Archive for ottobre, 2007

31 ottobre 2007

Indonesia. Dighe contro i predatori della foresta

Roma, Italia — Da oggi in Indonesia più di 30 volontari di Greenpeace sono a lavoro per impedire la distruzione illegale delle foreste torbiere. Stanno costruendo dighe che, bloccando le operazioni di drenaggio, fermeranno il prosciugamento delle torbiere e il rilascio nell’atmosfera di CO2. A causa di compagnie come la PT Duta Palma le foreste indonesiane stanno scomparendo per far posto alle palme da olio.

Questa volta la costruzione delle dighe – grazie all’aiuto delle popolazioni locali – impedirà alla PT Duta Palma di bruciare illegalmente una delle più importanti foreste del mondo. Secondo le ricerche condotte da Greenpeace presso il campo di resistenza forestale di Riau, vicino alle piantagioni di palma da olio, la PT Duta Palma e altre società collegate stanno agendo illegalmente. Queste compagnie violano apertamente le leggi indonesiane per la gestione forestale e un decreto presidenziale, concepiti proprio a protezione di questo prezioso ecosistema.

La stazione forestale di Riau ha dimostrato come la distruzione delle foreste contribuisca pesantemente al riscaldamento del pianeta. La deforestazione incide per un quinto sull’emissione totale dei gas serra. Nella sola Indonesia si stima che tra il 1997 e il 2006 – a causa degli incendi delle foreste torbiere – ogni anno siano stati emessi in atmosfera quantitativi di CO2 pari a 1.400 milioni di tonnellate. A cui bisogna aggiungere 600 milioni di tonnellate emesse a causa della decomposizione delle torbiere che vengono drenate.

Il drenaggio e gli incendi delle torbiere hanno reso l’Indonesia il terzo maggiore emettitore di gas serra nel mondo. Dopo Cina e Stati Uniti.

L’Indonesia accoglierà a Bali – dal 3 al 14 dicembre – il secondo round delle negoziazioni del Protocollo di Kyoto. Greenpeace chiede che fermare la deforestazione venga formalmente inclusa tra gli obiettivi del mandato del Protocollo. Inoltre il governo indonesiano deve impegnarsi immediatamente per l’introduzione di una moratoria sul taglio distruttivo delle torbiere e per assicurare l’implementazione di un efficace piano di gestione forestale contro gli incendi.

Solo proteggendo quel che resta delle foreste del pianeta sarà possibile combattere il cambiamento climatico. Prevenire la perdita di biodiversità. Garantire i diritti di milioni di persone.

Per saperne di più:

http://www.greenpeace.org/italy/news/dighe-indonesia

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23 ottobre 2007

Shock Economy

Che cosa hanno in comune l’Iraq dopo l’invasione americana, lo Sri Lanka post-tsunami, New Orleans dopo l’uragano Katrina, le dottrine liberiste della Scuola di Chicago e alcuni esperimenti a base di elettroshock finanziati dalla Cia negli anni Cinquanta? L’idea che sia utile fare tabula rasa per costruire da zero una mente, un tessuto sociale, un’utopia: quella del fondamentalismo capitalista del libero mercato. Il nuovo, attesissimo libro di Naomi Klein – l’autrice di "No logo", che il "New York Times" ha definito "la bibbia di un movimento" e si è dimostrato uno dei testi più influenti degli ultimi anni – smonta il mito del trionfo pacifico e democratico dell’economia di mercato. Solo uno shock – provocato da un cataclisma naturale o dalla violenza intenzionale della guerra, del terrorismo, della tortura può trasformare il "politicamente impossibile" in "politicamente inevitabile". Sono parole del guru dell’ultraliberismo, Milton Friedman, che i suoi zelanti discepoli hanno messo in pratica con sconcertante abilità. Così, il trauma dell’11 settembre ha permesso a Bush di appaltare ad aziende private la sicurezza interna e la guerra all’estero; la ricostruzione dopo l’uragano ha cancellato in un attimo le case popolari e le scuole pubbliche di New Orleans; l’onda dello tsunami ha allontanato dalle coste centinaia di migliaia di pescatori, liberando le spiagge per nuovi villaggi turistici. "Shock Economy" è un agghiacciante e argomentato atto d’accusa contro un capitalismo di conquista che sfrutta cinicamente i disastri (a vantaggio di pochi) e ne produce in proprio di ancora peggiori. Come dimostra la tragedia irachena.

Per saperne di più:

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/_minisiti/klein/index.html

http://www.globalproject.info/art-13551.html

http://www.bol.it/libri/scheda/ea978881701718.html;jsessionid=095C0E2EF398D323B714FC16766EA3C1

Klein

22 ottobre 2007

La giustizia

Una voce originale e profonda, nell’ambito della cultura dell’età dei sofisti, è quella di Antifonte. Della sua vita non sappiamo quasi nulla: nacque ad Atene e la sua attività si svolse nella seconda metà del V secolo. Anche Antifonte si interessò di studi naturalistici e di geometria: abbiamo notizia di un suo metodo per la quadratura del cerchio, basato sull’applicazione del principio della divisione all’ infinito. Ma la parte piú originale delle sue dottrine è costituita dalle sue riflessioni sulla giustizia. Se la giustizia consiste semplicemente nel non trasgredire le leggi dello stato, queste leggi si rivelano però come un qualcosa che regola sí le azioni degli uomini, ma non fa presa sulla loro coscienza, tant’è vero che, appena possono, gli uomini non le seguono piú e si affidano ad un’altra norma, quella naturale. E questo avviene perché le norme di legge sono stabilite, convenzionali, quelle di natura sono necessarie: trasgredire in segreto le leggi umane non comporta biasimo e pena, trasgredire – anche se nessuno se ne accorge – le norme poste in noi da natura comporta sempre un male. In altre parole, le norme della natura portano in se stesse una sanzione necessaria, quelle della legge no.

Giustizia dunque è il non trasgredire le leggi della città di cui uno si trovi ad essere cittadino. Perciò ognuno applicherà la giustizia nel modo a sé più utile, se dinanzi a testimoni avrà in gran pregio le leggi, ma, mancando testimoni, applicherà piuttosto le norme di natura. Poiché le norme della legge sono concordate e non native, quelle di natura native e non concordate. Se perciò uno trasgredisce le norme della legge di nascosto a coloro che le concordarono, è immune da biasimo e da pena, se le trasgredisce non di nascosto, non è più immune. Se uno invece fa violenza oltre Il possibile alle norme della natura, anche se nessun uomo se ne accorga non minore è il male; e se pure tutti lo vengano a sapere, non è maggiore si sconvolge infatti non una opinione ma una verità. (DK 87 B 44)

Quello che qui Antifonte denuncia è il formalismo delle leggi umane, è l’adagiarsi dell’uomo in una routine che con il suo meccanismo sempre piú complesso e artificioso lo allontana sempre di piú dalle condizioni naturali della sua esistenza. Per natura infatti gli uomini sono tutti uguali:

Noi rispettiamo e onoriamo chi è di nobile origine, ma quelli che non lo sono né li rispettiamo né li onoriamo. In ciò ci comportiamo come barbari gli uni verso gli altri poiché per natura siamo tutti assolutamente uguali, sia barbari che greci. Questo si può vedere dalle necessità naturali di tutti gli uomini: nessuno di noi può essere definito né barbaro né greco. Tutti infatti respiriamo l’aria con la bocca e con le narici, e… (DK 87 B 44)

Il compito della storia degli uomini è quindi quello di ritornare alla naturalità della loro organizzazione egualitaria. In questa prospettiva la giustizia assume una funzione puramente negativa (impedire i mali che potrebbero derivare dall’anarchia:

Non c’è nulla di piú dannoso per gli uomini che l’anarchia), (DK 87 B 61)

e quindi del tutto provvisoria. Le leggi dunque in tanto hanno valore in quanto preparano alla vita umana: sono un momento necessario, ma solo il primo, per giungere ad una vera convivenza umana le cui norme e la cui organizzazione siano pienamente adeguate alle naturali esigenze di eguaglianza degli uomini. Il fine è, dunque, questa concordia del genere umano:

La concordia, come vuole indicare lo stesso termine, riunisce in se stessa i significati di raccoglimento e comunione e unità in uno stesso pensiero, estendendoli poi alle città e alle case e alle riunioni pubbliche e private e a tutti i tipi di natura e parentele anch’esse pubbliche e private. (DK 87 B 44a)

Anche per Antifonte dunque la natura umana, la libertà e l’uguaglianza degli uomini non sono qualcosa di dato, ma il risultato di una conquista, di uno sforzo dell’uomo di costruire la propria umanità in armonia col mondo naturale nel quale egli stesso vive. il questo il più nobile compito che l’uomo possa proporsi, ma è anche un compito difficile, perché comporta la vittoria dell’uomo sulle proprie passioni, cioè sugli aspetti più individuali che impediscono la realizzazione di quella naturale eguaglianza degli uomini, che è limitazione e comprensione delle varie nature individuali:

La saggezza di un uomo non in altro bisogna vederla, a giudicare rettamente, che nel saper frenare l’impulso improvviso del proprio animo, dominandosi e riuscendo a vincere se stesso. Colui che invece vuole soddisfare l’impulso improvviso, vuole il peggio invece del meglio. (DK 87 B 58)

Ecco perché il vero saggio non è colui che se ne sta chiuso in se stesso e vince le passioni semplicemente perché non le conosce:

Colui che non ha mai desiderato né avvicinato le cose turpi o le malvagie, non è saggio: non dominando nulla infatti non può mostrare il proprio dominio su se stesso. (DK 87 B 59)

Il dominio di sé è una vittoria, e la vittoria implica una battaglia. Indispensabile quindi, per l’uomo, fondarsi sulla mente, sulla ragione, su ciò che lo unisce agli altri uomini e non su ciò che lo separa da essi:

In tutti gli uomini è la mente che guida il corpo verso la salute e la malattia ed ogni altra cosa. (DK 87 B 2)

La cosa principale per l’uomo, io credo, è l’educazione. (DK 87 B 60)

Realizzare la vita umana sulla base di questa comunanza della ragione è dunque il compito fondamentale che non può attendere, poiché

La vita assomiglia ad un’effimera vigilia, la lunghezza della vita alla durata d’un sol glomo, in cui noi guardiamo alla luce per fare subito posto agli altri che ci seguono.
(DK 87 B 50)

Né vale fantasticare di altre vite, dopo di questa, come vogliono i miti di tutte le religioni:

Ci sono uomini che non vivono la vita presente, ma si preparano con grande cura a vivere un’altra vita e non quella presente; e intanto il tempo perduto fugge via da loro per sempre. (DK 87 B 53a)

Badino dunque gli uomini a saper ben utilizzare la propria vita, ché ogni pentimento, ogni rammarico, ogni rimorso, non può cancellare ciò che è stato e non può far essere ciò che non è stato

Non è possibile ricollocare la vita come una pedina. (DK 87 B 52)

La vita non è uno scherzo od un gioco e l’uomo deve viverla seriamente, con la chiara coscienza dei propri limiti.

Con Antifonte si conclude cosí degnamente il naturalismo umanistico della filosofia dei presocratici. Natura e uomo non sono enti staticamente contrapposti: l’uomo, parte integrante di quel processo dinamico che è la natura, ne emerge fornito di certe caratteristiche – la sua politicità, la sua socialità, la sua razionalità – che gli consentono di avviare quel processo di costruzione della propria natura che è tipico soltanto della specie umana. L’attività umana si radica cosí nel processo naturale: la capacità dell’uomo di agire e di porsi degli scopi è il momento più alto delle trasformazioni e del divenire che sono propri del dinamismo della natura. In questo quadro, la formazione di una società umana, di una società senza servi né padroni, è il compito piú alto ed il fine piú nobile della storia dell’uomo.

Per saperne di più: http://www.filosofia.unina.it/

                    http://www.filosofia.unina.it/sdf/ant/Iindice.htm

                    http://www.swif.uniba.it/lei/scuola/carelli/sofisti.htm

                    http://bfp.sp.unipi.it/bibmori/rif20.htm

La_Giustizia

 

 

16 ottobre 2007

Le banche e i suoi derivati

IL BANCO VINCE SEMPRE

Gli Enti pubblici hanno sempre bisogno di soldi e li trovano facendo mutui e obbligazioni. Poi si fanno sistemare i debiti dalle banche che si inventano operazioni di finanza strutturata. E così si spostano i debiti in là nel tempo e il pacco se lo ritroveranno le giunte future. Questi scherzetti poi costano cari: le banche hanno un debole per le Regioni, le Province e i Comuni, perché di solito non capiscono i rischi che corrono e non si accorgono dei costi impliciti nelle operazioni “swap”. Gli “swap” fanno parte della famiglia dei derivati (la stessa dei derivati emessi sui mutui subprime che hanno messo in crisi le borse di mezzo mondo) e si chiamano così perché derivano il loro valore da variabili esterne.
Sono strumenti complessi e rischiosi, dove chi ne sa di più lucra profitti abnormi, e chi ne sa di meno perde tutto. Pare che in Italia non si possa vivere senza i derivati perché non hanno lasciato fuori nessuno, dalla grande Regione al piccolo Comune di montagna, dalla lavanderia, al policlinico, all’istituto delle suore. Sono almeno 30 mila le imprese private coinvolte, e 900 gli enti pubblici che ci stanno rimettendo centinaia di milioni. Siccome però nel caso degli enti pubblici passano per perdite potenziali, non vengono scritte da nessuna parte, e rimangono debiti fantasma. Per esempio all’azienda dell’Acquedotto Pugliese, di proprietà della Regione, le banche hanno fatto assumere un rischio così elevato che i cittadini pugliesi rischiano un domani di restare senza i soldi per riparare le tubature.

di Stefania Rimini

Per saperne di più:

http://www.report.rai.it/R2_HPprogramma/0,,243,00.html 

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/10/enti-locali-paura-derivati.shtml?uuid=0c2f1222-7bb4-11dc-af1b-00000e25108c&DocRulesView=Libero 

http://www.consob.it/main/trasversale/risparmiatori/investor/prodotti_derivati/index.html

http://www.borsanalisi.com/derivati.shtml

 

tower

 

8 ottobre 2007

Sempre più in alto.

 

Non sarà più la Mole antonelliana il simbolo di Torino, ma un grattacielo a Porta Susa, emblema dell’intreccio tra rendite immobiliari e finanziarie. Da Nuova società, ottobre 2007. 

E’ in arrivo a Palazzo Civico di Torino la controversa votazione di una cosiddetta “Variante Parziale per l’ambito di Porta Susa” che sfonda anche la soglia di 150 metri di altezza a cui si era arrivati l’anno scorso e che scomputa i vani scala ed ascensori dal computo della slp (superficie lorda di pavimento). L’ulteriore sopraelevazione della progettata torre non è dovuto alla fusione con Banca Intesa, e neanche dalla volontà di surclassare in altezza la Mole (questa è una conseguenza) . Dicono che è per fare atri veramente alti al pianterreno e per realizzare solai e giardini d’inverno in cima.

In pratica, per venire incontro alle esigenze immobiliari del San Paolo da un lato si aumenta in altezza il volume, dall’altro si fa una specie di sconto contabile per evitare che la Banca paghi alla città tutto quello che dovrebbe, in termini di oneri di urbanizzazione di cessione di aree a standard. Qui viene subito fuori la problematicità di un edificio tanto alto. La stessa delibera di variante parziale dichiara nel testo che “Il numero di scale e di ascensori da realizzarsi per esigenze di sicurezza incide, inoltre, notevolmente sullo sviluppo della superficie effettivamente utilizzabile…..

Tali situazioni determinano un’incidenza dei sistemi connettivi orizzontali e verticali che può raggiungere valori che vanno dal 25% al 30% della superficie coperta di ciascun piano.” Argomenti che non hanno convinto i consigli di circoscrizione adiacenti, determinando una prima grana politica. La zona 3 ha votato contro, dichiarando che non sono previsti parcheggi sufficienti e non si vede dove potrebbero farli. Nel consiglio di circoscrizione del Centro Storico il parere favorevole che la giunta aveva dato è stato affondato dalla convergenza dei no della opposizione di centro destra e quelli di quasi metà del centro sinistra, compresi – oltre all’ ala sinistra – tre esponenti del nascente Pd e uno dell’ Italia dei Valori. Si sono dichiarati perplessi, han detto – e in particolare lo ha detto il verde Cossa – che di fronte al vantaggio evidente per il San Paolo, non si vede quale sia i vantaggio per la città.

Il parere più motivato contro il progetto è venuto dalla circoscrizione 4 San Donato. Il consigliere Ferdinando Cartella ha anche scritto che “Ciò avviene senza tenere conto che la Torre in progetto all’incrocio con corso Vittorio si pone sul cono visivo diretto verso la collina, salvaguardato da vincolo ambientale ex lege 1497/1939 , e al limite del centro “aulico” (per non dimenticare il dialogo con la Mole) dimenticando che la variabilità della sua altezza non sarà indifferente . Ciò avviene dopo che si è rinviata a fase successiva l’ “Analisi di compatibilità ambientale” prevista espressamente dall’art 20 della legge regionale 40/1988 : non si può negare che questi interventi in oggetto non siano “sostanziali per l’assetto urbanistico della Città”.

I pareri delle circoscrizioni non sono vincolanti , ma indicano che non c’è proprio unanimità attorno a questo progetto, destinato a cambiare il volto di Torino ancora più del controverso parcheggio di Piazza San Carlo. In consiglio comunale i gruppi di sinistra sono molto perplessi. Se venisse fuori malcontento in città di fronte all’idea di avere ,- a due passi dal centro storico – un edificio ben più alto e massiccio della Mole, i consiglieri Sd, Verdi, Pdci e Rifondazione potrebbero far mancare i loro decisivi voti al grattacielo. Ma la polemica potrebbe travalicare i confini cittadini. Legambiente e Italia nostra sposano l’appello promosso da una ventina di professori e personalità torinesi (già apparso su questo giornale ) che chiede di rivedere tutta l’operazione, che potrebbe risultare più invasiva che decorativa del profilo della città, e an che negativa sul piano energetico. Ma persino l’architetto Cagnardi, padre del piano regolatore torinese. è scandalizzato dell’idea di mettere due mega torri a casaccio (San paolo e suo eventuale vicino) nel delicato profilo della città, dietro alla Mole e davanti alle Alpi. Ha scritto il giovane architetto Filippo Ferrarsi a nuovasocieta.it, che per i nuovi uffici del san Paolo sarebbe molto meglio utilizzare e recuperare un edificio già esistente e inutilizzato o più edifici , magari a Italia 61, o al Lingotto o nelle aree dismesse.

Tratto da: http://eddyburg.it/

Per saperne di più: fenjus.blogspot.com

                    http://cc.msnscache.com/cache.aspx?q=72197239412880&lang=it-

IT&w=5d7d74f1

                    http://www.torino-internazionale.org/Tool/GenericPressRelease/Single?id_press=1848&idp=2710

                    http://files.meetup.com/206829/grattacielo%20S.Paolo.pdf

 

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4 ottobre 2007

L’infelicità, il destino dell’uomo.

SCHOPENHAUER

Qual siasi soddisfacimento, o ciò che in genere suol chiamarsi felicità, è propriamente e sostanzialmente sempre negativo, e mai positivo. Non è una sensazione di gioia spontanea, e di per sé entrata in noi, ma sempre bisogna che sia l’appagamento d’un desiderio. Imperocché desiderio, ossia mancanza, è la condizione preliminare d’ogni piacere. Ma con l’appagamento cessa il desiderio, e quindi anche il piacere. Quindi l’appagamento o la gioia non può essere altro se non la liberazione da un dolore, da un bisogno: e con ciò s’intende non solo ogni vero, aperto soffrire, ma anche ogni desiderio, la cui importunità disturbi la nostra calma, e perfino la mortale noia, che a noi rende un peso l’esistenza. Ora, è difficilissimo raggiungere e menare a compimento alcunché: a ogni nostro proposito contrastano difficoltà e fatiche senza fine, e a ogni passo si accumulano gli ostacoli. Quando poi finalmente tutto è superato e raggiunto, nient’altro ci si può guadagnare, se non d’essere liberati da una sofferenza o da un desiderio: quindi ci si trova come prima del loro inizio, e non meglio. Direttamente dato è a noi sempre il solo bisogno, ossia il dolore. Invece l’appagamento e il piacere non li possiamo conoscere che mediatamente, per ricordar la passata sofferenza e privazione, venuta meno all’apparire di quelli. Da ciò proviene, che dei beni e vantaggi, che possediamo in effetti, non siamo affatto ben persuasi, né li apprezziamo, bensì ci sembra naturale l’averli; che essi ci letiziano solo indirettamente, con l’impedir sofferenze. Bisogna averli perduti, per sentirne il pregio: perché il bisogno, la privazione, il soffrire è la sensazione positiva, che si manifesta direttamente. Perciò anche ci rallegra il ricordo di angustia, malattia, bisogni superati, ché tal ricordo è l’unico mezzo per godere dei beni presenti.

Il mondo come volontà e rappresentazione, libro IV, § 58, Roma-Bari, Laterza, 1979, vol. II

Per saperne di più: http://digilander.libero.it/moses/schopenahuerbase.html

                    http://www.atuttascuola.it/tesine/2002/la_condizione_umana_in_leopardi3.htm

                    http://www.egs.edu/faculty/schirmacher/schirmacher-la-ragione-ascetica.html

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1 ottobre 2007

Oltre le mode contro i nuovi cattivi

VIOLANO I DIRITTI DELL’UOMO. Spesso, troppo spesso, anche quelli dei bambini e delle donne.
Inquinano, pagano salari da fame (meno di 33 centesimi di dollaro l’ora), applicano sanzioni corporali.
Oppure tolgono dal mercato farmaci salvavita per chi è affetto
dall’Aids. Sono le decine di aziende alle quali la redazione di Valori ha deciso di affibbiare il titolo di “nuovi cattivi”.

Non perché i vecchi, cioè tanto per capirsi le più conosciute Nike, Coca Cola, McDonald’s, Nestlé e annesse, siano diventate un paradiso della correttezza, trasparenza e responsabilità sociale.
 
Ma perché le campagne degli ultimi anni hanno costretto le corporation più esposte al rischio di perdere reputazione a cambiare.
In molti casi si è trattato di operazioni d’immagine, di tentativi più o meno maldestri di ripulirsi. Campioni in questo senso lo sono sicuramente le grandi compagnie petrolifere che con incredibili operazioni di green washing si sono trasformate in paladine del risparmio energetico e delle risorse rinnovabili: c’è persino chi è arrivato a cambiarsi nome come la britannica BP che da British Petroleum oggi si firma Beyond petroleum.
 
Ma nel panorama mondiale dei grandi marchi comunque qualcosa è cambiato. E in meglio. Oggi sappiamo quante aziende lavorano per la Nike, in quali paesi e con quali condizioni. In molti casi sono stati rescissi contratti con chi violava in modo più scoperto i minimi diritti umani. In altri il lavoro minorile è stato vietato, almeno sino ai sedici anni. Per continuare una battaglia senza confine per il rispetto della dignità umana, dei diritti sindacali, della giustizia sociale, dell’educazione e della salute bisogna informarsi sempre di più, analizzare e capire chi fa che cosa e perché. Quali sono i punti deboli sui quali è possibile impostare una campagna di informazione e delle iniziative di boicottaggio.
 
In questo numero di Valori trovate la lista di cinquanta aziende “cattive”. Sul nostro sito pubblicheremo a breve un piccolo profilo per ognuna e speriamo di riuscire a continuare la nostra battaglia che è principalmente la nostra missione editoriale: fare informazione, diffondere notizie, favorire il dibattito e il confronto, approfondire il più possibile le problematiche, far emergere le contraddizioni. Perché a volte è troppo semplice dire “chiudete quella fabbrica”: bisogna sapere quali sono le condizioni di quell’area, cosa pensano e domandano i cittadini, cioè le donne, i bambini e gli uomini che lì abitano oltreché lavorano.

Editoriale del numero di ottobre di Andrea Di Stefano http://www.valori.it

Linda De Nobili

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