Posts tagged ‘Francia’

26 aprile 2012

Hollande, svolta a sinistra

La sterzata a destra di Nicolas Sarkozy si accentua ogni giorno di più, il suo linguaggio ricalca quello di Marine Le Pen, le sue proposte quelle del Fronte nazionale, anche se annuncia che non ci saranno accordi con i lepenisti per il ballottaggio. Per cominciare, il tema dell’immigrazione è tornato al centro dei suoi infiammati discorsi. Non solo intende “combattere l’immigrazione illegale e legale” riducendo della metà i nuovi arrivi, ma, esattamente come Marine e suo padre, dipinge i lavoratori stranieri alla stregua di zavorra parassita: “Se non controlliamo l’immigrazione, la prima conseguenza sarà l’aggravamento del deficit dei nostri regimi sociali”, sanità e pensioni su tutti.

BALLA colossale, ma tutto fa brodo per attirarsi le simpatie degli elettori lepenisti. Tonitruante e senza freni, Sarkozy non esita a dire cose contraddittorie rispetto al pensiero e all’azione del suo stesso governo. È il caso di un altro cavallo di battaglia del Fronte lepenista, la “preferenza nazionale”, o “i francesi innanzitutto”, per quanto concerne ogni forma di prestazione sociale: sanità, lavoro, alloggio. Ecco che cosa ne pensava, non più tardi di martedì, il ministro Bruno Le Maire: “Noi crediamo alla nazione, noi crediamo alla responsabilità… ma non si tratta certo di introdurre la preferenza nazionale. Ci sono dei limiti che la nostra famiglia politica non oltrepasserà”. Ed ecco le parole di Sarkozy ieri, a ventiquattr’ore di distanza: “Io sono per la preferenza comunitaria, ma non vedo perché non si possa essere per la preferenza nazionale”. Ha smentito uno dei suoi più stretti collaboratori (Le Maire ha redatto il suo programma presidenziale), ma soprattutto ha sdoganato di botto uno degli slogan più odiosi del lepenismo.    Tra i primi a insorgere è stato François Bayrou, il leader centrista detentore del 9 per cento dei consensi al primo turno: “Sarkozy si allinea a Marine Le Pen, svende i valori repubblicani”. Martedì, del resto, il presidente uscente aveva concesso a Marine Le Pen, senza che nessuno glielo chiedesse, un nuovo statuto: “È compatibile con la Repubblica”, aveva detto. Ieri ha precisato: “Se partecipa alle elezioni vuol dire che è compatibile. Ciò non significa che bisogna stringere accordi con il Fronte. Non c’è in vista nessun negoziato, nessun ministero per Marine Le Pen e i suoi”. Ma il brevetto di “repubblicana” glie-l’ha concesso, ed è la prima volta che accade da trent’anni a questa parte. Tra uno sproloquio anti-immigrati e l’altro, non poteva mancare l’accusa ai socialisti di voler attuare “regolarizzazioni di massa” una volta al potere, e di voler concedere il diritto di voto ai cittadini extracomunitari.

FRANÇOIS Hollande, che davanti al moltiplicarsi delle provocazioni mantiene una calma ammirevole, ha messo i puntini sulle “i”: “Nessuna regolarizzazione di massa, e per quanto riguarda il diritto di voto agli stranieri extracomunitari è uno degli obiettivi del mio futuro quinquennato, da attuarsi entro il 2014”. Ha poi specificato il socialista Arnaud de Montebourg che si parla di “persone regolarmente residenti sul territorio nazionale, che pagano le tasse e, quando lavorano, i contributi: costoro devono partecipare alla vita locale”, e quindi alle elezioni comunali e regionali. Sarebbe ora: la proposta figurava già nel programma di François Mitterrand nel 1981, ma non se ne è mai fatto nulla. Se l’uno sbraita, l’altro tira dritto. Ieri François Hollande ha assaporato con grande soddisfazione l’invito ai governi a stringere un “patto per la crescita” pronunciato da Mario Draghi, e apprezzato persino da Angela Merkel.    Il candidato socialista, che Sarkozy voleva velleitario e isolato nell’ambito comunitario, comincia a trovare sponde molto importanti, che fino a ieri gli sembravano precluse. Si è anche impegnato a ritirare le truppe francesi dall’Afghanistan, “fin dal giorno dopo la mia elezione”. Alla riconferma di Sarkozy ormai non crede più nessuno, tantomeno nelle capitali europee. I sondaggi condotti dopo il primo turno sono del resto assai unanimi: collocano François Hollande tra il 56 e il 54 per cento, Sarkozy tra il 44 e il 46. Ciò detto, ci sono ancora dieci giorni di campagna elettorale.

di Gianni Marsilli, IFQ

14 marzo 2012

Fs sempre più francesi, taglia anche a Venezia

Essere licenziati è doloroso. Essere licenziati due volte, per di più dalla stessa azienda, è doloroso e paradossale. Ma essere licenziati perché il tuo posto è stato addirittura dato ad altri è diabolico. È quel che sta capitando a Gianluca Ricci, uno degli 800 lavoratori mandati a casa per effetto della doppia decisione di Trenitalia di tagliare i treni notturni e a lunga percorrenza e di affidare quelli tra l’Italia e la Francia a Tvt, azienda nata da una mega intesa tra le Ferrovie italiane di Mauro Moretti e Veolia, multinazionale transalpina dell’acqua, dell’energia e dei trasporti, appunto. Gianluca fa parte del drappello di una quarantina di lavoratori veneti licenziati proprio per far entrare i francesi.    Il suo posto di lavoro, insomma, c’è ancora. È sul treno che ora chiamano Thello, in partenza alle 19 e 57 di ogni sera dalla stazione veneziana di Santa Lucia e che il mattino del giorno dopo arriva a Parigi alle 9 e 29. Tredici anni fa Gianluca lavorava a Milano e fu licenziato una prima volta nel-l’ambito di altre ristrutturazioni ferroviarie. Di quel periodo conserva le foto di lotta che mostra con un certo malinconico orgoglio, scatti della protesta insieme ad altri colleghi nelle sue stesse condizioni: Oliviero, Giuseppe, Carmine. Lavoratori tornati poi a lavorare per le aziende fornitrici di servizi alle Ferrovie , di nuovo licenziati l’11 dicembre dell’anno passato e diventati loro malgrado famosi per la protesta in cima alla torre faro sui binari a Milano, a 50 metri da terra, per opporsi a una decisione ritenuta sciagurata oltre che ingiusta.    DOPO il licenziamento di Milano, Gianluca si era trasferito a Venezia, aveva ripreso a lavorare e non avrebbe mai immaginato di rivivere quei momenti difficili di tanti anni fa. E invece gli è capitato. Non avrebbe immaginato neanche di dover tornare a protestare come allora e invece è costretto a farlo, dividendo con i colleghi i turni del presidio nella tenda blu montata nel piazzale della stazione di Santa Lucia.    Rispetto a tredici anni fa c’è un qualcosa di più e di peggio. Allora si trattò di una ristrutturazione dura, discutibile come tante ristrutturazioni che partono andando a incidere dove è più facile: il lavoro. Ma questa volta neanche di una ristrutturazione classica si tratta: non ci sono tagli, non ci sono risparmi in ballo, non ci sono esigenze aziendali. Quel che è cambiato sono i lavoratori che viaggiano sul treno: al posto degli italiani, tutti licenziati, ora ci sono i francesi. “Un grande successo Oltralpe”, hanno scritto su Freccia, rivista patinata delle Ferrovie distribuita sui treni. Si sono dimenticati di aggiungere che quel successone in Francia lo pagano per intero i lavoratori italiani.    Con Gianluca sul piazzale della stazione di Venezia c’è Renato Pistore, 33 anni, che per partecipare all’iniziativa della tenda lascia a casa la moglie e un bimbetto di 20 mesi. Racconta: “La nostra rabbia è di una qualità diversa rispetto a quella di tanti licenziati. Non possiamo dire che abbiamo perso il posto di lavoro, perché quel posto c’è ancora, solo che non è più nostro. Abbiamo cominciato a manifestare quando è partito il primo treno con a bordo i lavoratori francesi, pensavano che ce la prendessimo con loro, ma non è con loro che ce l’abbiamo. Sappiamo bene che la responsabilità è di altri. È di quei manager che non c’hanno pensato due volte a buttare nel cestino la nostra vita, il nostro lavoro e la nostra professionalità sull’altare di faraoniche strategie industriali internazionali che avranno pure una loro logica, chissà, ma intanto schiacciano noi e le nostre famiglie”. Spiega Salvatore Lombardo, 31 anni, un altro dei licenziati veneti: “È assurdo: non possono dire che siamo ‘esuberi’ perché non lo siamo e visto che il treno c’è ancora non possono dire neanche che hanno tagliato un ramo secco perché non è vero neanche questo. Nei convegni questi signori delle Ferrovie si riempiono la bocca di servizio alla clientela e di valorizzazione del capitale umano e professionale aziendale. E poi, eccoci qua”. I treni tra Venezia e Parigi erano e restano frequentati e remunerativi. Sarebbe una consolazione e una sicurezza in condizioni normali. Se tanta gente nel frattempo non fosse stata mandata a casa.

di Daniele Martini e Elisabetta Reguitti, IFQ

La stazione di Venezia (FOTO LAPRESSE)

24 novembre 2011

Francia, la malata riluttante

Indicatori economici verso il rosso, clima sociale in perenne fibrillazione e, a complicare le cose, le presidenziali in vista. La Francia dubita e tentenna, i sondaggi dicono unanimi che la gente teme per il potere d’acquisto e le élites guardano in cagnesco Moody’s, che minaccia di cancellare una delle sue fatidiche tre A. I meccanismi e i parametri finanziario-capitalistici inoltre, da queste parti più che altrove, fanno venire l’orticaria, gridare alla perdita di sovranità, denunciare la logica del “tout economique” e dell’”ultraliberismo”, invocare improbabili redistribuzioni di ricchezza. La crisi è del debito, ma in Francia il suo impasto, alla vigilia della madre delle battaglie elettorali, è molto politico. Economisti e banchieri su quella benedetta terza A hanno già messo una croce: parlano e agiscono come se fosse già stata abrogata e sostituita da un più realistico AA+. I politici sono più reticenti: difficile per Sarkozy, al governo dal 2002, presidente dal 2007 e candidato alla propria successione, ammettere di aver tolto le briglie al suo deficit di bilancio fino a fargli superare il 7 per cento e di aver accumulato un debito pubblico pari all’85 per cento del PIL. E anche il famoso “spread” comincia a trovar posto nelle conversazioni al bistrot e non solo nelle riunioni di governo: da ottobre si allarga, la forbice con i tassi d’interesse tedeschi sfiora i due punti. La terza A, nei fatti, è già svanita. Non sono percentuali da capogiro come quelle italiane, ma il trend è quello, visibile e tangibile. Tanto più che nessuno scommette seriamente su una ripresa della crescita a breve termine. Se per il quarto trimestre di quest’anno l’Insee prevede un rotondo 0 per cento, la sfera di cristallo degli analisti non mostra segni di miglioramento per il 2012, al massimo uno 0,7 per cento. Ne patiranno soprattutto le cifre dell’occupazione.

PER NICOLAS SARKOZY, che oggi incontrerà a Strasburgo Angela Merkel e Mario Monti, è essenziale rinviare le scelte portatrici di “lacrime e sangue” a dopo le elezioni presidenziali. Ma non puo’ neanche starsene con le mani in mano ad osservare la situazione degradarsi di giorno in giorno. Eccolo allora varare o proporre alcune misure tampone: accelerare i tempi di applicazione della riforma delle pensioni (che fissa a 62 anni l’età della quiescenza), aumentare l’Iva in settori portanti come la ristorazione… Sei mesi di ossigeno, questo il suo obiettivo immediato. E soprattutto, in questi sei mesi, un grande attivismo sul piano europeo e internazionale. Interessante l’analisi che ne faceva nei giorni scorsi Le Monde: Sarkozy il neogollista al cospetto di Merkel la federalista e di Monti il liberale. Il neogollista vorrebbe un’unione politica ristretta alla sola eurozona, fermamente guidata dai capi di governo, con buona pace della Commissione. Gli piace l’idea di pochi ma buoni, e che decidano all’unanimità e non a maggioranza, come invece vuole ogni buon federalista. Merkel gli obietta che questa non è l’Unione europea, ma un suo surrogato a uso e consumo francese, visto che la zona euro è priva di Commissione, di Parlamento, di Corte di giustizia. In una parola, non ha nulla di federale. Quanto a Monti, si può immaginare che non sia certo contrario a una maggiore integrazione politica, ma a patto che vi sia maggiore concorrenza sul mercato dei 27 membri dell’Ue, e quindi meno aiuti pubblici alle aziende in crisi e non, ai quali invece Sarkozy indulge volentieri. Se Angela Merkel è sicuramente felicissima che Mario Monti abbia rimpiazzato Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy sarà più guardingo. Berlusconi a volte gli faceva comodo: “Non è un problema, alla fine dice sempre di sì a tutto”, confidavano i diplomatici francesi nei corridoi dei vertici. Mario Monti, si sa, non è della stessa pasta. Ciò detto, è improbabile che i tre oggi a Strasburgo parlino di filosofia politica comunitaria. Sul tappeto urgono altri problemi più pedestri, ma non meno importanti.

di Gianni Marsilli, IFQ

21 ottobre 2011

Il sollievo di una morte “perfetta”

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

VE LO immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un twit: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo sarebbe stato troppo imbarazzante”.    E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.    Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”.

SE GHEDDAFI non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Fin-meccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.    Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden – le reazioni s’inanellano. Per gli Usa, parla prima il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”. Poi il presidente Obama dice: “È la fine di un capitolo doloroso, i libici hanno vinto la loro rivoluzione, presto la missione della Nato finirà”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe – e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare concluse le operazioni. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”

di Giampiero Gramaglia, IFQ

Il bacio dell’anello di Gheddafi da parte di Berlusconi: è il 27 marzo del 2010.  (FOTO ANSA)

5 luglio 2011

La tratta che per Parigi ha senso (e costa meno)

In Francia la Lione-Torino procede liscia come l’olio, niente contestazioni né ribellioni popolari. Nel 2001 il governo italiano chiese quasi in ginocchio ai cugini francesi di presentare il progetto all’Ue: solo una linea transfrontaliera poteva aver accesso ai finanziamenti. Ma la Francia non era molto interessata al Corridoio 5 avendo già altre efficienti ramificazioni verso Est, e accettò le avances del ministro Castelli a condizione di spalmare più costi sull’Italia. “Il Tgv fu ben visto fin dal principio – spiega Eric Jozsef, corrispondente in Italia di Liberation -. Erano anni di grande fiducia nelle tecnologie, nel web. L’idea della velocità piaceva a tutti: destra e sinistra. I Verdi spiegarono che passare dalla gomma alla rotaia era salutare. Così i lavori sono partiti, funziona tutto bene anche se in qualche caso i Tgv tra città minori sono stati ridotti: i treni normali vanno già veloci. Comunque queste contestazioni italiane da noi proprio non si capiscono. La gente dice: ma perché tutto questo baccano per un tunnel nella montagna?”.    Gli amministratori francesi sanno perché. Sanno che l’Ue concederà i fondi in parti uguali, ma il costo della galleria principale sarà caricato per il 63% sull’Italia, mentre la distribuzione geografica dei costi per i lavori sull’intera Lione-Torino si concentrerà per il 63% sulla parte francese: noi spendiamo di più, loro avranno più opere realizzate. Oltretutto la popolazione interessata in Francia è meno di un quarto di quella residente nella stretta Val di Susa, e i contratti dei due Paesi sono sfalsati sin dall’origine: l’Italia deve ultimare l’accesso al tunnel principale entro il 2023, la Francia solo nel 2035. Per questo Parigi finora ha messo mano soprattutto al tragitto di suo reale interesse, i 109 chilometri tra Lione e Chambéry. Da lì il Tgv dovrebbe arrivare a Saint Jean de Maurienne, 74 chilometri piuttosto semplici, per poi tuffarsi dentro il tunnel che sbuca a Chiusa San Michele.    INSOMMA l’opera, vista da lì, ha senso e costa il giusto, anche se non mancano comitati no Tav che, insieme a quelli italiani e baschi, hanno dichiarato guerra alle opere inutili e si ritroveranno a Venaus l’11 agosto. Intanto i francesi hanno già scavato le tre “discenderie” di loro competenza, cioè tre gallerie che sbucano sul tracciato del (futuro) tunnel per accelerare l’opera aggredendola in più punti, e trasformandosi in uscite di sicurezza a lavori conclusi. Quando? Come? Per ora il nodo si chiama Siim Kallas, il commissario europeo per i trasporti che chiede non solo il – simbolico – avvio dei lavori anche sul fronte italiano e il – tuttora latitante – ok paesaggistico del ministero per l’Ambiente, ma anche un risolutivo vertice italo-francese sulla ridefinizione dei costi. Il tragitto nostrano ha visto quadruplicare il preventivo, e di certo Sarkozy non intende sopportare la lievitazione dei costi italiani. Perché anche i francesi, col loro 37% di tunnel da pagare, potrebbero cominciare ad arrabbiarsi se il conto diventasse troppo salato.

di Chiara Paolin, IFQ

21 marzo 2011

Affidiamoci allo stellone

La guerra in Libia. La posta in gioco per l’Italia. Il ruolo della Francia di Sarkozy. L’anomalo comportamento di Obama.


(Carta di Laura Canali tratta da Limes)

Siamo in guerra: come vincerla? La prima domanda che ogni governo responsabile dovrebbe porsi, quando decide di partecipare a un conflitto, è la domanda che il nostro governo non si pone. Non è un paradosso. È l’effetto dell’incrocio di tre fattori.

Primo: la nostra storica refrattarietà al pensare strategico, surrogata con l’affidamento allo Stellone. Secondo: l’ignoranza del campo di battaglia, sia in quanto alle effettive capacità del nemico (Gheddafi), sia soprattutto relativamente a caratteri e forza dei nostri alleati sul terreno (i ribelli della Cirenaica), ossia di coloro che dovrebbero svolgere i compiti della fanteria che né noi né gli americani e nemmeno i franco-inglesi intendono schierare. Terzo: perché temiamo che comunque vada perderemo. Tre ottime ragioni per non rovinarci l’umore con fastidiosi rovelli.

A questo si aggiunga la necessità di non ammettere a noi stessi ciò che stiamo facendo. «Guerra» è vocabolo espunto dal nostro gergo istituzionale. Perché la costituzione ci impedirebbe – secondo l’interpretazione corrente – di chiamare la guerra per nome. Risultato: non abbiamo mai partecipato a tanti conflitti da quando ne abbiamo certificato l’abolizione su carta.

Sicché quando i nostri piloti bombardano con successo postazioni nemiche, invece che congratularci con loro ne arrossiamo e curiamo di non farlo sapere. Durante la guerra del Kosovo, i nostri aviatori che martellavano in incognito i serbi rischiando la pelle in nome della «difesa integrata» decisero di cucirsi sulle tute delle sagome di fantasmi, perché tali si sentivano. Sentimenti probabilmente condivisi dai colleghi chiamati a fare altrettanto in Libia, sotto specie di «operazione umanitaria».

A differenza del Kosovo e delle altre guerre cui abbiamo contribuito, sempre con un piede dentro e uno fuori, stavolta non possiamo affidarci con serenità allo Stellone. Ossia ai nostri potenti alleati. In caso di crisi, tendiamo istintivamente a stringerci al capo della coalizione. Noi non sappiamo come vincere, ma lui sì. E si ricorderà di noi nel momento della vittoria. Ragionamento di elegante semplicità. Stavolta non pare così semplice, né tanto elegante da muovere ad ammirazione i partner. Perché loro stessi hanno difficoltà a raccontarsi come vincere. E perché il leader di questa operazione non è l’America superpotente della guerra fredda o degli anni Novanta, ma la Francia. Meglio: il suo presidente.

Al netto della retorica, questa è la guerra di Nicolas Sarkozy. Il quale l’ha fortemente voluta, contro una parte stessa del suo governo, perché convinto che sarà breve, trionfale e gli garantirà la rielezione all’Eliseo. Noi speriamo con tutto il cuore che abbia ragione. Perché per l’Italia significherebbe il minore dei mali. (E forse – ma ne siamo meno certi – anche per i libici, sui quali stiamo sperimentando l’efficacia delle nostre molto selettive teorie umanitarie.)

Non siamo difatti in condizione di sostenere un conflitto prolungato, costoso e sanguinoso. Al termine del quale probabilmente dovremo accollarci una fetta di quel protettorato informale cui verrebbe affidato il compito di gestire il vuoto lasciato dal regime di Gheddafi, dall’assenza di uno Stato libico e dall’inconsistenza delle milizie cirenaiche, tribali e non tribali. La cui causa Sarkozy ha sposato totalmente, pur non conoscendone né volendo conoscerne il grado di adesione ai valori della Rivoluzione francese.

La guerra breve e la caduta di Gheddafi ci permetterebbero di condividere, dal nostro strapuntino, un sia pur transitorio e ingannevole sentimento di successo. Potremmo rivendicare di aver contribuito alla caduta di un odioso dittatore. Cercando di rimuovere l’umiliante immagine del capo del nostro governo chino al bacio del suo anello. E ci illuderemo per un attimo che gli alleati vorranno premiare la nostra relativa fedeltà, ad esempio proteggendo il primato dell’Eni nella nostra ex colonia e contribuendo al contenimento dei flussi migratori via Canale di Sicilia. Salvo poi accorgerci che così non sarà.

Nulla di nuovo sul fronte italiano, dunque. Il mistero è semmai perché Obama stia facendo l’italiano, sia pure in salsa americana. Impegnandosi solo di tre quarti in una partita in cui rischia di giocarsi la faccia tutta intera. Il presidente americano ha a lungo esitato, come suo costume, salvo infine accodarsi all’iniziativa di Sarkozy e del suo «brillante secondo» – ormai terzo – britannico.

Ciò dopo che i suoi ministri e generali avevano spiegato urbi et orbi che la no-fly-zone significava guerra e che la Libia non valeva le ossa di un marine americano. E tuttavia Obama ha deciso di partecipare all’attacco, battezzandolo «operazione militare limitata». Ed esitando a riconoscere il governo di Bengasi, forse anche perché memore che da quella città e da Derna è affluita buona parte dei jihadisti arabi infiltrati via Siria in Iraq per combattervi le truppe americane.

A decidere Obama
ha molto contribuito la copertura inizialmente offerta dalla Lega Araba. Utile a spuntare l’arma della propaganda gheddafiana, volta a eccitare gli animi arabi e islamici contro i «colonialisti», anzi i «crociati» occidentali. Ora il velo arabo sta cadendo. Gli autocrati che avevano legittimato la guerra per la libertà proclamata da Parigi siedono su troni troppo fragili per inneggiare a una guerra di fatto semi-occidentale, in quanto concepita dalla Francia e supportata da Usa, Italia, Canada ed europei sparsi.

Se lo Stellone non ci salverà – magari sotto specie di pilotata conversione di alcune tribù rimaste fedeli al dittatore – dovremo prepararci a un conflitto molto impegnativo. Alla peggio, assisteremo all’invasione franco-anglo-americana della Libia per terminare una partita che dall’aria non si può chiudere. Singolare nemesi, a cento anni esatti da quando i vapori della Regia Marina sbarcarono il corpo d’armata del generale Caneva a Tripoli «bel suol d’amore».

di Lucio Caracciolo – La Repubblica

26 ottobre 2010

Francia, la riforma delle pensioni

Il testo ha raggiunto la formulazione definitiva, voto blindato sull’intero pacchetto, poche agevolazioni e un massiccio recupero di fondi

Diminuiscono in Francia le agitazioni per la riforma delle pensioni. Oggi, dopo il voto al Senato, il presidente dei parlamentari socialisti, Jean-Marc Ayrault, ha presentato ricorso al Consiglio costituzionale e domani il testo, corredato dagli emendamenti della commissione paritetica mista (Cmp), passerà al voto dell’Assemblea nazionale.
Ma in cosa consiste esattamente la riforma?

La riforma Sarkozy-Soubie-Woerth, dal nome dei tre ideatori, il presidente francese, il suo consigliere sociale Raymond Soubie e il ministro del lavoro Eric Woerth,  porta l’età pensionabile dai 60 anni attuali, come era stato stabilito nel 1983, ai 62 anni, in maniera progressiva: dall’entrata in vigore della riforma si avrà un incremento dell’età minima per andare in pensione di quattro mesi per anno, fino a colmare la distanza. In concreto le persone nate il trenta giugno 1961 saranno le ultime ad andare in pensione a 60 anni.

Per quanto riguarda il settore pubblico ci sarà un aumento notevole della contribuzione, dall’attuale 7,85 al 10,55 percento, che è il livello contributivo vigente nel settore privato. L’allineamento avverrà nel 2020, mentre sarà abolita la possibilità di pensionamento anticipato per le madri di tre figli a partire dal 2012. Con queste misure il governo francese prevede di recuperare 4.9 miliardi di euro l’anno a partire dal 2020.

Al momento esistono alcune categorie speciali di funzionari pubblici per le quali è previsto il pensionamento anticipato. Questi sono ad esempio i poliziotti, i controllori del traffico aereo e le guardie carcerarie: per loro, la cui età pensionabile era fissata a 50 anni, è previsto un incremento di due anni. Stessa cosa per i pompieri, la polizia municipale e i doganieri, per i quali il precedente limite era a 55 anni.
Alcuni, come i dipendenti delle ferrovie, la Sncf, e delle metropolitane di Parigi, la Ratp, hanno ottenuto di rinviare la riforma fino alla piena entrata in vigore del loro nuovo statuto.
Verrà, in ogni caso, prolungato il dispositivo ‘carriere lunghe’ che permette a chi ha cominciato a lavorare a 14, 15, 16 o 17 anni, di andare in pensione tra i 58 e i 60. Mentre chi svolge i lavori più usuranti mantiene il diritto di andare in pensione a 60 anni, per il meccanismo di ‘riconoscimento della fatica’.
Tuttavia grazie a una serie di misure decise a fine 2008, con cui l’esecutivo tendeva a favorire il mantenimento dell’impiego per i più anziani, tutti questi limiti sono da considerare solo come limiti inferiori. Chi vuole continuare a lavorare, per aumentare la propria pensione, può farlo. Le aziende non possono pensionare i propri dipendenti senza il loro accordo prima dei 70 anni, 65 nel settore pubblico.

Tra gli emendamenti entrati nel testo c’è la norma che consente alle infermiere ospedaliere in attività di conservare il diritto ad andare in pensione a 55 anni, ma con la griglia pensionistica invariata, oppure a rimanere fino a 60 e usufruire di un regime pensionistico migliore. Per le nuove infermiere invece il limite verrà alzato a 62 anni, come per tutti gli altri.

C’è poi la questione che riguarda le madri e i padri con almeno tre figli: se nei tre anni successivi alla nascita di almeno uno dei tre figli hanno smesso di lavorare per almeno un anno, è previsto che all’età di 65 anni possano accedere alla pensione piena, senza decurtazioni. Si stima che le madri in questa condizione siano almeno 130mila e il provvedimento include i nati fino al 1955 incluso. A partire da quell’anno la prerogativa verrà mantenuta, ma per accedere alla pensione si dovranno aspettare i 67 anni.

Per finanziare il nuovo regime pensionistico sono previsti diversi rialzi d’imposta, fino a un totale di 3,7 miliardi di euro. La fascia più alta dell’imposta sul reddito sale dal 40 al 41 percento e sempre di un punto percentuale sale il prelevamento sui guadagni e sui plusvalori mobiliari e immobiliari. Tutti i rialzi in esame sono esenti dallo scudo fiscale, mentre la tassazione delle stock options verrà aumentata notevolmente. Inoltre viene soppresso del 50 percento il credito d’imposta sui guadagni.

Nel settore delle pensioni integrative il passaggio dai 60 ai 62 anni porterà un beneficio economico ai soggetti privati che operano nel comparto: un surplus in entrata dovuto ai due anni di lavoro in più. A questo punto i fondi che gestiscono la previdenza integrativa dovranno decidere se aumentare la quota delle pensioni o abbassare la contribuzione.

Un’ulteriore conseguenza dell’elevazione dell’età pensionabile a carico delle imprese è nella gestione delle risorse umane: carriere più lunghe e pianificazione per i dipendenti senior.
Rischiano così di essere penalizzate le aziende in cui al momento sono più consistenti gli esuberi, e quelle con un’età media dei dipendenti più elevata. Il comparto dell’automobile, ad esempio, soddisfa entrambe queste condizioni.

Con il deficit dello Stato francese che si attesta in decine di miliardi di euro, il governo spera, con questa riforma e non senza sforzo, di riportare i conti in equilibrio, ammesso che ripresa economica e occupazione non vadano peggio del previsto. In ogni caso, pur nella migliore delle ipotesi, il raggiungimento dell’equilibrio non è garantito prima del 2021, stando ai conti del ministro del Lavoro.

di Alessandro Micci PeaceReporter.net

20 ottobre 2010

La formidable réussite scolaire des enfants d’Asiatiques

Une étude de l’Ined montre également que les filles d’immigrés obtiennent de meilleures performances que leurs frères.

Dis-moi qui sont tes parents, je prédirai ton destin, semble dire l’enquête Trajectoire et Origines (TEO), qui s’appuie sur un large échantillon d’immigrés et d’enfants d’immigrés. Les statistiques présentées ce mardi par l’Ined sont implacables. Les enfants d’Asiatiques connaissent une éclatante réussite scolaire. La moitié des femmes descendantes d’Asiatiques (entre 18 et 50 ans) sont diplômées du supérieur contre 37% pour l’ensemble des Françaises. Les hommes survolent également les classements, avec près de 47% de diplômés du supérieur.

Aux États-Unis, les chercheurs analysent les performances des Sino-Américains depuis des années. La culture d’origine, la valorisation de la réussite, notamment financière, ou encore la calligraphie semblent contribuer à leur rayonnement, selon Peter Kwong, professeur à l’université de Hunter, à New York. En France, les démographes se penchent tout juste sur la réussite des enfants de Vietnamiens, Laotiens, Cambodgiens, de Chinois… Ils semblent échapper au déclassement souvent subi par leurs parents.

 

Car la migration a son cycle, observé dans tous les pays: la première génération peine à valoriser ses diplômes, perd en statut social. Les enfants rattrapent la société d’accueil. La troisième génération émerge vraiment.

Si les descendants d’Asiatiques brûlent les étapes, le sort des enfants de Maghrébins, d’Africains ou de Turcs est plus contrasté. Les femmes s’en sortent bien. L’enquête Trajectoire et Origines (TEO) confirme ce que l’on pressentait.

Les filles de Maghrébines et d’Africaines inversent «les rapports de genre dans l’accès aux niveaux d’instruction les plus élevés», affirment les chercheurs de l’Ined qui conduisent cette enquête depuis deux ans. «Plus surveillées, plus encouragées peut-être, elles misent clairement sur l’école et bénéficient aussi de l’indulgence des professeurs», avance Cris Beauchemin. Un tiers des filles d’origine africaine obtiennent un diplôme du supérieur, comme les autres Françaises. Elles trouvent ensuite plus facilement du travail que leurs frères, avec des salaires comparables à ceux de la population majoritaire.

Dans cette percée féminine, les descendantes d’Algériens semblent en retrait. Tandis que les filles de Turcs font l’exception: elles sont rarement diplômées et se trouvent pratiquement absentes du marché du travail. «Le poids de la famille et des interdits pèse. Les allées et venues sont surveillées», souligne Gaye Petek, spécialiste de la communauté turque.

Quelle que soit leur origine, le sort des garçons s’avère cruel. Ils ont beau rêver de diplômes prestigieux, s’investir plus que leurs voisins de quartier pour gagner l’université, ils connaissent l’amertume des promesses non tenues. Souvent fils d’ouvriers, ils sont pénalisés dans le système scolaire et massivement orientés vers des voies d’apprentissage. À milieu social équivalent, ils sont plus nombreux à poursuivre leurs études. Mais le diplôme supérieur en main, ils se trouvent deux fois plus au chômage que les autres Français. Lorsqu’ils sont embauchés, ils sont sous-payés, affirme l’étude. Ces discriminations s’estompent en partie, lorsque l’on compare à poste égal, à secteur égal… «Mais un fils d’Africain sera payé 10% de moins, toute chose égale par ailleurs, qu’un enfant de Français venu du même quartier», souligne Cris Beauchemin.

«Fuite des cerveaux»

L’enquête TEO révèle aussi le nouveau profil des immigrés. Parmi les vagues d’immigration arrivées avant 1974, 11% des hommes avaient un diplôme du supérieur. Désormais, ils sont 29%. Les Africains sont particulièrement lettrés. «La fuite des cerveaux existe. Ils sont chez nous», assure Cris Beauchemin, pressé de faire évoluer le regard sur ces immigrés. Sans insister, l’enquête montre des employeurs souvent plus ouverts à ces nouveaux venus qu’aux enfants d’immigrés.

Par Cécilia Gabizon – Le Figaro

Pour les chercheurs, la culture d'origine, la valorisation de la réussite, ou encore la calligraphie semblent contribuer au succès des enfants d'Asiatiques. (Crédits photo: Patrick Bernard/AFP)

20 ottobre 2010

French Strikes Escalate as Sarkozy Remains Defiant

France’s escalating conflict over pension reform entered money time on Tuesday, as opponents of the measure staged the sixth wave of demonstrations in as many weeks. But even as officials of President Nicolas Sarkozy’s conservative government claimed the protests were weakening, violent clashes between police and students suggested that elements of the movement appear to be radicalizing. With the contested bill slated for final legislative passage by the end of the week — and unions set to meet on Wednesday to decide what steps they’ll take next — it remained unclear whether opposition to the widely unpopular reform would ratchet up for a seventh straight week or begin to peter out, as Sarkozy and his backers hope.

Demonstrators staged nearly 270 marches across France on Tuesday, coinciding with strikes that forced the cancellation of 30% to 50% of flights at Paris-area airports, cut rail traffic to roughly 50% of normal levels and disrupted commuter and municipal transport in major French cities, from Toulouse to Lille by way of Lyon. As corteges set off in French cities in the early afternoon, union officials estimated that nearly 3 million people had joined nationwide marches on Oct. 12 and 16. Prime Minister François Fillon countered this by saying falling numbers of protesters were proof that the movement was “starting to fade.” He also demonstrated the defiant attitude he and Sarkozy share by refusing to negotiate changes to their reform bill and denying union claims of big turnouts to its protests. “It never achieved significant progress, [and] it never drew more than a million people to the streets,” Fillon told conservative parliamentarians. “However, it is radicalizing.” (See pictures of the French protests turning violent.)

That’s something everyone in the dispute agrees on. Earlier in the day, high school students who last week threw their support behind the anti-reform movement engaged in violent clashes with riot police in many French cities and continued that activity later on the margins of union-led marches. The potential for violence increased elsewhere, as Fillon and other government leaders pledged to send in police to force the reopening of all 12 of France’s oil refineries, which have been blockaded by workers for nearly two weeks. Yet the government may well be hesitant to risk sparking a violent reaction by refinery workers — thereby fueling the discontent and further radicalizing the protest movement.

Up until now, the government has mixed its demands that the blockades be lifted with assurances that French gasoline reserves are sufficient to ride out action by refinery employees. But on Tuesday, officials acknowledged that a third of the nation’s 12,500 service stations were dry. That followed a request by French aviation authorities that incoming flights to France carry enough fuel for their return without a refill in anticipation of the shortage worsening. As gas became more scarce, meanwhile, prices increased by up to 50% at service stations that still had supplies.

How’s that playing with the French public? Polls earlier this week showed that 71% of people back the protests against the reform — a slightly higher number compared with earlier surveys that showed over 65% of respondents describing the measures as “unfair.” The package calls for raising the minimum retirement age from 60 to 62 years, and the age to qualify for a full pension from 65 to 67. It similarly increases the total time people must work paying into the scheme from 40.5 to 41.5 years — all in an effort to erase the pension-fund deficits of $13 billion, which are set to bulge to $123 billion by 2050.

Given those numbers, no one contests the need to reform the system, though a rival Socialist proposal calls for financing it through new taxes on capital gains, profits and bonuses in the financial sector. Unions, meanwhile, are calling on Sarkozy to pull back the bill long enough to engage in what they say are earnest, open negotiations to find an effective, mutually acceptable compromise.

Thus far, Sarkozy has flatly refused to do so, knowing that conservatives command the legislative majorities needed to pass the bill. He’s also betting that strike fatigue, and 10 days of school vacations starting Oct. 29, will deprive the protest movement of both people and support. “The reform is essential, and France is committed to it and will go ahead with it,” Sarkozy pledged during a summit with German and Russian leaders in Deauville, saying the weakness of previous governments to see through contested pension revision now make his cure “urgent.” That’s doubtless true. But given public opposition to it — and Sarkozy’s anemic approval rating of just 26% — he runs the risk that voters will punish him for his resolve during presidential elections in just 18 months’ time.

by Bruce Crumley – TIME


19 ottobre 2010

La guerra delle pensioni lascia a piedi la Francia

Ieri guerriglia urbana e distributori senza benzina, oggi stop agli aerei.

l bollettino di guerra sul fronte francese ieri registrava punti di crisi sempre più numerosi. La situazione più delicata rimaneva quella dei rifornimenti di gasolio e benzina. Le stazioni di servizio a secco erano circa 1500 su 12mila, malgrado la “cellula di crisi interministeriale” creata nel corso di una riunione del governo convocata a metà giornata.

DUE SONO LE CAUSE della penuria energetica: il blocco a singhiozzo delle dodici raffinerie del Paese e la paura degli automobilisti di rimanere senza carburante, con conseguenti code e svuotamento rapido dei distributori. A questo si è aggiunta la mobilitazione dei camionisti, che ieri hanno condotto una serie di puntuali operazioni “tartaruga” creando ingorghi e lunghe file alle porte delle principali città, a cominciare dalla capitale. Sempre sul fronte dei trasporti   , la giornata di oggi sarà tra le più difficili in sei settimane di azioni di protesta. Il 50 per cento dei voli dall’aeroporto di Orly e almeno il 30 per cento di quelli da Roissy sarà cancellato. Per quanto riguarda il traffico ferroviario, si prevede, grossomodo, la circolazione di un treno su due. Oggi inoltre sarà giornata di cortei e manifestazioni: il movimento sindacale tenta di mettere la pressione al massimo alla vigilia del voto del Senato che giovedì sera dovrebbe approvare la riforma delle pensioni. La situazione   più allarmante la sta vivendo Marsiglia. Il porto è bloccato da settimane, e buona parte delle navi in arrivo viene ormai dirottata su altri scali. La rada è strapiena di navi in attesa, non c’è più posto per nuovi arrivi. Nello stesso tempo uno sciopero della nettezza urbana ha messo in ginocchio la città. La Canebière, la strada principale che porta al Vieux Port, deborda di rifiuti che gli abitanti esasperati ormai danno alle fiamme. I turisti sono fuggiti da giorni, il sindaco denuncia inutilmente “l’immagine disastrosa” che la città offre di sé, ma tutte le pubbliche autorità appaiono impotenti davanti alla paralisi di servizi essenziali come quelli portuali o municipali.    Un po’ dappertutto comincia inoltre a diventare preoccupante la situazione dell’ordine pubblico. Ieri mattina a Nanterre, alle porte di Parigi, l’occupazione di un liceo si è trasformata in guerriglia urbana dopo l’arrivo di circa duecento “casseurs” dai quartieri più difficili. Hanno ingaggiato una   battaglia con i gendarmi, distruggendo l’arredo urbano e incendiando una decina di automobili. La polizia, a sua volta, ha risposto sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni tra il fuggi fuggi generale, donne e bambini compresi, in una delle periferie più popolate. Episodi simili sono accaduti a Lione, Lilla, Clermont Ferrand: in tutto sono state fermate 196 persone, quasi tutti giovani.

COME PREVISTO man mano che si avvicina l’approvazione della riforma il conflitto si radicalizza. Ognuno rimane sulle sue posizioni. Il governo, come ha ripetuto ieri Nicolas Sarkozy, non cederà di un millimetro. I sindacati, da parte loro, sembrano decisi a tenere almeno fino a giovedì, giorno del voto, poi si vedrà. Il partito socialista ha chiesto la sospensione del dibattito parlamentare e il ritiro puro e semplice del progetto di legge, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni. L’opinione pubblica, come suo costume   , vede con favore, in misura del 70 per cento, la mobilitazione in corso. Ma una percentuale ancora maggiore, circa l’80 per cento, è consapevole della necessità di metter mano all’attuale sistema pensionistico. Il difetto di Sarkozy e del suo governo è stato di voler forzare le tappe, respingendo quasi tutti gli emendamenti proposti, senza alcuna concertazione   preventiva con le parti sociali. L’irrigidimento dei sindacati ne è stata la logica conseguenza, come l’allineamento della sinistra sulle loro posizioni. Il passo successivo potrebbe essere la proclamazione di uno sciopero generale, ma a quel punto sarebbe come chiedere le dimissioni del governo. E su questo i sindacati sono ancora divisi.

di Gianni Marsilli IFQ

Uno dei cortei contro la riforma delle pensioni ( FOTO ANSA)

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