Archive for agosto, 2010

31 agosto 2010

La Polverini prega a Lourdes ma ha già tagliato i fondi per i rom

     La processione. La croce. Le preghiere. No, non è la giornata tipo di un parroco ma quella della presidente della Regione Lazio in visita a Lourdes. Che ha pregato per i bambini rom coinvolti nell’incendio la notte precedente. Dimenticando che proprio lei, in un capitolo dell’assestamento di bilancio, ha tagliato i loro fondi.

   Sul sito istituzionale ci sono le fotografie della governatrice mentre porta la croce circondata dai pellegrini. La professione pubblica della religione non è una novità per la Polverini. Il giorno dell’inaugurazione del comitato elettorale ci fu una cerimonia religiosa di benedizione officiata da Don Paolo Scarafoni, che portò ulivo e acqua santa nel capannone ex Atac del Flaminio, e un grande crocifisso da appendere alla parete. Che la neopresidente abbia puntato tutta la sua campagna elettorale sui cattolici non è una novità. Che continui le sue campagne contro i diritti

  civili e i consultori nemmeno. Ma un viaggio a Lourdes, con tanto di foto in home page della via crucis, è piuttosto inusuale.

   ASSIEME alle fotografie, sul sito della Regione Lazio, appare anche una dichiarazione della governatrice sull’incendio al campo rom della notte precedente. “Polverini ha pregato per il piccolo

  Marco Giovanni – si legge nel comunicato – e si è informata con il direttore del Policlinico sulle sue condizioni critiche ma stazionarie”. Sulla morte del fratellino, il presidente della Regione ha detto che quanto avvenuto “è stato purtroppo un drammatico incidente che in un Paese come l’Italia non è più possibile far accadere. L’amministrazione comunale, e ora anche noi con l’assessore alla Sicurezza Giuseppe Cangemi, assieme ai prefetti della Regione, stiamo monitorando tutti i campi nomadi intervenendo in particolare su quelli abusivi”.

   Ma com’è possibile migliorare le cose senza soldi? “La presidente Polverini annuncia pubblicamente, da Lourdes, il suo dolore e la sua preghiera per il bimbo rom morto carbonizzato nella sua baracca – dichiara la consigliera dell’Italia dei Valori, Giulia Rodano – poiché solo tre settimane fa, in sede di assestamento di bilancio, dal capitolo H42520, destinato ai finanziamenti regionali per la riqualificazione e il ripristino

  delle condizioni igienico-sanitarie dei campi nomadi del Comune di Roma, sono stati tagliati per il 2010 ben due milioni e mezzo di euro stanziati dalla giunta di centrosinistra, azzerando l’intero stanziamento. Spero che il viaggio a Lourdes illumini la presidente – continua Rodano – sulla necessità di ripristinare   immediatamente lo stanziamento cancellato”.

   L’ARTICOLO di legge a cui fa riferimento la Rodano, che vincola la Regione a intervenire, è il numero 46 della Finanziaria per l’esercizio del 2009.

   “La Regione – cita la legge – al fine di migliorare le condizioni igienico-sanitarie dei campi nomadi nonché di garantire la sicurezza e l’integrazione sociale, finanzia un sistema di interventi per la riqualificazione, l’individuazione di aree idonee garantendo la continuità scolastica e il ripristino delle condizioni igienico-sanitarie dei campi nomadi del Comune di Roma”. Migliorando le quali si potrebbero evitare episodi come quello dell’incendio della settimana scorsa. La cifra prevista è pari a 5 milioni di euro per il triennio 2009-2011. La metà (2,5 milioni) viene tagliata nel solo 2010. “Come Idv, porremo formalmente la questione alla ripresa dei lavori del Consiglio regionale – conclude Rodano – se il finanziamento non sarà subito ripristinato saremmo di fronte alle solite propagandistiche lacrime di coccodrillo”. 

 

  di Caterina Perniconi IFQ

  Renata Polverini, sull’home page del sito della Regione

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31 agosto 2010

ECCO IL DECRETO “AMMAZZA MILLS”

 
 
Processo breve, c’è un piano B.
Le trame salva-premier sono in pieno svolgimento e a condurre il gioco sono in campo Niccolò Ghedini e Cesare Previti. Allo studio un “decreto” o una “leggina” per mantenere nel congelatore i suoi procedimenti, dato il varo incerto del processo breve. Su questo provvedimento si consumerà il confronto tra il Pdl e i finiani alla riapertura del Parlamento. Il governo vuole testare la fedeltà degli esponenti di "Futuro e libertà" e la conseguente tenuta della maggioranza. Ma nelle stanze di Arcore si sta progettando un piano di riserva nell’eventualità che il premier non riesca a ottenere i voti dei centristi, qualora i finiani decidessero, come dicono, di non votare questa ennesima legge ad personam, che ammazzerà decine di migliaia di procedimenti. Ghedini, sostenuto dai consigli di Previti, rientrato in grande stile all’ombra del premier, pensa a tre via d’uscita. La prima (che   circola tra i membri della commissione Giustizia della Camera di sponda con quella del Senato), è quella di un altro scudo antiprocessi Mediaset e Mills, che ricalca il legittimo impedimento ad premier e ministri a rischio bocciatura della Consulta prima di Natale. La seconda, la più clamorosa, sarebbe quella sostanzialmente di trasformare la norma transitoria del processo breve in un decreto legge. Ovvero si vorrebbe stabilire con effetto immediato l’estinzione dei processi   in corso di primo grado che non siano andati a sentenza, a 3 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio. Come Media-set e Mills. Infine la terza ipotesi all’esame è l’inutilizzabilità delle sentenze di Cassazione in processi con imputati di reato connesso, come nel caso Mills.

   TUTTO QUESTO mentre la battaglia politica dentro la maggioranza va avanti senza sconti. L’esecutivo ha confermato che sul fronte del processo breve non è contemplata alcuna possibilità di discussione, nonostante le perplessità del Quirinale. “La Camera – ha ribattuto Italo Bocchino – non è un ufficio notarile. Siamo favorevoli a uno scudo giudiziario per Berlusconi, che è vittima di una aggressione, ma non si può far venir meno 4-5 mila processi”,   aggiunge il capogruppo di Fli. E Fabrizio Cicchitto, di rimando: “I cittadini hanno diritto a una giustizia certa e rapida”. Ma a un Cavaliere sempre più debole preme solo portare a casa la salvezza giudiziaria. Ovviamente   i suoi disegni oscuri potrebbero risultare in netto contrasto con i voleri del capo dello Stato. I sodali del premier però sono convinti di far “digerire” a Napolitano anche l’eventuale decreto (che scade dopo 60 giorni se non convertito in legge), usando strumentalmente i numerosi richiami della Commissione europea sui tempi lunghi della giustizia in Italia. E spacciando il provvedimento come a favore dei cittadini e propedeutico alla riforma della Giustizia. Anche in questo caso, come nel passato,   però, i fedelissimi del presidente del Consiglio potrebbero agitare lo spettro del decreto per ottenere dal Quirinale una soluzione considerata “al ribasso”: la normativa sull’inutilizzabilità delle sentenze di Cassazione, comunque dalle gravi ripercussioni sui dibattimenti, perché contribuiscono alla costituzione delle prove. Ma che farebbe nascere una chance per Berlusconi di essere assolto al processo Mills. Dietro questi disegni infatti c’è la disperazione del premier rappresentata dal legale inglese. O meglio, dal processo di Milano in cui è imputato di corruzione in atti giudiziari perché avrebbe “regalato” all’avvocato 600 mila dollari per le balle o le cose taciute dall’“architetto” delle sue società offshore ai processi Fininvest-Gdf e All Iberian. Insomma   per “aver evitato a mister B. un mare di guai”, come ha scritto in una lettera-confessione (salvo poi ritrattarla) lo stesso Mills. Per quel processo, com’è noto, il legale è stato riconosciuto colpevole, anche se è stato graziato in Cassazione dalla prescrizione   . Dunque quella sentenza è molto pesante per Berlusconi. Che avrebbe potuto avere lo stesso destino di Mills se la sua posizione non fosse stata stralciata e congelata dal lodo Alfano, poi bocciato dalla Consulta a ottobre dell’anno scorso. Il riavvio del processo al Cavaliere per corruzione in atti giudiziari però è durato poche udienze. L’ibernazione questa volta c’è stata grazie al legittimo impedimento. Ma è una legge a tempo (18 mesi), approvata in attesa del lodo Alfano costituzionale. Che avrà tempi lunghi.

   ECCO PERCHÉ Berlusconi ha l’incubo della Consulta che dovrà esaminare l’ultima legge ad hoc il prossimo 14 dicembre con buone probabilità che la   respinga. Se sarà dichiarato incostituzionale anche questo scudo con il timer (scadenza naturale ottobre 2011), il re è nudo. Diventa un imputato – per di più contumace – come tutti gli altri. E il processo Mills, avendo lui come unico imputato, potrebbe viaggiare spedito verso il verdetto. Una parola che il Cavaliere non vuole neppure sentire. Anche se è cosciente che non ci sarà mai una sentenza definitiva né per questo processo e neppure per quello Mediaset. Una delle leggi cosiddette vergogna, la ex Cirielli, lo salverà comunque. È la normativa approvata nel 2005 che ha accorciato i tempi della prescrizione. Un esempio a caso, corruzione in atti giudiziari: la prescrizione è passata da 15 a 10 anni.  
  di Sara Nicoli e Antonella Mascali IFQ

  Carta canta. Il testo in discussione sul processo breve (FOTO ANSA)

31 agosto 2010

L’Italia di B. Rais e Caimano, che vergogna!

 
Il caso Gheddafi è squallido e oscuro. La sua nuova visita a Roma è come l’immagine di un Fellini triste. Un ministro degli Esteri in funzione di maggiordomo riceve e accomoda il circo di uno Zampanò in uniforme inventata seguito da 30 amazzoni armate e da 30 cavalli arabi. Il dittatore ospite è in grado di ordinare ai suoi camerieri italiani più di 500 donne locali purché, giovani, carine, e disposte a convertirsi pubblicamente all’islam (potenza di un po’ di danaro, qualche conversione avviene). È vero, tutto ciò accade in una Repubblica in cui da tempo i Servizi segreti indagavano sulla cucina Scavolini del presidente della Camera Fini. Però non serve scherzare. Anche Hitler e Mussolini erano ridicoli agli occhi di Chaplin. Ma il loro danno è stato immenso. Lo è anche questa volta. Certo il danno all’Italia. Prima il curriculum. Gheddafi spietato in casa e terrorista nel mondo, autore della strage di Lockerbie ha, tra i meriti sinistri che stiamo celebrando, la guerra in Iraq. Una lunga e paziente trafila diplomatica messa in moto con la Lega Araba dai Radicali italiani (esilio senza guerra e senza condoni per Saddam Hussein) era sul punto di riuscire. Ma Gheddafi ha fatto saltare l’ultimo incontro e aperto la strada al massacro. Poi il fatto. Con un trattato militare e politico che lega strettamente l’Italia alla Libia, Gheddafi si impegna a far scomparire i corpi dei migranti intercettati nel deserto (tecnologia militare italiana) o nel mare (motovedette italiane di ultima generazione donate alla Libia) purché non vengano a disturbare, con i loro sbarchi disperati di essere umani in cerca di salvezza e di asilo, gli affari elettorali dei ministri leghisti Bossi e Maroni. Il tutto al costo forfettario, a carico dell’Italia, di cinque miliardi di dollari, nel periodo peggiore della crisi economica. Infine le domande. Quale protocollo, quale ufficio della Farnesina, procura al dittatore libico travestito più di 500 giovani donne italiane da esibire per la   predicazione e la conversione? Chi sono gli imprenditori del baciamano commerciale nella tenda di Gheddafi? E i politici? Per quali affari? Qual è l’ordine del giorno politico e dei colloqui di Berlusconi? Infine vorrei, in questo momento imbarazzante, reclamare l’estremo tentativo fatto dai deputati radicali e da tre deputati del Pd, di opporsi al trattato libico. Ma un vibrante discorso di D’Alema ha messo tutti in riga. Tranne i nostri pochi voti, l’intero Parlamento italiano ha votato Gheddafi.
di Furio Colombo IFQ
 

  LA VILLA DELL’AMBASCIATORE Nella foto la villa romana dell’ambasciatore Hafed Gaddur dove il colonnello Muammar el Gheddafi ha montato la tenda e ha tenuto i suoi incontri-lezione sul Corano davanti alle cinquecento ragazze

 

L’imbarazzo di Pdl e Lega e l’attacco dei finiani: la visita di Gheddafi sta diventando un problema per Berlusconi
 
     Indossa un caftano color panna, pelle bianca, non deve aver fatto neanche un giorno di mare. Lì, fuori dal portone blindato dell’Accademia libica di Roma, nessuno ha il coraggio di avvicinarla. Ha lo sguardo troppo perso, e perfino la folla di cronisti che è lì ad assistere alle avventure del lunedì del colonnello Muammar Gheddafi preferisce lasciarla in pace. Ma è come se in quel pomeriggio da sogno, la ragazza color panna ci fosse rimasta incastrata. Passa più di mezz’ora prima che l’efficientissima organizzatrice delle hostess riesca a recuperare la borsa che le era stata sequestrata all’ingresso, come a tutte. “Non le è successo niente – dice – è solo che non sta bene”. Le altre sue colleghe – perché assistere alle lezioni di un dittatore 70enne sull’islam non può essere che un lavoro – da quel portone escono dopo più di due ore. Quasi tutte in bianco e nero, sfilano via   in silenzio, così è stato ordinato. Solo tre si fermano a parlare. E sono talmente loquaci che è chiaro che loro, di ordine, hanno avuto quello opposto.

  LA NUOVA ACCADEMIA  Gheddafi, Berlusconi e Letta scoprono la targa della nuova Accademia libica in Italia che – secondo il Colonnello – dovrebbe essere “un continuo ponte culturale e civile tra la Gran Jamaria e l’Italia”. Nel Trattato, di cui ricorre il secondo anniversario, sono previste però solo 100 borse di studio

 
 “Lui ci ha detto  di aggiornarci”

   DIANA Lazzarini ha 23 anni e studia Scienze politiche a Roma. “Lui dice che dobbiamo aggiornarci, non vuole convertirci, vuole solo che leggiamo il Corano per capire la verità”. Parlare di soldi le dà “fastidio”. Preferisce discutere di famiglia, come hanno fatto, dice, per quasi due ore. Anche dei problemi di quella del nostro premier

  ?“No,diquellino”.Già,come potrebbe Gheddafi parlare male dell’uomo che gli ha dato le chiavi di “Disneyland”, come la chiama FareFuturo? Dopo le scuse per il passato coloniale, la Venere di Cirene restituita, e cinquemiliardididollariatitolo di risarcimento stabiliti dall’accordo del 2008, abbiamo messo in piedi “il parco giochi delle vanità senili” di Muammar Gheddafi. “Nella politica è come nella vita normale, per risolvere i problemi bisogna com-portarsi come con i clienti. Gheddafi è originale e l’ho trattato come un cliente originale”. Silvio Berlusconi lo aveva detto unannofa.Cosaintendesse,cominciamo a capirlo meglio ora.   Ragazze a centinaia, un carosello alla caserma dei carabinieri Salvo D’Acquisto, tutta l’alta finanzaelameglioimprenditoria chiamataaraccolta,tappetirossi stesi ovunque. E questa che chiamano “amicizia”, anno dopo anno, si trasforma in un legame a senso unico. Dove, neancheadirlo,lapartedeiperdenti la recitiamo noi. Bastava guardarelefaccedeidueleader, ieri, per fotografare una situazione sfuggita di mano. Gheddafi in splendida forma, con il suo mantello marrone e gli occhiali con le lenti sfumate d’azzurro   . Berlusconi teso, senza il minimo accenno di sorriso e il trucco visibilmente marcato all’attaccatura dei capelli. Sarà che due anni dopo la firma del Trattato Italia-Libia, molti di quelli che avevano gioito per “l’accordo storico”, ora si accorgono che forse gli abbiamo dato troppa corda.

Vacanze romane. Distribuiva baci ai passanti domenica sera il leader libico a passeggio per le vie della Capitale. Si è fermato in piazza Campo dei fiori, circondato dalle guardie del corpo, per un cappuccino al bar Obika alla fine di una giornata di Ramadan.

Le diverse idee nella maggioranza

   APPENA messo piede in Italia Gheddafi ha pensato bene di dire che “l’Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa”? Ed Enrico La Loggia, deputato Pdl, si domanda quando “farà un appello perlalibertàdicultoneipaesi islamici”, mentre il sindaco di Milano Letizia Moratti rivendica: “Noi abbiamo la nostrareligione,cheèlareligione cristiana”. Furibonda la Lega: l’eurodeputato Claudio Morganti è convinto che finalmente “il leader libico ha scoperto le carte su qual è il progetto islamico per l’Europa”.E anche il sindaco di Verona, Flavio Tosi ha le idee chiare: “Gheddafi fa splendidamente l’interesse dellasuanazione.Toccaanoifare il nostro interesse. Il punto è questo”.MaselaLegahasoprattutto paura di finire tutti “islamizzati”,quellochedavveroc’è in gioco è la nostra credibilità. Il

  presidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia, Giuseppe Piperno dice: “Non vorremmo che il nostro paese divenisse il palcoscenico per le prediche integraliste del dittatore libico”. E il finiano Benedetto Della Vedova aggiunge: “Il problema non è quello che Gheddafi dice quando è qui, è quello che fa quando   sta in Libia: abbiamo a che fare – ricorda – con un tiranno, un dittatore e questo atteggiamento di totale accondiscendenza dà l’idea che ce ne siamo dimenticati”. Chissà se ieri sera, tra una chiacchiera con il presidente di Finmeccanica Guarguaglini e una con l’ad dell’Eni, Scaroni, tra un caffè con il numero uno di Impregilo Ponzellini e un digestivo con l’amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo, il colonnello ha   trovato il tempo per rispondere a monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio Cei per gli Affari giuridici. Voleva chiedergli “notizie sui campi di detenzione in Libia”, su “ciò che accade ai disperati d’Africa arrestati dalla polizia libica”. Dall’Italia, monsignor Mogavero dice di non aver avuto risposte. Sono tutti troppo impegnati a staccare biglietti per il prossimo giro sulla giostra.  

 

  Sorridenti. Come se fossero in attesa del cantante preferito, prima che inizi il concerto, le hostess e forse future convertite all’islam, sorridono agli obiettivi dei fotografi che immortaleranno l’arrivo del Colonnello per le “lezioni libiche”.

 

  Noleggiate. Dopo essere state selezionate sul sito dell’agenzia Hostessweb, secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la spiritualità e il Corano, le 200 ragazze italiane “noleggiate” dal Colonnello entrano nella sala dove ascolteranno lezioni di islam, economia e politica.

  Il volto del leader.  Dall’ingrandimento della medaglia con il volto di Gheddafi, si percepisce però che la ragazza è ancora indecisa circa la religione da abbracciare. Sopra il ciondolo del rais, penzola una catenella con crocifisso. (FOTO LA PRESSE)
 
Cavalli, amazzoni, affari: show del Colonnello e la fine di Mr B. Visto dall’estero
    
LO SHOW DI GHEDDAFI a Roma colpisce la stampa internazionale che gli dedica spazio e ironia a iosa. Il colonnello dittatore in Italia “con tenda, cavalli e guardia del corpo femminile”, nota il Times, mentre la Bloomberg scrive che il leader libico porta con sé “cavalli e affari per miliardi”. L’elogio all’islam di Gheddafi e, soprattutto, l’invito a farne la religione dell’Europa fa titolo sul WSJ e pure sulla stampa spagnola, mentre il Chicago Tribune, ispirato dall’Ap, punta sulla lezione impartita a “500 giovani donne italiane” (“modelle” per El Mundo, “escort” per altri). La stampa francese, come pure la Cnn, sottolineano i legami tra Italia e Libia sanciti dal Trattato d’amicizia, di cui ricorre l’anniversario, e dalla frequenza delle visite. Se Gheddafi dà un tocco d’eccentricità alle cronache dall’Italia, la politica non lascia   tregua. Il Financial Times, in un editoriale dal titolo “L’autunno caldo dell’Italia”, sostiene che Mr B. “sta lottando per la sua sopravvivenza” e giudica “possibile che Fini gli dia il colpo di grazia”: starebbe a lui decidere “se aprire l’era post” Mr B. Una crisi, secondo il quotidiano economico europeo, non renderebbe necessarie le elezioni, ma “i partiti dovrebbero formare una coalizione” e trovare un nuovo premier. Tre le opzioni: 1) Fini appoggia un’alleanza di centrodestra, Tremonti guida il governo; 2) Fini forma una coalizione di centro ‘democristiana’; 3) si vara un governo guidato da una figura tecnocratica o imprenditoriale. “Nessuna è entusiasmante, ma tutte avrebbero il merito di fare finire l’‘era Berlusconi’”.

di Giampiero Gramaglia IFQ
 

  Le convertite . Dieci ragazze si sono presentate al secondo incontro, ieri mattina, con l’intenzione di convertirsi (per loro è stato officiato un rito) con la testa coperta dal velo. Una di loro aveva al collo una medaglia con la foto del Colonnello.

 Non mettete in crisi Feltri     
La notizia c’è. Va data. Ma come? Bel cruccio per Vittorio Feltri e il suo “Giornale”, dilaniato tra gli interessi politici, per carità solo politici, del suo boss e le idee dei lettori. Non sempre coincidono. Gheddafi ne è la prova. Domenica ecco l’editoriale del direttore pronto ad attaccare, rimproverare, dare degli stolti a tutti coloro che non capiscono l’importanza di questa visita. Fino a titolare: “Non si fanno affari con Gheddafi? Ma andate a Ramadan”. Bene. Andata e ritorno. Peccato che ieri ci sia stata una “leggera” sterzata, affidata a Massimiliano Lussana dove si parla di “circo”, aspetti folkloristici, tute mimetiche e amazzoni. Fino a cadere nella giustificazione principe: “Insomma, il classico circo della politica. Almeno quello di Gheddafi è più divertente”. Sarà per questo che Maurizio Belpietro non gli ha dedicato nemmeno una riga sul suo “Libero”. 
 
  Il Corano.  Una copia del Corano è stata distribuita a tutte le hostess presenti all’incontro con Gheddafi nella villa dell’ambasciatore libico. Alcune sono uscite dichiarandosi “sconvolte”, altre hanno accettato la conversione.
 
Salvini: niente circo qui a Milano      L’imbarazzo dei “duri e puri” del Pdl per l’arrivo e le dichiarazioni di Gheddafi, c’è.

   Daniela Santanchè usa la diplomazia e prende tempo con le scorciatoie del politichese mentre i padani della   Lega attaccano evidenziando anche delle fratture all’interno dello stesso partito. Flavio Tosi, sindaco di Verona brilla di schiettezza dicendo che : “Quando arriva con le amazzoni, fa gli incontri con le donne, finge che qualcuna si converta, ma è poi tutto organizzato, attua un preciso disegno politico ed economico”.

   IL DEPUTATO Massimo Polledri in serata si augurava invece “che il colonnello Gheddafi si preoccupi di garantire in Libia gli stessi diritti di cui gode ogni volta che viene nel nostro Paese. Se infatti è del tutto normale che un cristiano si possa convertire all’islam, non mi sembra sia ancora possibile il   contrario”. L’europarlamentare Matteo Salvini invece assicura: “Fino a quando Gheddafi rimane a Roma con i suoi cammelli e il suo circo va tutto bene. L’importante è che non arrivi a Milano”. Gheddafi per Salvini è “Pittoresco”: una sorta di dazio da pagare “per firmare quattro contratti per costruire gasdotti. Noi della Lega tutto questo siparietto ce lo risparmieremmo volentieri”. Alla domanda: “Scusi onorevole ma cosa ha provato sentendo Gheddafi parlare di islamizzazione?”. Glissa anche se ricordando le sue abituali esternazioni contro il mondo islamico, i minareti e le moschee, ci si stupisce di tanta calma. Afferma di preoccuparsi più di   chi “vuole fare entrare la Turchia in Europa. Primo su tutti Berlusconi” e comunque dichiara di “incazzarsi di più quando sente che un prete concede l’oratorio per il periodo del ramadam”.

   SULLA CENA di ieri sera Salvini dalla Sardegna, non ha dubbi. “Lasciamo perdere. Preferisco non commentare. Personalmente però mi spiace non esserci stato solo per le 500 ragazze”.

   E gli onori riservati a Gheddafi? Chi li paga? Roma ladrona? “Sono gli stessi onori riservati ad altri capi di stato”. Gli ultimi commenti leghisti arrivano a mezzo stampa in serata. L’eurodeputato Franco Morganti dichiara: “Personaggi del genere non dovrebbero   oltrepassare il confine italiano, ma starsene a predicare a casa loro. Finché la Lega sarà forte, il pericolo dell’islamizzazione dell’Italia sarà remoto”.

   E POI C’È Daniela Santanchè. Gheddafi ha idee opposte alle sue, prega Maometto che lei considera “poligamo e pedofilo”, chiede un’Europa islamica. Ma per lei, se si tratta del colonnello Muammar el Gheddafi, è tutto tollerabile. “È un capo di Stato e come tale il nostro Paese ha il dovere dell’accoglienza” ha   dichiarato la neo-sottosegretaria. La stessa che avrebbe nei confronti dei richiedenti asilo politico che la Libia chiude nei centri detentivi? Non è un suo problema. La presenza di Gheddafi “mi lascia indifferente”, “non mi riguarda”, “non commento”. La Santanchè si dichiara indignata “piuttosto dagli intellettuali chic che firmano per la liberazione di uno stupratore come Roman Polanski”. Gheddafi parla della sua religione, fa proseliti, “com’è normale che sia, ma non credo che avrà molto seguito”. Eppure, anche se normale non è, compresi i cavalli e le hostess da convertire, alcune di loro hanno ceduto al velo. “Non capisco perché tanti imbarazzi – dice la Santanchè – fior fior di capi di Stato hanno stretto le mani sporche di sangue di Fidel Castro”. Perché, in fondo, è sempre colpa dei comunisti. (E. Reg. e C.Pe.)  

  La Santanchè davanti la moschea (FOTO ANSA)

6 agosto 2010

La Milano padana che ignora la ‘ndrangheta.

In un Paese che esprime da vent’anni come modello supremo Silvio Berlusconi, amido dei Tarantini d’Italia, dov’è lo scandalo se nelle discoteche di Milano si sniffa cocaina e si organizzano giri di escort? Eppure bisogna indignarsi. Fare finta di essere sorpresi. La destra blatera di tolleranza zero, ma non si accorge di governare da due decenni la capitale europea della cocaina. Come l’ha definita uno scienziato serio, Silvio Garattini, analisi di laboratorio alla mano: sei milioni di dosi spacciate ogni anno, oltre quindicimila al giorno. Non solo nelle discoteche, ma anche nei ristorante, negli uffici, per strada.

La lega è così radicata nel territorio, da armare ronde contro poveracci, senza accorgersi che chi comanda l’esercito di spacciatori, affitta ai clandestini, traffica in armi e appalti sono i capi della ‘ndrangheta. Il severo cattolicesimo ambrosiano, che non manca una messa la domenica e neppure un affare dal lunedì in poi, finge di non sapere da dover arrivano i capitali per finanziare le imprese, la colata di cemento, la corsa all’oro nella quale sguazzano fra gli altri i compagnucci della parrocchia di Cl.

Sembra il Caimano di Nanni Moretti, con i miliardi che piovono per miracolo giù dal soffitto. In molti quartieri, dalla periferia ai Navigli, lo spaccio di cocaina avviene a cielo aperto. Nella Milano in perenne attesa di una palingenesi, del messianico avvento di un Expo che forse non ci sarà neppure, circolano notizie boliviane, accolte con indifferenza da un’opinione pubblica assuefatta al peggio. L’anno scorso hanno scoperto bande di spacciatori che usavano bambini come vedette nella zona fra viale Sarca e Fulvio Testi, altro feudo ‘ndranghetista. Sul terreno di Santa Giulia, fermi i cantieri della “città ideale” progettata da Norma Foster, si sono aperte discariche di rifiuti tossici. Il mese scorso il tribunale di Milano ha condannato a 14 anni per traffico di droga il comandante dei Ros, il generale Giampaolo Ganzer. Altrove sarebbe nato uno scandalo enorme. Qui a finire alla gogna è stato il magistrato che ha avviato l’inchiesta, Armando Spataro. Il generale narcos è un eroe per la stampa e i politici della destra, accorsi a testimoniare solidarietà, da Maroni in giù.

L’unico elemento socialmente pericoloso sarebbe Belen, per la quale è stata chiesta l’”espulsione da Sanremo. L’anno scorso è toccato a Morgan. Cacciati per indegnità morale dal santuario dell’Ariston, dove se liberi un cane antidroga dopo cinque minuti ti muore d’infarto.
di Curzio Maltese
La "città ideale" di Norma Foster,  progetto per l’Expo 2015 di Milano
5 agosto 2010

Ecco perché Romani non può diventare ministro

DALLE TV PRIVATE AGLI INTERESSI IMMOBILIARI DI BERLUSCONI: UNA CARRIERA CHE SPIEGA IL VETO DEL QUIRINALE

 

     E’ da una vita che aspetta di diventare ministro. E adesso che stava per farcela, per sedersi sulla poltrona lasciata libera da Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo economico, si è messo di mezzo il Quirinale. Paolo Romani ha una storia professionale, politica e giudiziaria che mal si addice alla carica di ministro della Repubblica: soprattutto per una lunga e complessa indagine per bancarotta di cui è stato protagonista. Eppure ha tanto aspettato questo momento: facendo di tutto, nell’attesa, per rendersi utile al capo. Nel 2007, benché fosse già viceministro, ha fatto perfino l’assessore all’urbanistica a Monza, attento a presidiare gli interessi immobiliari locali della famiglia Berlusconi (che allora voleva costruire Milano 4 sull’area monzese della Cascinazza). Ora stava per raggiungere la meta. Ma forse   non ce la farà. Eccola, la storia del quasi ministro bloccato a un passo dal traguardo.

   Paolo Romani è uomo di televisione. Un pioniere: ha cominciato nel 1974 a lavorare nelle “tv libere”, impiantando, con Marco Taradash, TeleLivorno. Poi è stato al fianco di Nichi Grauso a Videolina, di Alberto Peruzzo a Rete A. Ha guidato la prima Telelombardia di Salvatore Ligresti. Infine si è messo in proprio, inventandosi Lombardia 7. La rete ottenne un certo successo. Non per il tg: il programma

  forte era “Vizi privati”, strip molto espliciti e molto caserecci presentati da un’ingovernabile Maurizia Paradiso. Con la scatenata Maurizia, dopo un lungo sodalizio, Romani finì per litigare e, dice la leggenda, il litigio degenerò in scontro fisico e molto doloroso.

   ERA STATO UN giovane liberale. Ma nel 1994 Romani resta folgorato da Silvio Berlusconi e s’imbarca in Forza Italia. Sceglie la politica, anche perché gli affari non vanno più benissimo. Viene eletto deputato, vola a Roma e abbandona Lombardia 7 al suo destino. Nel 1994 la vende, almeno formalmente: giusto in tempo per evitare l’onta del fallimento. Sì, perché i nuovi proprietari comprano la tv già piena di debiti e poi la lasciano naufragare. È un’allega banda a cui non interessano per niente i programmi e i palinsesti. Hanno altri obiettivi: incamerare le frequenze, bene prezioso   da rivendere in futuro; e fare giochi di prestigio con la pubblicità. Attraverso un giro di “cartiere” e di fatture false, infatti, fanno razzia di molti miliardi di lire (almeno 81 tra il 1997 e il 2001), messi al sicuro in Svizzera. Poi fanno sparire i documenti contabili e portano al fallimento prima Lombardia 7, che “salta” nel 1999 lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni di Padova, che s’inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di Bologna.

   NEL 2003, ZITTI ZITTI, tentano il colpo finale: vendere le frequenze alla Rai, che le vuole utilizzare per il digitale terrestre. Merito della legge Gasparri, che dà il via libera alla compravendita delle frequenze (come permettere ai posteggiatori di vendersi le piazze dei parcheggi). L’allora direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, incontra gli emissari del gruppo, che gli offrono le

  frequenze a prezzi d’amatore: 7,5 milioni di euro per quelle di TvSet e addirittura 24 milioni per quelle di Lombardia 7. È un giornalista che rovina la festa: Paolo Biondani sul Corriere della sera (“Nasce indagata la tv del futuro”) racconta che dietro TvSet c’è la banda già inseguita da tre procure d’Italia per bancarotta, associazione a delinquere, false fatture   , riciclaggio, falso in bilancio.

   E ROMANI? Zitto. Formalmente non c’entra nulla. Ha venduto Lombardia 7 nel 1994. Ma della società che conta, Lombardia Pubblicità, resta legale rappresentante almeno fino al 1998 e azionista e proprietario del 5 per cento fino al 2003. Insomma: continua ad avere rapporti d’affari con la banda. Nel mondo delle tv private c’è poi chi mette in dubbio che abbia venduto davvero, c’è chi sussurra di accordi sottobanco. Ma questi sono solo sospetti, maldicenze senza prove. Di sicuro c’è solo che Romani, per il fallimento di Lombardia 7, è stato a lungo indagato per bancarotta preferenziale: per aver cioè intascato i soldi di un’azienda in crisi, togliendoli di fatto ad altri creditori. Ha infatti sottratto a Lombardia 7, prima di volare a Roma, oltre 1 miliardo di lire: in assegni “monetizzati dallo stesso Romani”. Al termine delle indagini, il pubblico ministero ha però chiesto per lui l’archiviazione, ritenendo di non avere elementi sufficienti per ottenere una condanna in dibattimento. Il giudice per le indagini preliminari l’ha rifiutata, ordinando l’imputazione coatta. Il pm ha eseguito l’ordine. Infine un secondo gip ha definitivamente archiviato. Romani ha dovuto comunque pagare 400 mila euro come risarcimento al curatore fallimentare della sua (ex) tv. 

    Con un curriculum così, anche Romani è pronto a entrare nel governo dei Cosentino, dei Brancher, degli Scajola. Ma può dirigere lo Sviluppo economico un uomo che in vita sua ha diretto una sola azienda, che poi è miseramente fallita? Per ora qualcosa o qualcuno lo ha impedito. Nei prossimi giorni sapremo come andrà a finire.  

di Gianni Barbacetto  IFQ

  Paolo Romani visto da Manolo Fucecchi

5 agosto 2010

Lo stiamo perdendo

     Vogliono portarci via Bondi, James Bondi. L’omino di burro che si scioglieva al cospetto del Capo ora appare duro, ritto e gelido come un pezzo di ghiaccio. Il pallore gonfiato che arrossiva come pudica verginella in fiore al solo sfiorare il suo Sire ora appare sgonfio eppure tronfio. Il vate stilnovista che poetava in rime baciate sciogliendo endecasillabi “A Silvio” e financo odi a Cicchitto, peana a Elio Vito ed elegie a Giuliano Ferrara, è passato decisamente alla prosa e verga violente invettive contro i giornali a suo dire troppo morbidi verso il traditore Fini, dettando addirittura i temi e i titoli che la stampa dovrebbe dedicare al fedifrago. Emerge insomma l’inquietante e insospettato lato B dell’efebico pacioccone che abbiamo imparato a conoscere e ad amare in questi anni. Il servo felice che scattava all’impiedi e sull’attenti appena il ducetto irrompeva nelle riunioni forziste ed esalava con un fil di voce “Scusi, presidente, se parlo in sua presenza”, che entrava in coma appena il padrone si buscava un raffreddore, che faceva lo sciopero della fame non appena il centrosinistra minacciava (ovviamente per finta) una legge sul conflitto d’interessi facendo scudo col suo corpo a quanto B. ha di più caro (i soldi) perché “nei momenti di più aspra contrapposizione fra la sinistra e Berlusconi io devo mettere il mio corpo in mezzo” e “lui mi dà del tu ma io del lei, però dentro il mio cuore il lei si trasforma in tu”, ha messo su una ferocia padronale che sgomenta. È la sindrome di Cane di   paglia, che attizza il quieto e pacioso borghesuccio Dustin Hoffman e lo trasforma in una terrificante canaglia assetata di sangue. O quella descritta dal film di John Landis, Un lupo mannaro americano a Londra, dove un tranquillo giovanotto morso da un lupo in Scozia diventa a poco a poco un licantropo. Ecco: l’altra sera James Bondi ha visitato il suo spirito guida nel castello di Tor Crescenza e, in quella torrida notte di plenilunio, ha dato i primi segni dell’agghiacciante metamorfosi: i dentini da latte diventavano zanne puntute e sanguinolente, le unghiette rosee si mutavano in artigli, il capino implume e le tettine candide e turgide già descritte – secondo i maligni – da una scrittrice dilettante barese si rivestivano, come pure il corpo glabro, di una moquette di inequivocabile peluria di setole scure. Più che un uomo, un pennello Cinghiale. Dell’orrenda trasformazione aveva colto i primi sintomi la moglie numero uno, Maria Gabriella Podestà, una decina di anni fa, quando sostiene che l’allora marito non solo la tradisse sotto i suoi occhi (e non solo con Silvio), ma addirittura la prendesse a ceffoni e, quel che è peggio, la trascinò dalle verdi colline della Lunigiana “in un orrendo appartamento ad Arcore”, a due passi dalla reggia dell’Amato. Ora la sua lettera a Ferruccio de Bortoli, in cui Bondi denuncia il presunto strabismo del Pompiere della Sera nel denunciare gli scandali del centrodestra (ma quando mai) e gli intima di linciare Fini come fanno Libero e il Giornale, minacciando in caso contrario di “additare il caso ai lettori del Suo   quotidiano come davvero scandaloso”, fa male a lui e a tutti noi, suoi devoti fans. E il suo attacco a La Stampa che sul caso Fini si ostina a “mantenere un encomiabile riserbo” fa temere che il Bondi Ogm confonda il ministero della Cultura con quello mussoliniano della Cultura popolare (detto anche Minculpop). Timore confermato dalla sua assenza ai funerali di Suso Cecchi D’Amico, donna simbolo di oltre mezzo secolo di cinema italiano. Non sappiamo se la metamorfosi bondiana sia o meno reversibile, ma pretendiamo che gli vengano affiancati i migliori specialisti del ramo licantropia affinché si dedichino allo studio del suo pietoso caso, senza badare a spese, anche a carico dello Stato, e ci restituiscano al più presto il James di prima. Fresco come una rosellina di maggio, ben paffuto e soprattutto rasato. L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: passerotto, non andare via. 

di Marco Travaglio IFQ
1 agosto 2010

Afghanistan: via contingente Olanda

 
Primo Paese Nato a ritirarsi, in 4 anni sono morti 24 soldati
L’Olanda ha ufficia  lmente concluso oggi la partecipazione alla missione militare della Coalizione internazionale in Afghanistan.E’ il primo paese Nato a richiamare il suo contingente. Il generale van Uhm ha affidato a ufficiali Usa e australiani la responsabilita’ tenuta negli ultimi 4 anni della sicurezza nella provincia di Uruzgan.

L’Olanda ha inviato complessivamente 1.950 uomini. Sono 24 i soldati che hanno perso la vita, fra i quali un figlio del generale Van Hum.

Ansa
1 agosto 2010

Dieci miliardi all’anno, in Italia l’evasione fiscale vale quanto la metà di una finanziaria

Il dato, clamoroso, arriva dalla segreteria nazionale della Fillea. Secono il sindacato degli edili, i metodi per frodare il fisco sono noti, basta incrociare alcuni dati. Il governo annuncia grandi lotte all’evasione, ma poi si muove nella direzione opposta

Dieci miliardi di euro. Vale a dire metà di una manovra economica. Tanto vale l’evasione fiscale, nel solo settore edile. Costi annui, naturalmente. Con classifice e primati.  La Lombardia, ad esempio, da sola evade per 1,1 miliardi di euro. Si froda il fisco con il lavoro nero e la crisi economica del comparto edile non fa che accentuare il fenomeno. In più la politica del governo va verso l’abolizione di quei controlli che permettono l’emergere delle irregolarità e delle frodi. Nel nome di una deregolamentazione che avvantaggia chi sa stare sul mercato, ma in modo illecito. Il nero colpisce sopratutto i più deboli a cui si può imporre più facilmente. Lavoratori senza diritti, persone che non esistono: i migranti clandestini. Queste le importanti conclusioni che si traggono dai dati di una ricerca della Fillea e della Cgil Lombardia.

 

I metodi con cui le aziende frodano il fisco sono spesso noti e non complessi da rilevare. Basta incrociare alcuni dati. Il governo, campione nell’annunciare grandi lotte all’evasione, si muove nella direzione opposta. Non ha dubbi Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Nazionale. ” Il governo non dà soldi, ma promette solo deregolazione”. Un clamoroso errore per non dire di peggio. Deregolare significa snellire la burocrazia eliminando l’obbligo di documenti che spesso intralciano il lavoro degli imprenditori. Alcune di queste certificazioni, invece, sono essenziali per il fisco. Per esempio le autorizzazioni per costruire e il Durc, cioè il Documento che attesta la regolarità contributiva dell’azienda, sono fondamentali e, in passato, hanno permesso di far emergere posizioni lavorative nascoste. “Con la deregolamentazione fatta così –  afferma Schiavella – non si garantiscono le imprese sane e vince chi riesce a stare sul mercato in modo illecito”. Di più: “Questi sono o gli evasori oppure le imprese protette dalla logica emergenziale della Protezione civile o dalla mafia”. Argomento spinoso oltre che pericoloso e attuale , alla luce degli ultimi arresti di ‘ndrangheta in Lombardia e lo scandalo della mancata bonifica del terreno di Montecity Santagiulia.  “Per questo – prosegue Schiavella – si devono assolutamente ringraziare i magistrati”. Dopodiché, però, “bisogna costruire le condizioni perché quelle imprese non si affermino e si può fare, mantenendo i controlli necessari”.

 

L’evasione, dunque. Qualche numero per capire di cosa stiamo parlando. A farci da guida Marco Di Girolamo, segretario generale della Fillea Lombardia, che illustra i dati di Milano e provincia. Le frodi fiscali, ad esempio. Una piaga che inizia dai permessi non retribuiti, dall’aumento dei lavoratori inquadrati al primo livello, dal part-time e dalla comparazione tra il dato sulle ore lavorate e quello sul monte ore. Se si considera il numero delle ore di permesso non retribuito, cioè le assenze giustificate e quelle non motivate, rispetto al numero totale delle ore lavorate si nota che i permessi sono il 16,14%  del totale delle ore lavorate. “Un dato – spiega  Di Girolamo – ai confini dell’impossibile”. Il dato dimostra semplicemente che molte ore vengono qualificate fittiziamente come “permessi non retribuiti” e poi sono pagate in nero. Per quanto riguarda il lavoro part-time Di Girolamo è netto: “In un cantiere è una cosa ridicola per definizione,  è una evidente modalità di elusione e evasione fiscale. Se è in calo è solo perché le aziende oggi possono fare direttamente nero”. Ancora: il 43,3% dei lavoratori nel 2009 è stato inquadrato primo livello a prescindere dalle mansioni e dalle competenze professionali.

 

Infine, il paragone tra le ore lavorate in un mese e il monte salari svela che anche la crisi accentua l’evasione. Tra il 2008 e il 2010 le ore lavorate sono scese quasi del 20% (il 19,99%). Anche il monte salari, cioè l’insieme di tutte le retribuzioni dei lavoratori, è diminuito, ma solo del 14,11%. Il calo  delle due voci dovrebbe essere simile, invece c’è una differenza del 6%.  Questa differenza è appunto data dal nero: sono ore che non risultano fatte, ma in qualche modo sono state pagate. “Ormai – conlude Di Girolamo – il senso di impunità è tale che i dati vengono dichiarati senza porsi nemmeno il problema che da semplici paragoni si possano evidenziare illeciti fiscali”.

 di Chiara Avesani IFQ