Posts tagged ‘Monti’

2 ottobre 2012

Liste Monti, non lo dice ma gradisce

Disponibile in caso di necessità. Aveva dichiarato Ma-rio Monti negli Stati Uniti, pensava che la distanza potesse ridimensionare l’impatto e invece. Gragnola di adesione, presunte liste-professore, non vidimate però ispirate. Tutti in piedi, a chiedere il bis: il concerto va prolungato per Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Luca Cordero di Montezemolo, mine sparse nel Partito democratico, fra i berlusconiani, in prima e seconda fila ai ministeri. Monti si è accorto di aver preso la rincorsa: stanca durante la strada lunga, scoscesa e misteriosa che porta da qui – l’autunno dei Fiorito e degli scandali – al voto in primavera. Ha chiesto di frenare. E lui stesso ha frenato a Milano, al forum per la cooperazione internazionale: “Lasceremo il governo ad altri nei prossimi mesi, e con esso un Paese meno rassegnato e un po’ più sereno”.    Non è un testamento, ma è una tattica che a Palazzo Chigi conoscono a memoria: il professore non può far crollare la già fragile maggioranza, mostrare segni di apprezzamento per Casini, innervosire Pier Luigi Bersani e bruciare il Pdl. Non adesso che vuole raggiungere quattro obiettivi. Quattro riforme: concorrenza, agenda digitale, costi politica e, ambizione più sfrenata, vari ritocchi costituzionali sui poteri statali. E poi c’è la questione tecnica che un tecnico inquadra con astuzia: la legge elettorale, a queste condizioni – con le regole del Porcellum – l’assistenza Monti sarà un’emergenza possibile. Ma i partiti potrebbero cambiare le carte, servire quelle giuste e scongiurare il destino bocconiano. Muoversi prima di sapere il campo di gioco è una follia. E non serve, raccontano a Palazzo Chigi. Il premier ha rassicurato chi doveva timbrare il nullaosta per un secondo giro: i mercati, la finanza, Washington e dintorni. Ultima postilla: la candidatura è impensabile, un senatore a vita non fa politica. Monti ha un rapporto burocratico con i ministri e sottosegretari, ordina, rettifica, boccia e promuove, ma non gestisce la comunicazione. Stavolta, per l’occasione, il premier ha suggerito di tacere: “Non voglio commenti né giudizi”. I ministri devo fare i ministri, cioè parlare di un governo attivo che deve governare, anche se il tempo e lo spazio si riducono di giorno in giorno e le urne cominciano a pesare. Un sondaggio del TgLa7 dice che Monti è davanti a Renzi, Bersani e Berlusconi, al 19 per cento, tra i candidati per Palazzo Chigi che gli italiani potrebbero votare.    Monti vuole metaforicamente allontanare le elezioni per evitare che quel gruppo di ministri, pronto a scegliere la pettorina per gareggiare, possa sentirsi in dovere di sgomitare e abbracciare un partito piuttosto che un nuovo movimento. Un sentimento è certo, la sintonia fra il presidente del Consiglio e i suoi primi tre promotori, in ordine: Casini, Fini e Montezemolo. Stranamente, il presidente Udc rallenta. Un gesto che somiglia a una frenata, per l’appunto. È sempre una dichiarazione d’amore per il professore, ma leggermente criptica: “Non abbiamo bisogno di trincerarci dietro a Monti perché siamo sempre stati abituati ad assumerci le nostre responsabilità. Votando per noi si vota per noi, per il nostro programma politico. Monti è super partes e deve restare tale, sta facendo un lavoro importante per il Paese che deve continuare”. Il ministro Andrea Riccardi, che rispetta l’attendismo (non l’indifferenza) di Palazzo Chigi, è costretto a fare ghirigori: “Monti resterà una risorsa in un modo o nell’altro”. Raffaele Bonanni (Cisl), riferimento sindacale del listone Monti bianco colletti bianchi, non resiste: “Non vedo persone autorevoli come lui”. E lui, Ma-rio Monti, fa finta di nulla. Convinto che il bis sarà inevitabile.

di Carlo Tecce, IFQ

Mario Monti e Pier Ferdinando Casini in colloquio alla Camera DLM 

3 aprile 2012

Senza lavoro in 17 milioni: cosa se ne fanno della riforma dell’art. 18?

In Italia ci sono 17 milioni 104 mila persone a cui la riforma dell’articolo 18 non interessa. Sono lavoratori disoccupati e inattivi, quelli che ogni mese erodono i tassi di disoccupazione e di occupazione. Il promemoria mensile dell’Istat arriva puntuale ogni mese. Anzi, quasi puntuale, perché ieri la conferenza stampa è stata ritardata proprio da una protesta dei precari dell’Istituto nazionale di statistica che denunciano: “L’Istat si avvale del contributo di 419 tra ricercatori, tecnologi e collaboratori tecnici a tempo determinato, assunti a seguito di una procedura concorsuale analoga a quella prevista per l’assunzione a tempo indeterminato”.

DALLA CINA, il premier Mario Monti invita gli investitori a “rilassarsi” perché la crisi dell’Eurozona è quasi passata. E al pubblico del Boao Forum spiega: “Abbiamo introdotto una riforma del lavoro allo scopo di modernizzare la rete di sicurezza sociale per i lavoratori, aumentando al contempo la flessibilità per le aziende nella gestione della forza lavoro”. Una riforma che aumenterà (forse) la crescita, attirerà (forse) gli investitori internazionali e (sempre forse) rassicurerà i mercati sulla forza riformatrice dei tecnici. Ma neppure Monti si è mai sbilanciato su quale possa essere l’impatto sulla disoccupazione che nel febbraio 2012 è arrivata al 9,3 per cento, in aumento dell’1,2 rispetto al febbraio precedente. Nell’approccio dei tecnici tutto è lineare: se le imprese hanno meno incertezze sulle controversie in caso di licenziamento, assumeranno più volentieri. E assumeranno a tempo indeterminato, visto che i contratti precari con la riforma diventano più costosi.    Purtroppo, almeno finora, la tendenza sembra opposta. Se guardiamo i dati sul quarto trimestre del 2011, più affidabili delle stime sul 2012, si scopre che diminuiscono i lavoratori a tempo pieno e indeterminato mentre aumentano precari e part time, rispetto allo stesso periodo del 2010: -0,8 per cento (148 mila persone) quelli a tempo pieno, +4,7 per cento (166 mila persone) quelli a tempo parziale “ma si tratta di part time involontario”, nota l’Istat. O lavori meno, o ti licenzio. Svaniscono posti per gli italiani, -98 mila, e aumentano quelli per gli stranieri, +116 mila. Ma il tasso di occupazione degli immigrati cala, dal 62,1 al 60,8. Tradotto: le sorti degli italiani sono ormai sganciate da quelle degli stranieri, sono due mercati del lavoroparallelieancheseaumenta il numero di immigrati con un lavoro, cresce ancora più in fretta il numero di quelli che non lavorano. E la recessione sta peggiorando, nel 2012 il Pil segnerà almeno un -1,5 per cento.    L’aumento del costo del lavoro precario, chiesto per anni dalla Cgil, nel lungo periodo aiuterà i giovani, ma nel breve rischia di scoraggiare le assunzioni. E la disoccupazione giovanile (un numero importante ma poco esplicativo, perché esclude i laureati e considera solo i ragazzi tra i 15 e i 24 anni) ha superato da tempo il 30 per cento. Quella di marzo è al 31,9 per cento, con un aumento su base annua di oltre quattro punti.

MA GLI EQUILIBRI interni alla maggioranza dipendono molto più dalle sfumature del disegno di legge (o legge delega) che verrà presentato in questi giorni che dall’andamento della disoccupazione, che invece negli Stati Uniti è il principale termometro per misurare le performance di Barack Obama, che su questo si gioca la rielezione. Da noi si discute soltanto a come funziona l’indennizzo in caso di licenziamento economico. Angelino Alfano, del Pdl, apre a un compromesso “ma la Cgil non detti l’agenda”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani dice che i dati dell’Istat “sono drammatici” e suggerisce come modifica sull’articolo 18 la possibilità che sia il giudice a decidere tra indennizzo e reintegro anche in caso di indebito licenziamento economico (nella bozza del governo può solo assegnare un risarcimento). Ma oggi il Consiglio dei ministri non farà modifiche, tutto rimandato al Parlamento.

DALLA GIORDANIA il capo dello Stato Giorgio Napolitano si conferma il primo sponsor della riforma: “A chi dice: ‘Non occupatevi del mercato del lavoro, occupatevi della crescita perché c’e la disoccupazione’ il governo risponde: ‘Io mi occupo della crescita e voglio aprire nuove prospettive per l’occupazione, ritenendo che l’ostacolo sia rappresentato da una situazione non soddisfacente, molto farraginosa, che si è venuta a creare nel mercato del lavoro’”. Chissà se e quando i dati dell’Istat gli daranno ragione.

di Stefano Feltri, IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi 

17 marzo 2012

I Tre dell’Ave Mario

A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti. La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto. Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti. Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta. Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori. Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

di Marco Travaglio, IFQ

16 marzo 2012

Abc, quelli che vogliono il governo Monti senza Monti

 La riforma della legge elettorale è la strada maestra per una Terza Repubblica che istituzionalizzi l’inciucione di oggi nel segno di Mario Monti (e Corrado Passera) e sotto l’ombrello di Giorgio Napolitano. Uno dei più entusiasti della Grande o Larga Coalizione è il leader del Terzo Polo Pier Ferdinando Casini, che ieri in un’intervista ad Avvenire ha usato il termine “armistizio” e ha tratteggiato il paesaggio politico desiderato per il futuro: “Dopo Monti io voglio continuare con Pd e Pdl. Serve che l’armistizio duri, che il patto per il Paese prosegua. Anche dopo il 2013, anche dopo Monti. Non c’è più la foto di Vasto, non c’è più l’asse Pdl-Lega”. Chiamala se vuoi, melassa neodemocristiana.

   Ovviamente per cucire il nuovo vestito, il superamento del Porcellum è decisivo. Ma non per la questione dei parlamentari nominati (almeno il 50 per cento lo sarà anche con il nuovo sistema). Piuttosto per affossare il bipolarismo, con annesso premio di maggioranza. Il grido di battaglia dei riformisti e moderati della maggioranza tripartisan che sostiene Monti è uno solo: “Non vogliamo più alleanze forzose con le estreme”. Da un lato, a destra, la Lega, dall’altro, a sinistra, Di Pietro e Vendola.

   ECCO PERCHÉ il primo grimaldello inciucista contenuto nella bozza che rimbalza tra Alfano, Casini e Bersani (gli sherpa delegati alla trattativa sono Quagliariello per il Pdl e Violante per il Pd) sono le mani libere prima delle elezioni. Niente più indicazione preventiva di premier e alleanze. Si deciderà solo dopo, in base ai numeri. E i numeri premieranno soprattutto i principali partiti. Il sistema tedesco-ispanico, sui cui si sta convergendo al tavolo dell’accordone, prevede una competizione tra singole forze e non più tra coalizioni. Una sorta di ritorno alla Prima Repubblica, ma senza preferenze. L’impianto è teutonico: metà parlamentari eletti coi collegi, l’altra metà con liste bloccate. Il correttivo spagnolo dovrebbe riguardare la ripartizione dei seggi delle liste su base circoscrizionale, e non nazionale. L’obiettivo è di dare meno possibile ai partiti medio-piccoli (per ridimensionare il loro potere di veto) e al contrario premiare i primi due o tre. Sulla carta la media dei seggi da attribuire con le liste sarà di 14 a circoscrizione. Il meccanismo dovrebbe consentire alle forze che prendono meno dell’undici per cento di essere penalizzate, a quelle che lo superano di essere sovradimensionate. Una sorta di premio di maggioranza occulto e che costituisce un altro sbarramento da affiancare a quello ufficiale che sarà del 5 per cento.

   DOPO L’ULTIMA riunione tra le delegazioni della maggioranza, la legge elettorale è però slittata in coda alla road map delle riforme istituzionali. Prima ci sono la forma di governo e la riduzione dei parlamentari con il superamento del bicameralismo perfetto tra Camera e Senato. La bozza propende per un cancellierato alla tedesca, che piace tanto anche a Silvio Berlusconi. Per quanto riguarda il taglio dei seggi si dovrebbe passare da 630 a 508 a Montecitorio e da 315 a 250 a Palazzo Madama. Non proprio il massimo.

   Secondo i piani della maggioranza politica che sostiene i tecnici, all’inizio dell’estate, quando dovrebbe esserci la prima lettura per le riforme, si dovrebbe sottoscrivere un’intesa definitiva sul sistema tedesco-spagnolo, per poi arrivare all’approvazione in autunno. Solo a quel punto verranno allo scoperto i fan trasversali dell’attuale legge elettorale. Il Porcellum piace ancora a parecchi e potrebbe essere corretto con le preferenze.

   È l’ultima spiaggia per i nostalgici della Seconda Repubblica e l’incognita più grande pesa su Berlusconi. Il Cavaliere adesso ha puntato le sue fiches sul governo Monti-Passera e intesta alla destra il programma del Professore. Da giorni però è in silenzio e ha disertato il convegno del Pdl dello scorso fine settimana. Quando avrà deciso come muoversi scioglierà la riserva sull’eventuale nuovo partito e la relativa legge elettorale migliore per lui. Perché, stringi stringi, la Terza Repubblica archivierà il berlusconismo ma non Berlusconi.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

19 gennaio 2012

Giustizia profumo d’intesa

Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo “strano”, cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent’anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di un centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s’è incaricata di dimostrare, è opposta: se c’è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l’allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c’è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia. Le voci – raccolte oggi dal nostro Fabrizio d’Esposito – sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma di condono penale (un’amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scusa del sovraffollamento delle carceri. Che, com’è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d’interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all’altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all’amnistia, subito temperato dalla precisazione che “è materia del Parlamento e non del governo”, è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi-vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell’ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che – come ha detto l’altro giorno la Severino, e sai che scoperta – “la lentezza dei processi costa ogni anno all’Italia 1 punto di Pil”, bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna. Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l’ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell’intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l’apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l’evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d’immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola “anticorruzione” senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell’Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d’appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l’amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l’altra.

di Marco Travaglio,  IFQ

11 gennaio 2012

I malincomici

Ora che quel comico di Malinconico se n’è andato e soli ci ha lasciati, resta una domanda: ma come aveva fatto a diventare sottosegretario alla Presidenza del Consiglio? Chi ce l’ha portato: la cicogna? O l’han trovato sotto un cavolo? I particolari decisivi dello scandalo che l’ha costretto alle dimissioni li ha scovati negli ultimi giorni il nostro Marco Lillo. Ma che il suo nome emergesse dalle intercettazioni della cricca per le ferie a scrocco era emerso due anni fa nell’ordinanza degli arresti disposti dai giudici di Firenze. Tant’è che il 30 novembre, giorno della sua nomina, nel pezzo dedicato ai nuovi sottosegretari (“Giù il cappuccio”), l’avevamo subito notato: “Nessun conflitto d’interessi… per Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg (imparentato con la contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare e il marchese Giovanmaria Catalan Belmonte): lui era solo il presidente della Federazione Editori e ora dovrà vigilare sugli editori come sottosegretario all’Editoria, così almeno avrà da fare e non andrà più in ferie all’Argentario a spese di Anemone…”. Se il premier Monti e il presidente Napolitano leggessero anche i giornali che ogni tanto li criticano, non solo quelli che ogni giorno li incensano, ne avrebbero avuto abbastanza per ritirare l’uno l’incauta nomina e l’altro l’incauta firma. Poi avrebbero dovuto convocare chi aveva segnalato Malinconico per una bella lavata di capo: ma come ti sei permesso di metterci in casa un tipo tanto imbarazzante? Ci vuoi rovinare appena partiti? Ecco, la questione è proprio questa. Nei governi normali, i ministri li segnalano i partiti. Ma questo è un governo “strano”. E allora chi segnalò Malinconico a Monti? Nelle stratificazioni della storia e della casta che compongono il governo dei tecnici & sobri, c’è sicuramente un girone montiano: quello degli economisti e dei professori. Poi c’è il girone di Passera, che si è nominato da solo: gli è bastato far sapere di essere disponibile, una di quelle disponibilità che in certi ambienti non si possono rifiutare. Si è scelto il ministero extralarge, vi ha aggiunto qualche delega e si è pure portato dietro il suo vice a Intesa, Mario Ciaccia, e la presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, Elsa Fornero. Con tanti saluti ai conflitti d’interessi. Poi c’è il girone dei politici travestiti da tecnici, come Polillo, D’Andrea, Riccardi (e c’è mancato un pelo che entrassero pure Giuliano Amato e Gianni Letta). Infine il girone dei senza famiglia, dei figli di NN, quelli che i giornali chiamano “grand commis dello Stato”, ovviamente “bipartisan”: funzionari e magistrati amministrativi, consiglieri di Stato, collezionisti di incarichi statali e parastatali, arbitrati e consulenze, avvitati alle poltrone dei ministeri dove i ministri passano, ma quelli restano. Sono una specie di massoneria anche quando non sono massoni. C’è il multiforme Catricalà, ma anche qua. C’è Patroni Griffi, di cui i lettori del Fatto sanno vita e miracoli, specie immobiliari. E c’è (anzi c’era) Malinconico, giunto a Palazzo Chigi nel 1996 con Prodi, poi trasvolato dalle parti di Gianni Letta, che per questi soggetti ha un fiuto da rabdomante e non se ne perde uno (risucchia sempre il peggio, come le cozze); infine nominato presidente degli editori con la benedizione di Montezemolo. Sinistra, destra, terzo polo. Che si vuole di più? Monti ha frequentato la Bocconi, la Fiat, le banche internazionali e i piani alti d’Europa. Ma non ha mai navigato nel sottobosco romano, dove allignano questi funghi. Infatti si dice che a segnalargli Malinconico fu Letta. Un uomo, una garanzia. Basta conoscerne i precedenti (segnalò pure Bertolaso, Bisignani, Guarguaglini, per non parlare di B.) per rispondere: “Grazie Gianni, preferisco sbagliare da solo”. O per digitare su google le parole chiave “carlo” e “malinconico”: sarebbero subito apparse quelle vacanze all’Argentario a spese della cricca. Invece a Roma, quando parla Letta, tutti congiungono le mani in segno di raccoglimento, piegandosi in un lieve inchino. Ed è lì, in quel preciso momento, che arriva il cetriolo.

di Marco Travaglio, IFQ

10 gennaio 2012

Tecnica di un colpo di sonno

Per un attimo, quella sera che cadde il governo B., noi del Fatto ci siamo sentiti come Robert De Niro in C’era una volta in America di Sergio Leone: quando James Woods, steso al sole sulla spiaggia di Miami, legge la notizia della fine del proibizionismo e gli sibila: “Noodle, siamo disoccupati!”. Ma è stato solo un attimo. È bastato leggere la lista dei ministri del governo Monti per svegliarci dall’incubo della disoccupazione e constatare ciò che dovrebbe esser chiaro a tutti: il proibizionismo delle notizie, cioè la censura, non l’ha inventato B. (anche se l’ha praticato in dosi mai viste prima nel dopoguerra) e dunque non finisce con B. La sua era una censura violenta, dichiarata e rivendicata, tra editti bulgari, minzolingue, minacce telefoniche all’Agcom, sabotaggi pubblicitari ai giornali sgraditi, direttori cacciati sia da padrone (Montanelli dal Giornale) sia da non padrone (Colombo e Padellaro dall’Unità, De Bortoli e Mieli dal Corriere, Anselmi dalla Stampa). Quella di oggi è una censura diversa, più furba, subdola, felpata, strisciante: diciamo pure tecnica, di larghe intese, molto sobria. Non ha bisogno di editti né di telefonate. Nasce spontanea, col pilota automatico. Poche parole e molti silenzi. E chi si impone l’autocensura non si fa schifo guardandosi allo specchio, perché ha un ottimo alibi: c’è la crisi, l’Europa ci guarda, il Colle vigila, i mercati speculano, rischiamo l’euro e il default, è l’ultima occasione, sennò poi tornano i politici o magari quello là. E allora stringiamci a coorte, tappiamci le bocche e teniamci i tecnici, che sono tanto buoni e sobri, le loro leggi odorano di Chanel n. 5: Salva-Italia, Cresci-Italia. Ogni tanto ci prude un po’ il culetto, ma è solo un’impressione. Tutti zitti, allineati e coperti. “Taci, lo spread ti ascolta”. Così, se tutti tacciono, anche le poche voci fuori dal coro faticano a dimostrare che non è tutto sobrio quel che sobria: uffa, i soliti disturbatori della quiete pubblica, rompipalle incontentabili, criticoni a prescindere. È dura, in un clima di tutto va ben madama la marchesa, spiegare che la libera stampa (così come ogni potere di controllo, inclusa la Consulta sui referendum) non può mai fermarsi in nome di interessi superiori che senz’altro esistono, ma non la riguardano. Anzi la libertà si misura proprio dalle critiche: l’inchino e l’applauso sono permessi anche nelle dittature. E, per quelli, non c’è bisogno della libera stampa: basta Vespa. Infatti è da Vespa che vanno i Monti, i Passera e le Fornero, esattamente come i loro predecessori. O da Floris e da Fazio, che non sono certo Vespa ma offrono poltrone comode e soffici. Non certo nei (rarissimi) programmi dove chi non la conta giusta o mena il can per l’aia esce con le ossa rotte. Lì, se Monti dice “basta genuflettersi alla finanza”, uno salta su e domanda: “Scusi prof, ma allora perché appaltare il super ministero Sviluppo-Infrastrutture-Trasporti-Comunicazioni-Attività produttive ai banchieri Passera e Ciaccia?”. E, se dice che sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli italiani: “Scusi prof, ha saputo che Intesa Sanpaolo ha appena dovuto versare al fisco 270 milioni più interessi di imposte evase contestate dall’Agenzia delle Entrate dal 2005 al 2007? Ha chiesto a Passera, ex ad di Intesa, e alla Fornero, ex vicepresidente del consiglio di sorveglianza, se si erano mai accorti di nulla?”. E, se promette lotta dura ai privilegi delle caste: “Scusi prof, che aspetta a cacciare Malinconico che andava in ferie a sbafo a spese della cricca e Patroni Griffi che ha comprato casa a prezzi da favela brasiliana?”. Invece, su questi scandali svelati dal Fatto in beata solitudine o quasi (se si eccettuano Stella, Rizzo, Gabanelli e Boursier sul Corriere, Tg3, TgLa7 e pochi altri), stampa e tv tacciono. Così gli scandali non esistono. Forse perché Malinconico ha la delega sull’editoria, cioè sui soldi ai giornali. Madonna che silenzio c’è in Italia: siamo passati dal colpo di Stato al colpo di sonno.

di Marco Travaglio, IFQ

18 novembre 2011

Melinda e Melinda

Nel film “Melinda e Melinda” di Woody Allen, due autori teatrali discutono del senso della vita. Uno sostiene che è comica, l’altro che è tragica. E, per dimostrare ciascuno la propria tesi, s’inventano due storie parallele con la stessa protagonista: Melinda. Nella versione tragica, Melinda scopre che l’uomo che ama la tradisce con la sua migliore amica, e tenta il suicidio. In quella comica, Melinda s’innamora e si fidanza con un pianista. Ecco, anche il governo Monti può avere un pessimo finale o un lieto fine. Dipenderà da quello che riuscirà a fare, da quello che gli lasceranno fare, ma soprattutto da quello che sembrerà aver fatto. Checchè se ne dica, in questo Parlamento Monti ha più nemici che amici. Anche nei partiti che ora gli sorridono e lo incensano. Perchè il Parlamento è lo stesso che fino a due settimane fa votava la fiducia al governo B. E addirittura approvava a gran maggioranza (614 deputati e 151 senatori) il via libera al conflitto di attribuzioni contro il Tribunale di Milano che pretende di processare B. per il caso Ruby, con la credibilissima motivazione che B. telefonò in questura perché credeva Ruby la nipote di Mubarak. È a questa maggioranza che Monti e i suoi ministri dovranno chiedere il voto per le loro misure “lacrime e sangue”. E, a ogni giorno che passa di qui alle elezioni, siano esse anticipate nel 2012 o regolari nel 2013, quel voto si farà più difficile e improbabile. Del resto non si vede perchè B. (senza il quale il governo Monti non sarebbe mai nato) dovrebbe mettere la faccia e il voto su riforme che, giuste o sbagliate che siano, non ha mai varato in 17 anni di carriera politica, per giunta in piena campagna elettorale. Basta leggere i suoi house organ e le sue tv, che non vanno neppure a far pipì senza il suo avallo, per capire che lui finge di sostenere il governo Monti (per salvare le sue aziende precipitate in Borsa e per non apparire lo sfasciacarrozze che è sempre stato), ma in realtà è già stabilmente e ferocemente all’opposizione. Attende solo l’occasione del primo provvedimento impopolare per scatenare la piazza, anche per non regalare milioni di scontenti alla Lega. Dall’altra c’è un Pd sempre più diviso, che oggi magnifica il governo di larga Intesa, ma domani dovrà fare i conti con la Cgil, la Fiom e i milioni di lavoratori da esse rappresentati, davvero poco inclini a pagare il conto di una crisi che non hanno provocato, ma solo subìto. Di Pietro, con la sua fiducia condizionata, e Vendola, che ha la fortuna di star fuori dal Parlamento, sono pronti ad approfittarne. E poi c’è l’aspetto mediatico, fondamentale in un Paese in cui i media sono quelli che sono. Se la grande stampa, per ora, scioglie inni e ditirambi al governissimo che fa benissimo, le tv sono sotto il controllo pieno e incondizionato di B. Che, grazie alle sue tv, ai suoi Vespa, Minzolingua e Ferrara, farà di tutto per ascriversi gli eventuali meriti del governo tecnico e per scaricare le misure impopolari sulle solite sinistre affamatrici e vampiresche. Per questo B. è maestro nel fare lo gnorri, nell’atteggiarsi a vittima e nel rigirare frittate: riesce a fingersi all’opposizione anche quando governa (la guerra in Libia l’ha approvata la sua maggioranza, ma agli occhi della gente è parsa una robaccia della sinistra cattiva e dell’Europa cattivissima). Almeno in questo, Monti e i suoi grigi ministri dovranno imparare da B.: tagliare subito, drasticamente, i costi, i privilegi e le illegalità delle caste e delle cricche, mettendo all’ordine del giorno subito una draconiana legge sul conflitto d’interessi (Passera permettendo); e solo dopo imporre sacrifici ai cittadini comuni e spiegarli col disastro ereditato dal governo B. (altro che non andare in tv, come qualche sciocchino ha auspicato). In caso contrario, nel giro di pochi mesi, il governo tecnico ci restituirà B. e Bossi come nuovi. Un finale che non sappiamo dire se sia più tragico o più comico.

di Marco Travaglio, IFQ

18 novembre 2011

Per il nuovo governo il vero tesoretto è l’evasione fiscale. Ma non è la priorità.

Si tratti di Mario Monti o di un politico, della cuoca di Lenin o di Harry Potter, chiunque voglia davvero risanare i conti italiani deve concentrare tutti gli sforzi si un obiettivo: la lotta all’evasione fiscale.

Uno Stato che ha duemila miliardi di debiti  non può concedere ogni anno un regalo da 150 miliardi a una fetta di popolazione, peraltro la più disonesta. L’evasione fiscale italiana è la più alta al mondo ed è la principale  responsabile del terzo debito pubblico del Pianeta. Non esiste un Paese europeo dove il fenomeno sia paragonabile a quanto accade da noi. Tranne uno, la Grecia, che guarda caso ci precede sull’orlo del precipizio. Gli anni di Berlusconi, show a parte, sono stati nell’essenza dominati da un patto scellerato fra l’uomo più ricco del Paese e la massa di evasori.

Il patto del consenso era più o meno questo: votatemi e vi lascio evadere il fisco, votate la sinistra e quelli manderanno la Guardia di Finanza. La finta riforma fiscale con due sole aliquote al 23 e al 33 per cento, punto centrale del famigerato “patto con gli italiani”, era in realtà un altro messaggio agli evasori. Poiché infatti l’abbassamento delle tasse è impossibile – per colpa naturalmente degli alleati – siete comunque autorizzati a ridurvi le imposte da soli. Un’altra forma concreta d’incoraggiamento all’inciviltà fiscale sono stati i condoni. Non fosse già stato abbastanza chiaro, Berlusconi ha poi mandato per anni segnali diretti, frasi, slogan, strizzatine d’occhio. Quanto all’esempio, lui stesso e le aziende di famiglia sono stati sotto processo per evasione fiscale e in perenne contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Negli anni, il berlusconismo ha sviluppato tutta una retorica per giustificare l’evasione, parlando s’intende d’altro. Per esempio, con l’elogio quotidiano del glorioso popolo delle partite Iva, i quattro milioni di micro imprese, a volte con un solo dipendente, che hanno sempre costituito la base elettorale del centrodestra. Un elogio che ha trovato aedi anche a sinistra. Bisogna però smetterla di essere ipocriti e riconoscere che il popolo delle partite Iva è tale, perché una parte, per non dire oltre la metà, non paga le tasse. Altrimenti, come sarebbe possibile un Paese di nemmeno sessanta milioni d’abitanti avere quattro milioni di imprese? Ridurre un’evasione fiscale di queste proporzioni non è difficile. Basta applicare le norme che circolano nel resto d’Europa: norme semplici sulla tracciabilità del danaro. Si potrebbe abbattere l’evasione di un terzo in un anno o due. Tutto il resto, a cominciare dai costi della politica, sono briciole. Magari importanti dal punto di vista simbolico, ma nulla di più. E allora c’è proprio bisogno del presidente della Bocconi, o di un docente di Harvard per arrivarci? La politica da sola non riesce a capirlo?

di Curzio Maltese, Il Venerdì

15 novembre 2011

Agorafobia

Se si lasciasse avvicinare, lo abbraccerei proprio. E non per strangolarlo: per ringraziarlo. Mentre i giornaloni “indipendenti” divenuti all’istante house organ del governissimo Montissimo che fa benissimo, lui occupa come sempre i tg col solito messaggio a reti unificate. E, sempre teso al bene comune, fa sapere che si contenta di poco: il ministero della Giustizia. È la migliore risposta a chi, sul Corriere e dintorni, vorrebbe voltare pagina come se questi 17 anni fossero una parentesi da chiudere in quattro e quattr’otto. Ma sì, archiviamo tutto con una bella “tregua” senza colpe né esami di coscienza, senza vincitori né vinti. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato. Berlusconiani e antiberlusconiani, chi aveva ragione e chi aveva torto, finiscono sullo stesso piano. Pari e patta. Dopo De Bortoli, Cazzullo e Polito el Drito, ieri il testimone, anzi l’estintore è passato a Pigi Battista. Che non s’è mai capito che mestiere faccia: il giornalista pare di no (mai avuto una notizia in vita sua), lo scrittore nemmeno (pubblica libri all’insaputa dei lettori), lo storico gli piacerebbe (è ancora convinto, per dire, che Andreotti sia stato assolto). Ma si crede un tutore dell’ordine e si autoincarica di disperdere la folla festante con gli idranti. Questi pompieri sono affetti da agorafobia: hanno il terrore della piazza. E temono che la gente, ora che ci è andata una volta, ci prenda gusto e ci torni. Magari quando il governissimo che fa benissimo ci manderà in pensione a 95 anni per salvare le banche che ci han regalato la crisi. Il luogo natale della democrazia diventa un postaccio da non frequentare perché, spiega Battista, ci vuole “una vera tregua senza rese dei conti” per non “mortificare i responsabili di un regime che non c’è stato”. O, se c’è stato, lui non se n’è accorto (quando Biagi fu cacciato dalla Rai, Battista che aveva vicediretto Panorama di Giuliano Ferrara si affrettò a prenderne il posto). “Nessuno può essere messo sul banco degli imputati della Storia”, dunque guai a “mettere sotto processo politico una parte ancora politicamente importante e decisiva”. Per esempio “porre il veto a Gianni Letta… regala una soddisfazione simbolica, ma non è una scelta saggia”. E certo: l’amico di Bertolaso e Bisignani, l’uomo dei fondi neri Iri e delle tangenti Fininvest, da trent’anni braccio destro di B. prima alla Fininvest e poi nei tre governi B. che ci han portati alla bancarotta, è il vicepremier ideale per salvarci dalla bancarotta. Questa è la politica per i nostri pompieri: cosa loro. Un gioco di (alta) società, un Risiko da consumare nelle segrete stanze fra pochi intimi, gli stessi che trent’anni fa ridevano a crepapelle alle presunte “battute” di Andreotti, poi per vent’anni si sono sbellicati alle battute di B., e ora basta che Monti dica “bella giornata” per scompisciarsi alla “battuta di Monti sulla bella giornata”. I cittadini, da questo gioco per soli adulti, devono tenersi a debita distanza. La politica è un prodotto findus da montare, smontare e rimontare nella camera iperbarica, appaltata ai soliti noti e ai loro ciambellani incaricati di surgelarla e sterilizzarla. Quando un prodotto scade, se ne estrae dal freezer un altro. Ma guai se gli elettori vogliono dire la loro, partecipare: ogni volta che glielo si permette, c’è il rischio che vada a finire come a Napoli o a Milano. Cioè che vinca chi doveva perdere e viceversa. Se manifestano in centinaia di migliaia e fanno casino in 50, sono tutti black bloc. Se, come sabato sera, tutti ma proprio tutti festeggiano pacificamente, non va bene lo stesso. “Spettacolo preoccupante” (Cazzullo), immonda “gazzarra” (Polito), “imitazione farsesca di una piccola Piazzale Loreto da teatro” (Battista). Per giunta con “slogan sbagliati”, come denuncia Uòlter Veltroni. Per lui lo slogan giusto era: “Il principale esponente dello schieramento avverso ha rassegnato le dimissioni. Esultiamo in silenzio ma anche congiungiamo le mani per un minuto di raccoglimento”.

di Marco Travaglio, IFQ

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