tra il 56 e il 54 per cento, Sarkozy tra il 44 e il 46. Ciò detto, ci sono ancora dieci giorni di campagna elettorale.

di Gianni Marsilli, IFQ

13 aprile 2012

A che serve Monti?

A che serve il governo Monti? Sappiamo bene perché è nato: perché quello precedente, guidato (si fa per dire) da B., era capace di tutto ma buono a nulla; e persino quando fu commissariato dalla troika Merkel-Trichet-Sarkozy continuò a fare il furbo con finte manovre finanziarie piene di niente. Serviva un governo presieduto da una persona autorevole agli occhi della comunità internazionale e dei famosi “mercati” (e non era difficile trovarla, visto chi c’era prima), ma soprattutto disinteressato al consenso elettorale, cioè in grado di imporre sacrifici a chi, o per numero (lavoratori e pensionati) o per peso specifico (le grandi lobby), spaventava i partiti e li dissuadeva da misure sgradite a questo o a quello. Monti è autorevole, o almeno molto più di chi c’era prima e, più in generale, di tutti i leader politici italiani. Le misure impopolari contro pensionati e lavoratori le ha prese. Non quelle contro le lobby, ben protette da vari ministri. Ma tanto è bastato per domare lo spread per un po’ e quindi garantire un buon collocamento dei nostri titoli di Stato. Ma questo valeva fino alla settimana scorsa. Poi lo spread è risalito oltre i livelli di guardia (di pari passo col risveglio dei partiti, i primi stop su art. 18 e anti-corruzione, le prime critiche della stampa finanziaria internazionale) e l’ultimo collocamento dei titoli è andato male. Segno che gli speculatori non si contentano più di un altro al posto di B.: ora vorrebbero vedere un governo nel pieno delle sue funzioni, con una maggioranza omogenea e compatta, cioè in grado di decidere senza piatire e mercanteggiare ogni giorno in Parlamento i voti dell’una o dell’altra banda. Se il consenso del governo resta alto, anche se ben sotto i livelli di due mesi fa, è perché tutt’intorno si agita una galleria di mostri da paura: la sola prospettiva che possano tornare “quelli di prima” (tutti i politici) basta a terrorizzare gli italiani, inducendoli a preferire, tutto sommato, i tecnici. Ma più per rassegnazione che per convinzione. Tantopiù che i partiti non riescono nemmeno a tagliarsi dell’1% i rimborsi elettorali, mentre ogni giorno finisce indagato un leader o tesoriere ladro per uso privato della sua carica o dei nostri soldi. Ed ecco la domanda: a cosa serve, di qui alla scadenza naturale della legislatura (aprile 2013: fra un anno), il governo Monti? Cosa dovrebbe fare, lo sappiamo tutti: un elenco infinito di riforme. Ma cosa può realisticamente fare, con questa maggioranza Brancaleone, divisa su tutto fuorché sulla paura fottuta del voto? Dopo la Finanziaria, le finte “liberalizzazioni”, le pensioni e l’art. 18, il piatto di Monti piange: a parte le famose e fumose “misure per la crescita” (per cui s’è già capito che non c’è un euro), nulla di fattibile risulta all’ordine del giorno. La patrimoniale non si fa: B. non vuole. La Rai non si tocca: B. non vuole. I tagli alla casta sono tabù: i partiti non vogliono. Di anti-corruzione manco a parlarne, così come di prescrizione, falso in bilancio, manette agli evasori. Il rischio anzi, toccando la giustizia ora, è risvegliare gli zombie: bavaglio anti-intercettazioni, responsabilità civile dei giudici e abolizione della concussione (cioè dei processi Ruby e Penati). Una volta piazzati gli ultimi titoli di Stato (a maggio), il governo rischia di girare a vuoto per i successivi 10 mesi. Facendo ciò che Monti dice di aborrire: il “tirare a campare” di andreottiana memoria. Se è così, tanto vale sciogliere le Camere tra un mese e votare in autunno. Spetta a Monti dimostrare che non è così, inventandosi una o due mission forti che giustifichino la sua sopravvivenza fino all’anno prossimo. Presenti in Parlamento, “prendere o lasciare”, senza concordarle con nessuno, una legge che cancelli la Gasparri e disinfesti la Rai dai partiti e un pacchetto di norme contro la criminalità finanziaria. Se avrà i voti, avrà reso un servigio al Paese. Se non li avrà e cadrà, darà comunque degna sepoltura ai partiti-cadavere e sarà comunque un bel modo di morire, per una giusta causa. Risparmiandosi e risparmiandoci un anno di inutile agonia.

di Marco Travaglio, IFQ

20 marzo 2012

Agrigento, tutti pazzi per Pennica. L’avvocato dei boss

Certo che non è semplice spiegare quel che succede ad Agrigento, in vista delle prossime comunali di maggio, e giurare che è tutto vero. Succede che c’è un candidato che si chiama Totò Pennica, vicino ad Angelino Alfano, ex segretario di Calogero Mannino, buon parlatore e legale di grossi capimafia della zona, che per settimane viene conteso dal Pd e dal Pdl. Alla fine Pennica opta per il Pdl, e qualche giorno fa scrive al Prefetto perché preoccupato che alcuni suoi clienti, momentaneamente liberi, possano partecipare alle sue iniziative elettorali, facendogli fare brutta figura.

E DIRE che il Pd un suo uomo da appoggiare ce l’avrebbe, quel Peppe Arnone, militante di Legambiente, avvocato e consigliere comunale del partito di Bersani, che da una vita mette la faccia nelle battaglie antimafia. Ma forse in questo s’è spinto un po’ troppo oltre per gli equilibri di potere del centrosinistra siciliano, denunciando le collusioni dei suoi uomini più rappresentativi con la mafia e il malaffare isolano. Ed è quindi ritenuto un soggetto poco raccomandabile. Anche perché molto popolare da quelle parti. E infatti il Pd ad Agrigento ha preferito evitare le primarie, che Arnone avrebbe vinto a mani basse, forte di un sondaggio Ipsos da lui stesso commissionato che lo dà vincente su tutti gli altri possibili candidati sindaco di tutti i partiti (ben 5 punti sul sindaco uscente Marco Zambuto). E adesso il partito di Bersani è nel caos. Angelo Capodicasa, ex presidente della Regione Siciliana, storico leader siciliano del Pci e ora del Pd, e da sempre oggetto degli strali di Arnone sulla questione morale nel partito, non lesinava le proprie simpatie per Pennica, al punto che fino a qualche giorno fa lo avrebbe pure appoggiato. Sì perché Pennica era il candidato del Pd, di Grande Sud dell’ex vice-ministro Gianfranco Micciché, del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo e di Futuro e Libertà. Poi però Pennica ha allargato l’alleanza al Pdl ed è saltato tutto. “Alfano gioca a rubamazzo”, tuonò Capodicasa. “Pennica traditore”, gridarono quelli di Fli. Ma per Angelino Alfano, che è riuscito a mantenere l’alleanza con Grande Sud, l’invito a Capodicasa e soci rimane sempre valido. Anche per frenare la corsa di Arnone. E a questo punto, in quella che ormai è diventata una vera e propria commedia degli orrori, tutto può succedere, come recita lo slogan elettorale di Pennica. “Tra l’avvocato delle vittime della mafia e l’avvocato dei capimafia, Capodicasa manifesta la sua netta preferenza in favore di quest’ultimo”, s’era rivolto la scorsa settimana, in una nota accorata, Arnone a Bersani quando l’accordo con Pennica era cosa fatta, sperando in uno scatto d’orgoglio del segretario Pd. Arnone, dal canto suo, tesse la tela alla sua sinistra e potrebbe provare a riproporre, da solo, il modello della foto di Vasto in formato Valle dei Templi, visto che, come lo stesso Arnone tiene a dire, “non corro con l’appoggio di Lombardo”. Finora, però, Idv e Sel, preferiscono puntare su un candidato autonomo.

E INTANTO mentre l’Udc ripropone il sindaco uscente Zambuto – che cinque anni fa ha mollato l’Udc e la giunta di centrodestra di cui era assessore, si candidò sostenuto da Ds, Udeur e dallo stesso Arnone (nell’ultimo periodo fortemente critico verso l’attuale giunta per i programmi disattesi) – e il Movimento per l’Autonomia di Lombardo e il Terzo Polo tutto rimangono per il momento al palo, il segretario nazionale del Pd Bersani, risulta non pervenuto. Come a Palermo, dove per la vicenda dei brogli alle primarie e la scelta definitiva sul candidato sindaco preferisce demandare il tutto alla segreteria regionale, anche su Agrigento glissa. “Chissà se Ponzio Pilato era originario di Bettola, ridente comune alle porte di Piacenza, che ha dato i natali al segretario”, chiosava Arnone nella sua nota.

di Giuseppe Giustolisi, IFQ

14 giugno 2011

Cosa c’è dietro alle elezioni politiche in Turchia?

“Né la Siria né l’Iraq possono aprir bocca sui fiumi turchi, così come la Turchia non fa parola del loro petrolio. Abbiamo il diritto di comportarci come meglio crediamo con le nostre risorse. Noi non chiediamo loro di condividere il petrolio e loro non devono chiederci di condividere la nostra acqua” Questa l’affermazione di Suleyman Demirel quando, nel 1992, era il Presidente della Repubblica turca.

Oggi, per la ventiquattresima volta, i cittadini della Repubblica turca vanno a votare per eleggere il partito del nuovo governo. Secondo il sistema elettorale, i cittadini possono esprimere il proprio voto indicando la sigla del partito, senza esprimere una preferenza diretta per i candidati a meno che questi non si presentino con liste indipendenti. Anche quest’anno, i candidati indipendenti sono parecchi a causa di questo sistema elettorale anti-democratico, nonché per via dello sbarramento al 10%.

Come sempre, la campagna elettorale in Turchia è durata diversi mesi, durante i quali  i leader dei partiti si sono recati di città in città per sostenere i loro candidati. Più che organizzare manifestazioni, in Turchia, è molto comune tenere comizi in piazza da palchi o da autobus elettorali decorati con bandiere e manifesti giganteschi. Ovviamente anche in Turchia chi ha più parlamentari al Governo riceve un maggior sostegno economico dallo Stato per le campagne elettorali. Anche per questo, il candidato indipendente parte già in svantaggio.

Allora, chi c’è in gara? Ovviamente il partito del governo, l’AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) il cui presidente è Recep Tayyip Erdogan, che è anche l’attuale Presidente del Consiglio. Tra i candidati dell’AKP ci sono più faccie nuove che parlamentari in carica (167 i parlamentari non candidati). Tra le new entry, ad esempio, il famoso calciatore Hakan Sukur che ha sempre ammesso di essere un conservatore ed il cui nome è stato spesso associato a quello di famosi leader dei movimenti religiosi clandestini. Una buona parte dei candidati dell’AKP provengono dal mondo dell’imprenditoria ed hanno in passato frequentato scuole religiose (licei per gli Imam), oppure hanno intrapreso carriera giuridica (sono avvocati o giudici). Ovviamente anche in Turchia non mancano i trasferimenti tra i partiti. Un esempio è dato dal figlio del leader storico del partito nazionalista turco Ahmet Kutalmış Türkeş che,  in queste elezioni, si candida con l’AKP.

I candidati più interessanti militano nel principale partito all’opposizione, il CHP (Partito Popolare e Repubblicano). Il leader attuale del partito, Kemal Kilicdaroglu, sembra aver cercato, insieme ai suoi vertici, di “accontentare un pò tutti gli elettori. Tra i candidati innanzitutto figurano Mustafa Balbay, Mehmet Haberal, İlhan Cihaner, Sezgin Tanrıkulu, Süleyman Çelebi, Emine Ülker Tarhan, Sinan Aygün, Oktay Ekşi, Binnaz Toprak e Naif Alibeyoğlu.

Balbay ed Haberal sono stati arrestati in attesa di sentenza definitiva per il famoso processo “Ergenekon”. Ergenekon, secondo il governo ed i giudici che hanno aperto il caso, tiene nel mirino sia i civili che i militari che hanno tentato di organizzare segretamente un colpo di stato. Da più di quattro anni, la durata del processo, gli indagati sono detenuti in un carcere speciale a Silivri (il carcere più grande d’Europa), poco lontano da Istanbul, nonostante più volte le prove dell’accusa siano state ritenute non valide. Tra i detenuti sotto processo figurano alte cariche militari, giornalisti, professori universitari, giudici, avvocati e politici (47 sono gli arrestati in via definitiva e 29 gli indagati).

Cihaner è l’ex procuratore del tribunale centrale di Erzincan che, dopo aver portato avanti per un anno le indagini sul gruppo religioso clandestino Islam Aga, al fine di provare che è la forza che muove il presidente Erdogan anche economicamente, è stato allontanato dal suo lavoro prima di iniziare la causa ed è stato posto un freno alle indagini. Alla fine, anche Cihaner è stato indagato nel processo Ergenekon.

Tanrıkulu è un cittadino turco di origini curde; è di Diyarbakir e sostiene da anni che per i curdi che vivono in Turchia sia fondamentale il diritto all’insegnamento in madrelingua. Proprio per questa sua affermazione egli si è scontrato parecchie volte con il governo quando lavorava come presidente dell’Albo degli Avvocati di Diyarbakir. Tanrıkulu è conosciuto anche per via delle ricerche che ha portato avanti sulle vittime del terrorismo.

Çelebi è l’ex segretario nazionale del principale sindacato della Turchia, il DISK (Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari); ha un passato da militante politico (ha scontato 4 anni in carcere dopo l’ultimo colpo di stato) e soprattutto è un sindacalista, sempre all’interno del DISK.

Tarhan è l’ex presidentessa della cretese Unione dei Procuratori e dei Giudici (YARSAV) ed è conosciuta per i suoi appelli pubblici che invitano i cittadini a riprendere la democrazia e la giustizia presso le istituzioni.

Aygün è stato arrestato nell’ambito del processo Ergenekon ed è l’ex presidente della Camera di Commercio di Ankara; egli sostiene di aver attirato l’attenzione dei giudici a causa delle sue posizioni laiche e kemaliste.

Anche Ekşi è uno dei personaggi “respinti” ultimamente a causa delle sue dichiarazioni antigovernative: qualche mese fa, aveva criticato fortemente le politiche energetiche del governo, soprattutto sulla costa del Mar Nero (progettazione di centrali nucleari) dalle pagine del quotidiano Hurriyet . Dopo i suoi primi articoli egli si era scusato pubblicamente per i toni usati e, non riuscendo a tollerare la pressione mediatica, si è licenziato.

Toprak è una professoressa universitaria specializzata sulla politica comperativa sul rapporto tra la religione e lo stato particolarmente nei Paesi del Medioriente; è conosciuta per le sue critiche alla presenza di una troppo radicata cultura del tabù in Turchia e per le pressioni verso le giovani donne.

Alibeyoğlu è l’esempio più grosso del CHP per ciò che riguarda i trasferimenti tra i partiti: è stato eletto come sindaco di Kars nel 1999 con il partito di centro destra ANAP, per poi aderire all’AKP, con il quale ha nuovamente vinto le elezioni nel 2004; nel 2008 è stato espulso dall’AKP per aver ricevuto delle tangenti, si è quindi iscritto al CHP e, dopo aver perso le elezioninel 2009 ha deciso di candidarsi come parlamentare.

Parecchi i sondaggi dubbiosi del fatto che i nazionalisti riescano a superare lo sbarramento, ciononostante, il leader attuale dell’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) Devlet Bahceli ha portato avanti la sua politica netta ed agressiva contro il governo ed il PKK, spesso ponendo le due realtà sullo stesso piano: sia negli spot radiofonici che nelle piazze, Bahceli ha invitato i cittadini a votare l’MHP per dire “basta” al Governo ed al terrorismo. Bahceli critica l’AKP soprattutto perché sostiene che il governo tratti, tramite i servizi segreti dello Stato, con il leader del PKK Abdullah Ocalan, condannato all’ergastolo. Per Bahceli le dichiarazioni sulla famosa questione curda del governo sono un segnale dell’accettazione della linea e delle richieste dell’organizzazione terroristica PKK. Durante la campagna elettorale, Bahceli ha spesso ricordato che se il suo partito fosse stato al governo, Ocalan sarebbe già stato impiccato (questo nonostante la pena di morte sia stata rimossa dalla Costituzione nel 2003 ad opera del governo di coalizione in cui era presente anche Bahceli, che sostiene di non aver sottoscritto questa decisione). Ultimamente, grazie a registrazioni video che mostravano alcuni suoi principali candidati in atteggiamento erotico promiscuo l’MHP ha subito un forte danno. Non si sa chi abbia divulgare le riprese sulla rete ma i candidati interessati si sono dimessi dopo lo scandalo. Bahceli sostiene che sia stato un piano politico organizzato dal leader sprituale dell’AKP, Fettullah Gulen, e messo in atto dai servizi segreti.

Il versante curdo della politica parlamentare ha deciso di scindersi dal BDP (Partito della Pace e la Democrazia) per queste elezioni, candidando degli indipendenti per cercare di aggirare l’ostacolo dello sbarramento. Durante le ultime elezioni politiche, grazie alla stessa scelta, il BDP è riuscito a far entrare 12 parlamentari nel parlamento nazionale ed ha la speranza di replicare. Questa volta il BDP fa parte di una campagna elettorale allargata, Ozgurluk ve Demokrasi Adaylari (I Candidati della Libertà e della Democrazia). Di questa sorta di alleanza fanno parte non soltanto i candidati del BDP ma anche personaggi indipendenti appartenenti a movimenti della sinistra socialista, come Akın Birdal, Leyla Zana, Mehmet Hatip Dicle, Faysal Sariyildiz, Sırrı Süreyya Önder e Ferhat Tunç.

Birdal viene da una tradizione politica socialista ed è l’ex presidente dell’Associazione dei Diritti Umani conosciuta per la sua posizione vicina alle famiglie dei militanti del PKK uccisi e condannati all’ergastolo per accuse di terrorismo. Birdal ha scontato una pena di 2 anni in carcere a causa delle sue dichiarazioni durante i festeggiamenti del Primo Maggio nel 1995 e nel 1996.

Dicle e Zana sono due storici politici del movimento curdo. Dicle ha sempre fatto politica attiva all’interno dei partiti legali curdi in Turchia che sono spesso stati chiusi dalla Corte Costituzionale; ha trascorso 10 anni in carcere, dal 1994 al 2004, a causa della sua attività politica. Zana è conosciuta per il suo storico giuramento in curdo presso il TBMM (Parlamento Supremo Popolare della Turchia) nel 1991 quando è stata eletta come parlamentare. Zana grazie a testimonianze è stata condannata a 15 anni per i suoi collegamenti con il PKK.

Sariyildiz è uno dei candidati carcerati alle elezioni politiche in Turchia. Attualmente è detenuto nel carcere di tipo E di Mardin, l’ex consiglio comunale di Cizre, per essere stato coinvolto nel maxi processo (151 indagati di cui 103 arrestati) del KCK (Confederazione dei Popoli del Kurdistan) conosciuto per essere la “versione cittadina”, dal punto di vista organizzativo, del PKK ed ha la missione di fare da ponte tra quest’ultimo ed il BDP.

Önder è un giornalista e cineasta turco di origini turkmene. Dopo l’ultimo colpo di stato, a causa delle sue attività politiche, è stato condannato a 12 anni di carcere ed è uscito dopo avere scontato 7 anni. Da detenuto ha organizzato parecchi scioperi della fame. Ha diretto alcuni film che parlano dei disagi del periodo della giunta negli anni ‘80 e dei conflitti sociali che ci sono in Turchia.

Ferhat Tunç è un famoso cantante di musica folkloristica turca e curda “di protesta”. E’ un cittadino di Dersim, città scenario di molti massacri etnici nel corso della storia, ha collaborato con vari artisti stranieri ed è dovuto fuggire all’estero a causa delle sue dichiarazioni sulle politiche dell’indifferenza perpetrate dai governi verso i crimini commessi a Dersim. In varie occasioni, Tunç ha dichiarato di aver subito torture durante la sua detenzione in carcere.

Oltre a queste quattro realtà, in Turchia, sono parecchi i partiti “minori” che partecipano alle elezioni. Il Partito Comunista Turco, ad esempio, che ambisce a 500 mila voti per confermare la sua politica cercando di aumentare il consenso rispetto alle precedenti elezioni, vari piccoli partiti staccati dall’MHP e dall’AKP, ma anche diversi partiti del centro che sono gli eredi degli storici partiti di centro destra ANAP e DYP che non esistono più ma hanno governato la Turchia per più di 20 anni.

Queste elezioni sono estremamente importanti per la Turchia. Il movimento curdo legale avanza da parecchi mesi le sue richieste di autonomia chiedendo l’aumento dei poteri nei comuni presenti nelle città del sud est della Turchia, lungo i confini con la Siria, l’Iraq e l’Iran. Ultimamente, su questa questione e su quella del riconoscimento dell’importanza linguistica, anche il CHP propone soluzioni alternative rispetto alla politica dura perpetrata dell’AKP. E’ assolutamente da prendere in considerazione, in merito a ciò, anche l’ultima dichiarazione di Abdullah Ocalan rilasciata ai suoi avvocati all’inizio del mese di Maggio: “Il 15 Giugno è la data di scadenza. Dopo questa data, se non vengono prese le decisioni necessarie, non potrò più farci niente. Potrebbe nascere una guerra civile ed il governo avrebbe vita breve, di 3 mesi circa”. Mentre Leyla Zana parlava nelle piazza in queste ultime elezioni, garantendo ai cittadini che prima poi Ocalan avrebbe raggiunto la libertà, il presidente, in un intervista rilasciata al canale televisivo NTV, ha dichiarato che quando Ocalan è stato arrestato se fosse stato al governo il suo partito avrebbe cercato di impiccarlo o si sarebbe ritirato dal governo.

Oltre alla calda questione curda, in Turchia sono in aumento in modo sproporzionato gli arresti. Dal mese di Marzo ad oggi sono stati arrestate 2.520 persone per motivi politici, in particolare per i famosi processi Balyoz e Ergenekon o in occasione dei festeggiamenti di Newroz o del 1° Maggio: giornalisti, giudici, militari, avvocati, politici, manifestanti, presidenti delle associazioni o sindacalisti. Giornalisti, giudici e politici continuano, contemporaneamente avanti indagini sulle politiche del governo e sul suo rapporto con gruppi religiosi clandestini.

Durante il discorso del Presidente Erdogan presso il Parlamento Europeo nel mese di Aprile egli è stato interrogato circa il caso del giornalista Ahmet Şık, processato ed assolto a causa della bozza di un libro che stava progettando di scrivere. Il giornalista del quotidiano Radikal, il 3 Marzo scorso ha subito un’ispezione della polizia presso il suo ufficio ed è stato tradotto immediatamente in carcere. Contemporaneamente, i poliziotti hanno cancellato da tutti i computer presenti nella sede la bozza del libro Imamin Ordusu (L’esercito dell’Imam). In questo libro, Şık svela il legame netto tra i dirigenti delle accademie della polizia ed il gruppo religioso clandestino di Fettullah Gulen, attraverso date, nomi e testimonianze, palesando i progetti che stanno dietro a questo legame, come il controllo di punti strategici del potere legislativo, il potere esecutivo ed il potere giudiziario, favorendo i fedeli anche attraverso azioni illegali. Dopo la questione curda, anche la libertà di espressione in fortissima limitazione è il centro dell’attenzione in Turchia.

Ovviamente, nell’ultimo periodo, si è parlato, non di rado, di questioni fondamentali come il sistema universitario e sanitario. La presenza di risposte codificate nei test d’ingresso all’università e l’incondizionato appoggio di Erdogan al Presidente dell’ente che gestisce la formulazione dei test e che non accetta di dimettersi ha generato parecchie proteste. Decine di migliaia di studenti truffati sono scesi in piazza Taksim ad Istanbul per protestare in merito il 15 Aprile. La sera stessa, in un intervento al Parlamento, Erdogan ha puntato il dito verso l’opposizione apostrofata come abile nello sfruttare gli studenti per i propri scopi politici. Ha aggiunto inoltre in tono minaccioso: “Non c’è bisogno di agitare le acque: se fosse il caso anche noi potremmo portare i nostri giovani in piazza e sarebbero  addirittura dieci mila volte più numerosi”.

Anche internet è stato uno dei temi più caldi nella quotidianità in Turchia. Con una popolazione del 65% sotto i 30 anni ed una diffusione dell’uso della rete a banda larga a livelli superiori anche rispetto ai Paesi del nord Europa, internet è un mezzo assolutamente importante per orientare l’informazione. Dopo la censura che hanno subito vari siti locali che parlano di tematiche LGBT, per parecchi anni anche l’accesso ai siti Blogspot e Youtube è stato impossibile, in Turchia. La dichiarazione storica di Erdogan su questo tema è “So che i nostri cittadini riescono ad accedere a questi siti in modo indiretto, quindi significa che non è impossibile”. Il piano d’azione del BTK (Ente per le Teconologie dell’Informazione), dichiarato nel mese di Aprile, prevede un filtraggio sulla rete da applicare a connessioni a tutti i siti in cui vengono definite pericolose una lista di parole-chiave che possono essere utilizzate in ricerche oppure dentro i nomi dei siti stessi. Le realtà in rete nel mirino del BTK sono soprattutto i gioci d’azzardo e contenuti pornografici seguiti da alcuni contenuti politici. Lo scandalo maggiore è che il BTK avrà la possibilità ed il diritto di identificare e denunciare gli utenti che eludono questa limitazione. Questi cambiamenti entreranno in vigore il 22 Agosto, ma in rete è già possibile incappare nelle reazioni, nette e collettive, degli utenti. Tra queste, la manifestazione per la libertà di internet , organizzata grazie al tam tam web, svolta il 15 Maggio a Taksim, Istanbul, con più di 2 mila persone presenti. Ultimamente il gruppo di hackers anonimi che fanno parte del movimento Anonymous ha deciso di attaccare il sito ufficiale della TIB (Presidenza delle Telecomunicazioni) e bloccarlo per circa 15 minuti il 10 Giugno minacciando l’ente di fare danni ancora maggiori se il 22 Agosto effettivamente iniziasse l’ondata di censura in rete in Turchia.

Altri problemi di lunga data irrisolti che la Turchia dovrebbe affrontare sono ad esempio il debito pubblico in aumento del 70.9% in questi ultimi 5 anni (290.3 miliardi di Dollari americani); la disoccupazione, intorno il 13.5% secondo i dati del TIK (Istituto Statistico della Turchia) e secondo dati non ufficiali non sotto il 20%; le conseguenze negative delle riforme fatte per il sistema sanitario, che lo porta ad una specie di privatizzazione: secondo la dichiarazione pubblica rilasciata dal TBB (Unione dei Medici della Turchia) il 25 Maggio, con le riforme, i costi del servizio sono in aumento (del 650%) per tutti senza distinzione di reddito e l’integrazione di servizi privati nei momenti in cui quelli statali non fossero sufficienti porterebbero ulteriori spese per i cittadini. Come se non bastasse, sono previste pene come la detenzione, per chi non fosse in grado di saldare le spese mediche nei tempi previsti. Per chi non è provvisto di copertura assicurativa sanitaria statale grazie al lavoro o privata i costi sono altissimi, anche se il cittadino è un minorenne.

Ovviamente la Turchia ha inoltre ancora in sospeso le famose questioni armena e cipriota: negli ultimi anni i rapporti diplomatici con la Repubblica armena  sono rimasti in sospeso, quindi è ancora da chiarire e risolvere, dall’apertura delle frontiere alle questioni storiche e legali.

Per ciò che riguarda Cipro, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Mun, in un comunicato rilasciato il 10 Maggio, ha informato che è sua intenzione invitare i rappresentati turchi e greci nel mese di Giugno per definire la spartizione del territorio entro il mese di Dicembre, per poter disegnare definitivamente le mappe di queste due repubbliche, nord e sud. Ultimamente, inoltre, grazie a cause indette dai cittadini ciprioti del sud contro la Repubblica turca per i danni morali e fisici subiti durante la guerra del 1974, la Turchi ha dovuto risarcire 6 milioni e 222 mila Euro grazie alla decisione della CEDU, lo scorso Maggio. Le cause riguardano lo spostamento forzato dei cittadini greci dal nord verso il sud durante la guerra e la loro perdita di territori ed immobili.

I sondaggi mostrano una possibile conferma dell’AKP come partito unico, tuttavia prevedono una possibile perdita di voti notevole. Erdogan ha bisogno almeno di 330 seggi per poter effettuare “da solo” le modifiche auspicate sulla Costituzione. D’altro canto si prevede un lento ma evidente aumento nei voti del CHP che, con il cambiamento del leader e le posizioni nette contro il governo e fortamente social democratiche, sembra poter attirare i voti del ceto medio-alto, di buona parte della classe operaia e di circa la metà dei giovani, soprattutto universitari. Oltre ai risultati attesi per alcuni tra i più noti candidati indipendenti, sussiste anche la possibilità che l’MHP potrebbe non superare lo sbarramento o potrebbe farlo per pochi punti percentuali. L’MHP è l’unico grosso partito che propone posizioni nazionaliste e conservatrici alternative all’AKP. Il fatto che il leader Bahceli abbia indetto un comizio elettorale anche nella fortezza del BDP, a Diyarbakir, dopo 16 anni, dimostra forse anche gli sforzi che il partito sta cercando di fare per poter allargare il consenso per queste elezioni.

I possibili scenari post elettorali sono diversi. Se l’AKP non riuscisse a prendere il potere come partito unico, giacché non sembra possibile, per il momento, che possa stringere un’alleanza con qualcuno, un governo di coalizione tra il CHP e l’MHP oppure tra il CHP ed il BDP non sembra surreale. Nel caso in cui, invece, l’AKP non riuscisse a raggiungere i 330 seggi, questo potrebbe creare un grosso problema all’operatività in un Paese come la Turchia, con vari problemi importanti da risolvere nell’immediato. Comunque si vota il 12 Giugno, senza i voti degli oltre 5 milioni di cittadini residenti all’estero, come sempre.  Anche in questa occasione, per le elezioni politiche, lo Stato non è stato in grado di fornire una soluzione adatta per permettere a questi aventi diritto al voto di esercitare il proprio diritto, appunto.

Durante la campagna elettorale è successo di tutto: la tensione alta era costante. La carovana elettorale di Erdogan ha subìto un attentato il 3 Maggio a Kastamonu, nel corso del quale un poliziotto della scorta ha perso la vita. Il PKK ha rivendicato l’agguato. Ancora una vittima, ad Hopa nel nord-est della Turchia, in provincia di Artvin il 30 Maggio: durante il comizio elettorale di Erdogan un gruppo consistente di contestatori ha subito una netta e violenta reazione della polizia e l’ex insegnante in pensione Metin Lokumcu è stato stroncato da un infarto durante il lancio dei lacrimogeni da parte dei poliziotti. Il Procuratore della Repubblica ha indetto alcune indagini per fare luce sul caso e vari testimoni hanno dichiarato di aver subìto dai poliziotti violenze e diversi tipi di tortura durante la detenzione presso la questura dopo la manifestazione. Anche le sedi di partito del CHP sono state prese di mira con piccoli attentati, lancio di molotov o sparatorie; parecchie volte manifestazioni che non necessitavano di autorizzazione sono state inoltre bloccate dalla polizia. Un esempio è la grossa manifestazione che aveva organizzato il candidato indipendente  Sırrı Süreyya Önder presso il Parco Gezi di Taksim, ad Istanbul: secondo l’intervista rilasciata al canale televisivo NTV il primo Giugno da Önder c’erano più poliziotti che manifestanti presenti e, ciononostante non gli è stata concessa la possibilità di fare la festa di fine campagna.

Le piazze della Turchia per un certo periodo hanno sentito echeggiare nuovamente il nome del famoso leader Suleyman Demirel. Infatti, mentre Erdogan si spostava da una piazza all’altra rispondendo alle provocazioni di Kilicdaroglu e provocando a sua volta, ha dichiarato più volte che il personaggio che realmente controlla il CHP è Demirel, cercando di riavvivare lo storico conflitto tra il DYP e l’ANAP. Il leader storico dell’ANAP, Turgut Ozal, è ormai scomparso, ma sia lui che il suo predecessore Adnan Menderes (impiccato dalla giunta militare nel 1961) sono due politici ammirati da Erdogan. Demirel risulta, nel suo immaginario, uno storico traditore, avendo deciso di fondare un altro partito e diventando l’avversario del movimento di Menderes, entrambi di centro destra, grandi alleati degli USA e forti sostenitori della Nato e delle privatizzazioni, poco interessati a produrre una politica solida e permanente al fine di risolvere questioni importanti come quella curda, cipriota o armena.

Demirel oggi ritorna nella mente dei cittadini per un’altra sua dichiarazione, quella che apre l’articolo. L’acqua e la Siria. L’avanzare violento e massacrante di Esad insieme a suo fratello e alle forze armate con lo scopo di eliminare ogni tipo di opposizione per chiedere la fine della sua dittatura sta minacciando, secondo il Governo, anche la sicurezza (ma non solo) della Turchia. La Siria, come l’Iraq, è un vicino ricco di risorse naturali e con solidi rapporti commerciali con la Turchia. Nella città di Hatay, al confine con la Turchia, la Mezza Luna Rossa ha già costruito un campo profughi per 10 mila cittadini siriani. Fino ad ora hanno attraversato il confine circa 2 mila cittadini, per fuggire dalla violenza. Mentre le testimonianze dei profughi hanno toni veramente forti, il Presidente della Repubblica Abdullah Gul il 9 Giugno ha dichiarato che lo Stato turco, con il suo governo e le forze armate, è pronto ad ogni tipo di scenario in Siria. Voci di corridorio prevendono un avanzamento della Turchia oltre i confini della Siria per poter creare una zona cuscinetto per la propria sicurezza. La soluzione ricorda molto quello che è successo in Iraq negli ultimi venti anni di Saddam, che ha portato il nord del Paese verso l’autonomia di un’etnia, sostenuta dalle forze imperialistiche internazionali.

Oggi si vota e tra 5 giorni si saprà l’esito definitivo del voto. Sembra che la Turchia avrà un breve ma importante periodo da trascorrere per decidere se andare verso una Repubblica democratica che rispetta i diritti di tutti i suoi cittadini ed uno sviluppo economico per tutti oppure verso un cambiamento conservatore che calpesta la libertà e favorisce il bene per pochi.

di Murat Cinar

14 giugno 2011

È cambiato il vento anche in Sicilia

ll vento del cambiamento soffia anche in Sicilia. Con i risultati del turno di ballottaggi alle elezioni amministrative nell’isola arriva l’ultima sberla al centrodestra. Nei seggi elettorali gli scrutini sono cominciati solamente dopo lo spoglio delle schede dei quattro referendum, ma già nella prima serata i leader del centrosinistra, e soprattutto di Udc e terzo Polo, festeggiavano. “Adesso è un cappotto” ha detto Antonello Cracolici, presidente del gruppo Pd all’Ars.

NEGLI 11 COMUNI coinvolti nel ballottaggio per l’elezione dei sindaci hanno votato il 63% degli aventi diritto, segnando un calo complessivo del 7,5% rispetto al primo turno. “Il risultato che si delinea non lascia spazio a dubbi – ha aggiunto Cracolici – a Bagheria il nostro candidato sindaco stacca il candidato del Pid di Saverio Romano, così come a Lentini, Noto, Vittoria e Ramacca i cittadini premiano i candidati sostenuti dal Pd e dalle altre forze che si oppongono al Pdl e al Pid. Ci troviamo di fronte a un voto che, se pur in presenza di liste civiche, indica chiaramente la volontà dei siciliani di voltare pagina rispetto al peggiore centro-destra del Paese”.    Attorno alle venti è arrivato il primo risultato ufficiale: Francesco Zappalà è il nuovo sindaco di Ramacca, in provincia di Catania. Zappalà, appoggiato dal Pd, ha ottenuto il 62,3% delle preferenze contro l’avversario Musumeci, sostenuto dall’Mpa di Lombardo, in vantaggio al primo turno.    A Bagheria, centro alle porte di Palermo, l’Udc Vincenzo Lo Meo, appoggiato anche dai democratici e dal terzo Polo, vince contro Bartolo Di Salvo, il candidato sostenuto dal ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. L’alleanza tra democratici e terzo-polisti conquista anche Noto, in provincia di Siracusa, dove Corrado Bonfanti supera Raffaele Leone. Un’ampia alleanza, che comprendeva Udc e Sinistra Ecologia e Libertà, supportava a Vittoria, in provincia di Ragusa, il candidato vincente Giuseppe Nicosia del Pd. Mentre a Lentini, in provincia di Siracusa, il candidato del Pd Alfio Mangiameli, sostenuto anche da Federazione della sinistra e terzo Polo ha conquistato la poltrona di primo cittadino contro l’uscente Nello Neri, ex deputato di Alleanza nazionale. A Campobello di Mazara, invece, l’alleanza tra Pd e Mpa ha portato alla conferma di Ciro Caravà.    “Questi risultati – ha dichiarato Giuseppe Lupo, segretario regionale del Partito democratico – confermano che anche in Sicilia soffia forte il vento nuovo che ha spazzato la destra dal Paese come dimostra anche lo straordinario risultato dei referendum”. Già, ma soprattutto pone il terzo Polo come ago della bilancia nella politica siciliana ed evidenzia ancora una volta l’incognita del rapporto tra il Pd siciliano e l’Mpa del governatore Lombardo: uniti al parlamento regionale e spesso avversari nelle diverse realtà comunali.

UNA SORTA di stallo al rilancio del centro sinistra siciliano ricordato anche da Antonio Marotta, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, commentando l’esito referendario: “Il centrodestra e Berlusconi vengono travolti, e oggi spetta alla sinistra siciliana raccogliere questa spinta dal basso per tracciare insieme e unita un cambiamento, a partire da un progetto e una proposta di alternativa che superi le sabbie mobili del politicismo e dell’esperienza fallimentare del governo Lombardo”. “Senza l’appoggio del terzo Polo e Udc il Pd non potrebbe certo dichiararsi vincitore – ha dichiarato Erasmo Palazzotto, segretario regionale di Sinistra Ecologia e Libertà – quindi se in Sicilia il Pd non decide di uscire dall’ambiguità in cui è sprofondato non sarà possibile la rinascita del centro sinistra e quel cambiamento che tanti siciliani sognano di vedere come sta accadendo nel resto d’Italia”.

di Michele De Gennar, IFQ

1 giugno 2011

Seppelliti da una risata

Li ha seppelliti una risata. Sferzante, giovanile, contagiosa. Esplosiva e incontenibile davanti al troppo, al troppo di tutto. Che ha allagato l’altra sera piazza Duomo trasformandola in un grandioso teatro di satira popolare. Il gruppo di giovani che dirige l’occhio verso l’alto inscenando la progettazione della “più grande moschea d’Europa”. L’ingegnere che spiega alle maestranze: “Ecco, intanto le guglie devono sparire, via anche quella statuina d’oro lì in alto, e tutt’intorno spazi per i kebab”. A cinquanta metri da loro campeggia su un terrazzo pubblico un grande striscione con su scritto “Moratti, una donna fuori dal Comune”. E poi quel “Zingaropoli”, mugghiato da Bossi e rimbalzato sui cartelloni di tutta Milano, ritmato ogni dieci minuti con la giocosa cantilena degli ultrà vittoriosi. O il “Gigi D’Alessio, vogliamo Gigi D’Alessio” diventato rapidamente il tormentone della notte, una canzonatura impietosa del giovedì prima, la più discussa musica dei quartieri napoletani chiamata a benedire il futuro della capitale padana, la rivolta della Lega, l’accusa alla sinistra violenta e comunista di avere minacciato il cantante, La Russa che fa promesse a telefono e microfono unificati, fino alla reazione rabbiosa dei fan fatti salire a vuoto dalla Campania: “Pisapia, Pisapia”.

AFFONDA sotto una risata liberatoria la più grande farsa politica della storia europea del dopoguerra. Ogni tabù annunciato, ogni incubo agitato, si sono trasformati grazie alla rete in un potente sberleffo. La sinistra triste? Forse quella che Berlusconi incontrò al suo apparire sulla pubblica scena. Questa ha ironia da vendere (ci risiamo: perché la satira è di sinistra?). Mentre dall’altra parte, soprattutto a corte, sembrano capaci di ridere solo di gnocca e dintorni.    È una risata che viene da lontano quella che rimbalza tra gli annunci di vittoria che arrivano da Napoli e da Arcore, da Rho e da Trieste, da Cagliari e Gallarate. Nasce, dopo aver fatto a braccio di ferro con l’indignazione, dal repertorio di gag ineguagliabili che ci è stato rappresentato per anni. Il parlamento pronto a votare che Ruby era la nipote di Mubarak, esattamente come avrebbe potuto votare che Napoleone andò in ritiro a Lampedusa o Garibaldi a Formentera. Il palco attrezzato davanti al Palazzo di Giustizia di Milano perché l’imputato possa insultare i suoi giudici in mezzo a una folla di figuranti in estasi. I bunga bunga narrati come cene eleganti a base di coca cola light e di discussioni politiche con giovani apprendiste Cavour. Le prostitute riaccompagnate a casa con le auto della polizia. Satiri ottantenni e lenoni falliti che spuntano come spot nei luoghi più improbabili. Falsi attentati con incredibili sparatorie per le scale. Le rincorse a Obama per spiegargli come discoli pentiti che non è colpa mia, in Italia c’è una dittatura dei giudici. E quei capelli, santo cielo quei capelli. E gli strafalcioni a getto continuo, dal lontano Romolo e Remolo fino all’ultimo Goteborg al posto di Bad Godesberg.

UN GIORNO sembrerà di avere sognato, e i ragazzi ci diranno “ma non ridevate?” come dicevamo noi ai nostri genitori rivedendo il duce con le mani sui fianchi a piazza Venezia. Davvero la prima volta è tragedia e la seconda è farsa. Ora bisogna uscirne e dare il segno fulminante della differenza. Mai dimenticare che il secondo governo Prodi dilapidò il patrimonio accumulato in cinque anni di opposizione in poche settimane: i giochi miserabili (non del governo) per l’elezione del presidente del Senato; i cento ministri e sottosegretari, quasi tutti sconosciuti, lottizzati tra partiti e correnti, salvo accorgersi, dopo il giuramento, che mancava un sottosegretario in grado di reggere la Finanziaria in aula; l’indulto come prima e più assoluta urgenza. Si lavori alto per il Paese. E godiamoci questa riserva di ironia, pronti a usarla verso di noi. Come quella del giovane tifoso di Pisapia che l’altra sera ha chiesto agli amici di aspettarlo un attimo: “Vado a rubare un’auto e torno”.

di Nando Dalla Chiesa, IFQ

 

31 maggio 2011

Referendum avanti tutta

Il nuovo sindaco di Cagliari, Massimo Zedda sembra un ragazzino ma al suo avversario, una vecchia volpe, non ha lasciato scampo. A Milano, Pisapia ha spazzato via la Moratti senza mai alzare la voce. E forse neppure De Magistris pensava che a Napoli gli sarebbe arrivata addosso quella grandinata di voti. Da domani affronteranno problemi giganteschi (e non solo la spazzatura). Oggi, fanno pensare le loro facce e le loro parole così diverse, così distanti dai volti e dalle parole dei vincitori di ieri. La sconfitta di Berlusconi appare irrimediabile perché irrimediabilmente sconfitta è la contraffazione che ha dominato la politica dell’ultimo ventennio. C’è un momento in cui non le ideologie o gli schieramenti, ma il puro e semplice senso comune si ribella. E dice basta, non se ne può più del cerone, dei capelli tinti, dei fondali di cartapesta e degli slogan ripetuti a pappagallo (e che palle “meno male che Silvio c’è”). B. ha stufato persino i suoi per il semplice motivo che non intendono affondare con lui. C’è un momento in cui persino un Paese che sembrava lobotomizzato dal pensiero unico proprietario riscopre che si può parlare senza aggredire, insultare, senza la bava alla bocca. Lui resisterà ancora, aggrappato all’illusione che tutto sia rimediabile, come sempre ha fatto. Promettendo, minacciando, comprando questo o quello. Ma lo sa anche lui che è finita. Tra due settimane i referendum possono mettere fine a questa inutile agonia. Con una voglia di cambiamento così impetuosa, raggiungere il quorum non sarà impossibile. Un ultimo sforzo ed è fatta.

di Antonio Padellaro, IFQ

31 maggio 2011

La settimana nera del Cavaliere è ancora lunga

Alla parata forse ci andrà, ma al ricevimento di domani al Quirinale, quello no, non sembra proprio aria. Il Cavaliere ha davanti a sé una settimana disseminata di pericoli.    Stamattina, alla seconda udienza del processo Ruby lui non ci sarà, impegnato in un Consiglio dei ministri che sarà decriptato attraverso gli sguardi e le battute che si scambieranno con il leader del Carroccio Umberto Bossi; la telefonata di ieri pomeriggio, dopo la sconfitta, non ha avuto toni distesi. Ma il bello verrà più tardi, al momento di fare l’analisi del voto con il gotha del partito riunito in un ufficio di presidenza che odora di 25 luglio, ma cercheranno di farlo sembrare solo una ripartenza.

GIÀ, PERCHÉ oggi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dirà ai suoi che l’unico modo per superare questo schiaffo è buttare tutto all’aria, seppellire il Pdl e fondare subito un partito tutto nuovo. I suoi punteranno, invece, alla creazione di un direttorio per bypassare questa fase di crisi , ma di fatto lo scontro potrebbe far segnare punte di nervosismo molto alte. E non si sa come andrà a finire.    D’altra parte Berlusconi è già stato chiaro: “Io non ho colpe, non ho alcuna intenzione di allargare la maggioranza”.    Le tensioni, dunque, non si stempereranno nei giorni successivi. Anzi potrebbero addirittura raggiungere livelli più alti. È attesa, infatti, per mercoledì prossimo la decisione della Corte di Cassazione in merito al referendum sul nucleare.    Nel caso in cui la bocciatura del quesito fosse solo parziale, per Berlusconi sarebbe l’ennesimo smacco; quasi inutile tutta la fatica per depotenziare un quesito trainante anche per il suo legittimo impedimento. Non ci vorrebbe.

BRUTTA settimana, davvero, per Berlusconi. Che si chiuderà giovedì con la parata del 2 giugno a cui dovrà presenziare per forza. Il timore è che stavolta le contestazioni non si limitino a qualche fischio, ma possano “turbare” in modo pesante, “l’atmosfera di festa e pacificazione” che invece il capo dello Stato vorrebbe far emergere. Di lì la tentazione di disertare, ma Napolitano gli ha già fatto pervenire un messaggio chiaro: non se ne parla neanche. I fischi se li prenderà proprio tutti quanti.

di Sara Nicoli, IFQ

31 maggio 2011

Balla ciao

“Vinceremo al primo turno. Milano è fondamentale per dare sostegno al governo del Paese. È impossibile che non sia governata da noi. Pisapia è un candidato da pazzi che vuole rifondare il comunismo” (Silvio Berlusconi, 7-5-2011). “E se il Pd perdesse Torino e Bologna?” (Libero, 8-5). “Non tutte le donne vengono per nuocere. La Letizia Moratti, per esempio, corre verso il secondo mandato e intende guadagnarselo con la solita grinta e con la solita tranquillità. Il lavoro ben fatto, da quando ha assunto incarichi pubblici, è una sua prerogativa. Non gridata, non sbandierata, considerata quasi ovvia” (Giuliano Ferrara, Il Giornale, 8-5) “Aria di festa. Silvio alla riscossa. L’umore del premier è cambiato: la campagna elettorale in prima persona porta un recupero fenomenale di consensi. Il centrodestra vincerà ancora. Anche perché è l’unico ad avere un leader” (Vittorio Feltri, Libero, 12-5). “Via le Br dalle liste” (Libero, 13-5). “Dopo Cofferati ora tocca a Fassino essere mandato a casa” (Maurizio Gasparri, Il Giornale, 13-5). “Non è un voto ordinario per sindaci e presidenti di provincia: è un voto su di me e sul mio governo. È un voto su cui si gioca il futuro mio e della legislatura (S.B., 14-5). “Alle urne con un obiettivo: mandiamoli a casa. Amici dei terroristi di Hamas, amici dei terroristi di Prima linea, amici dei clandestini, dei centri sociali” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 14-5). “Il Pd teme la disfatta e punta al pareggio” (Libero, 15-5). “Sono i nostri a essere andati in massa a votare. Ancora una volta la spunteremo e sarà tutto merito mio e dell’impronta che ho dato a questa campagna (S.B.,15-5). “Dai, un ultimo sforzo. Alta l’affluenza: gli elettori vogliono contare più dei pm” (Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16-5). “Se De Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non s’è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città” (Clemente Mastella, Radio2, 17-5). “Rialzati e cammina. Silvio non è morto” (Feltri, Libero, 18-5). “Operazione rimonta: Albertini in campo per Letizia” (Libero, 19-5). “Non è un terrorista, ma Pisapia fa paura” (Massimo de’ Manzoni, Libero, 19-5). “Arrestate De Magistris, punta a Palazzo Chigi” (Libero, 19-5). “Napoli, Lettieri pensa alla carta Bertolaso” (Corriere della Sera, 20-5). “Bossi ci tiene alle balle: il Senatur vuole riprendersi Milano. Torna la Lega di lotta” (Il Giornale, 23-5). “Cara Moratti, ti spiego come recuperare” (Gianni Alemanno, il Giornale, 23-5). “Chi vota De Magistris è senza cervello” (S.B., 25-5). “Pisapia ora ha paura. La rimonta della Moratti. Il candidato del Pd teme il ritorno di fiamma del centrodestra” (Il Giornale, 26-5) “Adesso sto con la Moratti e dico che può vincere, riconquistare la città. Sull’altro fronte vedo solo barbari e devastatori” (Vittorio Sgarbi, Corriere, 26-5). “Un bell’applauso per Letizia Morattiiii!” (Massimo Boldi dal palco del Giro d’Italia, 29-5). “Denis, ti prego, convinci Berlusconi a non venire a Napoli a chiudere la mia campagna elettorale” (Gianni Lettieri a Verdini, La Stampa, 30-5).

di Marco Travaglio, IFQ

29 maggio 2011

Vota e fai votare

Le vittorie di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli non sono scontate. I berluscones recuperano terreno con ogni mezzo, anche economico. Oggi e domani non bisogna sprecare neppure una scheda.

A Milano gli astenuti al primo turno delle elezioni del sindaco sono stati 339.021. Alla Moratti, nel voto del 13 e 14 maggio, sono mancati circa 80.000 voti ma, secondo il suo staff ne basterebbero 40.000 per superare Pisapia sul filo di lana del secondo turno. Non appare, purtroppo, un’impresa impossibile. Al di là delle risse e divisioni, Lega e Berluscones non hanno perso affatto il controllo sul terriotorio ambrosiano, quasi militarizzato dalla destra dopo un ventennio di egemonia “padana”. Anche a Napoli la partita non è affatto vinta dovendo recuperare De Magistris circa 8 punti al suo avversario Lettieri.    E allora non si capiscono proprio le ragioni dell’ottimismo diffuso a piene mani negli ambienti del centro sinistra come se i giochi fossero gia fatti a favore del candidato Giuliano e del candidato Luigi.    Che nelle 2 città (come nel resto del Paese) il vento sia cambiato, è fuor di dubbio. Che Berlusconi si stia picconando con le sue stesse mani e sotto gli occhi di tutti.    Che l’opposizione abbia rialzato la testa anche. Ma che senso ha riempire questa importante vigilia di speranzosi pronostici, affidati a quegli stessi sondaggi (per di più clandestini) che solo 2 settimane fa hanno illuso la destra con i risultati che sappiamo? Dai leader della sinistra ci saremmo aspettati in queste ore un appello chiaro e forte a non sprecare una sola scheda. Invece di perdersi in elucubrazioni su quel che sarà o sull’alleanza con il Terzo polo, questi politici di lungo corso avrebbero dovuto impiegare (il poco) tempo a loro destinato nei tg e nei salotti tv invitando i propri elettori a non disertare le urne essendo la situazione assolutamente in bilico.    “Vota e fai votare”, martellava la propaganda del vecchio Pci. Non era uno slogan ma una chiamata alle armi. Gli eredi di quella tradizione farebbero bene a ricordare che fine fece la gloriosa macchina da guerra di Occhetto nel ‘94. Indimenticabili furono poi i 24.000 voti che nel 2006 separarono Prodi da Berlusconi dopo che l’Unione aveva sperperato in litigi un patrimonio di consensi dando per scontata la vittoria. Lunedì prossimo speriamo di poter festeggiare la svolta tanto attesa. Non dimenticando mai, però, che liberarsi di Berlusconi non sarà nè una passeggiata nè un pranzo di gala. Se non fosse stato troppe volte dato per finito dalla sinistra, forse B. non avrebbe imperversato per quasi un ventennio. La lezione dovremmo tutti quanti averla imparata.

di Antonio Padellaro, IFQ

27 maggio 2011

Davvero c’è chi crede che con Pisapia sindaco arriveranno i cosacchi?

La faziosità politica toglie il senno. In occasione delle elezioni municipali a Milano e in altre città si è sentito dire con voce adirata e inquieta del candidato della sinistra Pisapia: è un terrorista, è stato amico dei terroristi, è un comunista. Come se la sua elezione a sindaco di Milano volesse dire una dittatura di tipo stalinista con fucilazioni all’alba dei Kulaki, alias piccoli proprietari, con deportazioni in massa verso la Siberia, come se fosse tornato l’Ottobre rosso , il dottor Divago, la fucilazione della famiglia imperiale a Ekaterinburg, una strage, un diluvio e non la vittoria elettorale di un avvocato riformista milanese della buona borghesia, dalle buone relazioni forensi. Il gentile e educato avvocato Pisapia, uno di quegli intellettuali che incontri nei circoli culturali o alle manifestazioni per la pace e contro il razzismo, viene dipinto come un terrorista, un Attila, un assetato di oro e di sangue, contro cui un’indemoniata come la Santanchè può urlare le accuse più inverosimili e ridicole.

E quanti le fanno coro: un comunista! Milano amministrata da un comunista!

Il presidente della Repubblica Napoletano e altri che hanno conservato un minimo di buonsenso invitano ogni giorno alla ragione, ma è proprio questo parlare nel deserto degli uomini di buon senso che spaventa, proprio questa mancanza di moderazione nei moderati a spaventare. Che significa gridare al comunista come nemico dell’umanità? I comunisti italiani non fanno parte della nostra storia? Non conosciamo la vicenda politica, culturale, letteraria per cui una parte dei socialisti italiani, o diventarono fascisti come Mussolini, o passarono negli anni attraverso sofferte maturazioni dalla speranza di un utopico governo mondiale dei lavoratori alla più pressante necessità di lottare contro i fascisti, alle grandi lotte unitarie per la democrazia? I comunisti italiani hanno amministrato da normali democratici in tante città?

Enrico Berlinguer e altri dirigenti di questi comunisti non hanno forse ammesso pubblicamente che la spinta rivoluzionaria si era esaurita e che la difesa della democrazia era il vero compito di una inistra moderna? Il presidente della Repubblica Napoletano non è l’esempio vivente, in carne e ossa, di questo comunismo parte integrante della democrazia? La guerra partigiana non è stata una guerra di popolo, una miracolosa guerra unitaria a cui hanno partecipato gli italiani delle più diverse ideologie?

Ma a questo mondo la ragione è una merce non solo preziosa, e quasi introvabile, la madre dei fanatici è sempre incinta, gli estremisti sono sempre pronti all’urlo e alla diffamazione.

di Giorgio Bocca, Il Venerdì

27 maggio 2011

B. in concerto, ultima ammuina a Napoli

Silvio Berlusconi con Gianni Lettieri e Gigi D’Alessio. Luigi De Magistris con il rap napoletano dei 99 Posse e degli ‘A 67, Enzo Gragnaniello e Teresa De Sio. Piazza Plebiscito e via Caracciolo. Serate e piazze di fuoco e musica per chiudere la campagna elettorale. Napoli canta e il suo ventre ribolle: chi scegliere tra il rappresentante del Cavaliere sotto il Vesuvio, e il giovane ex magistrato che promette la rinascita della città nella giustizia e nel rigore? Gianni Lettieri, l’uomo che garantisce da un lato la continuità col vecchio sistema di potere, affaristico e bipartisan, predatorio ed equamente spartitorio, e dall’altro ha già spalancato le porte agli uomini di Nicola Cosentino, il suo protettore, l’uomo che lo ha voluto a tutti i costi candidato e che in questa partita si gioca tutto. Luigi De Magistris, l’outsider che nessuno voleva e che ha sbaragliato il vecchio centrosinistra, mettendo alle corde il Pd, umiliando i suoi potentati cittadini, ed imponendo temi e modi della campagna elettorale. È il candidato che “ha scassato”, come dicono i suoi, per dire con efficace espressione partenopea, che ha rotto tutti gli schemi della politica. E ha convinto la Napoli che vuole cambiare. La città è spaccata in due (i sondaggi delle ultime ore valgono zero: alcuni lo danno sopra il 60%, altri appaiato con Lettieri, altri ancora vogliono il candidato Pdl in notevole vantaggio), come mai è stata nella sua storia recente. Divisi gli industriali, i commercianti, la borghesia cittadina. Gianni Punzo, numero uno del Cis di Nola e azionista di maggioranza di Ntv (le ferrovie private di lusso) sta con Lettieri, Antonio D’Amato, ex leader di Confindustria, con De Magistris. Enzo Per-rotta, leader del Centro commercianti vomeresi (1867 aziende, 10 mila dipendenti), non si schiera apertamente ma dice che “i miracoli non ci servono, né tantomeno le leggi speciali”, pronunciando un chiaro no alla legge speciale per Napoli, cavallo di battaglia di Lettieri e Berlusconi. Divisi gli intellettuali. Una parte di questi (molti ex del sistema di potere bassoliniano) hanno firmato un appello per Lettieri sollecitato dallo spin-doctor Claudio Velardi, tantissimi altri, attori, registi, docenti universitari, hanno sottoscritto per De Magistris già nelle settimane passate. E ieri dalle colonne di “Repubblica” è arrivato l’endorsement di Roberto Savia-no. Tra le ultimissime adesioni un appello che vede tra i primi firmatari due figure storiche della sinistra cittadina: Abdon Alinovi, parlamentare del Pci e già Presidente della Commissione antimafia , e Antonio Amoretti, “scugnizzo” della Quattro giornate di Napoli. Mondi opposti, due Napoli che si scontrano, due città nella città. I nobili e i lazzari, la borghesia colta e quella affaristica e predatoria, gli intellettuali e gli operai dell’Italsider, il ceto politico delle clientele e il sottoproletariato delle sterminate periferie. Città che parlano linguaggi diversi e nella capitale mondiale della musica si emozionano per melodie diverse. Questa sera il Cavaliere, messo da parte il posteggiatore Apicella, sarà sul palco con Gigi D’Alessio, l’ex pianista di Mario Merola, che dalla gavetta e dalle amicizie con Luigi Giuliano, ‘o Lione, l’ex re di Forcella, ha salito tutti i gradini del successo fino a diventare una icona del pop italiano. Prometterà miracoli e canterà con lui “Ho bisogno di parlarti adesso ascoltami, c’è un silenzio che nasconde ambiguità che non litighiamo più mi sembra un secolo solo indifferenza è quello che si dà. Si sta asciugando il mare…”. Gigi De Magistris ritmerà il rap degli ‘A67 e la loro hit “’a camorra song io” che si conclude con un auspicio: “E se ‘a paura fa nuvanta ‘a dignità fa Cientuttanta tanta tanta tanta tanta voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà”. Voglia di cambiare. Anche con una canzone.

di Enrico Fierro, IFQ

26 maggio 2011

Cagliari. L’inarrestabile ascesa di Massimo Zedda

I ragazzi stanno zitti, quieti, hanno gli occhi che brillano ma non vogliono lasciarlo vedere. Militanti, anziani, signore, il barista o il dipendente pubblico si avvicinano, poi gli sussurrano: “Tranquilli, è fatta. Questa volta vinciamo a Cagliari”. A Massimo Zedda e ai suoi due fedelissimi, poco più che novant’anni in tre, non sembra vero. Ascoltano, stringono le mani. Tengono i toni bassi. Si fermano, mangiano un boccone e ridono: “Oh, è il primo pranzo in quattro giorni. Pensa, in questo ultimo mese ho perso almeno cinque chili”, confida il candidato di centrosinistra. Difficile da credere, vista la struttura fisica decisamente esile. “Invece è così, si chiama stress”, insiste. Va bene. Lo stress di una campagna elettorale lunga, lunghissima, che ora si gioca in soli tre giorni, meno di settantadue ore per convincere gli ultimi, per conquistare quel centimetro che alla fine potrebbe risultare decisivo a strappare la meda, per conquistare un feudo ventennale del centrodestra.    “MILANO è fondamentale, Napoli pure, ma anche qui, dalla Sardegna, è partito un segnale forte, come ha già dimostrato la vittoria di Olbia. Tutto, in qualche modo, è inaspettato e dall’altra parte sono nervosissimi” spiegano i militanti del centrosinistra. E per rendersene conto basta andare nei punti di ritrovo dei fan di Massimo Fantola: parlano solo della pallottola arrivata nei giorni scorsi al loro candidato, denunciano un clima invivibile, sorridono poco, non fanno previsioni, se non quelle standard. Annunciano scenari apocalittici per il turismo, azzerano la possibilità di un rilancio industriale, danno la maggior parte delle colpe al clima che si respira a livello nazionale. Tradotto: è un voto contro Silvio Berlusconi. Lo dicono a denti stretti, stizziti. In fin dei conti Fantola è da sempre un politico lontanissimo dai percorsi del premier, tanto da aver impedito, prima del ballottaggio, un suo arrivo nell’isola: “Ci ha detto: ‘Quello non ce lo voglio, qui decido io. Non voglio una delle sue campagne urlate, voglio andare avanti a modo mio’”, rivela uno degli uomini più vicini al candidato di centrodestra. E così è stato. Fino al ballottaggio, però. Poi tutto è cambiato, ed è stato emblematico il confronto di ieri, l’ultimo prima del voto, con lo stesso Fantola pronto a protestare per presunte accuse di legami con la massoneria. “Peccato che nessuno di noi ha mai affermato una cosa del genere – rispondono i ragazzi di Zedda – non è da lui attaccarsi a certe cose. È evidente: ora si sente in difficoltà”. Una difficoltà inattesa, appunto.    SOPRATTUTTO per un politico con alle spalle decenni di battaglie tra comune, regione e Roma, rispettato trasversalmente, abituato a stringere la mano all’avversario, mentre ora rischia di prendere un ceffone elettorale da un ragazzo di 35 anni che per la campagna elettorale ha impiegato i soldi destinati all’acquisto di casa: “Sia ben chiaro, mica parliamo di una cifra enorme – racconta Zedda – in tutto abbiamo raccolto sui 150 mila euro, la maggior parte sono miei. Vuol dire che resterò ancora un po’ in affitto…”. Altri numeri rispetto a Fantola: per lui si parla di una cifra ufficiosa vicina al milione di euro, ma per averne conferma basta alzare la testa, guardarsi in giro, e vedere la quantità di gigantografie a lui dedicate. “Però qui, la campagna si fa camminando per la strada e incontrando le persone”, continua Zadda. È così. Quella che per molti è una frase fatta, a Cagliari è la realtà: un capoluogo con le sembianze di città, ma l’anima del paese, dove quasi tutti si conoscono, dove quello che hai fatto o fai te lo porti dietro tutta la vita. Dove il titolare di un negozio di ferramenta è considerato un punto di riferimento elettorale per un micro-quartiere. Dove, se si analizzano le liste elettorali, è possibile scoprire varie famiglie bipartisan, magari con un candidato da una parte e uno dall’altra. “La verità? È che tutto si gioca su pochi elementi. Magari anche sul meteo”, raccontano i ragazzi di Fantola. Quindi, previsioni alla mano: la vulgata vuole che se piove il centro-destra è favorito; in caso di sole Zedda ha la strada spianata “perché i nostri questa volta non ci credono fino in fondo, e sicuramente preferiranno andare al mare”. Perciò, tutti con il naso all’insù.

di Alessandro Ferrucc, IFQ

26 maggio 2011

Moratti e Pdl false accuse e finti rom, la strategia per Milano

Per scusarsi con Giuliano Pisapia, che ha accusato ingiustamente di essere un ladro d’auto, Letizia Moratti detta le sue condizioni: le scuse devono andare in diretta tv. Il candidato sindaco del centrosinistra non ci sta e rifiuta il secondo faccia a faccia a Sky. Al suo posto, questa mattina ci sarà una sedia vuota. “Domani (oggi ndr) gli avrei porto le mie scuse – ha detto Moratti – ma lui non c’è. Sui programmi scappa”.    Pisapia rivendica la sua scelta e contrattacca: “Stupisce che Letizia Moratti continui a voler dettare le regole sul come e quando chiedere scusa per una grave scorrettezza della quale è evidentemente consapevole. Sarebbe bastato, in queste lunghe due settimane trascorse dallo sgradevole episodio che l’ha vista protagonista di una diffamazione nei miei confronti, inviarmi un biglietto privato. Non lo ha fatto, e cerca in modo ossessivo un’occasione televisiva per scusarsi. Peraltro, per dimostrare che le scuse sono sincere, sarebbe utile a tutti, e in primo luogo alla trasparenza tante volte invocata, che la signora Moratti fornisse anche adeguate spiegazioni su chi si è molto agitato intorno a lei perché quelle ingannevoli informazioni venissero pubblicate”. Fu proprio a Sky, durante il primo turno elettorale, che Moratti lanciò le false accuse alla fine della trasmissione, che non prevedeva il diritto di replica. Diritto garantito questa volta, fa sapere la tv di Rupert Murdoch. Ma il portavoce di Pisapia, Maurizio Baruffi, polemizza: “Abbiamo già detto che quello di Sky è un campo squalificato e anche Letizia Moratti è squalificata. Su di lei pende una querela per diffamazione aggravata”.    E diffamazione aggravata è l’ipotesi di reato su cui lavorerà il pm Armando Spataro, in seguito all’esposto presentato ieri dai legali di Pisapia. La denuncia contiene la ricostruzione di “numerosi episodi” su persone “travestite da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatorio spacciandosi per sostenitori di Pisapia” o “la presenza di ragazzi trasandati sui mezzi pubblici” che provocano i passeggeri. La richiesta alla procura è che ci sia “l’immediata identificazione dei soggetti” e la scoperta di eventuali “organizzatori e mandanti di tale campagna”.    Un testimone racconta che la settimana scorsa sul tram numero 9 (direzione Porta Venezia, zona centrale di Milano) un finto rom ha cominciato a sventolare volantini e gadget del comitato Pisapia e a infastidire pesantemente i passeggeri. Altri finti rom pro-Pisapia sono stati segnalati al mercato di viale Papiniano, nelle vicinanze del carcere San Vittore. Vengono citati anche finti operai, in quartieri periferici, intenti a prendere le misure per la fantomatica costruzione di moschee.    Il clima è da nervi tesi. Ieri la “Lista Civica X Pisapia” ha denunciato “un’aggressione intimidatoria” ai danni di un suo sostenitore, Otto Bitjoka, imprenditore camerunense. Martedì pomeriggio Btjoka stava rilasciando un’intervista in una piazza milanese, senza alcun segno distintivo per Pisapia, quando un motociclista gli ha lanciato insulti razzisti e gli ha dato una sberla.    Tra oggi e domani gli ultimi colpi di questa campagna elettorale che potrebbe segnare l’inizio della fine politica del premier. Stasera Moratti chiude in piazza Duomo con il concerto di Gigi D’Alessio, domani, sempre in Duomo, Pisapia. Sul palco Elio e le storie tese, Daniele Silvestri, Claudio Bisio, Paolo Rossi, Gioele Dix e Lella Costa.    E Bruno Vespa ieri sera ha dovuto fare un rettifica. Martedì aveva raccontato ai telespettatori di Porta a porta che Cinzia Sasso, moglie di Pisapia, aveva definito il marito “simpatico, ma inadatto a governare”. Peccato, però, che il giudizio fosse per Silvio Berlusconi.

di Antonella Mascal, IFQ

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