Archive for giugno, 2007

19 giugno 2007

Conflitti in corso

 
Asia centrale e Caucaso
Seleziona l’area Afghanistan Azerbaigian Cecenia (Russia) Georgia
M. Oriente e N. Africa
Seleziona l’area Algeria Iraq Israele – Palestina Libano Marocco
America latina

Seleziona l’area Colombia Perù

Resto del mondo
Seleziona l’area Turchia

Oggi si spara, e si muore, in Palestina, Iraq, Afghanistan, Kurdistan, Cecenia, Georgia, Algeria, Ciad, Darfur, Costa d’Avorio, Nigeria, Somalia, Uganda, Burundi, Congo (R.D.), Angola, Pakistan, Kashmir, India, Sri Lanka, Nepal, Birmania, Indonesia, Filippine, Colombia. E non solo. Questi conflitti sono costati la vita, finora, a più di cinque milioni e mezzo di persone.

Se si aggiungono le guerre conclusesi negli ultimi cinque anni (Sierra Leone, Liberia, Sud Sudan, Congo Brazzaville, Eritrea-Etiopia, Casamance) il bilancio delle vittime sale a sette milioni e settecentomila morti.

Per saperne di più: http://www.peacereporter.net/default_canali.php?idc=9

 

 

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13 giugno 2007

Trivellazioni in Sicilia nella Val di Noto

CARO direttore, i milanesi come reagirebbero se dicessero loro che c’è un progetto avanzato di ricerche petrolifere proprio davanti al Duomo? Rifarebbero certo le cinque giornate. E i veneziani, se venissero a sapere che vorrebbero cominciare a carotare a San Marco? E i fiorentini, sopporterebbero le trivelle a Santa Croce? I rispettivi abitanti che ne direbbero di scavi per la ricerca del petrolio a Roma tra i Fori imperiali e il Colosseo, a piazza Di Grado a Genova, sulle colline di Torino, a piazza delle Erbe, a piazza Grande, lungo le rive del Garda?

Non si sentirebbero offesi e scempiati nel più profondo del loro essere? Ebbene, in Sicilia, e precisamente in una zona che è stata dichiarata dall’Unesco "patrimonio mondiale dell’umanità", il Val di Noto, dove il destino e la Storia hanno voluto radunare gli inestimabili, irrepetibili, immensi capolavori del tardo barocco, una società petrolifera americana, la "Panther Eureka", è stata qualche anno fa autorizzata, dall’ex assessore all’industria della Regione Sicilia, a compiervi trivellazioni e prospezioni per la ricerca di idrocarburi nel sottosuolo. In caso positivo (positivo per la "Panther Eureka", naturalmente) è già prevista la concessione per lo sfruttamento dell’eventuale giacimento.

In parole povere, questo significa distruggere, in un sol colpo e totalmente, paesaggio e storia, cultura e identità, bellezza e armonia, il meglio di noi insomma, a favore di una sordida manovra d’arricchimento di pochi spacciata come azione necessaria e indispensabile per tutti. E inoltre si darebbe un colpo mortale al rifiorente turismo, rendendo del tutto vane opere (come ad esempio l’aeroporto Pio La Torre di Comiso) e iniziative sorte in appoggio all’industria turistica, che in Sicilia è ancora tutta da sviluppare.

Poi l’inizio dei lavori è stato fermato, nel 2003, dal Governatore Cuffaro su proposta dell’allora assessore ai Beni Culturali Fabio Granata, di Alleanza nazionale, in prima fila in questa battaglia.

Ma è cominciato quel balletto tutto italiano fatto di ricorsi all’ineffabile Tar, rigetti, annullamenti, rinnovi, sospensioni temporanee, voti segreti, vizi di forma e via di questo passo ( ma anche di sotterranee manovre politiche che hanno sgombrato il campo dagli oppositori più impegnati).

E si sa purtroppo come in genere questi balletti vanno quasi sempre tristemente a concludersi da noi: con la vittoria dell’economicamente più forte a danno degli onesti, dei rispettosi dell’ambiente, di coloro che accettano le leggi. E i texani, dal punto di vista del denaro da spendere per ottenere i loro scopi, non scherzano.

Vogliamo, una volta tanto, ribaltare questo prevedibile risultato e far vincere lo sdegno, il rifiuto, la protesta, l’orrore (sì, l’orrore) di tutti, al di là delle personali idee politiche?

Per la nostra stessa dignità di italiani, adoperiamoci a che sia revocata in modo irreversibile quella contestata concessione e facciamo anche che sia per sempre resa impossibile ogni ulteriore iniziativa che possa in futuro violentare e distruggere, in ogni parte d’Italia, i nostri piccoli e splendidi paradisi. Nostri e non alienabili.

Lettera di Andrea Camilleri a La Repubblica

Per saperne di più: http://www.notriv.it/

6 giugno 2007

In viaggio con le rose

L’agguato con le rose avviene alle 21,15, galleria Vittorio Emnauele, in pieno centro a Milano. Babul, 33 anni, bengalese, affronta il passante con un mazzo di rose malandate nella mano destra. "Una rosa, un euro", è l’offerta.
Quelli come lui, gli "uomini delle rose", sono centinaia di sera a Milano, come per le vie delle altre città. Li vediamo tutti. Ma non sappiamo cosa si celi dietro quei fiori.
Babul, più che rose, offre trattati sulla globalizzazione: ogni petalo una pagina su sfruttamento, migrazioni, commerci intercontinentali. rose che volano dalle piantagioni del Kenya, al mercato internazionale in Olanda, di lì alle case-dormitorio degli immigrati in Italia per finire tra le mani di una giovane innamorata, in piazza di Spagna a Roma. Si può capire qualcosa del mondo in cui viviamo.
Incontriamo Simon fuori da una enorme serra sul lago Naivasha, a nord di Nairobi, Kenya. Simon è un lavoratore stagionale, non assunto: guadagna 40 euro al mese, se lavora. Non sa dove finiscono i giori che raccoglie tutti i giorni. Gli spieghiamo che vengono venduti in Olanda, Germania, Gran Bretagna, Italia. "Che cosa ne fate?" chiede "Colori, profumi?". Se gli si spiega che li compriamo solo per ornamento non ci crede. Ride: "Li comprate per vederli appassire?"
Naivasha dista circa 150 chilometri dalla capitale del Kenya. In 2 mila ettari di serre è concentrato il 70 per cento della produzione nazionale di fiori, un mercato da 200 milioni di euro. Il lago garantisce alle piantagioni acqua a volontà, gratis, e poco importa che si stia prosciugando. Qui sono almeno 40mila i lavoratori delle rose, per la maggior parte donne. Le condizioni di lavoro nelle serre sono al limite di sopportazione: caldo, contatto diretto con i pesticidi, salari miseri, molestie sessuali, nessuna tutela sindacale. Per questo nel 2002 il Kenya human rights commission ha lanciato una campagna internazionale di protesta. Ma il mercato ha le sue esigenze.
Ogni giorno partono da Nairobi fino a 7 voli carichi di fiori: I picchi, per San Valentino e la festa della mamma. Colte di mattina, comunque prima di mezzanotte, le rose hanno lasciato il Kenya per due destinazioni possibili: i grandi clienti (grossisti e catene commerciali) o le aste di fiori più grandi del mondo, in Olanda. Ad Aalsmer, cinquanta minuti da Amsterdam, ha una sede una di queste la Bloemenveiling Aalsmer (Vba). E, nel 60per cento dei casi, le rose keniane sbacrcano nella terra dei tulipani. Le aste olandesi dominano il commercio globale e determinano i prezzi, in particolare in Unione Europea dove controllano tra il 30 e il 40 per cento del mercato dei fiori recisi. Ogni anno dall’Africa arrivano qui 78mila tonnellate di fiori recisi. Nel gir di poche ore i fiori abbandonano l’asta e prendononuove strade. Finiscono nella maggior parte dei casi entro un raggio di 1500 chlometri, Italia compresa.
Dalle aste olandesi le rose Keniane arrivano al mercato all’ingrosso dei fiori di Milano. Apre tutte le mattine alle 6,30: negozianti e forari, commercianti e ambulanti vengono qui a comprare i loro fiori. Hussein, 19 anni, aspetta davanti al cancello. Con lui una dozzina di concittadini bengalesi. Compreano enormi mazzi di rose a 30 centesimi di euro il fiore. Rivendendo a un euro ogni stelo, ci si guadagna. Come i senegalesi, per accendini e cd, anche i benagelsi si sono costruiti il loro esclusivo commercio etnico: quello di sopravvivenza che permette ai nuovi arrivati, ancora senza documenti, di non scivolare in una situazione di illegalità senza ritorno.
In Italia la comunità del Bangladesh conta 41.631 immigrati regolari. I gruppi più numerosi vivono a Roma, Vicenza, Milano e Venezia, e ciascuno proviene da una regione diversa della madre patria: i bengalesi di Milano, ad esempio, arrivano dal distretto agricolo del Madaripur; quelli di Roma sono originari del shariatpur, di Dhaja e Comilla. Ma gli "uomini delle rose", non avendo documenti, sono fuori da questo conto. Fantasmi in carne e ossa, che vendono fiori.
La sera incontriamo Hussein in piazza del Duomo. Indossa la felpa azzurra dell’Italia campione del mondo. Ogni tanto, per rinfrescare le sue rose stremate, visita la fontana dietro l’abside della cattedrale e le fa passare sotto il getto d’acqua.
La sera uomini e rose tornano nei rifuci-dormitorio. Entriamo in uno di questi asili, al terzo piano di una casa di rinhiera, in periferia. In 60 metri quadri vivono 8 persone. Un divano malandato in cucina, dore di spezie, una televisione trasmette danze del Bangladeshe, sul tavolo, rotoli di carta igienica e mazzi di mimose pronti per la vendita. Neanche una donna in giro. Nello sgabuzzino rose, a mazzi, tra le scope e ai secchi. Indossano il classico pareo bengalese, fino ai piedi. Sono visibilmente stanchi, si preparano per andare a letto. Qualcuno, a forza di vendere fiori da noi, riesce anche a raggiungere una posizione. L’ufficio Chioschi del Comune di Milano conta in città 227 fioristi; di questi 33 sono stranieri, in particolare 23, il 10 per cento del totale, vengono dal Bangladesh. A volte l’integrazione è frenata dai costi del chiosco: " Aroma si va dai 10 mila euro in periferia" racconta Nure Alam Siddique, presidente dell’Associazione del Bangladesh in Italia "ai 200, ma anche 300 mila euro, dei chioschi in piazza Venezia o piazza Di Spagna. Per ora i miei concittadini acquistano quelli in periferia.
 
Di Carlo Giorgi da "Il Venerdì"
 
Per saperne di più: Rose&Lavoro, dal Kenya all’Italia, l’incredibile viaggio dei fiori (a cura di PIetro Raitano, Altra Economia, pp 128, euro 10)
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