Archive for settembre, 2007

24 settembre 2007

Entra nel vivo la battaglia anti-Ogm

 
Non ci sono solo le leggi d’iniziativa popolare presentate da Beppe Grillo a movimentare l’orizzonte politico. Da una settimana è partito infatti un altro grande tentativo di "democrazia dal basso", altrettanto importante e ambizioso, anche se per il momento meno pubblicizzato. E’ quello contro gli Ogm.
"Gli Ogm in Italia non li vuole nessuno, ormai dovrebbe essere chiaro, ma invece non lo è: per questo vogliamo nuovamente chiedere ai cittadini cosa ne pensano". Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, sintetizza così l’adesione della maggiore catena italiana di grande distribuzione alimentare a "Liberi da Ogm", la mobilitazione coordinata dalla Fondazione diritti genetici di Mario Capanna e sostenuta da una coalizione di associazioni senza precedenti che va dagli ambientalisti ai consumatori, dalla Coldiretti alle Acli, dalle Coop alle associazioni della piccola e media impresa, dai Verdi ai donatori di sangue dell’Avis.
In tutto una trentina di sigle che in questi giorni si stanno dando da fare per raccogliere tre milioni di adesioni. Una campagna uguale in tutto e per tutto a una mobilitazione referendaria, con tanto di quesito da sottoporre ai cittadini, anche se alla fine non ci sarà un vero voto. Nessuna legge italiana regolamenta infatti in pochi articoli la coltivazione e la commercializzazione dei prodotti geneticamente modificati. Impossibile quindi indire una consultazione popolare "tradizionale" per bandire dai campi, dai supermercati e dalle tavole degli italiani il cibo Ogm. Ma l’obiettivo resta comunque questo. E della questione saranno investiti i cittadini che sino al 15 novembre parteciperanno a manifestazioni, convegni e incontri organizzati in tutta Italia.

"Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?". Il quesito sul quale si chiede agli italiani di esprimersi è questo e per farlo ci si può collegare anche al sito www.liberidaogm.it. Una domanda alla quale nelle speranze dei promotori dovrebbe arrivare una valanga di "sì", spingendo il mondo politico ad abbracciare un diverso modello di sviluppo agroalimentare, basato su tipicità e qualità, sgombrando il campo da qualsiasi incertezza sugli eventuali rischi ambientali legati alla contaminazione delle colture tradizionali.
Dure critiche all’iniziativa partita dalla Fondazione diritti genetici arrivano però dal mondo accademico. "La ricerca scientifica pubblica italiana – afferma Roberto De Fez, dell’Istituto di Genetica e Biofisica del Cnr di Napoli – con due documenti sottoscritti da diecimila scienziati è unita nel dire che non ci sono rischi né per la salute né per l’ambiente dall’uso di piante Gm, anzi, queste si sono dimostrate più sicure delle piante coltivate tradizionalmente. L’interesse che tiene insieme la coalizione di Capanna è quello di giustificare l’innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari che già ora subiscono i consumatori". 

di VALERIO GUALERZI
 
Per votare e saperne di più: http://www.liberidaogm.org/liberi/voto.php
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18 settembre 2007

Daniele Luttazzi Vs Beppe Grillo

Il cosa e il come

Daniele Luttazzi

Su Beppe Grillo ho tutta una serie di riserve che riguardano il cosa e il come. Spunti per una riflessione, niente di più: Grillo è ormai un tesoro nazionale come ( fatevi da soli il paragone: è la "democrazia dal basso" ) e a caval donato non si guarda in bocca. Certo non mi auguro che finisca come Benigni, a declamare Dante in braccio a Mastella. ( Il Benigni di vent’anni fa si sarebbe fatto prendere in braccio da Mastella solo per pisciargli addosso. E una volta l’ha fatto! Bei tempi. )

AVVERTENZA AI FIGLI DI BUONA DONNA

I figli di buona donna che allignano nei bassifondi della repubblica mediatica saranno tentati di strumentalizzare questo post ( " LUTTAZZI CONTRO GRILLO " ) per dare addosso in modo becero a Beppe, come hanno già fatto inventandosi l’insulto a Marco Biagi durante il V-day. L’alternativa è che me ne stia zitto per evitare l’ennesimo circo: ma dovete ammettere che il tema è troppo interessante; e tacere sarebbe, in fondo, come subire il ricatto dei figli di buona donna. Ho aspettato tre giorni, così almeno ho evitato il rendez-vous immediato. ( L’informazione all’italiana prevede infatti: giorno uno, la notizia; giorno due, la polemica; giorno tre, i commenti sulla polemica; giorno quattro: parlare d’altro. E invece eccomi qua. ) Se questa precauzione non dovesse bastare, vorrà dire che chi ne approfitterà finirà dritto dritto in uno speciale elenco dei bastardi che mi stanno sulle palle. ( Sul quaderno apposito ho già scritto " volume uno ". )

IL COSA
In soldoni, la proposta di legge per cui Grillo ha raccolto 300mila firme mi sembra che faccia acqua da tutte le parti.

Primo, perchè un parlamentare con più di due legislature è una persona la cui esperienza può fare del bene al Paese. Pensiamo a gente del calibro di Berlinguer o di Pertini ( talenti che non ci sono più, ma questo è un problema che non risolvi con una legge, ci vorrebbe il voodoo ). Grillo li manderebbe a casa dopo due legislature, in automatico. Perchè "i politici sono nostri dipendenti." Le accuse di populismo che gli vengono rivolte sono qui fondatissime, specie quando le rigetta usando non argomenti che entrino nel merito, ma lo sfottò, che è sempre reazionario. ( "Gli intellettuali con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra hanno evocato il qualunquismo, il populismo, la demagogia, uno con la barba ha anche citato, lui può farlo, Aristofane, per spiegare il V-day. " Non è "uno con la barba": è il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, filosofo, che ha espresso civilmente il suo parere contrario, argomentando. )

Due, perchè chi è condannato in primo e secondo grado non lo è ancora in modo definitivo. In Italia i gradi di giudizio sono tre. Il problema da risolvere è la lentezza della giustizia. I magistrati devono avere più mezzi, tutto qui. ( "Tutto qui" è ovviamente l’understatement del secolo. )

C, perchè poter esprimere la preferenza per il candidato ha dei pro e dei contro che si bilanciano ( come capita nel modo attuale ). In passato, ad esempio, poter esprimere la preferenza non ha impedito ai partiti di far eleggere chi volevano ( collegi preferenziali eccetera ) . Nè ha impedito alla gente di scegliere, col voto di preferenza, degli autentici filibustieri.

L’illusione alimentata da Grillo è che una legge possa risolvere la pochezza umana. Questa è demagogia.

Ma non è solo il cosa. E’ soprattutto IL COME. Un esempio: dato che Di Pietro ha aderito alla sua iniziativa, Grillo ha detto:-Di Pietro è uno per bene.- Brrrr. Quindi chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo.

L’anno scorso, a Padova, gli "amici di Grillo" avevano riempito il palazzetto dove avrei fatto il mio monologo con volantini WANTED che mostravano la foto dei politici condannati. Li ho fatti togliere spiegandone la demagogia: gli amici di Grillo puri e buoni contro i nemici cattivi. Quando arriva Django?

Lenny Bruce sosteneva, a ragione, che chi fa satira non è migliore dei suoi bersagli. Se parli alla pancia, certo che riempi le piazze, ma non è "democrazia dal basso": al massimo è flash-mobbing.

AMBIGUITA’
Grillo si guarda bene dallo sciogliere la sua ambiguità di fondo: che non è quella di fare politica ( satira e teatro sono politici da sempre, anche se oggi c’è bisogno di scomodare Luciano Canfora per ricordarcelo ) ( -Canforaaaaa!- ), ma quella di ergersi a leader di un movimento politico volendo continuare a fare satira. E’ un passo che Dario Fo non ha mai fatto. La satira è contro il potere. Contro ogni potere, anche quello della satira. La logica del potere è il numero. Uno smette di fare satira quando si fa forte del numero di chi lo segue. Grillo il problema manco se lo pone. ( La demagogia è naif. Lo sa bene Bossi, che ieri gli ha pure dato dell’esagerato: perchè una cosa sono i fucili, una cosa ben diversa è il vaffanculo. )

Scegli, Beppe! Magari nascesse ufficialmente il tuo partito! I tuoi spettacoli diventerebbero a tutti gli effetti dei comizi politici e nessuno dei tuoi fan dovrebbe più pagare il biglietto d’ingresso. Oooops!

– I partiti sono il cancro della democrazia.- dice Grillo, servendosi di una cavolata demagogica che era già classica all’epoca di Guglielmo Giannini. Come quell’altra, secondo cui " in Italia nulla è cambiato dall’8 settembre del 1943 ". Ma va’ là!

Adesso Grillo esalta la democrazia di internet con la stessa foga con cui dieci anni fa sul palco spaccava un computer con una mazza per opporsi alla nuova schiavitù moderna inventata da Gates. La gente applaudiva estasiata allora, così come applaude estasiata ora. Si applaude l’enfasi.

Il marketing di Grillo ha successo perchè individua un bisogno profondo: quello dell’agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l’individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. E’ questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva. A quel punto diventerebbe semplice, anche per Grillo, dire:- Non sono il vostro leader. Pensate col vostro cervello. Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo.- 

Il seguito su: www.danieleluttazzi.it

Per saperne di più: http://www.carta.org/editoriali/link2007/070912Trezzi.htm

                            http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=146

                            http://www.beppegrillo.it/2007/06/vaffanculoday.html

                            http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/grillo-v-day/serra-commento/serra-commento.html

                            http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2691

                            http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/09/grillo-politica-cacciotto.shtml?uuid=402bf360-65d9-11dc-b729-00000e251029&DocRulesView=Libero

                            http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=206585

                            http://guide.dada.net/no_global/interventi/2006/04/250465.shtml

                            http://www.politicaonline.net/forum/showthread.php?t=367660

13 settembre 2007

ENEL, IL FALSO ALLARME E IL NON DETTO

di Alessandro Iacuelli

Stavolta alzare i toni dell’allarmismo è toccato a Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel: "Rischiamo ancora di rimanere al freddo e al buio. Siamo ancora più fragili di due anni fa, quando scoppiò la crisi dei rifornimenti del gas." Di regola, alle persone non dovrebbe piacere il farsi prendere in giro, ma a quanto pare l’Italia intera gradisce spesso lasciarsi prendere in giro. In caso contrario, le falsità contenute nelle dichiarazioni che Conti ha rilasciato durante un seminario a Frascati sarebbero state evidenziate tutte, sia dal mondo politico sia dalla stampa. Invece, a rispondere immediatamente a Conti è stato solo il ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ma non sulla questione di fondo, sul rischio di restare al buio. Alla dichiarazione di Conti – "sono aumentati i consumi ma sono stati ridotti gli stoccaggi, anche a causa di una errata interpretazione del ministero dell’Ambiente" – il Ministro ha risposto: "Se il dottor Conti si riferisce al sito di stoccaggio di gas naturale di Settala, in provincia di Milano, è bene chiarire quanto segue: nessuna errata interpretazione né tanto meno alcun atto che abbia ridotto la capacità di stoccaggio di gas nel nostro paese è stato assunto dal Ministero dell’Ambiente". Ma non è affatto a questo, che Conti si riferisce.

Le parole dell’Ad di’Enel significano invece tre cose molto precise, strategiche, nelle quali la riduzione degli stoccaggi di gas hanno un ruolo centrale e sulle quali occorrerebbe riflettere. Prima di tutto dal black-out nazionale del 28 settembre 2003 poco è stato fatto e ben due governi, quello Berlusconi prima e quello Prodi poi, hanno fallito nell’aumentare la quantità di gas nell’insieme di combustibile usato in Italia per la produzione di energia.

In seconda battuta, Conti ci ricorda che l’efficienza energetica e il risparmio sono ancora un miraggio e lo saranno ancora per molto. Infine, sta mettendo in campo la vera strategia dell’Enel che ha come primario obiettivo quello di aumentare la quantità di carbone da bruciare nelle sue centrali. Infatti, il manager ha avvertito: "Il gas costerà sempre di più e sarà sempre legato al prezzo del petrolio. Anche con i rigassificatori – ha continuato – il prezzo non scenderà: non sta scendendo in Francia dove se ne stanno realizzando quattro, né in Spagna dove se ne stanno facendo sette."

La politica, a parte la piccata reazione del ministero dell’Ambiente sugli stoccaggi, non ha dato risposte. A dare risposte è stata Coldiretti, che ha lanciato la proposta della promozione di riscaldamenti alternativi al gas: a legna, o a granoturco. Tutto da guadagnarci secondo gli agricoltori: si riduce il rischio di rimanere al buio e al freddo, si risparmia in bolletta e non si inquina. Per un appartamento di 100 mq, utilizzando una caldaia a granoturco, le tasche degli utenti potrebbero risparmiare dal 50 al 60% rispetto al gasolio o al metano. Ma sono proposte, ancora lontane dal diventare soluzioni, che ad un colosso come Enel non interessano.

L’obiettivo dell’azienda energetica italiana è oramai chiaro da mesi e trapela da ogni dichiarazione dei suoi dirigenti: è il carbone. Conti soffia sul fuoco dei timori collettivi a fine estate, in vista dell’autunno, quando proporrà la soluzione al problema, che indicherà come inevitabile: quello che Enel si ostina a chiamare demagogicamente e retoricamente "carbone pulito". Che non esiste. Perfino il petrolio è più “pulito” del carbone.

Una cosa però, Conti si guarda bene dallo spiegare, anzi è molto attento ad evitare di parlarne. Per quale motivo, se davvero abbiamo tutta questa carenza di rifornimenti, Enel esporta energia? Per quale motivo si continua a sottolineare che l’Italia importa energia da Francia e Svizzera, prodotta via nucleare, e si tace delle esportazioni? Per quale motivo Enel continua ad investire all’estero, soprattutto in Europa dell’est?

Il potenziale di energia elettrica installata è di oltre 80 mila MW, più di quella che si consuma nel nostro paese. Quindi, se Enel vende energia, e quella in sovrappiù la esporta, il prezzo della stessa sale, la necessità di aumentare il potenziale energetico del paese rimane e, verosimilmente, aumentano i guadagni di Enel. Con il carbone.

In questo quadro, lanciare allarmi artificiosi su un inverno che potrebbe vederci al freddo e al buio, è una strategia vergognosa. Ma anche stavolta l’Italia intera ci cascherà, governo in testa, come dimostra la preoccupazione subito espressa dal ministro dello sviluppo economico Pierluigi Bersani, che non nasconde la fragilità del sistema: "Non siamo riusciti a tener dietro con investimenti e infrastrutture. Siamo ancora abbastanza nei guai dal punto di vista di sicurezza del sistema energetico".

C’è del vero e del falso nelle parole di Bersani. E’ vero che gli investimenti non ci sono stati, mentre di infrastrutture ne abbiamo anche troppe. Troppe e mal organizzate: la liberalizzazione nel settore dell’energia ha dato vita ad un sistema troppo frammentato e fortemente scoordinato. Questa forte frammentazione tra produttori e distributori rende la sicurezza del sistema energetico italiano qualcosa di ridicolo rispetto al resto d’Europa. Ma non saranno altre centrali a carbone a risolvere il problema. Il carbone poco pulito è solo quel che conviene di più alle finanze di Enel.
 

Tratto da http://www.altrenotizie.org/

Per saperne di più: http://www.noalcarbone.it/

                    http://www.greenpeace.it/portotolle/content.htm

                    http://www.ecoblog.it/post/2462/gonfia-un-pallone-sulla-centrale-a-carbone

                    http://montebelloionico.blogspot.com/2007/09/saline-mozione-contro-la-centrale.html

 

12 settembre 2007

Lettera aperta dell’imprenditore Pino Masciari

di Pino Masciari   

martedì 11 settembre 2007

Pino Masciari a LegalitàliaSono un imprenditore edile calabrese sottoposto a programma speciale di protezione da parte del Ministero dell’Interno dal 18 ottobre 1997, unitamente a mia moglie e i miei due bambini, perché ho denunciato la criminalità organizzata la “ ’ndrangheta ” e le sue collusioni nella sfera Politica-Istituzionale. Da tali denunce sono scaturiti diversi processi e numerose condanne tra le quali anche contro qualche Magistrato. Tale scelta ha sconvolto l’esistenza di un’intera famiglia, perché siamo dovuti fuggire dalla nostra terra per salvarci la vita.
Ciò mi ha portato all’esilio, alla perdita delle mie imprese di costruzioni edili e mia moglie ha dovuto rinunciare alla sua professione di medico odontoiatra.

Ebbene, dopo le intimidazioni e le minacce al Presidente dell’ANCE di Catania, Andrea Vecchio, e al Presidente della Camera di Commercio di Caltanisetta, Marco Venturi, l’Associazione degli Industriali Siciliani ha stabilito una norma che sarà inserita anche da Confindustria a livello nazionale : “ gli imprenditori che non si ribellano al racket delle estorsioni pagando il pizzo e in qualunque forma collaboreranno con la mafia saranno espulsi da Confindustria”.

Solidarietà è stata espressa dal nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal mondo Politico- Istituzionale.

E’ giusto! Via gli imprenditori che pagano il pizzo, via chi paga le tangenti e via anche i politici che prendono le tangenti, via ogni forma di illegalità!

Io da imprenditore mi sono ribellato denunciando all’ Autorità Giudiziaria il sistema che mi rendeva vittima, in un periodo, più di dieci anni fa, quando di ‘ndrangheta non se ne parlava o se ne parlava poco.

Sono stato ossequioso delle leggi dello Stato e mi sono affidato ad Esso e mi chiedo perché in questi lunghi anni non ho avuto sostegno e sono stato dimenticato? Io rientro nella categoria dei testimoni di giustizia, ho visto passare davanti a me diverse legislature e solo da pochi mesi ho riscontrato una certa sensibilità da parte delle Istituzioni.

Per cui chiedo al Presidente della Repubblica, Al Primo Ministro e al suo Governo, alle Associazioni di categoria, alla Società Civile, se è giusto per un imprenditore, che ha inteso fare solo il proprio dovere mettendo a rischio la vita dell’intera famiglia, ritornare ad appropriarsi della sua dignità di Cittadino Italiano e dell’esercizio della sua attività imprenditoriale; se è giusto che il rischio di vita cui è esposto diventi motivo di effettiva protezione da parte dello Stato e non limitazione alla propria libertà.

Io ho fatto la mia parte, lo Stato faccia la sua per dare risposte positive ad un padre di famiglia, imprenditore e cittadino onesto.


Lì 10 settembre 2007 

 

10 settembre 2007

Metti una pistola a cena.

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”, cantava Dante Alighieri nel suo sesto canto del Purgatorio. È verissimo che sotto il sole non c’è quasi mai nulla di nuovo, e che il vate fiorentino ha coniato in una sola frase la definizione perfetta per l’Italia di oggi come per quella di allora. Eppure, ci sono alcune cose nuove, in questa Italia che va, non si sa bene dove, badando più a restare a galla che a seguire una rotta precisa. Nuove e incredibili, perché se la nave Italia può essere la cenerentola della situazione paragonata ad altri paesi riguardo sviluppo, medicina, ricerca, economia, occupazione e via dicendo, c’è un settore in cui andiamo fortissimo, ma di cui chissà perché se ne ha pudore a parlarne: gli armamenti.
Ebbene si, chi riteneva che il pezzo forte della nostra esportazione fossero i capi di Armani o di Dolce & Gabbana, si sbaglia. Nulla fa volare il nostro fatturato come la vendita delle armi. Difatti, mentre per quanto riguarda gli armamenti in generale siamo al settimo posto nel mondo, per quanto concerne le pistole, grazie alla Beretta (ma non solo), risultiamo essere il paese numero due al mondo come esportazione, subito dopo gli USA. In un articolo di Repubblica del giugno 2005, il giornalista Francesco Vignarca lanciava un grido d’allarme sulla vicenda con questo articolo:  “Armi, Italia settima nel mondo spende più di Russia e Israele
La classifica dei paesi che investono di più per armamenti In testa Usa e Gran Bretagna impegnati nella guerra in Iraq – Il dossier pubblicato da un istituto socioeconomico di Stoccolma – Nel 2004 destinati a questo capitolo 1.035 miliardi di dollari. I primi sono gli Stati Uniti; poi ci sono la Gran Bretagna, la Francia, il Giappone, la Cina e la Germania. Al settimo posto nella classifica degli stati che spendono di più per gli armamenti c’è l’Italia: 27,8 miliardi di dollari. Roma impegna più soldi negli armamenti che la Russia (all’ottavo posto con 19,4 miliardi di dollari); il doppio di Israele (dodicesimo in classifica con un impegno di 10,7 miliardi di dollari). La classifica l’ha stesa l’Istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace, il SIPRI, da tutti riconosciuto come uno dei più autorevoli negli studi socioecomici sulle guerre. Confrontando i dati dell’anno scorso con quelli del 2003, emerge un aumento del 6% delle spese militari dei quindici stati più industrializzati. Per il sesto anno consecutivo, il budget riservato agli armamenti è aumentato. Nella top fifteen degli armamenti spiccano gli Usa, 455 miliardi di dollari, il 47% dell’intera torta di investimenti dei quindici paesi più ricchi del globo. E’ la prima volta dalla fine della Guerra Fredda che le spese militari superano i mille miliardi di dollari, 1.035 per l’esattezza, vale a dire 162 dollari per ogni abitante del pianeta, 125 euro. Secondo la ricerca del SIPRI, entro il 2010 la spesa globale potrebbe addirittura raddoppiare. Eppure nel 2004 l’incremento è stato inferiore rispetto a quello registrato nel 2003: l’8% contro l’11. E la spiegazione sta nell’impegno contro il terrorismo internazionale deciso dagli Stati Uniti dopo l’attentato alle Torri Gemelle. La grande impennata nelle spese ci fu allora: dal 2002 l’impegno economico destinato alle Forze armate resta imponente. Le guerre in Afghanistan e Iraq bruciano ogni anno centinaia di milioni di dollari. Basti pensare che le spese militari Usa hanno rappresentato lo scorso anno il 3,9% del prodotto interno lordo. Un paragone rende più di tante parole: il giro d’affari dei cento principali produttori di armi equivale al prodotto interno lordo dei 61 paesi più poveri del mondo.”
Qualcuno, forse ammantato dal cinismo più bieco, o accecato dalle mirabolanti peripezie dei divi di Hollywood che fanno sfoggio di armi lucidissime e ipertecnologiche quasi fossero dei cellulari UMTS o dei forni a microonde, dirà che il fondo è un mercato anche questo, e se le leggi lo permettono, è lecito fornire di armi i governi che ne fanno richiesta.

A questo inappuntabile ragionamento, però, sfuggono due piccoli dettagli.

Primo: che l’Italia è un paese sovrano, una Repubblica europea che agisce in ambito NATO e ONU, che come tale è tenuta a non permettere a aziende o società che operano nei suoi territori nazionali di fornire armi o elementi distruttivi non approvati dalle più recenti risoluzioni ONU (come le micidiali mine antiuomo italiane, distrutte, come previsto dalla Convenzione di Ottawa, nel 2003), e soprattutto che è tenuta a non far pervenire o vendere mai e in nessun modo queste armi a potenze o nazioni che agiscano in netto contrasto ai regolamenti ONU e alle direttive NATO,

Secondo: che ogni azienda, Italiana o straniera, quando vende qualsiasi tipo di bene, specie armi da guerra, è tenuta a documentare tale attività e a seguire la regolamentazione internazionali vigenti, segnalando numero di armi, quantitativi, tipologia e numero di serie di ogni singola arma venduta, allo scopo di poter tracciare un quadro preciso degli spostamenti delle armi in modo tale da poter risalire facilmente alla azienda produttrice.

Questi due elementi sembrerebbero così ovvi da sembrare scontati, in fondo se un paese occidentale in ambito ONU crea delle armi, sembrerebbe ovvio che lo faccia in primis per armare le patrie difese, anche perché a tal merito, nel settembre 2002 l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi ebbe a dire proprio al congresso dell’ONU: «Abbiamo il diritto di difenderci. La barbarie dei terroristi ha unito le democrazie, reagiremo contro la sfida del regime iracheno. Quando l’attacco terroristico e l’insidia alla pace sono portati da reti o regimi che mirano a distruggere il nostro modo di vita e le nostre democrazie liberali, le democrazie hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di difendersi».

Discorso sacrosanto, ma la situazione non è poi così chiara: con una situazione che fa tornare in mente una pubblicità pèr i preservativi di qualche anno fa, con un professore che ne sventolava uno tra i banchi domandando “di chi è questo?”, alcuni articoli apparsi (per poi venire inghiottiti misteriosamente nel nulla) nel maggio del 2005 parlavano, guarda caso, di una insolita serie di ritrovamenti avvenuti in Iraq all’indomani dell’inizio della Seconda Guerra del Golfo. Alcune agenzie ANSA l’anno scorso riportarono al riguardo inizialmente solo poche righe sparute: “La Procura di Brescia indaga fin dal 2004 sul ritrovamento di pistole Beretta senza numero di matricola in Iraq.”

Fonte della notizia fu il Corriere della Sera, e manco a dirlo in tempo zero la redazione in questione venne invasa dalle forze dell’ordine alla ricerca di materiale d’indagine, con tanto di sequestro di ‘bozze di articoli’ a scopo di ricerca.

Scoppia il finimondo, tutti cercano di capire come sia stato possibile che gli iracheni che sostenevano Saddam fossero così ben muniti di pistole italiche, e non poche. La Giornalista Nunzia Vallini del Corriere della Sera ci informa come la stragrande maggioranza degli «ostili» in Iraq erano armati Beretta, si parla addirittura di 10.000 pistole.

“Gli uomini della guerriglia dispongono di molte pistole italiane, tutte degli ultimi modelli e – particolare ancora più inquietante – con matricola illeggibile o inesistente”, afferma la Vallini. “Armi «fantasma» che sembrano prodotte in tempi recenti e difficilmente sembrano conciliabili con le forniture «lecite» risalenti ai primi anni ’80. Dai servizi statunitensi attraverso i nostri 007, il dossier è arrivato alla Procura di Brescia. Che ha deciso di scoprire da dove provengono quelle pistole. Un’inchiesta aperta nell’autunno 2004 e proseguita finora nel massimo silenzio. […] A Gardone Valtrompia, sede storica dell’azienda che produce armi dal 1526, sostengono di essere all’oscuro dell’indagine: «Non ne sappiamo assolutamente nulla». I documenti riguardano le esportazioni legali effettuate dalla Beretta negli ultimi anni. Il tutto forse per cercare di capire attraverso quali canali le pistole siano finite in mano alla «resistenza irachena». Le notizie raccolte dai militari statunitensi sono molto dettagliate: hanno schedato tutte le armi recuperate ai miliziani di Al Qaeda e ai guerriglieri filo-Saddam dall’inizio delle operazioni in Iraq. Con alcuni arsenali impressionanti: a Bagdad, in uno dei palazzi del raìs, vennero scoperte quattromila calibro nove italiane ancora imballate. L’azienda di Gardone Val Trompia alla fine degli anni ’70 fece un accordo con le autorità di Bagdad: venne ceduta la licenza per produrre le vecchie pistole serie 70 e 51. Le pistole ritrovate dagli americani invece sono le modernissime 92, in dotazione anche alle forze armate Usa. Proprio dopo la vincita del contratto Usa, la fabbrica bresciana è stata sottoposta a controlli ferrei da parte dell’intelligence americana. Ma quelle armi vengono prodotte anche altrove, negli Usa e in Brasile, mentre da tempo si vocifera addirittura di un clone cinese. […] La particolarità poi sono quelle matricole cancellate. Più che abrase, sembrano uscite dalla catena di montaggio senza numeri di serie o con le indicazioni fatte sparire attraverso metodi industriali. Una prassi che fa pensare più a pistole destinate a operazioni di servizi segreti o nuclei terroristici dotati di un forte appoggio governativo.

Ecco quindi che, a sorpresa, tra le teorie degli inquirenti, vi è addirittura quella che le armi italiane sarebbero state create – e contraffatte – dai cinesi! Ma come, dopo le borse di Fendi e gli abiti di Ferré, i geniali figli dell’oriente avrebbero dato vita persino a false pistole Beretta? E i numeri di matricola, erano davvero inesistenti, o esistevano e sono stati cancellati? Ma perché, se le armi non provenivano davvero dalle industrie Beretta? E ancora: se esistono fabbriche di Beretta in remoti angoli del terzo mondo, davvero gli industriali di Gardone Valtrompia non ne sono coinvolti in nessun modo? Diecimila pistole di ultimo tipo con tutte le più moderne modifiche tecnologiche, create in Cina o in Brasile, è una storia che potrebbe anche essere vera. Ma non probabile. 
Secondo il rapporto Sipri la spesa militare, che corrisponde al 2,5% del Prodotto Nazionale Lordo mondiale e ad un importo pro capite di 173 dollari, è notevolmente cresciuta rispetto al passato – più 3,4% in termini reali rispetto al 2004 e ben il 34% in più rispetto a dieci anni fa. I principali responsabili dell’aumento sarebbero gli Stati Uniti, sulla scia della lotta al terrorismo, in Iraq ed Afghanistan. Infatti, circa la metà della spesa mondiale, oltre 500 miliardi di dollari è degli USA. La ‘superiorità’ degli americani è data anche dalla spesa pro capite che supera i 1.600 dollari – quasi dieci volte l’importo medio mondiale -. Dopo gli Stati Uniti seguono, in ordine d’importanza, Regno Unito, Francia Giappone e Cina con una spesa del 4-5% ciascuno. La spesa di questi 5 paesi rappresenta i 2/3 dell’intera spesa mondiale. Seguono poi nella classifica Germania e Italia, che è al settimo posto assoluto con 25,1 miliardi di euro – erano 27,5 nel 2004. La spesa è in diminuzione non tanto per una scelta politica bensì a causa delle difficoltà della finanza pubblica italiana. Se ai citati 7 paesi aggiungiamo Arabia Saudita, Russia, India, Corea del Sud, Canada, Australia Spagna ed Israele arriviamo all’84% del totale del pianeta. La spesa dei paesi europei è in calo, dell’1,7% e quelli che registrano la maggiore riduzione sono Regno Unito ed Italia.
La tendenza è cambiata con Berlusconi: Durante il suo quinquennio le autorizzazioni all’esportazione di armi rilasciate dal Governo sono balzate dai 904 milioni del 2000 agli oltre 1.361 milioni del 2005, dopo aver toccato un picco di 1.631 milioni di euro nel 2004. Nel contempo sono aumentate anche le consegne che sono passate dai 554 milioni di euro del 2001 agli oltre 897 milioni del 2005, segno evidente che gli ordinativi promossi dal commesso viaggiatore non sono restati sulla carta ma stanno andando a “buon” fine. Esportazioni che, per il 45% vanno a finire nei Paesi del Sud del mondo e nelle aree calde del pianeta: l’ultima Relazione sull’export di armi ci informa, infatti, che tra i primi dieci acquirenti di sistemi militari “made in Italy” ben sette stanno tra Medioriente e Asia: Turchia (116 milioni di euro), India (104 milioni), Singapore (88 milioni), Egitto (77 milioni), Oman (55 milioni), Emirati arabi (54 milioni) e Pakistan (49 milioni) e solo questi fanno più del 45% degli ordinativi. Ma Berlusconi, da imprenditore, ha capito che non si trattava soltanto di piazzare prodotti, bensì di creare alleanze strategiche. Così nel suo quinquennio ha ratificato tutta una serie di “Accordi per la cooperazione nel campo della Difesa” che, tra l’altro, prevedono acquisizioni e produzioni congiunte di armamenti come “bombe, mine, razzi, siluri, carri, esplosivi ed equipaggiamenti per la guerra elettronica”. Tra questi spiccano quelli con Lituania (2002), Romania (2003), Bulgaria, Croazia e Egitto (2003), Uzbekistan (2003), Gibuti (2003), Giordania (2004), Indonesia (2004), Algeria e Israele (2005), Georgia e Kuwait (2005). 

Sembra assurdo, ma oggi grazie a internet anche l’acquisto di armi è diventato più facile. In un articolo apparso su Mediamente, si rendeva noto il caso di un tredicenne di New York che aveva acquistato delle armi ondine con la carta di credito del padre. Ma non è un caso isolato, o un fenomeno unicamente a stelle e strisce.
Sul sito tutto italiano Armishop.it, ad esempio, è possibile acquistare quasi di tutto: non veri fucili, certo, ma tutto il resto sì.

Certo, non tutti vendono o comprano armi pesanti, alcuni vendono coltelli da collezione o cartucce. Ma solo gli annunci per i fucili sono 2204, quelli per le pistole 1075, e il database sono aggiornati regolarmente. Quante di queste transazioni sono regolari e notificate alle autorità?

Diversa è invece la detenzione (di arma da sparo), che differisce dal porto in quanto in questo caso l’arma è detenuta presso l’abitazione ma non può essere portata al di fuori di essa (altrimenti sarebbe porto). In base alla legge, il cittadino italiano che, munito dei necessari requisiti, voglia acquistare un’arma allo scopo di detenerla presso la sua abitazione, può farlo, dietro presentazione di istanza indirizzata alla Questura della provincia di residenza, specificando in essa i motivi. L’arma dovrà poi essere denunciata presso l’ufficio della Polizia di Stato o Comando dei Carabinieri competente. Di norma, l’autorizzazione all’acquisto di un’arma al fine di detenerla presso l’abitazione è concessa più facilmente rispetto all’autorizzazione del porto d’arma ai fini della difesa personale, ma anche in questo caso, le valutazioni saranno a cura della Questura.

Nel frattempo, è dello scorso aprile la notizia che presto i carri armati italiani potrebbero sfoggiare dei loghi pubblicitari, proprio come le auto di Formula 1 a Maranello.


«METTI UNO SPONSOR SUL CARRO ARMATO
Ansa, 20 aprile 2006
Esercito: Mancano i soldi, largo agli sponsor. “Niente carro armato targato Coca Cola, questo no. Ma in tempo di vacche magre – dice il capo di Stato maggiore dell’Esercito, Filiberto Cecchi – bisogna guardare le cose in termini innovativi.” E dunque largo agli sponsor.
Che per le spese militari si sia in tempi di vacche magre, come vedremo, ce ne corre, certo però che di sponsor le gloriose Forze Armate della Repubblica nata dalla Resistenza ne trovano, a quanto pare, fin che vogliono: già 14 infatti sono le imprese, le banche, le società di assicurazioni, pubbliche o private, che investiranno una parte dei loro equivoci utili per finanziare la manifestazione che il 4 maggio celebrerà il 145° anniversario dell’Esercito.»

E in effetti, non sono poche le aziende coinvolte con la difesa e con gli armamenti. Da un’analisi compiuta nel 2003 da Il Manifesto, emerge che la classifica delle aziende italiane esportatrici di armi, formulata sul valore delle commesse autorizzate, è guidata dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara, con ordinativi per 220 milioni di euro, relativi soprattutto alla vendita alla Spagna di 61 autoblindo. Seguono la Oerlikon-Contraves (104,4 milioni, con una crescita di sette volte del fatturato rispetto al 2001), la Oto Melara (92,5 milioni), la Meteor Costruzioni Aeronautiche ed Elettroniche (64,9 milioni), la Galileo Avionica (60,8 milioni – l’azienda si e segnalata per la vendita di sofisticati sistemi di puntamento per carri armato alla Siria, uno dei paesi dell’"Asse del male"), la Alenia Marconi Systems (41,9 milioni) la Whitehead Alenia Sistemi Subaquei (39,1 milioni), Fiat Iveco (34,7 milioni), Fiar (33,3 milioni), Fiat Avio (25,4 milioni). Tra le aziende esportatrici di armi c’e anche Finmeccanica, società in cui lo Stato e azionista di riferimento. Quanto alle autorizzazioni bancarie al traffico di armi, nel 2002 ne sono state rilasciate 675 (+15,6% rispetto al 2001), per complessivi 774,7 milioni di euro (+18% rispetto al 2001). Tra gli istituti di credito interessati svetta il Banco Bilbao Vizcaya (al primo posto con il 29,4% delle transazioni complessive autorizzate), seguito da numerose banche italiane, tra cui la Bnl (18,7%) la Banca di Roma (13,4%), il San Paolo-Imi (11%), Intesa Bci (7,4%) Credito Italiano e Unicredit (6,8% ciascuno).
Insomma, gli italiani si sconvolgono ogni volta che a finire ferito è un nostro militare, mentre per qualche strano motivo sembrano ignorare o essere indifferenti al fatto che gran parte dei conflitti nel mondo sono combattuti con armi Made in Italy. In fondo, è cosa che non ci riguarda. La colpa non è nostra, meglio non pensarci, basta solo girare lo sguardo dall’altra parte. E convincerci che probabilmente è tutta roba fatta dai cinesi
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di PABLO AYO  

Per leggere l’intero articolo: http://www.strangedays.it/

 

Per saperne di più:

 

http://www.volint.it/scuolevis/commercio%20armi/armamenti.htm

http://unimondo.oneworld.net/article/view/126553/1/8082

 

 

 

6 settembre 2007

La guerra sbagliata del presidente Bush

 
Per ricordare l’11 settembre del 2001 ho scelto di rimettere questo vecchio articolo.
Ogni tanto è interessante andare a leggere vecchi articoli, questo, per esempio, è del 19 marzo 2003 pubblicato su "La Repubblica" scritto da Ezio Mauro, il direttore. Ora vorrei sapere quanti, all’epoca, erano d’accordo con questo articolo e quanti, a distanza di 4 anni, sono d’accordo. Le ragioni contro erano valide anche allora, ma chi diceva il contrario era additato come un terrorista o un nemico dell’occidente, e sono valide ora, dopo circa 600.000 morti (vedi l’articolo http://www.ecplanet.com/canale/varie-5/cronache_apocalisse-145/0/0/27005/it/ecplanet.rxdf)
 
E’ UNA guerra sbagliata. Mentre pende l’ultimatum e si schierano gli eserciti, è il momento di dire con chiarezza che anche se raggiungerà l’obiettivo di liberare l’Iraq dalla tirannia di Saddam – come io mi auguro fortemente e come tutti dobbiamo sperare, nel momento in cui non si riesce ad arrestare il conflitto – questa guerra resta sbagliata. In democrazia, infatti, per fortuna non contano solo i fini: i mezzi impiegati per raggiungerli sono importanti, e in questo caso il mezzo è la forza dell’unilateralismo americano, dispiegato come giudice e vindice, a nome di tutta la comunità mondiale. Qualcosa che non avevamo ancora conosciuto, nel vecchio secolo. Qualcosa, soprattutto, che attraverso la guerra può cambiare l’ordine mondiale, il diritto internazionale, gli istituti di garanzia e le alleanze fin qui conosciute. Perché due sono le partite che si giocano nel deserto iracheno, ed entrambe ci riguardano. La prima partita è la sfida contro il terrorismo, aperta l’11 settembre del 2001 con l’assalto alle Torri. Abbiamo detto subito, e lo ripetiamo anche oggi, che quell’attacco all’America era diretto contro le democrazie, e che le democrazie devono difendersi. Questa è la ragione per cui, a mio parere, non si può essere contro la guerra "senza se e senza ma": perché la guerra, strumento terribile, può in qualche caso essere giusta, può semplicemente essere inevitabile, può persino essere preventiva, se serve a scongiurare un pericolo imminente, dunque a difendere le democrazie. Ma la democrazia, ecco il punto che abbiamo sempre sostenuto, può e deve difendersi soltanto restando se stessa. Dunque quel pericolo dev’essere vagliato, certificato e definito come tale dagli organismi internazionali di garanzia sotto il profilo della congruità tra minaccia e reazione, e la reazione guerresca deve essere esaminata dai governi e dai Parlamenti nazionali sotto il profilo dell’opportunità politica. Sapendo – per essere onesti nel nostro discorso – che l’Europa ha lasciato l’America sola, dopo l’11 settembre, circondandola di compassione, un sentimento che non produce politica, ma mai di condivisione, ponendosi cioé il problema comune della difesa e della reazione delle democrazie all’urto del terrorismo. Attraverso la condivisione di questa minaccia e di questa sfida, l’America poteva essere portata a graduare i suoi obiettivi, a costruire le alleanze, a far pesare insieme la forza e il diritto contro Saddam, a cercare un effettivo disarmo del dittatore, a sfruttare le piene potenzialità dell’Onu: insomma a reagire costruendo politica, fino a dare con la politica cuore, bussola e obiettivi condivisi al dispiegamento della sua forza. E qui si apre la seconda partita. Proprio lo choc dell’11 settembre, unito al radicalismo di questa amministrazione e al suo fondamentalismo religioso che la rende diversa dalle destre americane fin qui conosciute, ha innescato la tentazione di una nuova dottrina di sovranità, che risponda alla sfida terroristica trasformando gli Usa in arbitri del mondo. E’ una spinta di difesa, che porta l’amministrazione ad attaccare per distruggere i pericoli di oggi e di domani. Il metro è americano, come il giudizio, l’esercito, il criterio, il processo di ricostruzione e il governatorato: persino il Dio che presiede a tutto questo è americano, un Dio privato del presidente, capace prima di perdonarlo e poi di redimerlo, per portarlo quindi al comando della superpotenza trasformandolo infine in strumento messianico di lotta del Bene contro il Male, per ristabilire il nuovo ordine biblico e soprattutto americano. Perché è un Dio strumentale, quasi membro dell’amministrazione, sigillo mistico di quella "Strategia nazionale di sicurezza" presentata il 20 settembre di un anno fa, quando Bush si disse convinto che "l’umanità ha nelle sue mani l’occasione di assicurare il trionfo della libertà sui suoi nemici" e aggiunse che "gli Stati Uniti sono fieri della responsabilità che incombe loro di condurre questa importante missione". Ho già scritto tempo fa che questo passaggio teorico – base e fulcro dell’attacco all’Iraq – non è accettabile per un occidentale. Nessun Paese, nemmeno se è stato colpito al cuore dal terrorismo, neppure se è l’unica superpotenza egemone, può pretendere di incarnare una "missione" a nome della libertà, dell’Occidente e addirittura dell’umanità, saltando i passaggi di salvaguardia del diritto internazionale e attribuendosi funzioni, ruoli e compiti mistici e ultrapolitici, che finora soltanto il leninismo aveva assegnato a se stesso: scegliere i nemici, decidere il casus belli, saltare l’Onu, portare il mondo dalla pace alla guerra, trasformando eucaristicamente se stesso in strumento di redenzione del mondo. Al centro delle due partite, in mezzo alla contraddizione, c’è il concetto di Occidente. Rischia di uscire schiacciato da una guerra unilaterale e da una dottrina che la universalizza. Va detto qui, ora, che l’Occidente non è una delega. E’ un sistema condiviso di valori e di regole di democrazia, declinati insieme da Stati Uniti ed Europa. Il deficit di Europa indebolisce il concetto stesso di Occidente, nello stesso modo in cui lo indebolisce l’unilateralismo americano. Un’Europa forte, coesa anche se non unita, cosciente di essere nell’alleanza uno dei due pilastri dell’Occidente, poteva portare in questa crisi il senso del diritto internazionale, il rispetto per i meccanismi internazionali di regolazione dell’arbitrio e di contenimento dei conflitti. L’Europa si è invece divisa due volte: prima tra vecchia e nuova, con i Paesi dell’allargamento, venuti dall’impero sovietico, che appena riconquistata la libertà davanti al bivio tra l’identità civica europea e la partnership militare ed economica americana hanno scelto senza esitazioni quest’ultima. Poi, tra vecchia e vecchia Europa, con Francia e Germania unite nel no alla guerra, Spagna e Italia tentate di seguire la Gran Bretagna nella costruzione di rapporti individuali privilegiati con Washington. Per gli scopi a breve di Bush questa doppia divisione è stata una fortuna, di indubbia utilità e di facile incasso. Ma è una visione miope. I singoli Stati che da soli aderiscono alla chiamata americana di schieramento non fanno Europa, non portano con sé l’Europa. E prima di George W. Bush, e dopo di lui, l’America sa perfettamente che tutta la sua storia migliore passa attraverso un’alleanza con l’Europa, dentro il concetto di Occidente. Che non è morto con la caduta del muro di Berlino, e andrà salvaguardato – anche da Bush – durante e dopo questa guerra, perché fa parte della nostra identità, insieme con l’Europa. Due identità in crisi. Silvio Berlusconi, magari inconsapevolmente, è un piccolo fattore di questa doppia crisi. Schierato preventivamente, pregiudizialmente e unilateralmente con Bush – più che con gli Usa – il nostro presidente del Consiglio ha poi navigato ambiguamente al coperto di fronte al senso comune del suo Paese contrario alla guerra, alla leadership incombente del Papa, alle inquietudini dei suoi alleati, ai problemi costituzionali e ai richiami del Capo dello Stato. Per giorni e giorni è stato fuori da tutti i tavoli, quello dell’Onu, quello dell’Europa pacifista di Chirac e Schroeder, quello premilitare di Bush, Blair e Aznar alle Azzorre. La lettera di ingaggio di Bush, lunedì, ha messo in chiaro gli impegni assunti dal Capo del nostro governo con l’amministrazione americana, prima che il Parlamento italiano potesse conoscere il suo pensiero davanti all’ultimo atto della crisi. Ieri, in più, Colin Powell ha sbrigativamente inserito l’Italia di Berlusconi nell’elenco dei Paesi che sostengono la guerra americana: di nuovo, il Parlamento non ne sapeva nulla, perché solo oggi il governo riferirà alle Camere. Berlusconi è di fronte ad un bivio scomodo. Per mantenere gli ingaggi assunti in segreto, oggi deve definire in pubblico giusta e sacrosanta la guerra che Bush muove a Saddam fuori dall’Onu, ripiegando sulla vecchia risoluzione e forzandola fino alle armi dopo aver preso atto che era impossibile comprare i voti sufficienti a convincere Francia, Russia e Cina e non opporre il veto. L‘Onu, almeno, è servito a dimostrare che su questa guerra non c’è consenso. E’ a questa guerra senza consenso, senza Onu, senza politica – unico fondamento di moralità – che Berlusconi deve decidere se dare il suo sigillo di legittimità. Se lo farà, lo farà contro il sentimento degli italiani e contro il loro giudizio politico, nella speranza di costruirsi nella scia della forza di Bush quello standard internazionale che non è stato capace di costruirsi con la politica. Dimenticandosi – o semplicemente ignorando – che l’interesse nazionale italiano passa attraverso l’Europa e con l’Europa attraverso il rapporto con gli Usa, nella realizzazione concreta del concetto di Occidente. Sono i pilastri della politica degasperiana, che Berlusconi non conosce, ma che qualcuno dovrebbe ricordargli. Bisogna evitare che la guerra unilaterale distrugga tutto, l’Onu, l’Europa politica e persino la tradizione migliore della nostra politica estera. La lealtà e l’amicizia con gli Usa si salvano così, investendo nell’Europa e nell’Occidente, dunque nel futuro: non dicendo oggi, da sudditi velleitari, un sì ad una guerra sbagliata.  
6 settembre 2007

Politkovskaja, inchiesta insabbiata?

A Mosca viene sostituito il procuratore a capo dell’inchiesta sull’omicidio di Anna Politkovskaja. Si sospetta l’intenzione di insabbiare le indagini

Piotr Gabrijan, procuratore a capo dell inchiesta penale sull’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, è stato rimosso dal suo incarico. I familiari della giornalista e gli ex colleghi del quotidiano ‘Novaja Gazeta’ si dichiarano sicuri che dietro questa mossa ci sia l’intento, nemmeno troppo mascherato, del potere moscovita d’insabbiare le indagini prima che arrivino troppo in alto, magari fino allo stesso Cremlino.
Un ragionevole dubbio Parenti amici e colleghi hanno prima pianto la famosa reporter russa in Cecenia (comunque la più discussa nell’ultima decade)quando venne
uccisa da due killer rimasti sconosciuti la mattina del 7 ottobre 2006. In seguito hanno pubblicamente elogiato il lavoro del procuratore Gabrijan, che è stato rimpiazzato da un giudice di gran lunga più anziano ( e, azzardano dalla Novaja Gazeta, più malleabile dal ministero della Giustizia, che in Russia ha un controllo disciplinare sui magistrati ben maggiore di quello esercitabile dal Guardasigilli italiano).

Il regime fa arrabbiare. Intanto cresce il malcontento per un omicidio ancora avvolto dal mistero, un silenzio che desta molti sospetti: il giorno del compleanno di Anna, circa 300 oppositori al regime Putiniano e difensori della libertà di coscienza si sono riuniti in piazza a Mosca per marciare fino a casa Politkovskaja e depositare delle corone di fiori sotto il suo portone. Un omaggio alla libertà di stampa al momento negata a suon di pistolettate sotto il pungo duro del Cremlino, una situazione che fa indignare anche il volto noto dell’opposizione, l’ex campione del mondo di scacchi Gari Kasparov, presente alla manifestazione e a sua volta già arrestato dagli sgherri di Putin in vista dell’ultimo meeting del G8 di San Pietroburgo.

La certezza dei Silovki. Una sola certezza rimane in questa vicenda: il potere dei Silovki, casta di potere riunita intorno a vecchi funzionari del Kgb, ex servizio segreto sovietico (ora Fsb) e alla cricca del presidente di ferro Vladimir Putin. La denuncia sullo stato delle cose in Russia arriva da Dimitri Muratov, caporedattore della Novaja Gazeta di A. Politkovskaja, che è andato a dire in diretta a ‘Radio Moskvji’ come "i Silovki del presidente Putin ormai controllano tutto in questo Paese: dai media ai servizi segreti alla polizia alla magistratura, senza parlare di Parlamento e governi regionali; il loro potere non ha più limitazioni. Avevano già deciso d’affossare questo processo e adesso allontanando Gabrian, faranno finire l’inchiesta in un nulla di fatto".

Segnali premonitori. E sull’andazzo delle inchieste sull’omicidio Politkovskaja si erano ricevute da Mosca parecchie notizie inquietanti già nelle passate settimane. Mercoledì 29 agosto sono stati annunciati una decina di arresti, ma di pochi  indagati è stata rivelata l’identità: il procuratore capo della Repubblica russa Yuri Chaika ha attribuito questo omicidio eseguito in stile Chicago anni ’30, a un ”gruppo criminale  in cui comandano alcuni funzionari di polizia, che mirava a minare la reputazione della Russia all’estero, per poter indebolire la presidenza Putin". Il personaggio di spicco tra gli indagati sarebbe il tenente dei servizi segreti (Fsb) Pavel Ryaguzov, secondo qaunto pubblicato dal quotidiano ‘Tvoi Den’. Il suo arresto è stato confermato martedì 4 settembre dalla Corte marziale, distretto moscovita. Uno dei sospettati consegnati alla magistratura sarebbe un cittadino d’origine cecena, Dzhabrail Makhmudov, ma rimangono forti dubbi sulla sua volontà di collaborare alla riuscita delle indagini. Il suo legale, Murad Musayev, è comparso all’edizione serale dei tg moscoviti per dire che Makhmudov "ha le reni in pezzi per i pestaggi che ha dovuto subire".

 
4 settembre 2007

10 settembre

La Giornata ha per tema quest’anno “Suicide Prevention across the Life Span”, la prevenzione del suicidio nell’arco della vita. I dati dell’Oms, sono eloquenti: il suicidio rappresenta circa il 3 per cento fra le cause di morte. Negli adolescenti sotto i 15 anni il suicidio è la prima causa di morte in alcuni Paesi: Cina, Svezia, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda. Il suicidio è la prima causa di morte per le persone dai 15 ai 24 anni in moltissimi Paesi e lo è pressoché in tutto il mondo per gli adulti tra i 25 e i 55 anni: per questa categoria il numero di morti per suicidio è maggiore – in numeri assoluti – dei morti per le guerre e gli omicidi messi insieme. Benché il suo “peso” percentuale sia minore, in numeri assoluti i suicidi aumentano quasi ovunque in età avanzata.In Italia si valutano ogni anno tra 3.500 e 4mila i suicidi ogni anno. I dati epidemiologici sui suicidi e i tentativi di suicidio provengono dall’Autorità giudiziaria (verbali e rapporti di Polizia e Carabinieri) o da quella Sanitaria (secondo i dati elaborati dall’Istituto di statistica sanitaria tratti dai certificati di morte), sono unanimemente ritenuti sottostimati e aggiornati con un ritardo di 2-3 anni. Nel 2004, ultimo aggiornamento, i suicidi “ufficiali” sono stati 3.265 (758 donne e 2.507 uomini), con un tasso di 5,6 su 100.000 persone, con un alto numero di casi del Nord Est e valori molto più bassi nell’Italia Meridionale. La regione che appare con il più alto tasso è il Friuli Venezia Giulia, con il 9,8 e la più bassa la Campania con il 2,6. In luoghi di forte disagio – carcere, ospedali, case di riposo – i suicidi sono molto più frequenti.

Per leggere l’articolo: http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=83986

Per un aiuto concreto: www.telefonoamico.it

                       http://tuttoperilsuicidio.8m.com/bismain.htm

Per saperne di più:  http://italiasalute.leonardo.it/News.asp?ID=6849

                     http://www.statistiche-oggi.it/archives/0002146.html

                     http://suicidi.splinder.com/

                                                    

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