Posts tagged ‘Ue’

13 marzo 2013

Tobin Tax, l’imposta controproducente

La Commissione Europea ha proposto di adottare la famosa tassa sulle transazioni finanziarie, che ostacola il buon funzionamento dei mercati. In Italia l’abbiamo appena introdotta, penalizzando gli investitori.

[Foto Ansa]

Le transazioni finanziarie sono piuttosto “voluminose”. Nasce così la tentazione di tassarle per avere un gettito cospicuo che può servire ad altri scopi.

Poiché – si teorizza – le troppe transazioni finanziarie sono “sterili”, ecco che si può prelevare una quota di denaro da queste senza procurar danni per degli scopi che siano, al contrario, “fertili”.

Il nome che viene dato a questa tassa è “Tobin tax”, dal nome dell’economista che la teorizzò 40 anni fa ma per il solo mercato delle valute. La tassa è molto bassa (di molto inferiore all’1% del valore della transazione), ma, poiché gli scambi sono cospicui, il gettito non è spregevole: in Europa, secondo i conti di Bruxelles, sarebbe intorno ai 30 miliardi di euro.

Saggiamo l’idea che le transazioni finanziarie possano essere facilmente classificate come “sterili” oppure “fertili”.

L’impresa X vara un aumento del capitale – emette azioni – per aprire un megaimpianto con annessi occupati. È un’operazione che si potrebbe definire subito come “fertile”. Chi sottoscrive l’aumento del capitale può ragionevolmente temere che il titolo possa un giorno registrare un prezzo inferiore, perché l’impianto potrebbe andare peggio delle previsioni. Preferisce “coprirsi”, ossia accendere un’operazione finanziaria che, nel caso di una caduta del prezzo dell’azione, non gli faccia perdere denaro.

Trova chi pensa che le cose, invece, andranno bene, e quindi accetta di comprargli le azioni a un prezzo definito a una data definita. In questo modo scende il “premio per il rischio”, perché chi compra non chiede un prezzo minore per le azioni, perché ha paura di poter perdere. Riducendosi il premio per il rischio, l’impresa emette azioni a un prezzo maggiore, e quindi riduce il costo del capitale. Altrimenti detto, l’impresa affronta gli investimenti “reali” con maggiore tranquillità. Le transazioni “sterili” – come quelle di copertura dei rischi – aiutano l’economia “fertile”.

La Tobin Tax applicata alle transazioni finanziarie se riduce gli scambi – perché costa di più comprare e vendere – non favorisce il buon funzionamento dei mercati, perché li rende meno liquidi.

È questa l’obiezione maggiore che fanno quelli che sono contrari alla Tobin Tax. Poi vi sono le obiezioni minori, che assomigliano alle critiche che si rivolgono quando si alzano le tasse (le accise) sui carburanti. Costando molto di più il carburante alla pompa, si usa meno l’auto. La riduzione della domanda di carburante alla fine riduce il gettito delle accise. Invece di incassare di più, ecco che si incassa lo stesso. Altra obiezione minore è che le transazioni si sposterebbero su altri mercati se si alzano le imposte in uno o alcuni mercati.

Per quel che riguarda l’applicazione della Tobin Tax in Italia, si resta perplessi quando si scopre che la tassa scatta sulla variazione della posizione netta giornaliera dell’investitore e non sulle transazioni nel corso della giornata, come dovrebbe essere nello “spirito” della Tobin Tax. Ossia, se compro mille azioni e me le tengo, ecco che pago la Tobin Tax sul controvalore delle stesse (mille euro allo 0,1% sono un euro di Tobin Tax). Se, invece, compro e vendo nel corso di un giorno mille euro, ecco che non pago nulla.

Insomma le transazioni continue non pagano la tassa, mentre la pagano quelli che comprano le azioni per scopi di portafoglio. Il mercato resta quindi liquido, il che, per le ragioni suesposte va bene, ma si penalizza, seppur molto marginalmente, chi investe.

di Giorgio Arfaras, Limes.com

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14 marzo 2012

L’Europa va avanti. Sì alle unioni gay

Dalla prossima estate i cittadini omosessuali danesi potranno sposarsi in Chiesa. Civilmente lo possono fare dal 1989, quando a Berlino cadeva il muro. Ventitré anni fa.    In Italia parlare di unioni tra persone dello stesso sesso innesca scontri da campagna elettorale anche nel 2012, come quello di pochi giorni fa acceso dal segretario del Pdl Angelino Alfano “con la sinistra matrimoni gay” e deflagrato tra le due parlamentari democratiche Rosy Bindi e Paola Concia. Non poteva che avere un impatto devastante quindi la scelta dell’Europa di ieri di bocciare un emendamento contro i matrimoni omosessuali. I governi europei, secondo Strasburgo, non devono dare “definizioni restrittive di famiglia” allo scopo di negare protezione alle coppie gay e ai loro figli. La posizione è quella del rapporto sulla parità di diritti uomo-donna presentato dall’olandese Sophie in’t Veld ed approvato oggi dall’Eurocamera. Il passaggio più nettamente a favore dei matrimoni gay è contenuto nel paragrafo 7 del rapporto, che il Ppe voleva cancellare con un emendamento (bocciato in aula con 322 sì e 342 no). Non si è fatta attendere la reazione dei politici cattolici italiani: “L’unità europea rischia di frantumarsi nella coscienza dei popoli – ha dichiarato il responsabile per la famiglia del Pdl, Carlo Giovanardi – per iniziative come quella che vuole imporre, contro quanto stabilito chiaramente dai trattati, il riconoscimento dei matrimoni gay”. E per il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, “la sinistra europea, cui quella italiana si ispira, punta sul riconoscimento delle unioni tra omosessuali e il Ppe di cui il Pdl, e non solo, fa parte, ritiene che ciò rappresenti un attacco alla famiglia che per noi è il cardine della società”. Plauso da parte delle associazioni Lgbt e dai Radicali: “L’Italia deve seguire l’Europa, non il Vaticano”.

di Caterina Perniconi, IFQ

30 gennaio 2012

Grecia, chiusa per 8 anni

Ci sono cani. E ci sono uomini randagi. Dormono vicini. Nelle strade di Atene. Nei primi rischi di inciampare. Sui secondi di posare lo sguardo, chiedendoti se tra cartoni, fuochi fatui e sacchi a pelo, di greco, non sia rimasta solo la tragedia. Mentre intorno, un sirtaki impazzito di macchine, clacson e soldati a guardia dei negozi balla senza convinzione, nella piazza della Costituzione, in faccia al Parlamento, si raccolgono firme per tornare alla Dracma.

Era la moneta della Grecia autarchica e inconsapevole. Quella del turismo anni ’80. Riemersa dall’orgia di dollari, torture e stupidità descritto da Costa Gavras: (“I militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Twain, la libertà di stampa, dire che Socrate era omosessuale…”) una patria che oggi spogliata, nuda, senza cognizione del domani, ha la lucidità del pugile in attesa del conteggio. Vetrine prese a martellate, poliziotti a presidio dei quartieri ricchi, saldi urlati a un pubblico immaginario che cammina curvo, guardando a terra, senza credere più a nulla. Bisogna sacrificarsi per rimanere in Europa, dicono quelli seri che non guidano il taxi di Kostas alle cinque di mattina.

LA GRECIA è altrove e si farà in un altro modo: 8 anni di lacrime e macelleria sociale, per un mezzo sorriso, forse, nel 2020. Per liberare un prestito di 130 milioni di euro, i burocrati dettano al premier Papademos la lista. Taglio di stipendi, libertà di licenziamento, abolizione del contratto collettivo di lavoro e tanto, tanto altro ancora. Dietro i vetri di Washington, dove lo spazio concesso alla filantropia è un piano di rientro concordato con le banche, indulgere alle astuzie mediterranee potrebbe essere rischioso. Se la politica proverà a monetizzare il dissenso in vista delle elezioni primaverili, al tavolo non mancherà una gamba, ma lo spazio per esistere. Nei vicoli stretti di Monestiraki in cui maiali passati a miglior vita riempiono l’aria abbronzandosi sul girarrosto, artigiani che plasmano il cuoio, ragionano sulla loro pelle.

Melissinos, il “poeta dei sandali”, barba bianca, riflessi hippy, uno che ha intrecciato scarpe e brandelli di filosofia per Onassis e John Lennon: “Ci siamo indebita-ti? Non è colpa nostra. Hanno mentito i politici. Alterando i conti e le nostre vite per sempre. Guadagno il 40% in meno di due anni fa. Nessuno ci salverà, ma i prossimi sarete voi italiani”. Seguono gentilezze rivolte alla Germania e alla signora Merkel, Anghela, con la g dura, placidamente paragonata ad Hitler. Sono tutti d’accordo. È colpa dei tedeschi e degli americani, con la Cia evocata in ogni discorso. Finanza e geopolitica. Complottismo e disperazione balcanica. Rassegnazione. Quando a sera, scendi negli odori della capitale, tra le rovine e la condanne di un passato luminoso, vedi un’altra Atene. Sensuale. Misteriosa. Non quella che almeno nei caffè, trascorre il giorno fumando in faccia alla crisi dalle finestre dei bistrot, ma quella di Seferis o di Kavafis, in cui morte e piacere si fondono e di notte, labbra, sensazioni e carne, si regalano un’altra occasione. Rispetto a ciò che si dice della Grecia, al coprifuoco dell’anima e all’allarmismo, è un fiume straniante e poeticamente normale. Sono ragazzi, studenti di teatro, bellezze in collisione che prima dell’abbandono, tentano di vivere la loro età. Se dovranno partire, non lo faranno osservando dietro le persiane. Anche seivecchichetrascinanoasteche sembrano croci con i biglietti della lotteria commuovono, e certe nuove immigrazioni gettate nelle vie in bilico tra dignità calpestata e romanzi criminali (Bangladesh, Iran, Sri Lanka, i neri, quasi assenti, confinati alle periferie dello spaccio semi-legalizzato) non sanno di festa ma di requiem anticipato.    Non si può pagare tutto. Non si può perdere ogni cosa a iniziare dalla giovinezza. Chi non ha voglia di mediare neanche con se stesso incendia yacht (sette, solo venerdì), assedia alberghi con gli ispettori del Fmi (cariche di fronte all’Hilton), improvvisa manifestazioni che fanno pensare che la prossima volta, qualcuno, potrebbe buttarsi a sinistra. Non nel Pasok: “Socialisti da operetta, i complici di questa disgrazia”, ti dice un agente nella via delle ambasciate (giardini, silenzio, un’enclave mimetica, una Svizzera extraterritoriale). Ma i comunisti. Saltando indietro. Perché nella sintesi forzata di un dramma collettivo, nell’illusione tradita che nel 2004 (Europei di calcio vinti, Olimpiadi, milioni sprecati per l’aeroporto) ubriacò tutti, l’utopia sembra l’unica cosa sensata.    Non è finita, comunque. Questa è la Grecia. Su un muro, una poesia. È di Panagulis. L’eroe della Resistenza. L’uomo descritto da Oriana Fallaci. Chiediamo di tradurla: Le lacrime che dai nostri occhi vedrete sgorgare/ non crediatele mai segni di disperazione/ promessa sono/ solamente promessa di lotta. Questa è la Grecia. Al funerale di Theo Angelopoulos non pioveva. Avevano tutti gli ombrelli neri. Gli dei, in cielo,sonosemprepiùmalvagi.Al passaggio del feretro li hanno aperti tutti insieme. in silenzio. Come in “Sogni” di Kurosawa, quando dal drago, dal mostro nucleare, il protagonista si difende sventolando la sua giacchetta.

di Malcom Pagani, IFQ

Atene 27 gennaio. Una delle scene sempre più frequenti. Saracinesche abbassate e povertà diffusa in centro (FOTO ANSA)

26 gennaio 2012

A Monti una maggioranza che vale 900 miliardi

Da ieri Mario Monti non è più un tecnocrate, un “podestà straniero”, per usare un’espressione montiana. Ma è un premier a tutti gli effetti, con una solida maggioranza politica almeno su quello che più conta in questo momento: la politica europea. Alla Camera il premier incassa 468 voti a favore di una mozione sull’Unione europea, primi firmatari due deputati del Pd, Da-rio Franceschini e il responsabile del partito per l’Europa, Sandro Gozi. È un atto privo di effetti concreti, ma che serve a chiarire la posizione del Parlamento. “L’approvazione della mozione unitaria è un risultato importante”, fa sapere subito il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

PUÒ SEMBRARE una di quelle incomprensibili vicende procedurali da Montecitorio, ma si tratta davvero di una svolta. Lo spiega anche Monti al Senato, dove è stata approvata un’analoga mozione: “Finora ho informato il Parlamento ex post, riferendo sugli incontri europei, oggi il coinvolgimento avviene ex ante”. E questo ha due scopi: permettere a Monti di presentarsi in Europa con la forza negoziale che deriva dall’avere alle spalle una maggioranza compatta e rafforzare la credibilità delle sue promesse alla luce del fatto che i partiti si sono impegnati, con un voto parlamentare, a rispettarle anche per l’avvenire. Il punto cruciale è il six-pack di cui, per la prima volta, si discute apertamente in Parlamento con toni proporzionati alla severità di questo pacchetto di regole europee: nei prossimi anni il patto di stabilità rafforzato Euro Plus prevede che tutti i Paesi debbano ridurre di un ventesimo all’anno la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil. Il nostro Pil è circa 1.500 miliardi, il debito è 1843, siamo fuori di oltre 900 miliardi. Significa, potenzialmente, manovre di 45 miliardi ogni anno. Certo, la crescita (che non c’è) e l’inflazione possono rendere meno gravoso il compito, e i “fattori rilevanti” da considerare – Monti li sta negoziando – ammorbidiranno ancora il conto. Che sarà comunque di almeno 20-25 miliardi. “Venir via dal debito nel modo matematico che inavvertitamente abbiamo sottoscritto è impossibile. Non si possono rispettare impegni impossibili e mettere l’Italia di fronte all’impossibile significa metterci l’Europa. So che lei, presidente , si sta battendo per questo”, lamenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Poi però vota la mozione che si limita a chiedere un rientro morbido dal debito, ma non lo contesta certo. La mozione, infatti, chiede al governo di impegnarsi affinché “senza mettere in dubbio il risultato finale di rientro nei parametri di convergenza europei, eviti automatismi e rigori eccessivi, tenga in considerazione l’impatto del ciclo economico, nonché attribuisca forte rilevanza ad una serie di ulteriori fattori rilevanti come il risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico”. Finora in Parlamento non si era mai votato su questo tema, il six pack era stato materia soltanto dei governi. Gli altri punti della strategia europea che i partiti avallano li chiarisce lo stesso Monti: spingere sul mercato interno, ottenere un rafforzamento del Fondo salva Stati permanente (Esm) da 500 ad almeno 750 miliardi (di nuovo bocciato dalla Germania ieri), e “un riflesso del nostro impegno su una ragionevole riduzione dei tassi di interesse sul debito”. Qui serve la traduzione che, un po’ brutalmente, suona così: cara Germania, abbiamo fatto i compiti a casa ora lascia che la Bce di Mario Draghi intervenga sul mercato del debito per far crollare lo spread (un po’ più basso del solito, ma ancora attorno a 400 punti). Però non può essere l’europeista Monti a dare l’impressione di mettere in dubbio l’indipendenza della Bce e quindi precisa: “Non stiamo chiedendo denaro alla Germania o ad altri”.

UN TIPO di dibattito un po’ esoterico per il Parlamento. Al Senato i banchi del Pdl sono praticamente vuoti, il Pd è presente in forze ma un po’ intontito, i senatori si ricordano di fare il primo applauso dopo oltre un quarto d’ora che il premier sta parlando. Soltanto la Lega prova a dissentire, ma la polemica sul six pack non è la più congeniale per l’eloquio lumbard, si concentra sul tema delle “radici cristiane” dell’Europa e riesce perfino a far approvare un pezzo della propria mozione. L’impressione ieri in Parlamento era che i partiti stessero firmando un assegno in bianco a Monti, lo dice perfino il segretario del Pdl Alfano: “Anche questa volta abbiamo messo l’Italia davanti a tutto, prima degli egoismi di parte perché quando è in gioco l’interesse dell’Italia nei rapporti con l’Europa noi indossiamo maglia nazionale e giochiamo tutti insieme”. E sul sito di Radio Padania Libera il 63 per cento dei 3635 partecipanti a un sondaggio (non statistico) si dicono “molto soddisfatti” dell’operato del governo finora. Egemonia montiana.

di Stefano Feltri, IFQ

Le proteste di Roberto Calderoli (Lega) al Senato dopo l’intervento di Monti (FOTO ZIP)

4 novembre 2011

Totò e Peppino al G20

Ironia all’arrivo del premier e di Tremonti al vertice Sarkozy: “Che fa l’Italia? Chissà, c’è Berlusconi”

Antoine Sondag, membro di una Ong: “Si parlava di tassare le transazioni finanziarie, Sarkozy, sostenitore della proposta, faceva l’elenco degli alleati. L’Inghilterra no, non ci sta, perché Cameron è amico della City. E l’Italia? “Chi lo sa… c’è Berlusconi”.

L’OPINIONE italiana non si conosce nemmeno, comunque non è granché importante. Ormai non sono gaffe, qui a Cannes a ogni livello si scherza su Berlusconi. Sul premier e su Giulio Tremonti. E nessuno si sente di dover chiedere scusa.

Che cosa farà l’Italia? Chi lo sa… c’è Berlusconi…”. Poi un gesto ampio con le mani come a dire: tanto quello è a fine corsa. Nicolas Sarkozy parla lontano dai riflettori, incontra le Organizzazioni non governative. È un gran comunicatore, Sarko, uno che a trovartelo davanti è capace di conquistarti anche se stai tra i suoi più accesi critici. Parla semplice, diretto. Fa battute a raffica. Eccolo di nuovo sorridere del Cavaliere. Racconta    Questi due giorni per il Cavaliere sono una via crucis. A cominciare dal viaggio in aereo accanto al miglior nemico, Giulio Tremonti. Ma ci sono troppe gatte da pelare, il fronte interno per un giorno pare ricomporsi: così eccoli, premier e superministro, che si avviano all’aereo a braccetto. Una recita? Un disperato tentativo di tenersi a galla a vicenda? Chissà. Sull’aereo Tremonti rivendica: “L’avevo detto che facevamo bene a non puntare su un decreto”, ma non c’è polemica. Il Cavaliere è stanco, si addormenta. Qualcuno racconta che abbia alle spalle una movimentata notte di Halloween. Certo lo attendono due giorni di fuoco. Angela Merkel al posto delle Olgettine.

IL CAVALIERE giunge alle dieci di mattina sulla Croisette, dove Dennis Hopper e altri grandi del cinema hanno lasciato le impronte delle mani nel cemento. Scende dall’auto e saluta i giornalisti. Una volta avrebbe scherzato, adesso l’espressione è terrea. Fissa. Anche le reazioni sono ben diverse. “Berlusconi e Tremonti… Comment s’appellent… come si chiamano quei due vostri attori? Ecco, sembrano Totò e Peppino in trasferta a Milàn”, sussurra un giornalista francese (di un grande quotidiano di destra, tra l’altro). E il cronista italiano per un attimo considera quasi di dover difendere il proprio primo ministro. Impossibile.

Ma lo stillicidio è appena cominciato. Scoppia il giallo Obama: non avrebbe stretto la mano a Silvio. Rifiuto o distrazione? Difficile dire che cosa sarebbe peggio. I pompieri di palazzo Chigi giurano : “Gli ha dato una pacca sulla spalla e gli ha detto “Ciao Silvio””. Chissà. Ma il tramonto del premier, livido come in un racconto di Gabriel Garcia Marquez, va avanti. Eccolo affrontare insieme con la Spagna le istituzioni europee e mondiali e il duo Merkel-Sarkozy che deve fargli paura più del professore di greco al liceo. Sofferenza: Berlusconi e Zapatero contro tutti. “Quando è entrato sembrava un ragazzino impaurito”, racconta un membro della delegazione spagnola. Prima ci sono tutti, anche Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario , e un rappresentante della Bce. Poi arrivano le note dolenti: Merkel con il suo sguardo vagamente materno prende il Cavaliere sotto la sua ala protettrice e si apparta con lui. Quindi, con mossa a tenaglia, ecco piombare Sarkozy. Il Presidente e la Cancelliera – coppia di fatto della politica europea, organismo bicefalo che nessuno ha mai votato – sono due contro uno. L’incontro dura molto più del previsto. Alla fine Merkel dirà: “Abbiamo chiesto all’Italia misure forti e sostanziali”. Una scena mortificante. Per Berlusconi, e di riflesso per l’Italia. Difficile, però, reagire se hai delle responsabilità.

“IL FATTO è che Merkel non considera proprio Berlusconi tra i suoi interlocutori. Se ha bisogno di consultarsi chiama Sarkozy (“ancora tu”, cantava Battisti). Preferisce perfino il premier svedese al Cavaliere”, raccontano nell’entourage della cancelliera. Ahi, ahi, quella frase dal sen fuggita… “Kulona inkiafapile”, ridono i tedeschi. Poi si fanno seri: “Macché, Angela è una donna di ghiaccio, se ne frega. Semplicemente non ha mai avuto simpatia per Berlusconi”.

Pensare che l’Italia è tra gli stati fondatori dell’Europa. Oggi ci tocca sottostare all’esame della coppia di autoproclamatisi timonieri . Unico contentino, una frase di Sarkozy: “Voglio esprimere la mia fiducia all’economia italiana, una delle più forti del mondo, la terza potenza economica dell’Eurozona. Oggi Berlusconi ci ha illustrato le misure prese dal governo nella riunione di ieri. Lui stesso sa che non c’è un problema di contenuti, ma piuttosto di applicare quanto deciso”. Insomma, devono seguire i fatti, “per messaggi credibili”.    È quasi mezzogiorno quando Berlusconi esce dall’interrogatorio. E cominciano i lavori, gli incontri bilaterali, come quello tra Obama e Sarkozy. E l’Italia? Rimedia un incontro con l’amica Russia e uno con Ban Ki Moon (segretario Onu). Obama e Berlusconi si incrociano al momento della fotografia di gruppo. Stavolta il Cavaliere non fa le corna sopra la testa del malcapitato di turno. Ma di uno scongiuro avrebbe avuto davvero bisogno.

di Ferruccio Sansa, IFQ

La vignetta pubblicata dall’Independent. C’è Berlusconi che dice ai partner europei: “Aspettate! Mi è venuta la grande idea!”

28 ottobre 2011

La favola bella della Bce

Una perniciosa fantasia diventa ogni giorno più popolare: la Banca centrale europea ha in mano la chiave che apre la porta alla soluzione della crisi del debito sovrano, ma si rifiuta di usarla. Secondo tale teoria, tutto ciò che la Bce dovrebbe fare per mettere a segno il silver bullet ammazzacrisi consiste nella progressiva e continua monetizzazione del debito sovrano in essere, cominciando da quello di Grecia e Italia. Così facendo la Bce stabilizzerebbe i mercati e ridurrebbe i tassi d’interesse che i governi devono pagare. In secondo luogo questo permetterebbe alle banche che tale debito detengono di ricapitalizzarsi automaticamente grazie alla rivalutazione del portafoglio che tale variazione di prezzo indurrebbe. In terzo luogo, si argomenta, la riduzione delle tensioni sul proprio debito permetterebbe ai paesi in maggiore difficoltà d’impegnarsi in misure di stimolo alla crescita che, su questo almeno siamo tutti concordi, è l’unica vera soluzione di lungo periodo alla crisi del debito pubblico. Paul de Grauwe si è preso la briga di articolare tale teoria per esteso, ma essa sembra condivisa da un numero sempre crescente di commentatori. Fra essi Martin Wolf dal cui invito a Mario Draghi a “essere coraggioso” e “spegnere il fuoco” monetizzando il debito – Financial Timesdel 25 ottobre – ho estratto le tre affermazioni precedenti.

A UN ESAME minimamente attento esse risultano destituite di ogni fondamento: pericolose fantasie di apprendisti stregoni. Monetizzare il debito costituisce un rimedio indolore visto che tutto ciò che si chiede alla Bce di fare consiste nell’espandere la massa di euro in circolazione creandoli ogni volta che ne abbia bisogno per acquistare Btp, Bonos o, più raramente, Bund. Che la Bce si sia rifiutata per almeno due anni di adottare una soluzione così semplice alimenta il sospetto che i signori che siedono a Francoforte non vogliano fare gli interessi dei paesi membri, ma degli “speculatori” o di altri soggetti non ben identificati che dalle miserie europee traggono profitto. Tale tesi sembra essere diffusa fra coloro che si considerano favorevoli agli interessi del popolo e opposti a quelli dei banchieri.    Le recenti manifestazioni degli “indignati” hanno individuato nelle Banche centrali il peggior nemico perché esse hanno operato e operano per salvare le banche private rifiutandosi, al contempo, di stampare i miliardi di euro che ci farebbero uscire dalla crisi. Interessante teoria. In Italia – guarda caso – la fantasia in questione sembra essere condivisa da commentatori che coprono l’intero spettro politico. Un consenso malaugurato perché, come gli eventi degli ultimi giorni dimostrano, sarebbero proprio i lavoratori e i giovani italiani in cerca d’un futuro migliore a rimetterci di più, dovesse Mario Draghi seguirne le prescrizioni.

Da circa sei mesi a questa parte assistiamo ad un pericoloso braccio di ferro fra governo Berlusconi e Bce. Noi non intendiamo riformare il Paese, facciamo solo finta – dice il primo – voi dovete comprare il nostro debito e tenerci a galla perché se cade il debito pubblico italiano cade il mondo. La lettera piena di finte promesse con la quale Berlusconi si è presentato a Bruxelles due giorni fa è solo l’ultimo tentativo di prendere in giro (e ricattare), l’Europa intera. Se, per un cambio di politica della Bce, dovesse scomparire anche quel minimo di pressione che, via quotazioni del debito, i risparmiatori (italiani, anzitutto) stanno esercitando sul nostro governo perché qualche misera riforma venga adottata, cosa pensate accadrebbe? Questo governo abbandonerebbe anche la pretesa di riformare il Paese e tornerebbe alle attività che sappiamo interessare davvero il primo ministro e i suoi soci. Non è forse successo questo anche nella Spagna di Zapatero, dove ogni riforma è avvenuta sotto pressione dei mercati e dove le riforme si sono immediatamente bloccate appena la tensione è diminuita?    In chiunque alberghi la speranza che si adottino quelle riforme che darebbero ai giovani una mezza possibilità di crescita economica futura deve anche sperare che la Bce non ceda alla tentazione di monetizzare il debito, ma continui invece a tenere i governi sulla corda, torcendo loro il braccio perché almeno qualche cambiamento lo introducano. Come Martin Wolf osserva, monetizzare il debito è la maniera più rapida di salvare le banche. L’analogia con quanto fatto nel 2008-2009 negli Usa è palese: la Fed salvò le banche Usa ritirando dalle medesime il debito ipotecario a rischio di default e sostituendolo con dollari nuovi di zecca. La fantasia che stiamo discutendo sostiene che occorre fare lo stesso con le banche europee e il loro debito sovrano. Come negli Usa si salvarono anche i banchieri e i bancari che avevano fatto quegli investimenti erronei, così si suggerisce di fare in Europa con i bancari e i banchieri che hanno erroneamente investito in cattivo debito pubblico. Se si fosse dato ascolto a tali teorie, invece di tosare chi ha malamente investito in Grecia, come si sta arrivando a fare, li si sarebbe indennizzati per la loro dabbenaggine. Come negli Usa, si finirebbe per usare soldi pubblici non solo per tenere in piedi il sistema finanziario (cosa ragionevole) ma per salvare azionisti, creditori e manager incompetenti di banche private. In che senso una tale politica sia favorevole al popolo lavoratore qualcuno dovrebbe avere la cortesia di spiegarlo.

INFINE IL RISCHIO di azzardo morale che, imitando il peggior Larry Summers, i teorici del silver bullet ammazzacrisi ritengono irrilevante e invece è gigantesco. Monetizzare il debito costituirebbe l’ennesimo condono tombale dell’area euro. Ne abbiamo avuto già troppi e ne stiamo pagando le conseguenze. Le regole di Maastricht erano – come molti economisti sostenevano inascoltati 15 anni fa – sia inconsistenti che troppo deboli, ma erano delle regole. Il peccato originale consistette nella decisione, tutta politica, di violarle fin dall’inizio. A tale stupro ne fecero seguito altri mentre la politica di tassi bassi facilitava l’esplosione del debito. Alla luce di quanto ora accade, io chiedo: davvero il rischio morale è irrilevante? Se anche quest’ultima regoletta venisse violata imponendo alla Bce di acquistare debito pubblico ad libitum, cosa pensate succederebbe fra qualche anno? Il conto per le fantasie degli eterni apprendisti stregoni lo paga sempre il popolo lavoratore, non scordiamocelo.

di Michele Boldrin, Washington University in St. Louis, IFQ

Sarkozy e la Merkel a Bruxellese durante il vertice sulla crisi (FOTO LAPRESSE)

28 ottobre 2011

Il trucco del fondo salva Stati

I mercati hanno festeggiato all’annuncio delle trovate di ingegneria finanziaria che dovrebbero portare il fondo salva Stati Efsf a disporre di mille miliardi di euro per sostenere il debito dei Paesi in difficoltà. Ma come funzionerà il meccanismo? Nessuno lo sa. I dettagli li definiranno i ministri delle Finanze europei. Mercoledì il Parlamento tedesco ha deliberato che l’impegno della Germania nel fondo salva Stati non aumenterà rispetto ai 211 miliardi previsti. La sera stessa la Commissione Ue dice di avere trovato un accordo sulla ricapitalizzazione delle banche: gli istituti di credito saranno obbligati ad aumentare il proprio patrimonio chiedendo risorse al mercato, se non fosse sufficiente interverrebbero gli Stati e se questi non hanno i soldi possono usare i fondi del Efsf. Il meccanismo sarà testato subito dalle banche greche che si troveranno in condizioni di insolvenza non appena sarà decisa la percentuale di perdita che dovranno subire sui titoli di Stato. Ma nessuno sa qual è la reale situazione di liquidità del sistema bancario greco. Non sapendo questo non si sa neanche quanti soldi rimarranno al Efsf. Al momento solo 220 miliardi non sarebbero ancora impegnati: non si tratta però di cash bensì di garanzie perché il fondo è garantito dagli Stati, ma deve ancora raccogliere i soldi dagli investitori sul mercato. In pratica il fondo si indebiterà per comprare altro debito, se il debito comprato non verrà ripagato allora gli investitori saranno ripagati dagli Stati garanti. Vi siete persi? C’è qualche complicazione ulteriore. Il fondo potrà conferire le garanzie rimaste in un nuovo veicolo finanziario che sarà aperto ai “fondi sovrani” che dovrebbero a loro volta conferire garanzie o soldi per poi garantire il 20 per cento delle nuove emissioni obbligazionarie dei Paesi che ne facciano richiesta. Il nuovo strumento ha l’acronimo di SPIV, (special purpose investment veicle) ma, per ironia della sorte, in inglese la parola spiv significa trafficone, maneggione. Sarkozy si è preso l’impegno di presentare lo SPIV al presidente cinese nella speranza di un contributo di Pechino alla salvezza dell’Europa. L’area economica più ricca del mondo chiede aiuto ai paesi meno sviluppati ma più virtuosi del mondo, perché le nazioni europee più forti si rifiutano di continuare ad aiutare i paesi più deboli dell’area euro. Dalla tortuosità del ragionamento si capisce che questo progetto non ha le gambe lunghe e si arenerà in poco tempo.    http://www.superbonus.name, IFQ

12 ottobre 2011

Il pollo da spennare

Il ministro degli Esteri Franco Frattini china la testa e celebra l’armonia tra Italia e Germania: “Abbiamo creato insieme l’Unione europea, continueremo a lavorare più amici che mai”. Che fosse uno sfogo o la rivendicazione di un legittimo interesse nazionale, la bellicosità di Frattini è durata un solo giorno. Dopo il vertice a due Nicolas Sarkozy-Angela Merkel di domenica, a Parigi, di cui l’Italia niente sapeva, Frattini aveva denunciato: “Una situazione globale non si risolve con assi bilaterali”. Un attacco diplomatico che ha provocato l’irritazione della Germania, una risposta della Commissione Ue (il vertice a due è stato “accolto come un contributo”), e il messaggio di pace di Frattini. Che però insiste a sottolineare come il rinvio del Consiglio europeo sulla Grecia, dal 17 al 23 ottobre, “deriva probabilmente da un disaccordo tra Francia e Germania”. Non è solo il grido rauco di un Paese che non conta più nulla sul proscenio internazionale. É anche una questione di soldi. Nella quale Frattini agisce, per una volta, nel tentativo di tutelare l’interesse nazionale.    LA PREMESSA, però, è d’obbligo: i rapporti tra Berlusconi e la Merkel non sono mai stati sereni, dai piccoli screzi sul “cucù” alle presunte intercettazioni con gli insulti personali alla cancelliera, all’imbarazzo per il caso Ruby che consigliò di evitare vertici bilaterali a partire dalla fine dell’anno scorso. Idem con Sarkozy: le tensioni commerciali prima (vedi Parmalat-Lactalis) e quelle sulla Banca centrale europea (con Lorenzo Bini-Smaghi che non voleva lasciare il posto a un francese nel direttivo) hanno compromesso quella che era se non un’intesa almeno un’affinità caratteriale tra i due presidenti. E infine è arrivato il marchio dell’irrilevanza da parte di Barack Obama che a settembre, all’Onu, non ha neppure citato l’Italia tra gli “alleati europei” della guerra di Libia. Troppo ambigua col regime di Muammar Gheddafi, troppo poco presentabile. Questo è il contorno che ha reso praticamente impossibile far valere le ragioni italiane a livello europeo nella gestione della crisi del debito, con due soli punti d’appoggio per la diplomazia economica: Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro, che coordina i lavori economici del Consiglio Ue e Mario Draghi, presidente entrante della Bce a novembre.    Frattini ha quindi provato a denunciare lo spettacolo a cui sta assistendo impotente: prima l’Italia ha dovuto prestare miliardi alla Grecia per evitare che fallisse affondando le banche francesi e tedesche (quelle italiane non rischiavano). Poi ha avallato la creazione del Fondo salva-Stati, da cui sperava di trarre beneficio rassicurando gli investitori sul mercato del debito pubblico. E ora deve accettare che quel fondo, l’Efsf, venga convertito in uno strumento di salvataggio delle banche francesi, mentre l’Italia viene costretta al rigore contabile e, forse, alla conseguente recessione.    Andiamo con ordine. Nel maggio 2010 il ministro del Tesoro Giulio Tremonti annuncia al Parlamento che l’Italia partecipa al piano di salvataggio di Atene, fornendo 5,5 miliardi, il 18 per cento di quanto spetta gli Stati europei. In quei mesi si definisce la potenza di fuoco dell’Efsf, il Fondo salva-Stati che ancora non è pienamente operativo (il governo della Slovacchia non è sicuro di avere i voti per approvare il potenziamento). Dei 440 miliardi teorici che il fondo può usare, 78 sono garantiti dall’Italia. Soltanto Francia e Germania sono più impegnate (rispettivamente 89 e 119 miliardi). Il Fondo, senza esserci mai riuscito, avrebbe dovuto fare quello di cui si sta occupando la Bce: comprare sul mercato titoli di Stato che nessuno vuole per evitare che crollino i prezzi (con conseguente aumento del costo di finanziamento per i Paesi indebitati). Invece ha potuto offrire solo un po’ di sostegno a Portogallo e Irlanda. L’Italia è quindi un cardine di un fondo che non le serve e che, si scopre ora, verrà usato per sostenere le banche francesi e forse tedesche. “Potrebbe essere benefica la possibilità che l’Efsf presti soldi ai governi per ricapitalizzare le banche”, dice perfino il presidente della Bce Jean-Claude Trichet. Che, notano i maligni, è francese. Gli inutili stress test sulle banche europee di luglio che avevano promosso perfino Dexia (praticamente ri-nazionalizzata da Belgio e Francia), non indicavano il sistema italiano come a rischio, solo il Banco Popolare era citato.

FRATTINI CHIEDE che almeno di queste cose si discuta con il metodo comunitario della co-decisione (Consiglio/Commissione/Europarlamento) e non nei vertici informali tra Merkel e Sarkozy. Invece nei bilaterali si tutela l’interesse nazionale di Francia e Germania. Presentando il conto a chi è troppo screditato e compromesso per potersi difendere. Cioè l’Italia. Che ormai il Wall Street Journal accusa – senza reazioni degne di nota – di aver truccato i conti per entrare nell’euro. E tutti ricordano che l’inizio della bancarotta al rallentatore della Grecia è la scoperta che i numeri ufficiali sul deficit e il debito erano falsi.

di Stefano Feltri, IFQ

Giorni migliori per B., quando al G8 de L’Aquila nel 2009 poteva ancora farsi abbracciare con l’amico Gheddafi (FOTO ANSA)

9 agosto 2011

Accadde al commissariato

Si pensava che, prima o poi, sarebbe finito in commissariato. Invece è finito commissariato. Il “miglior presidente del Consiglio italiano degli ultimi 150 anni” (ma solo perché 151 anni fa l’Italia non esisteva), quello che a Pratica di Mare metteva “fine alla guerra fredda” con la sola forza del pensiero, quello che convinceva Obama a incontrare Putin (o viceversa, non s’è mai capito), quello che sventava la terza guerra mondiale interponendo il capino bitumato fra Russia e Georgia, insomma lui, il nostro cazzaro di sempre, è da tre giorni un soldatino di piombo telecomandato dalla triade Trichet-Merkel-Sarkozy. Basta una parola di troppo, un cribbio dal sen fuggito, un attimo di distrazione, un’iniziativa non autorizzata, e l’Italia non arriva al 151° compleanno. Ancora giovedì i fratelli De Rege, Silvio & Giulio, assicuravano che la manovra postdatata a babbo morto era ottima e abbondante. Anticiparla – giurava Bonaiuti, la spalla – “avrebbe effetti deflattivi”. Poi è arrivato l’ordine dall’Europa al grido di “Bonaiuti chi?”, e venerdì la manovra è stata anticipata, con buona pace di Bonaiuti. Mentre noi si confidava nel solito stellone, si sghignazzava che l’avremmo scampata anche stavolta per il rotto della cuffia, tanto alla fine una botta di culo arriva sempre e al diavolo i mercati che “sono orologi rotti” e basta parlare di crisi che “ormai è alle nostre spalle e ne stiamo uscendo prima e meglio degli altri” perché “il Paese è solido” e soprattutto “coeso”, l’asse Francoforte-Berlino-Parigi ha assunto il comando delle operazioni e interdetto il Cainano. Capezzone traduce il tutto con un soave “sembra essersi attivata una positiva sinergia tra istituzioni europee e governo italiano”, mentre B. finge di aver vinto lui perché “Sarkozy mi ha telefonato personalmente”. Già, un po’ come il padrone di casa in villeggiatura che chiama la colf per dare disposizioni. Per la serie: ne ho prese tante, ma gliele ho cantate chiare. Meglio così: l’idea di trascinare l’agonia per tutta l’estate, a colpi di moniti di Napolitano per un “dialogo costruttivo pur nella reciproca diversità”, di appelli di Casini per un “governo di responsabilità nazionale” (o di nazionalità responsabile), o di inviti di Bersani per “un passo indietro” del governo o del premier o di tutti e due o di nessuno, di “narrazioni” del Poeta Nichi, era semplicemente agghiacciante. Almeno quanto le alternative: il solito “governo tecnico” pieno di compassi e grembiulini, o peggio ancora il governissimo di Montezuma che invita a “fare squadra”, o – Dio non voglia – un governo-rissa di centrosinistra con qualche Scilipoti ricomprato. Invece no: ci teniamo quelli che abbiamo eletto (si fa per dire, naturalmente) fino a fine legislatura, solo con l’aggiunta di un kapò tedesco e un flic francese armati di frustino che li obbligano a fare ciò che non hanno mai fatto in 17 anni: governare. Inscenino pure, B. e gli altri pupi, i teatrini dei consigli dei ministri, dei patti per la crescita, dei tavoli con le parti sociali, dei dialoghi bipartisan, se questo li aiuta a sentirsi ancora vivi. L’importante è che ogni mattina ritirino il fax in arrivo dalla Germania con la lista della spesa e il menu del giorno. Ed eseguano senza fiatare. Capezzone, nell’ambito della “positiva sinergia”, andrà in tabaccheria a prendere i sigari per Sarkò, Bonaiuti scenderà dal pizzicagnolo a comprare i würstel alla Merkel, mentre ai crauti e al Trota, nel ruolo di se medesimo, provvederà Bossi. Gasparri porterà quel che gli pare, tanto non capisce l’italiano figurarsi il franco-tedesco. Calderoli, il grappino. Per i cannoli, in mancanza di Cuffaro, c’è Alfano. Per i liquori, Frattini Dry. Tremonti starà chiuso in camera a giocare al “Piccolo economista” col muso lungo, mentre Brunetta interverrà fra una portata e l’altra col berretto a sonagli, accompagnato da Maroni alla pianola. Papi, data l’esperienza, allieterà i dopocena con la consueta mercanzia. Tanto, d’ora in poi, avrà parecchio tempo libero.

di Marco Travaglio, IFQ

29 luglio 2011

Utili a picco, il giovedì nero di Mediaset

Il conflitto d’interessi all’italiana approda in un’aula di tribunale a Lussemburgo e Silvio Berlusconi perde due volte, come politico e come imprenditore. Mediaset infatti dovrà rimborsare allo Stato i contributi pubblici elargiti tra il 2004 e il 2005 a chi ha acquistato un decoder digitale. Lo ha deciso ieri la Corte di Giustizia europea che ha respinto il ricorso del gruppo televisivo contro la sentenza di primo grado.   

PER MEDIASET è senz’altro una brutta notizia, ma nel menu di una giornata storta quello era solo l’antipasto. Già, perchè a distanza di poche ore dalla dalla pubblicazione della sentenza sono arrivati anche i conti semestrali dell’azienda controllata da Fininvest. Conti ben poco brillanti, a conferma delle attese più pessimistiche degli analisti. Nei primi sei mesi del 2011 Mediaset ha guadagnato il 30 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2010. Gli utili si sono fermati a quota 164 milioni contro i 241 milioni di un anno fa su un fatturato di 2,2 miliardi anche questo in calo dell’1 per cento. Aumentano anche i debiti. La posizione finanziaria netta è negativa per 1,8 miliardi di euro, 300 milioni peggio del dato al 30 giugno 2010.    Per tentare la rimonta l’azienda guidata da Pier Silvio Berlusconi punta ad aumentare il controllo delle frequenze disponibili. E in questa direzione va l’acquisto di Dmt proprietaria di centinaia di torri televisive . L’operazione, in corso da mesi, è stata chiusa ieri e Mediaset diventa di gran lunga il primo operatore nazionale con ben 3.300 postazioni contro le 2.500 della Rai, incrementando il proprio vantaggio nei confronti dei concorrenti. Senza contare che Dmt porta in dote centinaia di milioni di nuovi incassi legati all’affitto delle torri alle altre emittenti. Intanto però Mediaset deve fare i conti con la pubblicità in calo. Nei primi sei mesi dell’anno la raccolta è diminuita del 3,2 per cento. Ed è una magra consolazione constatare che il risultato è comunque migliore della media di mercato. Se poi agli spot in calo si aggiungono i dati delle attività spagnole del gruppo (Telecinco e Quatro) con profitti in diminuzione di circa il 15 per cento, ecco spiegato il semestre deludente del gruppo. Da qui alla fine dell’anno le cose non dovrebbero mi gliorare granché. E infatti è la stessa Mediaset a prevedere, in un comunicato, un livello di utile nel 2011 che sarà inferiore a quello del 2010.    Gli oneri del rimborso deciso ieri dalla sentenza di Lussemburgo non dovrebbero comunque incidere in modo rilevante sui profitti del gruppo. Infatti Mediaset ha già accantonato in bilancio e pagato i 6 milioni circa legati alla vicenda dei decoder. Una vicenda che ha fatto segnare una prima svolta nel 2007, quando fu la stessa Commissione europea a pronunciarsi sulla questione. La legge varata nel 2004 dal governo italiano presieduto da Berlusconi era contraria alle norme comunitarie perché i 150 euro (70 euro nel 2005) assegnati a tutti gli acquirenti di un decoder “configurano un aiuto di Stato contrario al mercato comune”. In sostanza il governo di Berlusconi ha dato una mano alla Mediaset di Berlusconi nel lancio del business digitale. E adesso questo aiuto va restituito.   

TRA IL 2004 e il 2005 uscirono dalle casse pubbliche ben 220 milioni, che però, secondo i giudici di Lussemburgo, favorirono indebitamente gli operatori della tv digitale a scapito, per esempio, delle tv satellitari. E infatti il procedimento nasce proprio da un esposto di Sky Tv appoggiata da un’altra emittente, Centro Europa 7. Entrambi i ricorsi di Mediaset, il primo contro il verdetto del 2007 e poi contro il giudizio di primo grado, sono stati respinti. La questione resta aperta in Italia perché il gruppo televisivo si è opposto anche alla sentenza del Tribunale di Roma che l’anno scorso ha imposto il pagamento del rimborso. A determinare il “quantum” del pagamento è stato lo stesso governo italiano, per la precisione il ministero dell’Economia, secondo quanto la stessa Commissione europea aveva deciso già nel 2007.    A ben guardare questo è un altro caso di conflitto di interessi. È stato un ministro di Berlusconi a stabilire quanto debba pagare un’azienda di Berlusconi.

di Vittorio Malagutti, IFQ

La sede Mediaset di Cologno Monzese (FOTO EMBLEMA)

5 aprile 2011

La direttiva europea sui rimpatri che l’Italia non vuole recepire

Dal 24 dicembre scorso, per l’ennesima volta, l’Italia è fuori legge rispetto all’Europa. È scaduto infatti il termine per recepire la direttiva comunitaria sui rimpatri (varata da Bruxelles nel 2008), quella che mette in crisi la Bossi-Fini, e per questo Maroni non la vuole, ma che potrebbe contribuire a risolvere l’emergenza immigrazione. Nel pomeriggio di oggi l’aula di Montecitorio sarà chiamata a pronunciarsi sugli emendamenti presentati dai Radicali per il recepimento del testo: un’analoga operazione al Senato prima di Natale è fallita a causa della Lega, che all’ultimo momento, con il parere favorevole del governo, ha eliminato dalla legge comunitaria (che annualmente deve recepire le indicazioni europee) proprio l’emendamento sulla direttiva rimpatri.

PERCHÉ tanta ostilità? “Il punto fondamentale è che l’Europa considera la reclusione degli immigrati irregolari come l’estrema ratio, e non la prima, cosa che fa invece la Bossi-Fini – spiega il segretario radicale, Mario Staderini –. All’irregolare viene offerta invece la possibilità del rimpatrio volontario entro 30 giorni, poi scattano misure coercitive meno lesive della dignità personale: l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, la costituzione di una garanzia finanziaria adeguata, la consegna di documenti o l’obbligo di dimorare in un determinato luogo. Se fosse recepita, la direttiva smaltirebbe il sovraccarico delle Procure, che si trovano a dover gestire decine di migliaia di procedimenti per immigrazione clandestina (quasi 20 mila quelli avviati dalla Procura di Agrigento proprio in seguito agli sbarchi dell’ultimo periodo, ndr). Un reato che l’Unione europea non ammette”. Già, perchè la Corte europea di Giustizia si pronuncerà a breve anche su questo, dopo il ricorso presentato da un immigrato. Il mancato recepimento della direttiva negli ultimi mesi ha creato un grande caos: molte Procure l’hanno ritenuta immediatamente applicabile e hanno così scarcerato decine di irregolari. Lo stesso hanno fatto gli investigatori, tanto che a dicembre il capo della Polizia, Antonio Manganelli, è stato addirittura costretto ad emanare una circolare per spiegare alle Questure come comportarsi. Maroni a gennaio ha annunciato di voler “disinnescare” la direttiva con un decreto legge, cosa che poi naturalmente non ha fatto.

“È UNA situazione paradossale – prosegue Staderini –: i magistrati sono stracarichi di lavoro, almeno duemila persone affollano le carceri italiane per il solo fatto di essere clandestine e andranno incontro a un processo. E ci sono in giro circa 500 mila irregolari che, se fossero presi, dovrebbero essere rinchiusi nei Centri di Identificazione ed espulsione. Il governo non ha né le risorse né il personale di polizia per attuare la legge e per questo, al di là di qualche retata spot davanti alle mense della Caritas, li lascia liberi. Recepire la direttiva 115 del 2008 servirebbe invece a garantire un percorso legale anche per gli stessi rimpatri, aprendo nello stesso tempo alla possibilità che gli stranieri vengano ospitati in strutture private, senza l’impiego delle forze dell’ordine”.    Per questo i Radicali lanciano un appello, “alle opposizioni, prima di tutto – conclude il segretario –, ma anche ai membri cattolici della maggioranza: così potete salvare il governo dalla situazione allucinante in cui si è messo”.

di Silvia D’Onghia, IFQ

10 gennaio 2011

Hungary: Media Law Endangers Press Freedom

European Union member states and the European Commission should press Hungary as it assumes the EU presidency to address its own serious human rights shortcomings, beginning with a problematic media law, Human Rights Watch said today.

“As holder of the EU presidency, Hungary should embody the EU’s principles and values,” said Lotte Leicht, EU director at Human Rights Watch. “But when it comes to human rights, Hungary is moving in the wrong direction.”

The negative trend in Hungary is epitomized by a widely criticized media law, which entered into force on January 1, 2011, the day Hungary assumed the rotating six-month EU presidency. The country also has a problematic approach to asylum seekers in both law and practice, particularly at the border with Ukraine, Human Rights Watch said. In addition, there is widespread discrimination and intolerance toward Roma, including a failure to stem violent attacks against them.

The new law creates a media control body, with members appointed by the ruling party in parliament. All media outlets will be required to register with the body to operate lawfully.

The panel will be able to impose fines of up to €700,000 (approximately $900,000) on media outlets for “imbalanced news coverage,” material it considers “insulting” to a particular group or “the majority” or it deems to violate “public morality.” “Gross” violations can result in denial of registration. The law also removes legal protection against the disclosure of journalists’ sources, with wide grounds for the media authority to order disclosure.

The media law undermines media freedom and is incompatible with Hungary’s human rights obligations, Human Rights Watch said. It is part of a troubling trend of removing checks and balances, including a November 2010 restriction on the power of the constitutional court to review budget laws, Human Rights Watch said.

The media law has already drawn criticism from the Organization for Security and Cooperation in Europe’s representative on freedom of the media, international organizations that defend media freedom, and members of the European Parliament. A number of EU governments, including Germany, France, and the UK, have expressed concerns about the law.

The European commissioner responsible for the media, Neelie Kroes, and the Commission president, José Manuel Barroso, who met with the Hungarian prime minister, Viktor Orbán, on January 7, have both sought clarification on the law. Orbán has said that Hungary is willing to amend the law if the EU requires it but only if such changes are made across the EU.

Hungary’s approach to asylum and migration also raises serious concerns, Human Rights Watch said. Despite Hungary’s assurances that it allows asylum seekers to lodge claims, a recent Human Rights Watch report found that the authorities have returned migrants, including unaccompanied children, to Ukraine, without considering their pleas for asylum in Hungary. Returning migrants without first considering asylum requests breaches the new EU Charter of Fundamental Rights and international refugee law.

A new asylum law, which entered in force in December 2010, remains unsatisfactory despite the success of Hungarian rights groups in defeating the most problematic provisions, Human Rights Watch said. The Hungarian government had sought initially to have the power to detain unaccompanied migrant children and to limit the right to appeal a refusal of asylum. But there are continuing concerns about whether detained asylum seekers will be able in practice to challenge negative asylum decisions effectively.

Hungary’s longstanding discrimination and abuse against its Roma minority are also of serious concern, Human Rights Watch said. The Hungarian Helsinki Committee highlighted the inadequate state response to violent attacks on Roma, the forced sterilization of Roma women, and segregation of Roma children in schools in a September 2010 report to the United Nations Human Rights Committee.

Discrimination in access to education and health care for Roma and forced sterilization were also identified as concerns in the EU Fundamental Rights Agency (FRA) Annual Report for 2010. A 2009 multi-country study by the FRA found that 62 percent of Roma surveyed in Hungary reported experiencing discrimination in the previous 12 months.

“The EU’s credibility as a reliable and forceful advocate for human rights around the world depends on its willingness to hold its member states to account for their own abuse,” Leicht said. “For that reason, it’s vital for the Commission and other EU member states to press Hungary to repeal the media law and improve its wider record in accordance with its international and regional legal human rights obligations.”

Human Rights Watch

10 novembre 2010

Italia ponte tra Turchia e Ue

L’incontro Frattini-Davutoglu rafforza la cooperazione tra i Paesi.

«Il percorso di adesione della Turchia all’Unione europea è un processo irreversibile». Il ministro degli Esteri Frattini ha ribadito con forza la posizione del governo italiano, il 9 novembre a Roma, di fronte al suo omologo Ahmet Davutoglu che ha risposto affermando che sarebbe una misura razzista escludere la Turchia dalle istituzioni di Bruxelles, dopo un percorso di avvicinamento durato 50 anni, solo in virtù delle sue peculiari caratteristiche religiose e culturali.
I due ministri hanno concluso coi loro discorsi il settimo forum italo-turco organizzato da Unicredit, un appuntamento annuale che, alternativamente in Italia e in Turchia, coinvolge rappresentanti della società civile, dei centri di ricerca, della classe imprenditoriale dei due paesi. Dal canto suo, Giuseppe Scognamiglio di Unicredit ha sottolineato come gli incontri a tema, l’edizione del 2010 è stata dedicata all’innovazione tecnologica, avranno sempre maggiore continuità, con gruppi di lavoro e riflessione attivi durante tutto l’anno.

«Italia, anello di congiunzione» con l’Europa

L’Italia, ha ricordato Frattini, è ormai il quarto partner commerciale della Turchia, le imprese che operano nel Paese anatolico sono passate in cinque anni da 300 a quasi 800: non solo le storiche Pirelli, Fiat e Eni, o le imprese attive nei settori della difesa o delle infrastrutture (come la Astaldi, che in Turchia sta costruendo autostrade, a Istanbul la nuova metropolitana e il terzo ponte sul Corno d’oro), ma anche imprese ad alto contenuto tecnologico che si occupano di sistemi aerospaziali, di progetti di telemedicina, di bio e nanotecnologie.
Soprattutto, ha sottolineanto il ministro, stanno nascendo delle joint venture in Paesi terzi, come per la metropolitana di Varsavia: la nuova frontiera della cooperazione italo-turca, paritaria e fondata sulla condivisione delle conoscenze. Una cooperazione che Frattini, sul piano politico, considera essenziale in ambito Mediterraneo: per creare sviluppo, per lottare contro il terrorismo e l’immigrazione clandestina, per promuovere il dialogo tra le culture e le religioni.
La Turchia è anche un «attore indispensabile» per la stabilità dei Balcani, un interlocutore privilegiato per risolvere il problema del nucleare iraniano, un hub energetico di vitale importanza per l’Europa e per l’Italia attraverso il corridoio meridionale in fase di realizzazione.
Il ministro italiano, esprimendo ammirazione per la politica degli “zero problemi” coi vicini di Davutoglu, ha infine dichiarato di «non condividere le obiezioni di carattere culturale e religioso» nei confronti della Turchia: l’Italia si batterà in sede comunitaria a favore di Ankara, sarà «l’anello di congiunzione» tra la Turchia e l’Europa.

Ankara porterà linfa vitale all’Europa

Davutoglu non è invece entrato nei dettagli della coperazione bilaterale: ha semplicemente constatato che le relazioni tra Italia e Turchia vanno benissimo. E ha invece tracciato un affascinante percorso storico, in cui Roma e Istanbul, l’Italia e la Turchia, sono state nei secoli centri mercantili e di influenze culturali per tutto il Mediterraneo.
Fino a delineare un duplice scenario per il 2050: l’Europa senza la Turchia sarà geopoliticamente irrilevante ed economicamente statica mentre con la Turchia, il Vecchio Continente sarà geopoliticamente ed economicamente attivo, come nei secoli passati, in Medio Oriente, in Asia e in Cina.
Una traiettoria esemplare per la Turchia che aspira a diventare una media potenza globale, membro dell’Unione, pivot geopolitico di tutto il continente afro-euroasiatico.

di Giuseppe Mancini – Lettera43.it

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