Posts tagged ‘Ruby’

6 maggio 2011

La guerra in Libia, che rivela al mondo il delirio italiano.

La vicenda libica ha illustrato bene come basti ormai uno spiffero di mondo, in questo caso l’urgenza di una guerra alle nostre spalle, per rivelare il delirio italiano. Eravamo tutti presi da storie di prostitute e festini, ossessioni dal declino indecente del satrapo, ipnotizzati dai mille falsi movimenti all’interno di maggioranza e opposizione, quando è arrivata di colpo la rivoluzione nel Mediterraneo. Tunisia, Egitto, Libia. Tre Paesi dei quali siamo i primi partner commerciali. Il governo che non fa più il governo da tempo, per mesi non ha saputo cosa dire, cosa fare. Ha mandato in giro per i vertici Frattini, il ministro sotto vuoto spinto, più che altro per fare presenza, mentre in Parlamento si combattevano battaglie campali attorno al caso Ruby-Rubacuori.

Ma quando la rivoluzione ha toccato la Libia, quindi le nostre coste, con gli sbarchi dei clandestini, allora si è dovuto far finta di avere una politica. Si è mosso Berlusconi in persona, al solito dando ragione all’interlocutore di turno. Tanto padrone in casa, quanto servo di chiunque appena fuori. Gheddafi è passato da primo alleato, amico, socio, idolo da ricevere con grotteschi onori, al rango di criminale, nemico da abbattere. Insomma, diteci voi, francesi, inglesi, americani, come dobbiamo pensarla sulle faccende serie, che noi non abbiamo tempo di pensare, impegnati come siamo sul fronte del bunga bunga e della poltrone da distribuire agli ultimi venduti.

Nella fretta di liquidare la seccatura della storia, si sono fatti dare la linea dal presidente Sarkozy, che ormai in patria non riesce a farsi ascoltare neppure nel suo partito, per non parlare a casa. Così siamo partiti coi bombardieri. Umanitari, però. Ma la Lega si è opposta, per via del prevedibile aumento degli sbarchi. Ma siccome non può far cadere il governo, come Bossi pure minaccia ogni settimana da due anni, si è rivolto all’Europa. Cioè ha chiesto aiuto a quelli che per anni ha chiamato “buffoni, burocrati, parassiti e pedofili”. Stranamente, quelli gliel’hanno negato. Un’obiezione di natura etica è arrivata anche da Responsabili: per entrare in guerra i sottosegretari non bastano.

Davanti a spettacoli come questi, ci si chiede: esiste un momento in cui la vergogna esibita al mondo diventa intollerabile anche per gli italiani? Forse no. Forse ormai abbiamo superato la soglia di un’autarchia assoluta. Ogni giorno le televisioni cercano di far passare come normale e anzi esemplare il comportamento di un settuagenario che frequenta a pagamento minorenni. Figurarsi se non passa l’idea che il governo stia facendo un’astuta, lungimirante politica estera.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

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12 aprile 2011

Il Redentore

Per incastrare B. non è necessario intercettarlo: basta lasciarlo parlare. Nelle dichiarazioni spontanee del 2003 al processo Sme, dov’era accusato di un bonifico da un suo conto svizzero a uno di Previti a uno di Squillante, tenne al tribunale una memorabile lezione su come si corrompe un giudice pagandolo cash: “Ma vi pare che, se uno versa 500 milioni destinati a un fine illecito, fa un versamento da conto a conto in modo che sia facilissimo ricostruirlo? Ma anche il più ingenuo dei manager sa che questa dazione illecita si deve fare con un versamento in contanti. Quindi la cosa più normale era che uno si mettesse la mano in tasca e tirasse fuori dei soldi senza nessuna registrazione”. Si capiva che parlava per esperienza. Infatti non gli venne proprio in mente di dire: ma vi pare che un uomo onesto come me possa anche solo pensare di corrompere un giudice? L’on. avv. Pecorella, seduto al suo fianco, sudava e pregava sottovoce che finisse presto. Poi lo prese di peso e, prima che confessasse anche il resto, lo trascinò via. Ieri, in passerella al processo Mediaset, B. s’è un po’ confuso, ha parlato di un altro, il processo Ruby. Da mesi un esercito di avvocati, parlamentari, giornalisti e intellettuali da riporto ripetevano a macchinetta che lui non lo sapeva che Ruby fosse una prostituta, anzi pensava che fosse la nipote di Mubarak. I più temerari (tipo Ferrara, Sgarbi e Squacquadanio) negavano addirittura che Ruby avesse mai fatto la prostituta, anzi “sono i pm che diffamano quella povera ragazza dandole della puttana”. Poi, tomo tomo cacchio cacchio, arriva lui. E, fresco come una rosa, se ne esce con un’altra confessione delle sue: “Pagavo Ruby perché non facesse più la prostituta e aprisse un centro estetico per la depilazione”. In pochi centesimi di secondo, vanno in fumo mesi di lavoro dei suoi trombettieri. Tutto da rifare. La nuova versione, per quanto tragicomica, non è nuova negli ambienti della papponeria. I mattinali sono pieni di gentiluomini che han visto Pretty woman e, sorpresi dalla polizia in un boschetto con la patta aperta e i soldi in mano in compagnia di certe tipe in abiti succinti, si travestono da redentori: “Tutto regolare, agente, stavo appunto pagando la signorina per salvarla dal marciapiede”. In ogni caso, senz’accorgersene, B. ammette che Ruby si prostituiva e lui lo sapeva. Tant’è che la pagava perché smettesse. Resta da capire perché, oltre ai soldi cash e alla buste di Spinelli, la riempisse pure di gioielli per centinaia di migliaia di euro. Da quando in qua si addobba una ragazza di collane, braccialetti, monili, orologi pregiatissimi perché apra un centro estetico? O forse era una gioielleria? Già che c’è, B. ripete pure che lui la credeva la nipote di Mubarak. Prostituta e contemporaneamente nipote. Meno male che Mubarak è un po’, diciamo così, impedito, altrimenti marcerebbe su Arcore per chiedergli spiegazioni: come ti permetti di insinuare che mia nipote batte i marciapiedi? Ma guardati la tua, di famiglia. Non vorremmo essere nei panni degli on. avv. Ghedini e Longo, costretti ogni giorno a ricalibrare la difesa in base agli ultimi deliri del cliente. Da ieri la loro Maginot si può riassumere come segue: B. riceve in casa sua una quindicina di volte una prostituta minorenne, che dopo eleganti bunga-bunga si ferma a dormire da lui; poi la copre d’oro per salvarla dalla prostituzione; poi la polizia la ferma per un furto e lui – avvertito da un’altra prostituta che ha il suo numero di cellulare perché lui sta cercando di salvare anche lei – chiama la questura per farla affidare alla Minetti che, per salvarla meglio, la consegna a un’altra prostituta; e lui, per essere più persuasivo, non dice che la ragazza va liberata perché è una prostituta minorenne che lui sta cercando di salvare, ma che è la nipote del presidente egiziano anche se è marocchina; e lui ne è davvero convinto, come del resto 314 deputati. Alla peggio, come al suo attentatore Tartaglia, gli danno l’infermità mentale.

di Marco Travaglio, IFQ

6 aprile 2011

Montatura di montatore

Cicchitto: “Gravissima violazione della legge, intercettazioni indebite, strumentalizzazione della giustizia per fini politici”. Quagliariello: “Trascrizioni in assoluto spregio delle leggi e della Costituzione”. E via delirando. Figurarsi se i giureconsulti da riporto non s’inventavano qualche nuova balla alla vigilia del processo Ruby che leva il sonno al Cainano perché non è ancora riuscito a escogitare una legge che lo fulmini. Il pretesto gliel’ha scodellato su un piatto d’argento il Corriere della Sera che, accanto allo scoop su tre telefonate fra altrettante Papi-girls e B., pubblica un commento dal titolo “Le conversazioni che non dovevano essere trascritte”. Che cos’è accaduto? Fra le 20 mila pagine dei 20 faldoni di atti depositati dalla Procura di Milano agli onorevoli difensori di B., il Corriere ha scovato tre foglietti esplosivi: quelli, appunto, che raccolgono i brogliacci di polizia giudiziaria con le trascrizioni di tre telefonate della Minetti, della Polanco e della Skorkina, intercettate mentre parlano con B. (e pare ce ne sia qualcun altro). Il Corriere le pubblica e fa benissimo: il contenuto è molto interessante, dal punto di vista sia giudiziario sia politico. Fin dal 1° agosto 2010, quattro mesi prima di essere indagato e tre settimane dopo il primo interrogatorio di Ruby, B. già sapeva che c’era un’inchiesta che poteva riguardarlo e si attivava per rastrellare testimonianze sul fatto che la minorenne si fosse spacciata per maggiorenne. Prometteva soldi, anzi “benzina” a una ragazza rimasta a secco, tramite il solito Spinelli; un posto in Parlamento alla Minetti; e contratti in Mediaset alla Polanco. Ma soprattutto a convocare le testimoni per le indagini difensive, non era lo studio Ghedini, bensì la segretaria del premier, che già che c’era suggeriva pure la versione da fornire all’onorevole avvocato (“costruire e verbalizzare la normalità delle serate del presidente B.”). Un caso da manuale di inquinamento probatorio e di subornazione del teste, roba da arresto in flagrante. Invece, sorprendentemente, la Procura ha deciso (almeno per ora) di chiudere un occhio sulle anomalie delle indagini difensive e sulle manovre di B. per costruire testimoni ad personam. Così quelle telefonate, legittimamente intercettate sui telefoni di private cittadine, non sono state inviate alla Camera per il via libera a usarle contro il premier. Nel 2005, però, la Consulta ha stabilito che, quando un parlamentare viene intercettato mentre parla con un privato sul telefono di quest’ultimo, la conversazione può essere usata tranquillamente contro il privato senza passare dalle Camere. Dunque non si vede perché – contrariamente a quanto scrive il Corriere – quelle conversazioni non avrebbero potuto essere trascritte. Nessuna legge lo vieta e del resto è prassi normale che la polizia giudiziaria stili dei brogliacci, ora riassumendo ora trascrivendo i dialoghi più interessanti, perché il pm li legga, li valuti e decida se e contro chi utilizzarli. Contro B. la Procura non li ha utilizzati, ritenendoli superflui. Ma potrebbe usarli contro la Minetti (nel processo parallelo a lei, Mora e Fede), visto il loro contenuto pesantemente indiziante sul giro di prostituzione ad Arcore e sulle varie modalità di “pagamento” delle Papi-girls. Per questo non ha distrutto quei brogliacci. Ma, anche se avesse deciso di distruggerli, avrebbe dovuto depositarli ai difensori di B. e degli altri intercettati, a garanzia dei loro diritti (vedi mai che, nelle telefonate, ci fossero elementi utili alla difesa). E così è stato fatto. Nessun abuso, nessuna violazione di legge, anzi un doveroso scrupolo garantista che non porterà alcun vantaggio all’accusa (le intercettazioni, non essendo passate per la Camera, sono inutilizzabili almeno contro B.). Infatti per Rosa Santanchè “la Procura ha commesso un reato grave con subdoli intenti politici”. E per Olindo Sallusti, detto il Fotocopia, “la Boccassini ha commesso un reato e dev’essere processata”. La prova migliore che è tutto regolare.

di Marco Travaglio, IFQ

29 marzo 2011

Da Gheddafi a Ruby: il Caimano flaccido

Dov’è finito il premier? Non l’imputato Berlusconi. O l’insaziabile sultano dell’harem a pagamento. Oppure ancora l’implacabile barzellettiere e gaffeur. Le tragiche emergenze delle ultime settimane consegnano l’immagine di un uomo in fuga dal famigerato ruolo di “presidente del fare”.    Primo scatto: lunedì 21 marzo. Il consiglio dei ministri si riunisce per l’intervento libico. Il Caimano è atteso nella sala stampa di Palazzo Chigi, ma non si presenta. Non vuol mettere la faccia sulla guerra all’ex amico Gheddafi. Coi suoi collaboratori, poi, si sfoga: “In questa vicenda sono stato trascinato da Letta, Frattini, La Russa”.

IL BIS, IERI, sempre di lunedì. A Lampedusa, il dramma degli immigrati è delegato a tre ministri (Maroni, Frattini, Tremonti). B., però, stavolta non è assente dalle cronache. Anzi. Nelle stesse ore occupa la scena con una mossa clamorosa: va in un’aula di tribunale dopo otto anni. Imputato nel processo Mediatrade per i diritti tv. La prima concreta applicazione dell’aggressivo metodo Paniz, in contrasto con la linea Ghedini. Non solo. Il contesto è quello del palazzo di giustizia di Milano, come nell’epilogo del Caimano morettiano. Ci sono anche contestatori e sostenitori azzurri (pochi per la verità).    E qui il Cavaliere risale sul predellino . La prima volta fu nel novembre 2007, per fondare il Pdl con accanto la rossa Brambilla. Il nuovo predellino è ancora più importante, forse. Perché dà il via alla decisiva campagna elettorale delle amministrative con il santino di B. perseguitato dai comunisti. “Sono l’uomo più imputato della storia e dell’universo”. Parole sue. E se il Cavaliere recupera questo evergreen è perché non può più puntare sui “miracoli” del suo governo. L’arma di distrazione di massa, in questo caso, è la persesecuzione giudiziaria. La tanto sbandierata politica del fare è svanita nella retromarcia sul nucleare post-Giappone (la Prestigiacomo: “Non facciamo cazzate che ci sono le elezioni” e anche i referendum). Né tanto-meno la guerra libica e gli sbarchi di immigrati possono essere strumentalmente gestiti come la monnezza alle politiche del 2008. Mica adesso può promettere di riunire il consiglio dei ministri a Lampedusa sul modello della Napoli “liberata” dai rifiuti.

NELLA comunicazione politica, la strategia del Caimano assente dal “fare” e martire di tutto quello che è rosso, dalle toghe all’opposizione, è definita con l’effetto underdog. Ossia, un cane bastonato che deve rincorrere i sondaggi in calo. Berlusconi ricorse all’underdog anche nel 2006, quando, partito perdente, riuscì a pareggiare di fatto con Prodi. In fondo è il ruolo che gli riesce meglio, per ricaricare la pancia del suo elettorato scosso dagli scandali sessuali di Arcore, con tanto di minorenni. La sindrome da cane bastonato in politica rischia però di essere depressione vera in privato. Ormai B. è preso solo dai suoi guai e dalle sue ossessioni, finanche assordato dai fischi che lo seguono ovunque. Negli scorsi giorni è stato avvistato con due liste in mano. Da una parte gli amici, dall’altra i nemici. Tra questi ultimi il primo in cima all’elenco è il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Poi i magistrati, i giornali (tranne Il Giornale e Libero, of course) e un traditore: Emilio Fede. Del resto, nell’inner circle del premier la categoria del tradimento è argomento fisso delle discussioni.    Le carte dell’inchiesta del bunga bunga si sono abbattute sul Caimano come uno tsunami emotivo. Per lui non è stato facile leggere le conversazioni tra i procacciatori Mora e Fede, con quelle frasi su soldi prestati e relative creste. Ma soprattutto non è stato facile mandare giù la spietata fotografia scattata dalle “sue” ragazze. Uno scatto devastante , in cui si vede un vecchio di settantaquattro anni con “il culo flaccido”, “uno stronzo” che non risponde più al telefono (l’ex fidanzata Nicole Minetti oggi consigliere regionale in Lombardia e coimputata del processo Ruby). I faldoni milanesi tratteggiano lo psicodramma di un uomo solo, e malato come disse l’ex moglie Veronica Lario. C’è Barbara Faggioli che prende consigli dalla showgirl Elenoire Casalegno: “Sii furba e basta, prenditi quello che ti devi prendere e poi levati dai coglioni, fine”. Ci sono le note gemelle napoletane De Vivo, che lo stroncano a ripetizione. Eleonora a Imma: “L’ho visto un po’ out”. Imma: “Ingrassato capito?, Imbruttito capito?”. Ancora: “Sta più in forma di solito, fino all’anno scorso stava più in forma, adesso sta proprio più di là che di qua. È diventato pure brutto deve solo sganciare”.

POI IMMA E IRIS Berardi. Iris: “Che palle sto vecchio… tra un po’ ci manda affanculo tutte quante… quella è la volta buona che lo uccido… vado io a tirargli la statua in faccia… cazzo… qua… ci vuole mandare affanculo senza un cazzo. Papi qua è la nostra fonte di lucro”.    Per questo chi parla con lui, lo descrive anche “umorale e schizoide”, costretto a non non rispondere più alle olgettine, a rassicurarle comunque e poi a sfogliare le pagine coi loro veleni. Negli ambienti della maggioranza si racconta che “i festini sono ripresi”. Sarà pure. Ma per alleviare la solitudine raccontano che sere fa ha invitato a cena i ragazzi della scorta. Se questo è un premier.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

25 marzo 2011

Ruby disse: il mio avvocato è Ghedini

La rete attorno a Ruby si stringe presto, quando ancora nessuno la conosce, mesi prima che scoppi lo scandalo della minorenne che rivela il bunga-bunga di Arcore. È una rete fatta di persone (l’impresario Lele Mora, l’avvocato Luca Giuliante, il “fidanzato” Luca Risso, la “consigliera ministeriale” Nicole Mi-netti) e di soldi, tanti soldi. E, sopra tutti, Niccolò Ghedini, che veglia silenzioso sulle sorti del presidente del Consiglio.    La rete di protezione e di contenimento scatta dopo la notte in questura, il 27 maggio 2010, quando a tirar fuori dai guai Ruby (ma soprattutto Silvio Berlusconi) viene mandata Nicole Minetti. Poi scattano Mora, Giuliante, Risso. Il culmine dell’“attività inquinatoria” è raggiunto nella notte del 6 ottobre 2010, quando Karima El Mahrough, in arte Ruby, viene “interrogata”, e non dai magistrati. Ora le carte depositate dalla procura di Milano rivelano chi l’ascolta, quella notte, e la interrompe quando arriva “alle scene hard con il Pr…”: l’avvocato Giuliante, alla presenza di Lele Mora, dell’“emissario di Lui” e di una donna che verbalizza.

MA ANDIAMO per ordine. L’avvocato Giuliante “protegge” Ruby già nel luglio 2010. Ecco che cosa scrivono in un loro rapporto del 31 luglio 2010 i responsabili della comunità genovese Kinderheim Sant’Ilario, dove Ruby aveva l’obbligo di risiedere: “Venerdì 23 luglio 2010, Karima esce e rientra in Kinderheim con l’avvocato Giuliante intorno alle ore 19 (…). Scaricano valigie con indumenti dalla macchina, le dà danari imprecisati e dice che nei bagagli c’è l’oro della ragazza. Karima viene ripetutamente invitata a consegnare i gioielli in Direzione per metterli in cassaforte, ma la ragazza tergiversa e non li consegna. Mette le valigie in camera e lascia gli indumenti sparsi per terra senza ordinarli nell’armadio. Rubi esce e non torna per la notte, rientra il 26/7 accompagnata dall’avvocato Giuliante intorno alle ore 21”.    Continua la relazione: “Precedentemente l’Avv. aveva telefonato assicurando il suo interessamento per riportare la ragazza. Karima sale in camera mentre le educatrici (…) sono con l’Avv. La ragazza dice di aver trovato la porta rotta e che sono spariti i suoi oggetti d’oro. L’Avvocato consola la ragazza dicendole che la signora Diana Mora glieli avrebbe ricomprati ancora più belli. (…) Karima (…) viene invitata a sporgere denuncia formale presso il comando dei Carabinieri di Nervi, nel pomeriggio alle ore 16 insieme alla responsabile. Karima esce dicendo di dover andare dall’estetista e che sarebbe venuta autonomamente dai Carabinieri. Non si presenta. Si presenta dai Carabinieri in data 29/7/10 e fa la sua denuncia”.

I RESPONSABILI della comunità notano una sorta di “conversione” verso la fine del mese: “Dal 27/7/10 non è più uscita di sera. Esce con una ragazza regolare. Chiede di poter cucinare il shushi per tutte le ragazze. Invece di andare al cinema, come consentito, ritorna con due film in cassetta, ‘per risparmiare’. Mostra alla responsabile le fotografie del suo fidanzato siciliano con il quale ha convissuto per quattro anni e dice che intendono sposarsi alla fine di novembre”. La scena cambia in autunno. Ruby frequenta a Genova le discoteche Fellini e Albikokka e ha stretto un rapporto con Luca Risso, che le gestisce. “Se io vengo lì e lo sa qualcuno, son rovinato”. È il primo settembre 2010. Il caso Ruby scoppierà soltanto un mese e 26 giorni dopo. Ma Risso è già preoccupato. Karima El Mahrough, in arte Ruby , gli chiede di passare la notte con lei. “Se io vengo lì, e lo sa qualcuno, io perdo due milioni di euro”. Forse è preoccupato che lo venga a sapere la sua fidanzata, Serena, a cui ha intestato le sue proprietà. Ma Ruby lo rassicura: “Eh… dato che ho avuto una notizia non bella, ma bellissima… Visto che il mio caro Silvio mi darà altri soldi, te li posso anche dare due milioni di euro… Basta che la lasci, cazzo”. Luca frena: “No, non posso”. E Ruby, allora: “Scherzo… no, sto scherzando… No, non lo viene a sapere nessuno, non ti preoccupare”. Luca. “No Ruby, io ti giuro, io verrei, mi farebbe veramente piacere. Io ho paura però che tu poi tu mi scleri, tu ciocchi, tu lo dici a qualcuno”. Ruby: “Ma minchia, l’hai visto, sto cercando di cambiare in tutti i modi”. Luca: “Questo è vero, su questo son d’accordo, hai ragione questo è vero”. Ruby ride: “Grazie, ah meno male, dai ti sto aspettando, ciao”. Luca: “Arrivo tra un quarto d’ora, venti minuti”.

RUBY, all’inizio del settembre 2010, è dunque sicura che “il mio caro Silvio” le darà soldi, molti soldi. Otto giorni dopo, il 9 settembre, la ragazza chiede a Risso di portarla a Milano: deve riscuotere. “Lunedì… lunedì mi devi accompagna… Ahò! Mi fai parlare? Mi devi accompagnare”.Luca: “Dove?”. Ruby: “A Milano”. Luca: “A cosa fare?”. Ruby: “Eh, mi devono dare i soldi”. Luca: “Eh amore, io lunedì… A che ora?”. Ruby: “Lunediiiiii… l’importante è che sia dalla fascia delle otto del mattino fino alle cinque di pomeriggio. Hai tempo? L’ufficio della segreteria di Silvio è aperto in questo orario. deve dare 7 mila euro, sinceramente, e mi servono, perciò ci andiamo. E in treno non ci posso andare perché ci sono sempre i controllori, non voglio rischiare un cazzo”.    Intanto i “guardiani” di Ruby si danno da fare. Il 3 ottobre l’avvocato Giuliante chiede a Luca Risso di mandargli articoli di giornale su Ruby e s’informa se è stato citato anche Lele Mora. Due giorni dopo, Giuliante fissa a Risso un incontro da Lele Mora, per le ore 19 del giorno seguente: “Ciao Luca, domani alle 19 in viale Monza 9: se possibile ti chiederei di venire solo”. La mattina del 6 ottobre, Risso chiede di anticipare l’incontro alle ore 17. Ma poi arriva in viale Monza alle 17.45 e avvisa subito ,Giuliante. Alle 18.47 Ruby chiama Luca Risso e gli dice di essere arrivata anche lei a Milano. Si danno appuntamento per andare insieme da Giuliante.    Scrivono gli investigatori: “Luca chiede a Ruby dove si trova e con chi e aggiunge di essere anche lui a Milano e che tra mezz’ora passa a prenderla. Ruby di essere con Sana in corso Buenos Aires e Luca le dice che l’amica non può stare con loro quindi deve farle prendere un treno e mandarla a casa. Ruby replica che Sana non lo farà e comunque lei sa tutto. Luca le chiede cosa sa e poi aggiunge che deve smetterla. Ruby dice che l’ha visto e a quel punto Luca, che pensava altre cose, si tranquillizza. Luca dice che questa sera si devono vedere con Giuliante. Si sente Ruby che parla in arabo. Poi Luca dice a Ruby di vedersi in piazzale Loreto all’inizio con via Monza”. Si avviano così alla riunione cruciale. Raccontata in diretta da Risso, via sms e poi al telefono, alla sua fidanzata ufficiale, Serena. Alle 23.42 Risso scrive: “Io sono ancora qui… È sempre peggio quando ti racconterò (se potrò) ti renderai conto… Siamo solo a gennaio 2010 e in mezzo ci sono pezzi da 90”. Poi, alle 22.43, le spiega meglio al telefono. Risso: “Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò ma è pazzesco!”. Serena: “Stai attento… ricordati grano”.    Alle 23.47 Serena chiede, via sms: “Ma dove sei? Perche stanno interrogando Ruby? E perché tu ascolti tutto? C’è Le-le o solo l’avvocato?”.

RISSO RISPONDE: “C’è Lele, l’avv., Ruby, un emissario di Lui, una che verbalizza… Cmq tranquilla, è tutto molto tranquillo. Sono qui perché pensano che io sappia tutto”. Alle 12.39, Luca Risso chiama Serena. “Sono ancora qua. Ora sono sceso un attimino sotto, sono venuto a far due passi… Lei è su, che si son fermati un attimino perché siamo alle scene hard con il Pr… con con una… con la persona… Sì, si, guarda, ti racconterò tutto”. Serena: “Va bè, non dirmelo per telefono”. Luca: “No no, infatti, brava brava, perfetto”.    Il 22 ottobre, i pm Forno e Sangermano scrivono che a stare addosso a Ruby è anche Lele Mora: “I brani dialogici finora captati rendono evidente come la minore parte lesa Ruby sia oggetto di una frenetica attività di interessamento e pressione condotta nei suoi confronti da terzi, di cui uno degli epicentri è Mora Dario inteso Lele, ovvero il soggetto che si ipotizza possa averla indotta alla prostituzione. La natura di questa attività, la eventuale partecipazione ad ‘interrogatori’ della minore di soggetti controinteressati rispetto alla tutela delle ragioni della stessa (e rispetto alla tutela della stessa integrità morale della minore), quali l’indagato Lele Mora o imprecisati ‘emissari’ ivi inviati da terze persone, evidentemente preoccupate per il patrimonio di conoscenze detenuto dalla parte lesa, lascia ipotizzare che sia in atto una pregnante attività inquinatoria. Tale attività di inquinamento probatorio, di cui è ragionevole ipotizzare la sussistenza stante gli elementi sopra dedotti, influisce significativamente sulla veridicità delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria; ciò perché, evidentemente, chi si attiva, nella ipotesi indiziaria quivi percorsa, per ‘inquinare’ la prova, è bene a conoscenza, sia del tenore delle dichiarazioni rese dalla minore a questa Autorità Giudiziaria, ovvero si preme su di lei per conoscerne il contenuto, sia del loro fondamento, atteso che in caso contrario, non sarebbe necessario assumere condotte così pregnanti nei confronti della sunnominata parte lesa”.

IN AGOSTO, Ruby continua a essere accudita da Giuliante e Mora. L’8 agosto parla con Diana, la figlia di Mora che ha già tentato di averla in affido, per “liberarla dalla comunità dove parla troppo. Ruby “riferisce alla Diana che Giugliante viene a prenderla il 18 con la Giulia e vanno a Portofino. Diana conferma l’appuntamento per il 18 o il 19, dipende da quello che dice Gugliante. Ruby dice alla Diana che tanto loro due si vedono mercoledì”. Ruby: “Minchia ma mi sta rompendo i coglioni quelli del dottor Forno”. Diana: “Ancora?”. Ruby: “Minchia, torna il 18, cioè manco a Ferragosto ti fa stare bene questo giudice del cazzo ou, poi si chiude nella stanza dalle 8 fino alle 8, sembra che ci ha l’orario che è apposta per me fatto per lavorare quello, ou minkia non vedo l’ora che vada in pensione”. Diana: “Va be, dai, porta pazienza”. Ruby: “Ma poi non vuole arrivare a me, cioè lui il suo interesse non è arrivare a sapere cosa faccio io, lui vuole arrivare a colpire Silvio Berlusconi, che per lui è diventata una tragedia, e Lele Mora, capito?”.    A un’amica, Ruby il 26 ottobre confessa: “È venuto il mio avvocato, ha detto: Ruby, dobbiamo trovare una soluzione… è un caso che supera quello della D’Addario e della Letizia, perché tu eri proprio minorenne… Adesso siamo tutti preoccupatissimi”. E in un’altra conversazione: “Il mio caso è quello che spaventa più di tutti… Il mio avvocato se n’è appena andato… gli ho detto: io ho parlato con Silvio, gli ho detto che ne voglio uscire di almeno con qualkcosa… cioè mi da 5 milioni”.    Ma alla fine entra in scena lui, Niccolò Ghedini. È l’avvocato di Silvio Berlusconi, ma Ruby lo considera anche il suo difensore. Lo dice apertamente a un collaboratore di Luca Risso, Marco Proverbio, che organizza “eventi” al Fellini. Ruby: “Ma guarda… guarda, tra lui e Raoul, li sto, li stooo, li sto io messa incaricati due avvocati, perchè io c’ho due avvocati migliori di Milano”.    Marco: “Ma va?”. Ruby spiega: “Uno è Dinoia, quello che era diii… l’avvocato di Di Pietro, e l’altro è Ghedini, che sarebbe anche l’avvocato diiii, di Silvio”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali, IFQ

I promessi sposi Ruby Rubacuori e Luca Risso hanno annunciato il loro matrimonio durante il programma di Signorini. Lui fino a poco prima scambiava sms con la fidanzata Serena raccontandole “le scene hard col premier” (FOTO ANSA)

 

La guerra di Fede al medico no-bunga

Gli amici del pollo da spennare sono i miei nemici. E così le due “vecchie cornacchie”, come si auto-definiscono Lele Mora ed Emilio Fede, tramano contro chi intralcia i loro festini e, quindi, i loro affari: l’avvocato del premier Niccolò Ghedini e il suo medico personale Alberto Zangrillo. “Se Lui diminuisce le serate saremo costrette a rubargli in casa”, dicono le Papi-girl intercettate dai magistrati di Milano. Ma non sono le uniche a preoccuparsi per il calo fisiologico di entusiasmo del 74enne presidente del Consiglio. Che ogni tanto, per non perire di bunga bunga, viene messo a riposo forzato da Zangrillo.    È il pomeriggio dell’11 ottobre 2010 quando Emilio Fede si lamenta con Lele Mora: “Niente, io non ho notizie di lui, è stato operato, adesso però non so dov’è ma gli ho mandato un messaggio”. “E?”, chiede Mora. “Bè, poi sai attorno io c’ho due nemici, Ghedini e Zangrillo, capito?”.    Il nemico Zangrillo infatti è inflessibile: a Silvio Berlusconi impone tranquillità assoluta. Niente balli fino all’alba nella discoteca sotterranea di Arcore, basta file per distribuire gioielli e buste di contanti, niente feste con 33 fanciulle per volta. Infermierine sì, ma quelle vere. E “Super-man” Berlusconi, anche detto (dalle ragazze) “Mr. Big” e “Al Caprone”, si trova costretto a vestire il pigiama del convalescente. La causa è l’operazione ai tendini della mano sinistra che il premier ha subito il giorno prima dell’intercettazione: un intervento di 15 minuti all’Istituto Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano. Impegni cancellati per tutta la settimana seguente: “Il presidente è davvero tirato e stanco, ha bisogno di molto riposo – dichiarava all’epoca Zangrillo – è al limite e sfruttiamo questa occasione perché, per tanti motivi, ha bisogno di fermarsi un po’ ”.    Sulla salute di Berlusconi rovinata dai party, un mese dopo, Wikileaks pubblica 652 documenti. Uno di questi si riferisce all’anno precedente, quando l’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, trasmetteva al presidente Barack Obama le preoccupazioni di Gianni Letta sulla salute fisica del Cavaliere. Dai dispacci diffusi sul sito di Julian Assange traspare l’inquietudine della diplomazia statunitense che comincia a considerare Berlusconi un partner poco affidabile dopo “tre collassi ed esami medici disastrosi”, pisolini involontari durante gli incontri ufficiali, problemi familiari che influiscono sulla sua “capacità di prendere decisioni”.    La fragilità fisica del Cavaliere e le attenzioni di Zangrillo sono quindi un rischio concreto per Mora e Fede: niente più prestiti milionari, né creste, né “fortuna sessuale” (parole di Fede). Dunque bisogna “occuparsi dei nemici”, che siano medici, fidanzate troppo possessive (il direttore del Tg4 vuole arginare l’ex miss Roberta Bonasia che “si vuole prendere tutto”), o avvocati. Perché Ghedini non si limita a sequestrare a Berlusconi il cellulare, ma gli ricorda più volte che le amicizie di Lele Mora rappresentano un pericolo. L’impresario dei vip è un punto di contatto tra lo scandalo Ruby e l’inchiesta sulla ‘ndrangheta a Milano che ha appena portato in carcere 35 uomini delle ’ndrine. Mora è legato a Paolo Martino, condannato per associazione mafiosa e traffico di droga, e cugino di Paolo De Stefano, boss di Reggio Calabria. Ma per Fede il problema è solo che “Niccolò è troppo severo”.

di Beatrice Borromeo, IFQ

16 marzo 2011

Chiusa l’inchiesta: Minetti, Mora e Fede gestivano un plotone di ragazze. Ruby, 13 volte sesso col premier

Il piccolo colpo di scena del caso Ruby è in una riga del comunicato del procuratore Edmondo Bruti Liberati. Il reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile è contestato a partire dal settembre 2009. Non più dal febbraio 2010, dunque, da quel giorno di San Valentino in cui Karima El Mahroug in arte Ruby, ancora minorenne, racconta di essere andata per la prima volta ad Arcore. Ma da quando la giovane Ruby è stata “scoperta” da Emilio Fede, durante un concorso di bellezza che si tiene in Sicilia appunto dal 3 al 7 settembre 2009. In quell’occasione Fede gridò al microfono: “Sta ragazza non ha più i suoi genitori, tenta una via… Mi sono impegnato e lo farò… per aiutarla”.

È ARRIVATO il momento della verità per tre indagati, Nicole Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede, accusati di essere i procacciatori delle ragazze del bunga-bunga. L’“utilizzatore finale”, Silvio Berlusconi, è già rinviato a giudizio immediato per concussione e prostituzione minorile e per lui il processo inizierà il 6 aprile. I tre “fornitori”, invece, hanno ricevuto ieri l’avviso di chiusura indagini (che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) firmato dai procuratori aggiunti Pietro Forno e Ilda Boccassini e dal sostituto procuratore Antonio Sangermano.    A Minetti, Mora e Fede è contestato il reato di aver “indotto e favorito l’attività di prostituzione di giovani donne”. “Allo   stato”, la procura ne ha identificate 32. In più – e il reato è ancor più grave – i tre sono accusati di aver “indotto e favorito l’attività di prostituzione” svolta da una minorenne: è la diciassettenne Karima, che “compiva atti sessuali con Silvio Berlusconi, dietro pagamento di corrispettivo in denaro e altre utilità, presso la residenza in Arcore”. Nel 2010, in 13 date: il 14 febbraio, il 20 e 21 febbraio, il 27 e 28 febbraio, il 9 marzo, il 4 e 5 aprile, il 24, 25 e 26 aprile, l’1 e 2 maggio.    Tra le 32 ragazze “allo stato”      identificate dalla procura, ci sono nomi già noti e qualche novità. L’elenco comprende anche la seconda minorenne ad Arcore, Iris Berardi.    Tutte si sarebbero prostituite “dietro pagamento di corrispettivo in denaro e altra utilità, presso la residenza in Arcore di Silvio Berlusconi, ove venivano organizzate all’uopo apposite serate”. I tre indagati, secondo la procura, individuavano infatti le giovani donne da coinvolgere e le indirizzavano ad Arcore, dopo averle istruite sulle prestazioni richieste e sul compenso che in cambio avrebbero ricevuto: le ragazze “venivano informate sui corrispettivi e le altre utilità economiche che avrebbero ricevuto a fronte della loro disponibilità sessuale, nonché istruite sulle modalità comportamentali da   assumere, sulla natura e finalità delle serate”.    Le notti di Arcore, secondo quanto ricostruito dalla procura di Milano, avevano tre fasi. La prima era quella della cena, con la partecipazione di Berlusconi, qualche raro ospite maschio   e tante ragazze. La seconda fase era quella chiamata “bunga-bunga”: i commensali scendevano in una sala sotterranea, “un locale adibito a discoteca, dove le partecipanti si esibivano in mascheramenti, spogliarelli e balletti erotici, toccandosi reciprocamente ovvero toccando e facendosi toccare nelle parti intime da Silvio Berlusconi”. “Un puttanaio”, lo qualifica la testimone T.M. E un’altra partecipante, T.N., entra nei particolari: “Alcune delle ragazze che facevano lo spogliarello e che erano poi nude si avvicinavano al presidente, che gli toccava il seno o le parti intime o il sedere”.

LA TERZA fase avveniva in camera da letto: Berlusconi sceglieva, si legge nell’avviso di chiusura indagini, “una o più ragazze con cui intrattenersi per la notte in rapporti intimi, persone alle quali venivano erogate somme di denaro e altre utilità ulteriori rispetto a quelle consegnate alle altre partecipanti”.    Ognuno dei tre coindagati ha   poi, secondo la procura, responsabilità specifiche. A Nicole Minetti, la subrettina di “Colorado Cafè” imposta da Berlusconi nella lista bloccata di Roberto Formigoni e quindi eletta consigliera regionale in Lombardia, i magistrati contestano in particolare di aver svolto un ruolo da “maitresse”. È lei che “briffa” le ragazze, cioè le istruisce su cosa succede al bunga-bunga, le organizza, dispone “in alcune occasioni l’accompagnamento da Milano ad Arcore mettendo a disposizione le proprie autovetture”. E poi gestisce i loro compensi: quelli in denaro, attraverso le elargizioni del cassiere di Berlusconi, Giuseppe Spinelli; e quelli in “altra utilità”, come la “concessione in comodato d’uso di alcune abitazioni di Milano Due, in via Olgettina 65”.

AD EMILIO FEDE viene contestato invece il ruolo di “talent scout” delle ragazze da portare al bunga-bunga. È lui, secondo i pm, a realizzare “l’individuazione delle giovani donne disposte a prostituirsi presso la residenza in Arcore di Silvio Berlusconi, informandosi personalmente sulle caratteristiche fisiche delle ragazze disponibili e, in taluni casi, valutando di persona, preventivamente, la rispondenza dei requisiti estetici”. In alcune occasioni poi, Fede organizza “l’accompagnamento da Milano ad Arcore di alcune delle partecipanti alle serate, mettendo a disposizione le proprie autovetture, inducendo e favorendo l’attività di prostituzione in particolare” di cinque ragazze: Ambra Battilana, Roberta Bonasia, Chiara Danese, Imane Fadil   e Daniela Samvis.    Lele Mora deve poi rispondere in particolare di aver individuato e segnalato, “anche congiuntamente con Fede Emilio, giovani donne disposte a prostituirsi presso la residenza di Arcore di Silvio Berlusconi, individuandole anche tra le ragazze legate per motivi professionali alla sua agenzia operante nel mondo dello spettacolo”.    ANCHE Mora organizza i trasporti delle “arcorine”, “mettendo a disposizione le proprie   autovetture, inducendo e favorendo l’attività di prostituzione in particolare” di sette ragazze: Ambra Battilana, Roberta Bonasia, Francesca Cipriani, Chiara Danese, Florina Marincea, Lisandra Silva Rodriguez e Camila Sousa Fernandez. A Mora viene contestata un’aggravante: “di aver agito in danno di giovani donne a lui legate da rapporti professionali”, e cioè le undici ragazze, tra cui Barbara Guerra e le gemelle Imma ed Eleonora De Vivo, che facevano parte della sua scuderia.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali – IFQ

La corte e i suoi riti

12 marzo 2011

C’è sempre un “benefattore” a dargli una mano

Strane storie si sviluppano attorno ai processi a Silvio Berlusconi. L’ultima è quella rivelata due giorni fa dal “Fatto quotidiano”, che ha trovato in Marocco, nel paese dov’è nata Ruby, una testimone che racconta di essere stata vittima di un tentativo di corruzione: due italiani le hanno promesso molto denaro in cambio di una piccola correzione nei registri dell’anagrafe. Così Karima El Mahroug, conosciuta in Italia come Ruby, sarebbe diventata d’incanto maggiorenne due anni prima di quanto non dicessero i suoi documenti. Sarebbe stato un bell’aiutino al presidente del Consiglio italiano, che il 6 aprile andrà sotto processo, oltre che per concussione, proprio per aver avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne.    Non è la prima volta che strani episodi accadono a margine di inchieste su Berlusconi. “Sono venuto a conoscenza di notizie agghiaccianti”, dichiarò il 23 novembre 1996, quando era sotto processo per le tangenti alla Guardia di finanza. In quelle settimane, due carabinieri che avevano lavorato al palazzo di giustizia di Milano durante l’indagine di Mani pulite, Felice Corticchia e Giovanni Strazzeri, stavano raccontando ai magistrati di    Brescia che Antonio Di Pietro aveva organizzato una    sorta di golpe giudiziario:    non solo aveva pilotato fughe di notizie e realizzato    avances sessuali, ma aveva indagato Berlusconi perché “lo voleva sostituire alla guida del governo”. Di più, Di Pietro aveva anche falsificato la prova regina del processo sulle tangenti alla Guardia di finanza: il pass con cui l’avvocato Massimo Maria Berruti era entrato a palazzo Chigi per parlare con il presidente del Consiglio proprio di quelle tangenti e del modo per far tacere qualche testimone.    Qualche mese dopo, le “notizie agghiaccianti” si dimostrano colossali bufale e il 1 febbraio 1997 i due marescialli che dovevano salvare il premier dal quel primo processo finiscono in carcere.    Strane storie anche a ridosso del processo All Iberian, la società offshore da cui partono tangentine e tangentone (tra cui la mazzetta record di 21 miliardi di lire per il segretario del Psi   Bettino Craxi). Berlusconi nega che quella società sia sua, con quel nome, poi… Invece All Iberian fa parte della galassia della Fininvest “Group B-very discreet”, il comparto estero riservatissimo da usare per le operazioni segrete. A inventarlo e gestirlo per conto di Berlusconi era stato un avvocato d’affari con sede a Londra, David Mills. Chiamato a testimoniare   in un paio di processi milanesi (Fininvest-Guardia di finanza nel novembre 1997 e All Iberian nel gennaio 1998), Mills dichiara il falso od omette di dire tutto il vero, mente insomma “nell’interesse di Silvio Berlusconi”. Qualche anno più tardi, i magistrati Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo scoprono che Mills è stato compensato per le sue dichiarazioni reticenti con un premio di 600 mila dollari. È lo stesso Mills ad ammetterlo al suo fiscalista, imbarazzato perché non sapeva come giustificare quella somma al fisco britannico: un “gift”, un regalo, “per aver tenuto Mister B fuori da un mare di guai”. Lo ha poi ripetuto nell’unico interrogatorio del luglio 2004: “Io sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il Gruppo Fininvest e pur non avendo mai detto il falso ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile… È in questo quadro che nel-l’autunno del 1999, Carlo Bernasconi (manager Fininvest poi defunto, ndr), mi disse che Berlusconi a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.    Utilissime, le testimonianze di Mills nei processi in cui è stato interrogato. Senza i suoi giri di parole, senza i suoi calcolati vuoti di memoria, senza le sue menzogne, Berlusconi non sarebbe stato assolto nel processo Fininvest-Guardia di finanza, hanno poi scritto i giudici.    Strano, per non dir di più, anche il modo in cui Berlusconi diventa padrone della Mondadori, la più grande casa editrice italiana. È grazie a una sentenza comprata, quella sul Lodo Mondadori che aveva risolto a suo favore la “guerra di Segrate”, la lunga contesa negli anni Novanta con l’imprenditore Carlo De Benedetti. Ma è ben strano anche quello che viene scoperto durante le perquisizioni del 14 gennaio in via Olgettina, nell’appartamento occupato da Marysthelle Garcia Polanco, una delle ragazze delle feste di Arcore. La polizia giudiziaria le trova è in casa non il suo verbale di indagini difensive reso a favore di Berlusconi davanti agli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, ma il verbale di Barbara Guerra, un’altra delle “arcorine”. Un verbale mai depositato da Longo e Ghedini alla procura a Milano. Come mai era a casa Polanco? Domanda rimasta finora senza risposta, come tante altre domande sulle strane storie che girano attorno ai processi di Silvio, dal 1994. Fino alle richieste fatte all’impiegata di un piccolo sperduto paese del Marocco dove ha avuto in sorte di nascere una ragazza di nome Karima detta Ruby.

di G. Barb. – A. Masc. – IFQ

11 marzo 2011

A pensare male non ci vuole poi molto

Il Fatto ha scoperto che qualcuno ha tentato di corrompere “Fatima” per falsificare gli atti dello stato civile di Fki Ben Salah e invecchiare Ruby di 2 anni. Così B. si sarebbe accoppiato con una puttana, su questo non ci si può fare niente, ma maggiorenne: niente prostituzione minorile. Siamo bravissimi? Bè si; ma è anche vero che, dopo l’annuncio delle ennesime indagini difensive in Marocco, non ci voleva molto a pensare male. Adesso però si apre l’ennesimo baratro tra la vita di tutti i giorni e il processo penale. Nella vita di tutti i giorni il cittadino pensa: eccolo là, beccato! Nel processo penale si apre un percorso a ostacoli allucinante. Art. 9 del codice di procedura: chi commette all’estero un delitto per il quale la pena minima è inferiore a tre anni, è punito a richiesta del ministro della Giustizia. I soldi sono stati offerti a “Fatima” in Marocco, dunque all’estero; e fino a qui ci siamo. Lei non li ha accettati e quindi il reato commesso è quello di cui all’art. 322 del codice penale, istigazione alla corruzione, punito da 1 anno e 4 mesi a 3 anni e 3 mesi. Stando così le cose, la storia finisce qui: voi ce lo vedete Alfano che richiede alla Procura di Milano di procedere contro B.?   Ah, già, perché la chicca è che la competenza appartiene, anche per questo reato, alla Procura di Milano: lo dice l’art. 10 del codice di procedura: se il reato è stato commesso interamente all’estero, la competenza è determinata successivamente dal luogo della residenza, della dimora, del domicilio, dell’arresto o della consegna dell’imputato. E B. risiede a Milano. Ma, anche se il processo cominciasse (hai visto mai, nuove elezioni, B&C vengono cacciati a scopate, la nuova maggioranza è fatta di persone serie, il ministro della Giustizia chiede che si proceda), ci sarebbero problemi mica da poco. Prima di tutto: chi si deve iscrivere nel registro degli indagati? Tutto quello che “Il Fatto” ha scoperto (fino ad ora) è che si trattava di due italiani; altro non si sa. Allora, si iscrive un procedimento contro ignoti? È vero che sarebbe la soluzione tecnicamente più corretta; ma: chi diavolo va fino a Fki Ben Salah per corrompere “Fatima” di sua iniziativa, per intenderci senza un preciso mandato di chi vi ha interesse? E fino a qui si può essere d’accordo: chi ha interesse a corrompere “Fatima” deve essere iscritto come indagato. Ma, chi ha interesse a corrompere “Fatima”? B, certamente. E i suoi C che dipendono da lui e che, se B. viene condannato, si ritrovano in mezzo a una strada,   costretti a lavorare per vivere? E quelli dei C che addirittura, se vengono buttati fuori dal Parlamento, finiscono in galera? Tutta questa gente (qualche centinaia) potrebbe benissimo aver pensato di fare un favore a B., magari senza nemmeno dirglielo. E magari mettendosi in tasca la fotocopia dell’atto originale, pronti, a cose fatte, a monetizzare il frutto della loro dedizione. Che fare, dunque? Io comincerei a iscrivere un procedimento contro ignoti e poi manderei l’informativa ad Alfano: caro ministro, vorrebbe richiedere la punizione del colpevole di questo grave reato? E lascerei un posto libero sul caminetto per appendervi la risposta incorniciata.

di Bruno Tinti – IFQ

21 gennaio 2011

Clamoroso: Ruby al Giornale

Caro Cavaliere, non ci siamo. Quali Suoi fedeli consiglieri dell’ultim’ora, vorremmo metterla in guardia dagli spin doctor che lei si ostina a mandare in giro per giornali e tv. Abbiamo letto con sgomento la formazione-tipo dei signorini grandi firme convocati ad Arcore per organizzare “il contropiede micidiale”. Oltre appunto a Signorini, Mulè di Penorama, Sallusti del Geniale, Crippa di Mediaset, Currò di Fininvest, oltre ai figli meno dotati (Pier Silvio, Marina e Luigi). Un trust di cervelli mica da ridere. Un concentrato di neuroni da Accademia delle Scienze. Mancavano persino Fede, Vespa, Vinci, Mimun, Minzolingua, Belpietro e Rossella O’Hara, che è tutto dire. Risultato. Signorini, a Kalispèra, manda in onda l’ostensione di Ruby travestita da Maria Goretti che lacrima come una madonna di Civitavecchia, talmente fedele alla linea del “raccontare cazzate e passare per pazza” che sullo sfondo si sentono le risate dei cameramen. Libero, che bada al sodo, cioè alle vendite, spara venti pagine al giorno di verbali, salvo poi spiegare col povero Facci che c’è “il segreto istruttorio” (abolito nel 1989).   Belpietro chiama B. “vecchio porco” e Feltri definisce le sue gesta “porcellate”, poi incita il Cainano al suicidio, cioè “ad andare subito alle elezioni” (magari a marzo, in contemporanea col rito immediato, mentre in tribunale sfilano le escort). Vespa ospita la Gelmini che giura come alle cene di Arcore si discuta “della salvezza dell’Alitalia” (le hostess stanno sotto coperta), tant’è che alla fine perfino l’insetto è costretto a prendere le distanze. A-lesso Vinci, a Matrix, è talmente prono a tutto da far infuriare financo un ragazzo bene educato come Severgnini. Menzognini, poveretto, pensa di far cosa gradita paragonando B. a Giovanni Leone, senz’accorgersi che il parallelo porta sfiga: Leone non era indagato eppure si dimise lo stesso. Il Tg5 ha la bella pensata di intervistare il medico personale del premier, Zangrillo, che giura: “Ho visitato personalmente il presidente e nulla ho riscontrato che potesse far pensare a una condotta di vita scellerata” (eloquenti le ragnatele nelle mutande).   Altro che “contropiede micidiale”: un disastro mediatico senza precedenti. Completa l’opera lo Zio Tibia, ancora vedovo di Feltri e inconsolabile per aver scoperto che il Principale regala case, gioielli e migliaia di euro alla prima ragazzotta chiapputa, mentre a lui, che ogni giorno ci mette non le chiappe ma la faccia, non è mai toccato più di un paio di cravatte. Il fu Giornale sfodera gli assi dalla manica: “Smentito il teorema dei pm”. Da chi? Da Sabina Began, detta l’Ape Regina, che sostiene una tesi di tutto rispetto: “Bunga Bunga sono io”. E da Ruby, molto credibile anche lei: “Non mi ha mai toccata con un dito” (semmai con tutta la mano). Nell’editoriale Sallusti paragona B. non più a Kennedy (anche il lettore più ebete sa distinguere fra Marilyn Monroe e le gemelle De Vivo), ma a Clinton con la Lewinsky (che però, piccoli dettagli, non era minorenne e non veniva pagata). E svela che nel mirino non c’è solo il Capo, ma tutti “noi moderati e liberali” (compreso Einaudi). Segue commento di Francesco Forte, detto Mezzolitro: “La persecuzione al premier rallenta la giustizia penale” (non l’hanno avvertito che i processi a B. sono tutti sospesi da un anno). No, Cavaliere, con quest’Armata Brancaleone, con questo esercito di Franceschiello che non è ancora riuscito a trovarle uno straccio di fidanzata (pare siano in ballottaggio una russa e una bulgara, per dire), non si va da nessuna parte. S’impone un colpo di reni. Questa Ruby è una ragazza sveglia, e soprattutto buca lo schermo. E come parla bene.   Frasi secche, slogan efficaci, quasi dannunziani: “Lei la pupilla io il culo”, “finché c’è lui si mangia”. E farci un pensierino per la direzione del Giornale? Ovvio che andrebbe sostituita per i bunga bunga e Sallusti non pare adatto alla parte. Ma con qualche cravatta in più e un filo di trucco e parrucco, ci si può provare.

di Marco Travaglio – IFQ

9 novembre 2010

Che maschio è uno che paga?

Per chi ama conquistare, la gioia e la soddisfazione più bella è la conquista. Se tu paghi, mi domando, che gioia ci potrebbe essere”. Già, appunto. Sono proprio parole di Berlusconi e le pronunciò nella memorabile conferenza stampa con Zapatero alla Maddalena, il 10 settembre dell’anno scorso, imbarazzante prima uscita pubblica dopo la bufera estiva sulla D’Addario e il ciarpame senza pudore. Rispondendo al corrispondente del Paìs che gli chiedeva ragione del giro di prostitute e veline invitate alle sue feste, il premier disse: “Non esiste alcun giro di prostituzione, è una calunnia.   Nella mia vita io non ho mai, neppure una volta, dovuto dare dei soldi a qualcuno per una prestazione sessuale” (impossibile scordarsi la faccia impietrita di Zapatero, chi volesse rinfrescarsi la memoria trova il video su You Tube).    ADESSO che le ragazze parlano, il Capo è sul serio nei guai. Per una volta non sono giudiziari, ma di immagine. Che per lui sono forse peggiori. Perché non potrà invocare un Lodo Alfano contro lo schizzo di fango più fastidioso, quello che insudicia la sua immagine di seduttore. Che macho è uno che deve allungare soldi per fare colpo su una ragazza. Dove finisce il mito del playboy che Berlusconi ha alimentato   con cura nel corso degli anni? Si va oltre i sospetti di difficoltà amatorie dopo l’operazione alla prostata. Brutta fine per uno che ha costruito la sua carriera sull’affabulazione, condita da mandolini e barzellette e palpatine, con una corte di nani e ballerine pronti ad applaudire le sue gesta in cambio di potere e visibilità. Uno che ha passato la   vita a sentirsi il campione dei latin lover, il mandrillo per eccellenza, come giustifica questo passaggio di buste piene di euro? Le ragazze, a grappoli, affermano di essere state pagate. Minorenni e non, escort dichiarate o zoccolette qualsiasi, non solo si vendevano in cambio di una facile scorciatoia, di una particina in tv, di una comparsata o di una candidatura, ma anche di soldi sonanti. Euro consegnati personalmente in busta chiusa. Una parla di settemila, l’altra di diecimila (e chissà la furia della D’Addadio che ne ha avuti solo mille). E se le parole hanno un peso, dare dei soldi a una donna in cambio di sesso, si dice andare a puttane. Da macho seduttore a macho puttaniere, lo scivolone è   grosso. Le conquiste femminili vantate da Berlusconi erano solo merce, pagata e consegnata a domicilio. Qualcuna a sua insaputa, come la casa vista Colosseo di Scajola? Forse, diamogli il beneficio di inventario. Ma in quel caso sarebbe ancora più preoccupante, perché se uno ti mette nel letto una donna, diventi ricatta-bile.

SE POI DAVVERO non ci ha neppure fatto sesso, come dichiara Ruby Rubacuori e come dichiarava Noemi Letizia (guarda caso le uniche a non fare sesso sono le minorenni), si è davvero toccato il fondo. Che seduttore è un uomo che ha bisogno della compagnia di ragazze più giovani delle sue figlie per sentirsi maschio? È pagare per guardare, circondarsi di belle ragazze per tirarsi su il morale, indossare i panni dell’imperatore (Veronica ci   aveva visto giusto) circondato dal suo harem. E’ volere e non potere. Le ragazze parlano di regalini, perché l’imperatore è un uomo generoso. Regalini in nome di che? Questa è la fine di un   povero signore anziano che è disposto a tutto pur di alimentare la sua fama di fascinatore.    Hanno voglia gli house organ di famiglia a snocciolare le schiere di politici e presidenti dongiovanni. E’ solo ridicolo tentare un paragone tra gli squallidi festini di Berlusconi e le scappatelle di Kennedy con Marilyn Monroe. Un altro stile, stiamo scherzando? Anche le performance di Clinton erano a suo modo più gloriose, perché nessuna busta era scivolata nella tasca della ragazza dopo le performance nello studio presidenziale della Casa Bianca. “Io sono stranoto per essere un grande ammiratore dell’altra metà del cielo” declama invece il signor B, vantandosi di essere il presidente della “patria dei grandi amatori, dei Casanova, dei playboy”. “ Le donne?   Siete il regalo più bello che Dio ha dato noi uomini”. Senza stare di nuovo a sviscerare il significato di donna= dono, concetto già di per sé abbastanza penoso e maschilista, bisognerebbe spiegargli che i regali si ricevono e non si pagano.

di Caterina Soffici IFQ

 

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28 ottobre 2010

Il silenzio è d’oro

Fosse per noi, il gossip sarebbe vietato da un pezzo. Non si vede perché uno non possa andare a cena o a letto con chi gli pare senza ritrovarsi “giornalisti” e paparazzi alle calcagna e finire in edicola. Lo stesso vale per i politici, salvo per quelli che sfilano al Family Day e poi hanno tre o quattro famiglie o fanno le leggi per arrestare prostitute e clienti e poi frequentano prostitute. Dunque, all’alba del nuovo sexy-scandalo di B., precisiamo subito che il gossip non interessa né deve interessare a nessuno: B. è libero di ricevere a casa sua tutte le ragazze che vuole e farci quello che vuole, purché le interessate siano d’accordo. E, ovviamente, a patto che non vengano commessi reati e che B. non si renda ricattabile. Le due faccende, fra l’altro, sono collegate: se uno commette reati, ma anche comportamenti moralmente o politicamente indecenti, chi li conosce lo tiene sotto scacco e può chiedergli di tutto per monetizzare il proprio silenzio. È proprio questo il caso di B., e non solo per le rivelazioni della minorenne marocchina Ruby. Sono almeno trent’anni che B. è ricattato. In principio, per cose di mafia. Nel 1998, intercettato al telefono con l’immobiliarista Renato Della Valle, B. confida: “Devo mandare i miei figli in America, perché mi han fatto estorsioni… in maniera brutta… Mi è capitato altre volte, dieci anni fa e… sono ritornati fuori… mi han detto che, se entro una certa data non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo… Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”. Nel marzo ’94,   mentre lui diventa presidente del Consiglio, il consulente Ezio Cartotto assiste a uno sfogo di Dell’Utri: “Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io…”. Poi il pizzino attribuito a Provenzano e rielaborato da Vito Ciancimino, che minacciava di “uscire dal mio riserbo che dura da anni” e cominciare a parlare, se non fossero stati risolti i problemi giudiziari suoi e degli amici degli amici e se B. non avesse “messo a disposizione una delle sue reti tv” per la bisogna. Negli ultimi anni, oltre ai messaggi di radio-carcere (“Iddu pensa solo a Iddu…”) e dal clan Graviano (“se non si muove nulla per noi, dobbiamo iniziare a parlare”), c’è l’avvocato Mills che incassa 600 mila dollari per non dire tutto quel che sa su “Mr. B”. E poi le ragazze. Orde di signorine che han fatto e visto qualcosa che riguarda B. e potrebbero raccontarlo al migliore offerente. B. chiama disperato Saccà perché ne sistemi una mezza dozzina a Raifiction: una in particolare, “Antonella Troise, sta diventando pericolosa”. S’è messa a parlare. Quando escono le prime intercettazioni, due estati fa, B. prepara addirittura un decreto urgentissimo pur di bloccare le altre, poi distrutte dai giudici di Roma. E ancora il ricatto minacciato da un agente del Sisde, marito di Virginia Sanjust, la giovane annunciatrice tv che, secondo i giudici di Roma, aveva “intrecciato una stretta relazione” sentimentale con B. E la strana familiarità di B. con i genitori della minorenne Noemi Letizia, che lo convocano alla festa per i 18 anni della ragazza e lui vola immantinente a Casoria. Avrebbe potuto ricattarlo pure la D’Addario, con tutto quel che sa e ha registrato sulle   notti brave a Palazzo Grazioli, ma per sua fortuna non lo fece e raccontò tutto ai giudici. E il sindaco di Pontecagnano, Ernesto Sica, che minaccia di raccontare la compravendita di senatori del 2007 per far cadere Prodi, ma si cuce la bocca e, come per incanto, diventa assessore regionale. E Fabrizio Favata, che porta l’intercettatore Raffaelli da Paolo e Silvio B. col pacco dono della telefonata Fassino-Consorte, poi tenta di spillare soldi ai due fratelli in cambio del suo silenzio. La domanda, che non c’entra nulla col gossip e molto con la politica, è semplice: quante altre persone sono in grado di ricattare B.? E fino a quando ci faremo governare da un premier ricattabile?

di Marco Travaglio IFQ

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