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15 luglio 2012

Da Cl ai Legionari: gli affari delle lobby benedette

Le sigle cambiano (Cl, Opus Dei, Figli dell’Immacolata, Legionari di Cristo, Sigilli del Monte Tabor…), ma l’antifona è la stessa: a chi chiede conto di affari milionari e rapporti politici, rispondono che sono gruppi religiosi, esperienze ecclesiali, comunità di fede. Vero. Cl è una “fraternità”, cioè una associazione di laici cristiani fondata da don Luigi Giussani. L’Opus è una “prelatura personale della Chiesa cattolica che aiuta tutti i fedeli a cercare la santità nel loro lavoro”. I Figli dell’Immacolata Concezione sono una congregazione religiosa fondata nel-l’Ottocento da Luigi Maria Monti, un infermiere che andava in giro vestito da prete senza esserlo mai stato. I Legionari sono una congregazione nata in Messico per impulso di Marcial Maciel Degollado. I Sigilli di don Luigi Verzé sono un’associazione di cristiani che s’impegnano al celibato e “a dedicare l’intera vita per il compimento della missione dell’Opera” del fondatore.

Vita religiosa, “sequela di Cristo”, fedeltà alla Chiesa. Peccato che poi quelle sigle si ritrovino spesso in cronache che raccontano di affari molto terreni, di budget milionari, di scandali clamorosi. Le organizzazioni più grandi e transnazionali, come l’Opus Dei e, su scala più ridotta, Cl, ripetono da anni di essere movimenti ecclesiali, senza responsabilità alcuna per le opere, le imprese, le avventure finanziarie, le attività politiche (e gli eventuali reati) dei loro aderenti.    Appalti celesti    Certo risulta però difficile distinguere a occhio nudo, per esempio, Cl-movimento religioso da Cl-sistema di potere costruito attorno a Roberto Formigoni. Negli ospedali lombardi e nel sistema sanitario, ma anche nelle società a partecipazione regionale, la presenza di uomini di Cl è fortissima e l’appartenenza alla sua sfera d’influenza, magari attraverso l’adesione alla Compagnia delle Opere, diventa essenziale per non essere esclusi dagli affari, dagli appalti pubblici, dalle carriere di rilievo. Difficile anche distinguere l’Opus dalle banche e dalle imprese dove operano i suoi aderenti (“soprannumerari”, cioè laici). Nel sito in italiano dell’Opera, resta dal luglio 2006 una pagina dedicata al finanziere Gianmario Roveraro, ucciso allora dopo un misterioso rapimento. Sono apertamente rivendicate come “iniziative apostoliche” dell’Opus alcune attività come l’Università Campus Bio-Medico e il Centro Elis (scuola di formazione professionale) di Roma, oltre a numerosi collegi universitari in tutta Italia (Fondazione Rui, associazione Arces, istituto Ipe, residenza Torrescalla eccetera). L’Opus e Cl avranno certo una ricca vita religiosa, ma funzionano anche come potenti lobby che costruiscono carriere, implementano affari, stringono rapporti politici. Hanno i loro cardinali di riferimento in Vaticano, i loro vescovi nelle conferenze episcopali, i loro politici nei Parlamenti e nelle amministrazioni. Se già è difficile distinguere attività religiosa e imprese economiche in organizzazioni grandi, ma pur sempre molto gerarchiche e soggette a stretti sistemi di controllo e voti d’obbedienza, quasi impossibile distinguerle in gruppi più piccoli, come i Figli dell’Immacolata e i Legionari di Cristo, o piccolissimi, come i Sigilli di don Verzé. Devoti ai Legionari erano Antonio Fazio, governatore di Bankitalia durante le scalate dei “furbetti del quartierino”, e sua moglie Ma-ria Cristina, che aveva regalato allo scalatore Gianpiero Fiorani una speciale statua della Madonna. Il banchiere della Popolare di Lodi, in una esilarante telefonata intercettata, racconta alla signora Fazio di essersi addormentato abbracciato alla statua e di essersi poi risvegliato con un bozzo provocato dall’abbraccio: un bozzo “della Madonna”. Ma la signora Fazio nelle sue telefonate tranquillizza Fiorani e lo rassicura che il marito sosterrà la sua scalata. Il banchiere la ringrazia dicendole: “Tu sei l’aquilone, devi volare alto”. Fazio dovrà dimettersi per l’appoggio dato agli scalatori. I Legionari finiranno invece coinvolti in un brutto scandalo sessuale, con il fondatore accusato di pedofilia.    S. Raffaele e il crac    I Sigilli di don Verzé sono stati travolti dal buco di un miliardo e mezzo di euro che ha rischiato di far fallire il San Raffaele. Dopo la morte del fondatore, hanno perso il controllo dell’ospedale, anche se ogni tanto riemergono voci secondo cui misteriose cordate straniere con ancor più misteriosi fondi esteri sarebbero pronte a scendere in campo per strappare la creatura di don Verzé all’“usurpatore” che lo ha ora acquistato, Giuseppe Rotelli. I Figli dell’Immacolata sono coinvolti nello scandalo che sta facendo traballare i due ospedali romani della congregazione, l’Idi e il San Carlo di Nancy. Il don Verzé alla romana, in questa storia, è padre Franco Decaminada, padre padrone delle due strutture sanitarie, ora indagato dalla Procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e all’evasione tributaria. I due ospedali hanno un buco di almeno 600 milioni di euro che i magistrati della Capitale sospettano siano precipitati in un buco nero a causa della gestione di padre Decaminada: appalti agli “amici” e forniture pagate più del dovuto. Agnelli o lupi? Tempi duri per le lobby religiose in affari. Dal ciellino Formigoni all’Immacolato Decaminada, le inchieste giudiziarie pretendono di mettere il naso negli affari fatti in nome di Dio. Non c’è più religione.

di Gianni Barbacetto, IFQ

23 aprile 2012

Politica, affari ed esercizi spirituali: i tronisti del Meeting di Cl

Che la politica fosse una delle strade maestre del movimento di Cl lo predicava già Don Giussani. Che forse però non ne aveva previsto la deriva a 5 stelle di yacht, aragoste e consulenze a troppi zeri che l’affaire Formigoni sta scoperchiando. Il governatore lombardo sta partecipando agli annuali esercizi spirituali di Comunione e Liberazione a Rimini, forse per cercare di ricordarsi delle ricevute delle vacanze extralusso alle Antille: “C’è un attacco politico e mediatico senza fondamento, quando ti tirano vagonate di fango ti sale l’adrenalina”. Rimini è Rimini, la passione tra Cl e la politica è un tratto che accomuna deputati, senatori e ministri di destra e sinistra che agitano la foglia di fico degli universali valori cristiani. Del resto, ai funerali del fondatore, nel 2005, si presentò mezzo parlamento: Berlusconi, Bersani, Mastella, Casini, Pera, Letta jr. Palco d’onore di questi reciproci corteggiamenti, il Meeting di Rimini. Un posto dove Dio e Mammona si danno affettuosamente la mano, davanti a un passeggio misto di famiglie con prole numerosa al seguito e uomini d’affari con occhiali scuri e affamati portafogli. Basta dare uno sguardo alla sezione “il Meeting e la politica” sul sito ufficiale: quasi nessuno s’è sottratto all’evangelica passerella. A partire, naturalmente , dagli storici leader della Dc: Forlani, Fanfani, Rognoni, Goria, Gava e molti altri negli anni 80-90, Giulio Andreotti nel 2006. Negli anni della Seconda Repubblica, all’appello non manca nessuno. Certo non il generoso Berlusconi, i cui rapporti con Cl risalgono alla fine degli anni ‘70 quando il cavaliere rampante finanziò il settimanale d’area “Il sabato”.

   Il periodo coincide con la fase piduista di B, ma agli ecumenici ciellini la circostanza non dava fastidio. Al Meeting fu invitato quattro volte: nell’87, nel 2000 e nel 2006 da capo dell’opposizione e nel 2002 con le effigie di presidente del Consiglio. Nessuna meraviglia: don Giussani l’aveva benedetto e investito con un imprimatur importante: “L’uomo della provvidenza”. E infatti, all’alba del nuovo millennio, folle di ciellini accolgono entusiaste B, tanto che l’Ansa batte un lancio intitolato “Berlusconi conquista Cl”, al netto dei consueti insulti alla magistratura che animano il discorso. Ma i guai giudiziari non sono mai stati pregiudiziali per i ciellini: invitarono anche Totò Cuffaro nel 2006, presidente della Regione Sicilia (allora imputato per mafia).

   Con la Lega, che in questi giorni condivide con Cl le grane giudiziarie, i rapporti sono più tempestosi. Il primo Bossi, quello dell’era rivoluzionaria, disse nel 1996: “Dovremo stare molto attenti a come si muovono questi sporcaccioni”. Poi le cose si appianarono e nel 2009, a Rimini sfilano Calderoli, Tosi, Zaia e Cota. Cl appoggerà i candidati padani alle Regionali del marzo successivo. Cota e Zaia restituiranno il favore – come ricorda Ferruccio Pinotti in “La lobby di Dio” – con dichiarazioni pubbliche contro la pillola abortiva. E i compagni? I ciellini non hanno mai amato i comunisti, ma dopo le mille svolte democratiche ci hanno un po’ ripensato. Tant’è che Bersani è stato ospite assiduo della kermesse agostana: da governatore del-l’Emilia Romagna, da ministro dell’Industria e da capo dell’opposizione. Una volta fu invitato perfino alla conferenza stampa di presentazione a Roma, in qualità di testimonial: “Il Meeting è l’occasione per tornare a casa con qualcosa di nuovo a cui pensare”. Tipo gli affari delle coop rosse, sempre presenti al PalaFiera con imponenti stand, per nulla infastidite (anzi) dai vicini della Compagnia delle opere, con cui spartiscono gli affari del Nord. Nel 2003 Bersani e Letta si aggregarono a Lupi, Alfano e Volonté dell’Udc, formando l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, l’abracadabra del “modello Formigoni”. E nel 2009, mentre incombevano le primarie per la segreteria del Pd, Bersani si fece un lungo giro di padiglioni ciellini, sorrisi e strette di mano per una giornata di campagna elettorale extra-territoriale. Lo accolse il compagno di intergruppo Lupi: “Ecco il mio candidato”. Ma siccome il Meeting è uno dei luoghi delle grandi decisioni, ci sono sempre andati più che volentieri anche i tecnici governativi. Mario Monti, come commissario europeo, soprattutto Corrado Passera, negli anni di Intesa era un habitué. Vedremo se quest’anno (il tema è il rapporto con l’infinito) si concederanno di nuovo.

di Silvia Truzzi, IFQ

Roberto Formigoni sul palco del Meeting di Rimini (FOTO ANSA)

14 aprile 2012

Sanità e fondi neri, la Lombardia fa il bis

É finito in carcere a Milano un uomo di punta di Comunione e liberazione, molto vicino a Roberto Formigoni. É Antonio Simone, ex assessore regionale alla Sanità, democristiano. L’inchiesta della procura milanese è una costola di quella sul quasi crac dell’ospedale San Raffaele. Riguarda fondi neri per 56 milioni, 11 volte superiori a quelli contestati agli ex vertici della fondazione di don Luigi Verzè. Un flusso di denaro “trasferito indebitamente all’estero”, finito a Daccò e a Simone e proveniente dalla Fondazione Umberto Maugeri, un colosso della sanità.    Simone è accusato di “associazione per delinquere aggravata dal carattere trasnazionale e finalizzata al riciclaggio, appropriazione indebita pluriaggravata, frode fiscale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti” insieme al mediatore Piegangelo Daccò (in carcere da novembre per l’inchiesta San Raffaele), Umberto Maugeri, presidente dell’omonima fondazione, Costantino Passerino direttore amministrativo della Fondazione, Gianfranco Mozzali e Claudio Massimo, rispettivamente consulente e commercialista della Fondazione.

ECCETTO Umberto Maugeri, per cui sono stati disposti gli arresti domiciliari per motivi di età, ma che fino alle 21 di eri sera non erano stati eseguiti perché si trova all’estero, gli altri indagati sono stati arrestati dalle sezioni della polizia giudiziaria della procura di Milano. Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Vincenzo Tutinelli, si fa il nome di Formigoni. Nei mesi scorsi, quando i pm Orsi-Pedio-Pastore-Ruta hanno chiesto all’amministratore Passerino, allora non ancora indagato, come mai la Fondazione Maugeri aveva rapporti con Daccò, il manager ha risposto: perché Daccò ha solidi legami con il presidente Formigoni, legami utili per la Fondazione che aveva bisogno di convenzioni e rimborsi dalla regione Lombardia. Oltre agli arrestati ci sono altri cinque indagati, tra i quali l’ex direttore amministrativo del San Raffaele, Mario Valsecchi, per la gestione di un immobile. La Fondazione Maugeri, secondo la ricostruzione della procura, avrebbe creato fondi neri per 56 milioni di euro a partire dal 2004, grazie a quella che un investigatore definisce “una lavatrice di società estere”. Dal 2004 al 2009 attraverso un sistema di intestazione fittizia di beni e false fatturazioni sarebbero stati creati fondi neri per 30 milioni di euro finiti a società di Daccò. Quei soldi, Daccò li ha divisi con Simone. Sempre secondo l’accusa, dal 2009 al 2011 c’è un altro flusso di denaro “nero” verso Daccò e Simone, che ammonta a 26 milioni di euro. Questo filone d’inchiesta nasce quando i pm, che stanno indagando sul San Raffaele, si imbattono in un’operazione che vede coinvolto l’imprenditore Pierino Zammarchi (indagato). È lui che vende alla Fondazione Maugeri, nel luglio 2011, la Fondazione Ombretta, una casa di riposo che aveva avuto una concessione dalla Regione Lombardia per l’assistenza ad anziani. Per questa operazione Simone, secondo l’analisi della polizia giudiziaria, avrebbe incassato 5 milioni di euro che finiscono prima in Irlanda, poi in Canada e infine arrivano alla società di Daccò, Mtb. La stessa società alla quale, secondo la procura, arrivano decine di milioni di euro anche da altre Fondazioni.

A DARE UNA SPINTA    102alle indagini è stato Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero di Daccò, anche lui indagato per il buco milionario del San Raffaele. È Grenci che spiega il giro dei soldi tra i conti di Lussemburgo, Madeira, Malta, Svizzera, Austria e Stati Uniti con fatture fittizie. Per esempio, a un certi punto la Fondazione Maugeri, avrebbe fatturato a Daccò 200 mila euro, invece dei reali 20 milioni per una serie di contratti di ricerca fasulli. Tra questi, anche uno studio sulla presenza di vita su Marte. Questo enorme flusso di denaro, 56 milioni, a cosa è servito? Al momento i magistrati non lo sanno. La cosa che avevano già verificato con l’inchiesta sul San Raffaele, è che Daccò ha molti interessi in Sudamerica (Cile, e Argentina in particolare ); in Italia possiede case in Sardegna e yacht. Su uno di questi, fu fotografato Formigoni. Non si sa neppure se i soldi finiti a Simone si fermano all’ex assessore oppure vanno altrove. Anche Simone è coinvolto nell’indagine sul San Raffaele. Nel dicembre scorso, Grenci spiega ai pm quali sono le società offshore riconducibili a Daccò. E viene fuori il suo nome “… Harmann fu costituita nel 2007 per svolgere consulenze in favore della Fondazione San Raffaele (…). In realtà l’unica fattura fu quella di 510 mila euro… Quasi tutto di questo importo (500 mila euro) Harman l’ha girato a Euro Worlwide (società nordamericana)… Mi ricordo che Daccò ci indicò di trasferire quella somma su un conto nominativo di Antonio Simone”. L’esponente di Comunione e liberazione e Formigoni erano stati citati, nel settembre 2011, anche dalla testimone Stefania Galli, segretaria di Mario Cal, ex vicepresidente del San Raffaele: “Daccò ha usato l’aereo del San Raffaele (…) Ciò è avvenuto di recente in un viaggio in Brasile a cui hanno preso parte anche il dottor Cal (…) e Antonio Simone molto legato a Daccò. (…) Ricordo che una volta mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per San Marteen a bordo del quale ci sarebbero stati Daccò e Formigoni oltre ad altri passeggeri di cui non ho avuto contezza dell’identità”.

di Antonella Mascali, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

22 dicembre 2011

Il Presidente Teletubbies

La cosa più divertente – o irritante, a seconda dei punti di vista – è il sorrisino compiaciuto, come a dire: “Sono proprio un mattacchione, vero?”. Roberto Formigoni sa che la comunicazione in politica può essere tutto. Questa volta, però, qualcuno si è divertito alle sue spalle. Il video “Tutti i miei videoclip” sembra uno scherzo fatto da chi gli vuole male. Cinque minuti e 34 secondi (ma sembrano un’ora) per comunicare al mondo che il presidente è uno al passo con i tempi che maneggia con disinvoltura smartphone e tablet. Il set è di un bianco accecante, Formigoni entra in campo con un fioretto in mano, sorriso da mattacchione ed ecco che la spada disegna una “F” sullo schermo, a mo’ di Zorro. Poi cammina a lungo avanti e indietro, si ferma, ammicca, stringe i pugni, alza il pollice, fuori campo scatta un applauso modello sit-com. Seguono altre scenette: Formigoni che sfoglia un finto giornale, che passa in rassegna “le mie interviste” in tre tomi, che compila la sua agenda-lavagna (e di nuovo l’applauso). Quindi, riecco il sorrisetto modello “adesso ti gioco un bel tiro mancino ” e oplà: un gesto dell’avambraccio e compaiono i loghi di Facebook, Twitter e Flikr. Il gran finale dopo 4 minuti: indossa un paio di cuffie, accenna qualche passo di danza con l’aria di chi si diverte un mondo, quindi l’invito (ma sembra una minaccia): “Scarica le mie suonerie!”. Esistono davvero, su formigoni.it  : “Sono Roberto Formigoni, saremo tutti insieme amici!” è l’incipit comune a tutte le dieci varianti di “Insieme per…”. La base musicale si adatta al tema: grunge per i giovani, folk per gli anziani, rock per il lavoro e così via. Formiogoni e il suo staff sembrano andare fieri del prodotto, ma su Youtube i commenti sono spesso irripetibili. Il premio per l’analisi più acutava all’utente gurugugnola: “Sembra un teletubbies!”.

di Stefano Caselli, IFQ

12 ottobre 2011

Quel vanitoso che si crede leader

Ora fa il pretendente al trono di Silvio Berlusconi. Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia e leader dell’ala ciellina del Pdl, per dare l’avviso di sfratto al presidente del Consiglio e mettere in mora il segretario del partito Angelino Alfano, ha scelto una testata “nemica”, Repubblica: Silvio deve annunciare subito che mai più si ricandiderà premier e Angelino deve aprire una trattativa con Pierferdinando Casini per allargare la maggioranza. Queste le condizioni dettate in un’intervista pirotecnica. Gli risponde a muso duro, sul Giornale, Alessandro Sallusti: “Come successe a Fini, anche Formigoni è destinato a prendere una facciata sul muso indipendentemente dal fatto che il governo riuscirà a stare in piedi. Perché è ovvio che il leader di una minoranza dei cattolici (Cl) che sono a loro volta una minoranza del Pdl non potrà mai essere il punto di sintesi di un grande partito laico. Ma l’uomo è vanitoso e in queste ore non resiste alla corte e alle promesse di matrimonio del furbo Casini, che ovviamente gli farà fare la stessa fine riservata a Fini”.    Uomo avvisato… Ma il Celeste non fa una piega e prosegue la sua corsa. Ha difeso Silvio fino a ieri, proteggendo dagli attacchi perfino Nicole Minetti, la Preferita del re del bunga-bunga candidata ed eletta consigliera regionale nel suo listino bloccato. Però ora l’aria è proprio cambiata: se anche Formigoni ha mollato Silvio, vuol dire che anche il mondo politico cattolico da sempre più corrivo con Berlusconi lo dà ormai per spacciato. Formigoni detto il Celeste da anni aspetta che venga il suo momento, per espugnare il partito e succedere a Silvio. Nell’attesa, ha attraversato (indenne) una tale serie di indagini giudiziarie da eguagliare quasi Berlusconi. L’ultima disavventura ha a che fare con le firme raccolte (in modo irregolare, secondo la procura di Milano) per la presentazione della lista Formigoni alle ultime elezioni regionali, proprio quelle in cui Minetti fu imposta in lista. Poi, per parare il colpo e cercare di addomesticare i controlli dei magistrati sulle firme, sono scesi in campo anche gli uomini della P3: senza risultati, in verità, ma ci hanno provato.

NESSUN effetto ha avuto anche la brutta storia del petrolio di Saddam Hussein: sì, Formigoni, grazie al suo rapporto con il braccio destro del dittatore iracheno, il cattolico Tareq Aziz, ha ricevuto dall’Iraq di Saddam la più massiccia tra le assegnazioni di petrolio fatte a italiani, nell’ambito del programma Oil for food. A gestire il business, con misteriose tangenti pagate anche a soggetti italiani, era il suo braccio destro, Marco Mazarino De Petro, poi processato, condannato, ma salvato in appello dalla prescrizione. Solo chi ha memoria lunga ricorda la disavventura capitata nel 2001, quando il Celeste, per compiacere la Lega, fece giurare i suoi assessori “alla Lombardia e al suo popolo”. Era, oltretutto, una data dal sapore patriottico: il 24 maggio. Il Piave non mormorò, in compenso quel giorno arrivò un avviso di garanzia al più potente dei suoi assessori, quel Giancarlo Abelli, uomo forte della sanità lombarda, poi processato per aver ricevuto 70 milioni di lire come “consulenza” dal dottor Giuseppe Poggi Longostrevi, l’uomo delle ricette d’oro che riuscì a sottrarre alla Regione Lombardia molti miliardi di lire, al ritmo di 700 milioni al mese. Ci vuole memoria lunga anche per ricordare che Formigoni, a chi gli faceva presente che un suo assessore, Massimo Guarischi, era in conflitto d’interessi perché era anche imprenditore, rispose: “Abbiamo controllato, tutte le imprese appartengono al padre”.

FINÌ CON UNA bella inchiesta sul Guarischi politico che affidava i lavori al Guarischi imprenditore. Quando poi era arrivata l’alluvione che nell’ottobre 2000 aveva fiaccato la Lombardia, il governatore aveva perso una bella occasione per stare zitto: “Avete visto? Le opere sotto inchiesta hanno resistito, dunque sono fatte a regola d’arte”: il giorno dopo, una delle opere incautamente evocate (l’argine di Crotta d’Adda) crollò. Ma il Celeste prosegue dritto come un treno. A mostrare il loro mal di pancia, di tanto in tanto, sono quelli della corrente “laica” del Pdl, stufi dello strapotere della lobby di Comunione e liberazione, attiva attraverso il braccio secolare della Compagnia delle Opere e forte di una corrente che, partito nel partito, ha conquistato una bella fetta di potere dentro il Popolo della libertà in Lombardia e regola gran parte dei rapporti tra politica e affari in Regione. Da tutte le indagini è uscito indenne. Quella sulla discarica di Cerro. Quella sulla gestione della società regionale Lombardia Risorse (un fallimento da 22 mila miliardi). Quella sulla Fondazione Bussolera-Branca (spolpato un patrimonio di ben 170 miliardi di lire). Quando il Celeste fu raggiunto da un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, per la discarica di Cerro Maggiore (proprietà di Paolo Berlusconi) in cui la Regione aveva buttato un mucchio di soldi, la risposta fu durissima: “L’attacco contro di me è tutto e solo politico. È il vergognoso colpo di coda di un sistema politico-giudiziario agonizzante, un tentativo estremo del giustizialismo comunista e centralista”. Sembra di sentire Berlusconi e Bossi insieme. Formigoni non ce li farà rimpiangere.

di Gianni Barbacetto, IFQ

25 agosto 2011

La Fiat folgorata da Comunione e Liberazione

La domanda è: perché i vertici Fiat si sono trasferiti in massa al Meeting di cielle? L’ad Sergio Marchionne ci è venuto due volte in tre giorni. Domenica per cercare un posticino sotto l’ombrello di Napolitano, il cui discorso è stato pubblicamente promosso, approvato e sottoscritto dal medesimo Marchionne a microfoni unificati. E poi ieri, in occasione dell’incontro pubblico del presidente John Elkann. Della campagna riminese si accorge anche l’Ansa, con un’agenzia che racconta: “Strette di mano, pacche sulle spalle, incoraggiamenti e un mare di applausi. E’ un’accoglienza da star quella che il Meeting di Rimini riserva al presidente di Fiat, John Elkann e all’amministratore delegato Sergio Marchionne”. Offensiva d’immagine accuratamente studiata: il mercato è in calo, i titoli Fiat in caduta libera (anche se ieri han preso fiato, guarda un po’, dopo le esternazioni riminesi). Per Elkann è un piccolo debutto: sotto l’occhio vigile di Marchionne, seduto in prima fila, viene intervistato dal presidente della Compagnia delle opere, Scholz e dall’immancabile e petulante “rappresentante dei giovani”. Lui risponde a domande precedentemente concordate ed è un po’ Jaki e un po’ John: si parla di tutto, dalla competitività del Paese al lessico familiare di un giovane padre. Dall’integrazione culturale all’importanza della formazione. Il presidente di Fiat, camicia azzurra da bravo ragazzo (ma nessuno ha mai avuto dubbi), si lancia in una difesa della scuola pubblica più “responsabilizzante per i ragazzi”. Affermazione assai condivisibile, ma chissà che avrà pensato l’adorante platea delle scuole cattoliche?

IL PIATTO FORTE lo sfodera verso la fine, con disinvoltura ancora da affinare: “La Fiat vuol continuare a produrre automobili in Italia. Ma l’Italia vuole continuare a produrre automobili?”. Fumosa dichiarazione che Marchionne chiarirà in una solo apparentemente improvvisata conversazione con la stampa. ”Soltanto quando avremo la certezza di poter governare i posti in cui investire, lo faremo. Ora la certezza non c’è. Per quanto riguarda Pomigliano, abbiamo preso un impegno e lo portiamo avanti, l’investimento è partito. Abbiamo congelato Grugliasco e Mirafiori. Aspettiamo che esca in dettaglio l’opinione del giudice di Torino. Analizzeremolasentenzaeilprovvedimento di legge che è stato proposto (le misure sui contratti aziendali contenute nella manovra, ndr): vediamo se ci daranno la certezza di governabilità degli stabilimenti. Se abbiamo quella certezza andiamo avanti”. Per Grugliasco e Mirafiori è, letteralmente, tutto sub iudice: quello di Fiat è un congelamento-avvertimento.

Ma lo show di Marchionne non si ferma alle questioni aziendali e le successive dichiarazioni fanno capire meglio il senso di questa invasione di Fiat a Rimini. Parte con gli eurobond, unica soluzione alla crisi del debito europeo: “Se non c’è una condivisione di rischi, non vedo come se ne possa uscire”. Boccia l’aumento dell’Iva : “Qualsiasi incremento delle tasse avrà un impatto sull’auto e sui consumi”. E poi apre alla patrimoniale proposta da Cordero di Montezemolo: “Io sono disposto a fare qualsiasi cosa per aiutare, se l’obiettivo è chiaro”. Elvetico rigore, ma giustamente, in una nota pomeridiana, Maurizio Zipponi dell’Idv gli fa notare che prima dovrebbe prendere la cittadinanza italiana e magari pagare le tasse nel nostro Paese.

IL PASSAGGIO sulla patrimoniale è l’assist per un endorsement politico, dopo che all’inizio del mese aveva scaricato – salvo successiva smentita – “la leadership di un’Italia non credibile” (ovvero B): “Io non glielo consiglio, ma se Luca Cordero di Montezemolo decidesse di scendere in politica avrebbe il mio appoggio . E’ una brava persona, ha la capacità di crearsi intorno una squadra in grado di vincere e l’Italia ha bisogno anche di questo”. I due non sono proprio amici, è noto: i dietrologi sussurrano già di un bacio della morte per affossare Monzemolo, destinato a un probabile fallimento politico. Eppure il presidente della Ferrari sarebbe un interlocutore politico indubbiamente privilegiato per il Lingotto. Qualche minuto prima, dal palco, John Elkann aveva detto: “La responsabilità che sento verso l’Italia sta prima di tutto nel votare chi ci rappresenta. E poi nell’interloquire con chi è stato scelto”.

di Silvia Truzzi, IFQ

23 agosto 2011

Soldi e potere nel nome del “fatto cristiano”

Trent’anni dopo il lancio della sua creatura (trentadue per l’esattezza) don Giussani dall’aldilà non può che guardare con orgoglio al Meeting. Con il suo gigantismo, il suo spaziare dalla religione all’economia, dalla cultura alla politica, dall’arte alle occasioni di incontro personali, con la sapiente organizzazione della ribalta dove anno dopo anno (secondo una regia che risponde esattamente al clima politico del momento e alle ferree convenienze del movimento) vengono chiamati e selezionati “quelli che contano”, quelli su cui contare e quelli che si vogliono fare contare, il Meeting riflette esattamente quell’idea di “presenza” che Giussani intendeva per Comunione e liberazione.    Convinto che già prima del ’68 si manifestasse in Italia la tendenza di un cristianesimo destinato ad “autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari” e che la situazione peggiorasse ancor più con l’ondata post-sessantottina, Giussani ha sempre puntato a un movimento che avesse vigorosamente le “mani in pasta” nella realtà italiana. Capace di interloquire non solo religiosamente, ma culturalmente e politicamente con tutte le forze sociali.    Se importante è proclamare il “fatto cristiano”, l’avvento di Cristo come evento storico che prelude all’incontro personale tra Gesù e ciascun individuo e così gli cambia la vita – così la traccia dell’ideologia di Comunione e liberazione – questa convinzione non può che portare a una presenza attiva su tutti i fronti, servendosi di ogni mezzo che la società mette a disposizione. Non è un caso che il conglomerato economico ciellino, spesso assai spregiudicato nel suoi modi di agire, si chiami “Compagnia delle Opere”.    L’integralismo di Cl nasce dalla convinzione di rappresentare il vero servizio alla Chiesa e si è esplicato soprattutto negli anni Settanta e Ottanta in una guerra senza quartiere contro le correnti del cattolicesimo più pronte a tener conto del pluralismo culturale ed etico del Paese: l’Azione cattolica e il cattolicesimo democratico. Quando il 23 agosto 1980 si aprì il primo “Meeting per l’amicizia fra i popoli”, il modello era chiaramente quello politico-culturale del Festival dell’Unità. Persino il richiamo ai “popoli” rifletteva una voglia di concorrenza sul piano di un internazionalismo cristianamente etichettato. Per ironia della sorte trent’anni dopo l’area di sinistra o di centro-sinistra ha perso la capacità di costruire eventi di dibattito e di confronto all’altezza del passato. Nel mondo cattolico le altre espressioni non hanno mai voluto né potuto gareggiare con l’efficientismo di Cl. Sicché il Meeting finisce per rappresentare l’unico mega-evento cattolico, che annualmente si ripresenta all’attenzione pubblica.

C’è una caratteristica, che però contraddistingue la scintillante vetrina ciellina. Il divario tra le grandi metafore religiose evocate secondo l’insegnamento di Giussani, per il quale esiste nella storia un “insopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide”, e l’opacità di reazione al crescente malessere etico, al cancro dell’illegalità e della corruzione che travaglia il sistema italiano. Gli applausi frenetici riservati dalla platea ciellina alle dure parole del presidente Napolitano sullo scandalo dell’evasione fiscale e sugli effetti deleteri che provoca al corpo del Paese, non hanno mai trovato riscontro all’interno della maggioranza in una battaglia politica – che fosse una! – dei principali esponenti di Cl come Formigoni o Lupi contro la politica nefasta dei condoni, per un’azione più incisiva contro l’evasione, a favore dell’adozione delle norme europee contro la corruzione (Convenzione del Consiglio d’Europa del 1999). L’affermazione di Giussani, per cui “il cristianesimo    non è semplice teoria , non generico moralismo… ma incontro personale-personalissimo di Cristo con ciascuno di noi”, è sempre stata interpretata con eccessiva disinvoltura.

Faro cattolico estivo, Cl non ha riportato – se non in dichiarazioni talmente alte da non sfiorare mai la miseria delle responsabilità concrete – nelle stagioni invernali della politica la voce di una moralità cattolica, di un’etica pubblica cristianamente ispirata. Non si registrano prese di posizioni contro lo scardina-mento del sistema legale operato attraverso le goffe leggi ad personam del premier. E quando sono scoppiati gli scandali Noemi e D’Addario nel 2009, il presidente della Compagnia delle Opere il tedesco Bernhard Scholz ha dichiarato serafico che la “coerenza personale, importante e desiderabile, non è il criterio esclusivo per valutare l’azione politica di chi governa…. Per noi uno dei criteri fondamentali è la vicinanza al principio di sussidiarietà”.    Come tedesco Scholz è unico al mondo. In Germania il candidato governatore Cdu nello Schleswig-Holstein, Von Boetticher, si è dimesso appena è diventata nota una sua relazione con una sedicenne. Fatto che non è reato in Germania. Ma Oltralpe tra i democristiani c’è un’etica pubblica su cui non si transige per interessi di opere.

di Marco Politi, IFQ

Don Giussani (1922-2005) (FOTO LAPRESSE)

23 agosto 2011

Dal SuperEnalotto alle grandi aziende. La “Las Vegas” di Comunione & fatturazione

Se vuole, posso scattarle una foto vicino al presidente”. Anche no, grazie. Il presidente in questione non è né B. (ci voleva coraggio a invitarlo nell’anno del bunga bunga), né Napolitano, acclamato domenica all’inaugurazione come un messia. Un’ancora di salvezza. Anzi un venerato maestro (cfr Repubblica di ieri, dove Massimo Giannini con precipitoso metus ribattezzava il discorso presidenziale “Lezione di Rimini”). Il presidente che figura in cartonato a dimensione reale all’ingresso del Meeting di Comunione & Fatturazione (definizione coniata da Dagospia) è Roberto Formigoni, governatore della Lombardia. Appena entri ti offrono il suo braccialetto che sembra una gelatina tricolore. E un’avvertenza: il presidente sta raccogliendo “buone idee per l’Italia”, in caso si può lasciare la propria.    A spasso tra Dio e Mammona, nel Vangelo degli sponsor, l’equilibrio è traballante. Ma sono coscienze liberate: i soldi non sono un peccato capitale. Del resto anche i nipotini del Capitale (quello di Marx) hanno ampiamente superato il complesso della ricchezza. E qui c’è anche la Coop – quella che sei tu, chi può darti di più – a far sfoggio dell’educazione al “consumo consapevole”. L’unica cosa “rivoluzionaria” è la merendina naturale anti-obesità. Di rosso c’è pure la Regione Emilia-Romagna, in buona compagnia di molte colleghe: tra Regioni ed Enti per il turismo al Meeting dei ciellini arriva, quest’anno, circa un milione e mezzo di euro.

C’È ANCHE il Lazio (naturalmente Gianni Alemanno è invitato a parlare di Federalismo fiscale, giovedì, con Fassino e Calderoli): “Roma Capitale” attira gli avventori con il solito centurione addobbato alla bene e meglio, scudo e spada di plastica. Dentro ti spiegano “come cambia la mobilità di Roma”. Naturalmente nessuno ti dice che in questi giorni entrare nella metro a Termini è un grand tour nell’inferno. Lì vicino uno stand ti esorta a “scoprire Oasi, la rivista promossa dal cardinale Scola”. Una signora molto mite si avvicina e chiede: “Posso lasciarle un messalino? È gratuito”. Letture per la Messa “commentate per vivere la parola di Dio”. Dentro, tra un passo di Luca e uno di Matteo, c’è il bollettino postale per abbonarsi: l’efficienza non fa difetto. E nemmeno l’organizzazione.

GLI SPAZI per i bambini sono immensi e tutti sponsorizzati. Così Intesa San Paolo (la beatitudine nel nome) ha allestito un enorme tris da pavimento e il Superenalotto trionfa nello Sport village dove centinaia di ragazzini giocano a calcio, basket, pallavolo, biglie. Un grande oratorio arancione dove quando chiedi se si può giocare una schedina ti guardano scandalizzati: “Ma no, qui si fa sport per i giovani”. Infatti, si può giocare al Superenalotto in tabaccheria, qualche padiglione più in là. Scriveva Camillo Langone su Libero che il Meeting sembra Las Vegas senza lap dance. Ma San Marino c’è e lotta insieme a loro con una bella roulette, fiche e croupier inclusi . Non si punta denaro, è “solo per provare”. I mercanti non fanno paura al Tempio e nel gran bazar dell’anima non manca nulla: dal sempreverde Folletto Worker a quelli che ti vendono il cuscino massaggiante. “Ma il giro d’affari è nullo quest’anno, non si vende più. Oggi ho incassato 200 euro, due o tre anni fa ne facevo 1500. Gente ce n’è, ma i soldi no”.

LA CRISI, la manovra, la patrimoniale: non si parla d’altro qui. Con le solite, vuote e insopportabili formule tipo “sistema Paese”, “tavolo per lo sviluppo” o “patto sociale”: la gente non le capisce, capisce solo che siamo più poveri, alla fine del mese mancano soldi e non c’è lavoro. A questo proposito in mattinata l’amministratore delegato di Fin-meccanica, Giuseppe Orsi, si segnala per un’imperdibile paternale contro i neet (acronimo di Not Employed, Education or Training) , ovvero quelli che non lavorano, non studiano e non fanno niente. Secondo lui l’impatto sociale di queste persone è pari chi delinque o si droga, bisogna che questi ragazzi siano disposti a fare lavori transitori, “anche manuali”. E poi con un bel sistema di crediti come all’università si crea il lavoro a punti. Il problema, udite udite, è che “bisogna recuperare l’etica del lavoro”: perché “lavoro ergo sum” (per la serie vaccate cartesiane). Tra i molti applausi di una platea composta quasi esclusivamente di imprenditori paonazzi in blazer blu, qualcuno gli urla: “Ma lei ha provato a cercare lavoro in questo Paese?”.

Il dibattito continua con gli altri manager di Dio: il più civile e presentabile Corrado Passera (ad Intesa San Paolo), Fulvio Conti (ad di Enel che ieri ha incontrato i lavoratori di Porto Tolle), Bernhard Scholz (presidente della Compagnia delle Opere, che sembra un Rudy Voeller arrabbiato). Con loro c’è anche il ministro Paolo Romani, autore della più classica gaffe berlusconiana: prima sostiene che nel Pdl, il “partito del carisma”, bisognerà affrontare il problema della leadership e due ore dopo smentisce (tiratina d’orecchi da Palazzo Grazioli?). Più tardi arriverà anche il compagno di Titanic Maurizio Sacconi. E dopo la visita del lungimirante manager con il maglioncino (spiace per Marchionne ma allo stand della Fiat non c’era un’anima), ieri si è fatto vedere anche Mauro Moretti, trionfante ad di Trenitalia (“trasportiamo 2,5 milioni di passeggeri ogni weekend”). È indagato nell’inchiesta di Napoli sulla P4. Ma non c’è da stupirsi della sua presenza qui: secondo i pm deve qualche favore a Papa Alfonso.

di Silvia Truzzi, IFQ

Il meeting di Cl a Rimini è arrivato all’edizione numero 32 (FOTO ANSA)

31 marzo 2011

Comunione e cementificazione per Expo 2015

Il trucco dell’Expo si chiama Cascina Merlata. Sì, dicono: facciamo un’Expo 2015 leggero leggero, con tanti orti e poco cemento; ma poi su un’area a fianco ci schiaffano 324 mila metri quadri di residenza, 45 mila di edifici commerciali, 15 mila di alberghi, 10 mila di uffici. Con 3.800 appartamenti, per 8 mila nuovi abitanti previsti. Questa è Cascina Merlata. Un nome bucolico per un’operazione immobiliare che rovescia nuovo cemento in una zona tra il Gallaratese e Quarto Oggiaro che di tutto avrebbe bisogno, tranne che di altro cemento. È proprio un imbroglio. È come se qualcuno ci dicesse: abbiamo un’area A, grande cinque, su cui costruiamo solo tre. Evviva, come siamo verdi. Nascondendoci però che accanto c’è un’altra area più o meno uguale, l’area B, su cui zitti zitti costruiscono dieci. La verità, allora, è che c’è una sola area, A+B, grande dieci, su cui costruiscono tredici. L’imbroglio è lampante: infatti è sulla Cascina Merlata che sarà costruito il villaggio dell’Expo e poi le due aree sono urbanisticamente connesse e saranno servite dai medesimi interventi infrastrutturali, strade, metrò… Ma si guardano bene dal presentarle insieme, come un’unica operazione, come in effetti è. Cascina Merlata è il lato B dell’Expo. Ma non bisogna dirlo: per poter continuare a proclamare che avremo un Expo leggero e poco cementificato. A dir la verità, nelle ultime settimane hanno ripreso a ripetere con maggior insistenza che anche l’Expo in sé, con tutti ’sti orti, con tutte ’ste serre, con ’sto “planetary garden” partorito dalla mente di Stefano Boeri e Carlin Petrini, non riesce a far quadrare i conti, non è “appetibile”, non funziona: bisogna aumentare il cemento anche lì. Anche se, a dirla proprio tutta, andando avanti così – cioè stando fermi – l’Expo proprio non si farà: né quello del giardino planetario, né quello del cemento. Ancora non è stato risolto neppure il problema numero uno: la proprietà delle aree. La società dell’Expo le deve comprare, oppure prendere in comodato temporaneo con restituzione finale ai proprietari? Milano, insomma, forse non realizzerà più il giardino planetario, ma in compenso rischia di fare una figuraccia planetaria. Gli unici pronti per l’Expo, a quanto pare, sono gli ottimi manager della ’Ndrangheta. Meno male che non c’è più il ministro Lunardi, altrimenti avrebbe potuto proporre di affidare direttamente a loro la gestione dell’evento. L’operazione che sta andando avanti, invece, è quella di Cascina Merlata, lato B dell’Expo. Perché su quei 500 mila metri quadri l’accordo d’affari è concluso e bipartisan. La cordata d’investitori è pronta, il socio di maggioranza, Euromilano, ha le idee chiare, Banca Intesa Sanpaolo è della partita, gli operatori si sono divisi il lavoro, coop rosse e coop bianche, eredi della sinistra e rampanti di Comunione e liberazione. “È il ritorno al consociativismo di tanti anni fa, a scapito dei cittadini”, commenta il consigliere della Lista Fo Basilio Rizzo.

di Gianni Barbacetto, IFQ

3 marzo 2011

Cl, affari con la ‘ndrangheta

L’indagine sui clan calabresi nel nord Italia svela gli impressionanti legami tra la macchina di potere di Comunione e Liberazione e la malavita organizzata. Dalla sanità fino ai cantieri edili.

C’è il revisore dei conti della fiera di Milano che “divide i soldi in nero” con il capo della ‘ndrangheta. Il direttore sanitario arrestato per mafia che svende appalti in cambio di “un sacco di voti” per un parlamentare “legato a doppio filo a Formigoni”. C’è il nuovo manager degli ospedali lombardi che è tanto amico dei boss calabresi da farsi definire “il nostro collaboratore”. C’è il vicepresidente del consiglio regionale, già indagato per bancarotta e corruzione, che si vede inserire dai giudici nel “capitale sociale della ‘ndrangheta”. E poi ci sono gli imprenditori mafiosi, che continuano ad avvelenare terre e acque della Lombardia. Mentre la politica reagisce vietando ai tecnici regionali di aiutare le inchieste della magistratura.

Gli atti d’accusa della direzione antimafia di Milano svelano il lato oscuro di Comunione e liberazione. Alla base di Cl c’è un movimento forte di migliaia di persone oneste, laboriose, profondamente cattoliche. Al vertice però, attorno a Roberto Formigoni, governatore-padrone della Lombardia dal 1995, si è creata una macchina di potere con agganci spaventosi. A documentarli è la requisitoria dei pm (3.286 pagine, in gran parte inedite) che nel luglio 2010 ha portato in carcere più di 300 imputati di mafia. Tra tanti reati, i giudici delle indagini hanno ritenuto provati molti fatti al limite della legalità: relazioni di “contiguità e vicinanza”, che non raggiungono gli estremi della complicità penale, ma consentono ai capimafia di “beneficiare di rapporti continuativi con altri poteri, economici e politici”.

Il campionario delle contiguità si apre con la Fondazione che controlla il gruppo Fiera di Milano, storicamente il primo feudo ciellino. Sulla poltrona di presidente del collegio sindacale, che è l’unico organo di controllo interno, siede un commercialista di Palmi, Pietro Pilello. Già intercettato nel 2007 mentre aiutava Berlusconi a reclutare parlamentari per far cadere Prodi, il revisore calabrese è tornato alla ribalta quando si è scoperto che nel 2009 organizzava “cene elettorali con i boss” a favore di Guido Podestà, il presidente della Provincia di Milano. Ora “l’Espresso” può svelare come è nato il suo rapporto con un capomafia del calibro di Pino Neri, un avvocato massone nominato “reggente” delle cosche lombarde direttamente dalla cupola calabrese, per chiudere una guerra di mafia esplosa nel 2008. Tra Neri e Pilello, secondo i magistrati, c’era un patto occulto: “Una compartecipazione ufficiosa alle cause civili, di cui si dividevano i guadagni in nero”. Il problema è che “compare Pino” era uscito dal carcere nel 2007, dopo una condanna definitiva a 13 anni per un colossale traffico di droga, per cui non poteva più comparire come avvocato. Di qui l’accordo tra i due fiscalisti che hanno fatto fortuna al Nord: le parcelle vengono “intestate allo studio di Pilello, presenziato da suo figlio”, ma “il boss Neri incassa il 50 per cento”. Il capomafia intercettato si lamenta perfino che Pilello gli avrebbe “fottuto soldi in nero” e “rubato clienti”, citando “una pratica da un milione di euro” per un centro commerciale. Ora Neri è in cella, mentre Pilello continua a collezionare poltrone, mettendo d’accordo formigoniani e berlusconiani: è revisore dei conti di 28 società, tra cui Finlombarda, Mm, Asm Pavia e Raiway.

Queste e altre rivelazioni dei boss sono state registrate dalle microspie nascoste dai carabinieri sull’auto di Carlo Antonio Chiriaco, un super manager della sanità lombarda arrestato come “mafioso da più di vent’anni”. Rievocando estorsioni, riciclaggi nell’edilizia e tentati omicidi, lo stesso Chiriaco si è autodefinito “fondatore della ‘ndrangheta a Pavia”. Nel 2008, dopo vent’anni di promozioni, la giunta Formigoni lo ha nominato direttore sanitario dell’Asl di Pavia, una delle più importanti d’Italia, con 780 milioni di fatturato. Qui Chiriaco, concludono i giudici, ha “costantemente operato nell’interesse della ‘ndrangheta”. “Questo è il centro di potere più grosso della provincia”, spiegava lui ai boss, “perché da noi dipendono tutti gli ospedali, i medici, i cantieri, la veterinaria… Siamo noi che diamo i soldi e noi che controlliamo… Ho una squadra che funziona che è una meraviglia”. E Neri confermava: “Ha tutta la provincia sotto di lui, ci fa centomila favori… Lui è molto vicino a me, da anni siamo tutt’uno”.

di Paolo Biondani – L’Espresso


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