Posts tagged ‘Masi’

24 marzo 2011

L’ultima spallata di Masi a Santoro

Il “metodo Trani” è sempre di moda in Rai: una guerriglia di codici e cavilli, cercando la sponda all’Agcom, per chiudere Anno-zero. Prossima tappa: 4 aprile, Corte d’appello di Roma. Quando il direttore generale Mauro Masi potrebbe ricevere il via libera per bloccare il programma.

PORTA la sua firma la delega del ricorso, scritto dagli avvocati Roberto Pessi e Maurizio Santori. Masi chiede di eliminare il “problema” alla radice, punta a sospendere la sentenza di Appello che non solo confermò il reintegro Michele Santoro in Rai (vittima dell’editto bulgaro), ma ne blindò il ruolo come direttore di un programma di informazione per almeno trenta puntate l’anno. Masi potrebbe aver agito oltre il proprio mandato: perché la sentenza della Corte d’appello può incidere proprio sulla “collocazione aziendale” e sulla “nomina dei vicedirettori e dirigenti di primo livello”. Una materia esclusiva del Consiglio di amministrazione . E non del direttore generale: lo prevede l’articolo 25, comma 2, dello Statuto della Rai. Non ci risulta che il Cda sia mai stato consultato da Masi sulla vicenda. E sono molte le somiglianze con il piano svelato dall’inchiesta di Trani: le intercettazioni che ricostruivano i rapporti (troppo) stretti tra Silvio Berlusconi e il commissario Giancarlo Innocenzi (poi dimessosi) e la parte attiva di Masi nella “caccia” a Santoro. Ma è la tattica utilizzata da viale Mazzini e la cronologia dei fatti che ricorda il “metodo Trani”. Il 27 gennaio Masi interviene in diretta ad Annozero: contesta la puntata – appena cominciata – sul caso Ruby e i festini di Arcore. Nelle stesse ore, il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani, ex imprenditore televisivo e vecchio amico di Berlusconi, sta ordinando una portata di pesce in un ristorante nel centro di Roma, a due passi dal Palazzaccio, la Cassazione. Quando Masi riattacca il telefono, e augura la buonanotte a Santoro, Romani lascia il tavolo – il pesce ancora nel piatto – e corre via con i suoi collaboratori.

NON SAPPIAMO se tra le due scene vi sia un nesso diretto. C’è però un fatto certo: il giorno dopo, il 28 gennaio, all’Agcom giunge un esposto. Riguarda due puntate di Anno-zero e lo scandalo Ruby. È in carta intestata e firma in calce: il ministro, Paolo Romani. L’inventore di Colpo grosso e mentore di Maurizia Paradiso “consiglia” all’Agcom di visionare Annozero: nelle puntate del 20 e 27 gennaio s’è “dato ampio rilievo ad affermazioni di carattere gratuito, denigratorio e gravemente lesive della dignità e del decoro di eminenti personalità politiche”. Romani lamenta che sono state “proferite da soggetti coinvolti nell’attività di indagine della Magistratura”. L’esposto aziona l’offensiva di Masi: viene inserito nell’istanza (7 febbraio) che Masi deposita in Cassazione per anticipare di tre anni l’ultima e definitiva sentenza su Santoro e viene ampiamente citato nel ricorso (28 febbraio) alla Corte d’appello. È il chiodo che regge il quadro. Nel ricorso si legge del “pericolo di un grave e irreparabile danno economico” per la Rai, visto che il ministro Romani ha “stigmatizzato” il contenuto delle puntate di Anno-zero. Gli avvocati si spingono oltre: sostengono che l’esposto “con ogni probabilità sarà considerato fondato dall’Agcom, con la conseguenza pressoché certa che l’Agcom sanzionerà la Rai con pene fino al 3% del fatturato aziendale”. Parliamo di circa 90 milioni di euro.

LE CONGETTURE dei legali, però, si scontrano con fatto certo. Almeno per ora: l’Agcom non ha neanche aperto un’istruttoria in seguito all’esposto di Romani. Quel 3 per cento evocato dinanzi alla Corte d’appello ricorda proprio un’intercettazione ascoltata nell’inchiesta di Trani.    Nel dicembre 2009 Masi parla con il commissario Agcom Innocenzi, dicono che sia impossibile fermare Santoro con un atto ex ante, cioè prima che vada in onda: “O l’Autorità mi dice, stiamo a tre ore dalla trasmissione, che c’è una violazione ex ante fortissima oppure, che faccio io?”. Innocenzi risponde che si può intervenire solo dopo. E suggerisce la multa milionaria: “L’Autorità ti può dire: sappi che se per caso tu non rispetti queste cose qui, io ti acchiappo e ti do il 3 per cento di multa”. “Benissimo…”, annuisce Masi.    È lo stesso Berlusconi a sollecitare Innocenzi nelle telefonate di Trani: “Quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia un’azione che consenta… che sia da stimolo alla Rai per dire ‘chiudiamo tutto’”. L’esposto di Romani, usato da Masi per giustificare i suoi ricorsi, sembra ricalcare il “metodo” tentato nel 2009. Ma lasciamo l’inchiesta giudiziaria e torniamo ai fatti di questi giorni. Dopo l’istanza in Cassazione di due settimane prima, il 28 febbraio l’offensiva è completa. Arriva anche il ricorso in Corte d’appello: si chiede di annullare la sentenza che consente a San-toro di fare il proprio lavoro in Rai. Masi elenca le colpe di Annozero: l’intervista a Nadia Macrì, una delle donne incontrate ad Arcore dal premier, non doveva essere realizzata. Il motivo: anticipa un “atto di competenza della Procura”. Gli improperi di Lele Mora, che s’augurava un atto di squadrismo fascista contro i cronisti di Annozero, violano i diritti dei minori in fascia protetta. Non sappiamo se Masi avesse una delega talmente elastica per rivolgersi alla Corte d’appello sulla collocazione aziendale di Santoro. Sappiamo, però, che se la Corte d’appello gli darà ragione, la “chiusura” di Annozero, auspicata da Berlusconi, sarà sempre più vicina.

di Antonio Massari e Carlo Tecce, IFQ

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18 marzo 2011

La Procura di Roma vuole fare luce sulle spese in Rai del Direttorissimo non autorizzate: 68 mila euro in 15 mesi

La Procura di Roma ha aperto un’indagine sul direttore del Tg1 Augusto Minzolini per le sue “spese di rappresentanza” non autorizzate con la carta di credito della Rai: roba da almeno 68 mi-la euro in 15 mesi. In due settimane gli uomini del Nucleo Provinciale della Guardia di Finanza, su mandato del procuratore aggiunto Alberto Caperna (titolare anche dell’inchiesta Rai-Agcom), hanno visitato tre volte i piani alti di Viale Mazzini 14 per acquisire tutta la documentazione necessaria: i verbali del Consiglio di amministrazione della Rai, gli atti dell’indagine interna condotta   dal direttore generale Mauro Masi, la ricevute della carta di credito di Minzolini, i fogli di viaggio delle sue trasferte e così via. Accertamenti sono stati già svolti dalle Fiamme Gialle anche presso la Deutsche Bank, che ha emesso la carta di credito.    L’INDAGINE è iniziata meno di un mese fa, prima che Antonio Di Pietro, in base alle notizie uscite sul Fatto quotidiano e su altri giornali, presentasse un esposto in Procura contro Masi e Minzolini. Prima dei magistrati penali, intanto, si era mossa la Corte dei Conti, che alle prime notizie di stampa aveva avviato un’inchiesta per danno erariale. Al momento il fascicolo della Procura di Roma è aperto a “modello   45”, quindi Minzolini non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati (“modello 21”). Ma la Guardia di Finanza, sul caso della sua carta di credito, ipotizza tre possibili reati: peculato aggravato, truffa aggravata ai danni della Rai ed eventuali infrazioni fiscali. Sul peculato, cioè l’indebita appropriazione di denaro o altri beni pubblici da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, esistono illustri precedenti, confermati anche   in Cassazione, sulla qualità di “incaricati di pubblico servizio” dei dirigenti e dei direttori Rai. E pure sul binomio truffa-peculato c’è il caso dell’ex sindaco di Bologna, Flavio Delbono, che ha appena patteggiato la pena per entrambi i reati, proprio per aver pagato con la carta di credito della Regione Emilia Romagna alcune spese private.

QUANTO ai possibili reati fiscali, l’ipotesi nasce da un clamoroso   autogol di Masi. Il quale, appena scoppiò lo scandalo Minzolini, si affrettò a dichiarare in Cda che la carta di credito aziendale era stata concessa al direttore del Tg1 a titolo di benefit compensativo      per l’assunzione in esclusiva. Poi, resosi conto dello scivolone, si precipitò ad autosmentirsi. Ma le sue piroette hanno insospettito gli investigatori, i quali vogliono ora accertare l’eventuale esistenza di un benefit occulto che, se confermato, aggirerebbe le norme tributarie e configurerebbe un reato fiscale, sia a carico di Minzolini, sia a carico del vertice Rai.    Il peculato, secondo gli investigatori, potrebbe derivare dall’uso continuato della carta di credito per spese non autorizzate dall’azienda, come risulta dalla stessa indagine interna disposta da Masi: centinaia e centinaia di “strisciate” nelle località più di-sparate, da Venezia a Marrakech, da Istanbul a Dubai, anche per importi minimi di uno o due euro (Minzolini guadagna 550 mila euro l’anno, ma pare che usasse la carta anche per caffè, brioches e cappuccini), anche   quando il Direttorissimo risultava regolarmente in ufficio a Roma. Quasi sempre, la carta esauriva il credito massimale di 5200 euro mensili, e Minzolini chiedeva a Masi l’autorizzazione a sforare per altre migliaia di euro, 18 mila in totale (viene persino il dubbio che le spese che Masi ha detto di aver autorizzato fossero gli sforamenti dal massima-le mensile della carta, non le singole trasferte). In dettaglio: su 86.680 euro usciti dalla carta di Minzo fra il luglio   del 2009 e l’ottobre del 2010, è stato lo stesso direttore generale ad ammettere di averne autorizzati solo 18 mila. Il che significa che 68 mila e rotti sono il   quantum del possibile peculato. Che chissà a quanto ammonterebbe oggi se a dicembre Masi non si fosse deciso a ritirare la bollente credit card al suo protetto dalle mani bucate. Anche l’ipotesi di truffa nasce dai risultati dell’inchiesta aziendale e riguarda le insanabili contraddizioni che emergono incrociando le date delle “strisciate” della carta da località esotiche e i fogli di presenza di Minzolini.

NEI 15 MESI in cui la carta è rimasta attiva, su 220 giorni lavorativi, in ben 129 (oltre la metà) Minzolini risultava in trasferta. E, su un totale di 56 “missioni” fuori sede, solo di 11 avrebbe indicato lo scopo (tant’è che Masi, messo alle strette dal consigliere Nino Rizzo Nervo, dichiarò al Cda che le altre le aveva autorizzate lui in camera caritatis, in quanto erano “missioni riservate”: roba da servizi segreti). E ben 40 trasferte si svolsero, curiosamente, nei week-end o a ridosso dei fine settimana, sempre in amene località   turistiche. Resta da capire, e anche di questo si occupa la Finanza incrociando le registrazioni e i conti degli hotel con le strisciate della carta, se Minzolini fosse solo o accompagnato, e chi eventualmente pagasse le spese degli eventuali accompagnatori.    Non basta: sono circa 20 i giorni in cui Minzolini risulta regolarmente presente a Roma, mentre la sua carta si attiva ripetutamente all’estero. A Marrakech in coincidenza con le penultime vacanze di Capodanno (29 dicembre 2009-3 gennaio 2010) e a Dubai nel week end di Pasqua 2010. Un caso di ubiquità, oppure una possibile truffa. Minzolini si è sempre difeso dicendo: “Non c’è altro che pranzi di lavoro, punto”.

MA IL CONFRONTO con le spese degli altri direttori di tg è impietoso: a fronte dei suoi 86 mila euro in 15 mesi, il direttore del Tg2 Mario Orfeo non ha superato i 6 mila. Resta da capire perchè Masi, nonostante le sollecitazioni di alcuni consiglieri dell’opposizione, dopo l’indagine informale non abbia mai attivato ufficialmente l’Audit Rai, per procedere disciplinarmente contro il Direttorissimo e far restituire all’azienda i 68 mila euro non autorizzati. I maligni insinuano che l’inazione del direttore generale dipenda dal timore di ripercussioni sull’indagine contabile, e ora anche di quella penale, di cui i vertici Rai, dopo le ripetute ispezioni delle Fiamme Gialle, sono al corrente da due settimane: se Minzo restituisse il malloppo, il suo gesto potrebbe essere inteso   come un’ammissione di colpa e, implicitamente, andrebbe a discapito anche della posizione di Masi, che potrebbe essere accusato,almeno in sede contabile, di omesso controllo.

di Marco Lillo e Carlo Tecce – IFQ

Illustrazione di Emanuele Fucecchi

 

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16 marzo 2011

Anacapri: Masi, la cricca e il caso della villa scomparsa

La ex compagna del Dg Rai la voleva a tutti i costi: l’anticipo, i contatti con la ditta Anemone e la strana fiction sul proprietario.

C’è una splendida villa sull’isola di Capri che doveva essere comprata da Mauro Masi e ristrutturata da Anemone, di cui si parla nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla Cricca, anche se nessuno se ne è accorto. La sua storia si intreccia a quella della fiction scritta dal proprietario della casa, approvata e pagata dalla RAI di Masi. L’immobile al centro dell’affaire doveva diventare il nido d’amore del direttore generale e della sua ex, l’attrice Susanna Smit ma la compravendita è saltata dopo gli arresti di Angelo Balducci e Diego Anemone.      Tutto inizia nel dicembre del 2009 quando la compagna 34enne di Masi firma un compromesso che la impegna a stipulare un atto da 2,3 milioni di euro entro l’estate 2010. A gennaio 2010 Mauro e Susanna aprono le porte della villa alla ditta di Anemone in vista di una ristrutturazione urgente. Il 10 febbraio Anemone e Balducci finiscono in prigione e i giornali pubblicano le intercettazioni. Poco dopo Susanna Smit rinuncia al contratto definitivo, nonostante la penale salata: 200 mila euro. Infine l’ultimo doppio atto della commedia immobiliare: tre mesi fa il direttore generale della Rai ottiene dal promittente venditore l’impegno alla restituzione di 100 mila euro. Nello stesso periodo la Rai inserisce nel suo piano di produzione una fiction sulla storia autobiografica del venditore.

LA VILLA si trova nel cuore del Parco Silvania e domina il blu dalla collina di Anacapri. Negli anni settanta, davanti al camino del salone, il proprietario Ugo Pirro scriveva i film candidati all’Oscar come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Il giardino dei Finzi-Contini . Pirro muore nel 2008 e il figlio Umberto mette in vendita la villa. Sul sito della Capriimmobiliare si legge: “a poca distanza dal centro di Anacapri, la villa rappresenta una straordinaria opportunità di investimento. In posizione dominante dotata di 2 ingressi, affacciata sul meraviglioso panorama del Golfo di Napoli, vanta una superficie complessiva di circa 200 mq su 2 livelli, composta da salotto, cucina, 5 camere da letto panoramiche, 3 bagni ed è circondata da ampi terrazzi e un giardino con suggestivi viali, scorci e camminamenti, articolato su vari livelli per circa 3.000 mq, dove è possibile costruire una piscina”. Il prezzo richiesto dal proprietario   Umberto Mattone (Pirro era il cognome d’arte) è di 2,6 milioni. Per Susanna Smit, nata e cresciuta a pochi metri di qui, l’acquisto della villa frequentata da piccola in punta di piedi, sarebbe la consacrazione sociale.   Masi il 24 giugno del 2009 aveva già organizzato una festa in suo onore sulla terrazza dell’Altare della Patria, con 300 invitati, compreso Silvio Berlusconi. Nonostante una lite animata con Susanna il 24 settembre avesse portato le volanti sotto la casa romana di Masi, tre mesi dopo il direttore generale le dona per Natale un contratto preliminare da 2,3 milioni. Susanna freme dalla voglia di usare la magione e Masi interessa la ditta Anemone per la ristrutturazione.    La vicenda emerge dalle intercettazioni. Il 22 gennaio 2010, Masi chiama Angelo Balducci. Tra loro c’è grande confidenza. Masi, fino a 8 mesi prima, era segretario generale alla Presidenza del Consiglio, dove Balducci era stato capo dipartimento. Sei mesi prima Masi ha chiesto a Balducci, e ottenuto a tempo di record   , l’assunzione del “cognato” Anthony Smit al circolo Salaria Village di Diego Anemone e Filippo Balducci, figlio di Angelo, nonché proprietario della casa di via dei Cartari dove Masi viveva con Susanna. I rapporti tra Anemone e il fratello di Susanna sono tali che in una telefonata intercettata nel luglio 2009, Diego Anemone – secondo i Carabinieri del Ros – “prospetta a Smit Anthony che ha intenzione di acquistare qualcosa a Capri e gli chiede di interessarsi per vedere se c’è qualcosa di interessante in vendita”. A comprare però, pochi mesi dopo, sarà Susanna Smit e Anemone rientrerà in gioco per ristrutturarla.

GLI INVESTIGATORI danno questa lettura errata della conversazione del 22 gennaio 2010: “Masi chiama Balducci e gli chiede il numero telefonico di Angelo Stallocca, dipendente del gruppo Anemone, con cui si è già accordato per eseguire dei lavori presso la sua abitazione in via dei Cartari …Masi farà chiamare Stallocca da Susanna Smit per concordare l’inizio dei lavori”.    In realtà via dei Cartari non c’entra   nulla, come conferma al Fatto lo stesso Masi: “parlavamo della casa di Anacapri”. Proprio quella scoperta dal Fatto e oggetto del preliminare del 19 dicembre 2009 davanti al notaio usato spesso dalla Rai per i suoi atti, Francesco Maria Ragnisco. Umberto Mattone firma il compromesso con Susanna Smit per un prezzo di 2,3 milioni. La Smit blocca la casa con due assegni bancari da 150 mila e 50 mila euro come caparra penitenziale e si impegna (contando sui soldi che le avrebbe dato Masi) a versare 800 mila euro entro il 15 febbraio 2010. Più altri 1,3 milioni mediante un mutuo ipotecario alla stipula non oltre il 26 agosto 2010. Una valanga di soldi che Masi giustifica così: “Erano i miei risparmi di una vita”. E Susanna Smit conferma: “Mauro guadagna molto e quello era il mio regalo di nozze”.      Masi e la Smit a fine gennaio si comportano come se la casa fosse loro. Racconta al Fatto Angelo Stallocca: “A gennaio 2010 il mio principale, Diego Anemone, mi chiese di andare a Capri per vedere cosa c’era da fare per rendere la casa abitabile per l’estate. A Capri trovai Masi e Susanna   Smit. Mi mostrarono la villa e feci una stima dei lavori urgenti. Al ritorno parlai con Anemone. Non ci fu il tempo di fare altro. Pochi giorni dopo ci furono gli arresti e non se ne fece più nulla. Poi sono andato in pensione e non ne ho più parlato”.    Il sopralluogo, secondo l’intercettazione, sarebbe avvenuto il 27 gennaio. Gli arresti di Balducci e Anemone sono del 10 febbraio. Qual è la ragione della retromarcia di Masi?    “Ho fatto fare una verifica da parte dei tecnici della zona e da altri che ho fatto venire. Per quello ho chiamato Balducci. Chiedevo un tecnico che venisse   a fare una verifica della casa. Una cosa normalissima. Come ho preso lui ne ho presi altri   due. Ho visto che la casa non andava bene e ho rinunciato pagando una caparra penitenziale”, questa è la versione del manager RAI. Comunque, solo molti mesi dopo i giorni della “verifica” di Stallocca e degli arresti di Anemone, la retromarcia diventa un atto pubblico: il 16 dicembre 2010, davanti al solito notaio Ragnisco, Susanna Smit firma la risoluzione con Umberto Mattone, che trattiene la somma di euro 200 mila a titolo di caparra penitenziale. Nell’atto però Mattone si impegna a restituire alla Smit 100 mila euro dei 200 mila pagati (con i soldi di Masi) al preliminare. La restituzione sarebbe dovuta avvenire alla stipula di un nuovo preliminare con un nuovo acquirente e, comunque, entro il 25 febbraio 2011.      MASI dovrebbe essere appena rientrato in possesso dei suoi 100 mila euro. Il Fatto ha scoperto una coincidenza imbarazzante per il direttore generale: nel periodo che va tra il primo e il secondo atto, quando Masi trattava la restituzione di 100 mila euro da Mattone, la storia del venditore diventava una fiction Rai. Il film è già stato inserito nel piano di produzione con un budget superiore a un milione di euro. Si dovrebbe intitolare “La vita è un mozzico” per la regia di Anna Negri e la produzione di Sacha Film. La storia è ispirata a quella di Umberto Mattone, vittima di un gravissimo incidente stradale. Il capo di Rai fiction, Fabrizio Del Noce, ha spinto molto il soggetto scritto da Mattone con la compagna Alessandra Murri, che ha ricevuto commenti positivi da tutti quelli che l’hanno letta. La fiction affronta   il tema della disabilità da una prospettiva innovativa ma i meriti di Mattone non possono oscurare un dato: la Rai di Masi pagherà per produrre la fiction del suo promittente venditore. Un fatto imbarazzante che aggiunge dubbi ai tanti suscitati da questa storia. Masi si impegna a pagare subito un milione e mezzo (tra acconto, ristrutturazione e spese fiscali) più un mutuo con una rata elevata (fino a 7-8 mila euro al mese a seconda del tasso e della durata). Perché Masi intesta il contratto a una ragazza che di là a pochi mesi diverrà la sua ex? Perché sospende tutto all’improvviso? E qual è il ruolo di Anemone e Balducci in questa storia? Visti i precedenti e la rapidità con la quale Masi aveva appena ottenuto un lavoro (e un alloggio) per il fratello di Susanna, il loro intervento sullo scenario di Capri inquieta. Alle domande del Fatto Masi replica con una raffica di minacce di querele   tipo: “sto scendendo a denunciarla ai carabinieri” oppure “non vedo l’ora di fare una querela per diffamazione aggravata e stalking”. Sintetizzando tre telefonate concluse con un suo click e altrettanti sms bellicosi, questo dovrebbe essere il senso della replica: “Non so nulla della fiction. Avrei pagato la villa con i risparmi della mia vita. Anemone non c’entra. Avevo solo chiesto a un suo uomo di fare un sopralluogo, come ad altri due tecnici. Non ho comprato più perché i tecnici mi hanno convinto che c’erano troppi lavori da fare. Tutto è depositato dal notaio in massima trasparenza. In questa storia ci ho rimesso 100 mila euro di penale e 27 mila euro di tasse. Altro che conflitto di interesse”.

di Marco Lillo  – IFQ

200 mq da sogno per 2,3 milioni di euro    5 stanze, 3 bagni ma soprattutto una scenografia mozzafiato: diverse terrazze e tutt’attorno un giardino a più livelli di 3000 mq. È questa la sontuosa villa ad Anacapri che il direttore generale di Viale Mazzini aveva preso accordi per comprare. Poi all’improvviso tutto sfuma

 

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4 marzo 2011

Aria nuova: un 91enne alla Siae

Per l’ennesima volta la Siae, un vecchio terreno di pascolo della politica, è stata commissariata. Questa volta, per risolvere le sue contraddizioni, è stato scelto Gianluigi Rondi, un arzillo gentleman di novant’anni, scortato da due vice, il professor Mario Stella Richter e l’avvocato Domenico Luca Scordino, che dovranno fare il lavoro tecnico cioè il lavoro “sporco” di cambiare lo statuto come vuole una parte degli editori che ha prodotto la crisi, senza schiacciare troppo, però, gli autori già mortificati dal vecchio regolamento. Ma è onesto dire che l’autorità garante, cioè la Presidenza del Consiglio (Gianni Letta) e il ministero dei Beni culturali (il buon Bondi, con la consulenza della dott.sa Maria Concetta Cassata, responsabile del diritto d’autore), nell’occasione   è stata tirata per i capelli, forzata all’intervento.

QUESTA VOLTA , infatti, a rendere ingovernabile la situazione, dopo sette anni di faticosa navigazione sotto le sofferte presidenze di Franco Migliacci e dell’avvocato Giorgio Assumma, è stato un gruppo di editori, in larga parte rappresentanti delle multinazionali della musica popolare, insoddisfatto di uno stato che pure li favoriva già esageratamente rispetto agli autori. Il gruppo dei contestatori, forti di 17 presenze nell’Assemblea di 64 componenti, ha fatto mancare in ben tre Assemblee dei rappresentanti dei soci la maggioranza qualificata, disertando la riunione. Ora, in questa Italia grottesca, non è bizzarro che questa situazione prepotente si sia potuta verificare per una “dimenticanza” di Mauro Masi. L’attuale direttore generale della Rai, infatti, commissario   in carica alla Siae prima che la società, nel 2004, tornasse alle elezioni e a una rappresentanza normale (con i contrappesi adeguati fra le varie anime dell’azienda) si era dimenticato, quando aveva messo mano allo statuto, di inserire, come avviene in qualunque regolamento di condominio, l’impossibilità, per una minoranza, di bloccare la vita di una comunità e quindi di sancire che dalla seconda votazione per i componenti l’assemblea valeva la maggioranza semplice.    Così la Siae, un’altra sua recente creatura (dove, dicono, tornerà) ha visto in questo caso mortificare, ancora una volta, i diritti dei più. Una situazione così illogica che ha consigliato, all’inizio dell’anno, perfino all’autorità vigilante di chiedere al maestro Lorenzo Ferrero (facente funzione di presidente della Siae, dopo il ritiro, a novembre, dell’esausto avvocato Assumma   ) di provare a convocare la terza assemblea, che però anch’essa, il 31 gennaio, non è riuscita a riunire, come detto, il numero legale. Perché la Siae è un ente pubblico economico a base associativa, una strana, ricca e complessa creatura, privata ma anche   pubblica, sempre ambita nel tempo dalla politica che però, nello sconquassato panorama dell’Italia di oggi, era meglio, attualmente, per il governo, non toccare, per non rischiare un altro casus belli.    E così Gianni Letta ha dovuto intervenire non tanto perché i “contestatori” in autunno erano andati, poco correttamente, a trovarlo per cercare, allora senza riuscirci, di sensibilizzarlo alle loro tesi, quanto perché, per la “dimenticanza” di Masi, l’Assemblea continuava ad inanellare riunioni inutili perché prive del numero legale. Un ostruzionismo discutibile che, di fatto, ha bloccato la vita stessa della società visto che l’assemblea   non aveva mai approvato il bilancio preventivo, né di conseguenza il piano strategico 2010-2013. Ora non è che la gestione della società fosse esente da critiche, ma era per lo meno bizzarro che Gaetano Blandini, direttore generale catapultato alla Siae l’anno scorso dalla Direzione cinema del ministero Beni culturali, abbia cominciato a mettere in atto una strategia che prevedeva solo tagli senza credibili investimenti, tipico delle strutture senza progetti e senza futuro. Una strategia ingiustificata, oltretutto, mai spiegata, né discussa e approvata dall’assemblea, l’organo rappresentativo dei soci Siae, sovrano nell’indirizzo di un’azienda dove i soldi li procurano proprio i soci, privati in questo caso del diritto di esprimersi.

FU PROPRIO per evitare colpi di mano non spiegati ai soci (un vecchio vizio delle varie gestioni Siae) che nel 2004, per esempio, un collega lungimirante, Diego Cugia, allora nel cda della società, si fece promotore della trasformazione del bollettino dell’azienda in una rivista culturale, Vivaverdi, che aggiornasse tutti gli iscritti sull’evoluzione estetica e tecnologica del diritto d’autore nel mondo, oltre ad effettuare un recupero della storia dei protagonisti e dei movimenti artistici che hanno segnato il nostro paese negli ultimi cento anni.    Per l’occasione fu creato un Comitato editoriale, di cui faccio parte che, rappresentando tutte le anime della Siae, fosse una sorta di contrappeso libero e democratico garante delle idee dei soci che non partecipavano direttamente alla vita politica dell’azienda.      Il tutto con un costo pressoché uguale al vecchio bollettino, visto che la spesa più grande di Vivaverdi è rappresentata ancora dalla spedizione postale a centomila iscritti. Eppure proprio la rivista di una società come la Siae, che dovrebbe divulgare la cultura   , e invece è carente di comunicazione, è stata la prima a essere ridimensionata dai tagli. Ma ridurre il formato e la diffusione da bimestrale a trimestrale, contraendo del 30% le spese (più di qualunque altro settore della Società) non è bastato. L’impossibilità dell’assemblea di confermare il comitato editoriale a causa del boicottaggio messo in atto da una minoranza, ha convinto così il direttore generale ha sopprimere di fatto, ancora prima che arrivasse il commissario, il comitato stesso, rimpiazzandolo “con alcuni dipendenti o professionisti contrattualizzati”, come ha scritto egli stesso in una nota ai soci.      Una decisione che se ne infischia del fatto che il comitato editoriale aveva anche un ruolo di democratico contrappeso interno. Hanno vinto le oligarchie della società, insofferenti spesso alle critiche di Vivaverdi, e le lobby esterne, convinte che le uniche esigenze da soddisfare fossero le loro, anche contro ogni logica di democrazia.

QUANDO , all’inizio dell’anno, il direttore di Vivaverdi, Sapo Matteucci (su indicazione non si sa di chi) ha deciso di togliere in tipografia la rubrica che, come gli altri componenti del comitato editoriale, avevo scritto e che, in questa occasione, era molto critica su alcuni settori dell’azienda, si è sfiorata la comicità, perché il direttore della rivista censurava lo scritto di un componente proprio del comitato editoriale che aveva come compito quello di dettargli la linea della rivista.    È legittimo il dubbio che chi   sta tentando il colpo di mano alla Siae non ha una chiara concezione della democrazia e vorrebbe modificare l’azienda e lo statuto (in particolare la parte riguardante il meccanismo elettorale) secondo i propri interessi.    E questo per evitare di patire la terza sconfitta in otto anni, alle elezioni che avrebbero dovuto svolgersi a giugno.

di Gianni MInà – IFQ

Il novantunenne Gianluigi Rondi, nuovo presidente della SIAE

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23 febbraio 2011

Fine pena Masi

Dopo le scivolate di Sanremo, il Dg dovrà lasciare: in corsa la vice Lei e Novari di Tre.

Mauro Masi è solo e accerchiato dai nemici. I suoi ex amici. La politica che prima l’ha scelto e ora l’ha mollato. Un avviso di sfratto, indiretto, l’ha firmato Lucio Presta, agente di Belén e Benigni a Sanremo: “Con lui non lavoro più”. Non s’è mai visto un fornitore di una televisione pubblica (senza alcun ruolo all’interno dell’azienda) che accusa il suo principale dirigente. Il gesto di Presta   non è follia, è un referto da medico legale: certifica che l’esperienza di Masi a viale Mazzini è finita. La settimana scorsa, tra i rumori del Festival, il direttore generale ha trattato in silenzio l’uscita dal servizio pubblico, la forma più indolore per la sua immagine e meno dannosa per il suo stipendio da oltre 700 mila euro l’anno: la presidenza di Eni – da rinnovare il 4 aprile – oppure nulla. Troppo alta la domanda. Infatti il governo ha un’offerta molto più modesta: la vicepresidenza   Eni, creata su misura per lui, e un posto nel Cda di una controllata del gruppo. Ormai Masi ha perso la copertura di Gianni Letta, il consigliere più fidato di Silvio Berlusconi che l’ha protetto per mesi dai ministri ostili Paolo Romani e Giulio Tremonti. La satira di Luca e Paolo a Sanremo, che con “Ti sputtanerò” ha mandato il caso Ruby in mondovisione, ha dimostrato che Masi non “controlla” il servizio pubblico come Palazzo Chigi si aspetta. E quando fa   qualcosa di plateale per recuperare credito – tipo la telefonata in diretta ad Annozero – fa più danni che altro. Lo si intuisce anche dalle parole del consigliere Rai in quota Pdl, Antonio Verro: “Prima del Cda di domani non dico nulla. Solo che tre cose del Festival non mi sono piaciute: ‘Ti sputtanerò’, il pezzo sull’opposizione inesistente e il dialogo da bar su Berlusconi. Non vedo la necessità di ridicolizzare le istituzioni   del Paese nel mondo intero. Perché Sanremo fa milioni di spettatori in tutti i continenti”. L’ultimo infortunio all’Ariston si somma a una serie infinita di fallimenti, almeno per B.: Rai3 intoccabile, Paolo Ruffini reintegrato, Santoro più forte. Non solo: senza nemmeno un pizzico della consueta guerriglia, il dg ha avviato le procedure per rinnovare i contratti di Fabio Fazio e Milena Gabanelli, personaggi non certo graditi al Cavaliere. La parabola di Masi somiglia al governo B.: all’inizio contava su una larga maggioranza, ora nemmeno i suoi l’aiutano. Verro, amico di famiglia del presidente del Consiglio (fu assunto giovanissimo all’Edilnord), fatica a nascondere le incomprensioni col direttore generale. Sanremo spiega molto. Alessio Gorla, ex dirigente Fininvest e Forza Italia, fa parte del gruppo di Verro con la leghista Giovanna Bianchi Clerici. E il consigliere del Tesoro, il tremontiano   Angelo Maria Petroni, da mesi tace in Cda osservando i conti in disordine e un piano industriale al palo e bocciato da tutti. Il bilancio e i tagli sono la finta trappola in cui deve cadere Masi per giustificare una scelta interna, apprezzata a destra e digerita a sinistra, benedetta dal Vaticano: la promozione di Lorenza Lei, ora vicedirettore generale, responsabile contratti e risorse umane. La Lei ha il sostegno politico di Letta, quello economico di Tremonti (il Tesoro è l’azionista) e l’appoggio del Vaticano con il cardinale Tarcisio   Bertone, segretario di Stato della Santa Sede. Vale la pena ricordare un aneddoto del 2000. Assunta a Rai International dal settore marketing di Valentino, la Lei è a Rai Giubileo con Angela Buttiglione e organizza un evento da 13 milioni di spettatori: l’apertura della Porta Santa con la regia di Ermanno Olmi. Un successo che l’avvicina ancor di più all’allora presidente dei Vescovi, Camillo Ruini, bolognese come la Lei, che la apprezza come dirigente di talento e anche come cattolica convertita da adulta. Il cambio Lei-Masi ha pochi oppositori, quasi nessuno: piace a destra e sinistra. Certo,   non piace a Masi che, lunedì sera, sembrava già dimissionario. Ma ha resistito. E ieri ha convocato i direttori di rete per una riunione editoriale sulle varie ed eventuali, tanto per dare un segnale di vita. Che in viale Mazzini in molti danno per spento. In serata circolava anche il nome di Vincenzo No-vari, amministratore delegato di “3 Italia” che ha chiesto proprio alla Rai un risarcimento di 130 milioni di euro per un servizio di Report. La Lei è la soluzione interna, Novari la replica esterna, un Masi-bis. No-vari e Masi sono legati da una coincidenza: ai tempi della sua relazione con l’attuale direttore generale Rai, l’attrice Susanna Smit girò uno spot per la    “3”.

di Carlo Tecce – IFQ

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17 febbraio 2011

I Masi comunicanti

La neolingua berlusconiana fa passi da gigante: non contenta di sfornare vocaboli privi di qualsiasi attinenza con la realtà, è passata agli sragionamenti. Un milione di persone, perlopiù donne, manifestano contro la mignottocrazia? B. appena sveglio passeggia sul suo scendiletto preferito, Belpietro, e tuona: “Vergogna, una mobilitazione di parte, faziosa”. Ora, da che mondo è mondo, le manifestazioni si fanno pro o contro qualcosa o qualcuno. Altrimenti si sta a casa. Invece B. le manifestazioni le vuole bipartisan. Concetto già espresso dall’autorevole Giletti, a Domenica In, con la lavata di capo alla cantante Emma che aveva approfittato della giornata libera da Sanremo per manifestare a Roma: “Un caso che farà discutere, perché quella è una manifestazione di un certo tipo, che va in una certa direzione”. Ecco: le manifestazioni non devono andare in nessuna direzione. I manifestanti restino dunque fermi e zitti. Oppure, se uno grida “Viva”, dev’esserci subito un altro che urla “Abbasso”, e viceversa. Se vuoi dire “mai”, devi portarti dietro uno che dica “sempre”, altrimenti sei fazioso. E, come suggerisce Ellekappa, se una donna dissente dal bungabunga, un’altra deve ballare la lap dance intorno al palo portatile. Da domani nei bar, se un fazioso entra e dice “piove”, il barista dovrà subito riequilibrarlo per garantire il contraddittorio: “No, signore, guardi che c’è il sole”. Anche la satira deve adeguarsi: se Luca e Paolo, a Sanremo, prendono in giro il capo del governo, ecco subito Mauro Mazza,   direttore di Rai1, intimare di “fare satira sull’opposizione” (Mazza è lo stesso che nel 2006, direttore del Tg1, oscurò Il Caimano di Moretti perché, essendo uscito in campagna elettorale, violava la par condicio: se ne poteva parlare solo dopo le elezioni, ma poi non se ne parlò più perché nel frattempo il film era uscito dalle sale). Se a qualcuno scappa una barzelletta sui Carabinieri, essa dovrà essere obbligatoriamente seguita da una sulla Polizia, una sulla Guardia di finanza, una sulla Forestale e così via. È il principio dei Masi comunicanti, molto in voga alla Rai: se dai una notizia, il tuo vicino deve dire che è una bugia, così la gente non distingue più il vero dal falso. Tutto diventa opinione, anche la matematica. L’altro giorno persino il Tg5 ha superato il Tg1, ma per Minzolingua questa “è polemica politica” e per il Giornale “l’opposizione strumentalizza la sfida degli ascolti”. Anche i punti di share sono faziosi. Il fatto è che ormai è impossibile anche la par condicio fra le opinioni: con chi nega l’evidenza e applica due pesi e due misure ad amici e nemici, non c’è più alcun confronto. Che discussione ci può essere con uno dei 315 deputati che han votato la mozione Paniz, quella in cui si afferma che B. telefonò in Questura per scongiurare un incidente con l’Egitto? O con Sallusti, il quale scrive che il processo a B. per il caso Ruby è “il primo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese”, quando il gip indica nel rinvio a giudizio cinque parti offese (Ruby, tre funzionari della Questura e il ministero dell’Interno)? Quando c’è di   mezzo B., l’alto numero dei processi subìti è la prova della persecuzione (anche se lui cominciò a dirsi perseguitato al primo processo). Intanto Luca Delfino, già condannato a 16 anni in tribunale per l’omicidio di una sua ex fidanzata, viene assolto nel secondo processo dall’accusa di avere sgozzato un’altra ex. Il Giornale correttamente fa notare che non è un’assoluzione piena: la formula dell’articolo 530 comma 2 “comprende l’antica insufficienza di prove”. È la stessa formula con cui B. fu assolto in Cassazione per le tangenti Fininvest alla Finanza. Solo che stavolta il Giornale titola: “Killer assolto, in rivolta i parenti delle vittime”. Per B. invece non titolò: “Corruttore assolto, in rivolta gli italiani onesti”. Ma: “B. assolto, è innocente non corruppe la Guardia di finanza”. Dunque anche le sentenze diventano un’opinione: dipende da chi è l’imputato.

di Marco Travaglio – IFQ

7 dicembre 2010

Un mondo capovolto

Il danno peggiore del berlusconismo va misurato sugli appetiti dei piccoli uomini che bivaccano alla corte del padrone. Grande è l’arroganza che rende loro intollerabile “di non avere quello che gli pare ragionevole, ed ogni cosa gli pare ragionevole che gli viene in desiderio” (Guicciardini). Prendiamo la Rai, un tempo la più grande industria culturale del Paese che le scorribande rapaci di partiti, clan e massonerie hanno ridotto a tempio del bunga-bunga e delle Bonev. Eppure, miracolosamente, da quel giacimento di talenti e dedizione che ancora sopravvive nel servizio pubblico sono nati prodotti di eccellenza televisiva e di boom di ascolti come Annozero e Vieni via con me. Ebbene, solo nella triste Rai dei Masi poteva capitare che i protagonisti di questi indiscutibili successi fossero puniti con la sospensione dagli incarichi, anticamera del licenziamento in tronco. È successo a Michele Santoro. Succede a Loris Mazzetti. Al dirigente responsabile del programma di Fazio e Saviano, allievo di Enzo Biagi e pilastro di Raitre vengono contestati gli articoli sul Fatto e frasi come: “Bisogna lasciare la Rai a chi sa fare il mestiere della tv”, giudicate dal sinedrio di viale Mazzini “lesive dell’immagine dell’azienda nonché del suo Direttore generale”. In realtà, ciò che lede in modo irrimediabile l’immagine non certo sfavillante di Masi e compagnia è che mentre si tenta di processare Mazzetti con accuse ridicole non si batte ciglio davanti   al caso davvero macroscopico delle note spese del direttore Minzolini. Malgrado un corposo e imbarazzante fascicolo giaccia presso il Cda Rai, come afferma in maniera circostanziata il consigliere di opposizione Rizzo Nervo. Di che meravigliarsi? Questo vertice Rai non è forse al servizio di quel potere assoluto che nel corso di un quindicennio ha sovvertito regole e valori punendo gli onesti e premiando i colpevoli? E quegli “obblighi di diligenza, correttezza e buona fede” così assurdamente contestati a un funzionario che si è esposto per difendere la sua azienda, non dovrebbero essere invece rinfacciati al Direttore generale? Dov’è la diligenza, dov’è la correttezza, dov’è la buona fede in chi non spreca una parola di elogio per chi ha meritato e chiude gli occhi davanti agli scandali?

di Antonio Padellaro IFQ

18 novembre 2010

Il Dg “sfiduciato” dal 95% dei giornalisti apre l’indagine sulle spese pazze di Minzolini

Giornata nera. Un colpo dietro l’altro: la sfiducia dei giornalisti, il duello tra Saviano e Maroni, le spese pazze di Augusto Minzolini. Per uscire dall’angolo, Mauro Masi ha mollato il direttore del Tg1: il dg ha ordinato un’indagine interna su Minzolini, accertamenti sui rimborsi per le trasferte e i servizi sulla Royal Caribbean (c’è puzza di pubblicità occulta). Il Tg1 ha organizzato un concorso per famiglie con la multinazionale americana per il varo di una nave “gigante dei mari” e, in otto mesi, ospitato per sei volte un alto dirigente della Royal. In più: Minzolini ha usufruito di uno sconto nel lussuoso albergo “Terme di Saturnia”, poco prima il Tg1 aveva intervistato il responsabile marketing. Masi non s’è fatto pregare: “Abbiamo una società che può controllare chi e come promuove i   marchi nei passaggi televisivi. Saranno efficienti e veloci”.    Il consigliere Nino Rizzo Nervo ha presentato in Cda i due articoli del Fatto Quotidiano   sul direttorissimo e Masi, per far tacere voci inconsulte, alza le mani: “Mi rivolgo al Collegio dei sindaci: avete i miei dati, sono a disposizione per verifiche sulla mia carta di credito”.

64 mila euro di soldi pubblici

UN’OPERAZIONE trasparenza volontaria per frenare pettegolezzi, mostrarsi casto e puro con i conti aziendali e distinguersi con Minzolini che, senza scusarsi né pentirsi, in un anno ha speso 64 mila euro con una revolving di viale Mazzini, dieci volte in più di Mario Orfeo del Tg2. E sulla bocciatura dei giornalisti?    Passa, nemmeno guarda. Anche se la poltrona scricchiola e la reputazione pure: “Alla luce delle politiche aziendali esprimi fiducia al direttore generaleMasi?”.IlsindacatoUsigrai l’ha chiesto ai 1,878 giornalisti Rai: tra i 1.438 votanti, il 95 per cento (1.391) ha risposto no. L’indice di impopolarità di Masi rasenta lo zero tra i dipendenti (sondaggi, proteste, scioperi), ma il dg rifiuta il dissenso: “Come tutte le cose prive di rilevanza formale   e sostanziale, il voto Usigrai (associato alla consueta compagnia di giro) può essere solo o una manifestazione politica o un tentativo di intimorire”. Ma sembra avere pochi dubbi: “Obiettivo fallito in entrambi i casi. Il primo perché non c’era bisogno di questo costoso evento per sapere come è schierata politicamente l’Usigrai e soprattutto nel secondo caso perché ci vuole ben altro e ben altri personaggi   per provare soltanto ad intimorirmi”.

I sindacati chiedono le dimissioni

IL SEGRETARIO Usigrai, Carlo Verna, alza la posta e invoca le dimissioni: “Masi deve lasciare. Lui fa capire che è pronto a minimizzare la nostra espressione e la riferisce all’Usigrai,unPaesedemocratico non può fare finta di nulla”. Voti, e non solo: “Il direttore generale ha messo in atto una serie di azioni negative. Il mancato accordo con Sky, mai spiegato in modo convincente, che ci fa perdere decine e decine di milioni di euro, un piano industriale che – aggiunge Verna – non prende corpo, indefinito nei suoi contorni e che ha prodotto come chiara espressione solo uno sciopero delle sigle dei lavoratori”. La Federazione dei giornalisti (Fnsi) è con l’Usigrai   : “I dati sono di una chiarezza impressionante. Masi si è aggrappato all’assenza di rilevanza formale del voto. Ma la sostanza del risultato fischia nelle sue orecchie come un tempo che è scaduto”. Masi prova a restare in piedi tra le buche, la più grossa, una voragine sono i conti: senza tagli e manovre, entro tre anni, la Rai rischia 650 milioni di euro in rosso.    Viale Mazzini cerca uscite d’emergenza   perché l’ora è disperata, Masi cerca una scialuppa di salvataggio – come scrive Milano Finanza – nelle cassedelgoverno:ilcontratto di servizio che lega la Rai al ministero dello Sviluppo economico e giustifica la tassa chiamata canone di abbonamento. Il palinsesto Rai è diviso tra “programmi commerciali” (finanziati dalle pubblicità) e “programmi di servizio pubblico” (coperti con il canone): la gestione separata del bilanciohaprovocatoperdite di circa un miliardo di euro in tre anni e dunque, per scongiurare tagli di personale e settori, l’azienda presenta il contoalministroPaoloRomani. Il ministero ha le chiavi per aprire una fonte vitale per la Rai: in una riunione con i dirigenti, aspettando un piano industriale, Masi aveva lanciato l’allarme per i creditori e le banche. Chi ha voglia di scommettere sulla Rai di oggi?

di Carlo Tecce IFQ

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28 ottobre 2010

Santoro mantiene Vespa

Porta a Porta costa il doppio di Annozero, ma Bruno guadagna 5 volte Michele: 2,1 milioni contro 662mila euro.

Sarà anche un’azienda pubblica, ma è pur sempre una società per azioni. Eppure scoprire quali sono i prodotti di successo della Rai e quali i bidoni è impresa da agenti segreti, perché i costi (e le perdite) dei singoli programmi sono tra i segreti meglio custoditi del Paese. Ma incrociando i dati ufficiali, si riesce comunque a rompere il muro di riservatezza che circonda viale Mazzini.    Se consideriamo il 2009, ognuna delle 29 puntate annue di Annozero costa 194 mila euro e viene vista in media da quasi cinque milioni di persone (4.942.370) con uno share del 20,08 per cento. I costi vengono interamente coperti dai ricavi pubblicitari, che sono più del triplo: consultando il listino prezzi della Sipra, la concessionaria per la pubblicità della Rai, vediamo che ogni spot di Anno-zero della durata di 30 secondi, nell’autunno 2009, è stato venduto a prezzi oscillanti tra i 59 mila e i 66 mila euro. Annozero vende di media 20 spot per un totale di 600 secondi a serata.

Il listino prezzi degli spot

SU RAI1 Porta a Porta, il programma di Bruno Vespa, va in onda 110 volte all’anno più speciali estivi. Il costo della trasmissione è 70 mila euro a puntata, che lievitano a 84 mila quando passa in prima serata. L’ascolto medio è del 16,44 per cento di share con 1 milione e mezzo di telespettatori (1.410.314). Porta a porta riesce a vendere in media soltanto 360 secondi di pubblicità a serata al prezzo (dati Sipra dell’autunno 2009) di 28 mila euroogni30secondi.28milaeuro contro circa 60 mila: ma il confronto tra la “redditività” di Santoro e quella di Vespa deve tener conto del fatto che vanno in onda in orari e su reti diverse, Rai1 è più forte di Rai2, ma la seconda serata per gli inserzionisti vale molto meno del prime time . Si può però calcolare quanto devono pagare i telespettatori che pagano il canone per ciascuna delle due trasmissioni. I costi diAnnozero, spalmati sui contribuenti, sono di 30 centesimi di euro ogni mille ascoltatori, per Porta a porta si spendono invece 50centesimi.SoloL’Ultimaparola, la trasmissione settimanale diGianluigiParagoneinseconda serata su Rai2, costa più di quella di Vespa tra i programmi di informazione: 70 centesimi ogni mille ascoltatori se consideriamo i dati forniti dal conduttore stesso, 98 centesimi secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano. Le altre principali trasmissioni d’informazione della Rai sono, in proporzione, meno care: Report di Milena Gabanelli costa 40 centesimi ogni mille ascoltatori   (e 139 mila euro a puntata) e Ballarò di Giovanni Floris 27 centesimi(e110milaapuntata). Eccogliascolti:quasi4milioniin mediacol15,54percentodishare per Ballarò, e quasi tre milioni per Report (12,22 per cento di share), entrambi su Rai3.    Nonostante la Sipra si rifiuti di fornire i dati complessivi e dettagliati, sappiamo che Report, a novembre dell’anno scorso, ha venduto 720 secondi di pubblicità per ogni puntata. Prezzo: 55mila euro ogni 30 secondi. Ballarò ha venduto 360 secondi, proprio come Porta a porta, con la differenza però che gli inserzionisti hanno pagato per Floris   54milaeuroogni30secondi,circa il doppio che per Vespa.    C’è però una variabile cruciale, e dunque riservatissima, per valutare nel concreto se un programma per la Rai è un affare o una palla al piede.

Lo sconto top secret

QUANDO l’azienda vende gli spazi pubblicitari agli inserzionisti, infatti, concede sconti del 40 o 50, persino 60 per cento. Si possono solo fare ipotesi: il pubblico di Santoro, per esempio, è più pregiato perché più giovane (nella fascia 43-53 anni), in quello di Vespa abbondano invece i pensionati, a basso reddito e dunque target secondario per la pubblicità.E’fisiologico,quindi, che la Rai cerchi di incoraggiare l’acquisto di blocchi pubblicitari là dove sono meno redditizi, con vendite in blocco a prezzi scontati (possibili perché Porta a Porta va in onda molto spesso). Infatti al contrario di tutti gli altri programmi,chesonosettimanali, Vespa occupa quattro sere a settimana (quando hanno cercato di ridurle a tre, Vespa ha risposto   “lascio la Rai”). Un monopolio dell’informazione di Rai1, che non lascia spazio ad altre iniziative, nonostante gli ascolti inferiori agli standard della rete: se la media di Rai1 è del 21,15 per cento di share, Vespa col suo 16,44 per cento di ascolti va sotto quasi di cinque punti.    Anche l’Ultima parola abbassa la media di rete (di 1,1 punti di share) portando a casa 759 mila spettatori a fronte della media di 976 mila che ha Rai2 in seconda serata. Perde anche Lucia Annunziata su Rai3: il suo In mezz’ora, in onda nella fascia difficile della domenica pomeriggio (su Rai1 e Canale 5 ci sono i contenitori di varietà) , viene seguitodal7,77percentodishare rispetto a una media di rete dell’8,54 per cento. Ma la trasmissione dell’Annunziata non viene interrotta da break pubblicitari, inizia subito dopo il tg e viene seguita solo da promo di altri programmi di Rai3, dunque non pagati. Questo significa che i 25 mila euro lordi, cioè il costo   di ogni puntata, non vengono coperti da alcun ricavo.    Gli stipendi non sono però proporzionati ai risultati di ascolto: in testa c’è infatti Bruno Vespa, con i suoi 2,12 milioni di euro all’anno. Vespa ha aumentano il suo stipendio base da 1,2 a 1,6 milioni di euro per 100 puntate, a cui aggiungere gli extra per le prime serate. Nella classifica seguono Santoro (662 mila euro) e Floris (500 mila euro di media). Anche se ha raccontato in direttadiguadagnare“solomilleeuro lordi a puntate”, Paragone somma il gettone per la conduzione all’ingaggio da 160 mila euro lorde per la vicedirezione di Raidue. Lucia Annunziata incassa invece 8 mila euro lordi a puntata, la Gabanelli soltanto 150 mila all’anno, sempre lordi.

di Beatrice Borromeo e Carlo Tecce IFQ

22 ottobre 2010

Manicomio organizzato

Sempre più spesso, leggendo i giornali, vien voglia di chiamare l’ambulanza. L’impressione è di vivere in un manicomio organizzato, dove i matti si credono psichiatri e gli psichiatri si credono matti. Gli house organ della Banda B. si affannano a dimostrare che la Rai è in mano a giornalisti di sinistra. E gli house organ della sinistra si accaldano a dimostrare che non è vero. Ma chissenefrega per chi votano i giornalisti tv: ciò che conta è che diano le notizie, possibilmente vere, possibilmente tutte. Vespa, Minzolingua, Fede, Vinci e il carneade di Studio Aperto non sono pericoli pubblici perché sono di destra, ma perché non danno le notizie o, le rare volte che le danno, sono false. Mentana non vota da secoli, è un simpatico equilibrista, per diventare direttore del Tg La7 ha dovuto attendere per mesi il via libera di B. Però le notizie le dà quasi tutte e quasi tutte vere, quindi fa un bel tg e il pubblico lo premia. Salendo i gradini della scala psichiatrica, ci si imbatte nell’annosa querelle sugli scrittori di sinistra che pubblicano per Mondadori o Einaudi, sui registi e attori di sinistra che fanno film per Medusa, sui teledivi di sinistra che lavorano per Endemol e Mediaset. Ieri il Giornale sbatteva in prima pagina Fazio, Saviano, Benigni, Zagrebelsky, Scalfari, De Gregorio: “I mantenuti da Berlusconi”, “pagati anche con i suoi soldi per sparargli addosso”, “stipendiati dalle sue case editrici”, “gridano al regime pagati da Silvio”.   Anzitutto non si vede perché chi lavora per un’azienda dovrebbe amare e leccare il datore di lavoro: solo un paese di servi può considerare strano o scandaloso che un operaio Fiat non straveda per Marchionne e non gli sia eternamente grato per l’onore che gli fa a dargli un lavoro e uno stipendio: semmai dovrebbe essere Marchionne a rispettare e ringraziare le maestranze della Fiat, senza le quali i suoi presunti miracoli se li infilerebbe dove sappiamo. Eppoi, con una legge sul conflitto d’interessi degna di questo nome, B. non potrebbe stare in politica con Mondadori, Einaudi, Medusa, Endemol e Mediaset. In più Mondadori e dunque Einaudi, le possiede abusivamente, avendole sottratte con la frode a De Benedetti grazie a una sentenza comprata dai suoi avvocati con soldi suoi. Senza quell’operazione criminale, Mondadori apparterrebbe a un finanziere che non siede in Parlamento e il problema sarebbe risolto alla radice. In ogni caso, se uno scrittore fa un libro con l’editore Tizio, è l’editore Tizio che intasca la gran parte degli utili (i diritti d’autore non superano mai il 10-15% del prezzo di copertina). Dunque è l’autore che “mantiene”, “paga”, “stipendia” l’editore, non viceversa. Lo stesso vale per il cineasta che lavora per Medusa e la star tv che lavora per Endemol o Mediaset.   Il che pone pur sempre un problema di coscienza agli scrittori: ma non perché sono “mantenuti” da B, bensì perché contribuiscono a farlo ricco. E a spacciarsi per liberale, tollerante, democratico e magnanimo, visto che concede loro l’onore di lavorare per lui. Ultimo gradino, ultima cazzata: le polemiche sui compensi di questo o quel protagonista della tv. Ora è la volta di Fazio, di Saviano e degli ospiti di Vieni via con me. Secondo Libero, “lo show di Saviano farà perdere alla Rai 2 milioni” perché ne costerebbe 3 e incasserebbe solo 810 mila euro di pubblicità. Ma intanto la Rai è un servizio pubblico e può permettersi di investire quote di canone in programmi di pubblico interesse (Saviano in tv, oltretutto, ha un lauto mercato all’estero). Il problema semmai sono i varietà, i reality e le menate che vanno in onda giorno e notte senza un barlume d’interesse pubblico, finanziati col canone perché il rapporto costi-spot è in perdita. Dopodiché, siccome la Rai sta sul mercato, deve misurarsi con i valori e i costi di mercato: vuole Saviano, Bono e Benigni? Li deve pagare per quel che valgono. Invece l’acuto Masi pretende che Saviano, Bono e Benigni lavorino gratis per pagare lo stipendio a Belén e Vespa al Festival di Sanremo. Quello sì che è servizio, anzi servizietto, pubblico.

di Marco Travaglio IFQ

14 ottobre 2010

L’intoccabile Minzo e la Rai degli scendi-Silvio

Egregio dottor Augusto Minzolini, Ella – con il consueto senso dell’umorismo involontario che la sua testa non inutilmente lucida evoca – ha avuto il cuore di informarci su come immagina che siano percepiti i suoi editoriali: “Se si obietta che l’intervento di Santoro era ironico, io non ho neanche usato quell’ironia”.

Il cavallo della Rai in posizione Masi

Quindi, mentre Michele Santoro   viene sanzionato per il suo delittuoso “Vaffanbicchiere”, il direttore del Tg1 ci dice, non solo che non sa di svolgere funzioni di ufficiostampismo seriale per conto di Palazzo Chigi, ma anche che da oggi non gli si può concedere nemmeno l’attenuante dell’umorismo. Se la punizione di Santoro ha prodotto questo outing, almeno sarà un sacrificio non vano. Ciononostante questa confessione costituisce una vera disgrazia, perché la speranza che almeno ci fosse in lei la percezione   della sua comicità, è forte in ogni spettatore, quando Ella appare in video sostenuto dal prestigio delle sue boisserie al metro quadro stile salotto del nonno, e le costole di enciclopedia Treccani in bella mostra, che stanno al suo eloquio romanòfono post gruppettaro come l’idea della legalità agli evasori delle Cayman.    Egregio dr. Mauro Masi , ieri Ella ha ritenuto doveroso sospendere Michele Santoro per   uno sfottò indirizzato alla sua persona, sicuro di aver fatto bene, anche se è curioso che non la turbi che il principale tiggì Rai si spinga temerariamente a titolare che l’avvocato Mills è stato “assolto” (quando in realtà è stato “prescritto”). In attesa della dotta giurisprundenza annunciata dal direttore dalla testa non inutilmente lucida alla nostra Beatrice Borromeo (sei mesi fa, non abbiamo visto una riga) ci chiediamo se le sia utile sapere che questa creativa tesi è stata smentita   anche da un pronunciamento della Corte di Cassazione. Problema: se l’incredibilmente diffamatorio “vaffanbicchiere” frutta due giornate di squalifica, quanto deve restare lontano dal campo il direttore dal cranio elettro-lucido per queste facezie? Ci permettiamo di segnalarle – qualora le sia passato di mente – il caloroso saluto dei conduttori di Uno-mattina – Stefanio Ziantoni e Susanna “Butterlfy” Petruni (quella della farfallina) – che salutavano il presidente del Consiglio dicendogli: “Questo programma è casa sua”. Evidentemente si trattava di un altro omaggio alle direttive anglosassoni da lei impartite, e applicate con evidente zelo in tutta l’azienda. Egregio dottor Masi, se un intellettuale in odore di anarchismo come Aldo Busi viene giustamente sospeso dalla sua puritana azienda per aver bestemmiato all’Isola dei Famosi, quale sanzione va applicata al premier che ha fatto altrettanto in pubblica via? In attesa che Ella risolva il dubbio, i tiggì dell’azienda   hanno giustamente evitato di mostrare l’immagine di repertorio per non turbare le coscienze. Con una operazione non meno meritoria, di quella dei cronisti anglosassoni che aggiungevano applausi mai ricevuti dal nostro beneamato premier, all’assemblea Onu, donandogli in fase di montaggio quelli raccolti da Kofi Annan. Non meno brillanti, illustredirettoregenerale,sonoaltre memorabili performances di Uno-mattina, l’indimenticata illustrazione, del best seller Due anni di governo Berlusconi, introdotto da una virtuosa conduttrice, come “lettura indispensabile per l’estate” (se ne scorgevano copie sotto ogni ombrellone). A rendere avvincente   il mirabile esempio di servizio pubblico, c’era la nitida figura dell’on. Giacomoni, noto statista di profilo risorgimentale, nonché – certo per caso – collaboratore del premier. Un’altra pagina di pluralismo, dottor Masi, la diretta sul presidente Fini, commentata dalla coppia Maurizio Gasparri-Fabrizio Cicchitto, certo sbilanciata a sinistra, ma piena di ironica e spensierata verve.    Egregio dr. Garimberti , siamo lieti che in una breve pausa   fra un set e l’altro, Ella abbia trovato il modo di allontanarsi dal campo da tennis per definire “sproporzionata” la sospensione.    Più tardi, qualora mentre ripone nel fodero la sua racchetta Prince in grafite dovesse tornare a riflettere sul tema, vorremmo suggerirle che, avendo Ella già raggiunto l’età della pensione, il silenzio o le dimissioni, possono degnamente onorare il suo noto ruolo di “presidente di garanzia”. Della cippa.

di Luca Telese IFQ

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