Posts tagged ‘Diritti’

5 marzo 2013

Laicità, cinque domande agli aspiranti premier

Lettera aperta del pastore protestante valdese Daniele Garrone, uno dei maggiori esperti di Bibbia in Italia, ai candidati a essere presidenti del Consiglio. Fine vita, divorzio, coppie di fatto, uguaglianza di tutte le confessioni religiose, cittadinanza ai figli degli immigrati: tutte questioni “laiche” indicanti la “qualità” di una nazione.

Egregio signor candidato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, come molti altri elettori ed elettrici non ho ancora scelto per chi votare alle prossime elezioni politiche. Mancano, a mio avviso, proposte convincenti di cambiamenti profondi, di riforme incisive e durature per affrontare la crisi economica e soprattutto lo sfacelo della politica e il degrado della vita civile, che ci affliggono non meno della crisi economica. Le scrivo per chiederle di pronunciarsi in modo esplicito e vincolante su alcuni temi che non sono al centro della campagna elettorale; sono problemi che attengono ai diritti, alle libertà, alla cittadinanza; questioni tipicamente «liberali», cioè legate a una cultura che non ha mai mobilitato i due grandi partiti di massa protagonisti di decenni della storia politica della nostra Repubblica.

1. In violazione dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica, i cittadini non possono esercitare il loro diritto a decidere sull’utilizzo o la sospensione di cure mediche con disposizioni di «fine vita». In altre democrazie, ciò è lecito e normato. In Germania esiste persino un «testamento biologico cristiano», approvato anche dalla Conferenza episcopale cattolico-romana di quel Paese. L’Italia è invece ridotta a una sorta di stato etico, in cui il legislatore adotta come vincolanti per tutti i criteri etici di una parte soltanto dei suoi cittadini, in questo caso i dettami e i veti delle gerarchie cattolico-romane, quando – oltre tutto – i sondaggi indicano come largamente prevalente un orientamento favorevole alla libertà di scelta. Condivide l’urgenza di garantire la libertà di poter disporre per la sospensione delle cure o per la loro prosecuzione? Può assumere la garanzia di questa libertà come impegno di governo?

2. In Italia è stato finora impossibile accorciare i tempi del divorzio, persino nei casi in cui la richiesta è avanzata consensualmente dai coniugi. Non è compito del legislatore incoraggiare oppure ostacolare questa o quella concezione del matrimonio (sacramento indissolubile, patto rescindibile). Condivide questa visione? Se sì, che impegni prende perché sia posta fine all’inutile e vessatorio prolungamento dell’iter del divorzio?

3. Nessun riconoscimento è accordato in Italia alle unioni diverse dalla famiglia cosiddetta «naturale», siano esse eterosessuali o tra persone dello stesso sesso. Come lei sa bene, non è una questione ideologica: cittadini coinvolti in stabili relazioni affettive vengono deprivati di diritti a altri accordati. Che impegno assume riguardo a questo problema, che vede l’Italia notevolmente arretrata rispetto ad altre democrazie?

4. L’uguaglianza di tutte le confessioni religiose davanti alla legge, solennemente sancita nella nostra Costituzione, non è pienamente attuata. Non mi riferisco qui al regime privilegiario adottato per la Chiesa cattolica con l’art. 7 della nostra Costituzione e a tutto ciò che ne è derivato; so bene che questo, in Italia, è una sorta di tabù. Vi sono confessioni e religioni che non riescono ad addivenire alle intese previste dall’art. 8; vigono ancora in parte norme della legge sui culti ammessi del 1929. Condivide l’idea di approvare una legge quadro sulla libertà religiosa? Come intende affrontare il fatto che alla uguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge, sancita dalla Costituzione, corrisponde una gamma di diversi trattamenti giuridici?

5. Come intende rispondere alla proposta, sostenuta anche dal presidente della nostra Repubblica, di conferire – superando così lo ius sanguinis – la cittadinanza a quegli immigrati che siano nati nel nostro paese? Non le sembra una vergogna da eliminare? Conviene con me che il conferimento della cittadinanza è un interesse della Repubblica, se essa si concepisce come patto di cittadinanza?

Altre questioni, altrettanto importanti, dovranno essere affrontate dalla politica nei prossimi anni: la fecondazione assistita; la libertà della ricerca scientifica… Bastano i temi che le propongo a saggiare l’idea di laicità che lei intende porre alla base del suo programma di governo. Per chiarire il mio punto di vista e forse anche per agevolarle la risposta, le espongo la mia: intendo la laicità come neutralità dello Stato in campo religioso e ideologico e vedo nello Stato il garante della libera professione di tutte le idee, il custode dei diritti inviolabili di ogni cittadino e cittadina. Lo statuto della buona politica non è quello di partire dalla Verità, in vista del Bene, ma quello di trovare soluzioni eque, ragionevoli, per salvaguardare e valorizzare le libertà, accrescere la giustizia e tutelare chi, tra i cittadini, è più debole. Qualunque siano le valutazioni politiche che potrebbero orientarmi verso l’uno o l’altro degli schieramenti in campo, sarà per me dirimente quale posizione esplicita e vincolante essi assumeranno sui temi che ho indicato.

Immagino un’obiezione: di fronte agli altri gravi problemi che abbiamo, queste sono preoccupazioni secondarie…; in fondo non riguardano tutti… Sono però convinto che dobbiamo urgentemente recuperare – o scoprire? – una cultura politica ispirata ai concetti di cittadinanza, libertà e diritti, laicità che, come lei sa, comporta anche doveri assunti con la responsabilità del libero cittadino e un forte senso delle istituzioni e della Repubblica. Quello che, a mio avviso ci serve per impugnare lo sfacelo della politica e reagire attivamente al degrado della vita civile. Libertà, cittadinanza e diritti non sono un capriccio, ma la cartina al tornasole della qualità di una Repubblica.

di Daniele Garrone, da Lucidamente.com

biblista e pastore protestante valdese

Annunci
5 ottobre 2012

Tunisia, “offesa al pudore”: rischia il carcere dopo lo stupro

Centinaia di persone sono scese in piazza in Tunisia, e non solo, in solidarietà con la giovane tunisina che rischia il carcere dopo aver subito uno stupro da parte della polizia. La ragazza è stata convocata ieri mattina, per la seconda volta, di fronte al giudice presso la procura di Tunisi. L’accusa di “offesa al pudore” e “oscenità premeditata e ostentata” – secondo la quale la ragazza rischierebbe fino a sei mesi di reclusione – è stata per ora confermata. Tra le questioni dibattute in aula anche la quantità di coscia visibile per definire la volontà o meno di ostentare: la misura dell’orlo della gonna sarà dunque il discrimine per comminare la pena, mentre l’altra linea di demarcazione sembra essere la discussa verginità.

La protesta. Davanti al tribunale una folla di almeno trecento persone, tra cui membri dell’Assemblea Costituente, Ong, e associazioni di femministe, ha manifestato durante l’udienza contro la palese ingiustizia. La ragazza, raggiunta anche da un messaggio di solidarietà dal governo francese, si è detta molto incoraggiata dal sostegno che le sta arrivando dal mondo intero. E, rispetto al passato, si sono visti in piazza cartelli molto più assertivi – come “Ministero terrorista, e ministero dello stupro”, “violentate o velate?”, fino a esortazioni più specifiche: “Polizia! Tenetevelo a posto”. Uno slogan che va bene anche per l’imposizione, diretta o indiretta, del velo – pudica barriera imposta alle donne per contenere l’esuberanza sessuale maschile. Ma forse i commenti più pressanti apparsi anche sui social network sono quelli all’insegna del dégage (“vattene”): la parola d’ordine scandita contro la dittatura il 14 gennaio 2011, quando è iniziata la rivoluzione. L’intera vicenda vede ancora una volta il partito islamista maggioritario Ennahdha e il governo attuale al centro delle polemiche, e ha quindi una dimensione tutta politica.

L'”offesa al pudore”: A ispirare il processo è l’articolo 226 del codice penale, retaggio della vecchia dittatura. E’ una norma abbastanza vaga da lasciare ampio margine allo zelo della pubblica accusa. Fornisce infatti a qualsiasi violentatore la scusa per trasformare la vittima in accusata o di mettere questa nelle condizioni di aver paura di denunciare, ed è anche una una sorta di comoda valigia dentro cui infilare ogni pretesto. Con lo stesso capo d’accusa, ancora in attesa di giudizio, si trova anche Sofiane Chourabi, un giornalista blogger non troppo amato dal potere, che è stato trovato a consumare alcol su una spiaggia nel periodo di Ramadan.

La storia della ragazza. I primi di settembre, nel quartiere di Tunisi Aïn Zaghouan la giovane si era appartata in auto con il suo ragazzo, dopo una cena. Un gruppo di poliziotti in borghese li ha visti e ha giudicato il loro atteggiamento indecente. Per rilasciarli però hanno preteso dei soldi. Il ragazzo aveva solo 40 dinari. Uno degli agenti, dopo averlo ammanettato, lo ha portato a cercare un bancomat per prelevare 300 dinari (150 euro). Poiché la ragazza era alla guida dell’auto, la conclusione dei poliziotti è stata che si trattasse di una donna sposata e dunque colpevole di comportamento immorale. Lei, 27 anni, una laurea in scienze delle finanze e un master in management, ha giurato di essere vergine e che si sarebbe sottoposta a un test, se necessario. I due agenti rimasti con lei l’hanno fatta sedere sul sedile posteriore della loro auto, l’hanno portata in un luogo isolato e violentata a turno. Poi hanno raggiunto il terzo poliziotto rimasto col ragazzo alla ricerca – infruttuosa – di un bancomat. Il ragazzo, che si è accorto dell’accaduto, è riuscito a strappare la bomboletta di gas immobilizzante a uno degli agenti, e ha cominciato a gridare. I poliziotti hanno rilasciato i giovani in cambio della bomboletta. Il soccorso ospedaliero non è stato tuttavia immediato. Solo alle 16 del giorno successivo la giovane è riuscita ad avere le cure necessarie e l’accertamento medico che quanto da lei dichiarato nei verbali corrispondeva al vero. Gli agenti stupratori sono stati arrestati, ma al momento del primo confronto la vittima si è trovata a doversi difendere dall’accusa “di offesa al pudore”. Ieri, durante la seconda udienza, l’accusa è stata confermata.

L’episodio ha suscitato grande emozione e un’ondata di proteste da parte delle Ong, e della società civile che si è espressa soprattutto tramite la rete. Si sono così susseguiti flashmob estemporanei, manifestazioni di attiviste e gente comune, prima davanti al ministero degli Interni poi in piazza a Tunisi, e lo scorso sabato con un ponte di solidarietà che è arrivato fino a Parigi. Ieri l’atmosfera era particolarmente surriscaldata davanti al tribunale nella Rue Bab Bnet.

Le reazioni della politica. In questi giorni, esponenti delle istituzioni (ministri degli Interni e Giustizia) hanno continuato a denunciare l’immoralità e l’indecenza dei due ragazzi, perdendosi in grotteschi distinguo: “Gli agenti sono in prigione, ma anche la ragazza ha compiuto un reato ed è quindi perseguibile secondo la legge”. Come se il fatto che responsabili sono stati puniti bastasse a legittimare un altro processo per offesa alla morale ai danni di una donna stuprata – per giunta dalle forze dell’ordine.

Rached Ghannouchi, leader del partito Ennahdha, ha parlato attraverso la figlia Yousma la quale, dopo aver deprecato l’agire della polizia, ha però detto che è colpa dei media nazionali che spostano l’attenzione dai veri problemi del paese e quelli internazionali, che spiegano male la situazione. Così come molto poco credibili sono anche le tardive reazioni di condanna alla polizia del premier Hamadi Jebali in visita a Bruxelles, intervistato dal quotidiano Le Soir. E tardiva e prudente è la condanna di Sihem Badi, ministra della Donne e della Famiglia, che ha però rilevato come la denuncia della ragazza sia un importante segno di discontinuità rispetto al passato. Dall’opposizione, la reazione più significativa è venuta da Karima Souid della sinistra Ettakatol, che con CPR e Ennahdha è il partito della “troika” nell’Assemblea Costituente. La deputata ha detto di dissociarsi da tutti e ha concluso il suo discorso con un “je vous vomis” (vi rigetto con disgusto), domandando al ministro dei Diritti Umani che venga archiviato il caso.

La violenza sulle donne. Se lo stupro da parte della polizia era routine sotto Ben Ali, non essendo stata riformata, la polizia continua a comportarsi nello stesso modo. La questione ovviamente non riguarda solo le forze dell’ordine: il 30% delle donne tunisine afferma di avere subito violenze. L’andamento e l’esito di un processo così iniquo, che trasforma la vittima anche in un’accusata, sottopone la Tunisia a un test fondamentale agli occhi della comunità internazionale per quanto riguarda il suo cammino verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani e civili. Si capirà se è vera la denunciata opacità di rapporti tra potere esecutivo e quello giudiziario. Ed è anche il termometro della capacità di riflettere su una serie di tabù sessuali che condannano il paese a un perenne medioevo.

Costituzione e ruolo delle donne. E’ in gioco, tra le altre cose, il ruolo della donna nella società tunisina: una linea di demarcazione di modernità, questa volta non imposta dall’alto come all’epoca di Ben Ali, ma reale espressione di una volontà popolare. Una piccola vittoria sembrava essere arrivata qualche giorno fa, quando l’espressione “la donna complementare all’uomo” era stata eliminata dalle bozze di articoli della futura Costituzione, come avrebbero invece voluto gli islamisti. Ma il caso delle giovane tunisina riporta in primo piano – oltre alla necessità di una profonda revisione Codice di statuto personale del 1956 (in cui si sanciva una parziale parità uomo donna) – questioni sociali e culturali legate al divario tra un’élite progressista e la Tunisia profonda, sulla quale punta invece la visione conservatrice e religiosa di Ennahdha.

di Sabina Ambrogi, Micromega

24 novembre 2011

Violenza contro le donne, è pandemia In Italia 651 omicidi in cinque anni

Sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito aggressione sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre ad opera di mariti e familiari. La violenza domestica è una realtà quotidiana per oltre seicento milioni di donne. Domani la giornata internazionale contro la violenza fissata dall’Onu.

Sebbene in 125 paesi esistano leggi che penalizzano la violenza domestica, e l’uguaglianza tra uomini e donne sia garantita in 139, sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre a opera di mariti e familiari. Lo ha sottolineato Michelle Bachelet, direttore di UN Women, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebra in tutto il mondo il 25 novembre.

“La violenza contro le donne ha la portata di una pandemia  –  sottolinea  nel suo messaggio l’ex presidente cileno, che chiede ai governi di intervenire in modo deciso. – Oggi due paesi su tre hanno leggi specifiche che puniscono la violenza domestica, e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite indica nella violenza sessuale una tattica deliberata di guerra, eppure le donne continuano ancora a essere vittime di abusi. E questo non per mancanza di consapevolezza, ma perché manca la volontà politica di venire incontro ai bisogni delle donne e di tutelare i loro diritti fondamentali”.

“Quando ero ragazzina in Cile c’era un detto, quien te quiere te aporrea, chi ti vuole bene ti picchia. E’ sempre stato così, sospiravano le donne; ma oggi questa violenza non può più essere considerata inevitabile e va identificata per quello che è, una violazione dei diritti umani, una minaccia alla democrazia, alla pace e alla sicurezza, un pesante fardello per le economie nazionali. E invece è uno dei crimini meno perseguiti nel mondo”.

Seicentotre milioni di donne vivono in paesi nei quali la violenza domestica è considerata un fatto strettamente privato. Oltre 60 milioni di bambine vengono costrette a sposarsi, e sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali; mancano all’appello, in tutto il mondo, 100 milioni di bambine che non sono venute al mondo perché vittime della pratica dell’aborto selettivo; almeno 600mila donne ogni anno sono vittime della tratta a sfondo  sessuale.  Tutto questo in un mondo in cui due su tre adulti analfabeti sono donne, in cui ogni 90 secondi, ogni giorno, una donna muore durante la gravidanza o per complicazioni legate al parto, nonostante esistano conoscenze e risorse per rendere il parto sicuro.

E da noi? E’ di pochi mesi fa la sentenza di un tribunale italiano che riconosce le attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. Ed è di questi giorni la notizia dell’assalto al tribunale di Velletri messo a segno da parenti e amici di tre ventenni, tutti italiani, condannati a 8 anni e sei mesi per lo stupro di una ragazza minorenne. Tutto questo in un paese in cui i femminicidi accertati sono stati negli ultimi cinque anni 651 (92 nei primi nove mesi di quest’anno).

In occasione della mobilitazione internazionale, AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, si unisce alla richiesta di Amnesty International, che esorta l’Unione Europea e tutti i membri del Consiglio d’Europa a firmare e ratificare la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa. La Convenzione, adottata dalla Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa a Istanbul nel maggio 2011, è un trattato internazionale giuridicamente vincolante che contiene norme per la protezione delle vittime e il preseguimento dei colpevoli. La Convenzione, aperta agli stati membri del Consiglio d’Europa, all’Unione Europea e a qualunque paese la voglia adottare, entrerà in vigore con il deposito della decima ratifica. Fino ad ora la Convenzione ha ricevuto la firma solo di 17 paesi e dell’Unione Europea, e nessuna ratifica.

“Affinché le donne si possano sentire sicure per strada, in ufficio e nelle loro case, Stati e Unione Europea devono potenziare tutte le misure per eliminare la violenza contro le donne, inclusa la prevenzione, la protezione, il procedimento giudiziario e il risarcimento. Il primo passo è aderire alla Convenzione, mettendo in primo piano il problema della violenza contro le donne”, dice Nicolas Beger, Direttore dell’ufficio istituzioni europee di Amnesty International.

“È inaccettabile- sottolinea Daniela Colombo, Presidente di AIDOS –  che ogni giorno in Europa 5 donne subiscano tuttora violenza. È prioritario che gli Stati del Consiglio d’Europa e l’Unione Europea ratifichino al più presto la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e pongano in atto misure per eliminare la violenza tra le mura domestiche, che costituisce la parte più consistente di tutte le violenze ai danni delle donne”.

Molte le iniziative indette per celebrare la dodicesima edizione della Giornata internazionale. Il Nobel per la pace Shirin Ebadì, a Roma per la presentazione del libro “Tre donne una sfida. Da Kabul a Khartoum, la rivoluzione rosa di Shirin Ebadì, Fatima Ahmed, Malalai Joya”, della giornalista Marisa Paolucci, patrocinato da Telefono Rosa,  incontrerà gli studenti delle scuole romane al Teatro Quirino (un recente sondaggio ha rivelato che il 65 per cento dei ragazzi delle scuole superiori ignora il significato del termine stalking).

di Emanuela Stella, Repubblica.it

9 agosto 2011

La difesa degli omosessuali non va in vacanza. E guarda lontano per trovare ottimismo.

Le rose e le coltellate. Negli ultimi giorni sotto l’argomento omosessuali la cronaca italiana ha registrato il doloroso contraddirsi della cultura oggi più popolare: una donna italiana ha sposato la sua compagna, ma è una parlamentare e quindi l’episodio attiene alle stranezze vip; a Cerignola, vicino Foggia, un uomo ha inferto 19 colpi al fratello ventenne perché lo riteneva “la vergogna della famiglia”.    Nessuna normalità, dunque. Perché se nel weekend ad Amsterdam hanno celebrato un grande Gay Pride con la benedizione del ministro della Difesa (e relativo battello di militari in corteo), a Latina la notizia era un bollettino medico per monitorare le condizioni del ragazzino insultato e picchiato per strada da due immigrati. Il giovane sta meglio, gli inquirenti spiegano che si tratta della solita giustificazione assurda, ovvero “lui è un diverso”.

ROSSANA Praitano sa di che si tratta. Presiede il Circolo Mario Mieli di Roma, una cellula creativa nel tessuto di chi vuole ampliare il ragionamento sui diritti a partire dall’omosessualità per arrivare a un’idea nuova dell’Italia. “Quella sì che la vorremmo diversa – attacca la Praitano –. Cioè adulta, capace di mettere insieme le energie, impegnata seriamente a tirar fuori il meglio delle persone. Invece vincono gli schemi, le paure, la negazione di quello che non è semplice da capire”.

La strada, evidentemente, è lunga. Per i fatti violenti la solidarietà scatta automatica, la fila di chi si dichiara sdegnato dopo botte e insulti è sempre lunga. Ma quando c’è da commentare un passaggio culturale, all’improvviso la retromarcia è totale. Sul matrimonio della deputata Pd Paola Concia con la compagna tedesca, per esempio, due sottosegretari del governo hanno sentito il governo di esternare. “Certo, ci mancherebbe perdere un’occasione del genere – sorride la Praitano –. Dunque ho sentito Carlo Giovanardi dire che quelle nozze sono fuori dalla Costituzione: peccato siano state celebrate in Germania, e forse tornerebbe più utile capire come mai lassù quel diritto esista (e quaggiù no). Quanto a Daniela Santanchè e al suo ‘mi fa impressione pensare alle nozze tra due donne’, registro solo una mutevole sensibilità: il bunga bunga è eticamente accettabile, l’amore tra due persone no”.

Vecchia storia, che non cambia, e anzi resiste di fronte a un esecutivo politicamente sempre più fragile. “La verità è banale – ammette la presidente –: la maggioranza non sta più in piedi, l’unico baluardo è il presunto zoccolo duro dell’elettorato cattolico. Siamo ostaggio di un equilibrismo senza futuro. Ma l’Europa costringerà l’Italia a crescere anche su questo fronte, a imporre il rientro forzato dallo spread dei diritti: oggi i conti pubblici, domani i diritti civili”. Nel frattempo la vita è dura per chi decide che nascondere l’orientamento sessuale sia una libertà in meno, da conquistare.    Per loro il centro Mieli resterà aperto tutta l’estate: giusto il ponte di Ferragosto per tirare il respiro, e poi tutta l’attività continua come al solito. Linea telefonica, pronto soccorso psicologico, aiuto e consulenza legale, a volte solo un orecchio amico. “I casi di cronaca nera hanno una grande eco, ma quello che serve di più oggi è la denuncia delle piccole discriminazioni quotidiane: al lavoro, soprattutto. Nelle famiglie, che ancora isolano il figlio omosessuale o la ragazza lesbica” conclude la Praitano.

CUI PERÒ scappa da ridere quando ricorda che a casa sua, a Campobasso, ormai la gente fa i complimenti a sua madre quando lei capita in tivù. “Al bar della piazza mi offrono da bere – confessa –. E io accetto pensando che tanti giovani del sud non saranno più costretti a fuggire nelle grandi città per poter vivere. Come ho fatto io, vent’anni fa”. (C.P.)

Sfilata gay ad Amsterdam: anche i militari festeggiano (FOTO LAPRESSE)

20 luglio 2011

Un Degrado senza colpe

Transessuale non significa puttana. È questo il passo avanti, secondo l’ex parlamentare Vladimir Luxuria e secondo Paola Concia, membro della Commissione Giustizia, della sentenza depositata da poche settimane che assolve con formula piena i gestori del club erotico capitolino Degrado. Emessa da un collegiale composto da tre giudici donne, non ha ombre visto che la non colpevolezza è stata richiesta dalla Procura stessa. Stiamo parlando, tra gli altri, della transessuale “Carla” e di Klaus Mondrian, in politica con i Radicali e poi con Rifondazione comunista, oggi direttore artistico della galleria d’arte romana Mondrian Suite e del primo locale “no-gender” italiano, il Gender, aperto nel 1998. L’accusa era infamante: associazione a delinquere, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

Da lì la chiusura del mitico Degrado, nel cuore del pittoresco quartiere Pigneto, che Mondrian dirigeva come sorta di spin-off del Gender, e con lui Carla, presidente dell’Associazione culturale omonima. “Una sentenza in linea con le attuali trasformazioni sociali – dichiara Luxuria, tra i testimoni. Credere di bloccare il processo evolutivo in atto riguardo ai diritti civili è come voler fermare il vento con le dita. Se è successo a New York può succedere ovunque, si tratta solo di continuare a combattere e aspettare che l’indifferenza e gli egoismi di chi i diritti ce li ha diventino logori per fare spazio a una comunità regolata da leggi più giuste, che riconosca ogni suo cittadino come persona di serie A”. L’inchiesta partì nel 2007 per ordine di Paolo Auriemma: “Indagavamo – spiega il Pm – sul traffico di transessuali, in particolare brasiliani”. La storia è questa: i Carabinieri scoprono che una delle trans brasiliane oggetto di indagine vive con Carla, presidente dell’Associazione Officina Degrado. Da lì l’attenzione sul locale, circondato di violente scritte sui muri e odiato dagli abitanti del quartiere, esasperati dai viavai notturni. I Carabinieri si infiltrano e scoprono dark room per consumare rapporti sessuali, proiezioni di film porno, ma poco altro. Immaginano che possa esserci richiesta di soldi in cambio di prestazioni e arrestano Carla (arresto immediatamente annullato dal Tribunale del Riesame per mancanza di indizi).

IL PROCEDIMENTO pena-le intanto va avanti: contro Carla, Mondrian, l’addetto alla vigilanza esterna del locale, un altro socio di Officina Degrado e perfino un barbone che abitava in una vecchia auto lì davanti scambiato per un complice. Dopo vari testimoni, tra cui Luxuria – che nel frattempo aveva presentato un’inchiesta parlamentare – ne arriva uno chiave: “Pietro Ranieri, abitante del quartiere – racconta Alberto Misiani, uno degli avvocati difensori – dichiarò candidamente in aula, per dimostrare la sua esasperazione, di aver preso, una sera, una testa di maiale appena macellata e di averla appesa alla porta del locale. Questo ci dette la misura della transfobia. “Questa sentenza è un importante passo avanti – dice Paola Concia, relatrice della legge contro l’omofobia e la transfobia – soprattutto perché interrompe lo stigma trans uguale prostituta che, ricordiamolo, è proprio quello che impedisce a queste cittadine di trovare un regolare lavoro”. Con la Concia anche Klaus Mondrian: “Apprezzo molto il suo lavoro. Ha presentato una legge ad oggi ancora inascoltata, ma importantissima. Se anche da noi passasse la “Piccola soluzione”, come è chiamata in Germania dove è in vigore, forse potremmo riscattarci dalle umiliazioni del Bunga-Bunga.

QUESTA legge prevede la possibilità di cambiare la propria identità anagrafica anche senza cambiare sesso. Il problema è che in Italia molte trans si operano per adeguare lo stato civile: è molto umiliante sentirsi chiamare Pasquale in banca, nonostante una gonna, con tutti che sghignazzano. E stiamo parlando di un’operazione complessa, che può creare conseguenze ambivalenti e anche danni, se il percorso psicologico non è profondo o se si perde il godimento”. Mondrian lancia una sfida a Tremonti: “Se trasformasse le nostre associazioni culturali in società a fine di lucro, ricaverebbe fino a 3/400 milioni l’anno. Ma il problema è che i locali diventerebbero pubblici e visibili, con insegne luminose, lavoratori regolari, possibilità di farsi pubblicità. Cosa vietata alle associazioni. Da parte nostra, trovo assurdo che una persona, se vuole frequentare un club no-gender, deve farsi schedare da una tessera. E’ una limitazione della libertà individuale motivata dai comportamenti sessuali.

Ma l’interesse è l’opposto, farci vivere nella semi-clandestinità, in situazioni fragili e controllabili, in modo da poterci fare chiudere in un batter di ciglia, anche solo per una tessera mancata. Lo sapete che se un’associazione locale non si affilia a una delle grandi associazioni nazionali riconosciute dal Ministero dell’Interno non può per esempio avere la licenza per il bar? Io credo che sia proprio la semiclandestinità a provocare tensioni nei quartieri: costruttori e agenzie immobiliari, per esempio, considerarono il Pigneto svalutato del 30% dal Degrado che, se fosse stata una discoteca pubblica, magari non avrebbe causato alcun fastidio”. Forse, trovandoci nel paese dove vengono uccise più trans al mondo, occorre rileggere le parole del regista Carmine Amoroso (tra i testimoni al processo) che del Degrado aveva scritto, su una testata internazionale, essere patrimonio da considerarsi dell’umanità per la capacità, nel nome stesso, di rappresentare la riappropriazione di una calunnia. Come dice Luxuria: “La sessualità libera, adulta e consenziente deve essere rispettata nella sua dignità e non scambiata, nei casi di sessualità non convenzionali, per uso mercenario del corpo e dell’affettività”.

di Eugenia Romanelli, IFQ

Se il trans si chiama desiderio
La transfobia – se non esiste già, coniamo questo simpatico neologismo – è veramente un cimitero degli elefanti, poiché neanche la destra più retriva si sognerebbe di mettere in discussione la pregnanza antropologico-culturale del mutamento di sesso. Basta guardare e non tapparsi gli occhi cor guanciale de noantri. A parte la vera esplosione di energia alternativa, persino dentro Roma (basti ricordare Vladimir Luxuria e la Mucca assassina), chiede stato civile qualcosa che affiora nei nostri anni, ma con blasoni d’antichità. Bigotti e benpensanti sempre avversi: «Ner ’68 quelli de sinistra voleveno che annassi contro mi’ padre, ma io ’n ciavevo gnente contro mi’ padre!» (sentito con le mie orecchie da un ex militante del Fronte della gioventù).
Siamo in attesa, nella prossima stagione, del film Danish girl, in cui Nicole Kidman si cimenterà con la storia del primo trans, il pittore danese Einard Wegener, che cambiò sesso nel 1931. Il cinema si appropriò di trans famosissimi come Coccinelle, con esiti artistici non sempre esaltanti: Alessandro Blasetti la impiega come fenomeno da baraccone nel film-documentario del 1958 Europa di notte, descritto così dallo stesso regista: «uno spezzatino di documentari ammucchia-ti in chissà quale guazzabuglio o padellone filmico». Coccinelle (che al secolo altri non era che un tal Jacques) si produce in titoli emblematici come I dongiovanni della Costa Azzurra e – persino – Il pelo del mondo.
Caso esclusivamente mediatico quello della notissima Christine Jorgensen (pure lei tal George William) per cui il New York Daily News produsse il famoso titolo: Ex soldato diventa bella bionda (1952).    Venendo ad anni più recenti, e a parte il solito Almodovar, che del travestito è vessillo, va segnalato che il tema dell’ambiguità sessuale genera veri e propri capolavori, come M. Butterfly (1997) di David Cronenberg. Particolare curioso, il protagonista bifronte del film (assieme a Jeremy Irons), John Lone, era il perfido antagonista di Mickey Rourke ne L’anno del dragone, capo della mafia di Chinatown. Se consideriamo che si è molto vociferato sul fatto che il regista del film, Michael Cimino, avesse cambiato sesso, la coincidenza non è male.

di Luca Archibugi, IFQ

3 luglio 2011

Disgusto e umanità. L’Orientamento sessuale di fronte alla legge.

La democrazia deve garantire ai propri cittadini sia eguaglianza (assenza di discriminazioni economiche, etiche, legali, politiche, sessuali, sociali), sia equità (giusta distribuzione di benefici e responsabilità). Martha Nussbaum invoca questi concetti per assicurare agli omosessuali l’accesso a ogni diritto civile, diritto alla base della giustizia: difficile altrimenti parlare di Stato democratico. Ne segue che l’Itali non lo è. Non solo. Privati dei diritti che provengono dalla possibilità di sancire legami matrimoniali, i cittadini italiani omosessuali sono cittadini di serie B. Anzi, di serie C dal momento che, quando aggrediti in quanto gay e lesbiche non vengono protetti da una legge che qualifichi l’omofobia come reato tutte le volte in cui da essa derivino atti discriminatori o violenze (e questo anche grazie al corto circuito tra stigmatizzazione e condizione di minorità giuridica). E allora perché stupirsi se l’Italia occupa una posizione arretrata nell’elenco degli stati attenti ai diritti civili delle cosiddette, brutta espressione, “minoranze sessuali” (una logica triste e incontrovertibile vuole che tale arretratezza riguardi anche i diritti delle donne, dei bambini, dei migranti)? Il fatto di precedere in questo elenco, il blocco dei circa novanta paesi che considerano le omosessualità “illegali” e di quelli che, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Nigeria, Mauritania, Sudan, Yemen, le puniscono con la pena di morte, dovrebbe forse consolarci?

La giurisprudenza americana assicura una particolare forma di tutela ai cittadini che rientrano in una suspect classification, ovvero una classificazione basata su una discriminazione illegale, è cioè sospetta di incostituzionalità. Per capirsi, l’esempio più citato di “classificazione sospetta” è la “razza”: la storia attesta come la maggior parte delle leggi che impiegano la “razza” quale categoria sistematica degli individui si basa su una discriminazione. Di fronte a una classificazione sospetta (nel contesto di un’azione di governo, di una legge, di un regolamento ecc.), la Corte adotta uno standard più severo (strict scrutiny) di valutazione della conformità al “principio costituzionale di eguaglianza” (Equal Protection Clause). Quali criteri valgono, secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, per qualificare un gruppo come suspect classification?: A) avere una storia di discriminazioni, ostilità, pregiudizi, stigma; b) coincidere con una minoranza identificabili; c) possedere una caratteristica immutabile e/o decisamente visibile; d) non disporre di sufficiente rappresentanza e potere per proteggersi con strumenti politici.

Dai campi di concentramento ai campi di rieducazione, dagli elettroshock alle “terapie riparative”, le persone omosessuali si sono sempre confrontate con persecuzioni e violenze, e questa costituisce una delle ragioni per cui hanno sviluppato una sofisticata cultura della in-visibilità. Atti e individui omosessuali sono transitati attraverso i domini della religione (peccato), della giustizia (illegalità), della medicina (malattia), della psicologia (immaturità e perversione) e solo recentemente sono approdati alla politica dei diritti. Dalla fine degli anni sessanta, soprattutto in Occidente, molti hanno iniziato a definirsi/dichiararsi gay e lesbiche, rivendicando uguaglianza di diritti, doveri, opportunità, esprimendo una combinazione unica tra orientamento sessuale e identità sociale, costruendo soggettività inedite nella storia dell’umanità. Da ciò trae origine una sensibilizzazione ad ampio raggio, che oggi possiamo, tra l’alrtro, apprezzare nelle disposizione dell’Organizzazione mondiale della sanità e delle principali associazione internazionali dei professionisti della salute mentale, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nelle risoluzione del Parlamento europeo.

Non stupisce dunque l’attenzione, sempre maggiore, rivoltà agli omosessuali dalla giurisprudenza occidentale, nonché dalle scienze economiche, filosofiche, psicologiche, sociali. Attenzione di fatto accesa da diversi eventi: i movimenti di liberazione gay e lesbici, la depatologizzazione delle omosessualità e la loro cancellazione dagli elenchi dei disturbi mentali, la crescente visibilità degli omosessuali e delle loro famiglie, ma anche i coming out di personaggi noti al grande pubblico nonché la diffusione di opere artistiche e commerciali che raccontano   storie gay e lesbiche. A una consapevolezza e antidiscriminatoria, congiunta alla coscienza che il diritto di una persona rimane il diritto di tutti, si è purtroppo affiancato lo sviluppo  di condanne e intimidazioni, a livello pubblico e privato: manifestazioni di aggressività, disprezzo, più banalmente di diffidenza continuano a popolare le esistenze omosessuali.

© Disgusto e umanità  di Martha C. Nussbaum

L’orientamento sessuale di fronte alla legge

Cap.1 Classificazioni sospette di Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo

Edizioni Il Saggiatore pagg.352, € 19,50

Contatti: gigante@saggiatore.it – tel. 02-202301.

Dalla politica del disgusto alla politica dell’umanità. La strada tracciata dalla legge verso il rispetto, l’empatia, l’immaginazione. “Disgusto e umanità. L’orientamento sessuale di fronte alla legge”, volume di Martha C. Nussbaum con un saggio, “Classificazioni sospette”, di Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo.

Con una tesi originale e con una proposta politica, Martha C. Nussbaum studiosa di etica e di diritto di fama internazionale, si schiera contro la discriminazione delle persone omosessuali. Verso le omosessualità, dice Nussbaum, la nostra società ha sempre manifestato un’avversione viscerale, connessa al fastidio provato di fronte alle secrezioni corporee, ai rifiuti organici, alla materia in decomposizione.

Proprio sul disgusto si sono fondate, nel tempo, discriminazioni giuridiche e sociali, nei confronti degli individui e delle pratiche omosessuali: carcerazione, deportazione, esilio, leggi antisodomia, interdizione al matrimonio. Oggi la politica del disgusto incontra due avversari sempre più influenti: il rispetto e l’empatia. Nella vita sociale e giuridica, commenta Nussbaum, si fa strada la politica dell’umanità, costruita attorno al riconoscimento dell’altro, della sua soggettività, delle sue ragioni, percezioni, emozioni. “Disgusto e umanità. L’orientamento sessuale di fronte alla legge” sfida la società e la politica su vari terreni, dal diritto di famiglia, alle leggi antidiscriminazione, alla legislazione sul lavoro. Sono in gioco i diritti fondamentali, i principi costituzionali. Come quelli dell’eguaglianza di fronte alla legge e delle libertà individuali. Realtà vitali, che vanno concretizzate nell’esistenza di ogni cittadino, se vogliamo che le parole della Costituzione non rimangano solo belle parole. Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo dialogano con le tesi di Martha Nussbaum, arricchendole di istanze psicologiche e filosofiche.

Vittorio Lingiardi (milanese, psichiatra e psicoanalista, è Professore Ordinario presso la Facoltà di Psicologia 1, Sapienza Università di Roma, dove dirige la II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica e insegna “Psicopatologia Generale”. È psicoanalista con funzioni di training del Centro Italiano di Psicologia Analitica, CIPA/IAAP e membro analista dell’International Association for Relational Psychoanalysis and Psychotherapy – IARPP. Dal 1988 al 1998 ha lavorato all’Ospedale San Raffaele di Milano. Tra il 1987 e il 1995 ha trascorso periodi di formazione presso Menninger Clinic (USA), Chestnut Lodge Clinic (USA), McGill University (Montreal, Canada).

Nicla Vassallo, genovese, è Professore Ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Genova. I suoi contributi innovativi si danno in filoni di studio e ricerca analitica che riguardano, da una parte, la natura della conoscenza nelle sue tante declinazioni, dall’altra alcune forme specifiche d’espressione epistemica in cui si presuppone l’esistenza di categorie ontologiche. Tra le sue numerose pubblicazioni scientifiche, ricordiamo alcuni volumi: “Teoria della conoscenza” (Roma-Bari 2003, seconda edizione 2008); “Filosofia delle donne” (Roma-Bari 2007) in qualità di co-autrice; “Donna m’apparve” (Torino 2009) in qualità di curatrice; “Knowledge, Language, and Interpretation” (Frankfurt 2008) in qualità di co-curatrice. Scrive regolarmente di filosofia sulle pagine culturali di alcune riviste e di alcuni quotidiani.
di Rossella Bellinvia – http://www.liguria 2000news.com

14 gennaio 2011

Ecco a voi il declino

A Mirafiori finisce la speranza di stare meglio dei padri E di liberare il corpo degli operai dalla fatica e dall’usura.

Il referendum di Mirafiori, quale che sia il risultato, fisserà nella coscienza collettiva un fatto storico: dopo due secoli di ininterrotto miglioramento e di aspettative fiduciose, gli occidentali di passaporto italiano sperimentano un peggioramento strutturale delle condizioni di vita e di lavoro. Non tutti, non tutti insieme. E i lavoratori della Fiat non sono i primi. Eppure il dramma sociale che si consuma in queste ore nel luogo simbolo del boom economico rende gli operai di Mirafiori simbolo a loro volta: come i loro padri rappresentarono sotto quei capannoni la conquista di un benessere inimmaginabile per la generazione precedente, le tute blu del referendum 2011 incarnano il declino. Quando si dice che l’accordo imposto da Marchionne peggiora le condizioni la replica è in genere che altre intese anche peggiori sono state già firmate per altri settori e altre imprese. Ciò che conferma   l’assunto.

22 anni    alla catena

“È L’ULTIMA possibilità per salvare l’industria dell’auto in Italia”, scandisce Tom Dealessandri, oggi vicesindaco di Torino, ma per tutta la vita punto di riferimento della Fim-Cisl dentro la Fiat. È convinto sostenitore del sì a Marchionne. Al di là delle polemiche di giornata, pensa che con il No il discorso si chiude subito, con il Sì una partita resta aperta. Ma sul declino la sua cultura cislina non porta a conclusioni molto diverse dal pessimismo targato Fiom. Prendiamo un caso concreto. Nina Leone, 47 anni, da 22 in catena   di montaggio a Mirafiori. È una combattiva delegata sindacale Fiom, ma nonostante questo, o forse proprio per questo, tratta la sua storia personale come un argomento ordinario, quindi marginale. Però è un caso esemplare. Per dieci anni ha montato il copriruota di plastica della Punto. Solo uno, l’anteriore sinistro, un’operazione di un minuto o poco più, ripetuta per 300 volte al giorno, con le braccia protese verso l’alto, per dieci anni di seguito. Alla fine, colpita da un’epicondilite al gomito e alla spalla, è stata classificata tra i 1.300 (su 5 mila) operai di Mirafioridi “ridotta capacità lavorativa”, e spostata. Adesso non alza più le braccia.      Parlare con donne come Nina obbliga a riflettere. A trent’anni dall’illusione tecnologica che faceva sognare fabbriche popolate da robot, cioè la liberazione dal lavoro manuale, siamo costretti a scoprire che al centro della competizione industriale c’è, più che mai, il corpo degli operai. Si studia la sua resistenza non alla fatica ma alla ripetizione ossessiva dello stesso movimento 60 volte all’ora, per sette ore, tutti i giorni, per anni. Nina spiega che cos’è l’Ocra: “È uno standard europeo per la misurazione del rischio biologico per gli arti superiori”. Si studia il sistema per poter costruire   auto per tutta la vita  senza che ti si stacchino le braccia.

Comanda la catena, non l’uomo

SERGIO Marchionne non è il dottor Mengele. Però l’idea della fine del lavoro si è rivelata una previsione quantomeno esagerata. Agli operai che a inizio carriera aspettavano il giorno in cui avrebbero incrociato le braccia per osservare il lavoro del robot si chiede oggi, alla vigilia della pensione, di lavorare più che mai per reggere la concorrenza imposta dalla globalizzazione. È vero, le nuove linee di montaggio sono più ergonomiche, come si dice in gergo, favoriscono movimenti più razionali, più produttivi e meno faticosi e usuranti. Però il lavoro notturno generalizzato non era previsto dal patto sociale di trent’anni fa.      Le verità drammatica è questa: prima la catena di montaggio spostava gli oggetti e li posizionava a portata di braccia umane, che producevano quanto potevano; adesso gli uomini sono ridotti a un quarto e integrano il lavoro manifatturiero dei robot. Ciò significa che se prima i ritmi erano, per semplificare, la sintesi tra l’avidità aziendale e l’autodifesa operaia, adesso hanno un riferimento esterno, la velocità non trascurabile delle linee robotizzate. La pressione sul corpo degli operai è inevitabile.    Torniamo nell’ufficio di Dealessandri, il vecchio sindacalista che oggi guarda con angoscia al futuro della città. “Senta, le condizioni di lavoro degli operai in Fiat hanno smesso di migliorare nel 1980. Sì, trent’anni fa, marcia dei 40 mila e storica sconfitta del sindacato. Da allora Torino ha perso 250 mila posti di lavoro nell’industria. E da allora si è persa la prospettiva del futuro   . Se oggi lei parla con gli operai scopre che si parte obbligatoriamente da quanto manca alla pensione, alla scialuppa di salvataggio. E sono attaccati a quel posto, vivono di quello e vogliono conservarlo: questo per loro viene prima della discussione sull’organizzazione del lavoro”. Possibile? Possibilissimo, dice Dealessandri, con tono deciso e rassegnato al tempo stesso: “La vita dell’operaia che è stata dieci anni con le braccia alzate non è la   peggiore, qui a Torino. Quegli operai almeno non sono stati espulsi, non hanno perso la cittadinanza produttiva. I laureati che fanno lavoretti saltuari a 4-5 euro l’ora stanno peggio. Gli operai specializzati di 45 anni che non trovano più un lavoro e sono sostenuti dalla pensione del padre ottantenne stanno peggio. E se muore il padre? Io ho perso mio padre a 19 anni, ma avevo già un posto di operaio alla Fiat, mi alzavo alle quattro e mezza di mattina   ma mi sono fatto una famiglia e anche la 500. Avere 20 anni alla fine dei ’60 era così. Oggi possiamo solo cercare di ricostruire qualcosa intorno a quello che resta della Fiat”.    Un giorno qualcuno dirà se in queste ore a Mirafiori si sta scrivendo una pagina storica della modernizzazione o semplicemente la classe dirigente italiana prende atto della sconfitta. Scaricando sugli operai il compito di firmare la resa.

di Giorgio Meletti   – IFQ

30 dicembre 2010

Costituzione e codice civile, ecco le violazioni a Mirafiori

L’accordo di Mirafiori va osservato a tre livelli. Il primo è quello della disciplina delle condizioni di lavoro. Una regolazione tutta centrata sulla esigenza della massima utilizzazione degli impianti: le turnazioni mobili, la riduzione delle pause, lo straordinario comandato ecc. C’è una idea della produttività fondata sull’utilizzo intensivo della prestazione di lavoro. Il secondo livello riguarda il dritto di sciopero. Sarebbe necessario che i contraenti chiarissero se la clausola sulla “responsabilità individuale” riguarda l’inadempimento di specifici obblighi previsti dal contratto (quale la prestazione di lavoro straordinario) o lo sciopero tout court. In questo secondo caso la clausola sarebbe illegittima, per violazione dell’art. 40 della Costituzione, dato che lo sciopero è considerato un “diritto individuale ad esercizio collettivo”, un diritto quindi che in alcun modo può   essere monopolizzato da singole organizzazioni.

IL SISTEMA. Il terzo livello riguarda il sistema delle relazioni industriali. Questa pare la parte più claudicante. Infatti l’accordo su Mirafiori si presenta per un verso come un accordo aziendale, modello di una aziendalizzazione dei rapporti contrattuali. “All’americana”, si dice, trascurando il fatto che negli Stati Uniti il sistema è da sempre aziendalistico, fondato sul monopolio del sindacato aziendale che ottiene con referendum il riconoscimento di esclusivo agente negoziale, mentre in Italia e in Europa i sistemi contrattuali prevedono sempre una cornice negoziale di tipo nazionale. Altre volte invece si invoca, altrettanto a sproposito, il modello tedesco dove la contrattazione aziendale non è mai esistita: i contratti collettivi sono regionali ma negoziati sotto la direzione di un unico sindacato nazionale, e i recenti accordi aziendali di tipo adattivo sono negoziati all’interno di   un sistema di relazioni industriali coeso sul piano nazionale e nell’ambito di una disciplina della cogestione introdotta mezzo secolo fa. Per la quale nelle società per azioni i sindacati hanno una rappresentanza paritaria nei consigli di sorveglianza e nelle aziende i lavoratori eleggono consigli aziendali investiti di molteplici compiti, tra cui si segnala quello di autorizzare i licenziamenti individuali. Al tempo stesso l’accordo Mirafiori ipotizza la stipula di un futuro “contratto dell’auto”, da applicarsi a tutte le imprese dell’indotto: questo sarebbe allora un nuovo contratto nazionale di settore. Si tratta evidentemente di due prospettive diverse.

LA RAPPRESENTANZA. Infine la questione più rilevante dal punto di vista sistemico riguarda la rappresentanza sindacale e i diritti sindacali. Secondo l’accordo Mirafiori non esiste più una rappresentanza sindacale unitaria elettiva. I diritti sindacali vengono usufruiti dai sindacati firmatari in termini paritari, a prescindere dalla rappresentatività effettiva. Questo è l’aspetto più inquietante dell’accordo. A Mirafiori non ci saranno più rappresentanze elette dai lavoratori ma cinque r.s.a. (rappresentanze sindacali aziendali) di Fim, Uilm, Fismac, Ugl e associazione dei quadri Fiat, nominate dagli stessi sindacati firmatari dell’accordo, tutte usufruttuarie paritariamente dei diritti sindacali in termini di permessi, agibilità in azienda ecc. La Fiom resterà fuori e diventerà una organizzazione sindacale   extra legem, non riconosciuta e non titolare di alcun diritto sindacale. Tutto questo è legittimo rispetto alla attuale dizione dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori, come modificato da un demenziale referendum promosso nel 1994, naturalmente “da sinistra”, con l’idea di allargare il campo di applicazione dei diritti sindacali. L’esito consiste in uno straordinario   paradosso: in base all’art.19 dello Statuto dei lavoratori hanno diritto a costituire proprie rappresentanze i sindacati firmatari di contratti collettivi applicati nei luoghi di lavoro; poiché i contratti collettivi si firmano in due ne consegue che sono le imprese a decidere, ammettendoli alla contrattazione, chi sono i sindacati titolari del diritto a costituire proprie rappresentanze in azienda. Poiché la Fiom non ha sottoscritto il contratto è esclusa dall’esercizio dei diritti sindacali in azienda. C’è di che rievocare la disposizione di cui all’art.17 dello Statuto dei lavoratori, dove si dice che “è fatto divieto ai datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori”.

LA COSTITUZIONE. L’esito appena descritto è non solo paradossale ma in sé irrazionale, e al fondo illegittimo, per il contrasto con i principi di fondo sanciti dalla Costituzione all’art. 39, in riferimento sia al primo comma, relativo alla garanzia della libertà e del pluralismo sindacale, sia al secondo comma, che sancisce un meccanismo comunque proporzionale di verifica della rappresentatività sindacale. Perciò l’operazione Mirafiori non funzionerà. Per molti motivi, ma specialmente perché il suo effetto sistemico sarebbe devastante: l’anarchia delle relazioni contrattuali, la riduzione dei rapporti di lavoro a puri rapporti di forza.   Anche perché in quell’accordo c’è una clausola secondo cui i lavoratori verranno trasferiti alla nuova joint venture mediante licenziamenti e riassunzione, escludendo la disciplina dell’art. 2112 del codice civile sul trasferimento d’azienda. Ma chi ha mai detto che quella disciplina, per di più di derivazione comunitaria, sia derogabile a piacimento?

di Luigi Mariucci – IFQ

Ordinario di Diritto del Lavoro  alla Ca’ Foscari e lavoce.info

Tag: ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: