Soldi e potere nel nome del “fatto cristiano”

Trent’anni dopo il lancio della sua creatura (trentadue per l’esattezza) don Giussani dall’aldilà non può che guardare con orgoglio al Meeting. Con il suo gigantismo, il suo spaziare dalla religione all’economia, dalla cultura alla politica, dall’arte alle occasioni di incontro personali, con la sapiente organizzazione della ribalta dove anno dopo anno (secondo una regia che risponde esattamente al clima politico del momento e alle ferree convenienze del movimento) vengono chiamati e selezionati “quelli che contano”, quelli su cui contare e quelli che si vogliono fare contare, il Meeting riflette esattamente quell’idea di “presenza” che Giussani intendeva per Comunione e liberazione.    Convinto che già prima del ’68 si manifestasse in Italia la tendenza di un cristianesimo destinato ad “autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari” e che la situazione peggiorasse ancor più con l’ondata post-sessantottina, Giussani ha sempre puntato a un movimento che avesse vigorosamente le “mani in pasta” nella realtà italiana. Capace di interloquire non solo religiosamente, ma culturalmente e politicamente con tutte le forze sociali.    Se importante è proclamare il “fatto cristiano”, l’avvento di Cristo come evento storico che prelude all’incontro personale tra Gesù e ciascun individuo e così gli cambia la vita – così la traccia dell’ideologia di Comunione e liberazione – questa convinzione non può che portare a una presenza attiva su tutti i fronti, servendosi di ogni mezzo che la società mette a disposizione. Non è un caso che il conglomerato economico ciellino, spesso assai spregiudicato nel suoi modi di agire, si chiami “Compagnia delle Opere”.    L’integralismo di Cl nasce dalla convinzione di rappresentare il vero servizio alla Chiesa e si è esplicato soprattutto negli anni Settanta e Ottanta in una guerra senza quartiere contro le correnti del cattolicesimo più pronte a tener conto del pluralismo culturale ed etico del Paese: l’Azione cattolica e il cattolicesimo democratico. Quando il 23 agosto 1980 si aprì il primo “Meeting per l’amicizia fra i popoli”, il modello era chiaramente quello politico-culturale del Festival dell’Unità. Persino il richiamo ai “popoli” rifletteva una voglia di concorrenza sul piano di un internazionalismo cristianamente etichettato. Per ironia della sorte trent’anni dopo l’area di sinistra o di centro-sinistra ha perso la capacità di costruire eventi di dibattito e di confronto all’altezza del passato. Nel mondo cattolico le altre espressioni non hanno mai voluto né potuto gareggiare con l’efficientismo di Cl. Sicché il Meeting finisce per rappresentare l’unico mega-evento cattolico, che annualmente si ripresenta all’attenzione pubblica.

C’è una caratteristica, che però contraddistingue la scintillante vetrina ciellina. Il divario tra le grandi metafore religiose evocate secondo l’insegnamento di Giussani, per il quale esiste nella storia un “insopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide”, e l’opacità di reazione al crescente malessere etico, al cancro dell’illegalità e della corruzione che travaglia il sistema italiano. Gli applausi frenetici riservati dalla platea ciellina alle dure parole del presidente Napolitano sullo scandalo dell’evasione fiscale e sugli effetti deleteri che provoca al corpo del Paese, non hanno mai trovato riscontro all’interno della maggioranza in una battaglia politica – che fosse una! – dei principali esponenti di Cl come Formigoni o Lupi contro la politica nefasta dei condoni, per un’azione più incisiva contro l’evasione, a favore dell’adozione delle norme europee contro la corruzione (Convenzione del Consiglio d’Europa del 1999). L’affermazione di Giussani, per cui “il cristianesimo    non è semplice teoria , non generico moralismo… ma incontro personale-personalissimo di Cristo con ciascuno di noi”, è sempre stata interpretata con eccessiva disinvoltura.

Faro cattolico estivo, Cl non ha riportato – se non in dichiarazioni talmente alte da non sfiorare mai la miseria delle responsabilità concrete – nelle stagioni invernali della politica la voce di una moralità cattolica, di un’etica pubblica cristianamente ispirata. Non si registrano prese di posizioni contro lo scardina-mento del sistema legale operato attraverso le goffe leggi ad personam del premier. E quando sono scoppiati gli scandali Noemi e D’Addario nel 2009, il presidente della Compagnia delle Opere il tedesco Bernhard Scholz ha dichiarato serafico che la “coerenza personale, importante e desiderabile, non è il criterio esclusivo per valutare l’azione politica di chi governa…. Per noi uno dei criteri fondamentali è la vicinanza al principio di sussidiarietà”.    Come tedesco Scholz è unico al mondo. In Germania il candidato governatore Cdu nello Schleswig-Holstein, Von Boetticher, si è dimesso appena è diventata nota una sua relazione con una sedicenne. Fatto che non è reato in Germania. Ma Oltralpe tra i democristiani c’è un’etica pubblica su cui non si transige per interessi di opere.

di Marco Politi, IFQ

Don Giussani (1922-2005) (FOTO LAPRESSE)

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